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	<title>Franco Nero Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>…e poi ci fu l’irrevocabile incontro con la ragazza dall’occhio nero: dialogo con Linda Terziroli intorno a Guido Morselli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Aug 2018 05:26:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La formula funziona, cattura, è accattivante. Due anni fa, per Pietro Macchione editore, esce una antologia di scritti dal titolo Guido Morselli. Un Gattopardo del Nord. Tra gli scritti, quello di Valentina Fortichiari, fortissima ‘morselliana’, che raduna la statura dello scrittore in un cammeo d’arte bizantina: “Guido Morselli, elegante a suo modo (con stringhe di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-poi-ci-fu-lirrevocabile-incontro-con-la-ragazza-dallocchio-nero-dialogo-con-linda-terziroli-intorno-a-guido-morselli/">…e poi ci fu l’irrevocabile incontro con la ragazza dall’occhio nero: dialogo con Linda Terziroli intorno a Guido Morselli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La formula funziona, cattura, è accattivante. Due anni fa, per Pietro Macchione editore, esce una antologia di scritti dal titolo <em>Guido Morselli. Un Gattopardo del Nord. </em>Tra gli scritti, quello di Valentina Fortichiari, fortissima ‘morselliana’, che raduna la statura dello scrittore in un cammeo d’arte bizantina: <strong>“Guido Morselli, elegante a suo modo (con stringhe di corda nelle scarpe dalle pesanti suole, il nastro adesivo a fermare strappi nella fodera del trench rigorosamente inglese), misurato nei sentimenti, schivo, salutista, non mostrò mai nella vita e nella sua arte alcun segno di sbavatura, eccessi, esibizione. </strong>Rigoroso, sobrio nei temi e nei personaggi, ‘bon à tout faire, bon à rien faire’, non si ritenne mai detentore di una verità rivelata: a ogni pensiero o idea assegnava i confini di un normale buon senso, niente in fondo era apparentemente degno d&#8217;essere messo su carta. Semmai il valore assoluto, il fulcro del suo essere spirituale e creativo andava cercato in ‘una sensibilità, ohimé spesso così ardua a seguire, ad afferrare, a fissare’ (diario, 1946)”.</p>
<figure id="attachment_62149" aria-describedby="caption-attachment-62149" style="width: 153px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62149" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/vino2-225x300.jpg" alt="Morselli vino" width="153" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/vino2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/vino2-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/vino2-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/vino2.jpg 720w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" /><figcaption id="caption-attachment-62149" class="wp-caption-text">Il &#8216;Vino del Sasso&#8217; prodotto da Guido Morselli. Così ne scriveva a Calvino, nel 1963: &#8220;Non sono un filosofo. Sono agricoltore: vivo della campagna e in campagna (365 giorni all’anno, e tutt’al più mi spingo a Varese, a bordo della mia vecchia Ardea: una quattro-marce, si figuri!, che però va benissimo e con cui non corro il pericolo di “alienarmi”). Il vino di mia produzione ha riscosso gli elogi della Scuola enologica di Alba”. La nota e la fotografia ci giungono gentilmente da Linda Terziroli</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Quel cesto di saggi è curato da Silvio Raffo, poeta, scrittore, straordinario esegeta di Emily Dickinson (e delle sorelle Brontë, e di Edna St. Vincent Millay e di Christina Rossetti…), e da <strong><a href="http://www.treccani.it/magazine/atlante/autori/terziroli_linda.html" target="_blank" rel="noopener">Linda Terziroli</a>, ‘morselliana’ pure lei, giovane (classe 1983), preparata (ha curato le <em>Lettere ritrovate</em>, Nem, 2009, e, per Bietti, 2013, <em>Una rivolta e altri scritti 1932-1966</em>), ‘muscolare’.</strong> Laureanda, è proprio lei, una decina di anni fa, indignata dal fatto che nessuno si filasse troppo lo scrittore, ragionando “sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era caduto ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore”, a istigare Raffo a ‘fare qualcosa’. Quel qualcosa si sarebbe tramutato nell’attuale <a href="http://www.guidomorselli.org/" target="_blank" rel="noopener">Premio letterario in onore di Guido Morselli</a> e in diverse iniziative convegnistiche ed editoriali. C’è qualcosa, però, che sfugge all’etichetta di “Gattopardo del Nord”. Morselli, infatti, più che un gattopardo, è una galassia. <strong><a href="http://www.lombardiabeniculturali.it/archivi/complessi-archivistici/MIBA0087BF/" target="_blank" rel="noopener">A leggere la consistenza dei manoscritti,</a> custoditi presso l’Università di Pavia, si resta sbalorditi: siamo di fronte a un mondo letterario complesso e stratificato</strong>, raccolto in “21 faldoni, 6 cartelline” che comprende “molto materiale ancora inedito”, tra cui molti testi teatrali, “saggi brevi, elzeviri, abbozzi”, un <em>Saggio su un romanzo di James</em>, del 1942, ad esempio. Il 15 agosto Morselli compirebbe 106 anni. Per farmi capire la sua statura, Linda Terziroli, che ho contattato per capire meglio l’etica e l’estetica dello scrittore, mi invia una lettera scritta da Morselli a Italo Calvino, eccola: <strong>“Caro Calvino: qui da me, a Santa Trìnita, non ho né aspirapolvere né frigorifero (d’estate, ci ho un bosco vicino, metto le bottiglie al fresco nel bosco). Non ho nemmeno la TV! In cambio, ho un discreto cavallo da sella, col quale esploro la montagna che incombe subito dietro la mia casetta.</strong> Ho potato quest’autunno certi rosseggianti pini di Scozia, i cui rami ricchi di materie resinose dall’aroma profumato, ho messo da parte (potati da me, si capisce) da bruciare sul caminetto nelle grandi occasioni. Lei mi venga a trovare, e il pino di Scozia arderà in Suo onore. Santa Trìnita, ossia Gavirate (prov. di Varese), è a 70 minuti di treno diretto da Milano, e so che Lei a Milano viene abbastanza spesso. Lei si persuaderà che, se l’alienazione marxiana è l’amaro frutto insopprimibile dell’industrialismo, c’è un genere di alienazione, <em>toto coelo </em>diversa e meno grave, contro la quale l’attaccamento alla terra <em>dat medica mina</em>. <strong>A ogni modo, farà conoscenza del nostro vino, qui, del ’55, che qualcuno ha potuto paragonare al vostro grande Gattinara piemontese”.</strong> Morselli muore, volontariamente, nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto di 45 anni fa. La ragazza dall’occhio nero, la sua Browning 7,65, gli fece dono della sua iride di metallo.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62148 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Romanzi-183x300.jpg" alt="Romanzi" width="130" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Romanzi-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Romanzi.jpg 600w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />Partiamo, brutalmente, dalla morte. Ecco. Come è morto Guido Morselli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Partirei da una citazione, non morselliana. “Purtroppo la nostra vita viene scritta senza brutta copia. Non è possibile ritoccarla, eliminare le righe. Correggere i refusi non sarà possibile”. Sergej Dovlatov. <strong>Il suicidio, in questo caso, non è letteratura. Era una calda notte varesina, quella maledetta notte del 1973 tra il 31 luglio e il primo agosto, faceva molto caldo.</strong> Un po’ come in questo periodo. Era tornato quel giorno da Macugnaga, Guido Morselli era andato al solito alberghetto, con la sua “amica” varesina, Maria Bruna Bassi. L’accompagna a casa, dalle sue figlie, ma non si ferma a cena da loro. Una cena frugale nella dépendance della villa di famiglia e poi l’incontro con la ragazza dall’“occhio nero”, protagonista dei suoi romanzi. <strong>Toglie la rivoltella, Browning 7,65, dalla coperta militare e prende l’ultima, irrevocabile, decisione. Nell’inverno precedente, aveva ormai traslocato a Varese, abbandonando per sempre la Casina Rosa, il suo <em>buen retiro</em> di Gavirate, divenuta ormai bersaglio di rumorosi motocrossisti che si divertivano ad infastidirlo.</strong> Inoltre, aleggiava l’incubo della Pedemontana che avrebbe squarciato la sua adorata montagna, che si innalzava verso il Campo dei Fiori. La sua casina rosa – dove hanno visto la luce le opere narrative più importanti – che aveva fatto costruire ai margini del bosco prealpino, con vista sulla catena del Rosa, “sua Maestà” come la chiamava e suoi laghi luccicanti. Il suo scrigno, nell’oasi verde di Santa Trinita, sua “piccola patria”. Penso che abbia dato uno sguardo al diario, osservato i suoi scritti, i suoi quaderni&#8230; poi ha scritto sul calendario un appunto, le cose che avrebbe fatto i giorni successivi, usando l’abituale passato prossimo, depistando i suoi lettori postumi. Forse, ha abbracciato con lo sguardo i suoi dattiloscritti, gli appunti, l’alacre lavoro di una vita. Con una dolorosa fitta nel petto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuiamo con la domanda più elementare. In poche parole inquadra Morselli: la sua importanza nel recinto della letteratura italiana. E poi&#8230; perché così tanti rifiuti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una domanda che mi pongo da molti anni. I rifiuti, a leggerli col senno di poi, sono disarmanti. Sulla parete della sua stanza, la scritta <em>Etiam omnes, ego non</em>, Morselli sentiva di fare eccezione. In <em>Ombre dal fondo</em>, Maria Corti, che aveva accolto la sua opera edita e inedita nel Fondo Manoscritti di Pavia, scriveva delle carte di Morselli: “dormivano dentro ben cinque grandi scatoloni, in attesa di ordine. <strong>Nell’aprirli e avviare la ricognizione si era tormentati da inesauribili interrogativi, che ferivano la mente come schegge: perché uomini di cultura ed editori si sono accaniti a ignorarlo e a lasciarlo inedito? Da che cosa è stata generata questa costanza di distrazione e di rifiuto?”.</strong> Un corpo letterario che non ha ancora trovato pace. E ancora, il malessere, un senso di disagio che si avverte ancora oggi, che Morselli è diventato, suo malgrado, il simbolo dello scrittore inedito, nell’ombra. “Si guardava con un senso di malessere dentro gli scatoloni: pagine dalla sottile scrittura pendente, travagliate, in cui si iscriveva la lotta dell&#8217;intelligenza con la passione, della filosofia con Dio, della vita con l’allucinazione della morte”. <strong>Guido, mi hanno raccontato, non aveva un carattere facile. E poi, non amava i compromessi, voleva cercare di comprendere il senso della vita, la ragione del male nel mondo, trovare brandelli di quelle risposte che anche noi cerchiamo, magari distrattamente, tutti i giorni. </strong>Non posso dimenticare che Morselli era rimasto orfano di madre a dodici anni, e poi anni più tardi ha perso la sorella maggiore, a cui era legatissimo, Luisa. Tragedie che lo hanno ferito e gli hanno impresso nell’anima il desiderio di una risposta, e di un risarcimento. A tutto quel dolore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62147 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Diario-191x300.jpg" alt="Diario" width="138" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Diario-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Diario.jpg 600w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" />Cosa resta da scoprire e da pubblicare di Morselli, un autore quasi totalmente postumo? Intendo: dove sono custodite le sue carte, di che tipo sono, in che stato vivono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le carte edite e inedite, come detto, sono custodite al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia. <strong>Sogno di vedere l’opera drammaturgica inedita di Morselli, curata da Valentina Fortichiari, la prima e la più grande studiosa di Morselli</strong> e dal professore di Tor Vergata, Fabio Pierangeli, che agli scritti morselliani ha dedicato una vita. Si tratta di testi preziosi che potrebbero gettare nuova luce e riaprire il dibattito su quest’autore fondamentale nel panorama del Novecento. Penso ai due testi per il teatro <em>Cesare e i pirati</em> e <em>Marx: Rottura verso l’uomo</em>. Quest’anno, a duecento anni dalla nascita di Marx, abbiamo messo in scena la pièce, con la compagnia teatrale ‘Anna Bonomi’ (regista e Marx: Andrea Minidio). Ma penso anche ai testi <em>L’amante di Ilaria</em>, <em>Il secondo amore</em>, <em>Cose d’Italia</em> e lo straordinario <em>Il redentore</em>. Sono opere che sicuramente potrebbero incontrare l’interesse del pubblico. E, diciamola tutta, sono attualissime. Come del resto, tutta l’opera morselliana, che ha precorso i tempi, basti pensare a <em>Roma senza papa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>So che insieme a Silvio Raffo hai creato il Premio intitolato a Morselli e che hai tentato di creare un museo nella ‘casina rosa’ di Morselli. Hai avuto facilitazioni, ostacoli o altro nel lavorare così accanitamente su Morselli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo in auto un pomeriggio di primavera 2007, a Varese, io e Silvio Raffo. In quei giorni, stavo scrivendo la mia tesi di laurea su Guido Morselli e riflettevo, in maniera forse un po’ ingenua, sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era caduto ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore. Fermi al semaforo, chiesi a Raffo: “Ma che cosa possiamo fare per Guido Morselli?”. Quello che è poi seguito, la creazione di un premio letterario, i convegni, la realizzazione di una mostra permanente alla casina rosa è la realizzazione di quel desiderio di memoria, che sentivo bruciare dentro di me quando ancora ero una giovane studentessa dell’università, piena di aspettative e di sogni, ma senza futuro. <strong>Abbiamo cercato, in tanti anni, di far luce sulla vita di uno scrittore solitario, originale e misterioso, un dandy e un eccentrico. Gli eredi di Morselli, Loredana e Gianluca Visconti, hanno sempre sostenuto le nostre ‘fatiche’,</strong> insieme al fratello di Guido Morselli, ormai scomparso, Mario che ho intervistato, anni fa, nel freddo Vermont, all’ombra dei monti Adirondack. Purtroppo non è sempre facile organizzare questi eventi culturali e spesso diventa, a conti fatti, una sorta di volontariato, alimentato, quasi unicamente, dalla propria passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da lettrice: qual è il libro più sconvolgente di Morselli, da dove partire per azzannare la sua scrittura? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che <em>Un dramma borghese</em> – da cui Florestano Vancini ha tratto l’omonimo film con Dalila Di Lazzaro e Franco Nero – sia sconvolgente e tragico, al punto giusto. Consiglierei di cominciare con <em>Incontro col comunista</em>, un breve romanzo d’amore fra una giornalista, Ilaria, e l’amico di suo figlio, Gildo. Purtroppo Morselli ha fama di scrittore di difficile lettura, eppure non è così. Non è certo Piero Chiara, bisogna imparare a conoscerlo. Per amarlo per sempre. Leggere il dannunziano <em>Uomini e amori</em>, oppure il divertente <em>Roma senza papa</em> per credere. Per gli appassionati di storia <em>Contro passato prossimo</em>, <em>Divertimento 1889</em> e poi, per chi non riesce a leggere i romanzi, ci sono anche i racconti, pubblicati da Nem, <em>Una missione fortunata</em>, con il racconto <em>Una voce</em>, dedicato all&#8217;incontro postumo tra Pinelli e Calabresi. Per il comodino, invece, consiglio <em>La felicità non è un lusso</em>, o il <em>Diario</em>, una fonte inesauribile di riflessioni per tutti i palati. <strong>Da “Nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere”, del 1966 o “Innamorarsi di una donna non è difficile. Difficile è amarla”, del 29 dicembre 1943.</strong> Sempre sulle donne: “Le persone, le donne, che amano sopra di ogni cosa viaggiare. Anime portatili”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/RITRATTO-DI-GUIDO-MORSELLI.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Gabriele Tinti scatenato. Sono inchiodato al cesso della tracotanza (e il mio maestro è Mike Tyson)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Nov 2017 15:01:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mettere tenda tra le oltranze, dimorare sui picchi, avere l’assoluto nella tasca dei jeans. Questa è la poesia. Emergenza, rischio, knock out. Il resto è colpi di piuma sul proprio ombelico. Gabriele Tinti è una inquietudine fin dal nome. Gabriele Tinti, infatti, è stato un capace caratterista del cinema italiano, con un centinaio di film [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mettere tenda tra le oltranze, dimorare sui picchi, avere l’assoluto nella tasca dei jeans. Questa è la poesia. Emergenza, rischio, knock out. Il resto è colpi di piuma sul proprio ombelico. Gabriele Tinti è una inquietudine fin dal nome. <em>Gabriele Tinti</em>, infatti, è stato un capace caratterista del cinema italiano, con un centinaio di film nello zaino, diretto, tra i tanti, da Steno, Pasquale Festa Campanile, Carlo Lizzani, Joe D’Amato, Carlo Vanzina, e tra i tantissimi – tutti – ha recitato con Totò, Charles Bronson e Walter Chiari. <em>Questo</em> Gabriele Tinti, però c’entra nulla con Gabriele Tinti il poeta onnivoro, ondivago, irrequieto. Una cosa c’entra, però. Il cinema. Ma a questa vengo dopo.</p>
<figure id="attachment_58367" aria-describedby="caption-attachment-58367" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-58367" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani-300x187.jpg" alt="Haber" width="300" height="187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani-300x187.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani-768x478.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani-1024x637.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani-600x374.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/Aleesandro-Haber-legge-Rovine-di-Gabriele-Tinti-courtesy-Dino-Ignani.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-58367" class="wp-caption-text">Aleesandro Haber legge Rovine di Gabriele Tinti (courtesy Dino Ignani)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gabriele Tinti ha la barba, gli occhiali, gli occhi che sembrano dipinti da Antonello, sono placidi e feroci come pietre. Gabriele Tinti, questa è la didascalia del sito personale, impeccabilmente in inglese, </strong><em><strong><a href="http://www.gabrieletinti.com/" target="_blank" rel="noopener">is an italian poet and writer</a>.</strong> </em>Ha cominciato, prepotentemente, a scrivere di boxe, in <em>The Way of the Cross </em>(Allemandi, 2012), ma a me, personalmente, il colpo a mozzare il respiro, kappaò estetico, è arrivato con <em>Last Words </em>(Skira, 2015), quando Tinti ha raspato le parole, ultime, letali, lucide, terribili, dei suicidi. Fotografie possenti di Andres Serrano, testi di Derrick De Kerchove e di Umberto Curi, e una idea poetica micidiale: la poesia è sempre parola ultima, è sempre indagine della morte, è sempre con un polso nell’aldilà. Il libro è diventato un piccolo cult e Tinti ha cominciato a dare fastidio. Perché? Per due ragioni. <strong>Primo. Non scrive poesie sciocche per intrattenere il pubblico. Secondo. Non appartiene alla massoneria dei poeti ‘laureati’, viaggia in direzione contraria, la sua.</strong> L’ultimo progetto poetico di Tinti, che si tramuterà in un libro Skira l’anno prossimo, si chiama <em>Rovine</em>. Dopo aver dato voce alla rovina umana – i boxeur – e all’uomo rovinato – il suicida – Tinti dà voce ai frammenti mutilati dell’arte antica, alla castrazione del ‘classico’, all’abbagliante disfacimento. I testi di Tinti, per capirci meglio, potete ascoltarli sabato 18 novembre, ore 16, al Museo dell’Ara Pacis. Legge Alessandro Haber. E qui veniamo all’altro ‘carattere’ di Tinti – che lo lega a quell’altro Tinti. Il cinema. La dizione. La dedizione della voce. <strong>Tinti lavora con i grandi attori, dona i suoi testi all’ugola dei grandi.</strong> Se con Haber il rapporto e consolidato (vedete il video <a href="http://www.letteratura.rai.it/articoli/rovine-di-gabriele-tinti-legge-alessandro-haber/38484/default.aspx" target="_blank" rel="noopener">qui</a>), Tinti ha stretto alleanza attoriale con Silvia Calderoni dei Motus, con Franco Nero, con Luigi Lo Cascio, con Joe Mantegna (che è quello de <em>Il Padrino. Parte III</em>) e con Robert Davi, che è quello che ha fatto <em>I Goonies, 007 vendetta privata</em> e un mucchio di altri film. Tra l’altro, Tinti ha portato le sue <em>Rovine</em> un po’ ovunque dal ‘Paul Getty’ Museum al Metropolitan di New York al British Museum. La poesia s’inoltra nella rovina per predisporre la resurrezione. (f.s.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Intanto, “Rovine”. Da dove è nata l’idea, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Rovine</em> è una serie di miei scritti, di poesie, di saggi che nasce da un grande senso di perdita, da quella visione che fin da Esiodo dipingeva la primitiva forma di esistenza come un’età dell’oro in confronto alla quale le fasi successive non sono altro che stadi di un’unica, prolungata, Caduta dalla Grazia. ‘Anche il bello deve morire’ diceva Schiller con così tanta, in qualche modo, verità. Difficile dire qualcosa d’altro. Con <em>Rovine</em> ho rischiato, provando a farlo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi. Nei tuoi libri, di solito, segnali una oltranza. Un al di là della poesia. Di fatto, lavori sempre setacciando rovine. Penso al ciclo su Arturo Gatti e sull’epica atroce del pugilato, e a quel libro sublime e crudele, “Last Words,” in cui hai allineato le parole ultime dei suicidi. Le parole vere. Sarchiate da Internet e da materiali digitali disparati. Come mai questa tensione, del dolore e del delirio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Perché non c’è poesia al di fuori del dolore. Hai ragione: la mia scrittura muove dalle rovine, attraversa i cimiteri, fiuta le ferite, le tracce di ciò che è scomparso. Nasce dal ricordo dell’antico e dal disprezzo del presente. Credo proprio che Baudrillard abbia avuto ragione quando affermò che l’arte ‘sarà forse stata solo una parentesi nella storia dell’umanità’. <strong>La mia poesia è ricerca di quella traccia, tentativo contro il mestiere, il compitino, contro il gioco linguistico cui s’è ridotta</strong>, per cercare di farla tornare, se mai sia possibile oggi, a cantare tragicamente, a essere preparazione alla morte, corpo a corpo coi morti, divinizzazione degli antenati, glorificazione del fallimento, trasfigurazione dell’orrore ultimo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giudichi il mondo della poesia italiana recente, della cultura in generale? Che poesia è possibile oggi, nel mondo impoetico, quello dei poeti che si misurano in cricche e accrocchi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La poesia in Italia, e non soltanto qui ma in particolar modo qui, regno della cricca, agonizza in quanto confinata da un pregiudizio linguistico in un genere letterario. Si è ovunque sostanzialmente rimosso il significato primario di creazione, composizione, della parola <em>poiesis</em>. Si è dimenticato che la poesia nasce con Ermes che era un ladro, un rapitore, un mistificatore astuto. La poesia nasce con lui, nel momento in cui crea la lira come mezzo di protezione contro gli incantesimi pericolosi accompagnandone il suono con il canto a celebrazione del proprio ego e della propria genìa. La poesia nasce come canto quindi non come scrittura. <strong>Dopo Ermes, così ci narra il mito, la lira passò ad Apollo ed infine ad Orfeo per poi venire posta da Zeus tra le costellazioni in quanto nessuno, secondo gli immortali, era più degno di possederla. Ecco, la poesia finì lì e a noi non è rimasta altro che una profonda nostalgia per un’età mitica </strong>in cui questa riusciva a cantare davvero, un’età in cui efèbi, bardi – presto destinati a scadere in rapsodi ed infine negli scribacchini quali noi siamo divenuti – utilizzavano la parola viva con voce divina. Certamente sopravviviamo. Altri ne verranno ‘poiché la terra ne crea ancora come ne ha sempre creati’ (Goethe). Ma non possiamo più dire di essere gli stessi. Credo davvero che il tempo della grande poesia sia passato. Ogni arte ha avuto la sua epoca di splendore. Adesso è il momento del cinema”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più specificamente: quali sono i tuoi ‘maestri’, di ieri e di oggi? Ad esempio, non posso non notare, anche in “Rovine” (ho ascoltato la sconvolta, sublime lettura che ne ha dato Alessandro Haber), una vocazione ‘teatrale’ del tuo lavoro, una poesia epica nel senso ‘sonoro’ del termine. Spiegaci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il poeta delle origini era un cantore. Certamente non scriveva e quando nel periodo tardo lo fece, lo fece destinando i suoi testi all’attore. Egli era colui che venne affiancato e poi sostituito dai profeti fino alla separazione disgraziata delle arti d’oggi e alla degenerescenza della proliferazione dei generi letterari. Ho bene presente tutto questo e so che non è più possibile tornare indietro. Tuttavia penso e affido ogni volta i miei testi alla scultura vivente dell’attore, al <em>kolossos</em> capace di fornire nuova voce a ciò che è oramai irrimediabilmente scomparso. Mi chiedi poi quali siano i miei maestri. I miei riferimenti più vicini sono Mike Tyson, Arturo Gatti, Sonny Liston, John Huston, Paul Zanker, Walter Pater, Walter Friedrich Otto. Ma in definitiva penso che l’unica possibilità per il vero poeta sia rivolgersi contro se stesso come avvertiva Niezsche”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora, poeta abituato al sottosuolo, alla rovina e alla morte, alla vita e al dilemma, a cosa lavori, dove ti trascina per i capelli la Musa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Son sempre qui, al solito, inchiodato al cesso della tracotanza, ammalato di tutto, coi nervi sempre contratti per riuscire a mormorare una qualche canzone. Le prossime saranno un libro con Roger Ballen, una nuova collaborazione con Andres Serrano e un film da regista che sto pensando per il motivo che ti dicevo prima: mi sento prigioniero della letteratura. Per quello ho bisogno di vederla in azione, di coinvolgere gli attori. Dopo <em>Rovine</em>, il libro con Ballen è il prossimo che realizzerò. Sta venendo fuori un dramma reso attraverso le trascrizioni delle conversazioni che ho avuto in Sudafrica con alcuni dei personaggi ritratti da Roger nel suo splendido <em>Outland</em>. Sto restituendo le parole delle persone incontrate nella loro spontaneità, mettendole assieme limitando il mio intervento, riducendo l’artificiosità autoriale. Come nel teatro di Beckett in questo mio lavoro non c’è una trama, una narrazione ma una serie di conversazioni fini a se stesse. Pure, mentre nelle sue opere la finzione teatrale e letteraria si svela senza ambiguità appunto come pura finzione, in questo mio testo il dramma nasce dalla realtà, si rapprende e sviluppa dall’esistenza così come questa si presenta. <strong>È più crudo, più brutale di tutto quanto è stato fatto in passato; è, se vuoi, meno letteratura o meglio una letteratura che continuamente attenta a sé stessa. </strong>Un po’ com’è stato in <em>Last words</em>. Di tutto il resto e di questo libro non voglio parlare troppo però”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per gentile concessione, pubblichiamo alcuni testi da <em>Rovine</em>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ESIODO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“(Mio padre)…prese dimora presso l’Eliconia, in una misera borgata, </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ad Ascra, trista d’inverno, penosa d’estate e non mai piacevole” </em></p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Le opere e i giorni</em>, 634 sgg.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ritenuto a lungo dagli archeologi il ritratto di Seneca, il frammento bronzeo della Villa dei Papiri restituisce l’immagine di un anziano poeta lirico, probabilmente Esiodo. Capolavoro della ritrattistica ellenistica qui lo scultore abbandona completamente la tradizione estetica classica per evocare la passione e l’energia del poeta presente persino in un corpo provato dalle sofferenze di un vivere quotidiano modesto. Nel busto si riconosce un rimando all’iconografia dei contadini e dei pescatori, come a voler significare che anche in un emarginato, in un uomo segnato dagli stenti e dalla fatica, può risiedere un grande spirito. L’uomo in là con gli anni, trasandato, concentrato, alla ricerca della giusta parola, sembra appunto rimandare a Esiodo, al “vate contadino che le muse elessero poeta mentre pascolava le capre sull’Elicona e che condusse una vita di incessante lavoro, di preoccupazioni e delusioni” (Paul Zanker, “La maschera di Socrate”). </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ultimo dei poeti</p>
<p style="text-align: justify;">scolpisci l’irreparabile</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">sei pronto a tutto</p>
<p style="text-align: justify;">incidi le parole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Impaziente scaldi</p>
<p style="text-align: justify;">antiche ferite</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">il canto ribolle</p>
<p style="text-align: justify;">nelle tue vene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Chi devi chiamare?</p>
<p style="text-align: justify;">Chi vuoi incendiare?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Più nessuno t’aspetta</p>
<p style="text-align: justify;">nessuno che t’offra</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">un rifugio sicuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Soffochi di solitudine</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">cominci ad appassire.</p>
<p style="text-align: justify;">«Allora forza!» &#8211; gridi &#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">«fatemi a pezzi!</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi morire!».</p>
<p style="text-align: justify;">#</p>
<p style="text-align: justify;">Prepara la messe della notte il poeta</p>
<p style="text-align: justify;">contadino, affina il fiuto, prova la gola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Tu seguilo se puoi, tendi l’orecchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra poco il gelo abbraccerà la sera</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">e non ci sarà più verso buono per noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da nessuna parte fuggiremo questa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">sventura. Vorresti piangere ma le lacrime</p>
<p style="text-align: justify;">frenano sulla tua scorza di bronzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Sei triste lo so, in te abbaia soltanto</p>
<p style="text-align: justify;">l’angoscia. Stringi più forte tutto quel buio,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">non lasciartelo sfuggire. S’estinguerà</p>
<p style="text-align: justify;">in memorie e silenzio, in poche righe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>OMERO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il ritratto di un uomo anziano, dai lunghi capelli cinti dal cercine e dalla barba folta, giunto fino a noi in numerose copie costituisce un ritratto retrospettivo di Omero. L’intenso volto, l’aura di un’immagine sovraumana che da questo trapela, mi ha sempre fatto provare una profonda nostalgia per un’età mitica dell’arte e della poesia in cui questa riusciva a cantare davvero, un’età in cui efèbi, bardi utilizzavano la parola viva con voce divina.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un vento freddo raggela ogni parola.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra ci attira a sé. «Dove sei?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">chiamiamo inutilmente. A tastoni cerchiamo</p>
<p style="text-align: justify;">dove trovarti nello sproloquio dei poemi,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">dei secoli nostri, di quelli passati e di quelli</p>
<p style="text-align: justify;">a venire. «Dove sei?». Dopo di te arranchiamo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">con le gambe spezzate lungo questa ferita</p>
<p style="text-align: justify;">che lascia tracce poco profonde. Sparito!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Sparito! Piangiamo il canto che non sappiamo</p>
<p style="text-align: justify;">più cantare, noi ai quali è dato soltanto cadere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Gronda sangue l’alloro dei poeti, illumina</p>
<p style="text-align: justify;">appena quel po’ di buio che possa bastare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gabriele-tinti-scatenato-inchiodato-al-cesso-della-tracotanza-mio-maestro-mike-tyson/">Gabriele Tinti scatenato. Sono inchiodato al cesso della tracotanza (e il mio maestro è Mike Tyson)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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