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	<title>filosofi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Su Paul Valéry, ovvero: discorso contro il monoteismo della ragione e l’estetica da geometra</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 07:53:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>All’apice della “crisi dello spirito”, dopo la Seconda Guerra mondiale, cosa fa il grande Valéry, questo amico fraterno di Pitagora e Cartesio? Per salvare le sorti della civiltà o della cultura, dell’arte e della letteratura, fa appello a una massiccia iniezione di pensiero, spirito e alle creazioni della mente. Vagheggia un tempo libero ideale. Un’interiorità anti-mondana, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>All’apice della “crisi dello spirito”, dopo la Seconda Guerra mondiale, cosa fa il grande Valéry, questo amico fraterno di Pitagora e Cartesio? Per</strong><strong> salvare le sorti della civiltà o della cultura, dell’arte e della letteratura, fa appello a una massiccia iniezione di </strong><strong><em>pensiero</em></strong><strong>, </strong><strong><em>spirito </em></strong><strong>e alle creazioni della </strong><strong><em>mente.</em></strong> Vagheggia un tempo libero ideale. Un’interiorità anti-mondana, affine alla disposizione di Proust. Un training intellettuale quotidiano fatto di rinunce, igiene. Un’oasi salutare. Un porto sicuro che mettesse fine, qua giù e ora, al periplo della caotica esistenza mondana: “il solo modo di preservare integra la libertà dello spirito… quella vacanza interiore, quieta, in cui lo spirito, sciolto dagli obblighi sociali e spogliato della propria personalità, è libero di occuparsi unicamente di se stesso”, in cui si “può produrre delle formazioni pure come cristalli”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Figlio di una duplice matrice – il paganesimo del razionalismo greco e l’armonizzazione utilitaristica delle passioni invocata dai <em>philosophes </em>francesi del Settecento, e questo benché egli li detestasse – Valéry fu indubbiamente attratto dall’<em>Odissea </em>e i suoi eroi della ragione, della mente. </strong>Dal poema dell’interiorità e dello spirito. E non certo dall’<em>Iliade</em>, il poema della forza, dei sensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu dunque solo un <em>angelo</em> stregato dal sensibile. Il suo “piacere delle apparenze” era viziato da una disposizione platonica. La scuola mediterranea a cielo aperto, da cui ha sempre preteso di aver imparato ad abbracciare la vita in tutta la sua ambigua complessità, a non disdegnare persino la visione dell’orrido, in realtà è una pura <em>niaiserie</em>, poiché: “se da un lato disgusta l’animo, dall’altro appaga l’occhio e l’intelletto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sordido, il disgustoso, viene esaurito ed espresso in una gamma che va dal negativo al positivo, a una superiore conciliazione. <strong>La parte negativa è inglobata in un mondo ordinato, positivo, un’armonia attraverso violente disarmonie. Un punto d’osservazione più <em>elevato </em>in cui le disarmonie sono percepite come contributi a una più ampia armonia.</strong> Ma questo è puro Goethe, o Spinoza. L’appagamento dell’occhio, anche nella visione dell’orrido, e nel piacere delle apparenze, in Valéry sono puramente oculari, platonici, intellettuali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fu un adoratore dei sensi, ma <em>en philosophe</em>, solo da lontano. L’orizzonte della sua percezione non concederà mai nulla al primato sensibile del tatto e del corpo. <strong>Solo alla vista, all’ideale e al mentale, concederà tutto. A quegli occhi che, direttamente collegati al cervello, alla mente, sono la sua unica parte esposta, all’aria aperta, esteriore, visibile.</strong> E rappresentano il vedere, il “conoscere ogni cosa” dei greci, la loro “mente superiore”. Quel sapere che permette di costruire una nuova realtà che non esiste <em>in natura.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo proclamata sovrana l’intelligenza, bandita l’ingenuità, i sentimenti e le passioni, l’orizzonte intellettuale di Valéry non poteva che sigillare la regione apollinea, un politeismo raggiante, diurno, che potesse sottomettere: “la macchina corporale al controllo della mente”. <strong>Al pari del suo Monsieur Teste, egli opponeva all’esteriorità una rigorosa ipostasi intellettiva, una mente artificiale padrona di sé, impermeabile alle passioni e a ogni impura regressione animalesca. Una tendenza austeramente puritana alla rinuncia e alla mortificazione. Un rifiuto ostinato dei piaceri mondani.</strong> Un ascetismo intellettuale che vede nell’uomo concreto un vaso impuro, un ammasso di peccato e corruzione. Se tutti gli uomini sono dannati, è necessario estirpare da sé ogni desiderio <em>naturale</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la concezione, e la gabbia, cui Valéry sottopose sempre la propria intuizione poetica. A una disposizione ascendente del pensiero. Al punto che nelle sue opere troviamo continuamente perle come queste: “il reale avrebbe contenuto le idee, mentre lo spirituale avrebbe, forse, nobilitato le azioni”. E benché una <em>riduzione</em> completa si rivelava improponibile, ed egli ammettesse a malincuore l’impossibilità di vivere costantemente come M. Teste, questi sarà nondimeno un ideale cui almeno <em>tendere</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fattosi insularità interiore, ritiro intellettuale, dubbio corrosivo al servizio di un impietoso rigore scientifico, egli amerà gli inni al digiuno, per cui farà suo quello di Prudenzio: “E quando avrà sconfitto il desiderio e la bramosia, allora lo spirito trionferà da dominatore”.</strong> Degno rappresentante delle gelide dissezioni anatomiche dei critici francesi del Settecento, egli consigliava, prima di maneggiare tutto ciò che è impuro, una profilassi da chirurgo. E cosa aspettarsi da chi, come lui, riusciva a estrarre da sé, indifferentemente e a comando, a orari prefissati, dalle 5 alle 8 del mattino, il meglio dei suoi pensieri, come solo potrebbe un anatomista, <em>a freddo</em>? Con un esercizio intellettuale che si volgeva in semplice macchina conoscitiva, fatta di chiarezza, rigore e classificazione pura.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino il mare, da lui così adorato e usato come metafora, è quel fenomeno che amerà da semplice spettatore, al riparo di una terrazza o di un balcone: “per me non vi è spettacolo che valga quello che si può scorgere da una terrazza o da un balcone ben disposto sopra un porto”. <strong>Il mare, <em>terrae incognitae</em>, muta in spettacolo per un <em>flâneur.</em> Al riparo di un luogo, la rada del porto, da cui assistere con l’insaziabilità del suo occhio intellettuale:</strong> “al maestoso arrivo delle navi e al brulicante traffico di merci che anima la vita portuale… per spaziare liberamente tra l’umano e l’inumano, e vedere l’opera razionale dell’architettura che si oppone all’azione brutale, incessante della natura.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da splendido veliero che non prenderà mai il mare, quale è, Valéry non vedrà mai il mare aperto o le onde furiose del reale. Tutti noi, infatti, abbiamo amato e conosciuto il mare nella nostra adolescenza, al pari di Valéry, ma questo non fa di noi degli adoratori dei sensi, creature capaci di avventurarsi, spesso nostro malgrado, anche nell’ignoto o di sostenere lo sguardo di una sapienza notturna.</strong> Il mare, per Valéry, fu solo un teatro naturale soggetto al suo stupore intellettuale. L’ignoto guardato dalla terra ferma. Una reminiscenza infantile, illibata, sfrondata da ogni ambiguità. Se mai ebbe qualche avventura, fu solo quella dell’erudito. L’avventura umana di un delicato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue incontestabili divinità pagane, il mare, il cielo, il sole, furono tutte ammirate con il cannocchiale del <em>raisonneur</em> che disconosce i chiaro scuri atmosferici. Gli elementi che colmarono il suo sguardo furono sempre la luce, la limpidezza del cielo, la nitidezza delle forme e dei colori, che destano altrettanto immancabilmente l’impulso apollineo alla conoscenza e alla costruzione di un pensiero fatto di idee chiare e distinte. Filtrati da un’ottica raggiante, attica, geometrica, antisettica, la geologia e i fenomeni atmosferici, in lui, non trasuderanno mai la <em>physis.</em> Un’eco atavica. <strong>La bellezza inquietante e indiscreta dello sguardo animale. L’assordante silenzio minerale delle ere geologiche. Perfino il suo pessimismo subirà tale sorte. Questo genere di scettici sono credenti che si inginocchiano di fronte alla ragione. </strong>Il monoteismo della ragione e il politeismo dell’arte al servizio di tale monoteismo. È questo, e nient’altro che questo, il suo paganesimo. Siamo alla natura vista attraverso il filtro dello <em>charme </em>parigino, del Gusto. Dove l’ignoranza primitiva è solo una bambinata indegna dello Spirito. È solo questa la scuola mediterranea di Valéry, il suo universo ordinato. Una venerabile tradizione estetica che vede nell’arte l’anti-natura. Il<em> tenter de vivre </em>che si riduce a una <em>retraite</em> spirituale. A un’immaginazione secolare, presa dalla morsa razionalistica e intellettuale, incapace di fare esperienza del reale, poiché irreparabilmente viziata da una rigidità permanente. L’estetica di un geometra. D’altronde, da buon francese cartesiano, Valéry fu essenzialmente “inadatto o restio alla profondità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo da sempre vittime di questa estetica. Dell’ideale di un io puro, la vigilanza critica, l’orrore delle contingenze. Della creazione intelligente.</strong> Il culto e feticismo della <em>suffisance esthétique. </em>Il sogno di tutti coloro che vogliono ridurre le contingenze a un’esperienza formale, all’intelligibile. A una disposizione formalista, e al verbo. Al lato estetizzante, alla raffinata promozione delle più delicate ricerche formali, al culto dell’intelligenza critica. Alla scientifica dissimulazione della realtà dell’abisso. È la fuga dalle contraddizioni assolute. Il dilagare di un antico e freddo pregiudizio per la matematica, autentico monumento al non-io, unito a un odio gnostico per la materia, e un amore quasi mistico per la forma. Il demone della lucidità nel genio dell’analisi. Pura ingegneria filosofica, scientifica o letteraria, al servizio di un fondo classico: “il sistema del classicismo, comunque orientato, è l’antitesi e l’esclusione dell’individualità; in questo sistema rigorosamente oggettivistico, l’io e il soggetto non possono vantare alcun diritto reale”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Evocare e valorizzare, alla stregua di un mito laico, la geometria, la matematica, Pitagora, le scienze esatte, lo spirito, la mente, il pensiero, l’intelligenza, l’armonia, ossia tutti i sinonimi della ragione, fu un sogno.</strong> E una temibile illusione. Un territorio cognitivo in cui l’interesse principale venne rivolto alla conoscenza in sé, al progresso della scienza e a quello di accrescere il sapere teorico, analitico, e un’attività critica che giustificava la conoscenza intellettuale, e dunque la vittoria di una visione Illuminista della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Valéry, abbagliato dalla gabbia lucente della chiarezza autocosciente, dalla perfetta cognizione di ciò che si sta facendo, da un prodotto elegante, simmetrico, ma fatalmente morto, fu sempre sedotto da questo genere di autonomia. <strong>Faceva parte di quella famiglia di pensatori per cui ogni “spontaneità è disordine, ogni libertà capriccio, ogni natura un atto di provocazione nei confronti dell’intelligenza”. Il solo postulato di una legge del discontinuo, infatti, lo turbava.</strong> Fu l’uomo invaghito dalla purezza formale, irritato dalla discontinuità della vita reale e, benché le apparenze non gli dispiacessero, niente in lui prese mai un aspetto profondo, al punto che vegeterà una vita intera in una “fascinazione esente da vertigine”. La sua lucidità diurna detestava il soffio dello spirito che non conosceva direzioni prestabilite, lo <em>spiritus flat ubi vult</em> che influenzava gli sciocchi, a suo dire. In questo non molto dissimile da Kant, che disprezzava ogni specie di stravaganza, di fantasticheria, quella che chiamava <em>Schwärmerei</em>, qualunque forma di esagerazione, misticismo, vaghezza, confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, ai giorni nostri Ceronetti scrive: “Spinoza non osa la confusione, dunque fallirà”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
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		<title>Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</title>
		<link>https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 10:58:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti. * Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. </strong>Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al legno, che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità ci piace, ci convince, è un segno, nel dramma, beneaugurale, un atto di eroismo concepibile. <strong>Abbiamo più problemi, presumo, nel credere che risorgeremo nella carne e che per questa fede – il crisma del cristianesimo – dobbiamo dare la vita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale, parziale, dentro a cui, come il succo della noce, si cela la sostanza. I tre evangelisti – Marco, Matteo, Luca – ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta: <strong>da lì l’azione di Gesù – che prima è maestro di vita, guaritore, sapiente – ha come obbiettivo Gerusalemme, cioè la morte</strong> – la città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato. Da quel momento, i discepoli affogano nell’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa – 17 marzo – la lettura evangelica riguardava la trasfigurazione trasfigurata nelle parole di Luca – perché le parole sono volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura. All’episodio accede la primizia dei discepoli, “prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo” (<em>Lc </em>9, 28). <strong>Questa ‘aristocrazia’ nel cristianesimo non può essere sottovalutata: Cristo è per tutti ma ne sceglie 12, tra i tutti, e dei 12 ne sceglie 3 per “salire sul monte a pregare”</strong> (il monte è lo spazio del pregare come il deserto è il luogo della prova: sul monte parla Dio, nel deserto si sfida il sussurro del male).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a “due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia” (<em>Lc </em>9, 30). <strong>La rivelazione è il dialogo con i morti – il dialogo autentico accade sempre con i morti,</strong> che ci aggiornano sul destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mosè ed Elia – i morti – “parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme” (<em>Lc </em>9, 31). <strong>La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà, eccola la grande rivelazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Esodo </em>traduce <em>exodus. </em>Luca non dice ‘viaggio’, ‘cammino’, ‘avvenimento’. Dice esodo, <em>exodus. </em>Esodo vuol dire ‘via’ (<em>odos</em>) che è fuori (<em>ex</em>) dalle vie comuni, un ‘fuori pista’. <strong>Per compiere il proprio destino bisogna uscire fuori di sé. Non c’è altra via che uscire dalle vie consuete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (<em>Lc </em>9, 23) Gesù ha detto, con inedita violenza – una violenza che risuona raramente nelle aule colonnate delle chiese – “se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce”. Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano – <strong>seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi. Meglio ancora: trafiggersi – una sintesi tra il rinnegare e la croce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo la trasfigurazione (<em>Lc </em>9, 41) Gesù urla contro l’umanità perché i suoi discepoli non sono stati in grado di scacciare i demoni dal corpo di un ragazzo (cioè: di vincere il male). <strong>“Generazione di increduli e di contorti, fino a quando dovrò stare con voi e sopportarvi?”.</strong> Gesù urla contro chi ha rinnegato tutto per seguirlo. Le parole dei discepoli si contorcono come serpi, si avvitano su di sé, non hanno energia. Gesù non ha dubbi riguardo all’idiozia degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione di Gesù accade “otto giorni dopo” (<em>Lc </em>9, 28) la prefigurazione della Passione. Gregorio Palamas, sommo monaco dell’Athos, ci spiega cosa significa così: <strong>“la grandiosa visione della Luce della Trasfigurazione del Signore rappresenta il mistero dell’ottavo giorno, cioè il tempo futuro, dopo che avrà fine il mondo creato in sei giorni; rappresenta cioè il superamento dei nostri sensi,</strong> che esercitano in noi la loro energia in sei modi. Abbiamo infatti cinque sensi, ma a questi si aggiunge la parola profetica in modo sensibile, che fa diventare sei le energie della nostra sensibilità. Ora, il regno di Dio promesso a coloro che ne sono degni è superiore ai sensi e alla parola. Ecco perché, dopo che queste energie che agiscono in noi in sei modi avranno un felice compimento – compimento che dà al settimo giorno la sua ricchezza e dignità – ecco che nell’ottavo giorno, per la potenza di una energia superiore, risplende il regno di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio della trasfigurazione ci insegna alcune cose riguardo all’approccio a Dio. Il contrasto tra sonno e veglia, ad esempio. “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria” (<em>Lc </em>9, 32). <strong>Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma. Si accede alla gloria arsi dal timore</strong> (“Ebbero paura”, <em>Lc </em>9, 34); in ogni caso, beati nell’ignoranza, aderendo a una spudorata semplicità (“ma non sapeva cosa stava dicendo”, <em>Lc </em>9, 33).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca dice che la trasfigurazione accade durante la preghiera – <strong>ci sono parole, dunque, in grado di cambiare le fattezze di un viso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi</strong> – la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera simulo l’altro, non lo sono – decido di diventare quell’altro, non l’altro. La maschera è la festa, la danza – della trasfigurazione occorre contemplare l’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, Luca scrive: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (<em>Lc </em>9, 29). Luca usa la parola greca <em>èteros</em> per intendere ‘altro’. <strong>Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro. Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro.</strong> Vincere la congiura delle forme, contraffare il destino della corruzione, deformare, sformare, trasfigurare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa trasfigurare? Trapiantarsi in altro. Vedere attraverso la forma fissa – che è tale solo per occhi che non sanno vedere. <strong>Di ogni uomo, in effetti, dovremo saper vedere l’aspetto trasfigurato – quello solo è atteso, è attestabile.</strong> Il resto è il corrotto, ciò che cambia – ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Il poeta è la cattiva coscienza della sua epoca”: il discorso al Nobel di Saint-John Perse è un capolavoro etico, che ribadisce la necessità della poesia (e della scienza) in un tempo oscuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 08:13:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>10 dicembre 1960. I soloni stoccafisso di Stoccolma coll’ausilio delle loro bilance demotiche e avvalendosi del giudizio di gente giudiziosa (T.S. Eliot) conferiscono il Nobel a Saint-John Perse. Scelta spasmodica giacché tra i papabili si leggono oggi, aperte le casse preziose delle giurie, i nomi di altri meritevoli mai premiati (Henry de Montherlant, Robert Frost, Robert Graves) e di altri [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">10 dicembre 1960. I soloni stoccafisso di Stoccolma coll’ausilio delle loro bilance demotiche e avvalendosi del giudizio di gente giudiziosa (T.S. Eliot) conferiscono il Nobel a Saint-John Perse.</p>
<p style="text-align: justify;">Scelta spasmodica giacché tra i papabili si leggono oggi, aperte le casse preziose delle giurie, i nomi di altri meritevoli mai premiati (<strong>Henry</strong> <strong>de Montherlant, Robert Frost, Robert Graves</strong>) e di altri eversivi, che rendono quindi onore all’apertura mentale della giuria (<strong>von Doderer, una sorta di Musil blasfemo e che manda odore d’incendio in paradiso; la nobile Blixen; il dio pugnalato Pound</strong>). E poi, pari e patta coi rossi si leggono pure i nomi tombali Silone Aragon Moravia, hanno anche loro il contentino della nomination – ma non è fama postuma, quella appartiene a Stendhal.</p>
<p style="text-align: justify;">E delizia delle delizie – profezia per la nomination del futuro Nobel –  <strong>Jun’ichiro</strong> <strong>Tanizaki</strong>. (Un suggerimento per Stoccolma, il <em>Macauley</em> Trevelyan che espongono sul sito storico non si scrive così ma <strong>Macaulay</strong> ed era nipote del miracoloso scrittore whig. Se lo notano gli inglesi, questo strafalcione, vi denunciano per vilipendio linguistico, altro che le seghe mentali dei vostri abusatori nella giuria contemporanea).</p>
<p style="text-align: justify;">Fine della morale. Inizio della favola. Giacché il testo (breve) di Saint-John Perse non si trova nelle raccolte recenti a taglio antologico di Bompiani, lo rimettiamo in giro qui, <em>only for you.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente l’originale non vale le traduzioni in inglese o nello pseudo-italiano di qui sotto. Comunque, per una visione articolata di che vuol dire tradurre quel grande Saint-Perse, <a href="https://rivistatradurre.it/2014/11/un-caso-editoriale-giuseppe-ungaretti-e-anabase-di-saint-john-perse/" target="_blank" rel="noopener">leggete qui.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Resta da ricordare che la micidiale bibliografia poetica di Saint-John Perse, che conta alcuni testi decisivi, <em>Anabase, Exil, Amers</em>, trattati e tradotti con devozione da gente come Thomas S. Eliot, Giuseppe Ungaretti, Walter Benjamin, Rainer Maria Rilke</strong>, ma purtroppo snobbati dal mercato editoriale odierno, comincia proprio 110 anni fa, nel 1909, con il pittoresco e allucinato <em>Images à Crusoé. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bonne chance,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-65973 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/anabase-228x300.jpg" alt="" width="156" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase-768x1011.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase-778x1024.jpg 778w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase-1320x1738.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/anabase.jpg 1762w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />Stoccolma, 10 dicembre 1960</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho accettato per fede nella poesia l’onore che le è stato dato qui e che sono ansioso di far risorgere.  <strong>Senza di voi la poesia non sarebbe tenuta in alta stima, giacché pare esserci una dissociazione crescente tra attività poetica e società, ché questa è schiava della materia. Il poeta accetta questa separazione, anche se non l’ha chiesta lui.</strong> Certo esiste tanto per lui che per lo scienziato, non fosse che quest’ultimo considera le ricadute pratiche della scienza. <strong>Ma è il pensiero disinteressato di scienziati e poeti che è onorato, qui. E qui almeno una volta non guardateli come fratelli ostili: stanno esplorando lo stesso abisso, varia solo il loro modo di investigazione. </strong>Quando si guardi il dramma della scienza moderna che scopre i suoi limiti razionali nella matematica pura; la fisica, con due dottrine che si scontrano, la teoria generale della relatività e quella dei quanti fatta d’incertezza e indeterminazione, che limiterebbe per sempre persino l’esattezza delle misurazioni fisiche; quando avete sentito dei maggiori innovatori nella scienza del secolo, l’iniziatore della moderna cosmologia che riduce la più vasta sintesi intellettuale ai termini di un’equazione, ebbene <strong>quando costui invoca l’intuizione a soccorso della ragione e proclama che “l’immaginazione è il vero terreno dove germoglia la scienza” e poi va avanti a reclamare per lo scienziato una visione artistica: non si è giustificati a considerare il mezzo poetico tanto legittimo quanto quello logico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In verità, ogni creazione della mente è prima di tutto ‘poetica’ nel senso proprio della parola; e finché esiste un’equivalenza tra i modi della sensibilità e l’intelletto, è la stessa funzione che si esercita al principio nelle imprese del poeta e dello scienziato. Il pensiero discorsivo o l’ellissi poetica – quale dei due viaggi si spinge fino alle più remote regioni e ne ritorna? E da quella prima notte in cui due uomini nati ciechi presero le loro strade, uno equipaggiato coi mezzi scientifici, l’altro soccorso dalla visione delle immagini, chi dei due torna prima e più potentemente acceso da una breve intermittenza luminosa? La risposta non conta. Il mistero è comune, comunque. <strong>E la grande avventura della mente poetica non è in alcun modo secondaria rispetto agli avanzamenti, drammatici, della scienza moderna. Gli astronomi sono stati scossi dalla teoria dell’universo in espansione, ma non ve n’è di meno, di espansione, nella morale infinita dentro l’uomo, dentro il suo universo.</strong> Finché sono respinte le frontiere della scienza, sopra questo loro arco ben esteso uno sentirà i passi del poeta teso all’inseguimento. Ché se la poesia non è, mi dicono, ‘realtà assoluta’, vi si avvicina però di molto avendo una tensione forte verso la realtà e una percezione profonda di questa, perché la poesia si situa al limite estremo di una cooperazione dove il reale sembra assumere forma dentro di lei. Con analogia e simbolismo, con remote illuminazioni dell’immaginazione che deve mediare, nell’interludio di queste corrispondenze in mille catene di reazioni e curiose associazioni e alla fine con la grazia del linguaggio entro cui lo stesso ritmo vitale è tradotto, il poeta si investe di una surrealtà che non può essere quella scientifica. <strong>Conoscete uomo più teso ai contrasti? Che si impegni di più? Ché anche i filosofi stanno abbandonando il reame metafisico – ed è compito del poeta ricongiungerci a questa terra; perciò è proprio lui che si rivela come il celebre “figlio della dea meraviglia”,</strong> anche se chi pronunciava queste parole avrebbe avuto i suoi dubbi al riguardo. <strong>Ma più che un modo di percezione, la poesia è soprattutto un modo di vivere una vita piena.</strong> Il poeta abitava con gli uomini delle caverne. Abiterà tra gli uomini che hanno visto l’atomica perché appartiene all’uomo come parte del tutto. Anche le religioni sono nate dal bisogno di poesia, che è cosa invisibile e tramite questa grazia il divino esplode per sempre dalla pietra focaia in mano umana. <strong>Quando svaniscono le mitologie il divino cerca rifugio e forse un proseguimento dentro la poesia. </strong>Nel mondo antico chi scoprì il pane fece posto a chi portava le fiaccole – così ora nel dominio dell’ordine sociale e negli immediati bisogni umani l’immaginazione poetica sta ancora a gettar luce sulle fioche passioni delle genti in cerca di uno schiarimento. Guardate l’uomo che passa orgoglioso sotto il carico di tutti i suoi impegni eterni; mentre si muove in questo carnaio umano dove un cosiddetto nuovo umanesimo si apre davanti a lui, carico di vera universalità e interezza per tutti. <img decoding="async" class=" wp-image-65974 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/exil-227x300.jpg" alt="" width="162" height="214" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/exil-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/exil-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/exil.jpg 454w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" /><strong>Fedele al suo compito che è l&#8217;esplorazione del mistero umano, la poesia moderna si impegna a cercare una piena integrazione dell’uomo nelle sue parti.</strong> Nulla di profetico in stile Pizia. Nulla di pura estetica. Né arte di imbalsamatore né di decoratore. Non fa allevamento di perle, non studia rassomiglianze di emblemi e non si lascia soddisfare da suoni festivi di musica. La poesia si allea con la bellezza, unione suprema, ma non la usa mai come scopo finale o come unico nutrimento. Rifiutando di lasciare divorziare arte e vita, amore da percezione, hai l’azione, la passione, il potere e sempre un’innovazione che estende i confini. <strong>Amore è fuoco di cuore e ha per regola l’insurrezione, il suo posto è ovunque, sta in un anticipo</strong>. Non vuole né negare né tenere distaccati, non attende benefici dai vantaggi del suo tempo. Legato al suo destino e libero da ogni ideologia, si riconosce uguale alla vita – ed è la sua giustificazione. <strong>E con un abbraccio, come una sola grande strofa, afferra passato e futuro nel presente, lo spazio dell’uomo e quello che sta sopra di lui ed è universale. </strong>Se vi è oscurità non è per sua natura (deve illuminare!) ma per la notte che esplora, la “notte dell’anima” e per il mistero dove si staglia l’esistenza umana. L’oscurità è bandita dalla sua espressione, che non è meno esatta di quella scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò con aderenza totale alla realtà il poeta mantiene per noi una relazione col permanente e unitario che esiste. Lezione di ottimismo. Per lui l’intero mondo delle cose è governato da una sola legge di armonia.</strong> Nulla può accadere di naturale che ecceda la misura dell’uomo. Le peggiori catastrofi della storia non sono che ritmi stagionali in un più vasto ciclo di ripetizioni e rinnovamenti. <strong>E le Furie che attraversano la storia con le torce levate in alto illuminano solo un frammento del lungo processo storico. </strong>Civiltà giunte a maturazione non muoiono nella fitta di un autunno: semplicemente, cambiano. L&#8217;inerzia non è la sola minaccia. Il poeta è colui che rompe a mezzo le nostre abitudini. E così si trova congiunto alla storia, a dispetto di se stesso. Nessuna parte del dramma dei suoi tempi gli è estranea. Possa darci un assaggio netto della vita in questa grande epoca! Perché tale essa è mentre ci chiama di nuovo per metterci alla prova.<strong> E alla fine a chi dovremmo conferire l’onore di appartenere alla nostra epoca? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non aver paura”, dice la Storia levandosi un giorno la sua maschera di violenza e con una mano compie il gesto conciliatorio della divinità asiatica all’acme della danza distruttiva. <strong>“Né dubbi né paura, ché il dubbio è sterile, la paura servile. Ascolta invece il battito ritmico che la mia mano impone per un cambio immenso sul grande tema umano nel processo creativo e costante. Che la vita rinunci a sé stessa – falso. Nulla di vivente viene dal nulla né ad esso aspira. </strong>Né alcunché sempre mantiene forma o misura sotto l’incessante flusso vitale. La tragedia non è la metamorfosi di per sé. Il vero dramma dell’epoca sta nel divario che si spacca tra uomo temporale ed eterno. Se l’uomo si avvia da un lato soltanto non rimarrà all’oscuro dell’altro sentiero? E la sua maturazione forzata dentro una comunità ma senza aver nulla in comune con questa, non sarà altro che falsità?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta al vero poeta portare testimonianza tra noi della doppia vocazione dell&#8217;uomo. E questo sta per tenere a mente uno specchio più pronto a cogliere le possibilità ‘spirituali’.  <strong>Ed evocare in questo nostro secolo una condizione umana più meritevole dell’uomo originale</strong>. Infine, portare l’animo collettivo a più stretto contatto con tutte le energie del mondo<strong>. Davanti a quella nucleare, il lampo del poeta, questa mano sull’argilla, basterà allo scopo? Sì, se ci ricordiamo dell’argilla.</strong>  E perciò basta al poeta essere la cattiva coscienza della sua epoca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Saint-John Perse</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Scusa il tono ma non sai la voglia che ho di abbassarti le mutandine…”: nuovi documenti illuminano la vita di Alejandra Pizarnik (e Julio Cortázar va in estro)</title>
		<link>https://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 26 Feb 2019 05:29:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono poeti che restano ciò che sono. Un pericolo. Questo è il caso di Alejandra Pizarnik, poetessa dalla potenza formidabile, una specie di Sylvia Plath argentina – per capirci, con brutale faciloneria. Nata a Buenos Aires nel 1936, una puntata, nei Sessanta, a Parigi – dove traduce tanto, da Artaud a Bonnefoy, si fa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono poeti che restano ciò che sono. Un pericolo.</strong> Questo è il caso di Alejandra Pizarnik, poetessa dalla potenza formidabile, una specie di Sylvia Plath argentina – per capirci, con brutale faciloneria. Nata a Buenos Aires nel 1936, una puntata, nei Sessanta, a Parigi – dove traduce tanto, da Artaud a Bonnefoy, si fa intima di Julio Cortázar e amica di Cristina Campo, con cui scambia lettere d’incendio – si suicida a 36 anni. Questa vita dove i versi sono lame sulle vene, ne segna la fama postuma. Pubblicata un po’ in clandestinità in Italia – gli dèi gratifichino i piccoli, grandi editori dei poeti: leggiamo la Pizarnik grazie a Crocetti, <em>La figlia dell’insonnia</em>, 2015, e a LietoColle che l’anno scorso ha stampato la <em>Poesia completa </em>(per quanto incompiuta) della poetessa argentina – la situazione non è migliore nel paese natale. “<strong>Siamo di fronte a una specie di diaspora: non esiste l’opera completa della Pizarnik”, ha detto Evelyn Galiazo,</strong> ricercatrice di documenti letterari, prof all’Università di Buenos Aires</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65841 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro1.jpg" alt="" width="121" height="177" />Qualcosa sta cambiando. La notizia l’ha data,<a href="https://www.clarin.com/cultura/alejandra-pizarnik-poeta-inolvidable-vuelve-archivos-ahora-desconocidos_0_Qld1usaMQ.html" target="_blank" rel="noopener"> con scintillio di dati, il <em>Clarin. </em></a>“Alejandra Pizarnik: un poeta indimenticabile ritorna a noi grazie a documenti finora sconosciuti”. In sostanza, grazie anche al lavoro della Galiazo, <strong>la sorella di Alejandra, Myriam Pizarnik de Nesis, ha donato alla Biblioteca Nacional di Buenos Aires una mole di documenti che dovranno illuminare il ‘cantiere’ poetico della poetessa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
“E allora si accende la macchina del tempo. E si compie il viaggio. Alejandra in qualche modo è lì. Nelle macchie di caffè lasciate sulle pagine che ha voluto custodire per qualche motivo. Ci sono disegnini che le regalavano e anche un grande ritratto che qualcuno le fece su foglio da disegno o lo schizzo di un gattino in un pezzo di carta ritagliata. Ci sono lettere, originali scritti a macchina e cose corrette a mano, quasi sempre con inchiostro di vari colori… <strong>A volte è così, punk, disordinata, strappa le pagine dei libri per riscattare qualcosa; altre volte è metodica, mette i sottotitoli alle cose con nastro adesivo. C’è l’originale scritto a macchina dell’intervista che fece a Marguerite Duras e che fu pubblicata nel 1968.</strong> Ci sono testi usciti sulla rivista <em>Sur</em> e le bozze delle traduzioni di Evghenij Evtushenko. Niente ha un ordine apparente e in quella pila c’è lei. La sua voce. Il suo passaggio per il mondo&#8230; <strong>Tra i libri della sua biblioteca c’è molta poesia, il surrealismo francese, filosofia, libri di Sartre, Saffo, tutto Proust, Simone de Beauvoir, Flaubert e libri di grammatica francese, ma anche il Fausto di Estanislao del Campo e il Chisciotte.</strong> Ovviamente, ci sono anche letture più mondane. <em>Il cuore è un cacciatore solitario</em> di Carson McCullers, qualcosa di Khalil Gibran, Henry Miller e persino un<em> Martín Fierro </em>di quando andava a scuola con alcune annotazioni di lei e di Myriam. Con insulti”. Così Daniela Pasik sul <em>Clarin</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65842 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-213x300.jpg" alt="" width="120" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-768x1084.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />I poeti vanno sondati, snidati, come piccole divinità, perché anche il frammento singolo di una lettera è qualcosa di singolare, l’abbrivio di una teologia della gioia e della disperazione.</strong> Speriamo che qualcuno s’avventi presto in questa mole di documenti. Intanto, pubblichiamo una lettera di Julio Cortázar ad Alejandra. L’ultima lettera. Da Parigi – è settembre e un anno dopo, la poetessa si suicida.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parigi, 9 settembre 1971</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mia cara, la tua lettera di luglio mi è arrivata a settembre, spero che nel frattempo tu sia già rientrata a casa. Siamo stati negli stessi ospedali, anche se per motivi diversi; il mio è del tutto banale, un incidente d’auto che è stato sul punto di.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma tu, tu, ti rendi davvero conto di tutto quello che mi scrivi? Sì, certo che te ne rendi conto e tuttavia non ti accetto così, non ti voglio così, io ti voglio viva, testarda,</strong> e renditi conto che ti sto parlando del linguaggio dell’affetto e della fiducia – e tutto ciò, cazzo, è dalla parte della vita e non della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio un’altra tua lettera, presto, una tua lettera. Anche quella parte sei tu, lo so, ma non è tutto e oltretutto non è la parte migliore di te. Uscire da quella porta è falso nel tuo caso, mi dispiace come se si trattasse di me. Il potere poetico è tuo, lo sai, lo sanno tutti quelli che ti leggono; non viviamo più i tempi in cui quel potere era l’antagonista di fronte alla vita e questa era il carnefice del poeta. <strong>Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche questo privilegio imperiale, carissima.</strong> Io ti reclamo, non umiltà, non ossequio, ma legame, con questo che ci avviluppa tutti, chiamala luce o César Vallejo o cinema giapponese: un braccio di ferro sulla terra, allegre o triste, ma non un silenzio di rinuncia volontaria. Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente Alejandra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivimi, cazzo, e scusa il tono ma non sai la voglia che ho di abbassarti le mutandine (rosa o verdi?)</strong> e darti una di quelle sculacciate che ti dicono ‘ti voglio’ ad ogni frustata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Julio</em></strong></p>
<p><em>*La traduzione dei testi dallo spagnolo è di <a href="http://www.mercedesariza.com/" target="_blank" rel="noopener">Mercedes Ariza</a>. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/">“Scusa il tono ma non sai la voglia che ho di abbassarti le mutandine…”: nuovi documenti illuminano la vita di Alejandra Pizarnik (e Julio Cortázar va in estro)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Discorso intorno a Tommaso Labranca: un genio che ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 10:21:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I like walking in the park&#160;/ When it gets late at night&#160;/ I move &#8216;round in the dark&#160;/ And leave when it gets light. (New Order, Sub-Culture) “Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I like walking in the park&nbsp;/ When it gets late at night&nbsp;/ I move &#8216;round in the dark&nbsp;/ And leave when it gets light.</em> (New Order, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=jn9nOukPuYM" target="_blank" rel="noopener"><em>Sub-Culture</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno di questi bombardieri”. Parole di Tommaso Labranca. Parole e musica di sottofondo.</strong> Quella rock, elettronica e pop. Abba, Soft Cell, Dead Can Dance, Joy Division, New Order, The Cure, Depeche Mode e Moby. Immaginando i bombardieri estetologici in azione. Non c&#8217;è bisogno di una colonna sonora di Wagner. (Semmai dei Kraftwerk stradali o del Bowie berlinese). Ma il bisogno di Germania rientrerà dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogno di europei più che di italiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65690 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg" alt="" width="125" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-768x1258.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-625x1024.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006.jpg 872w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Perché davvero si possono immaginare frotte di bombardieri lungo tutta la penisola delle lettere estenuate ed estenuanti, della iperprolificità serialista e compulsiva per teledipendenti alla Andrea Camilleri, del nulla sotto vuoto dei postmodernismi insipidi alla Paolo Cioni, dei pedofilismi accademicisti alla Walter Siti, dei romanzetti provinciali alla Andrea Vitali</strong> – in un paese in cui il meglio è quasi tutto fuori dalla narrazione pura (due tra gli esempi migliori sono Andrea Caterini e Mirko Volpi) e in cui o davvero c’è chi ha tempo per leggere certi blocchi di carta (la cui funzione più ragionevole è forse da solidissimi fermalibri) tipo i romanzi di Albinati, Genna, Lagioia, Scurati o tipo le trilogie nichiliste e postmoderniste parentiane e santacrociane, oppure è in corso un enorme spreco di cellulosa da devolvere ai grandi dimenticati (se il presente non offre più nulla tanto vale riscoprire il passato) Gautier, Bloy e Montherlant, Rebatet, Déon e Maeterlinck, Drieu, Morand e Nimier, Strindberg, Hamsun e Jensen, ma si può anche stare nei luoghi labranchiani e di obiettivi per le bombe ce ne sono a iosa, a partire dai critici e prefattori mondani dal <em>selfie</em> facile che sentenziano che chiunque osi scrivere un romanzo prima dei cinquanta è condannato al nulla e al nulla dunque condannano scrivendone uno prima della scadenza da loro indicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le bombe oppure lo sdegno assoluto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Meglio diventare piccoli isolazionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio starsene sul posto. Meglio dimenticare i libri. Meglio osservare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>neoiperrealismo</em>, copyright di T-La.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra Pantigliate e Bellagio, la Brianza, di cui la cittadina dello sprezzante autore di quelle tre righe bombardiere, è l’estrema propaggine ideale, già inglobata da decenni dal cosiddetto <em>hinterland</em> milanese, luoghi d’automobilisti, tra superstrade, statali, tangenziali, svincoli e rotonde, che sono “il terrore dei camminatori, perché a differenza degli incroci […] non prevedono quasi mai un attraversamento per esseri umani appiedati”, ha scritto lo stesso Brizzi (l’incrocio era di destra; la rotonda è di sinistra; il progresso, disumano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’<em>hinterland</em> luogo estetico dello spirito, come la stessa Brianza, del pantigliatese che tramite di un suo personaggio, impiegato d’ufficio houellebecquiano, in un breve frammento neopessoano, neomelvilliano, neokafkiano, </strong>ha espresso icasticamente e causticamente la sua poetica antinarrativa: “Se oltre a essere così noioso fossi stato anche boemo ed ebreo, magari avrei fatto il narratore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Labranca – un grande narratore no di sicuro; un autore noioso men che meno; di certo genio poco riconosciuto – è stato il più intrigante estetologo moderno italiano</strong> (italiano solo di lingua, di sicuro non di spirito) ma ha avuto la <em>sfiga</em> di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia (essendo un pantigliatese e padano ergo europeo) e infatti verso la fine della sua vita si manteneva traducendo manuali tecnici dal tedesco (il bisogno di Germania che rientra della finestra) e poteva autopubblicarsi soltanto grazie a due eccentrici progetti di cui era co-fondatore – la casa editrice 20090, dal codice d&#8217;avviamento postale della periferia milanese ma con chiara identità europea (www.eu) e la Tipografia Helvetica, tale non soltanto per via del carattere di stampa ma anche perché con sede svizzera (www.ch) –, bombardando i lettori con onnipresenti maiuscole, ammiccamento alla lingua di Kant, come ne <em>Il Piccolo Isolazionista</em>, esemplare del suo stile, perfetto ibrido, tra saggio e diario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così nel manifesto <em>Neoproletariato</em>, colpiscono tanto la sua confessione di pensatore “ipnomediatico” quanto l’analisi in cui aggiorna, modernizza il rapporto tra intellettuale, padrone e proletariato teorizzato da Gramsci e via Gramsci dal non troppo amato Pasolini:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Labranca che si alza comunque presto, anche quando va a dormire tardi, magari di ritorno “da un evento pluscool esclusivo e deludente”, perché angosciato da un ruolo, quello d&#8217;intellettuale, sempre più duro e instabile “perché mancante della benedizione dei padri”, pensieroso dunque su come riuscire a trarre qualche vantaggio dal cambiamento che identifica con l’<em>eleghanzia</em> che ha decisamente preso il sopravvento sull’<em>intellighenzia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">2) Labranca il neointellettuale “ipnomediatico”, la tv neopadrona e il neoproletariato, col plusvalore e il superfluo sostituiti da quel “pluscool”, e vale a dire “quello che esala da quanto non solo si acquista, ma si fa, si dice, si respira, si ascolta, si guarda, si indossa, si frequenta o si cerca di frequentare”, che dà conto in termini altri da quelli pasoliniani, di una metamorfosi antropologica che segna la <em>sconfitta del popolo</em>, come da sottotitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65691 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Neoproletariato.jpg" alt="" width="120" height="202">Così il suo dar conto del classico duo d’“immutato successo” di periferia, “disagio e solitudine”, che è realtà, oltre che un ruolo recitato, vale almeno quanto l’analisi della massificazione mentale, e del cialtronismo, dilagante e arrogante, da “Intellettuale Accettato”:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Sempre a rischio di manierismo e quindi di ridicolo, o d’immobilismo, che Labranca ha sempre aborrito, passando oltre ogni musica, tipico degli adepti del reggae, o del prog-rock birraiolo, celtico e repellente (“maleodorante”),</strong> per non dire degli esaltati della pizzica (“stramaledetta”), optando di suo per “la strada più difficile: la superficialità”, e anche per questo “vagamente emarginato”, pur giocando un ruolo <em>ipnomediaticamente</em> forte nel definirsi, consolidarsi e svilupparsi del “pluscool”, di cui era l&#8217;avanguardia a un tempo dentro e fuori dai media di massa dominati dalla tv, perché: “Il disagio restava però sempre qualcosa di sgradevole da vedere, toccare e annusare, come un manzo squartato. Nel Freddo Sporco si aveva una rappresentazione cruda e iperrealisticamente disordinata come nella <em>Macelleria</em> di Annibale Carracci”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Deve piacerti viaggiare. Deve piacerti il mare. Deve piacerti la pizzica salentina. Devi essere unplugged. Devi essere bio. Devi essere ipocrita.</strong>&nbsp;/ […] Basta essere un povero di spirito un arrogante/un&#8217;arrogante c on le Birkenstock o la gonna lunga, la maglietta arancione con scritto <em>Salento</em>”, o un seguace delle dottrine New Age, e vale a dire un isterico, per esser non apocalittico ma integrato, sia nel “nazionalcialtronismo” che in “una globalizzazione di maniera” solidarista e ignorante che “è la presa per il culo del mondo” e magari pure vegetariana come il cantante degli Smiths: “Morrisey, grossa zucchina intellettualizzata dal ciuffo rockabilly […] era troppo affettato. Perché usava troppe chitarre e batterie umane, senza per altro nemmeno ricadere nel Freddo Sporco […]. E perché era insopportabile nel suo zelo vegetariano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così la sua personale, intima, motivata avversione verso i viaggi, specie per turismo ed esotismi</strong>, che marca, come scrive tra le note ad <em>agosto oscuro</em>, “la differenza tra il suo testardo restare locale e l&#8217;ottuso emigrare esotico”, è essenziale per i suoi spunti filosofici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Labranca è un cantore delle tangenziali, che preferiva alle autostrade, prediligendo ai viaggi il puro movimento che non va da nessuna parte ai viaggi, specie se esotici:</strong> “Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento. Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrarvi Jovanotti in bicicletta è uno dei tanti motivi che mi fanno restare a casa davanti al 46 pollici. Non lavorando come dipendente, non ho poi nemmeno lo stimolo ad allungare la lista dei Paesi da me visitati per gettare merda cosmopolita sui colleghi nelle pause pranzo. Se poi quello che vedrei nei vari Paesi è quello che vedo grazie alla mia superba parabola, ossia folclore scontato o localizzazioni di software internazionale, che motivo ho di fare il turista?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Per vedere il Mondo si dovrebbe viaggiare”, scrive il Piccolo Isolazionista pantigliatese, e il viaggio potrebbe anche essere un antidoto contro il cialtronismo, il quale è però sempre in agguato perché “il Mondo stesso è intriso di cialtronismo”,</strong> lo s&#8217;incontra viaggiando, o portandoselo appresso, magari pure scrivendone, altro devastante pericolo, per mete per cialtroni suggerite e consolidate dal cialtronismo stesso, Berlino dopo la caduta del muro, la fu Jugoslavia dopo la guerra in Jugoslavia, la Patagonia sulle tracce di Chatwin, l’alternativa di Formentera, l&#8217;obbrobrio del Beaubourg, o anche solo l&#8217;autostrada figlia del Settecento, “espressione a pedaggio del Grand Tour”, cui Labranca preferisce la tangenziale, bosco d’asfalto in cui ancora si dà il <em>Wanderer</em> schubertiano, neoromantico che vuol tenere lontano ogni cialtronismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il suo sprezzante gusto per le settimane centrali del mese di gennaio, quando il Freddo Sporco è spoglio d’addobbi, e la stanzialità può approfondire i dettagli, le visioni e le memorie, alla base delle critiche architettoniche e del concetto di Barocco brianzolo:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Il Piccolo Isolazionista scopre e teorizza, vivendolo, l’<em>iperneorealismo</em> della Milano da sobborgo, da periferia che già s’impone poco lontano dalle strade del centro aggraziate dai palazzi asburgici, nelle strade abbruttite a partire dal dopoguerra dai parallelepipedi ammonticchiati dagli architetti italici&#8230;</strong> Non vive in città ma ha piacere ad andarci, osservandone dal di fuori le trasformazioni nel tempo, da cui a sua volta non è esente, mettendo alla prova la sua acuta memoria che “ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali” ma che pure può giocargli qualche scherzo quanto alle proporzioni&#8230; Da <em>Il Piccolo Isolazionista</em>: “Anche la città doveva sembrarmi ancora più enorme&nbsp;/ quando avevo 5 anni.&nbsp;/ Non posso dirlo, ne vedevo così poca.&nbsp;/ Non la percorro come faccio oggi.&nbsp;/ Traccio a posteriori delle normali proporzioni&nbsp;/ perché già un semplice terrazzino di pochi metri quadrati&nbsp;/ mi sembrava sconfinato.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) L’<em>hinterland </em>milanese che ha inglobato la periferia della città e la Brianza è un luogo concreto ma anche ideale, lo spazio esistenziale quotidiano che ha ispirato a Labranca il concetto filosofico, estetologico del Barocco brianzolo.</strong> – “Purtroppo, la Brianza di cui si parlerà qui non corrisponde solo a quella sottoregione lombarda che si estende sotto un cielo di trucioli e diossina tra la periferia nord di Sesto San Giovanni e il confine con il Canton Ticino. […]&nbsp;/ <em>Questa</em> Brianza è un luogo dello spirito, un Nirvana cui si perviene stando in Salento e in Ciociaria, ma anche in Tasmania e nella Terra del Fuoco. <em>Questa</em> Brianza è in tutto il mondo e ovunque ha diffuso il proprio stile estetico.” – Una topologia dello spirito, svincolata nel tempo e nello spazio, e anche per questo e più complicata da definire, se non per “la totale follia a sequenziale e accumulativa” e la capacità di “armonizzare popoli, etnie e culture diverse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(prima parte)</em></p>


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		<title>Se esiste l’Accademia di Francia è tutto merito dei Druidi, che amavano le carriere letterarie: una conferenza di Jorge Luis Borges</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 08:08:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Io vorrei scrivere un saggio ma non ne sono capace. Perciò uso la coincidenza cronologica: il 29 gennaio 1635 re Luigi XIII accoglie la nascita dell’Accademia di Francia, fondata da Richelieu; il 12 febbraio di quell’anno i membri di tale prestigiosa associazione si fan chiamare ‘accademici’. Oggi giova sicuramente rivedere cosa dovrebbero essere le accademie. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/se-esiste-laccademia-di-francia-e-tutto-merito-dei-druidi-che-amavano-le-carriere-letterarie-una-conferenza-di-jorge-luis-borges/">Se esiste l’Accademia di Francia è tutto merito dei Druidi, che amavano le carriere letterarie: una conferenza di Jorge Luis Borges</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Io vorrei scrivere un saggio ma non ne sono capace. Perciò uso<a href="http://www.academie-francaise.fr/linstitution-lhistoire/les-grandes-dates" target="_blank" rel="noopener"> la coincidenza cronologica</a>: il 29 gennaio 1635 re Luigi XIII accoglie la nascita dell’Accademia di Francia, fondata da Richelieu; il 12 febbraio di quell’anno i membri di tale prestigiosa associazione si fan chiamare ‘accademici’.</strong> Oggi giova sicuramente rivedere cosa dovrebbero essere le accademie. Facciamoci aiutare da Borges.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Esistono, a Londra, molti ristoranti turchi. Vi ritrovate la cucina mediterranea e poi, si sa, ai Turchi piace parlare dei loro antenati. Se date spago a un Turco, comincerà ad andare indietro ancora rispetto ai suoi predecessori celti. Potrebbe arrivare a parlarvi di Shiraz e della cultura matematica orientale. E magari aggiungere che Pitagora vale più di Einstein (intendendo che il tedesco sarà presto superato e capovolto, come avviene oltreoceano a opera di una ragazza che studia fisica e di cui in Italia su parla a bassa voce sui giornali, evviva la parità di genere). <strong>Insomma, sembra tutto irreale ma può capitare, a Londra. Così come a Roma, in qualche trattoria di tradizioni giudaiche, dove trovate camerieri più colti di certi professori e simili.</strong> Ora, domanda di passaggio. <strong>Perché continuiamo ad ammorbare i giovani che vogliono studiare coi libri dei soliti noti, anziché con cose più serie</strong><strong>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A novembre è uscito un altro libro strenna di Adelphi. <em>Nondimanco</em> di Carlo Ginzburg, tutto teso a spiegare come Pascal abbia letto Machiavelli e come&#8230; tutti e due siano stati intesi da Carl Schmitt. Insomma, la stampa italiana sta cercando di purificare col fuoco della sua intelligenza questo mostro di destra, Carl Schmitt, giurista e scrittore, vissuto purtroppo per lui e per noi durante il Terzo Reich.<br />
Il punto è però: perché i giornali, anche <em>il Foglio</em>, incensano questa banale cucitura di articoli accademici e nessuno dice ‘embè’? Perché fa comodo. <strong>Fossimo un Paese civile, servirebbero critiche e pubbliche riflessioni (se il libro lo merita) mentre da noi il tutto si risolve con la claque da destra, da sinistra e dal centro.</strong> E qualche nota filologica su riviste accademiche. Contenti voi. Allora me ne vengo con una proposta. Perché non far leggere, invece del bolide accademico di Ginzburg, direttamente le fonti? Le lettere di Machiavelli dove racconta di essersi trombato una al buio, scoprendo dopo che era una vecchietta (<em>Lettere a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini</em>). Le note della sorella di Pascal che spiega come il suo fratello fosse stato un libertino, e poi si fosse messo a scrivere biglietti su Dio, cucendoseli nelle maniche (Madame Perier, <em>Vita di Pascal</em>). Le conferenze di Carl Schmitt tenute nella Spagna franchista (<em>Stato, grande spazio, nomos</em>). Ah, ho capito. La cultura non porta voti, la si può lasciare ai sinistri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Coraggio, ai lettori di Ginzburg piacciono le citazioni accademiche e confortanti, sono tutti infoiati del solito Borges mentre oggi 2019 servirebbe la lettura cabbalistica di Pico della Mirandola e qualche testo di esoterismo rinascimentale. Da mettere come obbligatori, s’intende, in una scuola universitaria per élite da rifondare, visti i chiari di luna della Normale pisana. <strong>Oppure. Leggere un altro Borges, meno comodo. Quello che dice di fondare le accademie come un corpo sacro di drudi: prendere il <em>Boletin de la Academia Argentina de Letras 1962</em>. Prima del viaggio in Islanda e prima di comporre lo studio sulle letterature germaniche medievali.</strong> Perché la conferenza va dritta al dunque e quella che volgo qui in italiano, col finale ironico e sospeso, benché trascritta, resta borgesiana nel midollo. Il maestro si ripete, da irripetibile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione. Chiudere le stamperie (para)universitarie e tracciare segnali sulle querce. Sia col sillabario celta che con quello indiano. </strong>Poi. Rifare anche i licei, con un programma serio a base di magia cerimoniale, matematica, geometria astrale, testi gnostici, niente filosofie kantiane, roba da usurai o da bottegai. Studio matto e disperatissimo, nel Nuovo Liceo, delle tradizioni mediorientali e della <em>political science</em>. Quelle di cui parlava il cameriere turco Alì riferendosi agli istituti di turcologia sparsi per il mondo. E infatti lui non si legge Ginzburg e non è stato all’università.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il concetto di un’accademia e i Celti</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, due scrittori giustamente famosi, Ernst Renan e Matthew Arnold, scrissero entrambi studi approfonditi: tutti e due scrissero sul concetto di accademia e sulla letteratura celtica. Nessuno dei due percepì la curiosa affinità tra questi due argomenti, eppure esiste. Alcuni miei amici, leggendo il titolo di questa conferenza, hanno rilevato che fosse semplicemente arbitrario, ma io penso che questa affinità sia profonda e lo posso giustificare.</p>
<p style="text-align: justify;">Incominciamo col concetto di accademia. In cosa consiste? In primo luogo, pensiamo a un insieme di regole che proibiscono e autorizzano parole. Questo è basilare, lo sappiamo. Poi pensiamo ai membri originari dell’Accademia francese con i loro incontri periodici. <strong>E qui abbiamo un altro tema – la conversazione, il dialogo letterario, la discussione amichevole – e l’altro aspetto dell’accademia, forse il più essenziale: organizzazione, legislazione, comprensione della letteratura.</strong> Penso che questa sia la parte più importante.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65537 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/220px-ElAleph-203x300.jpg" alt="" width="120" height="177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/220px-ElAleph-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/220px-ElAleph.jpg 220w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />La tesi che esporrò oggi, o più esattamente, le circostanze che voglio richiamare, è l’affinità tra queste due idee: Accademia e mondo celtico. Pensiamo alla nazione letteraria <em>par excellence</em>. È certamente la Francia, e la letteratura francese che non sta solo nei libri ma nel linguaggio stesso. Basta scorrere un vocabolario per sentire l’intensa vocazione letteraria del francese. Per esempio, in spagnolo diciamo “arco iris” – in inglese “rainbow” – in tedesco “Regenbogen” cioè arco di pioggia. E queste parole come si avvicinano a quella francese, terribile, vasta come un poema di Hugo e più breve di un poema di Hugo – “arc-en-ciel” – la quale sembra innalzare un’architettura, un arco nel cielo?</p>
<p style="text-align: justify;">In Francia non esiste una vita letteraria: essa esiste in via più conscia che nelle altre nazioni. Una delle loro riviste, <em>La vie litteraire</em>, la leggono tutti. Qui da noi, al contrario, gli scrittori sono pressoché invisibili. <strong>Scriviamo per i nostri amici, sta bene. Ma quando uno pensa all’Accademia francese tende a dimenticare che la vita letteraria della Francia corrisponde a un processo dialettico, la letteratura vi funziona all’interno della storia della sua storia. L’Accademia esiste per rappresentare la tradizione</strong>, e quindi hai l’Accademia Goncourt, e cenacoli che diventano accademie. È curioso che i rivoluzionari abbiano preso a entrare nelle accademie, che la tradizione continui ad arricchirsi in tutte le direzioni e attraverso tutte le evoluzioni della letteratura. In un certo momento ci fu opposizione tra Accademia e Romantici; poi tra Accademia e Parnassiani e Simbolisti; ma alla fine tutti entrarono a far parte della tradizione francese. Di più, c’è una specie di equilibrio: i rigori della tradizione sono compensati dalle audacie dei rivoluzionari. Per questa ragione, la letteratura francese ha più esagerazioni stravaganti di molte altre, perché ogni autore ha da fare con un avversario, più o meno come tra scacchisti. Ma in nessun’altra parte del mondo la vita letteraria è stata organizzata in modo più rigoroso come tra i Celti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho detto di letteratura dei Celti. Il termine è vago. Abitavano, nell’antichità, i territori che un mondo remoto e futuro avrebbe chiamato Portogallo, Spagna, Francia, isole britanniche, Olanda, Belgio, Svizzera, Lombardia, Boemia, Ungheria e Croazia, come pure la Galizia sulle coste del Mar Nero. </strong>Germani e Romani li hanno rimpiazzati o assoggettati dopo ardui conflitti. Poi avvenne un fatto notevole. La vera cultura dei Germani raggiunse il suo acme e fioritura finale in Islanda, nell’Ultima Thule della cosmografia romana, dove la nostalgia di un piccolo gruppo di fuggitivi mise in salvo l’antica mitologia e arricchì l’antica retorica. La cultura celta trovò rifugio su un’altra isola sperduta, l’Irlanda. Sappiamo poco di arti e lettere dei Celti in Iberia o in Galles; le reliquie tangibili delle loro culture, particolarmente nel linguaggio e in letteratura, va cercato fuori dalle biblioteche di Irlanda o Galles. Rena, applicando la famosa sentenza di Tertulliano, scrive che l’anima dei Celti è naturalmente cristiana. Quel che è straordinario, quasi incredibile, è che la Cristianità, la quale era ed è percepita con tale ardore dall’irlandese, non cancellò la memoria celta e non ripudiò i miti pagani e le leggende arcaiche. <strong>Grazie a Cesare, Plinio, Diogene Laerzio e Diodoro Siculo sappiamo che i Celti erano governati da una teocrazia, i Druidi, i quali amministravano ed eseguivano le leggi, dichiaravano guerra o proclamavano la pace, avevano il potere di deporre i re, nominare annualmente i magistrati ed erano incaricati dell’educazione dei giovani e delle celebrazioni rituali.</strong> Praticavano l’astrologia e insegnavano che l’anima dell’uomo è immortale. Cesare, nei <em>Commentari</em>, attribuisce loro la dottrina pitagorica e platonica della trasmigrazione delle anime. È stato detto che i Celti credevano, come quasi tutti i popoli, che la magia trasformi gli uomini in animali, e Cesare (confuso dalla lettura dei Greci) mischiò le credenze superstiziose con la dottrina della purificazione dell’anima tramite morte e reincarnazione. Vedremo dopo un passo di Taliesin dove il soggetto è la trasmigrazione e non la licantropia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel che vorrei notare è il fatto che i Druidi erano divisi in sei classi, la prima quella dei Bardi e la terza dei Vati. Secoli dopo, questa gerarchia teocratica sarebbe stata modello distante e non dimenticato per le accademie di Francia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel Medioevo la conversione dei Celti alla Cristianità ridusse i Druidi alla categoria di esorcisti. Una delle loro tecniche era la satira alla quale si attribuivano poteri magici grazie ai grumi che apparivano in faccia alla persona satirizzata. Perciò, protetti da superstizione e paura, gli uomini di lettere divennero predominanti in Irlanda. Ciascun individuo nella società feudale aveva il suo posto preciso; un esempio incomparabile di ciò erano i letterati francesi. <strong>Se il concetto di accademia è basato sull’organizzazione e direzione della letteratura, allora non c’era paese più accademico, nemmeno Francia o Cina.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65538 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Jorge-Luis-Borges-Ficciones-189x300.jpg" alt="" width="120" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Jorge-Luis-Borges-Ficciones-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Jorge-Luis-Borges-Ficciones.jpg 419w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Una carriera letteraria richiedeva più di dodici anni di studi rigorosi che includevano mitologia, storia leggendaria, topografia e legge. A queste discipline vanno aggiunte naturalmente la grammatica e i vari rami della retorica. <strong>L’insegnamento era orale, come per tutto il materiale esoterico; non c’erano testi scritti e gli studenti mandavano a memoria quel corpus di letteratura ancestrale.</strong> <strong>L’esame annuale durava diverse ora; lo studente, tenuto al buio in una cella oscura e provvisto solo di acqua e cibo, doveva versificare alcuni blocchi genealogici e soggetti mitologici in metrica data – poi memorizzare tutto.</strong> Il grado più basso, quello di <em>oblaire</em>, era conferito per poemi su sette argomenti; quello più alto, <em>ollam</em>, per 360, che corrispondono ai giorni del calendario lunare. I poemi erano classificati per temi: distruzioni di rami nobiliari o di castelli, furto di animali, amori, battaglie, viaggi per mare, morti violente, spedizioni, furti di bambini e incendi. Altre categorie includevano visioni, attacchi, inganni e migrazioni. Ciascuno di questi corrispondeva a dati intrecci, dati metri, dato vocabolario, al quale il poeta era confinato sotto pena di punizione. <strong>Per i poeti migliori la versificazione era estremamente complessa e includeva assonanze, rime e allitterazioni. Più che riferimenti diretti, preferivano un intricato sistema di metafore basato sul mito o sulla leggenda o sull’invenzione personale.</strong> Qualcosa di simile avviene coi poeti anglosassoni e, a livello più alto, con gli scandinavi: la metafora straordinaria e quasi allucinante per la battaglia, “onda di uomini”, è comune alla poesia di corte sia in Irlanda che in Norvegia. Intorno al nono livello, i versi sono indecifrabili per i loro arcaismi, perifrasi ed immagini laboriose; la tradizione registra la rabbia del re incapace di capire i panegirici dei poeti che aveva coltivato lui stesso. L’oscurità connaturata a questi poemi affrettò il declino e la dissoluzione finale dei collegi letterari. Merita anche richiamare che i poeti costituivano un macigno notevole per i re minori e impoveriti d’Irlanda, i quali dovevano mantenerli nel lusso e nei piaceri appropriati alla creatività.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può dire che simile vigilanza e vigore può solo soffocare l’impulso poetico; la verità incredibile è che la poesia irlandese è ricca in freschezza e meraviglia. </strong>Questa, almeno, è la convinzione formata sui frammenti citati da Arnold sulle versioni inglesi del filologo Kuno Meyer.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti ricordate il poeta che ricorda le sue precedenti incarnazioni. Per esempio le splendide righe di Ruben Dario: <em>Yo fui un soldado que durmio en el lecho/ De Cleopatra, la reina…/ !Oh la rosa marmorea omnipotente!</em></p>
<p style="text-align: justify;">E abbiamo antichi esempi, come quello di Pitagora, che dichiarava di ricordare da un’altra vita lo scudo col quale aveva combattuto a Troia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardiamo Taliesin, il poeta celta del sesto secolo. Taliesin ricorda alla meraviglia di essere stato molte cose: cinghiale selvaggio, capo in battaglia, spada nella mano del capo, ponte che valicava settanta fiumi; fu in Cartagine, fu sulle onde del mare; è stato parola in un libro – è stato, all’inizio, un libro.</strong> Qui abbiamo un poeta perfettamente consapevole dei suoi privilegi, dei meriti che possono nascere da questa svolta incoerente. Penso che Taliesin volesse essere tutte queste cose e credo anche che questa lista, per essere splendida, debba consistere di elementi eterogenei. Perciò lui ricorda di essere stato parola in un libro e un libro in sé.  Ci sono altre immagini molto belle, per esempio quella di un albero verde su un lato e in fiamme sull’altro, come il Cespuglio in fiamme, con un fuoco che non lo consuma, e le cui parti coesistono in armonia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al di là dei secoli eroici, dei secoli mitologici, c’è un aspetto della letteratura celta che interessa in particolare – i viaggi per mare.</strong> I viaggi irlandesi verso Ovest, verso l’ignoto o, come diciamo ora, verso l’America. Mi riferisco alla storia di Conn. Conn è re irlandese. Si chiama <em>Conn delle cinque battaglie</em>. Un pomeriggio siede col figlio guardando il tramonto da una collina e sente all’improvviso suo figlio che parla con l’invisibile e lo sconosciuto. Gli chiede con chi stia parlando e la voce giunge dall’aria, una voce che dice: “Sono una donna incantevole, vengo da un’isola persa nei mari occidentali dove non c’è pioggia né neve, nessuna malattia né morte. Non c’è il tempo. Se tuo figlio, il mio innamorato, verrà con me, non conoscerà mai la morte e regnerà su popoli felici”. Il re raduna i suoi Druidi – perché questa storia è più antica del Cristianesimo, benché i Cristiani l’abbiano conservata – e i Druidi fanno spegnere la voce della donna. Lei, invisibile, getta una mela al principe e scompare. Per un anno il principe non mangia altro che questa mela inesauribile e non sente fame o sete, e pensa solo alla donna che non ha mai visto. Alla fine dell’anno lei ritorna, lui la vede e insieme si imbarcano su una nave di vetro, verso Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui la leggenda si interrompe. Una delle versioni dice che il principe non tornò mai più. Un’altra, che tornò dopo diversi secoli e rivelò chi era. La gente lo guardava incredula e diceva: “Sì, figlio di Conn delle cinque battaglia. Una leggenda dice che eri perso nei mari e che, se mai tornassi alla terra e toccassi il suolo d’Irlanda, diventerai cenere – perché il tempo degli dei è una cosa, altro quello degli uomini”.</p>
<p style="text-align: justify;">E richiamiamo una storia simile, quella di Abramo. Abramo è figlio di re, come tutti i protagonisti di queste storie. Mentre cammina sulla spiaggia sente all’improvviso una musica che viene da dietro di lui. Si gira, la musica è ancora alle sue spalle. La musica è molto dolce e lui si addormenta; quando si risveglia, si trova in mano un ramo d’argento con fiori che potrebbero essere fatti di neve, che sono animati. (Il ramo d’argento è una reminiscenza di quello dorato dell’<em>Eneide</em>). Tornando a casa trova una donna che gli dice, come nell’altra storia del principe, il suo amore per lui. Abramo la segue e poi la storia diventa il racconto dei suoi viaggi. <strong>Dicono che viaggiarono per mare e videro un uomo che sembrava camminare sull’acqua ed era circondato da salmoni. Quell’uomo era un dio celta che quando cammina sull’acqua passeggia sui prati della sua isola, circondato da cervi e pecore</strong>. Qui avete qualcosa come un doppio spazio, un doppio piano nello spazio: il principe sta camminando sull’acqua; il re, sulle praterie.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una fauna curiosa in quelle isole: dei, uccelli che sono angeli, rami di argento e cervi dorati, tutto su quattro pilastri, a loro volta collocati su un piatto argentato. La meraviglia più scioccante è quando Abramo attraversa il mare occidentale, guarda in alto e vede il fiume che scorre attraverso l’aria senza cadere, e in quel fiume ci sono pesci e barche, il tutto in cielo molto pio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrei dire qualcosa sul significato del paesaggio nella poesia celta. <strong>Matthew Arnold, nel suo studio notevole al riguardo, dice che il senso della natura, una virtù della poesia inglese, deriva dai Celti. Direi che anche i Tedeschi sentono la natura.</strong> Il loro mondo è, certo, abbastanza diverso, perché nell’antica poesia germanica quel che si avverte è innanzitutto l’orrore della natura; paludi e foreste e tramonti popolati da mostri. I draghi erano chiamati “orrori della notte”. In contrasto, anche i Celti capivano la natura come qualcosa di vivente ma sentivano che queste presenze sovrannaturali potevano anche essere benigne. Il mondo fantastico dei Celti è un mondo sia di angeli che di demoni. Ora noi diciamo “l’altro mondo”: la frase, penso, appare per la prima volta in Lucano, in relazione ai Celti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti i fatti che ho notato portano a varie osservazioni. Spiegano, ad esempio, la nascita delle Accademie in una terra come la Francia, un luogo di radici celte; spiegano l’assenza di accademie in paesi profondamente individualisti come l’Inghilterra.</strong> Ma potrete trarre conseguenza meglio di me. Per ora, basta notare semplicemente il curioso fenomeno della legislazione della letteratura nell’isola d’Irlanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Jorge Luis Borges</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Dio, patria e famiglia proteggono l’uomo. Senza quei principi è il caos”: dialogo con Marcello Veneziani</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 05:27:46 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dio-patria-e-famiglia-proteggono-luomo-senza-quei-principi-e-il-caos-dialogo-con-marcello-veneziani/">“Dio, patria e famiglia proteggono l’uomo. Senza quei principi è il caos”: dialogo con Marcello Veneziani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Della battaglia non restano neanche i frammenti con cui “ho puntellato le mie rovine” – era il 1922, un secolo fa, e dalla <em>Terra desolata</em> dell’Occidente Thomas S. Eliot, il poeta, dopo una gita sulla riva del Gange, tentava di salvare il salvabile. <strong>Ora, un secolo dopo, anche dei frammenti è scempio, Dio è morto da un pezzo, lo storico è sostituito dall’influencer, il poeta dall’opinionista, l’epos dalle news, l’apoftegma dai tweet.</strong> Serafico, allora, <strong>Marcello Veneziani</strong> non istituisce battaglia; piuttosto, ha la statura di un monaco, in grado di ricostruire il geroglifico che salda le costellazioni agli alberi, che conosce il verbo capace di dare carisma alle pietre. <strong><em><a href="http://www.marsilioeditori.it/lista-autori/scheda-libro/3178777/nostalgia-degli-dei" target="_blank" rel="noopener">Nostalgia degli dei</a> </em>(Marsilio, 2018), tutt’altro che un libro nostalgico, ha la tensione di un libro definitivo nel corpo bibliografico di un pensatore costantemente anomalo, apolide all’ovvio. La formula del libro è provocatoria:</strong> Veneziani estrae dieci parole che fanno venire la lebbra ai progressisti, alle cicale perbeniste (“Patria”, “Famiglia”, “Tradizione”, “Destino”, “Anima”…), con un intento, tuttavia, per nulla polemico, bensì filosofico. Esempio. La parola “Destino”, gettata nello scantinato delle cose desuete, perché, d’altronde, con la muscolosità degli idioti, siamo noi a farci, a forgiare il nostro futuro (come se esistesse, di per sé, l’entità ‘futuro’): “Il fato conferisce senso all’accadere; indica il disegno intelligente del divenire. <strong>Il destino non segna il rifugio nel guscio della necessità ma, al contrario, è tornare a esistere a cielo aperto, sfondando il tetto della casa… Accogliere il destino è offrirsi allo sguardo che viene dall’alto, svelarsi”.</strong> Con un linguaggio ostinatamente contrario al blabla televisivo, alla spocchia giornalistica, propria degli individui privi di individualità, invidiata dai beoti, Veneziani tenta di innescare il pensiero, e offre una lettura della tragedia patria – la disaffezione, la rottura del patto implicito con la propria origine, che è origine di ‘questa’ Italia – di armato nitore: <strong>“A Piazzale Loreto mancò un Priamo che avesse la forza, il carisma, il coraggio di recarsi dal vincitore ancora schiumante di rabbia, inginocchiarsi al suo cospetto e implorare la restituzione dei corpi, così purificando l’odio e placando i demoni della vendetta, innalzando la storia al rango dell’epica</strong>, la volontà degli uomini al disegno del fato. Ci sarebbe voluto un re, un sacerdote, un padre della patria ferita, in grado di compiere quell’atto pietoso. I riti sono importanti, le civiltà lo sapevano. Mancò nel furore della guerra civile un <em>pater</em> a ricomporre il corpo martoriato della nazione, rimarginare la ferita e curare le sue letali infezioni”. Insomma, <strong>è un libro controcorrente, questo, della meditazione senza mediazioni, con quella solarità data a chi, senza rimozioni né timori, tenta di ricostruire.</strong> Ci sono, anche, tanti passi da sottolineare. Per deviazione estetica, ho segnato questa, che riguarda il senso profondo della poesia: “Il Poeta è un tornante; torna alle radici dell’esistenza, guidato da angeli misteriosi, svelando le segrete corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo. Il travaglio che lo accompagna in questo viaggio a ritroso è la nostalgia di perfezione, quasi un rivivere nella sua anima la gravidanza del mondo che viene alla luce. <strong>La sua opera è il tentativo di nominare, di battezzare le cose. La potenza di un verso è nella capacità evocativa di far tornare alla luce ciò che è nascosto</strong> e appare come dissipato, perduto, dimenticato. Dietro le Muse c’è Mnemosine, colei che fa tornare alla mente”. Eccolo, Veneziani. Nell’intemperia dell’oscurità, stana l’alba, il suo cranio bianco, come una bestia dal volto di bimbo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65351 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani-207x300.jpg" alt="" width="146" height="212" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani.jpg 411w" sizes="(max-width: 146px) 100vw, 146px" />Quale delle parole centrali, definitive che allinei ti sembra la più abusata e la più bistrattata, oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il filo conduttore che le accomuna è che <strong>nel Canone dominante sono viste tutte, in varia misura, con diffidenza, sospetto, fastidio.</strong> Non sono parole neutrali, del resto, indicano orizzonti preclusi al pensiero globale; non ce n’è una in particolare più bistrattata e abusata delle altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si concilia il concetto di Patria con quello di Europa: ti piace l’idea di Europa? Che cosa ti fa dire di essere italiano, abitante di un paese, scrivi, che ha “Grande personalità, modesta statura”, che è “Una civiltà, più che uno Stato”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La patria riguarda la nazione e la tua terra, l’Europa è invece una civiltà; tra le due idee non c’è conflitto o incompatibilità. Anzi credo che si debbano declinare in progressione i tre patriottismi, locale, nazionale ed europeo. <strong>L’Italia poi ha uno status speciale, perché fu una civiltà prima che una nazione e una nazione prima che uno stato unitario. L’Italia è una nazione culturale, più che politica, unita dalla sua lingua, dalla sua arte, dalla sua letteratura e dal pensiero</strong>; un paese con una spiccata personalità seppure modesta come forza economica, demografica, tecnologica, militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La trimurti Dio-Patria-Famiglia “erano e sono gli argini di sicurezza per fronteggiare la paura di perdersi, di soffrire e di morire”, scrivi. A volte, però, quei mastici della sicurezza sono sentiti come una prigionia da cui evadere, per rilanciare. Alessandro Magno fa esplodere la sua ‘civiltà’, si orienta a Oriente; San Paolo fa della ‘patria’ un concetto mentale e non più geografico, concettualizza il patto; i monaci fanno patria tra loro; d’altronde, Edipo snatura il concetto di ‘famiglia’. Forse bisogna perdersi, perdere, per capire a cosa si appartiene… Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Considero gli dei di cui scrivo, e Dio, patria e famiglia in particolare, come proiezioni e protezioni dell’uomo. Ovvero come aperture al cielo e legami con la terra, aperture di senso e argini di sicurezza. Segnano la trascendenza e insieme il limite della nostra vita e della nostra libertà. <strong>Senza quei principi siamo in balia del caso/caos, del tempo, della morte, e della solitudine individuale. Poi, certo, come tutti i principi possono anche degenerare, diventare dispotici e bugiardi</strong>, ma non si possono identificare i principi con le loro possibili degenerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Una società equilibrata ama conservare e pratica l’innovazione; da tempo accade il contrario, si ama e si declama l’innovazione e si pratica poi la conservazione; e non di princìpi ed esperienze vitali, ma la stagnazione, il conformismo, la coazione a ripetere per allineamento, pigrizia, uniformità”: al concetto di ‘tradizione’, che a orecchie comuni rimanda a ‘tradizionalismo’, ‘tradizionalisti’, l’atteggiamento di chi dice, a priori, che è meglio ciò che è stato, con beota chiusura all’ora, alla vita, dai un significato, direi, ‘rivoluzionario’, di spinta verso il futuro. Spiegaci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei suggerire il richiamo a un ossimoro, <em>rivoluzione conservatrice</em>, per spiegare cosa intendo: <strong>innovazione dei mezzi e tradizione dei principi, cambiamento degli assetti, circolazione delle élite e permanenza dei principi, continuità dei patrimoni; coscienza che indietro non si torna, aspettativa verso un futuro che si avvale dell’esperienza. </strong>La tradizione, sostengo, non è il culto del passato ma il senso della continuità e perciò aggiungo che la tradizione sta ai tradizionalisti, come il fuoco alle ceneri. È cosa viva, non è reliquia, la ripetizione pigra è il kitsch, non è la tradizione che è invece “fedeltà creatrice”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Cosa c’è al posto di Dio? C’è la libertà, si risponde. Cos’è la libertà in assoluto? È nessun tetto all’io. Dio perde la testa: decapitato, Dio è solo io”. Anche leggendo Ovidio, in effetti, si sente la ‘nostalgia degli dèi’: gli dèi sono lo scintillio di una fiaba, non sono più atto, presenza, morso. Cosa dobbiamo rispondere a questa nostalgia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia degli dei a cui mi riferisco io non è l’effusione romantica, l’elegia decadente di chi sospira il tempo andato ma è un mito che <strong>trae spunto dal passato per fondare il futuro, è nostalgia dell’avvenire.</strong> <strong>La libertà ha senso se è compito, impegno, responsabilità e non pura liberazione, emancipazione, cupio dissolvi.</strong> Libertà per fare e non puro disfare, libertà e destino, non libertà contro il destino, protesa solo nel desiderio. La libertà smisurata si perde nel nulla e si rovescia nel suo contrario, nella schiavitù, personale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché parli di nostalgia degli dèi e non di Dio, del Dio biblico? Dove lo trovi, lo odori, ora, il sacro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché il mio non è un trattato teologico e nemmeno un testo confessionale, gli dei in questione sono metafore, figurazioni dell’essere, idee e simboli. Per chi ha fede quegli dei sono le scale che portano poi al Dio Unico.<strong> Il cristianesimo qui è affrontato come civiltà cristiana, non come fede. La nostalgia del sacro non si identifica con la religione, ma attraversa anche altri territori, evoca la trascendenza e si pone sulle tracce del divino. Dunque gli dei non sono in alternativa al Dio biblico</strong>, affrontano gli dei sul piano del pensiero vivente, non della professione di fede e della devozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando parli del ritorno accenni al poeta, “un tornante; torna alle radici dell’esistenza, guidato da angeli misteriosi, svelando le segrete corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo”. Di certo, l’atto letterario ha mantenuto, nei secoli, un legame con la carnalità dei misteri, ma… ora? Cosa leggi, ora? A cosa torni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tornare accompagna la vita e non solo le letture, <strong>è la chiave di comprensione più profonda dell’esistenza, il conato di ritorno verso l’origine, l’inizio.</strong> Premesso il ritorno come dimensione cosmica ed esistenziale, spirituale e vitale, la letteratura del ritorno è una compagna preziosa per il viaggio: dall’Odissea alla Divina Commedia, da Plotino – che fu il filosofo antico del ritorno – a Vico, che fu il filosofo del ritorno agli albori della modernità fino all’eterno ritorno di Nietzsche.<strong> C’è poi la poesia del ritorno, per esempio in Borges, la letteratura moderna del ritorno, con Proust…</strong> Io torno a quei libri, ma torno pure al mio paese natale, torno ai miei cari, torno nei luoghi elettivi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine del libro, ipotizzi un decalogo, una specie di disciplina per “rifondare la vita, nel cammino dall’esistenza all’essenza”. Come primo punto, imponi di tornare a pensare piuttosto che ad agire: a una politica ‘del fare’, mi vien da dire, meglio una politica del ‘capire’. Ecco, ti chiederei un consiglio da dare al principe e al governante o al capo di governo, oggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so dare consigli ai politici, anche perché so che non li ascoltano, E in fondo il mio libro non vuole suggerire nulla alla politica, <strong>è un viaggio nella conoscenza per trasformare gli uomini, che solo indirettamente diventa anche un modello di comportamento con implicazioni storiche, politiche, civili. Teniamo aperta la doppia possibilità di salvare il mondo o salvarsi dal mondo. </strong>Se volessi però tradurre nel gergo del presente le parole chiave che sostanziano la nostalgia degli dei, ne userei due: <strong>sovranità e confine, che rappresentano il cielo e la terra, le espressioni della proiezione e della protezione di cui abbiamo bisogno per ripararci dal nulla e dal caos.</strong> La sovranità come senso verticale e ideale, il confine come senso del limite e della misura.  Poi non resta che far precedere il pensare all’agire, la visione all’azione, e la visione del mondo alla mutazione permanente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dio-patria-e-famiglia-proteggono-luomo-senza-quei-principi-e-il-caos-dialogo-con-marcello-veneziani/">“Dio, patria e famiglia proteggono l’uomo. Senza quei principi è il caos”: dialogo con Marcello Veneziani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jan 2019 05:27:30 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/">Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le idee non sono innocue. La scorsa estate ho avuto una discussione piuttosto effervescente con Siobhan Nash-Marshall, filosofa, insegnante al Manhattanville College di New York, autrice di un libro, <em>The Sins of the Fathers</em>, in cui rintraccia le fonti ‘filosofiche’ che hanno condotto al genocidio armeno, al suo concepimento mentale e alla strategia ideologica della sua attuazione. Il libro <a href="http://www.pangea.news/il-genocidio-armeno-colpa-di-cartesio-intervista-a-siobhan-nash-marshall/" target="_blank" rel="noopener">(ne ho parlato con l&#8217;autrice un po&#8217; di tempo fa)</a> è stato tradotto un paio di mesi fa da Guerini e Associati come <em>I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno</em>, con una appassionata introduzione di Antonia Arslan, che scrive: “Siobhan Nash-Marshall, in questo libro affascinante e coraggioso, affronta con ampia documentazione anche il problema dell’accanito negazionismo di Stato come ‘parte integrante del processo genocidario’ (rav Giuseppe Laras). <strong>Ancor oggi infatti, dopo più di cent’anni, ogni diniego dei fatti, ogni capzioso distinguo rinnova nei cuori e nelle menti dei discendenti delle vittime l’orrore di quella tragedia infinita, la rende attuale e presente, allontana perdono e oblio”. L’ultimo brandello – su <em>perdono e oblio </em>– andrebbe stampato sul petto della storia recente.</strong> Quanto ai Governi che accolgono senza troppi pruriti morali il negazionismo della Turchia, la filosofa ha capito il punto, “sottomettono la metafisica alla loro politica, e non il contrario”. Ergo: le idee non sono innocue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65221 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg" alt="" width="112" height="176" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4.jpg 637w" sizes="(max-width: 112px) 100vw, 112px" />Il libro della Nash-Marshall, paragonato, nel mondo americano, alla <em>Banalità del male </em>di Hannah Arendt, in Italia ha creato punte di sconcerto. <strong>La filosofa, così, è stata coinvolta da Marcello Flores in una polemica piuttosto sterile <a href="https://www.corriere.it/la-lettura/19_gennaio_06/si-germi-violenza-genocida-vengono-pensiero-cartesio-282968a8-11a6-11e9-9792-87746038bd2f.shtml" target="_blank" rel="noopener">pubblicata dal <em>Corriere della Sera</em>.</a> Flores, di fatto, accusa la Nash-Marshall di aver “messo sotto accusa l’intera tradizione filosofica occidentale degli ultimi due secoli e mezzo”.</strong> In realtà, la filosofa, nel suo libro, fa un paio di considerazioni micidiali. Prima: “La fascinazione per l’approccio di Cartesio fu fatale per gli sviluppi del pensiero occidentale. E fu devastante per il mondo. Condusse il mondo occidentale a pensare che unicamente i propri pronunciamenti razionali avessero valore e che questi ultimi… potessero essere confutati soltanto da altri pronunciamenti razionali, e non da prove concrete inerenti alle realtà materiali”. Seconda:<strong> “Chiunque conosca la storia del XX secolo dovrebbe comprendere che non è possibile afferrare il senso degli incalcolabili spargimenti di sangue che in quasi ogni angolo del globo vi furono senza fare riferimento ai filosofi. </strong>I politici britannici, in generale, vissero e morirono influenzati da Mill e Bentham. Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Ceausescu, Menghitsu, Enver Hoxha, Tito, per fare alcuni nomi dei dittatori più potenti del XX secolo, furono tutti seguaci di Karl Marx, il filosofo discepolo di Hegel. Hitler, nonostante amasse molto Nietzsche, il Van Gogh della filosofia, fu anche un socialista, assai ispirato da Marx. Così pure Mussolini, che era socialista e, pare, anche un grande esperto di letteratura socialista”. Marx e Cartesio grandi motori dei disastri del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Interpello la Nash-Marshall, di passaggio in Italia. I ‘Giovani Turchi’ trovano la matrice ideologica per la costruzione di una ‘patria’ ideale – che materialmente passa per lo sterminio degli Armeni – “nel concetto di nazione forgiato da Fichte, e in un miscuglio che fonde razionalismo francese e idealismo tedesco…”. Ma, cosa c’entra Cartesio. “Guardi, io non capisco perché la gente se la prende con me per quello che ha scritto Cartesio. I fatti concreti oggi agli intellettuali non servono. Nel suo <em>Discorso sul metodo</em>, ad esempio, è Cartesio a dire che tutti gli stati dovrebbero essere governati da una persona sola perché di per sé l’uomo è selvaggio, se lasciato da solo crea confusione. Ed è Cartesio a dire che la conoscenza di per sé è vera”. Ovviamente, non è Cartesio ad aver armato gli assassini degli Armeni: ma quando le idee sono ritenute più concrete dei fatti, quando al volto si sostituisce un concetto, un pregiudizio, ogni atto sanguinario è lecito, è giustificato. <strong>“Lo svantaggio di Hitler – se ne confrontiamo le vicende con quelle del Cup e di Mustafa Kemal, da lui grandemente ammirato – fu che i polacchi e i russi, autoctoni delle terre che questi voleva requisire… non erano solo studiosi e banchieri, scrittori e professori, mercanti e industriali. Erano molto più numerosi degli armeni. </strong>Non avrebbe potuto cioè liberarsene in un colpo solo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione profonda del libro è denunciata dalla ‘quarta’. <strong>“La Turchia odierna sta ancora cercando di costruire il suo <em>vatan</em>, proseguendo così il genocidio iniziato dai turchi ottomani, e continuando a negare, di fatto, che questo abbia avuto luogo. Coprire un crimine vuol dire prolungarne gli effetti”. </strong>Ecco, forse, cosa fa paura di questo libro: capire l’ideologia che ha fabbricato il genocidio impone una direzione morale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofa, dall’intelligenza esuberante, ha colto due problemi concatenati di oggi: “il pensiero che è diventato pura retorica, dissociato dai fatti” e i giovani “che hanno paura, una paura folle del mondo, pensano che il mondo voglia schiacciarli”. Così, da vera filosofa, Siobhan modifica l’ordine dei fattori. “Intanto, bisogna misurarsi con i testi importanti, discutendone le radici di senso, partendo da Tommaso d’Aquino. Poi, <strong>bisogna tornare alla materia. Bisogna insegnare ai ragazzi come ci si misura con i testi ma anche come si restaura un mobile, perché devono conoscere il mondo concreto. Io amo restaurare i mobili: la materia è cosa ostinata, mi mantiene umile”.</strong> Ed eccola qui la natura della filosofia – pensiero e lavoro, concetto e atto. Per evitare il fiorire del sangue. Denso come un aforisma. (d.b.)</p>
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		<title>“Volevo fare l’insegnante di matematica… ma non ho più potuto fare a meno della musica”: Francesco Consiglio incontra Irene Veneziano, bella come la Venere del Botticelli, bravissima</title>
		<link>https://www.pangea.news/volevo-fare-linsegnante-di-matematica-ma-non-ho-piu-potuto-fare-a-meno-della-musica-francesco-consiglio-incontra-irene-veneziano-bella-come-la-venere-del-botticel/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 10:50:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando penso al pianoforte, mi vengono in mente le parole di Heinrich Neuhaus, docente al Conservatorio di Mosca per più di quarant’anni: “Bisogna suonare il nostro splendido repertorio pianistico in modo tale che esso piaccia all’ascoltatore, che gli imponga di amare la vita con più forza, di sentire più fortemente, di desiderare più fortemente, di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/volevo-fare-linsegnante-di-matematica-ma-non-ho-piu-potuto-fare-a-meno-della-musica-francesco-consiglio-incontra-irene-veneziano-bella-come-la-venere-del-botticel/">“Volevo fare l’insegnante di matematica… ma non ho più potuto fare a meno della musica”: Francesco Consiglio incontra Irene Veneziano, bella come la Venere del Botticelli, bravissima</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando penso al pianoforte, mi vengono in mente le parole di Heinrich Neuhaus, docente al Conservatorio di Mosca per più di quarant’anni: “Bisogna suonare il nostro splendido repertorio pianistico in modo tale che esso piaccia all’ascoltatore, che gli imponga di amare la vita con più forza, di sentire più fortemente, di desiderare più fortemente, di capire più a fondo”. Questo strumento, il più studiato in assoluto, possiede sonorità orchestrali così varie da evocare e affinare l’intera gamma dei sentimenti umani. Qualche anno fa, mentre scorrevo gli scaffali di una libreria, m’imbattei in un curioso volume dal titolo <em>Curarsi con i libri: Rimedi letterari per ogni malanno</em>. E subito pensai che <strong>se un libro può aiutarci a lenire i malesseri del corpo, un medicamento di note è la panacea in grado di scongiurare gravissimi patemi d&#8217;animo, trasformando un infelice in un uomo beato.</strong> Se non mi credete, miei cari lettori (adopero il plurale perché ho l’ambizione di credere che siate almeno in due), cliccate <a href="http://www.ireneveneziano.com/" target="_blank" rel="noopener">sul sito di</a><strong> Irene Veneziano, una giovane pianista dal bel viso rinascimentale, rossa di capelli come la Venere di Botticelli,</strong> e ascoltate una qualsiasi delle sue interpretazioni videoregistrate a Varsavia durante il <em>16th International Piano Competition Fryderyk Chopin</em>. Ne uscirete estasiati e curiosi di conoscerla. Io l’ho incontrata e questo è il frutto della nostra conversazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65100 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/disco1-300x257.jpg" alt="" width="188" height="161" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco1-300x257.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco1.jpg 738w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" />L’attività pianistica richiede un esercizio giornaliero incessante e tanta dedizione per trovare il tempo da dedicare allo strumento. Diversi concertisti mi hanno raccontato di essere stati sottoposti, da studenti, a pressioni e sacrifici di ogni genere, tanto da dover rinunciare a vivere un&#8217;infanzia normale. Alcuni ce l’hanno fatta e conducono una vita felice, altri odiano il pianoforte e sono presi da moti di rabbia al pensiero delle ore passate controvoglia sulla tastiera. Tu appartieni indubbiamente alla categoria dei vincenti, però mi chiedo se hai mai avuto la sensazione di rinunciare a troppe cose per amore della musica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per mia grande fortuna, suonare il pianoforte è sempre stata esclusivamente una mia scelta. I miei genitori non sono musicisti e quando a nove anni espressi il desiderio di intraprendere lo studio del pianoforte me lo concessero volentieri, ma non fecero mai alcuna pressione. <strong>Inizialmente la musica era per me solo un piacevole passatempo e non avrei mai pensato che potesse diventare il mio lavoro: desideravo diventare un’insegnante di matematica!</strong> Avevo molta facilità, ma fino alla terza media non ho studiato più di mezz’ora al giorno e sempre per mia iniziativa. È per questo motivo che posso dire di aver vissuto un’infanzia meravigliosa, piena di giochi e libertà! Abitavo inoltre in un posto molto tranquillo, con un grande prato davanti casa e una quindicina di bambini quasi coetanei con cui ho passato indimenticabili momenti. Durante gli anni del Liceo Scientifico ho cominciato a sentire il peso di svolgere un’altra attività contemporaneamente alla scuola, a cui peraltro tenevo moltissimo; tuttavia è in questa fase che la mia passione per la musica si è talmente intensificata da non poterne più fare a meno. Certamente in seguito ho dovuto fare delle scelte e dei sacrifici, ma la mia serenità attuale deriva proprio dal fatto che ho portato avanti lo studio con gradualità e che il tutto è stato frutto di una mia personale decisione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlando di un uomo dal grande spirito, Arthur Schopenauer lo paragonò a un pianoforte: “Allo stesso modo del pianoforte, anch’egli non rientra nella sinfonia, ed è adatto per l’assolo e la solitudine. Se deve collaborare con altri, lo farà soltanto come voce principale che dev&#8217;essere accompagnata, oppure per dare la tonalità, nella musica vocale, allo stesso modo del pianoforte”. A volte penso che la mente di un pianista possa essere il terreno di lotta di opposti sentimenti: l&#8217;orgoglio di essere sempre al centro dell&#8217;attenzione e la paura di non potersi nascondere tra gli orchestrali. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il pianoforte è uno strumento veramente completo. È adatto per esibizioni solistiche, ma anche, avendo grandi possibilità dinamiche ed essendo strumento polifonico, si presta sia al ruolo di accompagnatore in ensemble cameristici che a quello di solista con orchestra. <strong>Chi suona come solista possiede generalmente un carattere forte, o almeno una certa dose di narcisismo che gli permette di affrontare il complicatissimo stato emozionale di compiere una difficile e delicata attività da solo su un palco. Tuttavia la differenza tra i vari pianisti è determinata dalla singola personalità di ognuno.</strong> Chi non se la sente di mettersi ogni volta così a nudo e così alla prova, si può dedicare esclusivamente all’attività di accompagnatore. Per quanto riguarda me, non posso negare che mi piaccia essere al centro dell’attenzione e ho molta soddisfazione quando mi esibisco da solista.  Ma nonostante abbia un carattere sicuro che mi permette di affrontare quasi sempre il palco con una certa serenità (ma una serenità sofferta e ottenuta attraverso un grande lavoro personale di introspezione psicologica), io adoro anche essere ‘al servizio’ di altri musicisti. Addirittura, al contrario di molti altri pianisti, amo anche accompagnare pezzi in cui ho un ruolo di esclusivo sostegno. Sentire che chi suona con me si sente libero di esprimersi con la fiducia che io possa sempre intuire le sue intenzioni e le sue sonorità, dialogare giocando su dinamiche e fraseggi in maniera estemporanea è qualcosa che mi dà una gioia unica e indescrivibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65101 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/disco2-300x300.jpg" alt="" width="207" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco2.jpg 559w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />In un’intervista al mensile “Suonare news”, hai dichiarato che il pianista introverso che non ha contatti col mondo reale non è più attuale. Conoscendo la società in cui viviamo, sempre più determinata dalle giuste relazioni in ambito professionale, non posso che darti ragione. Eppure, rimpiango il genio romantico dei folli, personaggi introversi e asociali ma capace di sfornare immortali capolavori in tutte le arti. Cosa sarebbe la filosofia senza Nietzsche, la pittura senza Van Gogh, il teatro senza Artaud, la musica senza le allucinazioni sonore di Robert Schumann, internato nel manicomio di Endenich? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente! Tuttavia credo che per loro essere introversi o anche asociali non sottintendesse che non facessero nulla per diffondere le loro opere. Anche se a quel tempo non avevano Internet o YouTube, un personaggio come Schumann aveva infiniti contatti con altri musicisti, occasioni di incontro e scambio, per non parlare del fatto che nel caso specifico questo compositore diffondeva anche le sue idee musicali scrivendo in importanti riviste culturali. <strong>Inoltre, il ‘creatore’ può anche permettersi di stare chiuso in una stanza a comporre senza avere contatti con il mondo, anche se poi dovrà pur mostrare la sua opera a qualcuno perché possa essere apprezzata e possa diffondersi.</strong> <strong>L’interprete invece ha la necessità di farsi conoscere, </strong>perché può anche essere geniale e suonare in maniera unica, ma se sta chiuso nella sua stanza nessuno ne può essere al corrente: lui non potrà lavorare quanto merita e il mondo si perderà l&#8217;occasione di poter godere della sua interpretazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua vita pianistica è stata positivamente segnata dall’incontro con Sergio Perticaroli, professore emerito dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Puoi raccontarmi qualche aneddoto sui vostri incontri? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La figura del M° Perticaroli è stata una svolta per la mia vita pianistica. Ho incontrato il Maestro in un concorso pianistico a cui avevo partecipato e in cui uno dei premi era la frequenza di una sua masterclass estiva a Salisburgo. Mi ricordo che assistevo a tutte le sue lezioni come incantata e così provai l&#8217;ammissione all&#8217;Accademia di Santa Cecilia di Roma. I tre anni trascorsi in Accademia furono illuminanti: il Maestro mi aveva aperto un mondo di nuove fondamentali informazioni tecniche e musicali. Furono anni molto duri: non solo per i viaggi, ma anche perché nel frattempo stavo frequentando contemporaneamente il Biennio e il corso di Didattica al Conservatorio di Milano e il corso di musica da camera all’Accademia di Imola. <strong>Inoltre con il Maestro avevo una perenne sensazione di essere inadeguata e di non riuscire ad applicare i nuovi principi che mi insegnava nella loro interezza.</strong> <strong>Solo negli anni a seguire ho sentito che i suoi insegnamenti erano sedimentati e sono riuscita davvero a interiorizzarli e renderli miei. Il Maestro Perticaroli ha continuato e continua tutt’oggi a insegnarmi molto, perché ogni volta che ho uno spartito davanti non posso che immaginarmi costantemente cosa potrebbe consigliarmi riguardo all’esecuzione dei pezzi che sto studiando. </strong>Una caratteristica che mi ha sempre stupito del Maestro Perticaroli e che trovo un pregio riservato solo a pochi docenti è la capacità di non imporre la sua visione musicale, il rispetto assoluto della personalità di chiunque stesse suonando davanti a lui: l&#8217;interpretazione doveva essere coerente, convincente, ma all&#8217;interno della visione personale dell&#8217;allievo. Ho conosciuto il Maestro in un momento della sua vita in cui aveva già smesso da diverso tempo di suonare in pubblico. Nonostante ciò, l&#8217;immagine dei suoi esempi al pianoforte rimangono impressi, quasi incisi nella mia memoria, con incredibile forza, vita e intensità. È capitato diverse volte che sia riuscito a strapparmi delle lacrime di commozione per la bellezza del suono e del suo canto: esso fuoriusciva dal pianoforte come una voce umana piena d&#8217;amore che scaturiva direttamente dalla sincerità del suo sentimento. Anche se non abbiamo mai avuto una particolare confidenza, più che altro per il rispetto e la soggezione che ho sempre provato nei suoi confronti, mi sento legatissima a lui come maestro e come persona, e non esagero a dire che è stato una delle presenze più importanti nella mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65102 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/disco3-297x300.jpg" alt="" width="210" height="212" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco3-297x300.jpg 297w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/disco3.jpg 578w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />Molti giovani musicisti, dopo essersi diplomati in Italia, si trasferiscono all’estero per perfezionarsi. C’è chi vede questi viaggi come un simbolo di libertà e di apertura al mondo, ma per altri sono il segno del decadimento dei conservatori e della fine di una tradizione che inventò l&#8217;opera lirica e impose la propria lingua negli spartiti. È così raro che uno straniero venga in Italia a proseguire i suoi studi! </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo sono vere entrambe le cose. Molti giovani vanno a studiare all’estero per avere una bella esperienza di crescita e di scambio, che potrebbe inoltre aprire nuove strade, oltre che fornire un titolo di prestigio. <strong>Tuttavia numerosi musicisti si spostano anche perché non trovano in Italia uno sbocco lavorativo e si lanciano in esperienze in altri Paesi sperando di essere riconosciuti e rispettati come musicisti. In realtà ogni volta che vado all&#8217;estero per concerti mi accorgo che la visione dell’Italia da parte degli stranieri è ancora la stessa: la terra della musica e dell’opera (oltre che della buona cucina e della moda!).</strong> Ma questa visione ha vita molto breve: chi viene a studiare in Italia (soprattutto cantanti) pensando di trovare un mondo paradisiaco di musica e arte rimane deluso, perché spesso trova condizioni molto più difficili che nel proprio Paese, ma soprattutto trova un atteggiamento generale di indifferenza, ignoranza e mancanza di rispetto verso la musica e i musicisti. Gli italiani, e prima di tutto i nostri politici che avrebbero i mezzi e la responsabilità per migliorare le cose, non si rendono conto della ricchezza che abbiamo e che potrebbe derivare dalla valorizzazione di ciò che faceva così parte della cultura del nostro Paese e che purtroppo sembra destinato a scomparire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo progetto del 2019 è la registrazione del mio ultimo programma, composto da brani che esprimono il collegamento tra musica e pittura, di cui la colonna portante è rappresentata dai <em>Quadri di un’esposizione</em> di Modest Petrovič Musorgskij. <strong>Sono appena tornata dalla Cina e per l’anno prossimo ho in programma alcuni concerti sia solistici che cameristici in tutta Italia e all’estero.</strong> Inoltre l’insegnamento è diventato ultimamente una parte molto importante della mia attività: oltre che le lezioni al Conservatorio, ho in programma molte masterclass sia in Italia (Cremona, Pescara, Latisana, Santa Margherita Ligure, Sciacca, San Benedetto del Tronto) che all&#8217;estero (Norvegia).</p>
<p><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>“Verso l’eternità in tutto il suo niente”: sulla poesia indisciplinata di André Gaillard, amico di Cendrars e discepolo eretico di Breton</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 10:05:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Muore il 16 dicembre del 1929 a Marsiglia – come Arthur Rimbaud, il ragazzino che si volle veggente – André Gaillard, poeta surrealista nato nel 1898 a Rochefort – nella Charente-Maritime, dipartimento atlantico francese – ma che presto si trasferì sulla costa mediterranea, dove visse, lavorò, scrisse. Qui incontrò Blaise Cendrars, poeta e romanziere svizzero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Muore il 16 dicembre del 1929 a Marsiglia – come Arthur Rimbaud, il ragazzino che si volle veggente</strong> – André Gaillard, poeta surrealista nato nel 1898 a Rochefort – nella Charente-Maritime, dipartimento atlantico francese – ma che presto si trasferì sulla costa mediterranea, dove visse, lavorò, scrisse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui incontrò Blaise Cendrars, poeta e romanziere svizzero naturalizzato francese dopo la sua esperienza di legionario nella Grande Guerra</strong>, cui pure Gaillard prese parte venendo ferito in modo grave come il più famoso collega, il quale è tra le poche fonti di notizie biografiche sul suo più giovane amico.</p>
<p><figure id="attachment_64656" aria-describedby="caption-attachment-64656" style="width: 244px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-64656" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/André-Gaillard.jpg" alt="André Gaillard" width="244" height="244" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/André-Gaillard.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/André-Gaillard-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 244px) 100vw, 244px" /><figcaption id="caption-attachment-64656" class="wp-caption-text">Lui è André Gaillard (1898-1929)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Amico perché come Cendrars scrive nelle pagine del secondo volume della sua tetralogia autobiografica, <em>L’Homme foudroyé [L’uomo fulminato]</em>, la cui traduzione in italiano è incredibilmente parziale, e vale a dire le <em>Rapdodie gitane</em> edite da Adelphi nel 1979, aveva preso casa alla Redonne, splendida località a ovest di Marsiglia, con l&#8217;intento di scrivervi un nuovo romanzo…</p>
<p style="text-align: justify;">Si lasciò tuttavia distrarre dal paesaggio e dalla gente, e pure dagli affari, che lo spinsero a ingaggiare Gaillard, già impiegato come telegrafista presso il Vieux-Port della città provenzale in cui si era trasferito a ventidue anni e dove conduceva una vita divisa tra il lavoro d&#8217;ufficio e una <em>bohème</em> notturna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gaillard divenne così, accompagnato dalle sue varie amanti, l’unico ospite ammesso presso l’Escaryol, il “castello” che Cendrars aveva affittato sulla costa di quel piccolo Peloponneso</strong> la cui meraviglia secoli prima di Cristo aveva sedotto con la sua scintillante bellezza i coloni fenici e greci, dove il giovane poeta poté disporre della camera da letto e di una macchina da scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il profilo che Cendrars traccia del suo amico, è di un tipo timido, spesso silenzioso e malinconico ma anche affascinante, amichevole e chiacchierone. </strong>E dicendo del giovane poeta, l’autore di <em>Moravagine </em>coglie anche l’occasione per spiegare la propria presa di distanza, non solo geografica, da Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’avanguardia culturale della capitale era infatti sempre più monopolizzata da Breton e compagni</strong>, preferendo ben più avventurosi viaggi in giro per il mondo, oltre che letterari, alla sterile frequentazione degli adepti del movimento, descritti come figli di papà, arrivisti impregnati di spirito borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Gaillard a Parigi preferì invece Marsiglia, e nella città del <em>Midi</em> diede inizio a una proficua collaborazione con Léon-Gabriel Gros e i <em>Cahiers du Sud</em>, la rivista letteraria che pubblicò le sue prime due raccolte di versi, <em>Il fondo del cuore </em>e <em>La terra non è di nessuno</em>, riproposte poi, assieme a <em>L’ombra e la preda</em>, a <em>I cammini della passione</em> e ai frammenti di prose <em>L’Amour à Marseille [L’amore a Marsiglia]</em> e <em>Les Plaisirs de la vie brève [I piaceri della vita breve]</em>, nel volume delle opere complete, edite postume nel 1941 con una presentazione accorata a firma dello stesso Gros.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al contrario di Cendrars, il più giovane poeta rimase fedele ai surrealisti e non mancò di affermare la propria stima e il proprio debito nei confronti del capofila</strong> (“Mi ha aiutato a vivere – non a vivere come voi mangiate – a <em>vivere</em>” – “Ho dubitato, credo, di tutti i miei amici; non dubito di André Breton”).</p>
<p style="text-align: justify;">Non per caso uno dei temi centrali della sua opera, come di quella di un altro membro del gruppo, René Crevel, è quella del tentativo di raggiungere una nuova forma d’esistenza, nella più perfetta immanenza, col suicidio come orizzonte finale, e un equilibrio che è “sempre sul punto d&#8217;esser raggiunto, sempre rotto dagli assalti contrari dello slanci o vitale e dello slancio mortale, ma la cui fissazione definitiva è un suicidio”, lungo quella che Gaillard descrive, specchiandosi nella poesia altrui e in questo caso nei versi di Paul Éluard, come una “ricerca […] incessante, assoluta”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Grandezza isolata che si conosce e si giudica, e non cerca altro appoggio se non in se stessa”</strong> – “Grandezza dell&#8217;uomo indipendente, fedele alla terra e a se stesso, negatore dell&#8217;immortalità” – “[G]randezza di chi va a perire e lo sa, grandezza di chi viene dalla polvere e vi tornerà, ma che, l’istante di un sogno, l’istante di una vita, disintegra con miracolosa imperizia la materia di cui essa è fatta e la anima più in alto che essa stessa”, tale è pertanto il sogno di quello che Gros definisce “un mistico senza Dio”, del tutto aderente a una filosofia materialista della realtà che Gilles Deleuze chiama “piano d’immanenza”, e che nel surrealismo diventerà vera e propria inversione del trascendente religioso, “eresia immanentista”, nella quale, come scrive Gaillard ne <em>I cammini della passione</em>: “L’uomo marcia a lungo” – “L’uomo calpesta il cielo”, e nel suo caso il vivere è drasticamente declinato tra sesso e droga, tra ricerca artistica e agonia corporea, cominciata a onor del vero, come ricorda lo stesso Gros, in parte corretto dalla testimonianza di Cendrars, con le ferite di guerra e proseguita con la caduta da una scogliera nei pressi della dimora di Cendrars, due episodi che portarono il poeta alla frequentazione degli stupefacenti nelle fumerie marsigliesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo tragico evento, dal quale in sostanza il poeta non si sarebbe più ripreso, è stato ricostruito dallo stesso Cendrars, che opta apertamente per l’ipotesi del suicidio, esito estremo del <em>riennisme</em> di cui Gaillard parla a proposito del romanzo di Crevel <em>Il mio corpo ed io </em>rafforzando l’idea di tale scelta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro e la breve fratellanza poetica tra i due autori tra Marsiglia e la Redonne è di una spontaneità che fa il paio con quella dei versi di Gaillard, il cui universo poetico, privo di qualsivoglia sofisticazione intellettualistica, sta a fatica nelle gabbie che l’ideologia politica che il surrealismo di Breton  imporrà col dogma universalista della <em>fraternisation</em> auspicata da Éluard, nuova religione del mondo egualitario che, come denunciato da Henry Miller in una famosa lettera ai surrealisti, esige la rinuncia del poeta alla propria individualità e peculiarità per uscire dalla solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64657 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Le-forbici-del-sogno-196x300.jpg" alt="André Gaillard" width="148" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Le-forbici-del-sogno-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Le-forbici-del-sogno.jpg 500w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />Restio a qualsiasi precetto di matrice ideologica che cancellasse le differenze dagli altri che costituivano la sua individualità di uomo e poeta, Gaillard fu sufficientemente attento e sensibile alla realtà del suo tempo </strong>da saperne cogliere le dinamiche, tanto da affermare a fine anni Venti che: “[G]ià ora, nell’U.R.S.S. si possono osservare gli stessi germi di decadenza, gli stessi segni precursori di un fallimento delle libertà promesse”, e che: “Già i privilegi vi si organizzano […], e si può prevedere il giorno prossimo in cui la vita libera dello spirito [sarà] divenuta impossibile […].”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche sul piano della composizione poetica Gaillard si rivela anarchicamente indipendente da qualsiasi norma</strong> e l’unico autentico residuo formale della sua poesia è infatti costituito, almeno agli inizi, dalle strofe e dalle rime, impiegate meno per dare una regola musicale che non a svolgere un ruolo di puro “spunto sonoro” nella produzione di associazioni tutte surreali.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Gros descrive la poesia e quindi l’“esplorazione” di sé che Gaillard ha messo in atto, che considera analoga a quelle di Nerval e Rimbaud, e persino a un certo cinema<em> burlesque</em>: “La maggior parte dei resoconti di sogni de <em>La terra non è di nessuno</em> sono contemporanei alle ultime poesie de <em>Il fondo del cuore</em>, però, mentre le poesie riflettono semplicemente l&#8217;attitudine di Gaillard di fronte ai problemi essenziali, tali resoconti superano quello stadio e colgono in questo senso meno la posizione morale che non l&#8217;avventura intellettuale. <strong>Quest’esame di coscienza perpetuo, questo inseguire le stelle, André Gaillard lo intraprende a tutta velocità. La sola vita che valga la pena d’esser vissuta, esattamente perché impossibile, egli si sforza appassionatamente, freddamente di viverla.</strong> È questo ciò che intendeva con l&#8217;esser pienamente un uomo di carne e di sangue, e non un fantasma quotidiano”.</p>
<p style="text-align: justify;">La libertà secondo Gaillard sarebbe infatti quella dalla morte, non intesa tanto come “l’ultima linea delle cose” oraziana, la quale, sia detto per inciso, <strong>va per Gaillard “verso l’eternità in tutto il suo niente”, come scrive in un verso di <em>Scorpione,</em></strong> bensì quella che sclerotizza la vita degli uomini, o meglio degli automi, degli zombie del mondo moderno, direbbe il romanziere de “La crocifissione in rosa” sulla scorta del suo maestro, D. H. Lawrence, che Gros non manca infatti, e del tutto a proposito, di citare introducendo le opere del suo compagno d&#8217;avventura ai <em>Cahiers du Sud.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gaillard vive e scrive versi in questa maniera ben sapendo che un tale slancio cela il rischio della lacerazione, dello sfinimento, che filtrano infatti in modo costante nel dinamismo delle immagini</strong> che il poeta medita sconfitto, errabondo e solitario “con l’eco dei suoi passi lungo i cammini dei suoi sensi”, come dice di Crevel ma in realtà sempre guardandosi allo specchio, alla ricerca di una verità che tuttavia non può trovare nel libertinismo, nei libertinaggi, negli altri, presenze sfuggenti e insoddisfacenti, perché la vera, autentica coscienza e sapienza si può dare solo con l’<em>agapè.</em></p>
<p style="text-align: justify;">I rischi della deriva, analoghi a quelli narrati da Crevel ne <em>Il mio corpo ed io</em>, sono evidenti, e in essi, come aveva annunciato Miller, l’intero movimento surrealista è poi sprofondato.</p>
<p style="text-align: justify;">La “realtà” cui approda il surrealismo è infatti, come notato da tanti commentatori, tra i quali René Guénon, di tipo inferiore, perseguita per tramite di un <em>bricolage</em><em> di riferimenti confusi, sincretici ed esoterici, oltre che psicopatologici, in un folle miscuglio che, come ha scritto Pierre Drieu La Rochelle, “lo tiene a distanza dalla grande esperienza pagana e cristiana dei misteri”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta si aggrappa allora ai fianchi delle donne come ai puteali di questo pozzo profondo dei sogni, per lasciarvisi infine cadere, con la speranza di trovarvi la realtà. Invano. <strong>Cavalca l’onda delle fantasmagorie, si fa portare dal vento, ma non viene a capo delle ataviche antinomie, amore e morte, luce e ombra, giorno e notte, uomo e donna.</strong> Produce infiniti nuovi simulacri di visioni, coinvolgendo il proprio corpo, quello delle donne che ha incontrato, forse anche pagato o forse solo sognato, e la natura. Gli elementi sono sempre presenti nei versi, per mostrarsi ai corpi e ai gesti erotici, per circondarli, per mescolarvisi, per frizionarvisi, per distruggerli o per accoglierli.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal suo <em>fondo del cuore</em> scaturisce in una fantasmagonia onirica, surreale, esaltata ma non priva di ferite nella carne, nella mente e nello spirito che è questo “sonno scucito dalle forbici del sogno” fatto di terra e mare, amore e guerra, luce e sangue, fuoco e ghiaccio, desiderio e piacere, libertà e schiavitù, in un susseguirsi d&#8217;immagini mobili, debordanti, sfuocate, lampeggianti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Chiave dei sogni</em></strong></p>
<p>Per seppellir dei tanghi fasulli<br />
Delle trombe dei taxi il fragore<br />
Questo cuore che batte sotto i coltelli<br />
State attenti che non cada in errore<br />
Citerea accende i suoi fanali</p>
<p>Rive del cuore dai sogni battute<br />
Questo fuoco desiderio che ti consuma<br />
Viene a morire in risa increspate<br />
L’acqua marina di una spugna<br />
E le memorie le più ostinate</p>
<p>Rive segrete tanto battute<br />
Flutti d&#8217;equinozio e d&#8217;amore<br />
In cui si avvolgon le corolle cocciute<br />
Di una procellaria ortodossa il clamore<br />
Rapisce le vostre anche mal vestite</p>
<p>Volate via vesti del sogno<br />
La carne sorride alle labbra belle<br />
E a una notte breve s&#8217;impegna<br />
Una fiammata di rosse stelle<br />
E dei fuochi sulla battigia</p>
<p>Il vento che striscia fino all’alba<br />
Vacilla e soffia i fuochi d’artificio<br />
Il desiderio si fa rosso alla risata sorda<br />
S’inginocchia su un gradino liscio<br />
Per l’amore e la sua amara onda</p>
<p>Una pioggia scipita e velenosa<br />
Con i suoi lenti aghi bucherella<br />
L&#8217;anca avvinghiata e dolorosa<br />
Con le sue lente maglie culla<br />
La stretta spenta e zuccherosa</p>
<p>Lunghe ghirlande troppo facili<br />
I corpi s’intrecciano avidi<br />
Bocche che mordono i frutti fragili<br />
Fiori e uccelli ardenti e gelidi<br />
Danzanti sulle labbra agili</p>
<p>Dalle violette alle porpore dure<br />
Tutto l&#8217;arcobaleno s&#8217;accende e muore<br />
Un’alba di tragiche toelettature<br />
Getta ghiacci sul suo cuore<br />
Gigli freddi e delizie troppo mature</p>
<p>Come l’aurora è violenta<br />
Sulla notte stropicciata di piaceri<br />
Ancora un’alba che annienta<br />
E la morte magra dei desideri<br />
Che con uno specchio ancor si tenta</p>
<p><strong><em>André Gaillard</em></strong></p>
<p><em>*Per gentile concessione si è pubblicata parte dell’introduzione e una poesia tratta dall&#8217;antologia poetica di André Gaillard, “Le forbici del sogno”(<a href="http://www.la-finestra.com/" target="_blank" rel="noopener">La Finestra Editrice</a>, 2018), volume curato da Marco Settimini</em></p>
<p><em>*</em></p>
<p><em>**In copertina: Blaise Cendrars in una fotografia di August Monbaron del 1907</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/verso-leternita-in-tutto-il-suo-niente-sulla-poesia-indisciplinata-di-andre-gaillard-amico-di-cendrars-e-discepolo-eretico-di-breton/">“Verso l’eternità in tutto il suo niente”: sulla poesia indisciplinata di André Gaillard, amico di Cendrars e discepolo eretico di Breton</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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