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	<title>Femminismo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 23 Jun 2025 03:54:35 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Passione per l’assoluto”. Mistiche, cioè: donne allo stato selvaggio. Dialogo con Lucetta Scaraffia</title>
		<link>https://www.pangea.news/mistiche-lucetta-scaraffia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 03:53:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Banine]]></category>
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		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Lucetta Scaraffia]]></category>
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		<category><![CDATA[Simone Weil]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mistiche-lucetta-scaraffia/">“Passione per l’assoluto”. Mistiche, cioè: donne allo stato selvaggio. Dialogo con Lucetta Scaraffia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Nel 1988 Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi pubblicarono, per Marietti, un’antologia di&nbsp;<em>Scrittrici mistiche italiane</em>. Il libro, straordinario, finito fuori dai radar editoriali da tempo –nello schema generale,&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/mistiche/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è riproposto in&nbsp;<em>Mistiche</em>, Magog, 2025, a cura di Alessandro Deho’</a></strong>&nbsp;–, testimonia una sorta di contro canone della nostra letteratura. Le “mistiche” contemplate da Pozzi e Leonardi – non tutte contemplative, dacché si contempla, come scriveva Cristina Campo, “preparando torte, lavando le stoviglie, prendendosi cura degli altri”; dalle notissime, Angela da Foligno, Caterina da Siena, Veronica Giuliani, alle purissime ignote, Osanna Andreasi, Maria Celeste Crostarosa, Angela Gavazzi –&nbsp;<strong>sono state spesso vessate, marginalizzate, processate. Del cristianesimo, propongono la via eccezionale, degli eccessi; la via oscura.&nbsp;</strong></p>



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<p>Tra queste, alcune sono state madri e mogli, altre prostitute (Caterina Vannini); Carlo Emilio Gadda preferiva Maria Gaetana Agnesi, “matematichessa e filosofa”, donna d’alto ingegno – insegnò matematica all’Università di Bologna, nel 1750 – che si diede alle opere di carità e alla teologia senza appartenenza ad alcun ordine. Di queste donne, scrittrici per estro e per necessità, sono proprie l’ossimoro e la tautologia, “figure linguistiche di frontiera”, che sfidano “l’ineffabile”.&nbsp;<strong>Ossimoriche e tautologiche, piuttosto, sono <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/dio-non-e-cosi-9788830119499" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le “Otto mistiche laiche del Novecento” riferite da Lucetta Scaraffia in&nbsp;<em>Dio non è così</em>&nbsp;(Bompiani, 2025),</a>&nbsp;</strong>donne “di frontiera”, “ineffabili”, protagoniste di un&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“tipo di esperienza mistica di natura spontanea, oserei dire selvaggia… non nella gabbia di schemi consolidati e accettati, ma con una libertà nuova” (Scaraffia).&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Donne di rottura, donne dirompenti.&nbsp;</p>



<p>Alle biografie più attese – Simone Weil, Chiara Lubich, Romana Guarnieri –, redatte con mano partecipe, a tratti impetuosa, seguono profili spiazzanti: quello di Banine, ad esempio, l’audace scrittrice di origine azera che scandalizzò i salotti di Parigi, amante-amica di Henry de Montherlant e di André Malraux, baccante supplice di Ernst Jünger (si legga:&nbsp;<a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/banine-incontri-con-ernst-junger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Banine,&nbsp;<em>Incontri con Ernst Jünger</em>, De Piante-Terra Insubre, 2021</strong>)</a>, che nel folgorante diario,&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/ho-scelto-l-oppio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Ho scelto l’oppio</em>&nbsp;(Massimo, 1965; riprodotto in parte dalle edizioni Magog, 2022)</a></strong>, racconta la catabasi nella conversione (fino al desiderio di sedurre il proprio confessore). Il libro è aperto dal profilo di Catherine Pozzi, poetessa di vitrea sapienza, amata da Paul Valéry – che, in sostanza, non la capì –, amica di Rilke, pari, per vertigine, secondo Michel de Certeau, alla grande mistica Hadewijch.&nbsp;<strong>“Essere donne, essere in un certo senso sempre irregolari, dà a tutte una ampiezza di vedute che la porta a scelte innovative”,</strong>&nbsp;scrive la Scaraffia: l’abbiamo contattata. Non credo sia un caso la citazione, in esergo, di Benedetto XVI: “<em>Querere Deum</em>&nbsp;– cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui”. Era il settembre del 2008, il santo padre parlava a Parigi, al Collège des Bernardins.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Disse questo, tra l’altro.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/171481b6240c4e9e8a030d1f2b8d1584-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103953" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/171481b6240c4e9e8a030d1f2b8d1584-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/171481b6240c4e9e8a030d1f2b8d1584-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/171481b6240c4e9e8a030d1f2b8d1584-600x922.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/171481b6240c4e9e8a030d1f2b8d1584.jpg 703w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p><strong>Circoscriviamo il termine. Cosa intende per “mistica”?&nbsp;</strong></p>



<p>Per mistica intendo passione per l’assoluto, ricerca di raggiungere un contatto personale con l’assoluto.</p>



<p><strong>Quando parla di mistica “selvaggia” mi ricorda Paul Claudel che aveva coniato, a proposito di Rimbaud, la formula “mistico allo stato selvaggio”. Come dobbiamo dunque intendere la mistica “femminile”?&nbsp;</strong></p>



<p>Mistica selvaggia perché è esperienza vissuta al di fuori dei codici imposti dalla religione, che ha cercato di controllare l’esperienza mistica e di certificarla distinguendola in buona e cattiva, cioè demoniaca. Queste otto donne non erano alla ricerca di una codificazione da parte religiosa istituzionale, sia perché non erano religiose professe sia perché se lo potevano permettere: nel ’900 non correvano più il pericolo di venire punite come eretiche. Una libertà dalla religione istituzionale che si configura anche come libertà dal controllo maschile. Per questo penso che fossero tutte, più o meno consapevolmente, femministe: del resto lo prova la loro vita.</p>



<p><strong>Proseguendo e variando la domanda precedente: la mistica esprime il proprio misticismo attraverso il linguaggio, oppure nell’agire nel tempo? Insomma, qual è il carisma del misticismo?</strong></p>



<p>Esistono diversi tipi di misticismo, anche se quello più noto è quello certificato dal linguaggio, cioè dal racconto diretto delle esperienze mistiche. Queste donne, quasi tutte fini intellettuali, hanno raccontato la loro esperienza per scritto, in modi diversi fra di loro, e con modalità diverse da quelle tradizionalmente attribuite alla narrazione dell’esperienza mistica. Proprio per questo svolge un ruolo importante anche la loro vita che, in tutti i casi, dimostra la possibilità di sperimentare un rapporto intenso con l’assoluto all’interno di vite normali, segnate da una professione, spesso una famiglia e comunque anche rapporti intensi e perfino trasgressivi con uomini. In questo si misura tutta la loro libertà.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103954" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/https-s3.amazonaws.com-arc-wordpress-client-uploads-infobae-wp-wp-content-uploads-2019-03-26113940-Lucetta-Scaraffia-1920-2.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lei è Lucetta Scaraffia</figcaption></figure>



<p><strong>Mistica, di solito, si lega a un pensare e a un vivere eterodosso. È davvero così? Perché?</strong></p>



<p>In realtà, nella storia del cristianesimo, mistica si lega a una vita super ortodossa, rinchiusa al mondo, dedicata a una ascesi totale. Il controllo esercitato sulle mistiche imponeva loro di provare la verità del rapporto con il divino attraverso una vita di rinunce. Lo stile di vita eterodosso, legato a una&nbsp;mistica che possiamo definire “selvaggia”, nasce dalla particolare posizione morale in cui si trova a vivere chi sperimenta queste esperienze, al di sopra del bene e del male.</p>



<p><strong>Le mistiche sono un punto permanente di contraddizione. La loro, mi pare, è la purezza nell&#8217;impurità. In questo, sono autenticamente ‘cristiane’. Mi sbaglio? Eppure, come penetra il ‘religioso’, la danza dell’invisibile, nella biografia delle donne di cui scrive?</strong></p>



<p>Certo le loro biografie sono ricche di contraddizioni. Il religioso penetra come ricerca di qualcosa di più, di un amore assoluto del quale provano una sete inesauribile, quasi dolorosa.</p>



<p><strong>La mistica e la Storia. Come si colloca l&#8217;esperienza, singolarissima, delle ‘sue’ donne nelle temperie del secolo, del mondo, del mondano?&nbsp;</strong></p>



<p>Le mie donne sono completamente immerse nel mondano, nella storia del loro tempo, fino alla fine. L’esperienza mistica non le pone fuori dal mondo, ma suggerisce loro una lettura diversa del mondo in cui vivono e in cui continuano a vivere. Una lettura che comunicano agli altri, attraverso poesie, diari, saggi, lettere, assolutamente originali.</p>



<p><strong>Quale, tra le figure che ha scelto, l’ha sorpresa per l’audacia, per la ‘sconvenienza’?</strong></p>



<p>Direi Banine, la musulmana atea che nei suoi libri autobiografici racconta con ironia di avere fatto quello che noi oggi chiamiamo la escort, che non rinnega niente della sua vita avventurosa e difficile, e che sa far crescere la sua sete di conoscenza intellettuale in sete di conoscenza mistica e raccontarla.</p>



<p><strong>Mi pare, a bracciate, che la mistica italiana più mistica di tutte, per anomalia, sia Cristina Campo. Lei non l’ha rubricata, non l’ha detta. Come mai?</strong></p>



<p>Certo che ho letto Cristina Campo, che amo moltissimo. Ma più che una mistica mi è sembrata una cacciatrice di misticismo, che sa riconoscere a raccontare, e soprattutto far scoprire e amare. Ma non mi è mai sembrata una mistica lei stessa, se pure una donna di straordinaria sensibilità.</p>



<p>Ho anche trascurato Etty Hillesum, che certo era una mistica della stessa famiglia delle mie otto mistiche, ma sulla quale si è già detto e scritto tanto. Ugualmente non ho inserito Maria Zambrano, che considero mistica, perché non sono riuscita a trovare documentazione esauriente sulla sua vita.</p>



<p><strong>Le chiedo un giudizio sul pontificato di Francesco. Che ruolo hanno avuto le ‘mistiche’, diciamo così, nel suo governo?&nbsp;</strong></p>



<p>Papa Francesco non è mai stato interessato alle parole delle donne, neppure se mistiche.</p>



<p>Spero che questo papa sia equilibrato e prudente, che ristabilisca pace e armonia in una chiesa lacerata. Non ho speranze per il ruolo delle donne: nessun gruppo di potere ha mai ceduto il suo potere spontaneamente. Solo le religiose possono combattere e ottenere dei risultati veramente significativi, cosa che fino ad ora non è avvenuta.</p>



<p><em>*In copertina: una immagine da “Persona”, film di Ingmar Bergman del 1966</em></p>
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		<title>Se il mito del padre è fascista, quello della madre è bugiardo</title>
		<link>https://www.pangea.news/padre-madre-miti-rubina-mendola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 05:18:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Edipo]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[politicamente corretto]]></category>
		<category><![CDATA[Rubina Mendola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Visti gli spaghetti western del momento, con sparatorie verso il femminismo molto frequenti (però in semi-clandestinità) e risposte al fuoco altrettanto continue sui media, i bersagli non appaiono reali ma &#160;spaventapasseri, quindi «la presa della parola» si trasforma in costrutto depressivo e il parere «super partes» diventa un miraggio. I rischi di una metafisica dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Visti gli spaghetti western del momento, con sparatorie verso il femminismo molto frequenti (però in semi-clandestinità) e risposte al fuoco altrettanto continue sui media, i bersagli non appaiono reali ma &nbsp;spaventapasseri, quindi «la presa della parola» si trasforma in costrutto depressivo e il parere «<em>super partes</em>» diventa un miraggio. I rischi di una metafisica dei costumi pappagalla e servita «a caldo», sorda ai rigogliosi frutti – pratici/teorici – anche delle scienze sociali e della psicoanalisi, dilagano ogni considerazione nel fango della pusillanimità di accuse e difese. Sopravvive un minuscolo territorio ancora vergine, ai lati del rimbrotto, quello della ricostruzione «a freddo», forse meno consolante in generale, ma così distaccata da riuscire a immaginare sia lo spaventoso mélange di forze antiche, miserabili e irrazionali che agitano le intenzioni, che la loro parziale discendenza da figure santificate per partito preso, apparentemente amorevoli (e, a dispetto delle credenze accusatorie attuali, assolutamente non «con cravatta veterotestamentaria»), nel quadro di violenze simboliche casalinghe, grazie pure agli aiuti dei «maestri del sospetto», fra cui Bourdieu.</p>



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<p>Nessun conto qui va pareggiato, perché non possibile: al male fatto da Caio il male eventuale di Sempronio non rende la pariglia e non sminuisce, così ciascuno «fa lo schifo» a modo suo e senza ridimensionare quello altrui. «Cosa succede?!», si grida alla macchinetta del caffè, al mercato e sul treno. <strong>La cronaca italiana efferata che riguarda donne uccise da uomini, tradotta negli opinionismi correnti fra ottusità e grossolanità e restituita tramite schede ipertrofiche, perdenti rispetto alla Realtà polimorfa e scivolosa, non permette digestioni e metabolismi dei «fatti», né pare offra vie di uscita utili a mettere le cose in sesto.</strong> Fra un relativistico «le ammazzatine passionali sono sempre esistite!» e un rusticano «siamo pur sempre nel Mediterraneo, Signora mia!», il panorama tedia e inganna. Mentre la socio-criminologia arrovella le meningi, nel dubbio che si tratti di tic contemporaneo o «tradizione» sovrastorica, nessuno si decide fra Immanenza e Trascendenza e intanto il cimitero degli ammazzati allarga i suoi confini. L’accanimento di esporre la violenza maschile come esclusivo meritevole di giudizio culturale e morale, lascia scoperto un fianco brutto che sembra voler accomodare e comprendere quando è la donna a uccidere i suoi figli, i suoi nonni o vicini di casa o neonati o chiunque altro, con svariati alibi pedagogici e didattici. Ebbene, cattiveria e violenza sono vera specialità di «casa Nonna Papera» (per la ricetta segreta citofonare Professoressa Austen o Ivy Compton Burnett, Signor Eschilo, Dottor Freud, Monsieur Shakespeare, Sir Ibsen…), <strong>insospettabile integrata, lavoratrice o in carriera, così brava a far pranzetti e ricevere ospiti, radicalizzata idealmente proprio dentro la sua casetta, fra amiche e dalla parrucchiera e meno per strada o al calcetto o al pub generico, e perciò meno leggibile da presidi scolastici, media e da polizie e questure.</strong> Trattasi di curiosa «attenuante di genere»? Oppure il Male compiuto da grembiuli sporchi di risotto alla pescatora e sugo all’amatriciana è di natura più blanda, o addirittura si potrebbe parlare di messianici «a fin di bene» o «non lo fo per piacer mio!»? Qualcuno domanda se per «difendere le donne!» gioverebbero, insieme ad altre giuste educazioni e attenzioni, meno autoassoluzioni e più manovre autocritiche sul ruolo primario in certi subdoli e prolungati giochi al massacro con Edipo, destinato un bel giorno a rendere la pariglia con la prima o seconda che passa, visto che Gertrude e la Signora Bennet, per definizione, non si possono uccidere. Ma se gli uomini tacciono e ingoiano rospi per quieto vivere, dovremmo dire «poveri loro» o «se la sono cercata!» <em>leur aussi</em> nel farsi dire «ecco qua!», e «imbecilli», tanto quanto quelle che, a detta del Bar Sport Ruttaiolo, escono con la minigonna alle tre del mattino?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="631" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-1024x631.jpg" alt="" class="wp-image-101822" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-1024x631.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-300x185.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-768x474.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-600x370.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1.jpg 1291w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Volendo fare tabula rasa e ricominciare da zero in modo da vedere un po’ meglio (ora che le moltiplicazioni di patriarcati allevati a terra, diffusi e a chilometro zero, non solo non bastano a capire, lasciando in mutande, ma consegnano imperscrutate alcune prassi talmente crudeli da rendere perplessi sull’univocità della cause), si potrebbe ricordare che il ruolo affettivo ed emotivo primario lo conquistano spesso le ‘mammà’ e non i ‘papy’, non solo nel proverbiale Mediterraneo (vedi Bergman). Quando è così, quali massicci patriarcati saranno mai stati declamati e poi assorbiti, se molti tristi <em>pater familias</em>, quasi «richiedenti asilo», hanno scelto il mutismo e l’assenteismo o non hanno voluto parlare, e le matriarche hanno avuto il microfono invece perennemente «on», ai ricevimenti dei genitori e in soggiorno, con imposizioni, intromissioni, petulanze e rimostranze e lavaggi del cervello full-time, per promuovere un auspicabile «a propria immagine e somiglianza» nel bravo figliolo e una corretta imbalsamazione per decorosa immagine sociale? <strong>Ha fatto comodo agli uomini delegare alcune cose importanti, e ora è troppo tardi per lamentarsi di essere odiati e «non contare niente»?</strong> I padri in effetti, invitati gentilmente dalle partner a considerarsi tutto considerato emotivamente e psicologicamente accessori, invece di rifiutare l’oblio, si sono prestati al siparietto, <strong>attestandosi a burocrati dei lati aridi del vissuto e frequentando più i divani e i televisori o il lavoro che i pensieri dei figli, disertando la conversazione intima, le confessioni e i contatti che andassero oltre i consigli su caro-benzina, autobotti, cric o dichiarazione dei redditi.</strong> «Mentre le mamme compravano calzini, sciarpe e cappottini, i padri russavano in poltrona», direbbe Sora Cecia. In legami passionali e sentimentali di nullo o scarso livello, o anche dove solo uno dei due sia connotato da robusta barbarie, indifferenza e meschinità (virus facilmente trasmissibili), la partita del «potere» e della violenza simbolica tra madre e padre per conquistare attenzioni, rispetto (anche solo formale) e attaccamento, le genitrici la giocano da sempre sui dispotici non detti, sapendo che «gutta cavat lapidem», per cui piccole mosse di tattica generosità condurranno i prigionieri ad assecondare di qua e di là, instaurando poi quell’efficiente esercito di pollastri in un governo definitivo sulle qualità e quantità delle risposte emotive dei figli.</p>



<p>Infallibile Tanatoforìa travestita da sacro amore materno, di cui sono piene le fosse e le letterature; il bacio e l’abbraccio aracnoide della Grande Madre è cosa trita da Freud in poi (Lacan ammonisce circa i disastri qualora «la parola del padre non intervenga a svezzare la madre dal figlio e il figlio dalla madre»), ma anche in tempi antichi i tragediografi greci erano pienamente consapevoli di quali leggendarie cose è in grado di fare una madre grazie alla deprecabile Arte del Senso di Colpa. Ignorarlo, o è malafede o è assenza di «cultura generale», come sconoscere la data della seconda guerra mondiale. Eppure si intende rimuovere questa consapevolezza basica, in grado di evitare visioni parossistiche. Il risultato istantaneo, è la misandria preventiva e globale, che non porterà nulla tranne reparti psichiatrici più affollati e celibati fino all’ultimo, nonché incesti sottointesi e protratti. Ahinoi, non tutti i Telemachi ammutinati hanno avuto incontri putativi fortunati con Professori Keating, nonni migliori dei genitori, ammirevoli amici di famiglia, che potessero integrare con successo una madre più biologica che spirituale o un padre defilato avaro di indicazioni epocali, riferimenti cruciali, «belle immagini».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-101823" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nella confusione generale prodotta da «analisi» sempre meno articolate, non si può che tornare a domandare cose apparentemente ovvie, visto che apodissi, asserzioni e pulpiti hanno fallito, nel crescendo di una camera a gas psico-pedagogica. <strong>Se il mito del padre è <em>soi disant</em> fascista, quello della madre è certamente bugiardo, filisteo e moralistico.</strong> Forse, invece dei ripetitivi e vuoti femminismi vessatori e degli sfottimenti ruttati dei maschilisti fra una pizza e una cozza, si inizia ad avvertire il desiderio di più acume e meno scandalo, di smascheramenti «alla pari» delle squallide intenzioni, più pepe da collocare all’unisono sotto il sedere di tutti i partecipanti. Uomini uccisori, a loro volta figli di donne, potrebbero avere in sé un tilt emotivo e interpretativo abbastanza misogino e fobico, non però consegnato da tv, tik tok, Punti Snai, trapper galeotti, pornografia e «daddy» maschilista, ma sperimentato talvolta grazie a mamme gelose, ossessivo-seduttive, incestuose, innamorate più dei figli che del disprezzabile partner? Se massicci ricatti morali e silenzi indesiderabili di mamme gelose, professioniste in desideri castranti ed egoistiche aspettative, hanno intristito infanzie e adolescenze e pubescenze, quanti danni e risentimenti verso l’altro sesso si saranno prodotti, quali «decentramenti» dell’io e dissesti idrogeologici nella psiche? E che genere di spaventosi <em>transfert</em> e inconsce proiezioni, anche molto ortogonali, potrebbero stimolare a voler «far fuori» simbolicamente non tanto la donna che hanno di fronte, quanto la madre simbiotica che ha soffocato un’espressione di sé (e in qualche caso anche un «modello» di padre?).</p>



<p><strong>Il dossier quotidiano circa un orgoglioso e sistematico punto di vista «rosa», sul mondo, sulla letteratura, sulla società, nella famiglia e nel lavoro, da ficcare a forza dappertutto</strong>, è diventato una tra le fonti più continuative e ricche per un fastidio assicurato, svolgendo tanto folklore e molto froufrou intorno a un serio e concreto problema, cioè chi deve rispettare chi e come, e quando e quanto. Non è più doveroso né scontato infatti che sia evidente e pienamente razionale una «questione femminile», se questa viene recapitata ai mittenti sotto forma di sfogo ossessivo, in una «uscita allo scoperto» dal bugigattolo patriarcale con in mano assorbenti e merletti e uncinetti, pretendendo attraverso questi mezzi poverissimi di riemergere dal buio, rileggere il passato e trionfare sulla Storia. I risultati ottenuti non sono molto positivi, se tanta mascolinità ridacchia alle loro spalle stufandosi invece che convincersi della realtà di cose anche molto gravi, al punto che non è chiaro a chi sia rivolto esattamente il grido di stanchezza e sdegno delle femministe o, in generale, delle donne molte arrabbiate: se queste parlano agli uomini, chiedendo ascolto e considerazione (secondo però il respingente format «siamo er mejooo deficienti!»), come potranno quelli presentarsi con piacere all’appuntamento per conversare? <strong>Se la convocazione alla «lotta per i propri diritti» avviene cercando maniacalmente visibilità appiccicandosi etichette e sfoggiando distintivi, conducendo quindi a una autoghettizzazione di tipo settoriale, chi risponderà all’appello in cui chi è convocato è simultaneamente invitato ad andarsene a quel paese? </strong>Il bisogno di ostentare contrassegni o comportamenti specializzati «al femminile» per marcare un’identità (o diversità?) certificandola inevitabilmente come superiore, nega il bisogno che tenta di rivendicare e squalifica le suf-frangette del Favoloso Mondo di Amelie in una posizione affine a quelli dei disprezzabili «pantaloni». E il «pink pride» sembra un concetto sempre più immaginario e laconico, specie se ritiene di conoscere e preservare lui solo tutta la sensibilità, poetica, etica, artistica, emotiva, a livello mondiale.</p>



<p>Ma se la violenza contro le donne, sanguinaria, reale e documentata, non viene mai mostrata anche secondo il suo altrettanto dolente e veritiero corrispettivo rovesciato, cioè tutto il violento che pure le donne attuano ed esattamente come gli uomini nelle forme più varie, in un’ampia gamma che va dal sottile al clamoroso-sventolato, qualcuno sarà tentato, legittimamente o no, di credere che la si combatterà non per il Male che rappresenta in generale, come prassi e teoria, ma unicamente per quello chirurgicamente ritagliato a suo favore? E quanta violenza (o sadismo infantile) ci sarebbe nel non evitare a tutti il grigiore di comportamenti brutali, ma solo quelli che si autocertificano come più meritevoli?</p>



<p>Secondo i prestigiosi settimanali ed editoriali, bisogna omologarsi agli striscioni e ai berrettini degli stereotipi, e sviluppare fuori e dentro l’impazzato Internet congetture su Lesbia amministratrice delegata di una multinazionale greca, Frida Khalo mandante occulto dello sbarco alleato, Monna Lisa ribelle antesignana delle opportunità pari, interpretazioni su Medea rivendicatrice sindacale della «resilienza» in famiglia, ritratti biografici di Maria Maddalena quale inaspettata scrittrice di romanzi sentimentali, anche in assenza di licenza elementare.</p>



<p>Quante e quali straordinarie, impensabili revisioni postume strategiche e «riletture», sempre più «inedite», «coraggiose» e a furor di popolo, potranno venir fuori dal cappello di studiosi, a riprova del fatto che in realtà Divina Commedia e Iliade non erano scritte da uomini ma da donne geneticamente modificate <em>ad hoc</em> pe ingannarci tutti? E quante decisive «istanze femminili», malevolmente occultate nei secoli dai <em>pater familias</em>, si celano ancora dietro le quinte delle più insospettabili piccole cose, apparentemente marchiate col fiocco azzurro?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="747" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-1024x747.jpg" alt="" class="wp-image-101824" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-1024x747.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-300x219.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-768x560.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-600x438.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133.jpg 1480w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>&nbsp;In anni che timbrano e tassano tutte le parole e ogni comportamento altrui senza nemmeno più chiedersi il perché, considerandosi in automatico «dalla parte giusta», non si capisce se sarà un bene o no ricordare le mille figure sgradevoli che popolano le scene di ogni giorno, dal tinello al salotto, in cattiverie e sopraffazioni emanate dal cosiddetto gentil sesso.</strong> A poco servono gli innumerevoli disegnini, aquiloni, sorrisini, palloncini, ridenti girotondini solidali e grembiulini fatti a mano, per chi non dimentica le numerose acrobazie crudeli della Matrone: strattoni ai loro disobbedienti bambinetti sui marciapiedi, urla militari provenienti dal bagnasciuga («eeesci subitoooo dall’a-c-q-u-a!») indifferenti al pianto, i musi lunghissimi per aspettative tradite in tarda età, i sistematici e sanguinari boicottaggi di nuore, le vendette trasversali, l’insofferenza alla sola idea che un figlio abbia (<em>lato sensu</em>) «una stanza tutta per sé», gli schiaffoni in portineria prima di salire dalla nonna.</p>



<p>Niente di nuovo sotto il sole, almeno per chi ha memoria onesta e non selettiva, <strong>ma a quanto pare è obbligatorio il ‘rimosso’ a tutti i costi e praticare indignazione al solo udire queste ovvietà quotidiane</strong> (ma Pasolini diceva «chi si scandalizza è sempre banale, e anche sempre male informato»). Come «regolare» quindi una serie di situazioni non divulgate e pubblicizzate da media e opinion leader, ma esistenti e incidenti nella società e nel soggetto? Fare finta di niente o provare timidamente a citarle quando serve? Attualmente, non sembra possibile dubitare del fine amorevole di tante miserie e angherie femminili, mentre è certo che quelle maschili ne abbiano solo uno deplorevole. Le donne sembrano poter offrire una lezione su cosa sia il Bene, possibilmente seriosa o furiosamente ironica, incluse le molte colpevoli fabbricanti di Edipi relitti (come quello di Woody Allen condannato a vedere, anche dopo morta, l’estenuante e repressivo faccione di mammà alto nel cielo, ostinato a perseguitargli le giornate con anatemi e «consigli» per soffocarne la Vita a oltranza).</p>



<p><strong><em>Rubina Mendola</em></strong></p>



<p><em>*Nell’articolo: immagini di Ingmar Bergman e dei suoi film</em></p>
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		<title>“Voglio sempre tutto”. Storia di Franziska zu Reventlow, la contessa dello scandalo</title>
		<link>https://www.pangea.news/franziska-zu-reventlow-ritratto-testi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 05:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[donne estreme]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Franziska zu Reventlow]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Filippucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un disperato bisogno di dispiegarsi in volo, di slegarsi da qualunque fuoco potesse fonderle i piedi al suolo. Franziska Gräfin zu Reventlow è un fiammifero senza fine, un incendio che non può essere fermato. Fanny (così era stata battezzata) nasce a Husum, nell’estremo Nord germanico, rappresenta la figura femminile dalle ali imperturbabili all’interno del panorama [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franziska-zu-reventlow-ritratto-testi/">“Voglio sempre tutto”. Storia di Franziska zu Reventlow, la contessa dello scandalo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un disperato bisogno di dispiegarsi in volo, di slegarsi da qualunque fuoco potesse fonderle i piedi al suolo. <strong>Franziska Gräfin zu Reventlow</strong> è un fiammifero senza fine, un incendio che non può essere fermato.</p>



<p><em>Fanny</em> (così era stata battezzata) nasce a Husum, nell’estremo Nord germanico, rappresenta la figura femminile dalle ali imperturbabili all’interno del panorama letterario e sociale tedesco dell’era guglielmina.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non dovessi liberarmi, non dovessi salvare il mio io interiore; – so che perirò in caso contrario”</strong></p>
</blockquote>



<p>Estrema discepola della ricreazione dei valori teorizzata da Nietzsche, ultima oppressa della famiglia per bene e pagana fino al malato midollo, viene studiata non tanto per la sua scrittura o la sua arte, bensì per la sua impossibile storia senza freni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quell’estremo coraggio di essere se stessi – ti conduce lungo un sentiero sanguinoso – ti rende i piedi crudi e stanchi”</strong>.</p>
</blockquote>



<p>Tradizionalmente etichettata come la contessa dello scandalo Bohèmien dei circoli di Schwabing a Monaco di Baviera, nell’ultimo scorcio del XIX secolo, ha attirato l’attenzione su di sè per il provocatorio rifiuto della moralità convenzionale. Franziska nasce all’interno di un contesto nobile, dove morale tradizionale ed etichetta rigida fanno esplodere in lei una natura ribelle. Era la quinta figlia dell&#8217;amministratore distrettuale prussiano Ludwig Graf zu Reventlow. Sua madre, Emilie, nata contessa zu Rantzau; la famiglia era amica, tra gli altri, di Theodor Storm. Franziska apparteneva, quindi, all&#8217;aristocrazia originaria dello Schleswig-Holstein, una delle famiglie che plasmò la storia del Paese e della Danimarca.</p>



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<p>Il costante conflitto materno con Emilie sprigiona in lei un’anima impossibile e <strong>incapace di farla diventare una rispettata giovane signora della borghesia tedesca, sposata con un ricco nobile e con una famiglia perfetta. </strong>Praticò l&#8217;amore libero, la maternità singola, apice libertario femminile.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L&#8217;ebbrezza svanisce, e poi? – Anche le ebbrezze svaniscono, ma ne seguiranno di nuove”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In giovane età fu cacciata dal collegio per grave mancanza di rispetto verso le autorità. Per tutta la vita ha desiderato il Mare del Nord. Quando il padre andò in pensione, la famiglia si trasferì a Lubecca. La necessità atavica di squarciare i propri freni ideologici e morali la portò a unirsi a un circolo di ribelli, dove discussioni appassionate attorno al libro di August Bebel su <em>La donna e il socialismo</em>, i drammi rivoluzionari di Ibsen e l’appello di rivalutazione dei valori di Nietzsche la facevano da padrone.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Voglio sempre tutto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Franziska aspettò la maggiore età per fuggire da quel regno nobile che la imprigionava. Scappò dalla reclusione familiare prima ad Amburgo, dove ebbe multiple relazioni e sposò un avvocato da cui ottenne i soldi per frequentare l&#8217;accademia privata del pittore Oberkrainer Anton Ažbe in quel di Monaco di Baviera. Qui conosce figure del calibro di Theodor Lessing, Erich Mühsam, Oskar Panizza, Rainer Maria Rilke, Marianne von Werefkin, Alexej von Jawlensky e Franz Wedekind. <strong>Il suo animo, il suo comportamento eccentrico e selvaggio all’interno della “Montmartre tedesca”, però, distrugge dopo poco tempo il vincolo matrimoniale e la porta alla povertà più assoluta.</strong> La famiglia taglia i ponti economici con Franziska ed lei, da quel momento, è costretta a vivere ai margini più estremi della società. Tenta, in maniera fallimentare, di mantenersi vendendo latte, fino a quando si lancia nel tentativo, poi rivelatosi fruttuoso, di prostituirsi in un bordello dell’alta nobiltà.</p>



<p>Lo studioso di Schwabing, Klaus Hübner, spiega:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dopo tutto, lei ha sempre inteso il concetto di libertà come comprensivo della libertà erotica. Naturalmente, questo piaceva a molti uomini. Soprattutto in quei tempi di prudenza guglielmina. In questo senso, se si intende la musa come ‘stimolante’, non c&#8217;è da stupirsi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel 1897, Reventlow aveva dato alla luce il suo amato figlio Rolf, <em>alias</em> Bubi, <em>alias</em> l&#8217;animale degli dei, di cui mai ha rivelato l’identità paterna. Con impareggiabile disinvoltura nei confronti delle convenzioni e dei pregiudizi, si impegna a crescerlo come madre single, <strong>viene acclamata per questo come una madonna pagana dai suoi amici “Kosmiker” e non esita a commettere falsa testimonianza per evitare che le venga assegnato un tutore legale maschio.</strong> Volutamente tiene il figlio fuori dal sistema scolastico patriarcale come dal servizio di leva per la patria: la sua certificazione di insegnante le permette di educare Rolf a casa; nel 1917 lo aiuta a disertare attraversando il lago di Costanza a remi fino in Svizzera. Reventlow esalta la maternità e il rapporto simbiotico madre-figlio perché rappresenta la soluzione perfetta per il suo bisogno di sentire il calore e la sicurezza di un unico e stabile legame umano che, allo stesso tempo, non infrange la libertà della sua vita sentimentale.</p>



<p>Raramente crolla sotto il peso della sua figura libertina:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“19 giugno. Mezzo morto. A letto con il gelato del mattino. Senza appetito, stanca, sofferente. Nel pomeriggio ho tradotto un racconto. Ho giocato con Bubi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Passa da un uomo all&#8217;altro a Schwabing, o Wahnmoching, come la chiama lei. Ne paga le conseguenze con molte relazioni fallite e aborti spontanei.</p>



<p><strong>Si fa assumere come attrice, pittrice di vetri, commessa e sguattera, persino come prostituta occasionale.</strong> Sembra stranamente ingenua. Si entusiasma per le dissolute feste di carnevale degli artisti di Monaco:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Celestiali! Sembra che stia arrivando una tempesta o una valanga. Voglio avere tutto e abbracciare tutti. Ogni cosa è piena di ricordi di questi giorni di sballo. Carnevale! Celeste! Celeste! Celeste!”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Zu Reventlow è caratterizzata da contrasti: è dell&#8217;opinione che le donne non possano creare opere d&#8217;arte. Eppure, scrive romanzi e saggi estremamente spiritosi e ironici. Crede che le donne debbano avere la meglio. Lei stessa, tuttavia, non vuole essere solo una moglie, ma preferisce la libertà dove deve guadagnarsi da vivere da sola.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne.jpg" alt="" class="wp-image-101605" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/zu-reventlow-ellen-olestjerne-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Trova relazioni selvagge in Italia, Grecia e Svizzera. Agli inizi del 1910, la sua situazione economica è sul lastrico ed è costretta a lasciare Monaco per recarsi ad Ascona. Qui accetta un matrimonio finto per ottenere l’eredità del nuovo marito, ma il destino la schiaccia e la banca del suo sposo fallisce, insieme ai denari entrati nelle tasche di Franziska, che svaniscono nel nulla. All’età di 47 anni si arrende alla morte dopo un incidente in bicicletta, a Locarno, dove tutt’ora giace la sua tomba.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Poi le nuvole si spostarono sulla luna e tutto si oscurò. &#8211;</strong><br><strong>E seppellimmo il nostro morto amore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La passione artistica di Franziska zu Reventlow, non appagata, è la pittura più che la scrittura. Sebbene sia una diligente corrispondente e diarista, riconosce il talento per la scrittura come un mero modo per sbarcare il lunario. Traduce ottomila pagine di opere di Maupassant, Prévost e France, vende battute e brevi pezzi in prosa alla famosa rivista satirica&nbsp;“Simplicissimus”. Oggi la Reventlow è conosciuta per i romanzi semi-autobiografici e per le lettere e i diari, che fanno luce sul lato non convenzionale della Germania guglielmina. Il romanzo autobiografico&nbsp;<em>Ellen Olestjerne </em>(1903) descrive l&#8217;infanzia e la giovinezza dell&#8217;autrice e il doloroso conflitto tra un&#8217;educazione repressiva e la sua insaziabile fame di vita (vitalismo nietzschiano). Un&#8217;altra opera, ispirata alle lettere della famosa cortigiana francese del XVII secolo, Ninon de Lenclos, mostra la controversa filosofia dell&#8217;amore libero di Reventlow, che libera le donne dall&#8217;essere meri oggetti del desiderio maschile e gioca ironicamente con le possibilità di inversione dei ruoli, di una donna che contempla vari tipi di amanti, ad esempio il salvatore, l&#8217;“elegante Begleitdogge” (elegante compagno canino), o il gentiluomo, affascinante straniero. Altre opere presentano osservazioni satiriche sulla scena bohémien di Monaco intorno al 1900.<strong> </strong>In Italia, nel 1983, l’editore Adelphi ha pubblicato un suo romanzo del 1916, <em>Il complesso del denaro</em>; nel 2014 l’editore Elliot ha pubblicato <em>Piccoli amori</em>.</p>



<p>Sebbene alcuni dei suoi temi si sovrappongano a quelli enfatizzati dal movimento femminile contemporaneo, la scrittrice prendeva le distanze e non sopportava alcuna associazione con le “Bewegungsweiber” (donne del movimento), che detestava per quello che considerava il loro puritanesimo prudente. Fu amica di femministe dichiarate, come l&#8217;avvocato, attrice e fondatrice della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, Anita Augspurg; tuttavia, non sostenne né il suffragio femminile né il desiderio delle donne di competere con gli uomini a livello professionale. Inoltre, anziché puntare a limitare la sessualità maschile abolendo la prostituzione, come fece gran parte del movimento femminile borghese, <strong>Reventlow considerava il matrimonio tradizionale la prostituzione per eccellenza: pretendeva provocatoriamente lo stesso rispetto per la libera espressione dei desideri sessuali delle donne come per quelli degli uomini.</strong> La discrepanza tra l&#8217;insistenza pratica di Reventlow sull&#8217;indipendenza e l&#8217;autodeterminazione assolute, da un lato, e la sua difesa dell&#8217;emancipazione erotica, ma non economica, dall&#8217;altro, rende la sua posizione contraddittoria nei confronti dei ruoli tradizionali e d&#8217;avanguardia delle donne. Molti critici hanno liquidato Reventlow come rappresentante di una ribellione meramente erotica. Tuttavia, l&#8217;autrice è andata oltre la semplice affermazione di una sessualità femminile sicura di sé. I suoi scritti sulle esperienze personali, le opinioni anticonformiste e il comportamento controverso rappresentano un importante contributo al discorso pubblico sui ruoli di genere e ampliano il tema dell&#8217;edonismo letterario – finora riservato solo ad autori maschi come Wedekind o Schnitzler – includendo una prospettiva femminile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="634" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61egSt1G6L-634x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101606" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61egSt1G6L-634x1024.jpg 634w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61egSt1G6L-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61egSt1G6L-600x969.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61egSt1G6L.jpg 669w" sizes="(max-width: 634px) 100vw, 634px" /></figure>



<p>Gli studiosi si sono concentrati sulla vita di Reventlow più che sui suoi scritti e hanno interpretato le sue mutevoli storie d&#8217;amore soprattutto in termini psicologici, come risultato di un&#8217;infanzia repressiva e dei conflitti con la madre. Questo è vero: la ribellione personale della Reventlow non era sempre correlata alla ribellione collettiva del crescente movimento femminile, non si presentava come politicamente impegnata, non era esplicitamente una femminista e la sua occasionale critica sociale era apparentemente motivata da esigenze individuali piuttosto che dal coinvolgimento sociale. Tuttavia, i suoi scritti hanno implicazioni politiche. Trattando pubblicamente argomenti tabù, fornì modelli di indipendenza e di autodeterminazione per le donne riguardo al matrimonio, alla sessualità e alla maternità e contribuì a sovvertire parte dell&#8217;anti-edonismo, dell&#8217;anti-individualismo e della cieca fedeltà all&#8217;autorità allora prevalenti nella Germania imperiale.</p>



<p>Nata nel 1871 e morta nel 1918, le date che scandiscono la sua vita e morte coincidono esattamente con quelle dell’impero tedesco; quell’impero che rappresenta tutto ciò a cui Franziska si è ribellata.</p>



<p><strong><em>Tommaso Filippucci</em></strong></p>



<p>***</p>



<p><strong>La mia finestra</strong></p>



<p>Quando mi sveglio al mattino, guardo dritta alla mia finestra. È sempre aperta, sia che il cielo lanci neve e pioggia al centro della stanza, sia che il sole di luglio ci splenda dentro.</p>



<p>Di fronte vi è la caserma. Il tetto con i suoi numerosi frontoni è leggermente più alto del mio. Sulle finestre dei frontoni giace il sole del mattino come rame incandescente. Mi sdraio a letto tra la veglia e il sonno e ascolto con gli occhi socchiusi. Il giorno è ancora così fresco e intatto davanti a me.</p>



<p>Di fronte alla finestra si erge il cavalletto, mi aspetta. Si, questo giorno dovrebbe essere meraviglioso come mai nessun altro. Per una voltra dovrebbe essere veramente salute e vita.</p>



<p>I miei giorni migliori sono quelli in cui c’è musica militare all’alba del mattino. Mi alzo dal letto con entrambi i piedi e vado alla finestra. Come i valorosi e colorati ragazzi escono dalle loro caserme nella loro fresca calda giornata. E per strada già è tutto un via vai.</p>



<p>La nebbia mattutina è ancora tranquilla sui lontani tetti. Le teste assonnate emergono da tutti i lucernari vicini, desiderose anche loro di ascoltare la musica.</p>



<p>Mi metto a lavorare vicino alla finestra e l’aria mi scorre a ondate intorno alla testa, immergendomi in un’atmosfera sempre più fresca, e quassù è così silenzioso.</p>



<p>La sera, non appena il lavoro è finito, rimango a lungo alla finestra.</p>



<p>Sì, dov’è andato il mio fresco e luminoso giorno? È nuovamente divenuto stanco e frammentato.</p>



<p>– Crepuscolo nero e rosso sulla città. Due campanili insensibili, alcune ciminiere di fabbriche e tetti allungati si ergono nell’ultimo bagliore.</p>



<p>La caserma giace buia, nera e priva di vita. Solo nella parte superiore sono illuminate alcune finestre e di tanto in tanto l’ombra di una guardia solitaria passa dietro di esse.</p>



<p>In alto, il cielo nero notte o le stelle o la luna proiettano un freddo chiarore verde sul tetto di ardesia scura.</p>



<p>Giù, sulla strada proprio di fronte a me, arde una solitaria lanterna.</p>



<p>A volte guardo alle mie spalle, nella mia stanza illuminata.</p>



<p>Voglio pensare al nulla, ma quando butto i miei pensieri fuori da una porta, essi rientrano da un’altra.</p>



<p>Proprio qui devo pensare ad alcune cose. Quassù sono profondamente sola.</p>



<p>Dove sono i miei compagni? Prima venivano sotto la mia finestra ogni sera e il nostro fidato fischio mi raggiungeva. Aspettavo il suono e all’udirlo scendevo giù per le mie quattro rampe di scale come il fulmine.</p>



<p>E poi stavamo insieme fino a tarda notte.</p>



<p>Come eravamo giovani ed entusiasti allora. Tutta l’arte e tutta la vita, avevamo tutto, era tutto nostro. Ed eravamo buoni fratelli e condividevamo tutto.</p>



<p>Dov’è finito il tempo – e tutto se ne è andato con esso.</p>



<p>A volte penso che torneranno e sentirò ancora una volta il nostro fischio.</p>



<p>Ma è tutto finito – e io sono sola.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Perché?</strong></p>



<p>In una notte di maggio si è sparato l’allievo Hans Sörensen.</p>



<p>Era ancora un bambino, almeno così pensavano i pochi che conoscevano il suo ridente e vasto viso fanciullesco. È vero, rideva spesso e molto, ma i suoi occhi potevano fissarsi d’improvviso con uno sguardo stranamente vuoto, morto, come se stessero cercando qualcosa senza trovarlo, o come se la risata gli avesse fatto del male. Nessuno lo credeva capace di un’azione simile, o di una decisione così fulminea, nessuno aveva intuito che portava con sé un pesante dolore, una distruzione interiore.</p>



<p>L’ultimo pomeriggio aveva un appuntamento con un amico: non si presentò. Si era seduto nella stanza e aveva riordinato i piccoli averi e le corrispondenze. Poi aveva fatto i compiti di scuola per il giorno dopo ed era uscito. Al suo coinquilino, che lo voleva accompagnare, disse di andare a trovare un conoscente. Quando si liberò di lui, si recò da un commerciante d’armi e scelse due pistole. Le voleva entrambe, disse, e avrebbe fatto sapere nel caso le avesse volute tenere.</p>



<p>La sera scherzò e parlò come al solito e quando, dopo cena, si sedette attorno alla lampada, finì di leggere un romanzo che aveva iniziato la sera precedente. Non appena l’orologio segnò le dieci, i fanciulli andarono a letto. Quando salirono le scale, la sua luminosa risata risuonò ancora una volta nella silenziosa casa crepuscolare: nessuno sapeva che sarebbe salito per l’ultima volta e che sarebbe stata riportata tra noi solo la sua vita distrutta.</p>



<p>Quando si coricarono, Hans lesse il libro di preghiere della madre come faceva ogni sera, poi spense la luce e ascoltò il respiro del proprio compagno e si alzò di nuovo non appena fu sicuro che stesse dormendo. Si alzò silente e si sedette alla scrivania davanti alla finestra spalancata, da cui filtrava la quiete della notte. In un brivido, si sedette e guardò la morte in faccia. Là, davanti a lui si ergeva la foto di sua madre, e scrisse ai genitori. Li ringraziava per il loro grande amore; dovevano perdonarlo per averli lasciati in questo modo – non poteva più vivere – e dovevano dimenticarlo ed essere nuovamente felici quando se ne sarebbe andato, sparito e sepolto. Che loro non avrebbero mai più potuto essere felici, che l’oscuro segreto della sua vita strappata aveva distrutto anche loro… di questo non se ne rendeva conto.</p>



<p>Le pistole se le portò a letto con sé. La prima non sparò – lo si è capito più tardi –, il proiettile della seconda lo uccise, penetrando il cranio sopra l’occhio destro. Nessuno in casa fu scosso dallo sparo, tutti dormivano. L’altro fanciullo continuò a respirare beato, e la candela bruciò tremolante finché al mattino si spense e il sole, caldo e luminoso, entrò nella stanza.</p>



<p>La mattina seguente lo trovarono così, con un braccio che pendeva dal letto, l’altra mano che teneva ancora la pistola. La bionda testa caduta all’indietro e il pallido volto morto con l’antica espressione di bambino che ride. Sopra l’occhio destro vi era una ferita aperta da cui il sangue e la vita era fluiti come un rosso e selvaggio torrente sulle bianche lenzuola. Ai piedi del letto giaceva il libro di preghiere aperto e la candela bruciata. Sulla scrivania, davanti alla fotografia della madre, la lettera ai genitori – il suo addio alla vita.</p>



<p>Coloro che sono rimasti non hanno potuto risolvere lo straziante enigma e se lo sono dovuto portare con sé per tutta la vita.</p>



<p>Ed era morto e se l’era trascinato con sé. – Perché?</p>



<p>***</p>



<p><strong>Pinta mattutina</strong></p>



<p>L’intera Monaco di Baviera era in un’ebrezza salvatrice. L’inebriante e giovane birra di primavera vorticava nelle teste di tutti.</p>



<p>Nell’atelier di R.R. vi era una pinta per la colazione di Salvator.</p>



<p>Un lungo tavolo era stato allestito con casse e “Hockerln” e coperto con camici e grembiuli da pittore di tutti i colori. Su di esso i boccali da birra in pietra. Intorno i più o meno promettenti geni della scuola di pittura.</p>



<p>Facce arrossate, rauchi canti da gole intrise di birra, boccali rovesciate, pozze di alcol sul tavolo e sul pavimento.</p>



<p>Il banchetto si protrasse fino al pomeriggio, poi si andò al bar.</p>



<p>La strada lungo la quale viaggiava in coppia il corteo era immersa nel baglio del pomeriggio primaverile.</p>



<p>Uno di loro era un giovane tedesco del Nord che a malapena riusciva a reggersi in piedi. I suoi occhi impazzivano confusi per la strada, sbattendo le palpebre per evitare la luce.</p>



<p>A un angolo della strada si ergeva il suo migliore amico che discuteva con un altro signore. L’ebbro voleva avvicinarsi e parlargli.</p>



<p>“Vieni al bar?”</p>



<p>“No.”</p>



<p>“Ci si vede dopo?”</p>



<p>L’interlocutore lo fissò negli occhi arrossati e confusi: “Non oggi”, gli voltò le spalle e se ne andò senza dire altro.</p>



<p>Il giovane lo guardò, voleva seguirlo, ma uno dei suoi compagni di bevute lo allontanò. Lo sguardo del suo amico gli aveva inciso nell’anima una specie di vergogna e allo stesso tempo di ostinazione.</p>



<p>Il suo amico non si era accorto che da settimane stava morendo di fame.</p>



<p><strong><em>Franziska Gräfin zu Reventlow</em></strong></p>



<p><em>*I testi, finora inediti in Italia, sono stati scelti e tradotti da Tommaso Filippucci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franziska-zu-reventlow-ritratto-testi/">“Voglio sempre tutto”. Storia di Franziska zu Reventlow, la contessa dello scandalo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Dal “filosofo femminista” alla storia dell’arte senza gli uomini. L’effimera furia della cancel culture</title>
		<link>https://www.pangea.news/cancel-culture-filosofo-femminista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 03:38:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[Katy Hessel]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Gasparrini]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cancel-culture-filosofo-femminista/">Dal “filosofo femminista” alla storia dell’arte senza gli uomini. L’effimera furia della cancel culture</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le mode per loro stessa natura, che siano letterarie o filosofiche o culturali in senso lato, sono fatte per durare <em>l&#8217;espace d&#8217;un matin</em>.&nbsp;La loro essenza è effimera perché sono fatte per assecondare ciò che è mutevole, contingente, e rivestono l&#8217;utile funzione di maschera dietro cui chi è sprovvisto di una personalità e di un&#8217;identità più profonda può ricoprire la propria superficie e partecipare al gioco di camuffamenti del mondo. Un grande ballo in maschera, insomma.&nbsp;</p>



<p>Non fa eccezione l&#8217;imperante e dilagante moda della <em>cancel culture</em> che tanti obbrobri continua quotidianamente a regalarci e che, credo, di qui a non molti anni sarà derubricata nella spazzatura della storia, nel catalogo delle bizzarrie intellettuali di un radicalchicchismo che da oltre Oceano è stato maldestramente importato anche qua.&nbsp;</p>



<p><strong>Nella furia di capovolgere la versione vulgata della cultura e dimostrare che tutto ciò che abbiamo creduto in qualche modo vero è per forza falso ci si esercita anche nella riscrittura della storia letteraria ed artistica, </strong>per lo più con una tale disinvoltura verso i documenti e verso il più comune buon senso da far accapponare la pelle. La scrittrice d&#8217;arte britannica Katy Hessel ha per esempio sfornato uno strombazzatissimo volume, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/arte-e-musica/arte/la-storia-dellarte-senza-gli-uomini-katy-hessel-9788806256739/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>The Story of Art without Men</em></strong>, che è stato recentemente tradotto anche in Italia da Einaudi</a> in un volume sontuosamente illustrato e stampato la cui bellezza grafica ci compensa almeno in parte delle tante scempiaggini candidamente (?) contrabbandate dalla sua maldestra autrice.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;idea di riscrivere da capo la storia delle arti figurative epurandone gli uomini, in nome della tesi aprioristica della rimozione da sempre attuata delle donne artiste in nome di un canone virilista e patriarcale a senso unico non è in realtà una riscrittura o una revisione delle categorie tradizionali ma, molto ingenuamente, un suo speculare ribaltamento.&nbsp;</p>



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<p><strong>Nell&#8217;arte, una volta che si sia conseguito un risultato artistico degno di questo nome, le appartenenze di genere non hanno più alcun diritto. </strong>Quell&#8217;opera d&#8217;arte, come ha trasceso la stessa tecnica materiale con cui è stata realizzata (senza l&#8217;estrinsecazione tecnica l&#8217;arte non può esistere, ma al contempo l&#8217;arte autotrascende sé stessa in un messaggio che va oltre la <em>techne</em> stessa), così trascende anche la corporeità, maschile o femminile che sia della persona fisica che ad essa ha dato vita; anzi, a essere trascese e comunque trasfigurate sono tutte le determinazioni empiriche di quella specifica persona.&nbsp;</p>



<p>Come mi ha fatto notare un amico, valentissimo storico dell&#8217;arte, certi dipinti di Artemisia Gentileschi, per citare solo il nome forse maggiore che le donne possano rivendicare nella pittura &#8220;antica&#8221;, sono molto più &#8220;virili&#8221; di altri quadri invece dipinti da suo padre, Orazio, che in certi casi risulta più impregnato nelle sue forme di grazia femminea. Già in questo caso esemplare e paradigmatico come si può rivendicare le tradizionali categorie del &#8220;maschile&#8221; e del &#8220;femminile&#8221; alla pittura dei Gentileschi?</p>



<p>La Hessel si è limitata a ribaltare un canone e ad azzerarlo per proporre un canone inverso ancora più falso e deformante: un giochetto intellettuale da rivendicazioni femministe di accatto, non innervate nella tradizione di un certo femminismo bellicoso e coraggioso ma, invece, supinamente prono a mode imperanti che sono al momento una garanzia di business.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="696" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/978880625673HIG-696x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100137" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/978880625673HIG-696x1024.jpg 696w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/978880625673HIG-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/978880625673HIG-600x883.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/978880625673HIG.jpg 734w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>Un&#8217;operazione perfettamente speculare a quella della Hessel per la storia dell&#8217;arte è stata compiuta or non è molto dal &#8220;filosofo femminista&#8221; <a href="https://shop.tlon.it/prodotto/filosofia-maschile-singolare-un-problema-di-genere-in-filosofia-lorenzo-gasparrini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lorenzo Gasparrini nel libello <strong><em>Filosofia: maschile singolare. Un problema di genere in filosofia</em></strong>,</a> dato alle stampe dalle edizioni Tlon.&nbsp;Bizzarro ircocervo, per giunta di recentissima gestazione, quello del &#8220;filosofo femminista&#8221;, con tale autoqualificazione usata come una sorta di passaporto diplomatico per passare indenni da qualsiasi critica.</p>



<p>Osare negare la stessa pregnanza e lo stesso significato dell&#8217;etichetta prete à porter di &#8220;filosofo femminista&#8221; equivale a un gesto di lesa maestà e a un&#8217;esplicita affermazione di maschilismo, virilismo tossico, sessismo, ecc.&nbsp;<strong>La categoria improvvisata di &#8220;filosofo femminista&#8221; è per paradosso &#8220;maschilista&#8221; e non fa che reintrodurre surrettiziamente proprio ciò che proclama di combattere!</strong></p>



<p>Io torno a dire che l&#8217;ergersi da parte di un uomo a paladino della causa femminista rasenta a tratti il ridicolo ed è in realtà proprio un mascheramento di quello che a parole questi signori dicono di voler combattere. Mi pare che sia un rendere un cattivo servizio alle donne in primis il pensare che non abbiano loro argomenti e pensieri per sdoganare la loro causa e che abbiano invece bisogno di affidarsi a questi presunti corifei del femminismo.&nbsp;</p>



<p>Secondo il professor Gasparrini nel canone filosofico le donne sono state deliberatamente tralasciate o ignorate e occorre ripartire da zero occupandosi di &#8220;corpi differenti&#8221;. I filosofi, per il professor Gasparrini, si immaginano neutri, senza corpo, mentre occorre riportare la speculazione filosofica alla sua ben precisa radice nella corporeità maschile o femminile, che, nella sua visione, non sono mai neutre e incolpevoli, ma sempre e comunque caricate di una qualche sorta di colpa atavica da espiare.</p>



<p>Il nemico capitale è l&#8217;essenzialismo, che ci induce a depurare la ben precisa e materiale corporeità per crederci invece parte del dominio di essenze disincarnate, di concetti scarnificati.&nbsp;Nei gironi infernali vanno relegate la &#8220;filosofia maschile singolare&#8221; (evidentemente bisogna sostituirla con una filosofia femminile plurale o con una filosofia transgender) e la logica binaria dell&#8217;identità sessuale, ossia l&#8217;opposizione ipocrita e svilente che si è sempre fatta e che si continua a fare fra uomo e donna, opposizione da superare allo stesso modo di quella fra servo e padrone (no, nulla a che vedere con la vertiginosa dialettica servo/padrone di Hegel, qui siamo in climi speculativi molto più caserecci, da cattedra di Capracotta o di Roccacannuccia!).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="710" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/81gfiXGjkbL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-100138" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/81gfiXGjkbL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/81gfiXGjkbL._AC_UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/81gfiXGjkbL._AC_UF10001000_QL80_-600x845.jpg 600w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></figure>



<p><strong>Mi viene da chiedere che cosa ponga il professor Gasparrini nel lungo intervallo cronologico che va da Ipazia fino a Simone Weil o Hanna Harendt.&nbsp;</strong>Vero è che egli si sforza in tutti i mezzi di rimpolpare la striminzita schiera con nomi come Cristina da Pizzano (Christine de Pisan, scrittrice somma ma non direi propriamente un &#8220;filosofo&#8221;), Olympe de Gouges e altri ancora, ma la storia non si può violentare o ignorare e, se per una quantità di ragioni sociali o economiche o comunque contingenti per secoli non ci sono state donne filosofo non si possono inventare nomi a casaccio tanto per colmare un vuoto.</p>



<p>In questo disperato tentativo il nostro eroe eleva a dignità filosofica scrittrici grandi e ammirevoli come Iris Murdoch, Flannery O’Connor, Ingeborg Bachmann.&nbsp;Nomi di assoluta grandezza, ma nel dominio della letteratura, non certo in quello del pensiero speculativo.&nbsp;E oggi chi eleverebbe al rango di grandi <em>maitres à penser</em> del nostro tempo? Michela Marzano? Vera Gheno? Luciana Littizzetto? Il professor Gasparrini cita fior di pubbliciste femministe, da Adrienne Rich a Donna Haraway a Judith Butler; tutte femministe, tuttavia, che le loro battaglie le hanno svolte in tempi non sospetti e per rivendicazione di diritti concreti, non per assecondare l&#8217;effimera e perniciosa moda della <em>cancel culture</em>.</p>



<p><strong>La filosofia sarebbe stata sempre opera di uomini bianchi cisgender e il sessismo (udite udite) risale già a Platone e Aristotele, impregnati di deleteria mitologia patriarcale. </strong>Come al solito si stravolgono le cose accomodando nel letto di Procuste della storia antica categorie, concetti, definizioni, sentimenti che sono strettamente della contemporaneità.L&#8217;enfasi è data costantemente al corpo e alla corporeità, ripetuti quasi con valenza di mantra.Quando, invece, la filosofia è scienza del concetto puro, che proprio nel suo sforzo di concettualizzazione costituisce il trascendimento della corporeità e delle determinazioni empiriche.</p>



<p>Certo, si pensa, si scrive, si creano opere d&#8217;arte anche perché siamo uomini e donne concrete, fissati a un&#8217;identità ben precisa e a ben precise coordinate spaziali, temporali e socio-economiche. E queste coordinate innegabilmente ci condizionano, nei nostri atti e nei nostri pensieri. Ma assolutizzarle e scambiare l&#8217;esito del pensiero filosofico, la determinazione dei concetti e delle categorie, con le parzialissime cause materiali di esse è il più corrivo riduzionismo che si possa compiere.&nbsp;</p>



<p>Il professor Gasparrini spende almeno qualche parola buona per Gesù Cristo, oppositore della cultura patriarcale divisiva dell&#8217;ebraismo tradizionale. Bontà sua, almeno Gesù Cristo si salva dalla sua epurazione! Ma apriti cielo quando si viene ad Agostino e ai Padri della Chiesa oppure ad Erasmo da Rotterdam! <strong>Il nostro scombiccheratore non fa che vomitare lava contro il maschilismo e la misoginia di Erasmo come di Rousseau come di Kant, in un lungo e imbarazzante elenco contraddistinto dalla continua confusione fra la storia della filosofia e la storia dei pregiudizi maschilisti,</strong> che è cosa ben distinta. Le rivendicazioni femministe e protofemministe vengono elevate tout court e in automatico al rango di filosofia, intorbidando le acque e facendo un fascio unico della pubblicistica e del pensiero speculativo.</p>



<p>Non mancano strani strafalcioni, come quando il professor Gasparrini ci informa che Rousseau raccolse l&#8217;interesse per il corpo da Fröbel&nbsp;e da Pestalozzi. La cosa mi suonava strana e sono andato e verificare per essere certo di non scambiare lucciole per lanterne. Fröbel&nbsp;è nato nel 1782, quando Rousseau era morto da quattro anni, mentre Pestalozzi, nato nel 1746, compose le proprie opere degne di nota solo dopo la dipartita di Rousseau da questa terreste aiola, cosa che rende il rapporto di filiazione delle idee semmai esattamente inverso a quello prospettato dal Gasparrini.&nbsp;</p>



<p>Sarebbe lungo e tedioso percorrere tutto l&#8217;elenco infinito di castronerie che affolla queste pagine che, nel crescendo finale&nbsp;si richiamano alla &#8220;somaestetica&#8221; di Richard Shusterman e finiscono poi per fare un unico fritto misto fra l&#8217;estetica che ha dominio in filosofia, l&#8217;estetica del bello artistico, e l&#8217;estetica del corpo.&nbsp;</p>



<p>Come perla finale il buon Gasparrini si richiama a uno dei filosofi cardine della contemporaneità, Fabio Fazio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&#8220;Molti grandi autori morirono giovanissimi lasciando dei capolavori. Io ho scritto questo libro, ma in compenso sto benone&#8221;.</strong></p>
</blockquote>



<p>Noi non nutriamo alcun malanimo verso la persona fisica del professor Gasparrini, che speriamo goda e possa sempre godere di eccellente salute. Il nostro malanimo riguarda solamente le sue idee e le sue produzioni, depurate, appunto dalla sua corporeità. E se la legge prospettata da Fazio fosse statisticamente ferrea e conseguente e a morire giovanissimi sarebbero solo i grandi autori possiamo rassicurare il professor Gasparrini, dando per certo che non corre alcun pericolo e che continuerà a stare benone e a consegnare all&#8217;onore delle stampe i propri parti filosofici ancora per molto tempo.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cancel-culture-filosofo-femminista/">Dal “filosofo femminista” alla storia dell’arte senza gli uomini. L’effimera furia della cancel culture</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Tacete, o maschi”. Letteratura, scuola, genere</title>
		<link>https://www.pangea.news/letteratura-scuola-genere-agostinelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 05:37:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Agostinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A metà del 1300 una poetessa marchigiana scrive un sonetto dall’incipit: «Tacete, o maschi». Di questo gli attuali manuali di letteratura italiana non parlano. Eppure la critica letteraria del passato si è occupata di lei e di altre poetesse antiche. Certo, in questa scomparsa c’entra il cosiddetto canone, cioè la classifica di chi rimane e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/letteratura-scuola-genere-agostinelli/">“Tacete, o maschi”. Letteratura, scuola, genere</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A metà del 1300 una poetessa marchigiana scrive un sonetto dall’incipit: «Tacete, o maschi». Di questo gli attuali manuali di letteratura italiana non parlano.</strong> Eppure la critica letteraria del passato si è occupata di lei e di altre poetesse antiche. Certo, in questa scomparsa c’entra il cosiddetto canone, cioè la <em>classifica</em> di chi rimane e di quelli su cui si può sorvolare. Ma andiamo per ordine. L’argomento di questo articolo è il rapporto tra letteratura, scuola e genere.</p>



<p>Giorni fa <a href="https://www.ilpost.it/2024/01/20/storia-tossica-della-letteratura-italiana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Lorenza Pieri e Michela Volante hanno scritto un articolo sul “Post” dal titolo grezzo ed efficace <em>Storia tossica della letteratura italiana</em>.</strong> </a>La loro tesi è a grandi linee la seguente:</p>



<p>a. nella storia letteraria nazionale ci sono più autori uomini che autrici donne e ciò rispecchia nelle opere della tradizione un punto di vista maschile;</p>



<p>b. frutto di questa storia letteraria sono le convenzioni contemporanee che relegano la donna ancora a un ruolo subalterno, perché nelle scuole si insegna questo.</p>



<p>Sul primo punto, capite bene che da uomo che scrive ho già su di me – stando a un certo punto di vista – uno stigma; del resto però sono secoli che, come genere, la faccio da padrone; personalmente qui sento una responsabilità che diventa anche sociale.</p>



<p>Sul secondo punto forse le due autrici affidano un potere troppo elevato alla letteratura e alla sua influenza sulle giovani menti. Sarebbe bello, ma oggi mi pare ci sia ben altro che <em>contamina</em> ragazze e ragazzi. Tik Tok ha circa 1 miliardo di utenti nel mondo e circa 20 milioni in Italia. Facebook ha circa 3 miliardi di utenti, il 40% della popolazione mondiale. In Italia sono circa 36 milioni, cioè il 61,8% della popolazione nazionale. Ogni giorno della nostra esistenza passiamo, in media, quasi 40 minuti su questi social, dove troviamo pagine come “love-coach.online” in cui si invitano i giovanotti, i maschi, alla “riconquista strategica” della femmina perduta, con varie tecniche a cui lei non potrà dire di no…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="850" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta-850x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98602" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta-850x1024.jpg 850w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta-249x300.jpg 249w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta-768x925.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta-600x722.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/allori-giuditta.jpg 897w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /><figcaption class="wp-element-caption">Cristofano Allori, Giuditta con la testa di Oloferne, 1613 ca.</figcaption></figure>



<p>Proprio su facebook in favore e contro le due scrittrici si sono sollevati giudizi di varia natura. C’è chi le idolatra come paladine della rivincita femminile sul patriarcato in letteratura; c’è chi le accusa di cavalcare l’onda, ideologicamente diffusa, della <em>cancel culture</em>. Entrambe le posizioni sembrano esasperazioni con poco costrutto.</p>



<p>Diciamo che un tema attuale è l’uso provocatorio che si fa della letteratura per sollevare la problematicità dell’educazione scolastica. E cioè le questioni affettiva, relazionale, sessuale che i ragazzi si trovano di fronte crescendo alla vita sociale. L’argomento è impegnativo e interessante, perché una cosa è trattare la letteratura per i ragazzi delle superiori, altra cosa è gestirla all’università o nel mondo limitato numericamente di scrittori e critici – senza dubbio il carico razionale ed emotivo è differente (sempre tenendo conto di quanto oggi ragazze e ragazzi possano essere poco coinvolti dalla letteratura). In molte università angloamericane, il “movimento” decostruzionista chiede di emendare i testi dai loro passaggi meno politicamente corretti, e alcuni anche in Italia chiedono di «detossicizzare» la letteratura nazionale.</p>



<p>Pare ovvio che se dovessimo cominciare a ragionare puntualmente, dovremmo separare i vari argomenti e non confondere i piani. <strong>Una cosa è la critica letteraria e l’ermeneutica che si dispongono per studiare la letteratura, con tutti i distinguo linguistici, filologici, storici, filosofici, ecc. Altra cosa è insegnare, anche attraverso la letteratura, ai giovani studenti ad avere un ruolo nel mondo, a comportarsi bene, in modo etico. </strong>E distinguere significa anche fare ordine, fare chiarezza, presentare esempi in maniera congrua. In questa direzione provo a fare alcuni esempi che credo puntualizzino meglio ciò che Pieri e Volante hanno suggerito in maniera semplificata.</p>



<p>Partiamo subito da alcune considerazioni su due <em>personagge</em> letterarie, Beatrice dell’Alighieri e Lucia del Manzoni, che secondo Pieri e Volante «sarebbero troppo sottomesse».</p>



<p>1. Se guardiamo alla <em>Commedia</em> dantesca, Beatrice salva Dante, lo conduce in Paradiso (nel momento in cui egli è il rappresentante di tutta la razza umana), perché è la donna che salva l’umanità intera. Non è un caso che la parola donna derivi dal latino <em>domĭna</em>, cioè signora. In francese si dice <em>femme</em>, in rumeno <em>femeie</em> (cioè femmina), in spagnolo <em>mujer</em>, parola prossima al concetto di moglie. Sono stati gli stilnovisti a introdurre nella lingua italiana la parola <em>donna</em>, col significato di signora dotata di nobiltà interiore e di potere sugli uomini;</p>



<p>2. Pensiamo a Lucia nei <em>Promessi Sposi</em>: c’è un riccone, rapace, bullo, un uomo temuto al quale nessuno osa contrapporsi. E poi c’è questa ragazza di umili origini, semplice, che lo rifiuta, che si nega pervicacemente all’assedio del maschio potente: Lucia dice NO. È la forza d’animo di Lucia, la sua volontà di non arrendersi che alla fine vincono.</p>



<p>Beatrice e Lucia non sembrano esempi di figure femminili sottomesse o sconfitte. Così come Leonora della Genga, intorno al 1360, non ebbe remore a scrivere il sonetto che ho citato all’inizio:</p>



<p><strong>Tacete, o maschi, a dir, che la Natura</strong><br><strong>A far il maschio solamente intenda,</strong><br><strong>E per formar la femmina non prenda,</strong><br><strong>Se non contra sua voglia alcuna cura.</strong></p>



<p><strong>Qual’invidia per tal, qual nube oscura</strong><br><strong>Fa, che la mente vostra non comprenda,</strong><br><strong>Com’ella in farle ogni sua forza spenda</strong>,<br><strong>Onde la gloria lor la vostra oscura?</strong></p>



<p><strong>Sanno le donne maneggiar le spade,</strong><br><strong>Sanno regger gl’Imperi, […]</strong></p>



<p>Già questo pezzo può bastare per dimostrare il piglio col quale questa poetessa del Trecento avoca a sé la poesia, contro il potere maschile in letteratura e non solo. E insieme a lei ci sono altre poetesse marchigiane, come Ortensia di Guglielmo, Livia da Chiavello, Giovanna d’Arcangelo di Fiore da Fabriano, Elisabetta Trebbiani. Cinque autrici dell’epoca in cui Petrarca imperava. Egli stesso sembra aver intrattenuto una corrispondenza con Ortensia di Guglielmo: pare che i due si scrivessero in sonetti. Prima di loro, intorno al Duecento, c’erano state Compiuta Donzella e Nina Siciliana. Tutte queste poetesse scrivevano dell’affermazione di un’io femminile in materia amorosa, come soggetto decidente e contro le imposizioni familiari nel matrimonio.</p>



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<p>Altre autrici che rivendicano il diritto femminile in letteratura ci sono anche durante il periodo successivo dell’Umanesimo e del Rinascimento, come Isotta Nogarola, Laura Cereta e Cassandra Fedele. Purtroppo vi sono alcuni detrattori maschi, soprattutto critici e accademici di Sette e Ottocento. Altri invece le lodano. Ma il ragionamento si farebbe troppo complesso per affrontarlo qui. Dovremmo ricostruire il reale portato delle opere di queste poetesse sul loro tempo, la loro fortuna e qualità e quantità delle loro produzioni.</p>



<p><strong>Il punto è che la letteratura non può essere una formula chimica in cui si sintetizzano insieme tutti gli elementi, perché altrimenti si rischia che la semplificazione finalizzata al sostegno di una tesi precostituita porti fuori strada. Ma c’è una cosa ben più importante.</strong> È il fatto che le semplificazioni di alcune opere letterarie o dei loro personaggi (Beatrice e Lucia, come abbiamo visto) riducono la letteratura stessa a uno stato monodimensionale, cioè a una storia letteraria mera produttrice di maschere, di soggetti, di sinossi. <strong>Come se opere centrali della letteratura nazionale fossero soltanto compendii di aneddoti, alla stregua di fotoromanzi o serie tv e non soprattutto stile, forma</strong>, cioè un lavoro continuo di autore in autrice, di opera in opera nella sperimentazione e nella continuità della scrittura. La letteratura non è soltanto ciò che dice, ma soprattutto come lo dice.</p>



<p>Facciamo un altro esempio, relativo al ristretto dualismo della donna vista come «angelo puro o subdola tentatrice». Prendiamo il movimento letterario degli stilnovisti. La vulgata corrente è che la donna dello Stilnovo sia angelicata, stop. Invece nello Stilnovo (e poi in Dante, che fa parte di quel movimento letterario) la donna è rappresentata sotto varie figure (mito che evoca un&#8217;età dell&#8217;oro primordiale, bellezza fisica di perfezione umana concreta, ruolo di scelta e dunque di giustizia – per dire) che non esprimono tanto la realtà del tempo, quanto il dettato del movimento poetico suddetto, che vorrebbe portare a &#8220;trasumanare&#8221;. Verbo che esprime certamente un lato metafisico, ma che bisogna agganciare al suo contesto: si deve pur comprendere che all&#8217;epoca la religione era la regola quotidiana della concreta esperienza umana. Non tenerne conto significherebbe ignorare il contesto delle varie epoche storiche. Come dire: fare di tutto il passato un’enorme narrazione tipo <em>Ritorno al futuro</em> o qualcosa del genere.</p>



<p>Ma anche se volessimo limitarci a una letteratura meramente funzionale all&#8217;insegnamento (come se gli autori del passato avessero scritto solo per i nostri studenti attuali), <strong>proprio studiare bene lo Stilnovo fa capire cose fondamentali sulla centralità della donna. Poiché è solo attraverso la figura della donna che il mondo intero può migliorare e abbandonare un comportamento ferino.</strong> Analizzando a fondo lo Stilnovo sarebbe dunque ingiusta la sentenza che dice: «le donne sono entità astratte, meglio se sono morte».</p>



<p>Non è un caso se, in un passaggio del loro articolo Pieri e Volante scrivono: «certo, la realtà dei testi e del loro contesto sarebbe più complicata di così» – intendono più articolata, più ricca. In forza di questo, <strong>al fondo dell’articolo in questione mi pare ci sia un’idea povera di letteratura e soprattutto non c’è la complessità con cui essa andrebbe letta. Infatti le opere letterarie non si riducono alla storia o all’intreccio.</strong> Bisogna anche osservare come i personaggi sono introdotti, evocati e fatti agire nel testo, e il tipo di relazioni che instaurano con altri personaggi. Cioè tutto ciò che non si riduce a una semplice aneddotica, e che fa della letteratura, appunto, la letteratura.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="832" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust-832x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98604" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust-832x1024.jpg 832w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust-768x945.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust-600x738.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Artemisia_Gentileschi_-_Giuditta_decapita_Oloferne_-_Google_Art_Project-Adjust.jpg 878w" sizes="(max-width: 832px) 100vw, 832px" /><figcaption class="wp-element-caption">Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620 ca.</figcaption></figure>



<p>Inoltre non sembra che al giorno d’oggi le persone imparino i comportamenti sentimentali dai classici della letteratura. Non ci sono forse altri esempi più energici?</p>



<p>Ma se anche avessimo soltanto le opere letterarie come esempi di condotta esistenziale davvero si fa ciò che si legge? Leggo Jacopo Ortis e tento di suicidarmi? Leggo <em>Lo straniero</em> e ammazzo un arabo? Leggo Christiane F. e comincio a farmi di eroina?</p>



<p><strong>Un romanzo non è esclusivamente la sua trama, perché non sarebbe più letteratura, ma una pagina di wikipedia tradotta alla coscienza di chi legge come un ordine. </strong>Allora forse l’obiettivo di chi ritiene la letteratura italiana un atlante di opere da rendere meno “tossiche” per le nuove generazioni non è discutere di letteratura, ma di educazione di genere anche attraverso comportamenti e opere di secoli addietro. Cioè un uso strumentale della letteratura per parlare di trasmissione di modelli culturali nella scuola. Questo però non aiuta a capire cosa vorrebbe dirci il mondo del passato attraverso la letteratura. E i docenti a scuola (al di là delle opere) dovranno pur avere una funzione di portatori di dialogo, discussione, inquadramento storico, insegnamento della comprensione cosciente dei testi e della ricchezza lessicale della lingua. Perché forse, mettendo infine da parte la letteratura, le istituzioni scolastiche non dovrebbero essere tribunali sociali, razziali o di genere. Quindi, se può servire ragionare a fondo di che cosa e, soprattutto, di come insegnare alle scuole superiori, resta il fatto che siano estremamente discutibili certe posizioni che decretano una visione riduzionistica della letteratura a mero compendio di raccontini morali.</p>



<p><strong><em>Alessandro Agostinelli</em></strong></p>



<p><em>(Segnalo che per comporre questo articolo ho usato alcuni spunti rintracciati in scritti di Mercedes Arriaga Flórez, Alberto Casadei, Adriana Cavarero, Daniele Cerrato, Gabriele De Angelis, Marzia Maestri, Chiara Mercuri, Guendalina Miffei, Chiara Savettieri)</em></p>



<p><em>*In copertina: Trophime Bigot, Giuditta che decapita Oloferne, 1640 ca.</em></p>
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		<title>Elogio della zitella. Quando la scrittrice di “Piccole donne” si inventò il “new journalism”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 05:19:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Louisa May Alcott]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccoli saggi, prima di Piccole donne. Infusa di trascendentalismo e colta da accessi di femminismo, Louisa May Alcott, un attimo prima della definitiva ‘bollinatura’ da parte della letteratura per ragazzi indagò nella forma, vagabondò nel genere. Satira garbata, schizzi autobiografici, reportage bellici. Pellegrinaggio totalmente privo di flaneurismo letterario. Soddisfare il pubblico o morire di fame [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Piccoli saggi, prima di <em>Piccole donne</em>. Infusa di trascendentalismo e colta da accessi di femminismo, <strong>Louisa May Alcott</strong>, un attimo prima della definitiva ‘bollinatura’ da parte della letteratura per ragazzi indagò nella forma, vagabondò nel genere. Satira garbata, schizzi autobiografici, reportage bellici. Pellegrinaggio totalmente privo di flaneurismo letterario. <strong>Soddisfare il pubblico o morire di fame – questa la sua filosofia. Si definiva “macchina da scrittura” e per mantenere a galla la sua ‘patetica famiglia’ scriveva otto ore al giorno, in aggiunta alle fatiche domestiche – pulire, cucinare, insegnare a scuola. </strong>Un effetto collaterale dell’avvelenamento da mercurio che la condusse alla morte fece sì che scrivesse spesso con un braccio dolorante e una gamba gonfia appoggiata su uno sgabello – ricorda Liz Rosenberg nell’introduzione di <a href="https://www.amazon.it/Strange-Life-Selected-Essays-Louisa/dp/1912559439" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>A strange life</em>, selezione di saggi della Alcott che Notting Hill Editions pubblica adesso, riuniti per la prima volta.</strong> </a></p>



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<p>Nei brevi testi non c’è spazio per sentimentalismi di sorta – in un’epoca che pure li incoraggiava – o esperimenti narrativi sconclusionati, ma solo dedizione per quel lettore che prima di fidarsi della materia scritta ha bisogno di intravedere la realtà oltre la finzione. Da qui il lavoro dietro le quinte di <strong><em>Hospital Sketches </em>(1863), basato sulla sua esperienza di infermiera durante la guerra di secessione americana </strong>– punto di vista del tutto inedito, che colse l’attenzione di un pubblico affamato di notizie sul conflitto civile – in cui, con animo pratico e femminile, non scrive di coraggio o strategia, vittoria o sconfitta, ma delle peculiarità della sopravvivenza. Una sorta di primordiale <em>new journalism</em>. Nondimeno, la cinica e acuta elaborazione di <em>Transcendental Wild Oats </em>(1873), resoconto della fallita comune utopica del padre – ‘Fruitlands’ – Amos Bronson Alcott, votato agli ideali filosofici del trascendentalismo, intenzionato ma incapace di provvedere al sostentamento familiare, preda com’era di deliri naturalistici insieme ai suoi seguaci. <strong>Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e Nathaniel Hawthorne furono maestri d’eccezione – di scrittura e scienza naturale – della giovane Alcott,</strong> che a otto anni compose la sua poesia d’esordio, “Al primo pettirosso”. Thoreau, in particolare, era solito accompagnare le quattro sorelle Alcott per lunghe passeggiate nella natura e gite in canoa, illustrando flora e fauna del New England. Il primo libro della carriera di Louise fu dunque <em>Flower Fables</em> – pubblicato nel dicembre del 1854 –, una raccolta di fiabe scritte per Ellen Emerson, la figlia di Ralph Waldo Emerson.</p>



<p>Irriverente e astuta, sempre ferma nel punto di intersezione fra tragedia e commedia, la Alcott, nei suoi saggi, se da un lato fa lieve leva sulle corde del cuore, dall’altro investe il linguaggio delle sue convinzioni di politica sociale – parità di diritti, voto alle donne. E prima di un rocambolesco reportage sulla propria esperienza di ragazza mandata a servizio in una tediosa famiglia – <em>How I went out to service</em> (1874) –, s’era dedicata, <strong>in<em> Happy Women</em> (1868), alla strenua difesa dei benefici di una vita da non sposata e all’inalienabile diritto delle donne a non cadere fra le infauste maglie del matrimonio.</strong> A rimanere single – si direbbe. Zitella, scrive lei. (<em>Fabrizia Sabbatini</em>)</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="627" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-97595" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_-600x957.jpg 600w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>Happy Women</em> (1868)</p>



<p>Uno dei crucci del genere femminile è la paura di rimanere zitella. Per sfuggire a questa infausta condanna, le ragazze più giovani si lanciano a capofitto nel matrimonio con stupefacente imprudenza; mai si soffermano a ricordare che la perdita della libertà, della felicità e del rispetto per se stesse è scarsamente ripagata dall’arido tributo di essere appellata “signora” anziché “signorina”. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>…Così L., figlia di un uomo ricco; bella, realizzata, sensibile e buona. Aveva sperimentato la vita mondana e scoperto che non la appagava. Nessun amante era abbastanza giusto da suscitare una risposta nel suo cuore, e a ventitré anni aveva iniziato a guardarsi intorno per cercare qualcosa che la occupasse e la interessasse. Fu attratta dallo studio della medicina, ne fu assorbita, partì da sola per Parigi e Londra, studiò in maniera assennata, conseguì il titolo e, dopo aver esercitato con successo per un certo periodo, fu nominata medico interno di un ospedale cittadino… <strong>Ora non ha tempo per la noia, l’infelicità o il vago desiderio di qualcosa che le riempia il cuore e la vita, che spinge così tante donne a rifugiarsi in attività e interessi frivoli o deleteri.</strong> Non parla mai della sua missione o dei suoi oneri, ma adempie splendidamente all’una e si assume tranquillamente gli altri…</p>



<p>Ad M… povera ma attraente, per merito di doni e grazie di natura, si presentò la grande occasione della vita di una ragazza: un ricco pretendente; giovane eccellente, ma inferiore a lei sotto tutti i punti di vista. Entrambi avvertivano il divario ma, sperando che l’amore li avrebbe resi uguali, lui seguitò a insistere nella causa.</p>



<p>“Se lo amassi”, disse lei, “avrei la strada spianata e non esiterei un minuto. Ma non è così, ci ho provato… La gente mi dice che sono sciocca a rifiutare una tale fortuna, che è mio dovere accettarla, che me la caverò benissimo senza amore, e ne parla come se si trattasse di un affare. È difficile dire ‘no’, ma… nel matrimonio voglio guardare in alto, non in basso. Non riesco a far apparire come scelta giusta accettare una simile offerta, e devo lasciar perdere, perché non ho il coraggio di vendere la mia libertà”.</p>



<p>…S. invece è povera, semplice, scarsamente dotata e ordinaria in ogni cosa, tranne una: uno spirito allegro e disponibile, che ama il prossimo più di se stesso e non si placa finché non ha dimostrato la sua sincerità. Poche persone, in questo stato, avrebbero vissuto quaranta duri e monotoni anni senza divenire aspri e spigolosi, o cinici e depressi, ma S. è dolce e solare come un bambino… Trovando il suo giro di impegni domestici troppo ristretto per la sua benevolenza, è diventata una di quelle missionarie a domicilio, i cui rapporti non vengono mai letti e gli stipendi mai pagati. Case povere, letti malati, anime peccatrici e cuori addolorati la attraggono irresistibilmente come il piacere attrae le altre donne, e lei esercita fedelmente il suo ministero per queste persone, sconosciute e non riconoscenti. &nbsp;</p>



<p><strong>“Non ho mai avuto un amante e mai potrò averlo, è chiaro. Sono così banale”, dice, con un sorriso patetico</strong> nella sua umiltà, nella sua inconsapevole malinconia. Si sbaglia, perché ci sono molti per cui quel viso semplice è bello, quella mano utile è cara. I suoi amanti non sono di genere romantico, ma donne anziane, bambini, uomini dissoluti e ragazze abbandonate…</p>



<p>A. è una donna che, nel corso di un’esperienza insolitamente varia, ha visto così tanto di ciò che un saggio ha definito “la tragedia della vita matrimoniale moderna”, che ha paura di provarla. Sapendo che per una persona dalla natura particolare come la sua, un simile esperimento sarebbe doppiamente pericoloso, <strong>ha obbedito all’istinto ed è diventata una zitella cronica. L’amore filiale e fraterno deve soddisfarla e, grata che tali legami siano possibili, vive e si accontenta di ciò.</strong> La letteratura è una sposa affettuosa e fedele, e la piccola famiglia che è sorta intorno a lei, anche se forse poco amabile e scarsamente interessante per gli altri, è una proficua fonte di soddisfazione per il suo cuore materno. Dopo una traversata un po’ burrascosa, è felice di ritrovarsi in un porto sicuro…</p>



<p>Sorelle mie, non abbiate paura delle parole “vecchia zitella”, perché è in vostro potere fare di questo termine un decoro, non un disonore. Non è detto che si debba diventare una zitella acida e dispettosa, con nient’altro da fare che preparare il tè, spettegolare di scandali e custodire un fazzoletto da taschino. No, il mondo è pieno di lavoro e ha bisogno di tutte le menti, i cuori e le mani che possiamo mettere a disposizione. Non è mai esistita un’opportunità tanto fertile per le donne di godere della propria libertà e di dimostrare che la meritano, usandola con saggezza. <strong>Se l’amore arriva come dovrebbe arrivare, accettatelo nel nome di Dio e siate degne della Sua migliore benedizione. Se non dovesse arrivare mai, in nome di Dio rifiutatene l’ombra, perché non potrà mai soddisfare un cuore affamato.</strong> Non vergognatevi di dire la verità, non lasciatevi scoraggiare dalla paura del ridicolo e della solitudine, né rattristatevi per la perdita… Siate sincere con voi stesse, coltivate qualsiasi talento possedete e, mettendolo fedelmente a disposizione per il bene degli altri, troverete sicuramente la vostra felicità e farete della vita non un fallimento, ma un gioioso successo.</p>



<p><strong><em>Louisa May Alcott</em></strong></p>



<p>*Il testo tradotto da Fabrizia Sabbatini è tratto da <a href="https://www.amazon.it/Strange-Life-Selected-Essays-Louisa/dp/1912559439" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>A strange life – Selected Essays of Louisa May Alcott </em>(Notting Hill Editions, 2023).</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louisa-may-alcott-donne-zitella-saggio/">Elogio della zitella. Quando la scrittrice di “Piccole donne” si inventò il “new journalism”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Le donne hanno dovuto essere oppresse”. Laclos: dal libertinaggio alla rivoluzione femminile</title>
		<link>https://www.pangea.news/laclos-educazione-donne-cinzia-bigliosi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2023 05:19:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinzia Bigliosi]]></category>
		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Le relazioni pericolose]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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<p>Era l’epoca delle lettere, della tirannia epistolare. Bisogna immaginare lo scalpiccio dissennato delle carrozze a sei cavalli in armonia con lo scalpitio dei cuori; il fruscio dei guanti, la busta pari a una bocca, il mittente – più o meno ambiguo – ne è il sussurro; la grafia come graffi sulla schiena. Nel Settecento si costruiscono mode e imperi per lettera; della lettera sono rovesciati, per così dire, i canoni: la confessione si sfa in pettegolezzo, il verbo si muta in vipera, la grammatica ammobilia un labirinto; l’onestà è questione di posa, la crudeltà di posizione sociale, tutto è un fatto di stile – perfino l’anima – dunque è un trucco, un gioco di prestigio, il preziosismo del belletto, mera messa in scena. È l’epoca, d’altronde, dei sontuosi salotti, delle Madame che si ergono a grandi madri del buon gusto, specie di Ishtar con gonna e nastri intorno a cui ruotano satellitari <em>philosophes. </em>Donne dalla spregiudicata intelligenza, il cui fasto cerebrale mandava in estasi una come Cristina Campo, per dire: l’altro lato della dedizione divina, lectio enciclopedica, pura profferta mentale, liturgia dell’ideale; eccole, allora, le varie Madame de Sévigné, Mademoiselle Aïssé, Julie de Lespinasse, a cui era lecito implorare parvenza, verbale avvenenza, dedicare nubi di lettere con valorosi, vaporosi intenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="607" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Cop-de-Laclos-607x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94755" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Cop-de-Laclos-607x1024.jpg 607w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Cop-de-Laclos-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Cop-de-Laclos-600x1013.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Cop-de-Laclos.jpg 640w" sizes="(max-width: 607px) 100vw, 607px" /></figure>



<p>In questo mondo, con genio militare, torbido e schietto assieme, <strong>si muove l’implacabile Laclos, che nel 1782, con <em>Le relazioni pericolose</em>, pubblica il romanzo che squarcia la finzione salottiera, il demone dell’azzardo erotico.</strong> Al di là dei riferimenti letterari – Rousseau, Goethe, le fatidiche <em>Lettere di una monaca portoghese</em>, un ‘falso’ di vasto successo – sorprende il rovesciamento epistolare operato da Laclos, quasi una blasfemia. La lettera, infatti, è il ‘genere’ con cui – con eminenza misericordiosa e parimenti violenta – San Paolo fonda la religione cristiana; con il romanzo epistolare Laclos mostra un mondo brutale, l’etica della malvagità per vizio e per tedio, scrive l’epica della corruzione, la lussuria come Nirvana, la dissipazione come unico dio, il sortilegio della chiacchiera come unica verità, la caduta in vece dell’ascesi, il prestigio sociale a mo’ vescovado. Naturalmente: l’estasi dei corpi a sostituire il virtuosismo delle anime, la voluttà in cambio della volontà.</p>



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<p>A dire di Laclos, il romanzo avrebbe dovuto essere un monito: si rivelò per ciò che era e che è, un libro “spaventosamente perverso” (Marcel Proust). L’autore, esegeta della contraddizione, per ripulire la propria fedina sociale da esteta del torbido, accettò l’invito da parte dell’Académie di Châlons-sur-Marne di tenere un discorso <em>De l’éducation des femmes</em>. Predisposto nel marzo del 1783, il testo –<a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/pierre-choderlos-de-laclos-maledette/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>pubblicato dalle edizioni De Piante come <em>Maledette! Dell’educazione delle donne</em>, a cura di Cinzia Bigliosi,</strong></a> che qui abbiamo interrogato, già autrice, per Feltrinelli, di una pregevole traduzione de <em>Le relazioni pericolose</em> –, pieno di buoni principi, ‘rivoluzionari’ – “senza libertà non v’è moralità, senza moralità non esiste educazione” –, <strong>esalta l’icona della “donna naturale”, divinità dei tempi moderni, “come l’uomo, un essere libero e potente”.</strong> Poiché “gli uomini hanno voluto perfezionare tutto, e hanno corrotto tutto… hanno abbandonato la natura che li rendeva felici, per calunniarla”, è la donna a dover sanare i mali del tempo, gli errori di Adamo. La donna naturale ha cura del proprio figlio – “niente la separa dall’oggetto della sua affezione; ogni sua cura è consacrata a lui” – non accetta di mandarlo a balia, lo irrobustisce con il suo amore; conosce l’eros senza languore, l’amore privo di sguardi furtivi: non ha bisogno di trucchi né di artefatte alchimie, perché “dispone di tre beni… la libertà, la forza, la salute”. La vecchiaia non scopre tale valchiria afflitta da livore e decrepitezza: la donna naturale “non teme la morte… il suo ultimo istante è sereno come tutti gli altri”. <em>De l’éducation des femmes</em>, di fatto, è atto d’accusa che assale <em>Le relazioni pericolose</em>, ne è il punto di distruzione, l’assassinio, Laclos che sfida a duello se stesso. Alcune parti del discorso sono meravigliose:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La natura crea solamente esseri liberi, la società tiranni e schiavi; ogni società suppone un contratto, ogni contratto un obbligo reciproco. Ogni obbligo è un intralcio che ripugna alla libertà naturale; anche l’uomo sociale non smette di agitarsi nei suoi vincoli, tende a sottrarsi, cerca di gettare il peso sui propri simili, vuole tenere solamente l’estremità della catena per dirigerli a suo piacimento; ne consegue che se l’oppressione del forte sul debole non è una legge naturale, nel senso in cui lo intendono i moralisti, è tantomeno una legge di natura, o piuttosto la prima vendetta della natura abbandonata sull’uomo sociale; ne consegue che qualsiasi convenzione tra due soggetti di forze ineguali non può che produrre un tiranno e uno schiavo, e di conseguenza, nell’unione sociale dei due sessi, le donne, di solito più deboli, hanno dovuto essere generalmente oppresse; qui i fatti vengono a sostegno dei ragionamenti. Percorrete l’universo noto: troverete l’uomo forte e tiranno, la donna debole e schiava; è raro che lei abbia l’astuzia di legare le mani al padrone e di comandarlo”.</strong></p></blockquote>



<p>Più che femminismo, si dica istinto per il femminile. Tre anni dopo la stesura del discorso, Laclos sposa Marie-Soulange Duperré, da cui aveva già avuto un figlio. Consigliere politico del duca d’Orléans, durante i deliri della Rivoluzione è al fianco di Danton, dicono scrivesse i discorsi di Robespierre. Sapeva insinuarsi ovunque: morì a Taranto, di malaria e dissenteria, nel settembre del 1803. Dopo un tot di carcere, era stato reintegrato nell’esercito napoleonico. L’ultima lettera di Laclos, due giorni prima di morire, è proprio al suo “Generale Primo Console”, Napoleone: confida nel “successo del vostro esercito”, gli affida la sorte “di mia moglie e dei miei tre bambini”, gli assicura, fino all’ultimo respiro, “devozione e ammirazione”. Che mutamento di fronte e di destino… Chissà se si scrivono lettere in Paradiso – e a chi.</p>



<p>Per entrare nei meandri del <em>discorso </em>e della mente di Laclos abbiamo intervistato la sua traduttrice, Cinzia Bigliosi. </p>



<p><strong>Laclos: insomma, che idea aveva della donna? Qual è il profilo della donna all’epoca di Laclos?</strong></p>



<p>Nell’opera di Laclos la società rappresentata è diretta propaggine dell’ideale collettivo nato nel Seicento, quando salotti e Preziosismo avevano scrollato la condizione femminile dalla passività che l’aveva soffocata fino ad allora, per trasformarla in un movimento filosofico, letterario e anche mondano, almeno per le classi più agiate. In Laclos le figure femminili fondamentali sono emblematiche, hanno quasi sempre la parola, ricorrono a comportamenti astuti quanto eleganti, conducono la conversazione, non rinunciano al mondo, ma lo seducono dominandolo. Dalle lettere che scrive alla moglie a proposito di loro figlia, Laclos insiste per la liberazione da tutto questo, la donna/figlia deve studiare, coltivarsi, prendere in mano le redini del gioco.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="622" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71gMwDtWbzL-622x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94756" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71gMwDtWbzL-622x1024.jpg 622w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71gMwDtWbzL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71gMwDtWbzL-600x988.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71gMwDtWbzL.jpg 656w" sizes="(max-width: 622px) 100vw, 622px" /></figure>



<p><strong>Perché Laclos sente la necessità di ‘educare’ la donna, a cosa le educa (o diseduca)?</strong></p>



<p>Laclos scrive <em>Delle donne e della loro educazione</em> (qui reso con <em>Maledette!</em>) nel 1783 per provare a difendersi dalle accuse che gli erano state rudemente rivolte l’anno prima all’uscita di <em>Les liaisons dangereuses</em>. Allora il successo era stato immediato, così come l’accusa di alta immoralità per come aveva ritratto le donne. Deluso e amareggiato, in occasione del Discorso all’Académie Laclos scrisse<em> Maledette!</em> per cercare di riposizionarsi, almeno come moralista.</p>



<p><strong>Come si concilia questo saggio con le <em>Relazioni pericolose</em>?</strong></p>



<p>Nella società rappresentata in <em>Le relazioni pericolose</em> pare non esserci nessuna possibilità reale di educare le donne: le madri sono assenti, lontane anche fisicamente, instupidite dalla mondanità che le accieca; le figlie di ogni ceto sono mandate a balie appena nate, le più fortunate cresciute in convento dal quale escono senza nessuna misura né cautela che le protegga dalla vita sociale che le aspetta. Abbagliate dalla corte che si muove divertita e mascherata della più fallace autenticità, le fanciulle si perdono, cadono. Se <em>Le relazioni </em>rappresentavano la società come un teatro crudele, il Discorso di <em>Maledette! </em>è l’urlo di libertà atto a spingere la donna finalmente fuori dall’ordine sociale oppresso dalla corruzione, per trasformarla in una donna nuova e naturale, svicolata dal giogo del contratto sociale di cui è schiava.</p>



<p><strong>Malizia e rinuncia, verginità e lussuria, intrepida crudeltà e smaliziata onestà: in Laclos convergono i contrari, agisce il conflitto, la donna che inebria perché inafferrabile: è così?</strong></p>



<p>È<em> anche</em> così. Se infatti le lettere che compongono <em>Le relazioni pericolose</em> sono perlopiù lo specchio dell’animo femminile, è evidente che per Laclos la donna è tutto. Nella sua complessità il femminile contiene ingenuità e perversione, affabilità e dominio. Nel romanzo la perversione ha la meglio, ma alla fine la giustizia vince distruggendo tutto, esattamente come farà da lì a breve la Rivoluzione francese che sta arrivando alle loro spalle.</p>



<p><strong>Chi è Laclos, qual è la sua lingua, quali i perigli, gli appigli, le difficoltà nel tradurlo?</strong></p>



<p>Per quanto riguarda l’aspetto prettamente linguistico, il francese di Laclos è preciso, affilato come il suo pensiero. Per chi si accinga a tradurne i testi i margini sono limitati, le sfumature quasi sempre obbligate, e per fortuna. Quando tradussi per l’editore Feltrinelli <em>Le relazioni pericolose</em>, mi resi conto delle insidie di una scrittura solo apparentemente fluida e lineare che riusciva a creare, senza mai appesantirsi, un gran numero di voci e toni diversi per altrettanti protagonisti, tutti così lontani tra loro per indole e natura. Ad un’analisi di natura metalinguistica, le cose si complicano e il linguaggio di Laclos si fa insidioso, ambiguo. Ricordo che lo scrittore era prima di tutto un militare e uno stimato e sapiente ghost-writer politico. Si raccontava che, dopo essere stato segretario del Duca d’Orléans e protetto di Danton, scrivesse i discorsi a Robespierre. Documenti all’epoca segreti hanno svelato un Laclos incline a spregiudicatezze che, negli scritti ufficiali, non erano così evidenti.</p>
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		<title>“Ho tra le mani un cuore indomabile”. Aphra Behn: spia &#038; poetessa, uno scandalo</title>
		<link>https://www.pangea.news/aphra-behn-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2023 05:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Aphra Behn]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Virginia Woolf]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Incerta la data di nascita, il luogo; oscuro il nome, che ascende alla profezia. Di Aphra Behn si sa il giorno del battesimo – 14 dicembre 1640 –, pare sia venuta al mondo nel Kent, da padre barbiere, che forse si chiamava John Amis, probabilmente John Johnson. Anatomizzando le etimologie, Aphra, in ebraico antico, vuol [&#8230;]</p>
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<p>Incerta la data di nascita, il luogo; oscuro il nome, che ascende alla profezia. Di <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/aphra-behn" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Aphra Behn</a></strong> si sa il giorno del battesimo – 14 dicembre 1640 –, pare sia venuta al mondo nel Kent, da padre barbiere, che forse si chiamava John Amis, probabilmente John Johnson. Anatomizzando le etimologie, <em>Aphra</em>, in ebraico antico, vuol dire polvere: la ragazza, aureolata di maldicenze, polverizzò la propria epoca.</p>



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<p>Cresciuta nel Suriname, all’epoca possedimento inglese, dove il padre – che morì durante la traversata oceanica – tentò fortuna, di Aphra Behn si sanno due cose: <strong>è la prima donna ad essersi guadagnata da vivere scrivendo; è l’autrice del primo romanzo moderno inglese, <em>Oroonoko</em>, pubblicato nel 1688</strong>, tratto dalla sua infanzia al di là del mondo (il libro è tradotto nel 1996 da Einaudi). Nel romanzo, basato sulla vita di un <em>Royal Slave</em> soggiogato dai coloni europei, ci sono tutti i tratti stilistici di Aphra: rapidità narrativa, estro polemico, scrittura ‘carnale’. Il cognome, Behn, è quello del marito: sposato poco dopo il suo ritorno in Inghilterra, nel 1658, era un commerciante di origini olandesi, piuttosto ricco. Pare che il matrimonio sia stato, nei limiti imposti all’impazienza umana, felice: Johan Behn morì nel 1664; la moglie era già nota per arguzia e avvenenza presso la corte di Carlo II. Nei diversi quadri che la immortalano, ha un’aria immancabilmente scaltra, di norma sprezzante, è ben tornita. Nel “Dictionary of National Biography” è Edmund Gosse, poeta dalla variabile ispirazione, amico di W.B. Yeats, di James Joyce e di Oscar Wilde, a inquadrare lo sfuggente profilo di Aphra:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Era una donna aggraziata, avvenente, con capelli castani e occhi luminosi… Dotata, laboriosa, schietta, fu costretta dalle circostanze e dal temperamento, poco avvezzo alla conciliazione, a guadagnarsi da vivere scrivendo, in un’epoca in cui scrivere richiedeva una stile propenso allo scandalo. È stata la George Sand della Restaurazione… Il suo genio e la sua versatilità sono indubbie: se le commedie, vivaci e divertenti, sono spesso grossolane, la lirica ha i tratti del talento indiscutibile. Le opere in prosa sono meno notevoli dei drammi e delle poesie”.</strong></p></blockquote>



<p>Edmund Gosse galvanizza il giudizio con rasoiate ironiche – “Le sue opere sono numerose, troppe: pare che il marito l’abbia lasciata sprovvista di eredità. Tentò di scrivere nello stile proprio di un uomo” – e va dietro alla leggenda della scrittrice lasciva, ricca di amanti, bisessuale: “diciamo che era destinata all’avventura in tutto ciò che intraprendeva”. In effetti, <strong>nel 1666, Carlo II chiese i servigi di Aphra come spia, nel contesto del conflitto anglo-olandese. Aphra, nome in codice “Astrea”,</strong> esercitò a Bruges e ad Anversa: si infilò nei letti dei potenti – così malignavano – per estorcere confessioni. Pare fosse assai corteggiata, pare sapesse innamorarsi. Ad ogni modo, “in un momento intimo, uno dei suoi amanti le rivelò l’intenzione, da parte di Cornelis de Witt, di inviare una truppa olandese lungo il Tamigi”. Lei, educate le lenzuola, andò a riferire. A corte, pur elogiando l’audacia di Aphra, nessuno le credette.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/715dauiW-QL-640x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94618" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/715dauiW-QL-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/715dauiW-QL-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/715dauiW-QL-600x960.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/715dauiW-QL.jpg 675w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>Disgustata dalla viltà dei cortigiani e in genere dalla vita politica, Aphra Behn si concentrò sulla scrittura. Fu una prolifica autrice di <em>plays</em> – seconda soltanto all’imperante John Dryden – dalla trama labirintica, con un soggetto principale: il tradimento, la vanità delle relazioni umani, la lussuria della menzogna. <em>The Forc’d Marriage</em> fu messo in scena nel 1670; il suo successo più duraturo, <em>The Rover </em>(1677), narra di eclatanti intrecci amorosi a Napoli, durante il Carnevale; <em>The Emperor of the Moon</em> (1687), giocato secondo gli stilemi della commedia dell’arte, mette in scena un facilone, Dr. Baliardo, fissato con i telescopi, lunatico, certo che esista un re sulla Luna: nel frattempo, un paio di briganti minano la verginità delle sue figlie. Naturalmente, ogni opera della Behn – atta a stigmatizzare i cliché dell’epoca, ad esempio l’uso infausto dei matrimoni combinati – fu accusata di illecita licenziosità. Sapeva difendersi, anche grazie all’aiuto di John Hole, potente avvocato londinese, suo amante, bisessuale pure lui.</p>



<p>In <em>The History of the Nun</em>, romanzo del 1689, Aphra racconta, va da sé, di una monaca che molla i voti per inseguire la virilità di un belloccio. Tradusse Ovidio, La Rochefoucauld, ma anche Fontenelle; morì il 16 aprile del 1689, sfiorando la miseria. Negli anni, tentarono di dimenticarla, macerando la sua opera nell’oblio. Le poesie, che manomettono i moduli tradizionali in una consapevole, civettuola, ferocia, sono piene di sagacia, di vitalità, di sovrana anomalia. Ernest de Sélincourt conferma che le sue opere teatrali “dimostrano una vivace facoltà inventiva e costruttiva, sono ricche di dialoghi arguti e di perpetuo buon umore” e che Aphra “fu una donna incantevole e di spirito”. <a href="https://www.pangea.news/prodotto/ottanta-poetesse-per-cristina-campo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Piacque a Cristina Campo, che la installò nel libro sognato e irrealizzato, sulle “Ottanta poetesse”.</a></p>



<p>Aphra Behn, individualità inafferrabile, diventò, nel secolo scorso, una sorta di eroina femminista: a <em>Aphra Behn. The Incomparable Astrea</em> è dedicata una biografia ‘ideologica’ di Vita Sackville-West (1927); <strong>secondo Virginia Woolf, “Ogni donna dovrebbe far piovere fiori sulla tomba di Aphra Behn…</strong> perché grazie a lei si è guadagnata il diritto di esprimere la propria opinione”. Il corpo di Aphra Behn è sepolto a Westminster: l’iscrizione su lastra nera ricorda che “Qui giace la Prova che il Genio non è una Difesa sufficiente contro la Mortalità”. Quanto a lei, diceva di voler “dedicare la vita al piacere e alla poesia”. Forse aveva trovato la formula per far quadrare il giogo: piacere e poesia. Una poesia che valica i sensi – eccitandoli. Non piace ai piacioni, Aphra, ma a chi, per amore, sa smascherarsi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94619" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/aphra-behn-102__v-Podcast.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><em>***</em></p>



<p><em>Testimoni d’amore</em></p>



<p>Parole improvvise, sprovviste, non premeditate,<br>nascono nel vento, parto dell’aria;<br>muoiono bimbe, appena nate, subito dopo<br>essere state pronunciate con noncuranza:<br>alternano Speranza e Paura, sorelle<br>di tutti i contrari, nella stessa alcova ventosa,<br>secondo i capricci della mente.</p>



<p>Ma i biglietti d’amore sono testimoni inflessibili<br>sostanziali documenti affidati all’eternità;<br>evidenti prove che confessano una verità<br>su cui l’amante può fare chiaro affidamento;<br>pensieri rigorosi, ragionati, risoluti:<br>finché ogni parola non va devoluta alle nuvole.</p>



<p>*</p>



<p><em>Amore Armato</em></p>



<p><em>Canto di Adbelazar</em></p>



<p>Amore siede sul trono formidabile<br>mentre orde di cuori sanguinanti gli marciano intorno:<br>per loro ha creato nuove pene<br>e ostenta uno strano potere tirannico;<br>dai tuoi occhi luminosi ha tratto il fuoco<br>con cui, per gioco, ingioiella la via;<br>ma è dai miei che ruba il desiderio<br>necessario per annientare il mondo d’amore.</p>



<p>Da me ottiene sospiri e lacrime<br>da te Orgoglio e Crudeltà;<br>da me Languore e Tremore<br>da te i dardi che uccidono;<br>così, tu ed io, dal dio armati,<br>abbiamo forgiato una Divinità:<br>ma solo il mio povero cuore è inerme<br>mentre il tuo, il Vittorioso, si libra, libero.</p>



<p>*</p>



<p><em>Mille martiri</em></p>



<p>Mille martiri ho collezionato<br>sacrificati al mio desiderio;<br>mille bellezze ho tradito<br>che si lagnano nel fuoco eterno.<br>Ho tra le mani un cuore indomabile<br>e affermo un pensiero selvaggio, apolide.</p>



<p>Non giuro e non sospiro invano:<br>accolgo le false promesse altrui.<br>Alla fiera piace farci soffrire<br>e credo a tutto ciò che desidera.<br>Benché confidi nella ferita d’amore<br>soltanto il piacere ha scalfito il mio cuore.</p>



<p>Soltanto gloria e razzia voglio:<br>mi fate ridere, mi annoiate:<br>modesti trofei, trionfi ottenuti senza fatica,<br>al di là dell’inferno, della gioia del paradiso.<br>E mentre vagabondo per le vie del caos<br>disprezzo i cretini che piagnucolano d’amore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il sogno</em></p>



<p>Tremante, nelle mie braccia ondeggiava Aminta,<br>difendeva la benedizione che volevo strapparle;<br>la sua lenta reticenza infiammava la mia estasi:<br>deboli i suoi freni, sensuali.<br>La levigata resistenza tradì l’assenso<br>mentre i miei desideri forzavano i cieli;<br>i suoi seni sussultarono sinuosi<br>gli occhi hanno in dote nuova brace.<br>All’apice della lascivia gli sguardi<br>preparano nuovi incantesimi;<br>eccolo, l’estremo mistero di Amore<br>ci baciamo, ansimiamo – finché mi sveglio…</p>



<p>Era soltanto un sogno, ma resta<br>il cuore che palpita, il desiderio è autentico.<br>Ho fatto in modo che mi credessero: ingannato<br>del mio amore non resta che rabbia e vergogna.</p>



<p><strong><em>Aphra Behn</em></strong></p>
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		<title>A come Asciugatrice. L’oggetto sessuale della donna moderna</title>
		<link>https://www.pangea.news/asciugatrice-dizionario-societa-incivile-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 05:17:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[asciugatrice]]></category>
		<category><![CDATA[Dizionario della società incivile]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’era dell’amplesso asciutto, ogni madida forma di erotismo è scialba memoria. La libido, impudica epifania, assume nella vita domestica inconsuete forme. Si fa ideale concreto, mito tangibile, vibrante. Non più cupidici dardi o vetusti sex toys, la seduzione della donna, oggi, passa per l’oblò dell’asciugatrice. Oggetto sessuale di peculiare postmodernità – nel passato prossimo degli [&#8230;]</p>
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<p>Nell’era dell’amplesso asciutto, ogni madida forma di erotismo è scialba memoria. <strong>La libido, impudica epifania, assume nella vita domestica inconsuete forme. Si fa ideale concreto, mito tangibile, vibrante.</strong> Non più cupidici dardi o vetusti sex toys, la seduzione della donna, oggi, passa per l’oblò dell’asciugatrice.</p>



<p>Oggetto sessuale di peculiare postmodernità – nel passato prossimo degli anni Novanta cagionava femminili turbamenti facendo capolino dai vani lavanderia di coloniali dimore da telefilm americano –, il suo volgare possesso è condizione necessaria e non sufficiente per il pacifico evolversi del ménage casalingo.</p>



<p><strong>All’etica, per così dire, si fonde l’estetica. Equipaggiata di buonsenso borghese e un certo coefficiente escatologico, l’asciugatrice, vero ascensore sociale</strong>, scatena l’ingordigia di quel neoproletariato che ha appena terminato di saldare le rate del condizionatore, creando l’illusione del social climbing, scatenando il desiderio di emulazione. &nbsp;</p>



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<p>Mai più miseria, incuria, caos degli spazi abitativi – aberrante visione di povertà – dettata dalla fissa presenza dell’inelegante stendibiancheria, trespolo capace di ammantare l’abitazione più signorile di un’aura da bassofondo. <strong>Serotonina della donna contemporanea, degna creatura dell’epoca amazoncratica, l’asciugatrice adempie ai propri doveri secondo la formula del “tutto e subito”, risucchiando in sé, unitamente agli indumenti, la fatica dell’incombenza domestica.</strong> Non resta che il dipanarsi di un avvolgente calore all’ora del ritiro di soffici capi che sprigionano una certa <em>douceur de vivre</em>. Candido edonismo. &nbsp;</p>



<p>Slim o standard, atta a penetrare qualsiasi intercapedine, annulla ogni ipotesi di misoginia tanto cara al genere femminile, non concedendo tempo a fatue gelosie ma solo a furtivi scambi di informazioni sul miglior modello in commercio degni di un acuto spionaggio industriale. Affratella, esclude, dissemina il germe di un’insidiosa empatia, favorendo la pratica di un dovuto apartheid nei confronti delle improvvide che del prodigioso elettrodomestico si dimostrino sprovviste. <strong>Strumento di rivalsa sociale, amalgama di umane biodiversità – la shampista, l’imprenditrice, la professoressa, la barista unite nel diletto –, caldeggia la mescolanza, trasuda democrazia</strong>, esala miasmi progressisti.</p>



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<p>Declinabile in più posizioni, come il dildo, l’asciugatrice si adatta all’anatomia ideologica di ciascun cliché femminile, dalla casalinga sfatta nel fisico alla pasionaria in carriera. Il suo funzionale utilizzo viene estetizzato. Il risparmio energetico e la corsa alla classe A – le ambientaliste; l’addio al patriarcato grazie al prodigioso programma antipiega – anche le femministe più sorcine rivendicano il diritto a non stirare le camicie del consorte; la sprovincializzazione – tra la neosposa dell’iperperiferia campana e la tenutaria di un attico a Manhattan non sussiste più alcun divario, entrambe, finalmente libere dalle fatiche e di sorseggiare un gin tonic con le amiche, <strong>dismettono i panni della lavanderina per indossare quelli della Samantha Jones di quartiere;</strong> la liberazione sessuale – fare l’amore sulla lavatrice viene declassata a prestazione da fotoromanzo, mentre ogni ciclo di asciugatura ascende ad atto di puro autoerotismo; la versione lavasciuga, poi, come ultima spiaggia, per accontentare giovani apprendiste o coloro che hanno preso i voti del nubilato. Come la donna che basta a sé stessa, l’asciugatrice funge anche da refugium peccatorum di colei che ha dissipato ogni dote morale.</p>



<p><strong>E l’uomo, in tutto ciò? Il vero maschio non è certo un miserabile, non possiede ombrello, figuriamoci l’asciugatrice. Ma sia lode, oggi e sempre, al testosterone del Midwest del signor J. Ross Moore, che per contrastare i rigidi inverni del Nord Dakota sviluppò per primo un modello di asciugatrice elettrica automatica</strong>, per la gioia di ogni signora sull’umida asse che va da Bismark a Bassano del Grappa.</p>



<p>L’acquisto, quindi, come patto nuziale, promessa di un’eternità asciutta, priva di grinze esistenziali, condita da risvegli al profumo primaverile – a tal proposito è suggerito l’inserimento di apposite palline profumate direttamente nel cestello. Il godimento è assicurato, la fedeltà pure e in caso di malfunzionamento ci si appella in via immediata alla clausola di garanzia. <strong>L’asciugatrice infine sostituisce l’adorato consorte.</strong></p>



<p>Più dell’amore poté la pompa di calore.</p>
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		<title>“Devi sapere che sarai sola…”. Manuela Diliberto dialoga con Patrizia Barbera</title>
		<link>https://www.pangea.news/patrizia-barbera-intervista-diliberto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2021 07:25:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Diliberto]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[Patrizia Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi di genere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Palermo, estate 2018, ancora lontani dalla pandemia. Ci ritroviamo in tarda mattinata vicino casa di mia madre. Lei arriva in macchina da Trapani, fa due giri e trova posto. Malgrado il caldo torrido, esce dalla vettura fresca come una rosa, elegantissima. Mi chiedo come faccia ad essere sempre in ordine, appropriata, adeguata, questa donna che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Palermo, estate 2018, ancora lontani dalla pandemia. Ci ritroviamo in tarda mattinata vicino casa di mia madre. Lei arriva in macchina da Trapani, fa due giri e trova posto. Malgrado il caldo torrido, esce dalla vettura fresca come una rosa, elegantissima. Mi chiedo come faccia ad essere sempre in ordine, appropriata, adeguata, questa donna che spiega nelle scuole di Trapani quanta violenza si celi dietro gli stereotipi di genere. La dirittura morale ricorda quella di una vestale romana, l’ironia fine me la rende intima come una vecchia amica. La postura dritta, a testa alta, la voce chiara, diretta, lo sguardo attento, luminoso, in lei ogni tratto sembra esprimere forza, mentre, non so perché, io ne sento da sempre la fragilità. Dovevo presentare il mio libro ad Alcamo nel 2017. Eva Calvaruso, una delle organizzatrici di AlcamArt, mi disse : “Mi è venuta in mente una persona che andrebbe benissimo per il tuo libro!”. Quando la vidi pensai subito di volerla intervistare. L’intervista, cosa inedita, si svolge “dopo” la seduta fotografica. Nella cucina del bed and breakfast, sedute attorno ad un tavolo di marmo bianco, mi spiega con meticolosità la sua anima.</p>



<p>*</p>



<p>1. <strong>Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Io mi chiamo Patrizia. I miei genitori hanno scelto questo nome perché&#8230; non ce l’ho chiarissimo. Ma credo che mi abbiano detto – io sono nata nel ’63 – che a quell’epoca piaceva tanto una ragazza in televisione, una <em>valletta</em>&#8230; Sì, mi sembra una valletta in una trasmissione! &#8230; La prova è che molte delle mie amiche si chiamano “Patrizia” e hanno tutte la stessa età, anno più, anno meno (ride).</p>



<p>*</p>



<p>2. <strong>Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o dell’attualità, del passato o del presente</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Allora, a me sarebbe piaciuto avere un nome corto, senza la “Z”. Quindi un nome un po’ più dolce&#8230; Perché Patrizia mi sembra un nome un po’ <em>spigoloso</em> per me, non so come dire&#8230; Allora mi sarebbe piaciuto, che so, <em>Clara</em>&#8230;</p>



<p>M.D. – Ma di che personaggio?</p>



<p>P.B. – Un personaggio, qualcuno che mi ha ispirato&#8230; (ci riflette un po’). In questo momento, non so perché, non te lo so dire, casomai poi ci ragioniamo su, mi viene in mente <em>Oriana</em>.</p>



<p>M.D. – Fallaci?</p>



<p>P.B. – Eh, sì, ma non so perché&#8230; Mentre parlavo con te e tu mi hai detto “un personaggio&#8230;”, mi è venuta in mente <em>lei</em>. Questo se devo dirti la prima cosa che mi viene in mente, ovviamente. Se poi mi metto a ragionarci su&#8230;</p>



<p>M.D. – Sì, sì, infatti così va benissimo!</p>



<p>P.B. – Ma forse, a ben riflettere, quando mi hai fatto la domanda, non so perché mi sono rivista ragazzina&#8230; mi sono vista con mio papà che mi dà un libro da leggere (<em>Carlo Barbera</em>, militante per i diritti civili e sociali, socialista, eletto sindaco di Trapani nel 1980) ed era un libro di Oriana Fallaci&#8230; È stata un’associazione di idee. In effetti la ragione della scelta, più che alla scrittrice, la lego a <em>quell</em>’evento particolare. È stato uno dei primi libri che mio padre mi ha fatto leggere&#8230; Ogni tanto passava dalla mia stanza e mi lasciava dei <em>libri</em> (ricorda, intenerita dalla sensibilità del gesto). Uno dei primi è stato proprio un libro della Fallaci&#8230; io ero ragazzina, avrò avuto sedici anni&#8230; Poi mi lasciava un po’ di tutto, dai <em>Beati Paoli</em>, ai <em>Promessi Sposi</em>&#8230; Insomma. Non so perché mi è venuta questa associazione (sorride)!</p>



<p>*</p>



<p>3. <strong>Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte &#8220;scomode&#8221;. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Devo dirti&#8230; siamo io e te&#8230; sai che non so dire cose che non penso! Devo dirti che me lo sono chiesto (rido)&#8230; Non sono riuscita a darmi una risposta precisa, però una cosa che mi ha un po’ emozionato, quando tu mi hai chiesto di intervistarmi, è che sei forse la <em>seconda</em> persona nella mia vita a chiedermi di <em>me</em>. Questo mi ha molto sorpresa. Una persona che mi chiedeva di me era mio padre&#8230; Non ricordo negli ultimi cinquantacinque anni – tanti ne ho –&nbsp; che ce ne sia stata una <em>terza</em> che mi abbia detto: forza, raccontami di te!</p>



<p>M.D. – Ma è strano, sei una donna così affascinante! Forse non hanno il <em>coraggio</em> di chiederti&#8230;</p>



<p>P.B. – Anche questo mi sono domandata! Forse sono <em>io</em> ho che ho fatto in modo che non accadesse. Se la gente si intimidisce davanti a me, allora una responsabilità ce l’ho anch’io&#8230;</p>



<p>M.D. – Quindi non sai che scelta scomoda hai fatto?</p>



<p>P.B. – Nooo&#8230; scelte scomode ne ho fatte! Intanto la mia scelta scomoda, anche se dipende da come la si vede, è una scelta di <em>solitudine</em> proprio perché non so fare scelte <em>comode</em>. Non le so fare perché ci sono delle cose che non so accettare. &#8230; Non sono brava nei <em>compromessi</em>! Questo mi limita molto e sono destinata alla solitudine, perché questa rigidità, questo essere dura con me stessa, innanzi tutto&#8230;</p>



<p>M.D. – Ma perché l’amatissima figlia di un personaggio importante di Trapani, di famiglia borghese, una bellissima donna, ha deciso di non sposarsi con tutti i crismi con il più importante partito della città e andare a vivere una vita agiata e borghese, ed è invece finita ad insegnare la storia del femminismo nelle scuole, lavorando duro per crearsi una credibilità nella sfera delle attività sociali? (Ride). Quale motore ha spinto questa donna che avrebbe potuto avere <em>tutto</em> sulla carta, e che ha finito per avere invece <em>tutto</em>&#8230; ciò che conta <em>per lei</em>?</p>



<p>P.B. – Devo dire che il motore è stato – devo ripetermi – avere un padre come il mio. Io ho avuto un padre un po’ particolare rispetto all’epoca in cui è vissuto e per la tipologia di posto in cui sono cresciuta: io vengo da una cittadina di provincia in cui tutto dev’essere – come dire? – <em>socialmente compatibile</em> e in cui bisogna osservare le regole&#8230; Però ho avuto anche un padre discreto, stimatissimo, ma che se voi l’aveste visto, non sembrava un rivoluzionario, e invece lo era (ride con fierezza), perché mi ha trattata in un modo&#8230; Chiedeva <em>solo</em> a me, e <em>non</em> ai miei fratelli, di accompagnarlo a comprare il giornale – lui ne comprava sette alla volta – e mi diceva: “Leggi la stessa notizia sui sette giornali diversi e poi dimmi che ne pensi”, mi ha portato a conoscere e a condividere delle vite di altre persone che non erano quella che noi, magari anche in maniera privilegiata, potevamo avere. Era, come dire, assolutamente contro tendenza rispetto ai tempi. Pensa che, non rammento esattamente a che età, credo dieci o undici anni, mi passava di fianco, e, di nascosto – io unica femmina con due fratelli più grandi – mi diceva: “Ricordati di non dipendere mai da nessuno, meno che mai da tuo marito”! &#8230;Che io, a dieci anni, non sapevo neanche che mi volesse dire! (Ride). Però me l’ha ripetuto tante di quelle volte&#8230; E questo è andato avanti, <em>sempre</em>. C’era questa cosa&#8230; quasi una specie di segreto, no? Invece mia madre era completamente diversa, del tipo: “Le persone<em> che devono dire</em>?” (Rifletto sulla frase sentita tante di quelle volte da piccola da trasformarsi in me in questione esistenziale) e che era assolutamente nelle regole del posto e del tempo (sorride ironica)!</p>



<p>M.D. – Quindi tuo padre ha <em>programmato</em>, nel vero senso della parola, una femminista attivista!</p>



<p>P.B. – (Ridiamo insieme). Sì, assolutamente sì!</p>



<p>*</p>



<p>4. <strong>Ne <em>L’arte della guerra,</em> scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “<em>Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l&#8217;Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare</em>”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi <em>con ogni industria</em>, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’<em>Occasione</em></strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Ma&#8230; Sai, anche il <em>saper</em> riconoscere l’occasione serve per “l’essere attrezzati per”&#8230;</p>



<p>M.D. – Nel senso che l’occasione capita più o meno a tutti, ma è la gente che non la <em>riconosce</em>?</p>



<p>P.B. – Sì, probabilmente sì. <em>Riconoscerla</em> fa parte dell’essere <em>apparecchiati</em> in un certo modo. Essere <em>apparecchiati</em>, attrezzati, non è che significa <em>solo</em> avere le armi giuste per andare in guerra, ma anche avere la <em>testa</em> “giusta”, l’<em>occhio</em> sveglio! E al di là dell’accorgersene o meno, se si è <em>effettivamente</em> attrezzati, probabilmente è solo questione di tempo: prima o poi accade&#8230; se veramente vuoi&#8230; Mi piace pensare così.</p>



<p>M.D. – Allora l’occasione si può anche <em>creare</em>?</p>



<p>P.B. – Credo di sì, sai? &#8230; Mi piace pensare questo, devo dire la verità. Ed <em>è</em> così. (Riflette). Posso dirti che <em>è</em> così.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="684" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659-1024x684.jpg" alt="" class="wp-image-83725" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659-1536x1025.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DSC_1659.jpg 1766w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Manuela Diliberto insieme a Patrizia Barbera; photo Cristina Dogliani</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p>5.</p>



<p><strong>A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – (Sorride). Dunque&#8230; in questa domanda hai praticamente riassunto la mia vita. Funziona così non perché ci sia un motivo particolare, ma probabilmente perché è un’abitudine alla cittadina di provincia: ci si critica parecchio, si sa sempre tutto di tutti&#8230; Io dico che è come uno sport <em>provinciale</em>! (Ride). Ma quando ho tutti contro e vengo criticata, mi aggrappo <em>a me</em>, devo dirti la verità. Ho provato nel tempo ad allungare una mano e ad aggrapparmi a qualcun <em>altro</em>, ma non ho mai trovato nessuno. Sai qual è la cosa? E il perché spesso io sia stata graziata dalle critiche? Perché sono consapevole del fatto che io <em>non</em> sono <em>così</em> come dicono. La mia forza è la consapevolezza che io ho di me. “È inutile – dico – che ci provate! Mi potete solo sparare per fermarmi, perché se mi legate io mi slego, se mi rinchiudete io esco fuori: un altro metodo per fermarmi non c’è!”.</p>



<p>M.D. – E se questa forte consapevolezza di te tu la dovessi visualizzare con un’immagine?</p>



<p>P.B. – Se la dovessi visualizzare con un’immagine&#8230; questa forza, questa consapevolezza (dice, riflettendo al tempo stesso)&#8230; un’immagine che mi viene è un <em>mare enorme</em>. “Mare”, sì! Proprio una distesa enorme&#8230; Sai quando tu dici: <em>ma come lo fermi</em>? Non lo puoi fermare! Anche lo sbattere dell’acqua sugli scogli che torna e ritorna&#8230; E ti puoi rassegnare perché sarà sempre così, non si può fermare il mare! Questo è quello che sento&#8230; ed è anche la mia “dannazione”, perché oggi sono qui, ma domani chissà cosa farò? E questo alla mia età inizia un po’ a stancarmi&#8230; Sì, a 55 anni sono un po’ stanca! E allora a volte mi dico, ma perché non mi rassegno? Ho la mia attività, una figlia meravigliosa, va bene così, non c’è bisogno di andare sempre <em>contro</em>, contro i pregiudizi, contro i cliché&#8230; Però&#8230; non lo so, è come se la vita mi dovesse ancora tante cose&#8230; (mi guarda fra il serio e il faceto. Fa una pausa). E perché gliele devo lasciare?! (Dice tutto d’un fiato prima di scoppiare a ridere insieme).</p>



<p>M.D. – Infatti non devi!</p>



<p>P.B. – Ecco!</p>



<p>*</p>



<p>6. <strong>Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Guarda&#8230; a far finta di niente ci ho provato! Tante volte. Solo che poi mi vengono tutte le malattie del mondo&#8230;</p>



<p>M.D. – Fisicamente?</p>



<p>P.B. – Sìii&#8230; Una cosa terribile! Mi vengono dei malori&#8230; (Rido pensando che soffro della stessa sua “sindrome”). Devo dirti però che io non mi piaccio tanto. Questo è un lato di me che non mi piace molto. <em>Perché</em> alla fin fine il mondo dovrebbe essere come piace a<em> me</em>? È ovvio che non lo sia&#8230; dovrei adattarmi, accettarlo! E invece non ci riesco. E in ogni caso, se riesco a far finta di niente, è solo perché non mi interessa la cosa per cui sto facendo finta di niente. Anzi, mi dà il metro di quanto me ne possa importare di quella cosa lì!</p>



<p>M.D. – E quanto costa la via tortuosa?</p>



<p>P.B. – Forse l’ho detto all’inizio: costa solitudine. Devi sapere che sarai <em>sola</em>. Allora ti devi chiedere se ne valga la pena di essere <em>sola</em>.</p>



<p>M.D. – E il premio qual è?</p>



<p>P.B. – Intanto, alzarti la mattina e piacerti, il che già è una cosa buona! Vent’anni fa non so come avrei risposto a questa domanda. Oggi ti rispondo: ho una figlia di vent’anni. Adesso il <em>premio</em> è lei. È leggere nei suoi occhi che questa mamma <em>le piace</em>&#8230; quindi il premio è la sua ammirazione.</p>



<p>*</p>



<p>7. <strong>Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Zero. <em>Non</em> possiamo giustificarla. Non c’è giustificazione. Non c’è. Io sono stata molto fortunata nella mia vita, al di là della fatica di cui stiamo parlando&#8230; ma è una fatica <em>scelta</em>. E per fortuna ho avuto la<em> possibilità di scegliere</em>. Ma posso raccontarti un episodio. Mio padre faceva politica, era socialista, sindaco a Trapani e San Vito. Tu sai che noi viviamo in un contesto in cui ci sono delle regole non scritte – mettiamola così. Sono elegante, vedi come sono elegante? (Aggiunge ironica e divertita).</p>



<p>M.D. – Molto! (Rido)</p>



<p>P.B. – Regole non scritte che puoi più o meno scegliere di accettare. Quando lo fai sono scelte che condizionano non solo te ma anche tutta la tua famiglia – un po’ quello che dicevi tu. Ecco, nella nostra famiglia ci sono stati momenti della quotidianità in cui le ruote della macchina le trovavamo tutte a terra, o mio padre con periodi di scorta, in tempi ancora non sospetti, quando ancora l’idea della scorta era avanguardistica, o la mia casa di San Vito che è saltata in aria&#8230; Quindi ti dico, non me lo chiedere cosa significa la “grande paura” o se ci si debba voltare dall’altra parte: <em>non</em> ci si volta dall’altra parte!</p>



<p>M.D. – Visto che l’hai vissuto sulla tua pelle&#8230;</p>



<p>P.B. – Ci si mette in gioco! È il motivo per cui non mi volto dall’altra parte e tu mi trovi in mezzo ai ragazzi e alle ragazze a parlare del <em>valore</em> di ognuno di noi. Perché? Perché me ne sento <em>responsabile</em>. Mi si può dire, ma tua figlia è perfetta, è sicuro che si fa rispettare, eccetera. Sì, ma <em>mia</em> figlia. Ma noi siamo responsabili anche degli altri. È come se fossero <em>tutti</em> figli miei! E allora <em>non</em> posso <em>non</em> vedere quello che accade&#8230; Perché a casa mia io sto <em>comoda</em>! (Mi guarda dritta negli occhi e fa una pausa). Ho un bel divano, comodo, dove sto <em>benissimo</em>&#8230; (Cristina ed io la osserviamo con il fiato sospeso).</p>



<p>*</p>



<p>8. <strong>Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di <em>Mein Kampf</em>. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell&#8217;omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – No (netto, secco, chiaro). Perché io penso che questo vada bene fino a che si abbia un’età adolescenziale in cui ancora non è venuto quel libero arbitrio per cui poi si sceglie. Da quel momento in poi, <em>Mein</em> <em>Kampf</em> <em>non</em> può rappresentare <em>solo</em> un ricordo di famiglia. Immagino che per ricordare i genitori egli abbia delle foto, dei gioielli, degli oggetti anche più rappresentativi di ciò che era la sua famiglia. Ma il fatto che abbia <em>scelto</em> un oggetto del genere, dice anche altro&#8230;</p>



<p>*</p>



<p>9. <strong>Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po&#8217;, con che parole descriveresti Patrizia? Che descrizione ne daresti</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – (Sospira riflettendo). Se io mi incontrassi, intanto mi <em>abbraccerei</em> (Rido sorpresa).</p>



<p>M.D. – Sei la prima che risponde così (continuo ridendo). Ti abbracceresti?! Carino!</p>



<p>P.B. – &#8230;Mi abbraccerei e probabilmente mi basterebbe quello. Poi se dovessi raccontare di aver incontrato una persona, forse direi che ho incontrato (fa una lunga pausa)&#8230; che ho incontrato un <em>dolore</em> (altra pausa. Non so perché decido di fermarmi lì).</p>



<p>*</p>



<p>10. <strong>Se non fossi Patrizia Barbera, chi vorresti essere</strong>?</p>



<p><strong>Patrizia</strong> <strong>Barbera</strong> – Intanto ti dico che è una domanda che non mi sono <em>mai</em> posta. Se mi devo impegnare a dirti <em>chi</em> vorrei essere&#8230; non ho in mente una persona precisa. Però mi sarebbe piaciuto essere&#8230; una mamma di tanti figli! Mi sarebbe piaciuto avere tanti figli. Cinque, sei o sette&#8230; (La guardo stupita).</p>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Domanda Personale. Quanta strada deve ancora fare la donna, secondo te, per arrivare alla parità dei diritti con l’uomo?</strong></p>



<p>P.B. – (Fa una pausa e poi risponde con tono ironico). Quanto tempo hai tu ancora a disposizione per l’intervista? (E ride. Mi unisco a lei e ridiamo divertite).</p>



<p>M.D. – Quali sono gli ostacoli più grandi che impediscono che questo processo si attui?</p>



<p>P.B. – (Risponde subito). I luoghi comuni. I luoghi comuni, <em>intanto</em>. I luoghi comuni che passano come cose normali. Te ne faccio uno? “<em>Ma tu ancora con ‘sta questione delle donne?</em> <em>Ormai! Ormai che abbiamo tutto</em>!”, le prime a dirlo sono le donne. Un altro luogo comune? Gli uomini quando dicono: “No, ma siete <em>migliori</em> di noi! Veramente&#8230;” (rido). Ecco, in automatico, quando c’è qualcuno che dice questo, mi metto in posizione di difesa perché vuol dire che si pensa <em>esattamente</em> il contrario. Perché si dice? Perché ognuno rimanga dov’è. Salvo poi&#8230; vuoi che ti parli di statistiche? Quindi non di un’opinione, ma di <em>numeri</em>&#8230; Il 94% dei posti apicali è occupato da uomini. E allora io dico, che significa? Che io faccio parte di un 6% anche se sono più preparata. Nei posti ai vertici ci sono soltanto i maschi e <em>nessuno</em> si chiede come mai. Perché questo avviene in <em>automatico</em>&#8230; e in <em>automatico</em> ciò è pensato come “merito”! Cioè, è giusto che sia così&#8230;</p>



<p>M.D. – Ma qual è il principale nemico della donna?</p>



<p>P.B. – Intanto tutto quello che ci siamo dette finora. Cioè: quante di noi sono disponibili a stare <em>sole</em>? È una scelta di solitudine, perché la prima scelta la faccio in <em>casa</em>, la faccio con mio marito, la faccio con mio figlio (mentre parla mi ricorda in un modo incredibile Bianca D’Ambrosio, la protagonista de “L’oscura allegrezza”. Quasi che Bianca si fosse incarnata per magia in Patrizia). Per poter cambiare le cose, io devo essere disponibile <em>prima</em> a metterci la faccia. Mi deve saltare in aria la casa e devo sapere che se mi salta in aria, io devo andare avanti lo stesso! Devo sapere che mi arriveranno le lettere di minaccia&#8230; metaforicamente&#8230; per me, per mia figlia, per tutti i nipoti&#8230; Noi siamo stati minacciati <em>tutti</em> di morte, ma siamo andati avanti lo stesso! Avremmo potuto fare una scelta comoda, che era quella di <em>adeguarci</em>&#8230; E poi quante donne sono <em>libere</em>? Guarda che per fare una scelta simile devi essere nelle condizioni di poterla fare, intanto economiche e poi, a partire dall’educazione dei nostri figli e figlie! Nelle scelte educative sia dei bambini che delle bambine la sola cosa da fare è invogliarli e motivarli, le bambine a pensare e a contare prima di tutto su loro stesse <em>sempre</em> e i bambini a rispettare e capire queste istanze femminili. E te lo dice una il cui sogno è stato sempre quello di fare la mamma! (Al mio stupore ride, continuando a parlare con calma) &#8230;Vero! Io <em>adoro</em> fare la mamma! Non mi sono mai sposata e sono single, ma ho sempre adorato l’idea di rientrare a casa e cucinare, stirare, preparare tutto per la mia famiglia. Mi sarebbe piaciuto occuparmi solo di questo (rido e le ammiro questa capacità di essere se stessa, ironica e spudoratamente autentica). Ti ho stupito? Non te l’aspettavi? Io stiro da Dio&#8230; so anche ricamare! So fare tutte queste cose&#8230; Ma da tutti questi cliché ne dobbiamo uscire, e le prime a farlo devono essere le donne! Perché l’idea di avere una famiglia deve essere un valore aggiunto per un uomo e un disastro per la donna nella società lavorativa? Le prime a dover cambiare questo stato di cose sono le donne.</p>



<p>M.D. – Sì, dovrebbero essere <em>loro</em> a dire al partner: “Senti caro, dividiamoci i ruoli!”. Le donne cominciano timidamente a uscire dalla cucina, ma non riescono ancora a uscire dalla nursery, purtroppo. Finché la cura dei figli sarà tutta sulle loro spalle&#8230; (Mi guarda annuendo con vigore).</p>



<p>P.B. – E quanti talenti sprecati in questo modo? Vabbé&#8230; basta!</p>



<p><em>*In copertina: Patrizia Barbera, pedagogista trapanese, promotrice di percorsi di pari opportunità, <a href="https://www.cristinadogliani.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani.</a>&nbsp;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patrizia-barbera-intervista-diliberto/">“Devi sapere che sarai sola…”. Manuela Diliberto dialoga con Patrizia Barbera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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