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	<title>Fernando Pessoa Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“L’enigma di vivere”. Pessoa o del poeta come teosofo</title>
		<link>https://www.pangea.news/pessoa-poesie-esoterismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 03:47:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Aleister Crowley]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura portoghese]]></category>
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<p>Fernando Pessoa non evocava spettri, li creava: secondo il gergo gnostico, erano una sua “emanazione”. Primo mobile, implacabile e generoso, anonimo, immortale nella propria malinconica infima infinitezza,&nbsp;<strong>Pessoa è il dio abulico da cui provengono molteplici eteronimi; è l’uno che s’immilla, il singolo che dilaga in legione. Nella Cabala sarebbe “Keter”, il divino niente, incolore, trascendente;</strong>&nbsp;il&nbsp;<em>Retrato de Fernando Pessoa</em>&nbsp;realizzato da José de Almada-Negreiros ne distingue l’eleganza patetica, plastica, le mani da alchimista, lo sguardo incline alla severità – e dunque, alla più fosca compassione –, di incerta violenza: ci vuole estro burocratico per discernere il caos.&nbsp;</p>



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<p>“Pessoa è una plurima, mostruosa cattiva coscienza: la mia, la nostra, la vostra, quella di tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi buona volontà si tratti.&nbsp;<strong>Pessoa è un grido di dolore e un belato, un canto altissimo e una smorfia, un’unghia che corre sulla lavagna dove un buon professore voleva tracciare la tranquillizzante dimostrazione del suo teorema”, ha scritto Antonio Tabucchi</strong>, con estro ascendente, in&nbsp;<em>Una sola moltitudine</em>(Adelphi, 1979), il libro che ha fatto di Pessoa il santo dell’editoria odierna, un fenomeno pop, il guru dei nostri esoterismi quotidiani, da caffelatte. Tra le altre cose, arguiva Tabucchi, Pessoa si riconosce “nel rifuggire il segno che si afferma, nel ripudiare la&nbsp;<em>prevalenza</em>”. Insomma, Pessoa non lo incateni in un vezzo, in un tono, in un aggettivo: gli eteronimi, diversamente crudeli, esistono per proteggere il creatore da ogni incursione esegetica, da ogni fede cretina, dall’assolo degli accademici.&nbsp;</p>



<p>Tra la falange degli eteronimi, Alexander Search, nato il 13 giugno 1888 a Lisbona, come Pessoa, probabilmente sudafricano, autore di testi dai titoli claustrofobici –&nbsp;<em>The Mental Desorder of Jesus, Delirium, Agony</em>&nbsp;– e di “un patto con Satana”, pare prefigurare il fatidico incontro con la “Bestia”, il “666”, l’esoterista Aleister Crowley. Dell’incontro, accaduto il 2 settembre del 1930, sappiamo pressoché tutto – merito di un libro,&nbsp;<em>La bocca dell’inferno</em>, curato da Marco Pasi per Federico Tozzi editore nel 2018.&nbsp;<strong>Pessoa aveva scritto all’editore londinese di Crowley, segnalando un errore nel suo oroscopo; Crowley – cacciato da Cefalù sette anni prima –, meravigliato dall’intelligenza astronomica di Pessoa, volle conoscere il discepolo portoghese.</strong>&nbsp;A Lisbona sbarcò con una ragazza di proverbiale bellezza, Hanni Larissa Jaeger, che dopo un po’ preferì mollarlo. Qui il rapporto iniziatico inizia a prendere i toni del capriccio, della bizza carnevalesca: Crowley, infatti, inscena un suicidio, presso le scogliere della “Boca do Inferno” a Cascais, forse per riconquistare la fanciulla, di certo per riattivare la propria fama, lievemente in disarmo. Pessoa, davanti alla polizia locale, gli fa da spalla, il caso monta, la stampa s’infiamma, Crowley ottiene l’effetto sperato. Nel frattempo, è partito per Berlino, dove si accompagna con un’altra donna, Bertha Busch. Pettegolezzi mistici.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108476" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /><figcaption class="wp-element-caption">Aleister Crowley (1875-1947)</figcaption></figure>



<p>Ad ogni modo, gli interessi di Pessoa per l’occultismo risalivano a diversi anni prima:&nbsp;<strong>nel 1915 aveva tradotto alcuni testi di Helena Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, rimanendone impressionato.</strong>&nbsp;Cinque anni dopo, a Ophélia Queiroz, scrive “Il mio destino&#8230; è subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano”. Nella notissima nota autobiografica redatta il 30 marzo del 1935, otto mesi prima della morte,&nbsp;<strong>Pessoa afferma di essere stato “Iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo” (da Crowley?), di essere “fautore di un nazionalismo mistico”, dichiarandosi “fedele alla Tradizione Segreta del Cristianesimo”.</strong>&nbsp;L’anno prima aveva stampato, in proprio,&nbsp;<em>Mensagem</em>, l’unico libro in versi, in portoghese, edito in vita. In forma lirica, Pessoa riassume il suo credo nel “sebastianismo” e nel&nbsp;<em>Quinto Imperio</em>, apice del destino portoghese. L’indole messianica dona alle poesie un’urgenza dorata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non so l’ora, ma so che l’ora esiste.<br>Benché Dio la ritardi e l’anima la chiami mistero”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Con quel libro, Pessoa partecipò al premio bandito dal Secretariado de Propaganda Nacional: gli fu preferita l’opera meno impegnativa di un sacerdote, Vasco Reis, che, a voler sfogare nell’onirico, pare una creatura ideata lì per lì da don Fernando, magari è il cugino di Ricardo Reis – monarchico, nato a Oporto, fanatico di Orazio, si era autoesiliato in Brasile.&nbsp;</p>



<p>Tra le&nbsp;<em>Poesie esoteriche</em>&nbsp;di Pessoa – a cura di Francesco Zambon; già Guanda, 2000, poi Luni, 2022, da leggere in concomitanza con le&nbsp;<em>Pagine esoteriche</em>&nbsp;di Pessoa stampate da Adelphi nel 1997 e con la raccolta&nbsp;<em>Politica e profezia</em>, a cura di Brunello De Cusatis, Bietti, 2018 – le più belle non sono quelle voluttuosamente gnostiche (<em>Sulla tomba di Christian Ronsencreutz</em>, per dire, con distici sapienziali come questo: “Dio è l’Uomo di un altro Dio maggiore:/ Supremo Adamo, anch’Egli ebbe Caduta”), ma quelle in cui il poeta scorge la tenebra tra le spirali del roseto sotto casa, solleva, con cautela, la pellicola che ammutolisce il mondo, svelandone l’arcano:&nbsp;</p>



<p><strong>“La morte è la curva della strada,<br>morire è solo non essere visto&#8230;</strong></p>



<p><strong>La terra è fatta di cielo.<br>La menzogna non ha nido”.&nbsp;</strong></p>



<p>La rivelazione è domestica, qui, esatta; l’enigma, per scioglierlo, richiede arte, anzi, tenerezza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="665" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108477" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-600x902.jpg 600w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></figure>



<p>Pare, cioè, che per Pessoa l’esoterismo non abbia le tinte della moda, dell’esclusività snob da club inglese – come accade per l’allucinato William Butler Yeats –; la massoneria è missione, la gnosi uno scoscendimento nel privato: manca – per fortuna – la liturgia kitsch, la chiacchiera oltremondana, il rito da triti altoborghesi. In Pessoa vince l’ingenuità, il regno dello stupore, un tabernacolo di miele in gola. In fondo, il&nbsp;<em>Livro do Desassossego</em>&nbsp;è il regesto di un’anima smarrita, una specie di vangelo gnostico, ma in negativo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Come Diogene di Alessandro, ho chiesto alla vita soltanto che non mi togliesse il sole. Ho avuto desideri, ma mi è stata negata la ragione di averli&#8230; Dio mi concede che non manchi l’enigma di vivere”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>D’altronde, se Bernardo Soares era un modesto “aiutante contabile” che conteneva universi notturni, Ricardo Reis sfoggiava una specie di aureo epicureismo, Alvaro de Campos nasce dandy, futurista, antiborghese; Antόnio Mora era “un paranoico” ossessionato dal&nbsp;<em>Prometeo incatenato</em>&nbsp;di Eschilo; non è estraneo il neopaganesimo tra gli interessi di Alberto Caeiro, poeta “alieno a legami affettivi e sentimentali” dagli occhi ovviamente azzurri. Come relegare Pessoa, ideatore di nebbie, estremista dell’elusione, in un pensiero, un credo, una loggia, un congedo?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per gli eteronimi di Pessoa non esiste l’inferno, non ha senso il giudizio ultimo: sono assolti per eccesso di assoluto.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“Segui il tuo destino”. Delirio e bellezza intorno a una poesia di Pessoa</title>
		<link>https://www.pangea.news/pessoa-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 05:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima volta è stato terribile. Fare il gesto con la mano della pistola puntata alla tempia…&#160; È stato terribile il fatto del solo pensiero che mi sfiorasse, e delle mie parole quasi prive di speranza… Sì ‒ terribile.&#160; Tutto questo accadeva per qualcosa che non andava per il verso giusto; e non per colpa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La prima volta è stato terribile. Fare il gesto con la mano della pistola puntata alla tempia…&nbsp;</p>



<p>È stato terribile il fatto del solo pensiero che mi sfiorasse, e delle mie parole quasi prive di speranza… Sì ‒ terribile.&nbsp;</p>



<p>Tutto questo accadeva per qualcosa che non andava per il verso giusto; e non per colpa mia.</p>



<p>Nel frattempo è uscito un mio libro di poesie, che in esergo riportava questi versi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Segui il tuo destino,<br>annaffia le tue piante,<br>ama le tue rose.<br>Il resto è l’ombra<br>di alberi estranei.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dunque penso: La poesia mi salva. La poesia m’insegna. La poesia è tutto.</p>



<p>La seconda volta, però, fu ancora più brutto. Capii che mi stavano distruggendo i sogni. Lo ammisi. E qualcuno disse davanti a tutti di chi era la colpa. Lo ripeté più volte, con atto di sfida.&nbsp;</p>



<p>Io, per tutta risposta, mi spensi. Mi sedetti quasi subendo in silenzio.&nbsp;</p>



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<p>Troppa gente poteva sentire la mia reazione; gente sbagliata poteva annichilire e reagire di fronte alla mia rabbia infinita; ma non era il caso.</p>



<p>Per questo, e per motivi ben più forti ‒ ben più sacri ‒, tengo alto il fuoco, tengo desto il cuore.</p>



<p>Nessuno distruggerà i miei sogni. Nessuno!</p>



<p>Ho appeso questa poesia al muro, accanto al comodino, accanto al letto. Così che io possa vederla e leggerla ogni notte. Ogni notte!</p>



<p>È il mio&nbsp;<em>memento</em>. È il mio cuore incendiato!</p>



<p>Io sono ancora vivo.</p>



<p>(<em>Giorgio Anelli</em>)</p>



<p>*</p>



<p><strong>Segui il tuo destino,<br>annaffia le tue piante,<br>ama le tue rose.<br>Il resto è l’ombra<br>di alberi estranei.</strong></p>



<p><strong>La realtà<br>sempre è di più o di meno<br>di quello che vogliamo.<br>Solo noi siamo sempre<br>uguali a noi stessi.</strong></p>



<p><strong>Dolce è vivere solo.<br>Grande e nobile è sempre<br>semplicemente vivere.<br>Lascia il dolore sulle are<br>come ex voto agli dèi.</strong></p>



<p><strong>Guarda da lontano la vita,<br>senza mai interrogarla.<br>Essa niente può dirti.<br>La risposta<br>sta al di là degli dèi.</strong></p>



<p><strong>Ma serenamente<br>imita l’Olimpo<br>dentro il tuo cuore.<br>Gli dèi sono dèi<br>perché non si pensano.</strong></p>



<p><strong><em>(1.7.1916)</em></strong></p>



<p><strong><em>Ode di Ricardo Reis</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Fernando Pessoa nel 1928</em></p>
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		<item>
		<title>“Perché è bella l’arte? Perché è inutile”. Piccolo discorso sull’inquietudine di Pessoa</title>
		<link>https://www.pangea.news/fernando-pessoa-libro-inquietudine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 04:03:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[eteronimi]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[Libro dell&#039;inquietudine]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Peratoner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Suppongo sia un’attitudine, una vocazione dello spirito, qualcosa di genetico che non ci si può togliere di dosso, l’esprimersi meglio per mezzo degli aforismi e trovare la propria dimensione di scrittore al di fuori di sé, calzando una maschera che nasconde il proprio vero volto. Fernando Pessoa riflette per frasi brevi, dense di significato; probabilmente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Suppongo sia un’attitudine, una vocazione dello spirito, qualcosa di genetico che non ci si può togliere di dosso, l’esprimersi meglio per mezzo degli aforismi e trovare la propria dimensione di scrittore al di fuori di sé, calzando una maschera che nasconde il proprio vero volto. <strong>Fernando Pessoa riflette per frasi brevi, dense di significato; probabilmente necessita lui stesso di concentrazione sull’essenza della verità, ma ci stupisce perché parla immaginando di essere qualcun’altro</strong> e quel suo immaginare non è soltanto una fantasia, ma una vera e propria generazione di personalità nuove. L’utilizzo degli eteronimi, fenomeno letterario che lo ha reso universalmente celebre, è la cifra stilistica del grande scrittore portoghese ed è anche un caso pressoché isolato in letteratura.</p>



<p>Pessoa non inventa solo le storie, ma anche (e soprattutto) i loro autori: in breve, fa agire scrittori diversi, dotati di proprie idee, esperienze, stili, poetiche e quadri psicologici. Dietro ciascuna di quelle personalità fittizie c’è sempre lui, naturalmente, <strong>ma non si cada nella tentazione di poter trovare in Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro e Bernardo Soares una qualsivoglia somiglianza:</strong> se ne troverebbero di più tra quattro estranei che si incontrano occasionalmente a chiacchierare in un bar. Sarebbe pure errato liquidare la faccenda sostenendo che, in realtà, egli ha messo pezzi di se stesso in ciascuno di loro, frammentando la propria personalità, perché vi sono elementi di integrità in ciascuno degli eteronimi (e in ciascuna personalità) che definiscono perimetri esistenziali di individui che sono tra loro totalmente incompatibili.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="646" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Pessoa001-jpg_1544798648-646x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97292" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Pessoa001-jpg_1544798648-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Pessoa001-jpg_1544798648-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Pessoa001-jpg_1544798648-600x952.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Pessoa001-jpg_1544798648.jpg 681w" sizes="(max-width: 646px) 100vw, 646px" /></figure>



<p><strong>Un principio di paradosso costringe a diversa lettura: si può ritenere non troppo azzardata l’affermazione che egli sia – davvero – tanti scrittori in uno e gli si può a buon diritto riconoscere questo primato per aver dedicato l’intera vita a dimenticare (letteralmente) se stesso, a desiderare di essere dimenticato.</strong> Se questa profonda disaffezione per l’<em>Io</em> delegittima troppo la logica, occorre farsene una ragione e vedere l’evento come qualcosa che non trova una spiegazione soltanto perché non è stato sufficientemente studiato o perché ancora non se ne conoscono le cause. Forse egli è soltanto la dimostrazione vivente che in noi vivono infiniti mondi e punti di vista, che riescono a farsi strada nella realtà solo nella misura in cui ne diciamo e ne scriviamo, liberandoci del troppo opprimente spazio occupato da qualcosa che non è nostro <em>ab origine</em>, ma che ci può solo essere attribuito dagli altri: l’identità. La sua letteratura sente estranea, insopportabilmente scomoda, quell’attribuzione ed è percorsa dallo scrupolo di chi è nato con un desiderio – forse ossessivo e psicotico – di uscire da sé ed essere altro da sé. Questo atteggiamento è per noi stimolo di riflessione sulla complessità dell’intelletto umano, perenne testimonianza della potenza della letteratura per chi la crea e per chi ne fruisce.</p>



<p><strong>L’autore del <em>Libro dell’inquietudine</em>, suo capolavoro indiscusso, è l’alter ego Bernardo Soares: un ortonimo, una personalità molto prossima a quella di Pessoa stesso</strong>, qualcosa che dell’eteronimo conserva solo alcune caratteristiche, ma in cui il discostamento dalla personalità dello scrittore è solo parziale e incompleta. Nella mia mente si visualizza l’immagine di quelle maschere del carnevale veneziano che, nella parte bassa, lasciano scoperta la bocca; uno Zorro a noi tremendamente contemporaneo che desidera agire indisturbato, senza il pesante fardello dell’identità, ma che in fondo non accetta di smarrire totalmente se stesso. Il messaggio si fa così misterioso e sottile, come vago e sfuggente è il confine tra l’identità costruita dalle relazioni col mondo e quella percepita dentro di sé.</p>



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<p>Dove l’<em>Io</em> si specchia nella sua piena coscienza, intravedendo la vacuità del capolavoro che si manifesta nel puro esistere senza scopo, da lì provengono le parole di Soares. In quella lontanissima terra, quasi irraggiungibile, desertico luogo interiore in cui siamo soli con l’unica verità che ci appartiene – fatta di attesa – possiamo udire la voce di un menestrello scritta su un libro, che canta un po’ di quella sottile inquietudine:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Considero la vita una locanda, dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi condurrà, perché non so niente. &nbsp;Potrei considerare questa locanda una prigione, perché in essa sono costretto all’attesa; potrei considerarla un luogo in cui socializzare, perché qui mi ritrovo insieme ad altri. […] Mi siedo alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto sommessamente, solo per me, vaghe canzoni che compongo nell’attesa. Per tutti noi scenderà la notte e arriverà la diligenza. Godo della brezza che mi è data e dell’anima che mi è stata data per goderla, e non mi pongo altre domande né cerco altro. Se ciò che lascerò scritto nel libro dei clienti, riletto un giorno da qualcuno, potrà intrattenerlo nel transito, andrà bene. Se nessuno lo leggerà, né si intratterrà, andrà ugualmente bene”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così si presenta al lettore l’ortonimo Bernardo Soares. Il <em>Libro dell’inquietudine</em>, scritto dalle mani che gli ha offerto in prestito Fernando Pessoa, porta il lettore in quel luogo appena descritto, dove ogni cosa ha la consistenza e la durata di un refolo di vento. Ogni possesso è perduto, ogni traccia è coperta, compresa la memoria di esserci stati. <strong></strong></p>



<p>Tre frasi di quel libro ci permettono di assaporarne la consistenza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Passare dai fantasmi della fede agli spettri della ragione è solamente un cambiare di cella”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In una manciata di parole, Pessoa sfugge a tutte le classificazioni: egli non è un credente, ma non è nemmeno un ateo. Forse è un simbolista ma, per chi ha la necessità di classificare le persone secondo lo scopo che imprimono alla loro esistenza, rappresenta un enigma irrisolvibile. Probabilmente, per avvertire meglio l’essenza di questa personalità e la filosofia di questo libro è meglio disconnettersi dall’impostazione (occidentale) che pretende ogni essere orientato ad un obiettivo e conciliarsi con una visione dell’essere come entità che nulla sa, possiede o pretende, ma semplicemente <em>fluttua</em> nel cosmo, generando segni di sé – che da questo si distaccano come raggi di luce, nell’attesa di venir meno e in altro trasformarsi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="668" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A131WKKFwnL._SL1500_-668x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97293" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A131WKKFwnL._SL1500_-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A131WKKFwnL._SL1500_-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A131WKKFwnL._SL1500_-600x919.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A131WKKFwnL._SL1500_.jpg 705w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure>



<p><strong>Ragione e fede sono confrontate come due forme di pura invenzione, due modi in cui la mente umana è ammaestrata e impara a comportarsi secondo parametri prestabiliti.</strong> Entrambe si adoperano per trovare un ordine nel caos e, forse, proprio in quell’atto di ricerca orientata, generano una fantasia. Limitare la prospettiva significa costringere, imporre regole, attenersi, rispettare. Siamo di fronte all’eterno dilemma del filtro di osservazione, che anche la natura, nelle sue manifestazioni atomiche, quantistiche, infinitamente piccole, ci conferma essere il principio di errore più diffuso nell’umano agire: chi indaga finisce per cambiare la realtà e si trova di fronte qualcosa che prima non era. Ma è davvero possibile eliminare il fattore che guasta la visione? Se la risposta è negativa, allora significa che una capacità è del tutto assente nella coscienza di sé e cioè quella di eliminare se stessa. L’uomo è comunque sempre presente a se stesso, se non per brevi momenti in cui sfugge a quella morsa per fattori naturali: il sogno, l’infanzia, l’amore giovanile, le fasi appena precedenti il morire. In ogni altro momento della sua vita opera una scelta tra le regole cui si deve attenere l’esercizio dell’intelligenza. Fede e ragione sono gli estremi di quell’esercizio di contenimento: mutano i parametri della verità e gli strumenti della sua ricerca, ma entrambe limitano l’azione nel ristretto campo delle loro regole.</p>



<p>Pessoa, tuttavia, inquadra un difetto ma non fornisce un’idea di quale dovrebbe essere la prospettiva di osservazione corretta della realtà, di dove si trovi la chiave per liberarsi dalla cella. Si suppone che una parte della sua soluzione stia però nell’invenzione degli eteronimi. <strong>Di nuovo – spersonalizzare la propria azione per sfuggire al vincolo dell’identità. Ha così dimostrato a se stesso – e a noi – di poter essere chiunque voleva essere, ma questo l’ha davvero liberato dai vincoli della ragione?</strong> Quando si opera nel perimetro dell’essere (altrui) si può dire di essere usciti dallo stringente limite dell’identità, ma non da quello dei parametri di <em>verità</em> cui ogni essere si attiene. Se l’esistenza può essere ritenuta autentica solo quando completamente indipendente dal destino personale, dall’identità, dalla coscienza dei propri limiti come avviene in animali, infanti, innamorati e morenti, quando non interpretiamo, anche solo temporaneamente, uno di quei ruoli, sembriamo essere destinati ad una scelta che ci costringerà comunque a vivere intrappolati in una rete. In questo senso Pessoa è riuscito a svincolarsi dalla prigione dell’identità, individuando una possibile soluzione nel disaffezionamento al sé e spingendosi così lontano dai propri territori spirituali da aver potuto essere contemporaneamente se stesso o chiunque altro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutto è imperfetto, non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più, o brezza lieve che invita al sonno che non possa favorire un sonno ancora più sereno”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Cosa accade se si desidera qualcosa che si contribuisce a rendere impossibile? Un tumulto si scatena quando si comprende di essere, probabilmente, i principali responsabili della propria infelicità; a meno che non sia proprio il permanere in quello stato di sottile e costante afflizione che consente di sopravvivere. In realtà non è dato sapere quali siano i fattori che garantiscono all’essere umano un equilibrio. Vi sono parecchie teorie psicologiche che individuano nella difficoltà, nell’adattamento alla complessità del vivere, la chiave per la serenità interiore e la soluzione di molti stati nevrotici; ma è certo che la perfezione è un concetto astratto, tipicamente umano, una pura invenzione. Questa è la riflessione che ci sottopone Pessoa nella frase. Il controsenso insito nell’atteggiamento umano nasce dall’abitudine a darsi degli scopi: vincere la noia e porsi degli obiettivi, anche inventati, purché idonei a motivare la propria azione e mantenere l’esuberanza cerebrale in uno stato di ragionevole bilanciamento. Un prodotto mentale, tuttavia, che per quanto necessario (e utile) non corrisponde necessariamente ad alcuna realtà. Per l’essere umano, dunque, desiderare la perfezione vuol dire fare esattamente ciò che serve per rendere un obiettivo impossibile da raggiungere. Il disagio perenne nasce da questo equivoco, che potrebbe essere facilmente risolto accettando l’idea che la perfezione non esiste e che non v’è motivo di dolersene. <strong>Il valore che l’uomo attribuisce alla realtà non sarà, comunque, mai sufficiente per descriverla e porsi come obiettivo la perfezione significa non aver compreso la natura della vita o, forse, non aver inteso la natura della perfezione</strong>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché è bella l’arte? Perché è inutile. Perché è brutta la vita? Perché è tutta fini e propositi e intenzioni. Tutte le sue strade portano da un punto a un altro punto. Magari ci fosse una strada in un luogo dove nessuno va!”</strong></p>
</blockquote>



<p>Un elogio alla “bellezza dell’inutilità” e allo stesso tempo una condanna alla programmaticità dell’esistenza. Agire unicamente in ragione della profittabilità di un accadimento significa impostare una vita intera su quel meccanismo e, di conseguenza, perdere il legame naturale con le azioni prive di utilità. Quello tra le attività umane e la loro funzione è un legame antico, che trae origine dalla lotta per la sopravvivenza. In natura gli esseri viventi passano buona parte del loro tempo alla ricerca del cibo, dunque appresso ad un agire che pretende stretta connessione tra l’azione e la motivazione. Questo meccanismo, nell’uomo, è andato incontro a varie forme di degenerazione, ma il vero cortocircuito corrisponde al passaggio dall’indispensabile al superfluo. <strong>Il superfluo, in sé e per sé, ha valore per ciò che è, non certo per la sua utilità</strong>. <strong>In questo senso sembra soddisfare il paradigma dell’“agire senza scopo” di cui parla Pessoa. Il problema dell’uomo, tuttavia, è che non anela all’inutilità beatificatrice di azioni, eventi ed intenzioni, ma ad un preciso rapporto con il superfluo basato sul possesso</strong>. Attribuire utilità al superfluo che si ricava dal possesso delle cose e, di conseguenza, fare qualunque cosa pur di possederle è ciò che spezza quel legame antico tra l’essere e la generatività intrinseca dell’ozio operoso. Il controllo, il dominio, il possesso sulle cose del mondo – anche quelle poche che un povero o un modesto uomo si può permettere – pretende un <em>cursus honorum</em>, una sequela di eventi nella quale ciascuno si trova a spendere gran parte del suo tempo a programmare, pianificare, progettare. Se in questo quadro si vede dipinto uno scenario che sa, in fondo, di pura normalità, forse valutare le conseguenze di questo atteggiamento collettivo su se stessi può aiutare a metterne a fuoco il (vero) profilo orripilante e a renderne più chiare le conseguenze tragiche. Per far questo occorre trasformarsi da soggetto attivo a soggetto passivo e immaginare come si è visti dagli occhi dell’uomo che insegue la materialità e il possesso delle cose (superflue): valutati unicamente per i vantaggi che si offrono o che non si offrono. Possiamo essere certi che, in assenza di una utilità da offrire come merce di scambio, (pressoché) nessuno si curerebbe di noi.</p>



<p>Tuttavia, in un mondo dove tutti si muovono in questa direzione, la scelta obbligata diventa quella di rinunciare alla grandezza e alla bellezza, ossia al superfluo senza possesso. Magari, portando con noi questa riflessione, spaventati dall’essere, in ultimo, aguzzini di noi stessi, faremo pervenire un diverso e più benevolo sguardo al musicista di strada che propaga per la via in cui ci troviamo a camminare la sua bella melodia, senza nulla chiederci in cambio; e faremo così, invece di concentrarci grettamente sul suo capello rivoltato a terra, trafitti dal pensiero che – come penserebbe il meschino – stia suonando soltanto per averne un tornaconto.</p>



<p><strong><em>Riccardo Peratoner</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fernando-pessoa-libro-inquietudine/">“Perché è bella l’arte? Perché è inutile”. Piccolo discorso sull’inquietudine di Pessoa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Dal tremendo abisso di chi sono”. Su una poesia di Fernando Pessoa</title>
		<link>https://www.pangea.news/pessoa-poesia-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Aug 2023 04:18:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, quasi all’imbrunire, scrivo da Torino. Ho lasciato la periferia da sola con le sue ferite ed i suoi orgogli. La grandine ha sconquassato quasi tutto, persino il tetto della mia auto. Ma che importa? Mi cimento nuovamente nel viaggio e nella ricerca continua dei libri, coi libri, per i libri. Essi ti cercano, sanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pessoa-poesia-giorgio-anelli/">“Dal tremendo abisso di chi sono”. Su una poesia di Fernando Pessoa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi, quasi all’imbrunire, scrivo da Torino. Ho lasciato la periferia da sola con le sue ferite ed i suoi orgogli. La grandine ha sconquassato quasi tutto, persino il tetto della mia auto. Ma che importa?</p>



<p>Mi cimento nuovamente nel viaggio e nella ricerca continua dei libri, coi libri, per i libri.</p>



<p>Essi ti cercano, sanno di trovarti. Gli intrecci che conoscono e ribadiscono sono pronti a irretire nuove vite, nuovi poeti, nuovi scrittori. Il lettore non può far altro che cedere al loro incanto ‒ tutt’altro che un miraggio.</p>



<p>Così, pur essendomi portato dietro le poesie di Velimir Chlebnikov, del quale volevo scrivere e parlare, m’imbatto fortuitamente, nel mio vagabondare, <strong>nelle poesie esoteriche di Fernando Pessoa.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="665" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96618" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-600x902.jpg 600w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></figure>



<p>Lui è un lume, un chiaro nella notte, un immenso monito alla sfida perenne chiamata Letteratura. Pessoa è l’orgoglio della poesia universale, l’irretire l’intrico dei sogni gli appartiene fin dal principio. Pessoa è un camminamento, un uomo che cammina. Il suo cappello e i suoi occhiali sono quelli dell’incantatore. Nello stare in trincea, non possiamo fare a meno di lui, riparandoci in parole e versi meravigliosamente abissali e/o pieni di vertigini.</p>



<p><strong>Perché mi pesa sul corpo e sulla mente</strong><br><strong>questa miseria di soffrire? Mie non furono</strong><br><strong>la colpa e la ragione di ciò che mi tormenta.</strong></p>



<p><strong>Oggi non ho memoria, in questo sogno</strong><br><strong>che sono di me stesso, di quando volli essere io.</strong><br><strong>Nulla di nulla sorge dal tremendo</strong><br><strong>abisso di chi sono in Dio, dal mio</strong><br><strong>essere a me anteriore, a dirmi</strong><br><strong>chi sono, quale fui quando nel cielo,</strong><br><strong>o in quello che è chiamato cielo, potei volere.</strong></p>



<p><strong>Sono intervallo fra me e me ‒</strong><br><strong>io, che uso questa forma definita</strong><br><strong>da cui slitto ad un’altra successiva.</strong></p>



<p><strong>In altro mondo, dove la volontà è legge,</strong><br><strong>liberamente ho scelto quella vita</strong><br><strong>con la quale dapprima entrai in questo mondo.</strong><br><strong>Libero, vi rimasi ostaggio e la riscattai</strong><br><strong>col prezzo delle vite successive</strong><br><strong>di cui è causa, e dio; e tali esistenze,</strong><br><strong>essendo quel che fui, saranno chi sarò.</strong></p>



<p>Dunque, può nascere unicamente questa domanda, leggendo una poesia davvero originale, dalla quale le parole pessoane non possono far altro che premere sull’interrogativo: Ed io chi sono?</p>



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<p><strong>Dopo tutto, i libri ci cercano, ci stanano più delle persone, aspettano l’imprevisto arrivo di qualcuno che possa dar loro nuovamente vita.</strong> E con essi rinasce l’autore: quel poeta imprevedibile e fantomatico, che in questo fatale imbrunire porta l’affascinante e irrequieto nome di Fernando Pessoa.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
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		<title>“La vita non è altro che nebbia”. Unamuno, hidalgo dello smarrimento</title>
		<link>https://www.pangea.news/nebbia-unamuno-silvano-calzini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2023 05:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[Miguel de Unamuno]]></category>
		<category><![CDATA[nebbia]]></category>
		<category><![CDATA[Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[Silvano Calzini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se siete allergici ai romanzi nei quali vi spiegano come dovete vivere e che cosa dovete fare, se non sopportate gli scrittori con il ditino perennemente alzato a richiamare chi non si adegua alla dittatura ammantata di buoni propositi del dilagante conformismo, oggi meglio noto come mainstreaming, ho quello che fa per voi. Nebbia, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se siete allergici ai romanzi nei quali vi spiegano come dovete vivere e che cosa dovete fare, se non sopportate gli scrittori con il ditino perennemente alzato a richiamare chi non si adegua alla dittatura ammantata di buoni propositi del dilagante conformismo, oggi meglio noto come <em>mainstreaming</em>, ho quello che fa per voi. <strong><a href="https://www.ibs.it/nebbia-libro-miguel-de-unamuno/e/9788817022125" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Nebbia</em>, un meraviglioso romanzo dello spagnolo Miguel de Unamuno</a></strong>, scrittore, filosofo, pensatore e un sacco di altre cose, nato nel 1864 e morto nel 1936.</p>



<p><strong>Il romanzo è stato pubblicato nel 1914 e la trama è di una assoluta banalità.</strong> Augusto, il protagonista, è un giovane benestante e nullafacente che vive in una specie di nebbia esistenziale, perennemente immerso nelle sue fantasticherie e in una sorta di ozioso scetticismo;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Noi uomini non siamo soggetti né alle grandi gioie né ai grandi dolori, perché queste gioie e questi dolori ci giungono avvolti in un’immensa nebbia di piccoli eventi. E la vita non è altro che questa nebbia».</strong></p></blockquote>



<p>Fino al giorno in cui si innamora di Eugenia, un’affascinante pianista, che però si prende gioco di lui, lo inganna e gli procura strazianti pene d’amore. Con il pretesto di questa vicenda Unamuno manda in mille pezzi la struttura tradizionale del romanzo e crea quella che lui stesso ha battezzato <strong>una <em>nivola, </em>un neologismo nato dalla fusione tra le parole “nebbia” e “novela”. </strong>Per andare al sodo, Augusto, rifiutato e ridicolizzato dalla bella Eugenia, decide di suicidarsi, ma prima, per così dire, esce dal libro e va a parlarne direttamente con Unamuno, che così da autore diventa personaggio del libro. Dal confronto tra i due Augusto scopre che non può suicidarsi come vorrebbe per la semplice ragione che non esiste, è solo un personaggio frutto della fantasia dell’autore che ha pieno potere su di lui.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«La verità, mio caro Augusto, è che non puoi ucciderti, perché non sei vivo, e che non sei vivo – e nemmeno morto – perché in realtà non esisti».</strong></p></blockquote>



<p>Dopo un iniziale senso di spaesamento però il nostro eroe si ribella al suo creatore proclamando la sua condizione di essere reale, non immaginario. A questo punto abbandona il progetto del suicidio e afferma di volere vivere; non contento, arriva addirittura a insinuare che il vero personaggio di finzione, non reale, potrebbe essere proprio Unamuno in quanto ente <em>nivolesco </em>e dunque destinato a morire quando Dio smetterà di sognarlo. <strong><em></em></strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Che non sia, mio caro signor Miguel lei e non io l’ente di finzione, colui che non esiste in realtà né vivo né morto… che non sia lei unicamente un pretesto perché la mia storia giunga fino al mondo».</strong></p></blockquote>



<p>Insomma, siamo di fronte a uno scontro a muso duro con reciproche accuse di inesistenza tra il personaggio principale e l’autore del libro. Unamuno cerca di riprendere in mano le redini della storia ribadendo che la morte di Augusto è già stata scritta, dunque è inevitabile. Nel prosieguo Augusto scoprirà che la sua immortalità deriva proprio dalla sua inesistenza. Il finale del libro lo lascio al piacere della lettura, ma vi avviso che un ruolo non secondario lo avrà anche Orfeo, il cane silenzioso confidente di Augusto.</p>



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<p><strong>Sono sicuro che vi è già venuto in mente <em>Sei personaggi in cerca d’autore </em>di Pirandello, che però arriverà solo qualche anno più tardi, nel 1921</strong>, anche se va dato atto allo scrittore siciliano di essersi spinto ancora più a fondo di Unamuno nella complessità del rapporto tra personaggio e autore. Fatto sta che <em>Nebbia</em> è un libro dove tutto, mi scuso per il banale gioco di parole, è nebbia, nella quale si muovono a tentoni i personaggi e l’autore stesso alla ricerca di un significato nella propria esistenza. Alla fine diventa quasi impossibile distinguere tra finzione e realtà, tra vita e sogno. Musica per le orecchie di chi come me da sempre diffida delle persone e dei libri con le idee troppo chiare.<strong><em></em></strong></p>



<p><strong>La grandezza di Unamuno sta anche nel fatto che non ha ricette preconfezionate o facili soluzioni da proporre e lascia il lettore libero di interpretare la sua storia come vuole.</strong> Chiaramente <em>Nebbia</em> è una metafora della condizione nella quale vive l’essere umano: una fittissima nebbia dentro cui si aprono mille percorsi, tutti plausibili e implausibili al tempo stesso, davanti ai quali l’uomo vaga sempre più sperduto senza trovare un approdo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="699" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/91aIQoGW6GL-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94260" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/91aIQoGW6GL-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/91aIQoGW6GL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/91aIQoGW6GL-600x879.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/91aIQoGW6GL.jpg 737w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p><strong>Leggendo ed entrando sempre più a fondo nell’infinito gioco di specchi di <em>Nebbia</em> mi è spesso venuto alla mente il grande Fernando Pessoa,</strong> l’autore del meraviglioso <em>Libro dell’inquietudine</em>, e in modo particolare certe sue riflessioni a dir poco illuminanti sul rapporto tra noi e i personaggi dei libri che leggiamo:<strong><em></em></strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Ho notato spesso che certi personaggi di romanzo assumono per noi un’importanza che non potrebbero mai raggiungere coloro che conosciamo e che sono nostri amici, coloro che parlano con noi e che ci ascoltano nella vita visibile e reale. E questo fa sì che sogni la domanda se la totalità del mondo non sia tutto una serie intrecciata di sogni e romanzi, come scatole dentro scatole più grandi – una dentro l’altra e queste dentro ad altre –, tutto una storia con più storie, come le&nbsp;Mille e una notte, che si snoda falsa nella notte eterna».</strong></p></blockquote>



<p><em>Nebbia </em>è un libro leggero e al tempo stesso profondissimo, che anticipa molti dei temi che saranno al centro di tutta la grande narrativa moderna che seguirà: la messa in discussione del mito del progresso, la fine del dominio sulla realtà per un uomo che comincia a vedersi come la vittima di un meccanismo infernale che lo stritola e non gli lascia scampo.</p>



<p>Inoltre, a mio modesto avviso, è anche la summa della vastissima opera di Miguel de Unamuno, composta da romanzi, poesie, drammi teatrali, testi filosofici, <strong>penso soprattutto a <em>Del sentimento tragico della vita</em>, e approfonditi studi sulla figura di Don Chisciotte</strong> che lo portarono a vedere l’eroe della Mancia non come un illuso, ma come un uomo della speranza al servizio delle ragioni del cuore. A conforto della mia tesi, c’è anche lo stesso Miguel de Unamuno, che poco tempo prima di morire alludendo alla propria esistenza ha affermato: «Cammino sperduto nella nebbia».<strong></strong></p>
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		<title>&#8220;Tutto mi si evapora&#8221;. Reclamo il diritto di essere molti. Sull&#8217;autobiografia come cura, tra Pessoa e Duccio Demetrio</title>
		<link>https://www.pangea.news/duccio-demetrio-pessoa-clery-celeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2022 04:40:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[Clery Celeste]]></category>
		<category><![CDATA[Duccio Demetrio]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Seguo le orme di Fernando Pessoa e reclamo il diritto di essere molti. In una società che ci vuole totalmente individualizzati, piccole particelle laminari e definite, che si muovono all’unisono secondo il segnale del capo di turno, rivendico il meraviglioso potere di avere dentro di me molti Io, di abitare molte case, di vivere quasi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Seguo le orme di Fernando Pessoa e reclamo il diritto di essere molti. In una società che ci vuole totalmente individualizzati, piccole particelle laminari e definite, che si muovono all’unisono secondo il segnale del capo di turno, rivendico il meraviglioso potere di avere dentro di me molti Io, di abitare molte case, di vivere quasi infinite vive.</strong> Fernando Pessoa ne <em>Il libro dell’inquietudine</em>, a proposito dell’atto del ricordare e della ricerca del proprio centro, scrive: “<strong>La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde ed arpe, timballi e tamburi</strong>”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90587 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75-193x300.jpg" alt="" width="290" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/9788806219932_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></p>
<p>Arriva un momento nella vita dell’uomo in cui una richiesta deve essere ascoltata, l’anima chiede giustizia e vuole che l’uomo smetta di gingillarsi con gli impicci del quotidiano e che si prenda la responsabilità di compiere quello a cui l’anima lo chiama. Questo tempo, solitamente, coincide con il momento autobiografico. All’improvviso sentiamo la necessità di ricordare, di cercare nella memoria chi siamo, chi siamo stati e trovare una possibile traccia di chi saremo. Secondo <strong>Duccio Demetrio</strong> in <em><a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/duccio-demetrio/raccontarsi-9788870784220-449.html"><strong>Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé</strong></a></em> (Raffaello Cortina editore, 1996) questo istante è quello che sancisce il confine dell’adultità. Questo confine non si traccia con l’età anagrafica, è una regione lunare e privata, dipende dalla singola persona e dal coraggio di attraversarla. Nella ricerca di un centro interno e di una illusa coerenza nella nostra vita potremmo scontrarci – e ce lo auguriamo – con la visione di un Io che si moltiplica, come fossero tanti piccoli singoli Io che si muovono dentro ai nostri ricordi. Dalla dottrina cattolica siamo stati ossessionati dal dover avere un solo Io, una sola singola identità, dall’obbligo di una coerenza ineccepibile, di una condotta lineare che possa essere esposta come un trofeo, o come un qr code. <strong>L’ossessione per l’uno ci ha fatto dimenticare la moltitudine, ma soprattutto il fatto che per giungere a quell’uno la strada da percorrere è quella di vivere i molti Io che la vita ci ha offerto, grazie alle esperienze che abbiamo fatto.</strong> La vita dei santi, per esempio, non è un affatto un percorso lineare, privo di buche e curve; pensiamo a San Francesco, prima di diventare Santo il suo Io ha abitato la vita di un uomo ricco, di un cavaliere.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90585 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449-184x300.jpg" alt="" width="280" height="456" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/raccontarsi-449.jpg 290w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></p>
<p>Iniziare un percorso autobiografico è una lotta feroce contro i pregiudizi e contro le regole del buon cittadino. Dobbiamo essere disposti a togliere del tutto le schematizzazioni, la divisione semplicistica e sicura tra buono e cattivo, per approdare al racconto della nostra vita, per farne un atto perturbante di profonda cura. Duccio Demetrio nel suo splendido libro spiega esattamente questo; ci mostra come sia possibile tentare una vera e propria cura dell’anima accettando i molteplici Io che siamo stati e che da qualche parte ancora ci appartengono. La difficoltà sta nell’accogliere che noi nascondiamo nei nostri ricordi molti Io diversi, siamo stati tante cose e non possiamo più negarcelo. <strong>Se la persona che ci sta accanto, il nostro compagno o la nostra compagna, prova una fatica immensa ad accettare le nostre parti dell’Io, che sono tutte insieme un unico grande e incoerente Io, allora è nostro personale dovere amarci nella frammentazione, amare profondamente questa galleria di autoritratti disordinata.</strong> Esattamente come la galleria degli autoritratti di Salvador Dalì, nella casa-museo a Figueras: entrate in queste sale e vedrete una quantità incredibile di autoritratti, ognuno in uno stile diverso dall’altro. Probabilmente Dalì voleva solo dare sfoggio della sua capacità artistica, oppure dava a ogni Io un nome diverso, una storia? Questo non possiamo saperlo ma riappropriarci delle molte facce che nascondiamo è un ottimo lavoro di archeologia della cura; scavare negli scantinati della memoria procura il piacere privato della scoperta di un tesoro che credevamo perduto.</p>
<p>Continuando sempre con Pessoa: “<strong>Tutto mi si evapora. L’intera mia vita, i miei ricordi, la mia immaginazione e ciò che essa contiene, la mia personalità: tutto mi si evapora. Continuamente sento che sono stato altro, che ho sentito altro, che ho pensato altro. Le cose alle quali assisto sono uno spettacolo con un altro scenario. E ciò a cui assisto sono io.</strong>” Non ci potrebbero essere parole più precise di queste per descrivere l’atto coraggioso del ricordare; sprofondare in uno stato alterato di coscienza dove l’uomo, chiamato ora ad essere, prova la vista offuscata del miope, dove restano solo le parti essenziali e tutti i dettagli svaniscono, evaporano. Quando ricordiamo la nostra infanzia sentiamo che siamo stati altri, ma allo stesso tempo siamo sempre noi; l’Io ha tanti nomi eppure chi guarda nella memoria esiste in un presente infinito. Il continuo e profondo tradimento dell’esistenza è il fatto che gli eventi finiscono, passano e noi ne sentiamo il tragico dolore dell’abbandono. Attraverso però un atto autobiografico, se intendiamo questo atto come cura, possiamo sanare questo trauma dell’abbandono andando a riscoprire come tutti i nostri ricordi evaporino e al contempo l’azione del ricordare ci pone spettatori eterni, direttori d’orchestra su una orchestra che siamo sempre noi.</p>
<p><strong><em>Raccontarsi</em> di Duccio Demetrio è una preghiera al rivendicare il molteplice Io che dentro di noi si scompone, vive amori interrotti, abita altre nazioni e forma storie autonome, libere di esistere e compiersi come più desiderano. La via per l’uno passa quindi dal molteplice, dovremmo averne cura come una madre ha cura dei propri figli.</strong> In fondo siamo i figli delle nostre azioni, delle scelte compiute e niente dovrebbe allontanarci dalla responsabilità di essere molteplici Io, con un unico Io spettatore e maestro a guidare l’orchestra dei ricordi.</p>
<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/duccio-demetrio-pessoa-clery-celeste/">&#8220;Tutto mi si evapora&#8221;. Reclamo il diritto di essere molti. Sull&#8217;autobiografia come cura, tra Pessoa e Duccio Demetrio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>&#8220;Trasformandomi in un folle che sogna ad alta voce&#8221;: Pessoa e la necessità della bellezza</title>
		<link>https://www.pangea.news/fernando-pessoa-bellezza-arte-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Feb 2022 05:39:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si discuteva ‒ l&#8217;altra sera, con persone a me molto care (o che lo stanno certamente diventando) ‒ sul valore dell&#8217;arte nel mondo al giorno d&#8217;oggi, e nei giorni a venire. In un futuro ormai non più così lontano, eppure futuribile e disadorno per un&#8217;immaginazione complessa come la mia, quanto essenziale e curiosa: aperta cioè [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si discuteva ‒ l&#8217;altra sera, con persone a me molto care (o che lo stanno certamente diventando) ‒ sul valore dell&#8217;arte nel mondo al giorno d&#8217;oggi, e nei giorni a venire. In un futuro ormai non più così lontano, eppure futuribile e disadorno per un&#8217;immaginazione complessa come la mia, quanto essenziale e curiosa: aperta cioè all&#8217;impossibile.</p>
<p>Si discuteva ‒ nell&#8217;era della tremenda, e al tempo stesso salvifica, velocità digitale ‒ e si opponeva una morte quasi certa della letteratura e dell&#8217;andare a teatro, per esempio. O, meglio; o, piuttosto, si affermava che tutto ciò sarebbe diventato o, meglio ancora, diventerà appannaggio di un&#8217;aristocrazia che non potrà mai fare a meno del bello. A discapito della massa.</p>
<p>Già. Perché proprio di bellezza si parlava. Una bellezza che, secondo il mio interlocutore, sarebbe comodamente fruibile, in un futuro appunto futuribile, da casa: grazie a una realtà virtuale che eviterebbe persino la fatica degli spostamenti; rendendo deserte le nostre città finora troppo piene di voglie e di relazioni (?).</p>
<p>Ma il punto ‒ ovviamente, opponevo ‒ è esattamente il contrario. Con uno scarno: L&#8217;uomo avrà sempre bisogno della bellezza, credevo di chiudere subito la partita. Ma a quanto pare non bastava.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89467 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/fernando-pessoa-1-225x300.jpg" alt="" width="364" height="486" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/fernando-pessoa-1-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/fernando-pessoa-1-769x1024.jpg 769w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/fernando-pessoa-1.jpg 1202w" sizes="(max-width: 364px) 100vw, 364px" /></p>
<p>Ecco perché il giorno dopo ‒ sempre aprendo a caso un libro: che fantastica meraviglia! ‒ mi è venuto incontro e in aiuto <strong>Fernando Pessoa</strong>. Così stasera spero che la mia risposta possa raggiungere colui il quale anteponeva un progresso fantascientifico (eppur fin troppo vero e assai vicino), alla mia sete e fame di bellezza. E tuttavia, spero che questo messaggio, giunto ancora una volta dalla letteratura, possa semmai e davvero raggiungere più gente possibile. <strong>Poiché la letteratura ‒ e soprattutto la poesia, di questo ne sono fermamente convinto e sostenitore ‒ sta e deve stare tra la gente: accanto a ogni individuo, accanto al respiro salvifico del cuore.</strong></p>
<p>Di questo, infatti, consta la grandezza di un immenso poeta come Pessoa. Il quale scopriva il problema della vita, scrivendolo e spiegandolo attraverso una dipendenza:</p>
<p>“&#8230; <strong>la certezza che la vita non basta, e che quella mancanza è traversata da una lama metafisica:</strong></p>
<p><strong>manca sempre una cosa, un bicchiere, una brezza, una frase  </strong><br />
<strong>e la vita duole quanto più la si gode e quanto più la si inventa</strong>”.</p>
<p>Con temeraria lucidità, Pessoa ha voluto inventarla sino all&#8217;estremo limite. Accennando anche all&#8217;utilità pratica del suo invisibile delirio: «<strong>Trasformandomi così, come minimo in un folle che sogna ad alta voce, come massimo non in un solo scrittore, ma in tutta una letteratura, anche se ciò non servisse che a divertirmi, il che sarebbe per me già tanto, contribuisco forse a ingrandire l&#8217;universo, perché colui che, morendo, ha lasciato scritto un solo verso bello ha reso i cieli e la terra più ricchi e più emotivamente misterioso il fatto che esistano stelle e gente</strong>».</p>
<p>Basterebbe quindi un verso soltanto. Una poesia. Un sussurro, a farci sobbalzare dal divano o dalla sedia. Basta così poco per sconfiggere una realtà futura e pretestuosa. Bastano una voce e uno sguardo rivolto all&#8217;altro: che sei tu, che sono io. In qualsiasi luogo. In ogni tempo.</p>
<p>Per ciò mi piace concludere con le parole che mi ha recentemente dedicato Rita Stanzione, una poetessa amica: “&#8230; che la poesia / e tutta la letteratura / abbiano sempre luoghi / da raggiungere&#8221;.</p>
<p>Grazie Fernando! Grazie Rita! <strong>Abbiamo dentro di noi un mistero, ed è assolutamente inutile negarlo. Raccontiamocelo, piuttosto. O ascoltiamolo da qualcun altro.</strong></p>
<p><em><strong>Giorgio Anelli</strong></em></p>
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		<item>
		<title>La letteratura ci cambia. Da Sergio Quinzio a Pessoa: &#8220;L&#8217;abisso è il muro che ho&#8221;</title>
		<link>https://www.pangea.news/quinzio-pessoa-riflessioni-letteratura-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:26:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Quinzio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sdraiato nel letto, in questa immensa stanza studio, che poi immensa non è, mi sento, per una volta soltanto, privilegiato e solo. Nel buio della sera ripenso al fatto che ci ha lasciato improvvisamente un altro amico, compagno d&#8217;indimenticabili avventure in quel mondo (questo sì immenso) che è stato l&#8217;infanzia e la fanciullezza e la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sdraiato nel letto, in questa immensa stanza studio, che poi immensa non è, mi sento, per una volta soltanto, privilegiato e solo. Nel buio della sera ripenso al fatto che ci ha lasciato improvvisamente un altro amico, compagno d&#8217;indimenticabili avventure in quel mondo (questo sì immenso) che è stato l&#8217;infanzia e la fanciullezza e la giovinezza.</p>
<p>Mi trovo costretto, contro la mia volontà, a dover riposare; squadernato come un libro dal vento improvviso della vita. Non erano questi i progetti per i prossimi giorni. Dalla finestra, le luci del panettiere, affrancando il buio, ancora accese illuminano una strada bagnata dalla pioggia.</p>
<p>Forse mi farò crescere la barba, per darmi una nuova innumerevole identità. Forse inventerò nuovi personaggi. Mi piacerebbe imitare Pirandello o Pessoa. Di quest&#8217;ultimo, mi attrae l&#8217;infinito fascinoso che lo attrasse, compreso il suo livido contrario.</p>
<p>Nel buio della stanza studio, i libri sorvegliano la mia fantasia. La stanchezza è tanta. La stanchezza presto se ne andrà&#8230;</p>
<p>Un libro, fra le centinaia che posseggo, attrae più degli altri, in questi frangenti, la mia attenzione. È il <strong><em>Diario profetico</em></strong> di <strong>Sergio Quinzio</strong>. Me lo ha prestato la mia musa, poco prima di lasciarci, qualche giorno fa. Di Quinzio so poco o nulla, e di certo sarà l&#8217;ennesimo degli autori ai quali dedicherò il mio tempo. Frasi nel libro, del tipo: <strong>“Credere è ormai diventato impossibile e necessario. Tanto più diventa necessario quanto più diventa impossibile.</strong>”; “Bisogna essere potenti e fissarsi con tutte le forze in tutta la verità: «Siate perfetti».”; “Certo è meglio la malattia dell&#8217;ospedale, e il disordine all&#8217;ordine sociale stabilito.”; “In queste condizioni anche la speranza diventa una bestemmia.”; “L&#8217;unica realtà oggi è il giudizio.” ‒ certe frasi, dicevo, inondano i miei pensieri, mettendoli sottosopra e spargendoli in un sobbuglio tanto frenetico, quanto perfetto.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88817 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/01/cover__id483_w600_t1326146823.jpg-179x300.jpg" alt="" width="294" height="495" /></p>
<p>Ciò nonostante, non sarà certo Sergio Quinzio a cambiarmi. Per meglio dire, sarà uno dei tanti. Intendo, che ormai da parecchio tempo ho le idee chiare su quella che è e sarà la mia vera poetica, invisa non a tre, quattro o cinque maestri della tradizione, bensì al mondo intero della letteratura universale.</p>
<p>Il poeta, dunque, per dirla con Pessoa: è un fingitore.</p>
<p>Intanto, sento ancora il rumore della pioggia per strada, mischiato allo scrosciare di qualche auto sull&#8217;asfalto bagnato. Mi affaccio nuovamente alla finestra, avvolto dalla vestaglia. Le luci dei negozi ormai sono spente e le serrande sono abbassate. Qualche ringhiera di qualche balcone, invece, pulsa e danza a più non posso, grazie alle luminarie e alle lucine che sprizzano luce, a ricordarci ancora chissà che cosa e chissà chi.</p>
<p>Sono un poeta, mi ridico, coprendomi da solo di ridicolo. Tanto nessuno a quest&#8217;ora può vedermi. Nessuno potrà dar retta al sogno di farmi compenetrare da tutte le parole scritte per questo mondo. Eppure, l&#8217;essenza che mi rappresenta non ha bisogno di nient&#8217;altro. Poi, a volte, arriva la morte a ricordarci chi eravamo e quello che saremmo voluti diventare. Per questo motivo mi annoto nella mente un frammento di <strong>Fernando Pessoa</strong>:</p>
<p><em><strong>L&#8217;abisso è il muro che ho<br />
l&#8217;essere io non ha una misura.</strong></em></p>
<p>Non ho paura degli abissi, anche se dovrò scavalcare ancora palizzate a mio rischio e pericolo. Non ho nemmeno paura di essere ciò che sono: poeta, appunto; e non ho misura, come quel Pessoa. Come quel caro amico, caro Fabrizio, che ora ci ha lasciati, ma che forse, presto o tardi, ritroveremo al di là.</p>
<p>Sta per iniziare la notte, ed io, per una volta, con pazienza, non potrò farne parte.</p>
<p><em><strong>Giorgio Anelli</strong></em></p>
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		<item>
		<title>“Fernando Pessoa sente le cose, ma non si smuove, nemmeno interiormente”</title>
		<link>https://www.pangea.news/pessoa-eteronimi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2020 04:37:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[eteronimi]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[New Directions]]></category>
		<category><![CDATA[Quodlibet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se parli di Fernando Pessoa è come ingravidare un prisma. Un lato rimanda all’altro e poi all’altro, dio è un crocevia di specchi, le identità esistono per scomposizione. In un libro appena pubblicato da Quodlibet, Teoria dell’eteronimia, utilissimo – sono raccolti i testi che Pessoa dedica ai suoi eteronimi e i saggi in cui gli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se parli di <a href="http://www.pangea.news/fernando-pessoa-una-sola-moltitudine/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Fernando Pessoa</strong></a> è come ingravidare un prisma. Un lato rimanda all’altro e poi all’altro, dio è un crocevia di specchi, le identità esistono per scomposizione. <strong>In un libro appena pubblicato da Quodlibet, <a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822904829" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Teoria dell’eteronimia</em></a>, utilissimo – sono raccolti i testi che Pessoa dedica ai suoi eteronimi e i saggi in cui gli eteronimi parlano tra loro, dando avvio a un labirinto di relazioni fittizie – ho contato, nell’elenco in appendice, 46 eteronimi.</strong> In un libro pubblicato nel 2013 da Jéronimo Pizarro e Patricio Ferrari, <a href="https://tintadachina.pt/produto/eu-sou-uma-antologia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Eu sou uma antologia</em></strong></a>, invece, gli eteronimi risultano 136. Balocco coi numeri: chi sono quei 90 spettacolari spettri rimasti fuori dalla somma italiana? Amici di amici immaginari, giù, fino a un cavalcavia di nebbie. In effetti, cosa sogna un eteronimo? E se nel sogno di un eteronimo un eteronimo sogna Pessoa?</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78555 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro1-5-195x300.jpg" alt="" width="346" height="532" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-5-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-5-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 346px) 100vw, 346px" />Pessoa ha risolto l’egotismo in un polline di identità diffuse. Ha assopito l’io in una caffettiera, per definire i propri indecifrabili io. Mette a servizio la personalità per evacuare le persone che la abitano. <strong>Pare un esercizio mistico: al posto di annullare l’ego, decimando la sua autonomia, esiliarlo in sproporzionati alter ego. “Dare a ogni emozione una personalità, a ogni stato d’animo un’anima”, scrive, il creatore, nel 1930.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Pessoa è un genio tanto particolare – incardinato nella sua Lisbona, a sorseggiare i racconti di Poe – da apparire universale. New Directions ha appena pubblicato <a href="https://www.ndbooks.com/book/the-complete-works-of-alberto-caeiro/#/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>The Complete Works of Alberto Caeiro</em></strong></a>, per la traduzione di Margaret Jull Costa, super esperta di letteratura portoghese (ha tradotto nei mondi inglesi tutta l’opera di José Saramago, tra l’altro). La sua introduzione, ricalcata su “The Paris Review” – e pubblicata qui sotto – gioca a bocce con gli eteronimi, rievoca gli anni di “Orpheu”, il trimestrale fondato da Pessoa con Mário de Sá-Carneiro nel 1915, durato due numeri, emblema di un’epoca in cui si faceva avanguardia nei cafè, negli spazi d’ozio, tra le ombre di una copisteria.</p>
<p>*</p>
<p>Di Alberto Caeiro sappiamo quasi tutto. Nato a Lisbona nel 1889, “morto prematuramente nella stessa città, nel 1915, come assicura Ricardo Reis” (cito dal libro Quodlibet), l’anno in cui Pessoa si forza a fondare “Orpheu”. “Di statura media, fragile, anche se in apparenza meno di quanto lo fosse realmente, biondo e con gli occhi azzurri… della sua vita dimessa si sa che è orfano, che non ha quasi ricevuto istruzione, che vive di piccole rendite”. <strong>Caeiro fu maestro di Ricardo Reis e di </strong><strong>Álvaro de Campos, che ne scrive così: “Il mio maestro Caeiro non era pagano: era il paganesimo… lo stesso Fernando Pessoa sarebbe pagano, se non fosse un gomitolo ingarbugliato dall’interno”. </strong>La sua insoddisfazione soddisfatta (“All’improvviso chiesi al mio maestro, ‘è soddisfatto di se stesso?’, e rispose, ‘no: sono soddisfatto’”) era una forma di speculazione mistica. Morì felice: “Non ho mai visto triste il mio maestro Caeiro”.</p>
<p>*</p>
<p>Gli eteronimi di Pessoa sono raffinatissimi pupi in attesa del puparo. Certe didascalie di personaggi meno nitidi, irrisolti, intendo, sembrano i blocchi di partenza di un romanzo. Friar Maurice, ad esempio, “mistico senza Dio, cristiano senza credo”, probabile alter ego di Alexander Search, “il più prolifico eteronimo di lingua inglese” di Pessoa, autore di raccolte come <em>Death of God</em> e <em>Documents of Mental Decadence</em>. Oppure Dr. Gervásio Guedes, che appare per darci una caustica descrizione del popolo inglese, “sonnambuli che camminano verso il precipizio… bambini che giocano a barchette di carta in un pitale”. Oppure il Barone de Teive, figura apocrifa, suicida, invalido – gli mancava la gamba – aristocratico; si ammazzò nel 1920, dal suo manoscritto (“La professione dell’improduttivo”) Pessoa stralciò qualche passo per inserirlo nel <em>Libro dell’inquietudine</em>, il cui autore più importante, tuttavia, è Bernardo Soares, che con Pessoa “condivide lo stesso lavoro, gli stessi posti della città, la stessa solitudine, la passione per lo scrivere… la coincidenza di cenare entrambi alle nove e mezzo di sera”. <strong>Insomma, sogno una città di nome “Pessoa” abitata da tutti gli eteronimi del sommo portoghese, desidero un editore visionario che affidi a differenti romanzieri, a casaccio, uno per ciascuno, uno degli eteronimi di Pessoa dicendogli, di questo tizio, ora, scrivetemi la biografia. Immagino la delizia. </strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78556 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-9-191x300.jpg" alt="" width="336" height="528" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-9-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-9-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-9-768x1206.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-9.jpg 800w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" />La cosa curiosa sarebbe assemblare i giudizi e le opinioni che gli eteronimi hanno del loro creatore, Pessoa. <strong>Uno pseudonimo non fa che esagerare il nostro ego – un esercito di eteronimi è quasi un esercizio di cannibalismo. “Fernando Pessoa sente le cose, ma non si smuove, nemmeno interiormente”, scrisse di lui, nel 1931, </strong><strong>Álvaro de Campos. </strong>Questo forse è il carisma di tutti i creatori, una audace, immotivata indifferenza: parlano, e dalle labbra appare un volto, poi una vita in miniatura. (d.b.)</p>
<p>***</p>
<p><strong>La vita di Fernando Pessoa si divide in tre periodi. In una lettera al “British Journal of Astrology”, l’8 febbraio del 1918, lo scrittore ammette che sono solo due le date che ricordi con precisione: il 13 luglio 1893, la data della morte del padre per tubercolosi, </strong>quando aveva solo cinque anni, e il 30 dicembre del 1895, il giorno in cui la madre si è risposata, evento che coincide con il trasferimento a Durban, dove il patrigno era stato nominato console portoghese. Nella stessa lettera Pessoa segnala una terza data, il 20 agosto del 1905, il giorno in cui lasciò il Sudafrica per tornare definitivamente a Lisbona.</p>
<p>Il primo breve periodo fu segnato da due perdite: la morte del padre e del fratello minore. La terza perdita fu Lisbona, l’amata. Nel secondo periodo della sua vita, a Durban, Pessoa imparò a parlare con agio in francese e in inglese. <strong>Non era uno studente comune. Un suo compagno di scuola ha descritto Pessoa come “un piccolo uomo dalla testa enorme. Decisamente brillante, intelligente, piuttosto arrabbiato”. Nel 1902, sei anni dopo essere arrivato a Durban, vinse un premio per aver scritto un saggio sullo storico britannico Thomas Babington Macaulay. </strong>In effetti, passava il tempo libero a scrivere o a leggere, aveva già iniziato a forgiare i suoi alter ego immaginari, o meglio, come li definì più tardi, eteronimi, per i quali è famoso e con cui ha scritto racconti e poesie: Karl P. Effield, David Merrick, Charles Robert Anon, Horace James Faber, Alexander Search… In uno studio recente, <em>Eu sou uma antologia</em>, Jéronimo Pizarro e Patricio Ferrari elencano 136 eteronimi, fornendo biografie e bibliografie di ogni autore fittizio. <strong>Di questi eteronimi, nel 1928, scrisse Pessoa, “Sono esseri con una vita propria, con sentimenti che non mi appartengono e opinioni che non accetto. I loro scritti non sono miei, ma a volte lo sono”. </strong></p>
<p>Il terzo periodo della vita di Pessoa iniziò a 17 anni, quando rientrò a Lisbona senza fare mai più ritorno in Sudafrica. Per vari motivi – problemi di salute, scioperi studenteschi, tra gli altri – abbandonò gli studi nel 1907, divenne un visitatore abituale della Biblioteca Nazionale, leggeva di tutto: filosofia, sociologia, storia, in particolare letteratura portoghese. <strong>All’inizio visse con le zie, dal 1909 in camere prese in affitto. La nonna gli aveva lasciato una piccola eredità, nel 1909 usò quei soldi per comprare una macchina da stampa necessaria per creare la sua casa editrice, Empreza </strong><strong>Íbis. </strong>La casa chiuse nel 1910, senza aver pubblicato un solo libro. Dal 1912, Pessoa iniziò a collaborare con varie riviste, nel 1915 fondò la rivista “Orpheu”, insieme a un gruppo di artisti, tra cui Almada Negreiros e Mário de Sá-Carneiro, entrando a far parte dell’avanguardia letteraria di Lisbona, coinvolto in movimenti letterari effimeri come l’Intersezionismo e il Sensazionalismo.</p>
<p>Faceva il traduttore commerciale freelance di inglese e francese, scriveva per i giornali, ha tradotto <em>La lettera scarlatta </em>di Hawthorne, i racconti di O. Henry, le poesie di Edgar Allan Poe. In vita pubblicò poco: un esile volume di poesia in portoghese, <em>Mensagem</em>, e quattro saggi sulla poesia inglese. Quando morì, nel 1935, all’età di 47 anni, lasciò nei suoi bauli fatali (almeno un paio) un tesoro di scritture – circa trentamila pezzi di carta – ordinati grazie all’aiuto di amici e di studiosi, che ne hanno esaltato il genio.</p>
<p><strong>Pessoa viveva per scrivere e scriveva su qualsiasi supporto: pezzi di carta, buste, volantini pubblicitari, sul retro di lettere commerciali, nelle pagine bianche dei libri che leggeva. Attraversò tutti i generi – poesia, posa, teatro, filosofia, critica, politica – sviluppando un profondo interesse per l’occultismo, la teosofia, l’astrologia.</strong> Ha elaborato oroscopi non solo per se stesso e i suoi amici, ma anche per molti scrittori, per celebri morti come Shakespeare, Oscar Wilde, Robespierre, oltre che per i suoi eteronimi, un termine adatto – rispetto a pseudonimo – per descrivere con maggiore accuratezza l’indipendenza stilistica e intellettuale di queste creature dal loro creatore. Talora gli eteronimi interagivano tra loro, criticando o traducendo uno il lavoro dell’altro. Alcuni erano semplici abbozzi, altri scrivevano in inglese e in francese, i tre eteronimi lirici – Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos – hanno scritto in portoghese, producendo, ciascuno, un’opera autonoma, autentica.</p>
<p><strong><em>Margaret Jull Costa    </em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Fernando Pessoa nel ritratto di José de Almada-Negreiros (1954), tra i cofondatori di &#8220;Orpheu&#8221;</em></p>
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		<title>“Rendiamo la vita assurda da est a ovest”: Pessoa e le mille identità che finirono per divorarlo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 04:16:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al liceo quel libro sembrava dire esattamente chi fossi, in quale estraneità a precipizio. La forma diaristica, di per sé, affascina il ragazzo che ha molto da confessare e poca voglia di leggere – i suoi tumulti amletici chiedono tomi esegetici, non più romanzi, la giovinezza di gettarsi nelle avventure altrui è finita, è ora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al liceo quel libro sembrava dire esattamente chi fossi, in quale estraneità a precipizio. La forma diaristica, di per sé, affascina il ragazzo che ha molto da confessare e poca voglia di leggere – i suoi tumulti amletici chiedono tomi esegetici, non più romanzi, la giovinezza di gettarsi nelle avventure altrui è finita, è ora di compiere la propria. <strong>Il titolo, però, fu molto. <em>Il libro dell’inquietudine. </em>Lo possedevo nell’unica edizione di allora, Feltrinelli, e fu, per quell’anno a spirale, la bibbia, il libro di culto, al netto di una ossessione monotematica </strong>e dell’inesausto grigiore epigrammatico. Poi Pessoa – <strong>che lì indossa Bernardo Soares, “aiutante contabile nella città di Lisbona” che “a Lisbona passò tutta la sua mediocre vita di piccolo impiegato”</strong> – diventò una moda. Eppure, <strong>quell’abracadabra dello spirito – <em>Desassossego </em></strong>– continuò ad agire in me con formula incantatoria. Di recente ho preso l’edizione mondadoriana del <em>Libro dell’inquietudine</em>, più ‘aggiornata’ (“La storia del <em>Libro dell’inquietudine </em>è la storia di un libro che non c’è”, scrive, con formula conclusa, Valeria Tocco), nonostante il suo autore sia, per natura &amp; per scelta, inarginabile, inattuale, infinito. Ho ripreso a sottolinearlo, manco avessi terrazzamenti d’abisso nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70304 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16.jpg 600w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />Mi piace questo: <strong>“</strong><strong>È nobile essere timido, illustre non saper agire, grande non avere predisposizione per la vita… I fuochi fatui che esalano dalla nostra putrefazione sono almeno luce nelle nostre tenebre. Solo l’infelicità eleva”. </strong>Se fossi lo studente di allora, confinerei il mio diario, lo zaino, il corpo, con le agnizioni di Pessoa/Soares: “Rendiamo la vita assurda, da est a ovest”; “Non il piacere, non la gloria, non il potere: la libertà, unicamente la libertà”; “Trovare la personalità nella circostanza di perderla”; “Possiamo morire se soltanto abbiamo amato”. Anche quando appare ovvio, è ovvio che lo sia, <em>Il libro dell’inquietudine</em>, perché è il libro dell’estrema giovinezza. Pessoa conobbe quell’ennesimo se stesso, Bernardo Soares, “in una modesta trattoria di cui era cliente fisso, e fu proprio a uno di quei tavolini che Soares gli si rivelò scrittore”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ come tutti, sono entrato in Pessoa, lo scrittore che ha reso la letteratura una sublime truffa e il Portogallo la sfilettatura di un sogno, attraverso Antonio Tabucchi. <strong>Acquistai una delle tante edizioni di <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845934124" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Una sola moltitudine</em></a>, il primo volume di un dittico – ma il secondo, del 1984, è “temporaneamente non disponibile” – che riduce in antologia la molteplice mente di Pessoa. Fu una scoperta clamorosa.</strong> Ora che Adelphi, quarant’anni dopo – era il 1979 – riproduce il tomo in versione economica, l’effetto è un poco anacronistico. La mitica introduzione (allora) di Tabucchi (sia lode a lui), <em>Un baule pieno di gente</em>, è un tanto datata. Quarant’anni fa si poteva scrivere che “Una sistemazione soddisfacente di Pessoa come ‘intellettuale’… è ancora ben lontana dall’essere effettuata”; ora siamo al cospetto di un autore, fortunatamente, tra i più noti, sviscerati, tradotti (solo quest’anno sono uscite due edizioni del <em>Libro dell’inquietudine</em>, per Rusconi e per Foschi, e una edizione Passigli delle <em>Poesie di Ricardo Reis</em>). Si spera poi che le schifiltosità politiche (Tabucchi scriveva di “imbarazzo della critica di fronte a un personaggio scomodo come Pessoa”) siano sanate, senza strepiti (“Pessoa non ha niente in comune con certi mediocri personaggi, come ad esempio alcuni vociani di casa nostra, di cui è ricca la classe dei ‘cattivi’ del Novecento: appunto dalla voce troppo alta, beceri e aggressivi in gioventù, docili e conformisti in età matura, remissivi e folgorati dalle conversioni dopo la pensione”, scrive ancora Tabucchi). <strong>Non c’è editore che non abbia il ‘suo’ Pessoa, autore che ha pure il genio, postumo, di ‘vendere’; sono pubblici parecchi documenti altrimenti obliati </strong>(Bietti l’anno scorso ha pubblicato, per dire, <em>Politica e profezia. Appunti e frammenti. 1910-1935</em>). Ergo: forse al posto di ristampare un libro di quarant’anni fa, si poteva tentare una specie di ondivaga ‘opera completa’, con nuovi studi oltre a quello, miliare, di Tabucchi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70305 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22.jpg 600w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" />La forza di Pessoa: avere un pensiero fisso fino a esaurirlo, metterlo in bocca all’ennesimo se stesso e infine perderlo.</strong> Lo scrittore non ha pensieri, ne ha infiniti, non ne difende nessuno, li spreca tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pessoa ci induce a pensare che <strong>la vita è spettrale – perciò dobbiamo divenire spettro di fantomatiche identità.</strong> Ciascuna identità ha un volto, una statura biografica, un carattere, un modo di accarezzare. Lo ‘pseudonimo’ è puro vezzo – vizio narcisista. L’eteronimia sancisce legami biologici, per così dire: si dà la vita perché altre identità divorino la nostra, la sola. Fino a non sapere più chi sei. Pessoa è un spettro, Pirandello colloca specchi; Conrad ricama le ombre, Hemingway ambisce alla carne fino a dissiparla, Beckett ci porta al sopruso del grammaticale, all’uomo ridotto a singulto, singhiozzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>Materiali </em>di <em>Una sola moltitudine </em>– volume primo – sono utili, registrano “un primo censimento” delle svariate identità letterarie di Pessoa – compreso lo scrittore Pessoa. <strong>Alberto Caeiro </strong>era “schivo e solitario, riservato e contemplativo”, “biondo, pallido, con gli occhi azzurri, di media statura”, come se lo ricorda Pessoa, era poeta, per lo più bucolico; <strong>Alvaro de Campos</strong>, nato in Algarve, laurea a Glasgow “in ingegneria navale”, “alto, coi capelli neri e lisci divisi da un lato, impeccabile e un tantino snob, col monocolo”, viaggiò in Oriente nel 1914, fu avanguardista, poi pirandelliano, comunque poeta; <strong>Ricardo Reis</strong> praticò l’esilio brasiliano dal 1919, fu medico, educato dai gesuiti, eccellente nell’ode, figlioccio di Walter Pater; <strong>Alexander Search</strong> fu portoghese che si dilettava a scrivere in inglese, di lui si ricorda “un patto con Satana che reca data 2 ottobre 1907”; <strong>Ant</strong><strong>ónio Mora</strong> fu filosofo neopagano, “alto, imponente, lo sguardo vivo e altezzoso e la barba bianca”, finì i suoi giorni in manicomio; <strong>A.A. Crosse</strong> fu intimo di Pessoa, “visse per partecipare ai cruciverba e alle sciarade del <em>Times</em>”; <strong>Abilio Quaresma</strong> fu “autore di racconti gialli dei quali egli era anche protagonista (faceva l’investigatore privato)… come Auguste Dupin e Nero Wolfe risolveva i casi a distanza”. Ne esistono altrettanti, e altri, in cui fare catatonico ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, è l’eccitabile umore retorico di Pessoa, l’invenzione dodecafonica che amo. Passa dal feroce <em>Ultimatum </em>(“Uomini, nazioni, intuizioni, è tutto annullato! Fallimento di tutto a causa di tutti! In un modo completo, in un modo totale, in un modo integrale: Merda! L’Europa ha sete di creazione, ha fame di Futuro! L’Europa vuole grandi Poeti, vuole grandi Statisti, vuole grandi Generali!”) <strong>alla lama dello spietato aforisma (“Il tuo corpo reale che dorme/ è un freddo nel mio essere”), dalla poesia esistenziale (“Grandi misteri abitano/ la soglia del mio essere,/ </strong>la soglia dove esitano/ grandi uccelli che fissano/ il mio tardivo andare aldilà di vederli”) all’ode tonante (“Vieni, Notte antichissima e identica,/ Notte, Regina nata detronizzata,/ Notte internamente uguale al silenzio, Notte/ con le stelle, lustrini rapidi/ sul tuo vestito frangiato di infinito”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p>Interessante: <strong>oggi rincorrono una &#8216;individualità&#8217;, corrono a fotografarsi fino a lacerare l&#8217;ultimo brandello di maschera (così disintegrando il viso nella mitragliata di selfie);</strong> lui rendeva milioni il proprio individuo, per sparire, cioè, per conservarsi integro.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha creatura, qui, l’abilità tecnica, ma l’estensione della fame, il barometro dei sensi, il Nord degli occhi. <strong>Ogni giorno ha il suo giogo verbale: un vocabolario è misero per dirne il desiderio, il demone, il declino.</strong> “Gli spigoli mi fissano… Sensazione di essere solo la mia spina… Le spade”. Della vita si è il taglio, l’opera è una ferita – e noi… già spariti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che non ci sia ‘proprietà’, il sigillo del nome, ma l’inappropriato, </strong>amo di Pessoa. (d.b.)</p>
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