Contaminarsi col sacro leggendo l’epistolario assoluto tra Ceronetti e Quinzio
La fede e la fiducia nella medicina. Un testo di Sergio Quinzio
La fede è violenta. Pronti a tutto, fino all’ultimo sacrificio
Kierkegaard negli abissi scandalosi della scelta: essere angosciati per essere liberi
Elegia per Don Giorgio, “il papa di Riccione”, il papà di tutti, il prete che riempiva il palasport, una specie di Don Camillo. Sapeva piangere e diceva sempre “ottimamente”
Chiese vuote, supermercati presi d’assalto. Di fronte al virus un pacco di pasta è meglio di Dio. D’altronde, la Messa è come una seduta in palestra, una gita a Cortina. Ma il nostro compito è essere segugi dell’invisibile, dell’incomprensibile
David Maria Turoldo, il poeta fondamentale. Leggerlo vuol dire perdersi, con entusiasmo
“Silence” è il film più incompreso (e meno redditizio) di Scorsese. Peccato. È un capolavoro perché investiga il lato oscuro della fede, l’abiura come mistica, l’inganno come liturgia
“Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere”: da Dostoevskij a Chernobyl, eremiti, folli e demoni nella letteratura russa
“Scrivere… perché è l’ultima possibilità”: Sergio Quinzio, un salutare K.O.
Paolo Sorrentino gira “The New Pope” (e John Malkovich in veste papale fa convertire frotte di accaniti atei). I romanzi più belli sul Papa? Li hanno scritti Giorgio Saviane, Morselli, Quinzio, Roberto Pazzi… (Con lettura in allegato, in attesa della Mostra/Messa del cinema di Venezia)
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