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	<title>Francis Thompson Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 08 Sep 2026 03:09:27 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre”. Tardivo addio al Guccio, l’avvinazzato aedo dei padani</title>
		<link>https://www.pangea.news/guccini-cormac-mccarthy-francis-thompson/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 03:09:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Guccini]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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<p>È morto il maestrone.&nbsp;<strong>Francesco Guccini se ne è andato lo scorso 6 agosto e io per un po’ non ho saputo cosa dire.&nbsp;</strong>Mi sembrava così squallido questo tirare per la giacca i morti, e peggio ancora mi pare il perpetuo distribuire patentini di consonanza ideologica tra artisti e ascoltatori (specie se si tratta, in quest’ultimo caso, di politici). Insomma, a farmi senso era il senso del possesso che fu prealessandrino manifestato da qualche inscalfibile detentore della verità cogl’artigli conficcati nella carcassa del maestrone.</p>



<p><strong>Guccini è entrato nella mia vita che avevo diciott’anni mentre per qualche stupida ragione ero innamorato. Ovviamente era estate.</strong>&nbsp;Poi mi è rimasto addosso come quell’amico un po’ ingombrante che si ha vergogna a scarrozzarsi in pubblico: quindi lo si ascoltava in camera o in auto durante i viaggi un po’ più lunghi, o quando si tornava da Milano la sera, per cantare e combattere il sonno, oppure in compagnia di amici selezionati. Ricordo che all’inizio dell’università una ragazza bellissima che avevo visto un paio di volte mi disse che avremmo dovuto assolutamente trovarci da lei per una sessione serale di Guccini non-stop. Inutile dire che l’appuntamento decadde tristemente e quella serata non avvenne mai. Ma oltre alle scopate virtuali (molto gucciniane), Guccini era per me motivo di scandalo ai tempi della mia giovanile militanza politica.&nbsp;<strong>A destra un comunista non si può ascoltare, ma, alla fine, è quello che fanno tutti.</strong><strong></strong></p>



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<p>Durante questo mese di lutto all’italiana, si è fatto a gara per raccontare quanto si sia stati ispirati dal Guccio: c’è chi scrive poesie o canzoni pensando a lui (Dio ce ne scampi e liberi), chi ha iniziato a far politica con la&nbsp;<em>Locomotiva</em>&nbsp;in testa (peggio mi sento), chi ha intravisto una sua forse-mezza-natica per strada o in un’osteria, già ottenebrati dai fumi dell’alcol.&nbsp;<strong>Io penso che ci saremmo stati sul cazzo a vicenda, e ringrazio Dio di non avermelo fatto incontrare,</strong>&nbsp;o forse ci saremo presi a cazzotti, o per lo meno insultati pesantemente.&nbsp;</p>



<p>Ben più interessante della canzone politica gucciniana – che poi sarebbe quella che ancora oggi, chissà perché, interessa di più i nostalgici ascoltatori del maestrone – mi è sempre sembrata la canzone dal respiro più narrativo, direi epico. La tensione all’epos, in definitiva, è ciò che ha reso Guccini un poeta prima che un cantante o un cantautore. Una sorta di trovatore, un cantastorie, un cantagallo: un cantore, insomma, nella forma che precede la categoria novecentesca del cantautore.&nbsp;<strong>Guccini elabora un epos tutto rivolto all’</strong><strong><em>homo cotidianus</em></strong><strong>&nbsp;e al suo pane quotidiano</strong>, certamente non eucaristico, ma poco ci manca a formulare quella sacralità che Paolo VI – papa e santo – constatò in&nbsp;<em>Dio è morto</em>, ironicamente tacciata in Italia di blasfemia ma passata dalla radio vaticana per il suo lodevole messaggio anti-nichilista.</p>



<p>Si badi che a emergere dalla canzone di Guccini non è l’esaltazione dell’uomo qualunque, ma l’epicità dell’uomo quotidiano. La quotidianità non va confusa con il qualunquismo: il barbone, il vecchio anarchico, il padre, il nonno, l’oste, il ferroviere, il partigiano, il ragazzo di provincia, il professore, il cantastorie non sono il prodotto della casualità ma la conversione dell’archetipo e quindi la formulazione di una mitologia. Dire che «gli eroi son tutti giovani e belli» è, nel concreto, un’assurdità talmente plateale che è la restante produzione testuale di Guccini stesso a smentirla – anzi, a stroncarla sul nascere. Tanto che, ben più del giovane ventenne lanciato a bomba contro l’ingiustizia, ad aver fascino epico sono personaggi apparentemente insulsi, materia da osteria, macchiette da ombra di vino – così pure gli eroi estrapolati dall’epos preesistente sono tutt’altro che testimonianze di kalokagathia: Cirano è un nasone impertinente, burbero e testardo; Chisciotte un vecchio pazzo innamorato di una puttana.&nbsp;</p>



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<p><strong>Quel suo incedere sornione e beffardo, la risatina alcolica, l’ironia sprezzante non sempre raffinata ma sempre affilata: Guccini è un aedo da cloaca maxima, da osteria lurida, festosa, poco più che fievolmente illuminata.</strong>&nbsp;È poi, ancor più importante, aedo della provincia profonda. Alle città, ad esempio, più o meno grandi – da Istanbul a Venezia passando per Bologna – guarda con gli occhi del fanciullo di provincia che alla frenesia metropolitana preferisce i ritmi sinuosi della poesia. Le vicende – tanto care alla letteratura di sinistra – di dipendenti alienati e operai militanti, vengono rimpiazzate da Guccini (che tutto sommato resta un socialista padano) con enormi amorucoli di frontiera, di soglia, di fermata, di autogrill.</p>



<p>Ma mi pare che il caso più lampante della portata epica di Guccini sia rappresentata da una canzone relativamente poco entusiasmante. Quando mio padre scoprì che avevo cominciato ad ascoltare alcune canzoni di Guccini (a quell’età si ascoltano le canzoni d’amore come&nbsp;<em>Vorrei</em>&nbsp;e<em>&nbsp;Quattro stracci</em>, che infatti erano le mie preferite, e quelle ‘politiche’ e più idealiste come&nbsp;<em>Don Chisciotte</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Cirano</em>),&nbsp;<strong>volle farmi sentire&nbsp;</strong><em><strong>Il vecchio e il bambino</strong></em><strong>. Probabilmente anche lui non la ascoltava da tempo, perché la ricordava più entusiasmante.</strong>&nbsp;La canzone racconta il viaggio di un vecchio e un bambino attraverso una piana desolata, un paesaggio quasi post apocalittico dominato da polvere rossa e torri di fumo. Il vecchio, piangendo, ricorda un passato in cui quella stessa pianura era fertile, verde e piena di alberi, fiori, animali, pioggia e vita umana. Cerca di trasmettere al bambino l’immagine di quel mondo scomparso, ma il bambino, che non l’ha mai conosciuto, non riesce a distinguerlo dalla fantasia: «Mi piaccion le fiabe, raccontane altre».&nbsp;</p>



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<p><strong>Ultimamente ho riascoltato </strong><em><strong>Il vecchio e il bambino </strong></em><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/"><strong>e mi è venuta in mente la poesia di Francis Thompson </strong><em><strong>The poppy </strong></em><strong>(</strong><em><strong>Il papavero</strong></em><strong>). Il papavero di Thompson corrisponde all’iconografia tradizionale di caducità e fragilità del tempo e della memoria.</strong> </a>Un uomo e una bambina camminano insieme al crepuscolo, tenendosi per mano: fra loro stanno, invisibili, vent’anni di distanza. La bambina gli offre un papavero — un nomade stremato, cotto dal sole — con la naturalezza dell’infanzia. L’uomo, invece, vi riconosce immediatamente la precarietà dell’amore, della giovinezza e della vita. Nel finale Thompson affida alla poesia stessa la possibilità di sottrarre qualcosa alla distruzione del tempo: ciò che la vita consuma può sopravvivere nella rima e nel ricordo.</p>



<p><strong>“Il fiore del sonno culla la testa sul grano:</strong><strong><br>la testa gravida di sogni, come il grano di pane.<br>Il mietitore falcia il granturco e il nomade scottato dal sole.&nbsp;<br>Il Tempo falcia il mietitore.</strong></p>



<p><strong>Appendo fra gli uomini la mia inutile testa.</strong><strong><br>Il mio frutto i sogni. Il loro, il pane.<br>Uomini buoni e il nomade adombrato dal sole&nbsp;<br>mieterà il Tempo. Ma dopo il mietitore,<br>il mondo falcerà il dormiente: me.</strong></p>



<p><strong>Amore! Amore! Il tuo fiore di sogni appassiti</strong><strong>&nbsp;</strong><strong><br>nei miei versi giace sicuro<br>riparato e rinchiuso in un angolo di rima<br>dal mietitore uomo e dal suo mietitore Tempo.</strong></p>



<p><strong>Io cado, amore! Cado tra le unghie del Tempo</strong><strong>&nbsp;</strong><strong><br>ma si salva nei miei versi<br>tutto ciò che il mondo sa di me:<br>i miei sogni appassiti.”</strong></p>



<p><strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">(Francis Thompson, </a></strong><em><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/"><strong>Il papavero</strong></a></em><strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">, da </a></strong><em><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/"><strong>Primo alfabeto stellare</strong></a></em><strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">, Magog 2026)</a></strong></p>



<p>Questa specifica poesia era cara a Cormac McCarthy, che ne riporta un verso nei suoi appunti, conservati presso le Wittliff Collections e studiati da Michael Lynn Crews in&nbsp;<em>Books are made out of books</em>, l’accuratissima guida all’intertestualità mccarthiana. In particolare, la poesia è citata tra le note relative a&nbsp;<em>Suttree</em>&nbsp;– parliamo dunque del decennio 1975-1985 tra la stesura e la pubblicazione di quello che è considerato l’opus magnus di McCarthy.&nbsp;<strong>Ma dello scrittore americano è certamente più noto al grande pubblico&nbsp;</strong><em><strong>The road</strong></em><strong>, “La strada”, uscito nel 2006 e premiato l’anno seguente con il Pulitzer (sia mai che a un così immenso autore venga conferito un Nobel). Nel romanzo, un uomo e il figlio attraversano la landa desolata degli States, colpiti da una catastrofe non meglio precisata.&nbsp;</strong>La vegetazione è quasi scomparsa, il cielo è oscurato dalla cenere, le città sono ridotte a rovine e i pochi esseri umani rimasti sono spesso diventati predatori e cannibali. Padre e figlio procedono verso sud, spingendo un carrello con le poche cose che possiedono, mentre il padre cerca soprattutto di trasmettere al bambino una ragione per continuare a vivere: sono i ‘buoni’ perché sono quelli che «portano il fuoco».&nbsp;</p>



<p>Un sottile filo poetico — epico, ma anche profondamente lirico — unisce non tanto la qualità stilistica né tantomeno il valore autoriale dei tre, bensì il comune senso di trasmissione della bellezza, della giustizia.&nbsp;<strong>In scenari diversi, tutti apparentemente affaticati dalla realtà circostante, Guccini, Thompson e McCarthy indicano la tradizione</strong>&nbsp;– nel suo significato più puro – come cardine irrinunciabile di una società che vuole immaginare che, anche dopo il crepuscolo, ci sia il sole.&nbsp;</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong><strong></strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>Francesco Guccini,&nbsp;</strong><em><strong>Il vecchio e il bambino</strong></em><strong></strong></p>



<p>Un vecchio e un bambino si preser per mano<br>E andarono insieme incontro alla sera<br>La polvere rossa si alzava lontano<br>E il sole brillava di luce non vera</p>



<p>L&#8217;immensa pianura sembrava arrivare<br>Fin dove l&#8217;occhio di un uomo poteva guardare<br>E tutto d&#8217;intorno non c&#8217;era nessuno<br>Solo il tetro contorno di torri di fumo</p>



<p>I due camminavano, il giorno cadeva<br>Il vecchio parlava e piano piangeva<br>Con l&#8217;anima assente, con gli occhi bagnati<br>Seguiva il ricordo di miti passati</p>



<p>I vecchi subiscon le ingiurie degli anni<br>Non sanno distinguere il vero dai sogni<br>I vecchi non sanno, nel loro pensiero<br>Distinguer nei sogni il falso dal vero</p>



<p>E il vecchio diceva, guardando lontano<br>“Immagina questo coperto di grano<br>Immagina i frutti e immagina i fiori<br>E pensa alle voci e pensa ai colori</p>



<p>E in questa pianura, fin dove si perde<br>Crescevano gli alberi e tutto era verde<br>Cadeva la pioggia, segnavano i soli<br>Il ritmo dell&#8217;uomo e delle stagioni”</p>



<p>Il bimbo ristette, lo sguardo era triste<br>E gli occhi guardavano cose mai viste<br>E poi disse al vecchio con voce sognante<br>“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre”</p>
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		<item>
		<title>“Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis Thompson </title>
		<link>https://www.pangea.news/francis-thompson-opera-solzi-gaboardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 03:58:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Thompson]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.</p>



<p><strong>Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene cacciato dal seminario per la troppa indolenza.&nbsp;</strong>Per troppa indolenza non completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia londinese.&nbsp;<strong>Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio.</strong>&nbsp;Risanato in una prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.</p>



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<p>La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica e di strumenti.</p>



<p>L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Notturno”</em></strong>. <strong><em>Opera in un atto</em></strong></p>



<p><em>Personaggi</em>:</p>



<p>Francis, un poeta<br>Un fantasma<br>Una donna<br>Il Veltro del Paradiso (coro)</p>



<p><em>Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross</em></p>



<p><em>Scena 1</em></p>



<p>Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.</p>



<p><em>Scena 2</em></p>



<p>Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Addio, putridi mattoni di Bristolia,<br>amanti di Mammona, adoratori<br>del dio Inganno! Aveta cacciato&nbsp;<br>il ragazzo che cantava antichi miti:&nbsp;<br>preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.<br>Addio, idioti politici ubriaconi,<br>connaturati all’opera della Corruzione!<br>Io vado dove spirano inni celesti<br>ma voi, nel giorno della dipartita,<br>sprofonderete negli inferi. Addio<br>madre carissima, custodisci la mia<br>angosciata anima, non permettere<br>che la travolgano i flutti della Distrazione.<br>Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:<br>perdona questo estremo atto di viltà.”</strong></p>
<cite>(Thomas Chatterton<em>, Last verses</em>)</cite></blockquote>



<p><em>Scena 3</em></p>



<p>Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare, chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.&nbsp;</p>



<p><em>Intermezzo strumentale</em></p>



<p><em>Scena 4</em></p>



<p>Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.</p>



<p><em>Scena 5</em></p>



<p>Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si deve ai figli.</p>



<p><em>Intermezzo musicale</em></p>



<p><em>Quadro secondo: La casa della donna</em></p>



<p><em>Scena 6</em></p>



<p>Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non ancora spedite:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A Mr Meynell<br>Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. / Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.<br>Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella progenie bastarda della natura e dell’arte.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in lacrime.</p>



<p><em>Scena 7</em></p>



<p>La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:</p>



<p><strong>“Laggiù, in una grotta,&nbsp;<br>senza culla per giacere,<br>il bimbo Gesù la dolce testolina&nbsp;<br>fa riposare.</strong></p>



<p><strong>Le stelle nel cielo&nbsp;<br>guardano giù&nbsp;<br>e il bimbo Gesù<br>dorme sul fieno.</strong></p>



<p><strong>Il bestiame muggisce&nbsp;<br>il bambino si sveglia,<br>ma il bimbo Gesù non piange.</strong></p>



<p><strong>Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,<br>resta alla mia culla&nbsp;<br>fino al mattino.”</strong></p>



<p>(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)</p>



<p><em>Scena 8</em></p>



<p>Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,&nbsp;<br>come me timido e piccino?&nbsp;<br>Come ti sentivi fuori dal Paradiso,&nbsp;<br>come me?&nbsp;<br>Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?&nbsp;<br>Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?&nbsp;<br>Penso che avrei pianto, al tuo posto,&nbsp;<br>per la mia casa fatta di cielo:&nbsp;<br>avrei guardato l’aria&nbsp;<br>mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli&nbsp;<br>mi sarei agitato al risveglio:&nbsp;<br>non c’è un angelo a vestirmi!&nbsp;<br>Avevi giocattoli&nbsp;<br>come noi bambine e bambini?&nbsp;<br>E con gli angeli più piccoli&nbsp;<br>giocavi in Paradiso&nbsp;<br>con le stelle come biglie?&nbsp;<br>Gli angeli giocavano a bubù-settete&nbsp;<br>nascondendosi dietro le proprie ali?&nbsp;<br>E tua Madre ti permetteva di conciarti&nbsp;<br>i vestiti giocando per terra?&nbsp;<br>Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,&nbsp;<br>in Paradiso: erano di un bel blu pulito!&nbsp;<br>Non puoi aver dimenticato tutto&nbsp;<br>quel che si prova a essere piccoli:&nbsp;<br>e sai che non posso pregare te&nbsp;<br>come fa il mio papà.&nbsp;<br>Quando eri così piccolo, dimmi,&nbsp;<br>avresti parlato come il tuo Papà?&nbsp;<br>Scendi allora come un bimbo piccino&nbsp;<br>ascolta le parole di un bimbo come te&nbsp;<br>prendimi per mano e camminiamo&nbsp;<br>ascolta i miei discorsi da bambino.&nbsp;<br>A tuo Papà mostra la mia preghiera&nbsp;<br>(Lui guarderà: sei così bello!)&nbsp;<br>e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,&nbsp;<br>porto la preghiera di un piccino’.&nbsp;<br>E Lui sorriderà perché le parole dei bambini<br>non sono cambiate da quando eri giovane”.&nbsp;</strong></p>
<cite>(Francis Thompson, <em>Piccolo Gesù</em>, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)</cite></blockquote>



<p><em>Scena 9</em></p>



<p>Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene, lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto mentre il Veltro intona:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso <br>non per ferirti <br>ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia <br>e tutta la tua infanzia perduta <br>la conservo in Casa, per te. <br>Alzati, dammi la mano e vieni. <br>Sosta presso me</strong> <br><strong>(…) </strong></p>



<p><strong>Ingenuo, cieco, debole: <br>io sono ciò che cerchi. <br>Tu ricevi amore nel ricevermi.</strong></p>
<cite>(Francis Thompson, <em>Il Veltro del Paradiso</em>, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)</cite></blockquote>



<p><strong><em>Giulio Solzi Gaboardi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and Banquo”&nbsp;(1793–1794)&nbsp;</em></p>
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		<title>“Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson, il poeta amato da Cormac McCarthy</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 04:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di [&#8230;]</p>
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<p>In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato influenzato da <em>Moby Dick</em> e dai <em>Fratelli Karamazov</em>, “perché si occupano essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena pubblicato <em>Cavalli selvaggi</em> e in quell’intervista rilasciata a Richard B. Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – <strong>“<a href="https://www.nytimes.com/1992/04/19/magazine/cormac-mccarthy-s-venomous-fiction.html">Cormac McCarthy’s Venomous Fiction</a>”</strong> –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava la propria agiografia. </p>



<p>Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto. Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato <strong><a href="https://utpress.utexas.edu/9781477330845/">Michael Lynn Crews in un utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, <em>Books Are Made Out of Books</em></a></strong>, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert, Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. <strong>Tra i poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis Thompson. </strong>Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese. </p>



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<p>Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà. Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake, fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria.&nbsp;<strong>Lavorò come calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi. Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla nevralgia, il poeta visse da senzatetto:</strong>&nbsp;nella prostituta che gli diede ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Francis_Thompson_at_19-729x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107069" style="width:729px;height:auto" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Francis_Thompson_at_19-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Francis_Thompson_at_19-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Francis_Thompson_at_19-600x843.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Francis_Thompson_at_19.jpg 769w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /><figcaption class="wp-element-caption">Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907)</figcaption></figure>



<p>Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –, direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –, s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle: nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi <em>Poems</em>; presto si diffuse la notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli. Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle <em>Poesie</em>. Più di recente, si deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000 esce per l’Editrice C.R.T. <em>Il Segugio del Cielo e altre poesie</em>, volume ora irreperibile. <strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come <em>Primo alfabeto stellare</em>. </a></strong></p>



<p>Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida teologia. Il poemetto più noto di Thompson,&nbsp;<em>The Hound of Heaven</em>&nbsp;– reso con genio da Solzi Gaboardi come&nbsp;<em>Il Vetro del Paradiso</em>, memorabile l’incipit: “Fuggo da Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei capisaldi mistici di&nbsp;<em>Meridiano di sangue</em>. In Thompson, in effetti, l’entità divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese – insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (<em>A un poeta che rompe il silenzio</em>), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (<em>In virtù della tua legge</em>) ci fende con celestiale ferocia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore<br>dal nutrimento di ogni delizia<br>e doma con un buio tremendo<br>chi giunge in ritardo<br>al Suo richiamo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Tra tutte, McCarthy amava&nbsp;<em>The Poppy</em>, “Il papavero”. Negli anni in cui scrive&nbsp;<em>Suttree</em>&nbsp;– rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba, “un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/ risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="596" height="882" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9781477330845.avif" alt="" class="wp-image-107070" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9781477330845.avif 596w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9781477330845-203x300.avif 203w" sizes="(max-width: 596px) 100vw, 596px" /></figure>



<p>La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats – un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton, Thompson era il maggior poeta della sua generazione;&nbsp;<strong>Tolkien confessò al figlio Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel 1913.</strong>&nbsp;Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson. Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio biografico su Sant’Ignazio di Loyola.&nbsp;</p>



<p>Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva</em></p>
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		<title> “Cercami negli asili del Paradiso”. Vita &#038; versi di Francis Thompson</title>
		<link>https://www.pangea.news/francis-thompson-giulio-soldi-gaboardi/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:06:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Thompson]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intera produzione poetica di Francis Thompson si può riassumere con un’immagine, un’idea, il suo epitaffio: “Look for me in the nurseries of Heaven”, Cercami negli asili del Paradiso. Una meta irraggiungibile, prima rifuggita e poi desiderata dal poeta eternal child. L’oggetto ossessivo della sua ricerca poetica e umana è un paradiso feroce e al contempo armonioso, come un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’intera produzione poetica di <strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">Francis Thompson</a></strong> si può riassumere con un’immagine, un’idea, il suo epitaffio: “Look for me in the nurseries of Heaven”, <em>Cercami negli asili del Paradiso</em>. Una meta irraggiungibile, prima rifuggita e poi desiderata dal poeta <em>eternal child</em>. L’oggetto ossessivo della sua ricerca poetica e umana è un paradiso feroce e al contempo armonioso, <strong>come un compimento del perpetuo travaglio della vita di un poeta che riassume in sé la follia disperata di Dino Campana e il genio visionario di William Blake.</strong> La poesia di Thompson si caratterizza per la sua arcaicità non posticcia, ma per lui così naturale. Il suo vocabolario, che a prima vista può risultare obsoleto, o comunque eccessivamente sontuoso e arcaizzante, è l’unico strumento che Thompson possegga per ritrovare una temporalità adatta alla sua esigenza di fuggitivo del mondo. </p>



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<p>Le arti non letterarie, specialmente la musica e la pittura, incidono fortemente sulla poesia di Thompson. La sua ritmica è sempre tesa a una forte musicalità, inserita in un sostanziale rispetto dei criteri formali della poesia anglofona, gioca con la rima, le iterazioni, le anafore. L’immagine thompsoniana è colorata, sfumata: spiazza sempre, che sia cruda o sublime.&nbsp;<strong>Veleggia dalla concretezza della carogna di un cane squarciato sulla strada alla magia di un tramonto, o di un incontro serale con la donna amata.&nbsp;</strong>Le donne di Thompson, a questo proposito, incarnano tutte le caratteristiche della&nbsp;<em>domina</em>&nbsp;dantesca, dalla donna angelicata (fino ad essere donna angelo,&nbsp;<em>medium</em>&nbsp;per l’accesso all’irraggiungibile meta paradisiaca) alla donna petra, crudele, dura, quasi infernale. Non a caso, l’influsso dantesco – come di molta altra letteratura medievale – è evidentissimo nell’immaginario del poeta.&nbsp;</p>



<p>In Italia, Thompson viene stampato per la prima volta nel 1925 dai fratelli Treves. Maura Del Serra traduce e cura, nel 2000,&nbsp;<em>Il Segugio del Cielo e altre poesie</em>, per Crt, corredandolo di una nota preziosa nota introduttiva. Poi, il nulla. Piacque a Giorgio Manganelli, che lo definì un “<em>maudit&nbsp;</em>miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”. Nel mondo anglofono, Thompson fu amato da G.K. Chesterton e da Tolkien, e quest’ultimo lo considerò influente nella stesura delle sue opere. Era caro a Cormac McCarthy, che dalla poesia&nbsp;<em>The poppy&nbsp;</em>trasse ispirazione per&nbsp;<em>Suttree</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="690" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1397_6.jpg-690x1024.webp" alt="" class="wp-image-106864" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1397_6.jpg-690x1024.webp 690w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1397_6.jpg-202x300.webp 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1397_6.jpg-600x890.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1397_6.jpg.webp 728w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /></figure>



<p>Nasce il 18 dicembre 1859 a Preston, nel Lancashire, Thompson, da una famiglia medio-borghese di radici cattoliche e sensibile alla dottrina del cardinale-poeta John Henry Newman. Trova nella madre, Mary Turner, il necessario incoraggiamento per dedicarsi alle arti, tra cui la musica e la pittura, che avrebbero influenzato notevolmente la sua poesia. Il padre, medico illustre, gli impone la facoltà di medicina, frequentata per otto anni all’Università di Manchester.&nbsp;<strong>Francis, nel contesto accademico, non trova grandi soddisfazioni, e anzi inizia a provare disgusto e repulsione nei momenti più crudi dell’apprendistato chirurgico, dalle dissezioni al contatto con sangue e malattie.</strong></p>



<p>Continua a coltivare la passione per l’arte e la poesia, viene bocciato agli esami più volte e sente crescere nei confronti del padre un forte senso di colpa che graverà sulla sua coscienza per tutta la vita. La morte nella madre e la costante assunzione di oppio (presto tradottasi in una vera e propria assuefazione) lo spingono ad abbandonare gli studi.&nbsp;<strong>Frizioni con la nuova moglie del padre lo porteranno a lasciare la casa paterna, prima occasionalmente, poi, l’anno successivo, definitivamente, troncando ogni rapporto con il genitore.</strong>&nbsp;È in questi anni disperati che Francis incontra i suoi salvatori. Per prima, la prostituta – rimasta anonima, nell’ombra, e amata come un angelo dal Cielo – che lo raccolse dalla strada, gli diede un giaciglio, e lo salvò da sé stesso. Quasi una figura materna, buona, santa:&nbsp;<strong>una Maddalena che raccoglie il poeta straccione da terra e lo rimette in sesto, dandogli un tetto e una speranza. Infine, i coniugi Meynell: lui, editore illuminato, lei, donna sensibile e poeta stimolante.&nbsp;</strong>La chiave di volta è il tentato suicidio di Francis.&nbsp;</p>



<p>Ignorato dal mondo letterario e allontanatosi ormai dalla sua famiglia, Thompson vive per strada, dorme sotto i ponti di Londra (tra cui quello di Charing Cross, poi allegoria del Regno celeste nella sua poesia-testamento,&nbsp;<em>In&nbsp;<a>no</a>&nbsp;strange Land</em>), ne conosce la miseria e lo squallore, la dipendenza dall’oppio si fa sempre più pervasiva e ingombrante.&nbsp;<strong>Tenta di uccidersi con il laudano, ma, prima di assumere la dose fatale, viene fermato dalla visione del giovane poeta Thomas Chatterton</strong>, che un secolo prima si era tolto la vita a diciassette anni, avvelenandosi, in un atto di protesta artistica che lo rese il mito del Romanticismo nascente. Di lì a poco incontrerà la&nbsp;<em>street girl</em>&nbsp;che lo avrebbe ospitato per sette mesi prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106865" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/31456829009.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La svolta avviene invece grazie a Wilfrid Meynell, direttore del giornale cattolico-liberale “Merry England”, a cui Thompson aveva inviato alcuni testi senza ricevere risposta. Nel 1888, “Merry England” pubblicò sulle sue pagine la poesia di Thompson&nbsp;<em>The Passion of Mary,&nbsp;</em>senza riuscire ad avvisare l’autore, essendosi quest’ultimo reso irreperibile.&nbsp;<strong>Wilfrid e la moglie Alice restano folgorati da questo bohémien: buono e dannato, senza un soldo, gli occhi spiritati, scavati in un viso scarno e diafano, la sua poesia così tesa al Paradiso e con le radici così conficcate nell’inferno.</strong>&nbsp;Nella redazione di “Merry England”<em>&nbsp;</em>(il nome della testata era ispirato al sonetto di William Wordsworth), Thompson entra a contatto con alcune delle menti più raffinate dell’Inghilterra di fine secolo, tra cui un giovane W.B. Yeats.&nbsp;</p>



<p>In quegli anni, l’attività poetica si affianca a quella giornalistica e critica, rifiuta in un primo momento l’ospitalità dei Meynell, ma la sua presenza presso di loro si fa sempre più costante, su richiesta degli stessi coniugi. Alice lo chiama “my child”, lui se ne innamora spiritualmente. Prova un grande affetto per la progenie dei Meynell, e per le figlie Monica e Madeleine compone le&nbsp;<em>Sister Songs</em>.&nbsp;<strong>Per farlo disintossicare, i Meynell spediscono Thompson inizialmente nella prioria francese di Prémontré, nel Sussex (1889-1890), dove stringe amicizia con diversi bambini, riscoprendo quella natura fanciullesca&nbsp;</strong>che lo aveva accompagnato nello stupore poetico, nell’immaginario puerile e candido delle sue visioni e delle sue liriche, in cui spesso convivono armonicamente l’innocente dolcezza dei bambini e la crudeltà della vita, quasi preludio d’inferno. Dopo una ricaduta nel tunnel dell’oppio e tornato momentaneamente alla vita di strada,&nbsp;<strong>Alice Meynell lo ricovera nell’abbazia cappuccina di Pantasaph, nel Galles del Nord (1892-1897). Quest’ultimo esilio gli permise di riconnettersi a quel duplice mondo in cui riusciva a trovare pace, tra natura e liturgia.</strong>&nbsp;Thompson, tramite queste esperienze di riscoperta spirituale e naturalistica, sviluppa una forma di panismo teologico, una<em>reductio ad Unum&nbsp;</em>che si traduce nelle sue due odi più rilevanti, composte proprio durante il primo periodo di ricovero nel Sussex:&nbsp;<em>Ode to the setting Sun</em>, poema di somma bellezza incentrato sulla figura di Cristo sofferente, che per analogia viene rappresentato come il sole che tramonta in un trionfo sanguigno e regale; e&nbsp;<em>The Hound of Heaven,&nbsp;</em>ispirato all’immagine dei segugi del tempo nel&nbsp;<em>Prometheus Unbound&nbsp;</em>di Shelley, autore investigato proprio in quell’anno da Thompson, che elaborerà in quel periodo un illuminante saggio sul poeta di&nbsp;<em>Ozymandias</em>, tratteggiandone – con grande anticipo sul resto della critica – i caratteri simbolici e metafisici.&nbsp;<a></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="696" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/copertina-thompson-696x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106866" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/copertina-thompson-696x1024.jpg 696w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/copertina-thompson-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/copertina-thompson-600x883.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/copertina-thompson.jpg 734w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>Ne&nbsp;<em>Il</em><em>&nbsp;Segugio del Paradiso</em>, Thompson mette in scena un inseguimento furibondo e allucinato, un incubo celeste. Il veltro celeste – il&nbsp;<em>tremendous Lover</em>, che rappresenta chiaramente l’amore incontenibile di Dio per le sue creature, anche quelle più restie ad accoglierlo – incede con passo sicuro e cadenzato, quasi battendo una marcia militare, mentre la fuga del poeta è scomposta, asfissiata dalla paura, dall’angoscia. Una fuga disperata con un destino già scritto.&nbsp;</p>



<p>Il rapporto di Thompson con la fede è problematico, non perché la ripudi, ma perché vissuta sempre attivamente, e mai lasciata alla sola forma. Se l’incanto per la liturgia, la musica e il mistero è determinante per la sua fede,&nbsp;<strong>ancora di più lo è un senso disperato di rompere con gli schemi ‘passatisti’ della Chiesa cattolica, aprendo invece alla contaminazione e al mistero. La sua fede è totale e totalizzante, tesa alla fascinazione e al misticismo.</strong>&nbsp;E la poesia diventa strumento liturgico, una litania, una preghiera continua, che connette la sua esperienza terrena – così meschina, ingiusta e senza speranza – alle Porte del Paradiso. Il fine ultimo di Thompson è raggiungere, un giorno, quella salvezza che sulla terra gli era stata negata. La tradizione religiosa della sua famiglia si unisce alla fascinazione per le religioni orientali e per l’ebraismo. Con i&nbsp;<em>Poems</em>, pubblicati nel 1893, ottiene un ottimo successo, mentre i&nbsp;<em>New Poems</em>, usciti due anni dopo, non vengono graditi dalla critica.&nbsp;</p>



<p>La morte lo colpisce troppo presto, consacrandolo, come spesso accade, alla leggenda, nel 1907: forse per tubercolosi, forse perché ricaduto nell’abisso.</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong></p>



<p>**</p>



<p><strong>Ode al Sole morente</strong></p>



<p><strong><em>Preludio</em></strong></p>



<p>La delizia languida del violino<br>galleggia sulle mute onde del vento,<br>le intime corde dell’arpa palpitano e intonano<br>musiche laceranti. Torturato nello spirito</p>



<p>scivola in quella struggente dolcezza, finché<br>l’anima squarciata sanguina tristezza. Il sole rosso,<br>una bolla infuocata, discende lento sulla collina<br>mentre un uccello vagheggia la fine del giorno.</p>



<p>Sole Morente, che nei giorni riverenti<br>ti immergi nella musica del tuo placido sonno,<br>nudo di onori, coronato di raggio,<br>senza inni durante il raccolto, anche se i mietitori lavorano:</p>



<p>per te questa musica non sveglia. Illuso,<br>se senti in queste illogiche armonie<br>lo spettro devoto degli adulatori predati<br>e l’eco di fiere, antiche lusinghe.</p>



<p>Ma sul terreno in cui regna, conficcata, la Croce,<br>non so quale insolita passione mi volge il capo<br>verso di te, che manovri le mie vene<br>e mostri di essere un dio non morto. Non morto.</p>



<p>Scettico per la preghiera.<br>Per il dubbio, troppo furiosamente fedele.<br>Quale dio selvaggio rende il mio cuore<br>una fonte di lacrime battesimali.</p>



<p>Il tuo raggio giace fermo, dritto sulla Croce.<br>Che segreti svelerebbe il tuo indice radioso?<br>È la chiave del tuo luminoso magistero?<br>È questo il segreto, allora? Il sacrificio?</p>



<p>Sposta dall’orecchio i riccioli ardenti e ascolta<br>un canto inaudito nei giorni del Nord.<br>Azzardato per Roma. Oscuro per la Grecia.<br>Dolce con le cose selvagge che volano, volano via.</p>



<p><strong>Francis Thompson</strong></p>



<p><em><a href="https://www.pangea.news/prodotto/primo-alfabeto-stellare/">*Giulio Solzi Gaboardi ha curato il libro di Francis Thompson, &#8220;Primo alfabeto stellare&#8221;, edito da Magog, 2026</a></em></p>



<p>In copertina: John Constable, <em>Cloud study</em>, 1830-35</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francis-thompson-giulio-soldi-gaboardi/"> “Cercami negli asili del Paradiso”. Vita &amp; versi di Francis Thompson</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il Giardiniere delle Stelle”. Francis Thompson, un Blake cattolico</title>
		<link>https://www.pangea.news/francis-thompson-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 04:23:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Meynell]]></category>
		<category><![CDATA[Chesterton]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Thompson]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fin dal viso, alterato da una sensibilità da spettro, se ne poteva dedurre il destino. Nato il 16 dicembre del 1859 a Preston, in una famiglia di medici convertitasi alla chiesa cattolico romana, Francis Thompson, a scuola, camminava radente i muri, si ritirava in biblioteca appena poteva, vestiva funereo, di nero, con giacche dal bavero [&#8230;]</p>
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<p>Fin dal viso, alterato da una sensibilità da spettro, se ne poteva dedurre il destino. Nato il 16 dicembre del 1859 a Preston, in una famiglia di medici convertitasi alla chiesa cattolico romana, <strong>Francis Thompson</strong>, a scuola, camminava radente i muri, si ritirava in biblioteca appena poteva, vestiva funereo, di nero, con giacche dal bavero alzato e capelli scombinati. Gli davano dello strambo, da subito dimostrò doti superiori nel comporre versi. Non era raro che lo prendessero in giro. Naturalmente, il padre preferì per lui una carriera in ambito medico: Francis fallì i propositi, studiò per otto anni all’università di Manchester senza prendere la laurea; Oxford non lo accolse tra i suoi, era troppo strano. “Gli piacevano le opere di Eschilo, si trovava in sintonia con i libri di William Blake; la madre gli aveva regalato le <em>Confessioni di un oppiomane</em> di Thomas De Quincey, che divenne la sua tragica guida esistenziale” (Everard Meynell).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="811" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML-811x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92953" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML-811x1024.jpg 811w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML-238x300.jpg 238w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML-768x970.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML-600x758.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81h3FCacOML.jpg 855w" sizes="(max-width: 811px) 100vw, 811px" /></figure>



<p>Ripudiato dal proprio tempo, <strong>dal 1885 Thompson scelse di stare a Londra, di vivere da poeta. Non aveva un soldo, aveva imparato, a medicina, le straordinarie facoltà dell’oppio,</strong> a cui fu iniziato per sedare continui mal di testa e attacchi nervosi. Ne divenne quasi subito dipendente. A Londra lavorò presso un calzolaio a cui faceva compassione quell’affusolato, lirico oppiomane; poi si provò come libraio, finì a vendere fiammiferi, in mezzo alla strada, abbozzando qualche verso su carte occasionali. Per tre anni, dormì dove capitava: cullò l’idea di uccidersi. Secondo la leggenda, gli apparve in sogno Thomas Chatterton, l’Antinoo della poesia romantica inglese, suicida a 17 anni, intimandogli di non fare la sua fine. Di certo, una prostituta lo tirò via dalla strada, ospitandolo.</p>



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<p>Questo precursore dei punk più esangui, sfogliava la Bibbia traendo spunti per poesie apocalittiche, dove Iddio appare come un molosso, un carnefice. <strong>Una poesia pubblicata nel 1888 su una rivista di second’ordine, attirò l’attenzione di Alice Meynell, suffragetta, poeta, fervente cattolica, e del marito, Wilfrid, editore di genio. Per Francis Thompson fu una grazia:</strong> i Meynell adottarono il lirico senzatetto, fecero di lui un idolo, una specie di Messia verboso che aveva sperimentato gli autentici inferi dell’uomo, il Blake cattolico. Sotto i loro auspici, Thompson pubblicò il primo libro, <em>Poems</em>, nel 1893: tra i suoi più clamorosi supporter, spiccavano Coventry Patmore e George Meredith.</p>



<p>Thompson, dalla sua, puro ispirato, continuò la vita apolide: per un po’ visse nel monastero francescano di Pantasaph, in Galles; scrisse una vita di Ignazio di Loyola e un lungo saggio sulla poesia di Shelley. <strong>“Nonostante la tempra ascetica e la predisposizione alla mistica, Thompson si svagava guardando le partite di cricket, di cui divenne esperto”,</strong> scrive di lui Everard Meynell, figlio di Alice e di Wilfrid, autore, nel 1913, di una <em>Life of Francis Thompson</em>. <strong>La morte, per tubercolosi, nel novembre del 1907, in effetti, garantì al poeta l’ascesa nell’ambito del mito.</strong> I ricordi si fecero agiografici, i giudizi viziati dall’entusiasmo che si prova al cospetto di un santo. Secondo Gilbert Keith Chesterton, “Francis Thompson è stato il più grande poeta in lingua inglese dei tempi di Browning”; lo definì, con rapinosa arguzia, “un timido vulcano”. Tolkien acquistò il volume delle sue opere nel 1913, rimanendone folgorato. In Italia l’opera di Thompson arriva quasi subito – nel 1925 i Treves stampano un’edizione delle <em>Poesie</em> – e quasi subito scompare: nel 2000 Maura Del Serra cura per Crt <em>Il segugio del cielo</em> e altre poesie. Piaceva a Giorgio Manganelli, che in un articolo del 1948, <em>I poeti miracolati della nuova Inghilterra</em> – ora pubblicato come appendice alle <em>Poesie</em> di Gerard Manley Hopkins, Einaudi, 2022 – lo dice <strong>“<em>Maudit</em> miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”,</strong> prossimo proprio a Hopkins, ma “il più avventuroso di questi poeti cattolici”. Sepolto a Kensal Green, per la sua lapide scelse un verso, “Cercami tra gli asili del Paradiso”. Conosceva la riservatezza, la trafittura del sottosuolo, lo stigma dell’amore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="720" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/967-720x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92954" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/967-720x1024.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/967-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/967-600x854.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/967.jpg 759w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong><em>Il Mastino del Paradiso</em></strong></p>



<p>Fuggo da Lui, lungo le notti, scoscendo nei giorni;<br>Fuggo da Lui lungo le alberature degli anni;<br>Fuggo da Lui per i labirinti della mente<br>le lacrime sono una seminagione di nebbie<br>mi nascondo da Lui, acquazzone di risa in corsa.<br>Accelero, sopravanzo speranze e avventi,<br>sparato, precipito,<br>presso tenebre titaniche: la paura, fanghiglia<br>di quei Piedi che continuano a inseguirmi<br>camminano senza fretta<br>con ritmo imperturbabile<br>velocità calcolata, maestosa istanza,<br>battono – e la Voce schiocca, chioccia,<br>più rapida dei Piedi –<br>“Tutto ti tradisce perché mi tradisci”. [&#8230;]</p>



<p>Nudo attendo la trafittura del Tuo amore!<br>A brandelli hai fatto la mia armatura<br>mi hai colpito al ginocchio<br>sono inabile, indifeso.<br>Credo di aver dormito: al risveglio<br>leccornia di sguardi, spoglio di sonno.<br>Nella rapinosa lussuria dei miei poteri giovani,<br>ho scaraventato le ore cardinali<br>ho cagliato la vita, maculata di colpe,<br>tra le polvere dei tumultuosi anni –<br>storpiata gioventù, morta nel mucchio.<br>Crepitio di giorni andati in fumo,<br>esplosi come il sole inghiottito dal fiume,<br>tutto è fallo, fallisce: il sogno<br>è la lebbra del sognatore; il liutaio storpia la viola;<br>perfino le fantasie dai fiori intrecciati,<br>corona che risuona al mio polso,<br>cedono; nodi troppo deboli<br>per sopportare tale afflizione.<br>Ah! Davvero il Tuo amore<br>è questo piano d’erba amaranto<br>che non sopporta fiori?</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Le armonie del dolore</em></strong></p>



<p>A sera, quando gli alberi sono irrigiditi e smunti,<br>e le pure forme del giorno che si dilegua come acqua,<br>sembrano appesantite dalla spettrale foglia del cielo:<br>ai miei crudi pensieri rispondono<br>i funebri stendardi di fiacche effigi;<br>lungo quell’ora in cui le antiche cose morte sembrano più morte<br>e la loro morte è istantanea e immortale,<br>quando la carne si torce, si agita in me<br>il bimbo di una calamità mai nata,<br>prima che il moto sia segnato in fronte.<br>Il morto dolore e quello non nato si mescolano<br>quello presente si fa pressante<br>ed entrambi sono Adesso più di ogni Adesso possibile.<br>L’anima squarcia il suo polmone come un sacco<br>e prende a contendere con il Cielo:<br>“Leva da me il calice dell’orrore in arrivo,<br>oppure svuotalo o comandami di non scolarlo!”.<br>Chiedo perché chiedere è vano,<br>dolore entro dolore nella supposta antifona,<br>l’anima trasmigra tra i sofferenti e così rivive:<br>in nuova pena s’incarna, incantata, la solita pena.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Per la morte di un astronomo</em></strong></p>



<p>Innamorato stellare, verso le stelle sei andato:<br>ora sei ciò che per anni hai ammirato!<br>Varcate le sbarre del giardino d’oro<br>sei al cospetto del Giardiniere delle Stelle.</p>



<p>Lei, ciglia lunari<br>sette stelle fanno sette gioie,<br>sette luci per sette dolori;<br>lei, pari alla Galassia,<br>luce riassunta in purezza –<br>quando l’hai scoperta<br>astronomo? Quando dalla mano<br>è caduto il telescopio<br>ti sei accorto della più bella stella. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Tramonto</em></strong></p>



<p><em>Su “Feuilles d’Automne” di Victor Hugo</em></p>



<p>Amo la sera, onesta e senza passione,<br>quando sulle rovine i raggi si attorcigliano<br>in foglie folgoranti;<br>la nebbia scalfisce scogli di fuoco, a strapiombo,<br>e mille scaglie solari scheggiano l’azzurro<br>degli arcipelaghi nuvolosi.</p>



<p>Le nuvole si muovono<br>accatastate dal gesto superbo dei venti<br>forme inconsuete si accordano<br>pallide fiamme si levano tra le loro onde<br>come se il gigante dell’aria soffiasse<br>lì per lì una spada elementare.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Casolare della schiavitù</em></strong></p>



<p>I</p>



<p>Quando percepisco la celestiale mietitura di Amore<br>ritorno alla vicissitudine delle nuvole:<br>lo spirito immoto non le ama, preferisce<br>la stagione del sangue imperfetto;<br>quando capisco che il vate vaga<br>ammutolito sotto l’orda di stelle insignificanti,<br>e non ammette il bacio di Urania,<br>le audaci ali del canto sbriciolano la voliera dei sensi;<br>quando comprendo che lo spirito spiega le vele<br>troppo tardi sopra oceani rigorosi e ripidi<br>e il capitano è costretto ad annullare la traversata<br>perché flotte annegano nei regni profondi;<br>mi disprezzo per aver creato emblemi tanto strani:<br>l’arguzia di un genio per i giochi di un ragazzo.</p>



<p>II</p>



<p>L’arca dello spirito è sigillata con mera argilla<br>era già vecchia quando Menfi partorì un ricordo;<br>la mano pontificia quale chiusura<br>deve ancora scardinare? Non l’oceano<br>che ha scemato Egitto e la sua guerra,<br>né i tumuli sprofondati nel deserto.<br>I piedi di Amore sono di fango, affaticati<br>dal viaggio e il canto ha capelli luminosi, ali di polvere.<br>Amore deve indossare la rinuncia: mangia<br>di fretta e si aggira con le gambe bendate:<br>chi potrà fermarti lungo la via dolorosa?<br>Ah, canzone, quali abbracci santificano la tua ferita!<br>Giacobbe ha penato sette anni<br>per ardere nel bacio di Rachele.</p>



<p><strong><em>Francis Thompson</em></strong></p>
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