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	<title>Famiglia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Se il mito del padre è fascista, quello della madre è bugiardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 05:18:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Edipo]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[politicamente corretto]]></category>
		<category><![CDATA[Rubina Mendola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Visti gli spaghetti western del momento, con sparatorie verso il femminismo molto frequenti (però in semi-clandestinità) e risposte al fuoco altrettanto continue sui media, i bersagli non appaiono reali ma &#160;spaventapasseri, quindi «la presa della parola» si trasforma in costrutto depressivo e il parere «super partes» diventa un miraggio. I rischi di una metafisica dei [&#8230;]</p>
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<p>Visti gli spaghetti western del momento, con sparatorie verso il femminismo molto frequenti (però in semi-clandestinità) e risposte al fuoco altrettanto continue sui media, i bersagli non appaiono reali ma &nbsp;spaventapasseri, quindi «la presa della parola» si trasforma in costrutto depressivo e il parere «<em>super partes</em>» diventa un miraggio. I rischi di una metafisica dei costumi pappagalla e servita «a caldo», sorda ai rigogliosi frutti – pratici/teorici – anche delle scienze sociali e della psicoanalisi, dilagano ogni considerazione nel fango della pusillanimità di accuse e difese. Sopravvive un minuscolo territorio ancora vergine, ai lati del rimbrotto, quello della ricostruzione «a freddo», forse meno consolante in generale, ma così distaccata da riuscire a immaginare sia lo spaventoso mélange di forze antiche, miserabili e irrazionali che agitano le intenzioni, che la loro parziale discendenza da figure santificate per partito preso, apparentemente amorevoli (e, a dispetto delle credenze accusatorie attuali, assolutamente non «con cravatta veterotestamentaria»), nel quadro di violenze simboliche casalinghe, grazie pure agli aiuti dei «maestri del sospetto», fra cui Bourdieu.</p>



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<p>Nessun conto qui va pareggiato, perché non possibile: al male fatto da Caio il male eventuale di Sempronio non rende la pariglia e non sminuisce, così ciascuno «fa lo schifo» a modo suo e senza ridimensionare quello altrui. «Cosa succede?!», si grida alla macchinetta del caffè, al mercato e sul treno. <strong>La cronaca italiana efferata che riguarda donne uccise da uomini, tradotta negli opinionismi correnti fra ottusità e grossolanità e restituita tramite schede ipertrofiche, perdenti rispetto alla Realtà polimorfa e scivolosa, non permette digestioni e metabolismi dei «fatti», né pare offra vie di uscita utili a mettere le cose in sesto.</strong> Fra un relativistico «le ammazzatine passionali sono sempre esistite!» e un rusticano «siamo pur sempre nel Mediterraneo, Signora mia!», il panorama tedia e inganna. Mentre la socio-criminologia arrovella le meningi, nel dubbio che si tratti di tic contemporaneo o «tradizione» sovrastorica, nessuno si decide fra Immanenza e Trascendenza e intanto il cimitero degli ammazzati allarga i suoi confini. L’accanimento di esporre la violenza maschile come esclusivo meritevole di giudizio culturale e morale, lascia scoperto un fianco brutto che sembra voler accomodare e comprendere quando è la donna a uccidere i suoi figli, i suoi nonni o vicini di casa o neonati o chiunque altro, con svariati alibi pedagogici e didattici. Ebbene, cattiveria e violenza sono vera specialità di «casa Nonna Papera» (per la ricetta segreta citofonare Professoressa Austen o Ivy Compton Burnett, Signor Eschilo, Dottor Freud, Monsieur Shakespeare, Sir Ibsen…), <strong>insospettabile integrata, lavoratrice o in carriera, così brava a far pranzetti e ricevere ospiti, radicalizzata idealmente proprio dentro la sua casetta, fra amiche e dalla parrucchiera e meno per strada o al calcetto o al pub generico, e perciò meno leggibile da presidi scolastici, media e da polizie e questure.</strong> Trattasi di curiosa «attenuante di genere»? Oppure il Male compiuto da grembiuli sporchi di risotto alla pescatora e sugo all’amatriciana è di natura più blanda, o addirittura si potrebbe parlare di messianici «a fin di bene» o «non lo fo per piacer mio!»? Qualcuno domanda se per «difendere le donne!» gioverebbero, insieme ad altre giuste educazioni e attenzioni, meno autoassoluzioni e più manovre autocritiche sul ruolo primario in certi subdoli e prolungati giochi al massacro con Edipo, destinato un bel giorno a rendere la pariglia con la prima o seconda che passa, visto che Gertrude e la Signora Bennet, per definizione, non si possono uccidere. Ma se gli uomini tacciono e ingoiano rospi per quieto vivere, dovremmo dire «poveri loro» o «se la sono cercata!» <em>leur aussi</em> nel farsi dire «ecco qua!», e «imbecilli», tanto quanto quelle che, a detta del Bar Sport Ruttaiolo, escono con la minigonna alle tre del mattino?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="631" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-1024x631.jpg" alt="" class="wp-image-101822" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-1024x631.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-300x185.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-768x474.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1-600x370.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/persona-1.jpg 1291w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Volendo fare tabula rasa e ricominciare da zero in modo da vedere un po’ meglio (ora che le moltiplicazioni di patriarcati allevati a terra, diffusi e a chilometro zero, non solo non bastano a capire, lasciando in mutande, ma consegnano imperscrutate alcune prassi talmente crudeli da rendere perplessi sull’univocità della cause), si potrebbe ricordare che il ruolo affettivo ed emotivo primario lo conquistano spesso le ‘mammà’ e non i ‘papy’, non solo nel proverbiale Mediterraneo (vedi Bergman). Quando è così, quali massicci patriarcati saranno mai stati declamati e poi assorbiti, se molti tristi <em>pater familias</em>, quasi «richiedenti asilo», hanno scelto il mutismo e l’assenteismo o non hanno voluto parlare, e le matriarche hanno avuto il microfono invece perennemente «on», ai ricevimenti dei genitori e in soggiorno, con imposizioni, intromissioni, petulanze e rimostranze e lavaggi del cervello full-time, per promuovere un auspicabile «a propria immagine e somiglianza» nel bravo figliolo e una corretta imbalsamazione per decorosa immagine sociale? <strong>Ha fatto comodo agli uomini delegare alcune cose importanti, e ora è troppo tardi per lamentarsi di essere odiati e «non contare niente»?</strong> I padri in effetti, invitati gentilmente dalle partner a considerarsi tutto considerato emotivamente e psicologicamente accessori, invece di rifiutare l’oblio, si sono prestati al siparietto, <strong>attestandosi a burocrati dei lati aridi del vissuto e frequentando più i divani e i televisori o il lavoro che i pensieri dei figli, disertando la conversazione intima, le confessioni e i contatti che andassero oltre i consigli su caro-benzina, autobotti, cric o dichiarazione dei redditi.</strong> «Mentre le mamme compravano calzini, sciarpe e cappottini, i padri russavano in poltrona», direbbe Sora Cecia. In legami passionali e sentimentali di nullo o scarso livello, o anche dove solo uno dei due sia connotato da robusta barbarie, indifferenza e meschinità (virus facilmente trasmissibili), la partita del «potere» e della violenza simbolica tra madre e padre per conquistare attenzioni, rispetto (anche solo formale) e attaccamento, le genitrici la giocano da sempre sui dispotici non detti, sapendo che «gutta cavat lapidem», per cui piccole mosse di tattica generosità condurranno i prigionieri ad assecondare di qua e di là, instaurando poi quell’efficiente esercito di pollastri in un governo definitivo sulle qualità e quantità delle risposte emotive dei figli.</p>



<p>Infallibile Tanatoforìa travestita da sacro amore materno, di cui sono piene le fosse e le letterature; il bacio e l’abbraccio aracnoide della Grande Madre è cosa trita da Freud in poi (Lacan ammonisce circa i disastri qualora «la parola del padre non intervenga a svezzare la madre dal figlio e il figlio dalla madre»), ma anche in tempi antichi i tragediografi greci erano pienamente consapevoli di quali leggendarie cose è in grado di fare una madre grazie alla deprecabile Arte del Senso di Colpa. Ignorarlo, o è malafede o è assenza di «cultura generale», come sconoscere la data della seconda guerra mondiale. Eppure si intende rimuovere questa consapevolezza basica, in grado di evitare visioni parossistiche. Il risultato istantaneo, è la misandria preventiva e globale, che non porterà nulla tranne reparti psichiatrici più affollati e celibati fino all’ultimo, nonché incesti sottointesi e protratti. Ahinoi, non tutti i Telemachi ammutinati hanno avuto incontri putativi fortunati con Professori Keating, nonni migliori dei genitori, ammirevoli amici di famiglia, che potessero integrare con successo una madre più biologica che spirituale o un padre defilato avaro di indicazioni epocali, riferimenti cruciali, «belle immagini».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-101823" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/1616135979-34d6ae5f-4aaf-4017-9b51-c66f2f843e4c-large.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nella confusione generale prodotta da «analisi» sempre meno articolate, non si può che tornare a domandare cose apparentemente ovvie, visto che apodissi, asserzioni e pulpiti hanno fallito, nel crescendo di una camera a gas psico-pedagogica. <strong>Se il mito del padre è <em>soi disant</em> fascista, quello della madre è certamente bugiardo, filisteo e moralistico.</strong> Forse, invece dei ripetitivi e vuoti femminismi vessatori e degli sfottimenti ruttati dei maschilisti fra una pizza e una cozza, si inizia ad avvertire il desiderio di più acume e meno scandalo, di smascheramenti «alla pari» delle squallide intenzioni, più pepe da collocare all’unisono sotto il sedere di tutti i partecipanti. Uomini uccisori, a loro volta figli di donne, potrebbero avere in sé un tilt emotivo e interpretativo abbastanza misogino e fobico, non però consegnato da tv, tik tok, Punti Snai, trapper galeotti, pornografia e «daddy» maschilista, ma sperimentato talvolta grazie a mamme gelose, ossessivo-seduttive, incestuose, innamorate più dei figli che del disprezzabile partner? Se massicci ricatti morali e silenzi indesiderabili di mamme gelose, professioniste in desideri castranti ed egoistiche aspettative, hanno intristito infanzie e adolescenze e pubescenze, quanti danni e risentimenti verso l’altro sesso si saranno prodotti, quali «decentramenti» dell’io e dissesti idrogeologici nella psiche? E che genere di spaventosi <em>transfert</em> e inconsce proiezioni, anche molto ortogonali, potrebbero stimolare a voler «far fuori» simbolicamente non tanto la donna che hanno di fronte, quanto la madre simbiotica che ha soffocato un’espressione di sé (e in qualche caso anche un «modello» di padre?).</p>



<p><strong>Il dossier quotidiano circa un orgoglioso e sistematico punto di vista «rosa», sul mondo, sulla letteratura, sulla società, nella famiglia e nel lavoro, da ficcare a forza dappertutto</strong>, è diventato una tra le fonti più continuative e ricche per un fastidio assicurato, svolgendo tanto folklore e molto froufrou intorno a un serio e concreto problema, cioè chi deve rispettare chi e come, e quando e quanto. Non è più doveroso né scontato infatti che sia evidente e pienamente razionale una «questione femminile», se questa viene recapitata ai mittenti sotto forma di sfogo ossessivo, in una «uscita allo scoperto» dal bugigattolo patriarcale con in mano assorbenti e merletti e uncinetti, pretendendo attraverso questi mezzi poverissimi di riemergere dal buio, rileggere il passato e trionfare sulla Storia. I risultati ottenuti non sono molto positivi, se tanta mascolinità ridacchia alle loro spalle stufandosi invece che convincersi della realtà di cose anche molto gravi, al punto che non è chiaro a chi sia rivolto esattamente il grido di stanchezza e sdegno delle femministe o, in generale, delle donne molte arrabbiate: se queste parlano agli uomini, chiedendo ascolto e considerazione (secondo però il respingente format «siamo er mejooo deficienti!»), come potranno quelli presentarsi con piacere all’appuntamento per conversare? <strong>Se la convocazione alla «lotta per i propri diritti» avviene cercando maniacalmente visibilità appiccicandosi etichette e sfoggiando distintivi, conducendo quindi a una autoghettizzazione di tipo settoriale, chi risponderà all’appello in cui chi è convocato è simultaneamente invitato ad andarsene a quel paese? </strong>Il bisogno di ostentare contrassegni o comportamenti specializzati «al femminile» per marcare un’identità (o diversità?) certificandola inevitabilmente come superiore, nega il bisogno che tenta di rivendicare e squalifica le suf-frangette del Favoloso Mondo di Amelie in una posizione affine a quelli dei disprezzabili «pantaloni». E il «pink pride» sembra un concetto sempre più immaginario e laconico, specie se ritiene di conoscere e preservare lui solo tutta la sensibilità, poetica, etica, artistica, emotiva, a livello mondiale.</p>



<p>Ma se la violenza contro le donne, sanguinaria, reale e documentata, non viene mai mostrata anche secondo il suo altrettanto dolente e veritiero corrispettivo rovesciato, cioè tutto il violento che pure le donne attuano ed esattamente come gli uomini nelle forme più varie, in un’ampia gamma che va dal sottile al clamoroso-sventolato, qualcuno sarà tentato, legittimamente o no, di credere che la si combatterà non per il Male che rappresenta in generale, come prassi e teoria, ma unicamente per quello chirurgicamente ritagliato a suo favore? E quanta violenza (o sadismo infantile) ci sarebbe nel non evitare a tutti il grigiore di comportamenti brutali, ma solo quelli che si autocertificano come più meritevoli?</p>



<p>Secondo i prestigiosi settimanali ed editoriali, bisogna omologarsi agli striscioni e ai berrettini degli stereotipi, e sviluppare fuori e dentro l’impazzato Internet congetture su Lesbia amministratrice delegata di una multinazionale greca, Frida Khalo mandante occulto dello sbarco alleato, Monna Lisa ribelle antesignana delle opportunità pari, interpretazioni su Medea rivendicatrice sindacale della «resilienza» in famiglia, ritratti biografici di Maria Maddalena quale inaspettata scrittrice di romanzi sentimentali, anche in assenza di licenza elementare.</p>



<p>Quante e quali straordinarie, impensabili revisioni postume strategiche e «riletture», sempre più «inedite», «coraggiose» e a furor di popolo, potranno venir fuori dal cappello di studiosi, a riprova del fatto che in realtà Divina Commedia e Iliade non erano scritte da uomini ma da donne geneticamente modificate <em>ad hoc</em> pe ingannarci tutti? E quante decisive «istanze femminili», malevolmente occultate nei secoli dai <em>pater familias</em>, si celano ancora dietro le quinte delle più insospettabili piccole cose, apparentemente marchiate col fiocco azzurro?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="747" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-1024x747.jpg" alt="" class="wp-image-101824" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-1024x747.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-300x219.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-768x560.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133-600x438.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/vlcsnap-2017-07-07-21h46m16s133.jpg 1480w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>&nbsp;In anni che timbrano e tassano tutte le parole e ogni comportamento altrui senza nemmeno più chiedersi il perché, considerandosi in automatico «dalla parte giusta», non si capisce se sarà un bene o no ricordare le mille figure sgradevoli che popolano le scene di ogni giorno, dal tinello al salotto, in cattiverie e sopraffazioni emanate dal cosiddetto gentil sesso.</strong> A poco servono gli innumerevoli disegnini, aquiloni, sorrisini, palloncini, ridenti girotondini solidali e grembiulini fatti a mano, per chi non dimentica le numerose acrobazie crudeli della Matrone: strattoni ai loro disobbedienti bambinetti sui marciapiedi, urla militari provenienti dal bagnasciuga («eeesci subitoooo dall’a-c-q-u-a!») indifferenti al pianto, i musi lunghissimi per aspettative tradite in tarda età, i sistematici e sanguinari boicottaggi di nuore, le vendette trasversali, l’insofferenza alla sola idea che un figlio abbia (<em>lato sensu</em>) «una stanza tutta per sé», gli schiaffoni in portineria prima di salire dalla nonna.</p>



<p>Niente di nuovo sotto il sole, almeno per chi ha memoria onesta e non selettiva, <strong>ma a quanto pare è obbligatorio il ‘rimosso’ a tutti i costi e praticare indignazione al solo udire queste ovvietà quotidiane</strong> (ma Pasolini diceva «chi si scandalizza è sempre banale, e anche sempre male informato»). Come «regolare» quindi una serie di situazioni non divulgate e pubblicizzate da media e opinion leader, ma esistenti e incidenti nella società e nel soggetto? Fare finta di niente o provare timidamente a citarle quando serve? Attualmente, non sembra possibile dubitare del fine amorevole di tante miserie e angherie femminili, mentre è certo che quelle maschili ne abbiano solo uno deplorevole. Le donne sembrano poter offrire una lezione su cosa sia il Bene, possibilmente seriosa o furiosamente ironica, incluse le molte colpevoli fabbricanti di Edipi relitti (come quello di Woody Allen condannato a vedere, anche dopo morta, l’estenuante e repressivo faccione di mammà alto nel cielo, ostinato a perseguitargli le giornate con anatemi e «consigli» per soffocarne la Vita a oltranza).</p>



<p><strong><em>Rubina Mendola</em></strong></p>



<p><em>*Nell’articolo: immagini di Ingmar Bergman e dei suoi film</em></p>
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		<title>“Daddy” Plath, quel bastardo nazista! Storia sommaria della famiglia di Sylvia Plath</title>
		<link>https://www.pangea.news/sylvia-plath-biografia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2020 05:35:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Otto Plath]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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<p>Come Sylvia Plath, i suoi genitori, Otto e Aurelia, hanno dovuto sopportare un difficile fardello. La Plath ha usato i genitori – e tanti altri – come materia per la propria scrittura. Esistevano come persone reali, di cui desiderava le lodi, ma erano, allo stesso tempo, una risorsa per il proprio immaginario. Erano per lei, ma non per lei: uno specchio che rifletteva ogni possibilità, e che lei scandagliava, esaminandone la profondità, i reconditi. Cominciò a capire che nei genitori giaceva la radice delle proprie ansie, e, incoraggiata dallo psichiatra, dalla fine degli anni Cinquanta, cominciò a scagliarsi contro di loro, prima nei diari poi nelle poesie. <strong>La Plath rimproverava a suo padre l’assenza e alla madre la spudorata prossimità. Restavano caricature distorte, cementate nell’ambra. Nella poesia più celebre, <em>Daddy</em> Otto – che morì quando lei aveva otto anni – è un tiranno patriarcale, un “bastardo” nazista.</strong> Aurelia, infilata in <em>The Bell Jar</em>, è la martire armata che esige la perfezione della figlia. Ma se la Plath ha ereditato ansia e depressione dai genitori, è pur vero che da loro ha ricevuto pure l’intelligenza, la disciplina, l’ambizione.</p>



<p>Nel caso di Otto Plath, il mito ha oscurato la verità. Per molti lettori della Plath, Otto è il papà ariano e nazista. In effetti, Otto Plath, convinto pacifista che rinunciò alla cittadinanza tedesca nel 1926, aveva guardato con trepidazione all’ascesa di Hitler. Si atteneva a rigidi codici morali; si attendeva che gli altri facessero altrettanto. In una fotografia scattata quando era studente universitario nel Wisconsin, intorno al 1910, dà l’idea di un uomo che malsopporta gli sciocchi. Siede in primo piano, tra coetanei ubriachi, tenendo in mano il boccale. È un giovane serio e motivato, che non permette che i suoi ideali siano compromessi, anche se ciò significa rompere con la famiglia. Un rigore che agì profondamente nell’indole della figlia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="480" height="700" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/9780307961167.jpg" alt="" class="wp-image-81137" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/9780307961167.jpg 480w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/9780307961167-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></figure>



<p><strong>Almeno tre generazioni della famiglia Plath hanno vissuto nella provincia di Posen, nella Prussia occidentale, prima di trasferirsi negli Stati Uniti.</strong> Oggi Posen (Poznan) è parte della Polonia, nel cosiddetto ‘Corridoio polacco’: fu concessa dall’Impero tedesco alla Polonia dopo il Trattato di Versailles del 1919. Come il territorio dell’Alsazia-Lorena, fu oggetto di grandi contese, e di tensioni tra polacchi e tedeschi. Nonostante la maggior parte degli abitanti fosse polacca, Hitler tentò di annettere quel territorio nel 1939 in uno dei primi atti di aggressione che spinsero Francia e Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania. Sebbene Otto Plath abbia lasciato Posen nel 1900, ben prima dello scoppio delle due guerre, per Sylvia avrebbe sempre rappresentato il ritratto dell’aggressione imperialista tedesca.</p>



<p>Posen, la cui popolazione comprendeva tedeschi, polacchi ed ebrei, che vivevano in enclave etniche separate, era forse la provincia più povera della Prussia. Verso la fine dell’Ottocento, i tedeschi, attirati dalla fiorente economia industriale che si era sviluppata nel Reno e nella Ruhr, come dalla libertà americana, iniziarono a lasciare la regione in massa. <strong>Più di due milioni erano partiti agli inizi del Novecento, compresi i bisnonni paterni di Sylvia Plath, i nonni, gli zii, le zie, il padre. Il bisnonno, Johann Plath, era un contadino analfabeta, ma il nipote, Otto, sarebbe diventato professore ad Harvar, e la pronipote un poeta pionieristico.</strong> Il ‘perfezionismo’ di Sylvia, spesso ridotto a deriva patologica, deve essere compreso nel contesto storico e sociologico dell’immigrazione americana, che ha incorniciato la sua vita. Il desiderio di eccellere su tutti i fronti ha le sue radici nell’etica del lavoro, nello spirito tedesco che è la sua eredità.</p>



<p><strong>L’origine tedesca di Otto Plath era importante per la figlia. Sylvia ha scritto spesso di avvertire “in modo molto forte le mie radici tedesche”; le ha confessate all’amico di penna Hans-Joachim Neupert. “Sento una potente affinità con tutto ciò che è tedesco”, gli scrive nel 1949.</strong> “Penso che il tedesco sia la lingua più bella del mondo, e ogni volta che sento qualcuno parlare in tedesco o che ha un nome tedesco provo una improvvisa intimità segreta”. Quando leggeva Thomas Mann sentiva ribollire in lei una sorta di “orgoglio patriottico”; ascoltava Bach e Beethoven, leggeva Nietzsche e Goethe con la madre. La sua era una doppia eredità, però, poiché le era stato detto che durante la Prima guerra la famiglia di sua madre era stata molestata dai vicini irlandesi e italiani, a Winthorp, Massachusetts. Sylvia era preoccupata che durante la Seconda guerra alcuni membri della famiglia potessero essere internati in un campo per tedeschi americani. Il padre era stato arrestato nel 1918 dall’Fbi per presunte simpatie filo-tedesche. Nel dicembre del 1958 abbozzò sul suo diario la trama di un racconto – che sarebbe diventato <em>The Shadow </em>– centrato su una giovane tedesca americana trattata con sospetto dai vicini durante la guerra: “Il tema riguarda la consapevolezza di un complicato sistema di colpa a cui sono soggetti i tedeschi in una comunità ebraica o cattolica&#8230; Il bambino non può capire. Come può essere colpevole della detenzione di suo padre?”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="310" height="456" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro2-9.jpg" alt="" class="wp-image-81138" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-9.jpg 310w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-9-204x300.jpg 204w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></figure>



<p>Sylvia ha compreso, fin da giovane, che l’identità tedesca condivisa con il padre era in qualche modo pericolosa – fonte di segreta vergogna.</p>



<p><strong>I diari della Plath registrano la sua frustrazione nell’incapacità di padroneggiare la lingua tedesca. Ancora nel 1962 ascoltava dischi in lingua tedesca, si sintonizzava sul programma radiofonico tedesco della BBC. Poco prima di morire, nel 1963, ha assunto una ragazza alla pari di lingua tedesca. </strong>Sylvia era figlia di un immigrato tedesco e di una austriaca di prima generazione, che aveva studiato lingua e letteratura tedesca e conosceva il tedesco. I genitori di sua madre, gli Schober, parlavano tedesco in casa. Nonostante eccellesse in molte materie, non le veniva facile il tedesco. Alcuni biografi ritengono che il cognome Plath fosse in origine “Platt”, e che sia stato anglicizzato una volta negli Stati Uniti. Secondo un membro della famiglia, il cognome in Germania suonava come “von Plath”. I bisnonni paterni di Sylvia, John (Johann) von Plath e Caroline (Katrina) Katzsezmadek, nacquero nella regione di Posen rispettivamente nel 1829 e nel 1826. Johann era tedesco e luterano, Katrina polacca e cattolica: la coppia superò le divisioni per sposarsi negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Hanno allevato i figli come luterani, nonostante le tensioni religioni aleggiassero nella vita matrimoniale. Parlavano polacco e tedesco. Ebbero otto figli: Theodore, padre di Otto, nato nel 1850, era il maggiore. I sei che sopravvissero fino all’età adulta, emigrarono tutti in America, tra il 1882 e il 1901, e si stabilirono nel Nord Dakota, Illinois, Wisconsin, Oregon.</p>



<p>Il fatto che tutti i von Plath siano emigrati suggerisce che non prosperassero a Posen. Negli Stati Uniti diventarono fabbri e sarte, macellai, operai per le ferrovie. <strong>Mary Plath subì un destino particolarmente oscuro. Secondo le storie tramandate nella famiglia, si innamorò di un giovane di Cando, in Nord Dakota, mentre era in visita ai parenti. Rimase incinta, ma lui la lasciò per un’altra donna. </strong>Abbandonata e sola, si rifugiò in una pensione a St. Paul, Minnesota, dove muore di parto. La morte di Maria racconta del prezzo da pagare se si devia dai tradizionali codici di comportamento luterani.</p>



<p><strong>Il figlio maggiore di John e Caroline, Theodore Friedrich, sposò Ernestine Kottke (nata nel 1853) in una chiesa protestante di Posen, nel 1882. Lui aveva 32 anni, lei 29: fu un matrimonio tardivo, per l’epoca. Ernestine è la madre di Otto, la nonna di Sylvia Plath.</strong> Theodore ed Ernestine ebbero sei figli: Otto, Paul, Max, Theodore, Hugo, Martha, Frieda, tutti nati tra 1885 e 1896. Un altro bambino, nato quando Ernestine aveva solo 19 anni, fuori dal matrimonio, morì quasi subito. Ernestine crebbe i bimbi da sola, perché il marito si assentava per lunghi periodi: vendeva attrezzature dell’azienda McCormick in Germania, Polonia, Francia e Russia. Imparò molte lingue durante i suoi viaggi: un talento ereditato dal figlio Otto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro-7.jpg" alt="" class="wp-image-81139" width="356" height="557" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-7.jpg 320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-7-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" /></figure>



<p>Il lavoro di Theodore in Germania era stabile e ben retribuito: verso la fine del secolo, però, la McCormick fu restaurata e in seguito i familiari ipotizzarono che Theodore fosse stato licenziato. In ogni caso, Theodore partì da Amburgo il 3 marzo del 1901, approdando a New York sedici giorni dopo. A cinquant’anni, fu l’ultimo dei fratelli von Plath a emigrare. Approdò negli Usa con 125 dollari e nessun contratto di lavoro, con l’intenzione di trasferirsi dalla sorella Mathilde e dal marito, a Chicago. Ernestine salpò da Liverpool, arrivando a St. John, Canada, nel dicembre del 1901, con cinque dei sei figli piccoli. Si trasferì prima a Maza, in Nord Dakota, dove un fratello di Theodore, Emil, lavorava come fabbro, e dove dopo poco si riunì con il marito. Vissero a Maza fino al 1907; quell’anno si traferirono a Harney, Oregon; nel 1912 erano a Oregon City. Theodore era impiegato come fabbro e agricoltore.</p>



<p><strong>Da quel momento, Ernestine scompare dalle cronache. Ernestine Plath risulta morta nel settembre del 1919 all’Oregon Hospital for the Insane. Theodore l’aveva affidata al manicomio di Salem nell’ottobre del 1916.</strong> Aveva 63 anni. Secondo il modulo di ammissione, la sua salute fisica era stata “normale” fino al 1905, quando Ernestine accusò il primo episodio di “follia” nel Nord Dakota. Il medico che ha accolto Ernestine la trovò “molto depressa, intimidita… allucinata… non parlava”. L’infermiera osserva che era “ben nutrita, pulita, ma indifesa”. Dalle note ospedaliere sappiamo che la donna aveva i capelli scuri, gli occhi azzurri, era alta poco più di un metro e mezzo. “Si alza dal letto… pensa che qualcuno voglia ucciderla. Implora di tenerla tra di noi, ha paura di essere allontanata”. La diagnosi provvisoria del medico: “demenza senile”.</p>



<p><strong><em>Heather Clark</em></strong></p>



<p><em>*In questa pagina si pubblica parte di un capitolo, “The Beekeeper’s Daughter. Prussia, Austria, America, 1850-1932”, della nuova biografia dedicata a Sylvia Plath da Heather Clark. Il libro, edito da Penguin Random House, s’intitola <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/220043/red-comet-by-heather-clark/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Red Comet. The Short Life and Blazing Art of Sylvia Plath”</a></em></p>
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		<title>“Sarei uno sciocco se mi accontentassi della felicità domestica”. La maledizione di Hemingway, il padre-imperatore</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 04:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Ernest Hemingway]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura riguarda, sempre, un padre – e un figlio che gli si oppone. Non è necessario che il padre sia ‘biologico’: si scrive per invitare a duello un maestro, perché sia esatto all’ampiezza della propria intelligenza. Per garanzia di destino, Crono evira Urano, e memore della violenza divora i figli finché Zeus, grazie all’abilità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La letteratura riguarda, sempre, un padre – e un figlio che gli si oppone. Non è necessario che il padre sia ‘biologico’: si scrive per invitare a duello un maestro, perché sia esatto all’ampiezza della propria intelligenza. </strong>Per garanzia di destino, Crono evira Urano, e memore della violenza divora i figli finché Zeus, grazie all’abilità propria e all’astuzia della madre, riesce a vincerlo. Distratto da sé, Edipo uccide il padre, per strada; nella <em>Lettera al padre</em> Kafka istituzionalizza il terrore provocato dal genitore, come si sa, nel 1927, Sigmund Freud scrive il saggio <em>Dostoevskij e il parricidio</em>, a partire dal concetto che “Il parricidio è, secondo una nota concezione, il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo. In ogni caso è la fonte principale del senso di colpa, seppure forse non l’unica”. Tutti e tre <em>I fratelli Karamazov</em>, in effetti, avrebbero ragione di uccidere il padre, Fëdor Pavlović, per lo meno, hanno motivo di contrasto con lui, sono con lui in una sfida perpetua – sessuale, economica, etica. Il padre esiste come ancora e ostacolo e scandalo, pare – nel gergo evangelico la consonanza tra Gesù e il Padre è consustanziale, eppure, Gesù annienta il padre terreno, fittizio, Giuseppe, e adombra una priorità sul padre celeste, il Dio ebraico. Cristo pare prevalere su Dio, nonostante siano Uno.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77523 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-57-198x300.jpg" alt="" width="331" height="502" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-57-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-57-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-57.jpg 330w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" />In modo diretto – e crudele – chi crea crede alle proprie creazioni più che alle proprie creature. Per uno scrittore, i figli sono ‘modelli’, materia letteraria. O problemi. </strong>L’articolo <a href="https://theconversation.com/how-hemingway-felt-about-fatherhood-139801" target="_blank" rel="noopener noreferrer">pubblicato su “The Conversation” da Verna Kale</a>, <em>associate editor</em> dell’<a href="https://www.hemingwaysociety.org/hemingway-letters-project" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Hemingway Letters Project</a>, è, in questo senso, interessante. “Chiamato affettuosamente Papa, che tipo di padre fu Hemingway? Ho passato il tempo a investigare le circa 6mila lettere inviate da Hemingway nell’arco della sua vita. L’ultimo volume – il quinto – che raduna le lettere scritte tra il gennaio del 1932 e il maggio del 1934 offre uno sguardo sulla vita intima di Hemingway. Durante questo periodo, lo scrittore esplora il senso della paternità. Diciamo che i figli furono una distrazione da ciò che più di tutto gli importava: la scrittura”.</p>
<p>*</p>
<p>Dalla prima moglie (di quattro), Elizabeth Hadley Richardson, Hemingway ebbe un figlio, John, per tutti <em>Jack</em>, per i genitori <em>Bumby</em> – e in questa spoliazione dei nomi non può non esprimersi un destino. N<strong>acque nel 1923, Hemingway aveva 24 anni, aveva appena pubblicato qualche racconto e una manciata di poesie, a Parigi, Ezra Pound lo invitava a Rapallo, per il “Toronto Star” firmò un pezzo, <em>Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley Than Napoleon</em>, ricco di ipnotiche smargiassate</strong> (“In punta di piedi mi portai alle sue spalle per vedere cosa stesse leggendo con tanto rapito interesse. Era un dizionario Francese-Inglese… capovolto”) che “costò a Hemingway la censura di Mussolini in Italia” (così Masolino d’Amico in <em>Album Hemingway</em>, Mondadori, 1988). Insomma, stava diventando Hemingway a cazzotti. Da Pauline Pfeiffer, sposata nel 1927, Hemingway ebbe gli altri due figli, Patrick e Gregory. Il primo, soprannominato <em>Mouse</em>, che da adulto si trasferì in Africa offrendosi come esperto in safari a ricchi occidentali in cerca di fiere, nacque nel 1928, lo stesso anno in cui il padre di Ernest, Clarence, si ammazza, sparandosi, “lasciando la famiglia nell’indigenza” (Fernanda Pivano, nella <em>Cronologia</em> di: Ernest Hemingway, <em>Tutti i racconti</em>, Mondadori 1990). Il secondo, Gregory – per gli amici <em>Gigi</em> –, avrebbe avuto quattro mogli e otto figli, amava vestirsi da donna, aveva problemi di droga, nasce nel 1931. <strong>Hemigway, a quel punto, è già l’autore di <em>Fiesta</em> e di <em>Addio alle armi</em>, sta scrivendo <em>Morte nel pomeriggio</em>, regala alla moglie una casa a Key West e mentre lei partorisce lui flirta con Jane Mason “bellissima moglie di un funzionario della Pan American” (Pivano).</strong> Alla suocera, Mary Pfeiffer, Hemingway scrive: “Dovresti vedere cos’è Gregory… vado in chiesa ogni domenica, sono un buon padre di famiglia, almeno, faccio ciò che posso… un uomo sarebbe uno sciocco se si accontentasse di rifugiarsi nella felicità domestica, rifiutando il proprio lavoro: sarebbe una forma bieca di abbandono”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77524 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58-224x300.jpg" alt="" width="351" height="470" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58-764x1024.jpg 764w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58-768x1030.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58-1145x1536.jpg 1145w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-58.jpg 1193w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" />In forme diverse – scrivendo la propria autobiografia, o curando progetti editoriali legati all’opera del padre – i tre figli si occupano dell’eredità paterna, ne sono soggiogati. Nonostante la sua assenza – o proprio per quella: un padre/dio giace nell’invisibile, nell’incomprensibile. “Per Hemingway lavorare non significava semplicemente sedersi alla scrivania e scrivere. Comprendeva varie avventure: pesca, caccia, viaggi, amicizie. Sebbene abbia insegnato ai figli a pescare e a sparare, quando erano piccoli non esitava a lasciarli con le tate o con qualche familiare per molto tempo” (Verna Kale). <strong>In un racconto, <em>Padri e figli</em>, Nick Adams, alter ego di Hemingway, “cominciò a pensare a suo padre”. È in macchina e si accorge solo dopo del figlio, “seduto sul sedile di fianco al suo”, torturato dai ricordi.</strong> Il figlio chiede al padre del nonno: è un abile cacciatore, un uomo concreto, dalla mira eccelsa. “Quanti anni dovrò avere per avere un fucile e potermene andare a caccia per conto mio?”, chiede il figlio a Nick. E poi la domanda potente, “Perché non andiamo mai a pregare sulla tomba del nonno?”. “Noi abitiamo in un’altra parte del paese”, risponde Nick. E il figlio gli propone di comprare un ranch nei pressi della tomba del nonno, affinché possano morire insieme, padri, figli, nipoti, in una sorta di aurea continuità. L’ossessione per la morte è temperata dalla preghiera. In questo racconto è fisso ciò che è accaduto, ciò che verrà, l’intenzione e lo smarrimento.</p>
<p>*</p>
<p>Nel 1961, è il 2 luglio, Hemingway si spara in bocca, come aveva fatto il padre, anni prima, con un fucile. <strong>Al funerale partecipano i tre figli e i nipoti: accade il 5 luglio, per permettere a Patrick di rientrare dall’Africa. C’è anche Gregory, che non si parlava con il padre da dieci anni, dal 1951, dalla morte di Pauline, “da quando lo scrittore lo aveva accusato di aver fatto morire sua madre di crepacuore”</strong> (Masolino d’Amico). Dopo il Nobel per la letteratura, nel 1954, Gregory aveva scritto al padre un telegramma – per levarselo lietamente di torno, il padre gli inviò un assegno da 5mila dollari. Quel giorno, al funerale, Gregory incontrò Valerie Danby-Smith, segretaria particolare del padre dal 1959, aveva 21 anni – sei anni dopo se la sposò, sperando, forse, di diventare il padre. C’era anche il primo figlio, naturalmente, <em>Bumby</em>: sarebbe diventato un eccellente pescatore, un idolo nell’Idaho, dove lottava per la tutela dei fiumi e della riproduzione delle trote. Quell’anno sarebbe nata la sua seconda figlia, Mariel, attrice di pregio (nel 1979 reciterà in <em>Manhattan</em>, per Woody Allen); con sé aveva portato Margot. <strong>La piccola aveva sette anni, era nata nell’anno in cui ‘Papa’ aveva conquistato il Nobel, per questo la trattavano come una specie di amuleto. Fu una modella di altissimo successo, conquistando le copertine di “Time”, “Vogue”, “Elle”. La morte del nonno le fece percepire che tutto può finire, che tutto può morire.</strong> Si ammazza nel 1996, nell’appartamento di Santa Monica: il corpo, in ampio stato di decomposizione, fu scoperto il 2 luglio, il giorno in cui Hemingway decise di uccidersi. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Ernest Hemingway con il secondo figlio, Patrick, che diventerà cacciatore in Africa</em></p>
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		<title>Josephine Pasternak, la sorella geniale di Boris che nessuno conosce</title>
		<link>https://www.pangea.news/josephine-pasternak-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2019 04:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché amo queste vite censite dall’ombra? Forse per risarcire a morsi l’oblio. Forse perché in quelle vite – pur desiderando il predominio – vedo adempiere il mio destino. * Non penso sia un caso. Quando nasce Josephine Pasternak, nel 1900, Boris compie dieci anni e incontra per la prima volta il suo idolo, Rainer Maria [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Perché amo queste vite censite dall’ombra?</strong> Forse per risarcire a morsi l’oblio. Forse perché in quelle vite – pur desiderando il predominio – vedo adempiere il mio destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70552" aria-describedby="caption-attachment-70552" style="width: 311px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70552" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid-225x300.jpg" alt="" width="311" height="415" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid-1320x1760.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/disegno-leonid.jpg 1369w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" /><figcaption id="caption-attachment-70552" class="wp-caption-text">Lydia e Josephine Pasternak in un disegno del padre, Leonid</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non penso sia un caso. Quando nasce Josephine Pasternak, nel 1900, Boris compie dieci anni e incontra per la prima volta il suo idolo, Rainer Maria Rilke. </strong>Rilke è in Russia insieme a Lou Andreas Salomé, e quel viaggio incide sulla sua opera; va a far visita al pittore Leonid Pasternak, noto, tra l’altro, perché è l’illustratore dei romanzi di Lev Tolstoj. “Lo sconosciuto parla soltanto tedesco. Benché io conosca questa lingua alla perfezione, non l’ho mai sentita parlare a quel modo. Perciò lì, sulla banchina affollata, nell’intervallo tra due segnali di partenza, quello straniero mi sembra una silhouette in mezzo a dei corpi, una figura immaginaria nel pieno di ciò che immaginario non è”, ricorda Pasternak.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La famiglia Pasternak, intrisa d’arte, è fondata da Leonid e da Rozalija Kaufman, pianista di talento che abbandona la scena per la famiglia. Il 16 maggio 1958 così Boris la ricorda alla sorella Josephine: “La mamma era una splendida pianista.</strong> Proprio il ricordo di lei, del suo modo di suonare, del suo modo di trattare la musica, del posto che con tanta semplicità le aveva riservato nelle consuetudini quotidiane, mi mise nelle mani quella grande unità di misura con la quale nessuna delle mie successive osservazione poté poi reggere il confronto”. Boris, nato nel 1890, è il primogenito, cui segue Aleksandr, nel 1893 e Josephine, nel 1900. I tre fratelli nascono tutti in febbraio. Lydia, l’ultima, nasce nel 1902, in marzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Aleksandr Pasternak muore nel 1982, non abbandona la Russia, è architetto e urbanista, racconta brandelli della sua infanzia in un libro, <em>La nostra vita</em> edito da Excelsior 1881 nel 2009. Tra i momenti, trascelgo questo: <strong>“Esiste, forse, qualcosa di più importante che osservare la vita intorno a noi?</strong> Avevamo l’abitudine di star seduti per ore e ore accanto alle finestre, deliziandosi del movimento che aveva luogo nell’edificio delle Poste. Vi accorreva in continuazione moltissima gente”. Le due sorelle, invece, Lydia e Josephine, vivono con la museruola dei dimenticati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1921 la famiglia si separa: “Mia madre doveva farsi delle cure e mio padre avrebbe dovuto farsi operare a un occhio, cosa che a quei tempi a Mosca era impossibile.</strong> Partirono con la convinzione che, come più volte in passato, avrebbero trascorso qualche tempo all’estero, si sarebbero riposati e curati, e recuperate le forze, avrebbero fatto ritorno”, racconta Aleksandr. In realtà, l’operazione in Germania – dove Boris ha studiato filosofia, dieci anni prima – è un modo per sfuggire dalle pastoie della Rivoluzione. I coniugi Pasternak partono con le figlie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno prima, nel 1920, Boris fa un viaggio con la sorella Lydia, a Kasimov, “ex capitale del regno tataro, molto pittoresca”. <strong>Era in sintonia, piuttosto, con la sorella Josephine, a cui riconosceva una intelligenza superiore, una infallibile intelligenza: </strong>“da quando aveva 11 anni le leggeva le sue poesie, attendeva con ansia la sua approvazione” (Helen Ramsay).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70553 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro-fifty-poems-e1570285674321-190x300.jpg" alt="" width="217" height="343" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-fifty-poems-e1570285674321-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-fifty-poems-e1570285674321.jpg 286w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" />Accadono anni a spirale: nel 1938 nasce il figlio di Boris, chiamato Leonid “in tuo onore”, come scrive al padre. Evgenij era nato nel 1923, accolto da un distico, “Ero in miseria. C’era nato un figlio./ Rinunciai alla fanciullaggine”. Nel 1939 muore la madre, Rozalija; nello stesso anno vengono arrestati, in Russia, il marito e la figlia di Marina Cvetaeva. <strong>Nel 1945 muore il padre, Leonid, e Boris, squassato e rivelato a se stesso, comincia <em>Il dottor Zivago, </em>“è stato il desiderio di cominciare a dir tutto fino in fondo e a valutare la vita nello spirito dell’assolutezza di una volta, sulle sue fondamenta più vaste”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://jwa.org/encyclopedia/article/pasternak-lydia" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lydia Pasternak</a> divenne “Slater” nel 1935, sposando Eliot Trevor Oakeshott Slater, psichiatra di fama. Aveva cominciato a studiare medicina a Mosca, finì gli studi a Monaco, si trasferì a Oxford. <strong>Ebbe due figli, divorziò nel 1946: aveva interrotto da tempo, per la famiglia, la carriera scientifica. Si diede, dopo il Nobel al fratello, a tradurne le poesie, pubbliche, nel 1963, in un libro di successo</strong>, <em>Pasternak Fifty Poems chosen and traslated by Lydia Pasternak Slater. </em>“Un talento nell’ambito della chimica, assunta in un gruppo di ricercatori internazionali a Monaco, fu costretta a interrompere la carriera prima a causa dell’insorgere del nazismo, che la obbligò a trasferirsi in Inghilterra, poi per difficoltà familiari”. Si concentrò nel divulgare in UK l’opera poetica del fratello e quella pittorica del padre. Pubblicò due raccolte di versi, nel 1971 e nel 1974, raccolte ora in <em>Collected Verse, Prose and Translations </em>(Peter Lang, 2015). Muore 30 anni fa, nel breve corsivo del 10 maggio 1989, il “New York Times” titola: <em>Lydia Pasternak Slater, Poet, Is Dead at 87. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più interessante la figura di Josephine Pasternak: dal genio evidente – si dice che fosse lei a intrattenere Albert Einstein mentre il padre Leonid gli faceva il ritratto – dissipato nell’agone della depressione.  Josephine, dieci anni più giovane di Pasternak, l’ultima dei Pasternak – muore nel 1993 – ha l’indole più prossima a Boris.</strong> Si sposa nel 1924 con un cugino di secondo grado, Fëdor Pasternak, banchiere; si appassiona alla filosofia: nel 1931 ottiene il dottorato a Monaco. Nel contempo, pubblica alcune poesie con lo pseudonimo di Anna Ney. Nel 1938, l’anno in cui si trasferisce a Oxford, insieme ai genitori – il pellegrinaggio dei Pasternak è verso Ovest: fuggendo prima la furia ‘rossa’ poi l’ascesa nazista – pubblica il libro di poesie <em>Koordinaty </em>accolto con favore dal “Times Literary Supplement” (“sono poesie da leggere con rispetto, che appartengono alla tradizione, che istruiscono e trasformano”). Non pubblicò altro fino al 1981, quando edita <em>Pamyati Pedro. </em>Il legame con la famiglia, forse, castrò le sue aspirazioni. <strong>“La nostra famiglia era costituita da tre soli e da tre satelliti ad essi collegati. I tre soli erano mio padre, mia madre e Boris, i tre corpi celesti minori io, Aleksandr e Lydia”,</strong> scrive Josephine in un libro di memorie. La morte dei genitori fu devastante: “Quando morì mia madre fu come se l’armonia avesse abbandonato il mondo; quando morì mio padre sembrò che fosse sparita la verità”. Descritta come una donna affascinante, d’intelletto superiore, ma colta da crisi nervose, Josephine precipita in una depressione lancinante. La solleva, soltanto, occuparsi, insieme alla sorella, dell’opera del padre. Nel necrologio pubblicato <a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/learning/general/onthisday/bday/0210.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dal “New York Times”</a> a memoria della morte di Boris Pasternak è scritto, “I parenti di B.P. sono emigrati in Inghilterra dal tempo della Rivoluzione. Ha due sorelle, Lydia e Josephine, che vivono là e un fratello, Aleksandr, architetto a Mosca”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70554" aria-describedby="caption-attachment-70554" style="width: 344px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70554" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/Leonid_Pasternaks_children_1914-295x300.jpg" alt="" width="344" height="350" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Leonid_Pasternaks_children_1914-295x300.jpg 295w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Leonid_Pasternaks_children_1914.jpg 589w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" /><figcaption id="caption-attachment-70554" class="wp-caption-text">I fratelli Pasternak, in cima Boris, disegnati dal padre Leonid nel 1914</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ammirava la sua intelligenza a tal punto che oltre a leggerle le sue poesie, le faceva frequentare gli amici poeti. Una sera le fece conoscere il poeta Vladimir Majakovskij e Lili Brink”,</strong> <a href="https://www.independent.co.uk/news/people/obituary-josephine-pasternak-1495569.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricorda la figlia</a> parlando di Josephine. “Soffriva di crisi nervose, questo, credo, per le sue fervide convinzioni religiose: credeva nel peccato originale tanto che proprio lei – l’incarnazione dell’innocenza – si vedeva come una peccatrice che debba espiare le proprie colpe. Riteneva che il talento del padre fosse stato ingiustamente oscurato dal successo di Boris. Ha scritto articoli e rilasciato molte interviste; un epistolario con il regista Gordon Craig la sollevò dal torpore; dopo la morte del marito, nel 1975, preferiva stare in casa, ma non passava giorno che qualcuno non bussasse alla porta. Mia madre offriva aneddoti a tutti, era una donna incardinata nel passato”, ricorda Josephine. Lavorò per l’Ashmolean Museum, postumo è lo studio epistemologico <em>Indefinability. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A volte un cognome è una pietra? Se non si fossero chiamate <em>Pasternak</em>, cosa sarebbe stato di Lydia e di Josephine? Perché non osare una traduzione delle loro poesie? Nel 1934 Boris scrive al padre: “I tuoi soggetti migliori sono sempre stati Tolstoj e Josephine.</strong> Come li hai disegnati! Josephine sembra essersi adattata a quei disegni, realizzandoli nella sua vita”. Stretta tra il padre e il fratello, la sorella sembra una evocazione letteraria, un pretesto, creatura di carta, senza carne. Questa fragilità, questa ferita, questo sorreggersi, tra fratelli, da morti, è la meraviglia. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Leonid Pasternak, &#8220;Ritratto di Boris e Aleksandr&#8221;, 1905 ca., Ashmolean Museum, Oxford</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Molti vivono al margine del loro destino”: le lettere (inedite) di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 05:25:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando comprendo l’entità del materiale, stampo tutto, prendo la penna, leggo, sottolineo, dall’entusiasmo le falangi diventano fasi lunari, poi api. Un libro a cui convertirsi. Non sono uno Sherlock Holmes dei libri perduti, premetto. Facendo qualche ricerca superficiale intorno alla vita e all’opera di Alejandra Pizarnik, il ‘Rimbaud argentino’ – didascalia brutale ma efficace – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando comprendo l’entità del materiale, stampo tutto, prendo la penna, leggo, sottolineo, dall’entusiasmo le falangi diventano fasi lunari, poi api. Un libro a cui convertirsi. Non sono uno Sherlock Holmes dei libri perduti, premetto. <strong>Facendo qualche ricerca superficiale intorno alla vita e all’opera di Alejandra Pizarnik, il ‘Rimbaud argentino’ – didascalia brutale ma efficace</strong> – nata a Buenos Aires nell’esilio, da ebrei russi immigrati, suicida nel 1972, intima di Julio Cortázar, incrocio un fatto di cronaca culturale, una poesia, un nome. La cronaca culturale c’informa, <a href="http://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/" target="_blank" rel="noopener">ne ho già scritto,</a> che parecchi documenti della Pizarnik, sulla cui vita aleggia il pudore e in parte il disdoro, sono stati donati dalla sorella alla Biblioteca National argentina; <strong>la poesia, nota, accoglie questo poker di versi molto belli, “C’è, nell’attesa,/ un mormorio di lillà che si rompe./ E c’è, quando arriva il giorno,/ una divisione del sole in piccoli soli neri”. Il nome è Cristina Campo, a cui quella poesia, <em>Anelli di cenere</em>, è dedicata.</strong> M’informo meglio. Nei primissimi anni Sessanta – nel 1962, probabilmente – la Campo e la Pizarnik si conoscono, a Parigi. La prima studia, guarda, incontra; la seconda traduce, fatica, cerca di farsi largo nel fango del mondo letterario. Nel 1962 Cristina Campo, bellezza di algida eleganza, intoccata, ha 39 anni; Alejandra ne ha 26. Sembra un incontro tra la santa e l’ossessa, due caratteri, opposti, della stessa divinità ambigua. Le due, in qualche modo ignoto, si riconoscono – e si scrivono. Come si sa, attraverso le lettere – l’opera somma della Campo, fautrice di un epistolario tra gli assoluti e rapaci della storia letteraria – Cristina sonda, denuda, immerge alla sapienza. <strong>L’epistolario, di una trentina di lettere – non ci sono pervenute quelle della Pizarnik – in francese, è stato scoperto, una decina di anni fa, da Stefanie Golisch,</strong> autrice di studi su Uwe Johnson e Ingeborg Bachmann, traduttrice verso il tedesco, tra gli altri, di Antonia Pozzi, Charles Wright e delle poesie di Cristina Campo. Leggendo i diari della Pizarnik, nell’edizione tedesca, la Golisch viene a conoscenza dei legami tra la poetessa argentina e la Campo. <strong>Il passo successivo è snidare le carte della Pizarnik, <a href="https://rbsc.princeton.edu/collections/alejandra-pizarnik-papers" target="_blank" rel="noopener">custodite alla Princeton University</a>, da cui sbucano una trentina di lettere, alcune di formidabile bellezza. Il rapporto epistolare è censito dal gennaio del 1963 al 7 aprile 1970, concentrato per lo più, con tenace assiduità, fino al 29 gennaio del 1966. </strong>A testimonianza dell’importanza di questo legame vi sono anche una manciata di lettere di Elémire Zolla alla Pizarnik, tra il 1963 e il 1965. Il momento più alto del rapporto tra due personalità così dispari, tanto spaiate e inarrivabili, spiate dall’ispirazione costante e dal delirio della forma – <strong>“Davvero, che libro si è dissolto in tutte quelle lettere che ho spedito o non spedito a C.C.”, annota la Pizarnik nel suo diario</strong> – coincide con la morte dei genitori della Campo (tra il dicembre del 1964 e il giugno del 1965), a cui Cristina dedica la poesia più celebre, <em>La tigre assenza</em> – in esergo: <em>pro patre et matre – </em>inviata, in un biglietto dell’estate 1965 all’amica argentina, con altro dedicatario, <em>A Alejandra Pizarnik. </em>Dal carteggio, ancora inedito, prova di un rapporto d’elezione ustionante (“Non si può mettere uno contro l’altro l’angelo nero della notte e l’angelo bianco del giorno senza che ci sia una disfatta di entrambe le parti”, scrive Cristina nell’ottobre del 1963; <strong>“…il poeta, cioè l’aristocratico, ha la sua patria, la sua religione la sua famiglia: ce l’ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. È sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio”</strong>, così nel gennaio del 1965), e che raggela nella meraviglia il lettore, pubblico un residuo. Non prima di aver reclamato al dialogo la Golisch, autrice di una scoperta così importante. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_66109" aria-describedby="caption-attachment-66109" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66109" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-768x498.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-1024x664.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2.jpg 1228w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-66109" class="wp-caption-text">Lei è Alejandra Pizarnik (1936-1972)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le chiedo, intanto, sommariamente, di dettagliare alcune cose. Quando e come ha scoperto il prezioso epistolario? La Campo e la Pizarnik si conoscono a Parigi nei primi anni Sessanta: in quali circostanze? Quanti anni dura l’epistolario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio tramite l’edizione tedesca (2007) dei diari della Pizarnik, apparsi per la prima volta in spagnolo nel 2003, che scoprii che le due scrittrici si conoscevano. Come traduttrice della Campo, questo fatto suscitò subito la mia curiosità. Dopo una breve ricerca in rete trovai la segnalazione di uno scambio di lettere tra loro due. Mi feci spedire il carteggio dalla Princeton University <strong>e immediatamente intuii i tratti di una relazione molto intensa, ma altrettanto complessa e tormentata che per un determinato periodo doveva aver occupato uno spazio assai importante nella vita di entrambe le poetesse. </strong>Infatti, nei diari di Alejandra, i quali più che avvenimenti reali contengono riflessioni sul proprio stato d’animo, si trovano abbastanza spesso commenti riguardanti la sua relazione con Cristina. È naturale, però, che questi non possano compensare minimamente l’imperdonabile perdita delle lettere. Non so – e credo che non si possa sapere – in quali circostanze precise le due autrici si conobbero, probabilmente tramite comuni conoscenti in occasione di un viaggio di Cristina Campo a Parigi. L’epistolario è durato dal 1963 al 1970.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle lettere, la Campo si prodiga in consigli, in suggerimenti relativi a relazioni che la Pizarnik avrebbe dovuto coltivare. È materna, e colta. Dalle frasi dei diari, che lei ha riportato, però, pare che la Pizarnik non amasse l’aristocratica freddezza della Campo, è così? Soprattutto, cosa pensava della poesia della Pizarnik la Campo (dedicataria di una poesia dell’argentina, per altro)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ricostruire ciò che Alejandra <em>pensava </em>della sua relazione con Cristina, ma non sapere con quale tono lei si rivolgesse effettivamente all’amica. E questo fa una grande differenza. Io intuisco – anche dal tono delle riposte della Campo che rimane sempre molto pacato – che Alejandra non si era lasciata andare come lo fa nei diari, dove si sfoga e rimprovera alla Campo, appunto, di essere fredda, non umana, una specie di cervello su due gambe. <strong>Bisogna considerare, credo, che si trattava di un vero e proprio innamoramento reciproco, destinato quindi a seguire tutte le tappe: dall’entusiasmo iniziale, l’illusione di aver davvero trovato l’anima gemella, fino all’inevitabile delusione nello scoprire la diversità dell’altro</strong>, la separatezza definitiva, la solitudine ultima. Sicuramente la Campo stimava la poesia della Pizarnik, ma credo che la spaventassero anche.  Comprende i tormenti dell’altra, ma non li tollera, così come non li può tollerare in se stessa. E assume un atteggiamento quasi materna, è vero, lo stesso atteggiamento, direi, che assume anche davanti a se stessa e che deve combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua esegesi, lei afferma che la Pizarnik raffigura il caos della vita e la Campo la ricerca dell’armonia, una è la rottura con i tradizionalisti l’altra una geniale interprete della tradizione. Sembrano gemelle opposte. Cosa le accomuna, allora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente l’intensità del vivere. <strong>L’altissimo grado di sensibilità e la ricerca di un assoluto. E non solo ogni tanto o solo nella scrittura, ma in ogni singolo istante della vita.</strong> E quindi l’enorme fatica di vivere. La stanchezza. La disperazione. Diceva la scrittrice Ivonne Bordelois, una amica di Alejandra Pizarnik, sul suo rapporto con Cristina Campo, che si davano a vicenda ciò che nessun’altro riusciva dare loro. In Cristina e Alejandra si incontrano due antipodi sui generis che nella massima diversità dell’interlocutrice riconoscono una parte fondamentale del proprio essere. <strong>Cristina in Alejandra, la sua fisicità repressa, Alejandra in Cristina la sua</strong> <strong>spiritualità sommersa</strong>. Sembrerebbe uno di quegli incontri necessari che si fanno nella vita, bellissimi, dolorosissimi, ma senza i quali è impossibile diventare ciò che si è – per dirlo con un motto antico. Cristina Campo e Alejandra Pizarnik si sfiorano soltanto, poi, come delle comete smarrite, tornano nella propria orbita, per andare laddove <em>devono</em> andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66110 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg" alt="" width="149" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro.jpg 240w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />In che contesto, nella vita di entrambe, si colloca questo scambio di lettere? A suo avviso si può parlare, nell’opera dell’una e dell’altra, di una reciproca influenza, per quanto parziale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei insistere su questo concetto: quando Cristina e Alejandra si conoscono, si conoscono già. <strong>Per quanto apparentemente diverse se non opposte, c’è qualche cosa che le accomuna e cioè l’ossessione del proprio io. Delle sue ferite e delle sue potenzialità. La convinzione che tutta la bellezza della vita si gioca dentro ogni singolo essere umano.</strong> Cristina Campo, la raffinata scrittrice e studiosa, molto discreta con la sua vita volutamente appartata, la sua naturale eleganza di altri tempi, che disprezzava i cosiddetti circoli letterari, dicendo di se stessa  <em>di aver scritto poco e di aver voluto scrivere ancora meno </em>e Alejandra Pizarnik, l’eterna ragazza dai tratti geniali, psichicamente labile che si compiaceva nel ruolo di uno sfrenato Rimbaud al femminile e che voleva <em>fare del suo corpo il corpo della poesia.</em> Sostiene George Bataille che quando due persone s’innamorano, sono le loro ferite che s’innamorano. Il compimento dell’amore sarebbe dunque il momento del massimo dolore: quando le due ferite si posano una sopra l’altra. <strong>Probabilmente ciò che Alejandra e Cristina avvertono istintivamente una nell’altra è la radicalità con cui la vita si misura in loro secondo i gradi d’intensità.</strong> Sotto la soglia della massima intensificazione di ogni attimo, nulla vale. Ciò che conta non sono tanto i mezzi della ricerca – abbandono incondizionato ai piaceri del mondo o elevazione spirituale – quanto il bisogno di bruciare vivi. Cristina Campo sublimerà la sua natura seguendo l’ideale della perfezione – a tutti i livelli –, per Alejandra significa: resistere giorno per giorno nella spietata battaglia tra l’io e il mondo. Perché soltanto a chi non diserta e non si risparmia, a chi si espone coraggiosamente alle sfide mortali che la vita gli lancia, sarà concesso di formulare – per dirlo con un’espressione di Ingeborg Bachmann – <em>wahre Sätze</em>, frasi vere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Della Campo è stata setacciata parte cospicua dell’epistolario. Oltre alle celebri “Lettere a Mita”, all’epistolario sontuoso con Alessandro Spina, sono state pubblicate le lettere a Remo Fasani, a Gianfranco Draghi, a Leone Traverso. Sembra strano che il rapporto con la massima poetessa argentina del secondo Novecento non abbia ancora avuto una eco editoriale: come lo spiega?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è pronto per chi lo voglia leggere! Non è stato ancora pubblicato perché la portavoce degli eredi di Cristina Campo mi ha vietato – per motivi a me inspiegabili – la pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domenica, [fine] 1965  </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mia cara Alejandra,</p>
<p style="text-align: justify;">la morte che svela il proprio volto – e la scoperta della propria appartenenza: credo che siano due avvenimenti della stessa natura che si manifestano volentieri assieme. <strong>Il male non è nell’innocenza che ignora questo fatto, ma nella letteratura volgare che il mondo pone come uno schermo tra l’innocenza e la sua lacerazione definitiva, inevitabile e giusta.</strong> E così succede che molti vivano tutta la loro vita al margine del loro destino. Questa gente parla della morte, dell’appartenenza e di tutti gli altri misteri come di <u>esperienze</u>: parola satanica che impedisce ogni iniziazione&#8230; Li sfugga. Stia lontana da loro. <strong>La sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza. Lei sa meglio di me che l’infanzia non si ritrova che in fondo al cerchio: è perduta ogni volta che ci si volta verso di essa, come Euridice.</strong> Essa non vuole altro che ritornare, da se stessa, incontro a noi. Mi perdoni se sentenzio e predico – e abbastanza caoticamente per giunta. So che Lei sa leggere altrettanto velocemente quanto io sappia scrivere. Credo d’altronde di avere già risposto, senza saperlo, alla Sua lettera angosciata. Le parlavo, nella mia ultima, della Sua tradizione: ed è proprio questo che si è manifestato al Suo spirito sotto la maschera della paura. La Sua appartenenza, come la morte stessa, non può che ridiventare tradizione, se Lei vuole che sia salvata in tutta la sua ricchezza. Non ci resta veramente che questo catecumenismo in extremis: sola distinzione assoluta di fronte alla normalità dell’orrore. <strong>Non riesco a dirLe di più. Non si può che toccare con estrema prudenza questi luoghi di salvezza, questi arbusti ardenti. Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido. </strong>(Parlo con una certa ingratitudine, in quanto l’unico psicologo che abbia conosciuto fosse un bravo uomo; e sa quale fu la sua prima domanda? “A che punto è lei con la sua tradizione?” Allora non compresi questa parola centrale; compresi tuttavia che fosse un uomo raro). Le sue “assenze”, per quel che mi sembra, sono una sorta di “fuga verticale”, davanti alla volgarità. E Borges può benissimo essere volgare; le sue debolezze lo sono (dipendenza dalla madre che coltiva la sua cecità, flirts senza speranza, orrore superstizioso, veramente “da niño” per la contemplazione ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">L’abbraccio, mia cara Alejandra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al saggio, è evidente che mi piacerebbe darLe qualcosa di più recente. Ma tutti i miei nuovi saggi sono incompiuti. Quanto tempo mi darebbe, tuttavia, se la rivista si facesse? In ogni caso, grazie per il Suo gesto di benvenuto che mi commuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sua Cristina</em></p>
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		<title>I consigli di Rainer Maria Rilke: leggete il diario di Leonora Christina Ulfeldt, la figlia del re che passò dalle stelle alla cella, dalla corte al porcile, certa che “il carcere conduce al cielo”</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2019 07:42:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le preziose incastonature che arricchiscono il Malte di Rilke, ovvero quei consigli di lettura da seguire come briciole, per sbattere contro i dettagli che contano dell’opera di uno dei più grandi del ’900, ritroviamo l’accenno alle memorie – rimaste sepolte per circa centosettant’anni – di una nobile danese del ’600, Leonora Christina Ulfeldt che, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le preziose incastonature che arricchiscono il <em>Malte </em>di Rilke, ovvero quei consigli di lettura da seguire come briciole, per sbattere contro i dettagli che contano dell’opera di uno dei più grandi del ’900, ritroviamo l’accenno alle <strong>memorie – rimaste sepolte per circa centosettant’anni – di una nobile danese del ’600, Leonora Christina Ulfeldt che, nel <em>Jammers Minde</em>, ci racconta gli anni della sua reclusione nella prigione del castello di Copenaghen</strong>, chiamata la Torre Blu – da cui il titolo della traduzione italiana <em>Memorie dalla Torre Blu</em> (Adelphi, 1971). Tra sorci e larve che scorrazzano su un pavimento di escrementi, in un inoperoso andirivieni di preti, carcerieri, prigionieri spaventati dalla libertà, donne di compagnia infanticide e serve ubriache, tutti ammassati e ammalatisi nell’insana aria di prigione, per il buio e la fame, si muove, al centro dell’opera di maggior pregio del ’600 danese, una distorta allotropia del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scelta di questo soggetto da parte di Rilke è in linea con il suo essersi perso a più riprese, sia nella vita che nel suo romanzo, nelle trame nordiche e nella sua proverbiale smania aristocratica, che lo portò ad attribuirsi immaginarie nobili origini.</strong> I motivi dell’invenzione della sua ascendenza blasonata si ritrovano nel suo desiderio di abbarbicarsi ad una trama fitta e compatta di esistenze indelebili, nella brama di rivendicare una memoria inalterabile e indeformabile, così da tenere un panno sugli occhi della morte e palesare un retaggio solido, fino a scolpire il tentativo sulla lapide e mostrarlo a tutti con uno stemma.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è l’attaccamento a questa concezione di memoria, come qualcosa che supera il limiti del ricordo individuale e diventa masso erratico degno di riverenza, che induce Rilke ad ammiccare, sebbene di sfuggita, al personaggio di Leonora Cristina. <strong>Essa è la figlia di Cristiano IV, la «incomparabile» Eleonore sul suo cavallo bianco, raffigurata nel <em>Malte </em>in un quadro della galleria di Urnekloster prima di cadere in disgrazia, prima dei ventidue anni di carcere e prima della stesura del suo diario.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La vera storia della nobildonna è in realtà nell’antefatto della propria opera, in tutto quello che la donna vive prima di scrivere. Il declino di una famiglia nelle grazie del re Federico III, il brusco avvitamento della loro privilegiata condizione, i folli intrighi del marito demente che lo spinsero a congiurare contro il re, segnarono il destino della donna. <strong>Da regina della mondanità di corte Leonora Cristina si conquistò il ruolo di regina dei porci, signora della Torre Blu, ma sempre facendo del pudore una bandiera della sua condizione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66137 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-leonora-191x300.jpg" alt="" width="140" height="220" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-leonora-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-leonora.jpg 600w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Il compito di portare il carico delle colpe del marito, negandole fino alla fine, è svolto grazie alla profonda e radicata consapevolezza del suo ruolo di donna, senza mai pronunciare la parola amore, che pur è sottesa. Nei confronti del proprio genere la Ulfeldt portò avanti una vera e propria lotta contro le prevaricazioni, contro l’idea diffusa di donna come essere fragile nello spirito e nel corpo, lavorando ad una raccolta di biografie delle donne più famose della storia della cui stesura ci parla anche nelle <em>Memorie</em>: <strong>«Presi nota e tradussi in danese dei passi in cui si parlava di donne di vario rango e nascita, che i diversi autori celebravano come donne intrepide, fedeli, caste, sagge nel governo delle cose, costanti, pazienti e piene di dottrina».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La tenacia nel sopportare la propria condizione, si tramuta in approccio sovversivo alla reclusione, diviene un graduale appropriarsi del marcio ambiente, in cui, così come fuori, si svolgono, più rabbiosi e animaleschi, gli stessi intrighi della corte. Il nobile candore maschera il tentativo di circuire i suoi avversari, che porta Leonora Christina ad accaparrarsi concessioni e privilegi anche all’interno del carcere stesso; <strong>tra queste concessioni proprio quella di poter scrivere le proprie memorie, come una lunga favola raccontata per i figli e per il re stesso, a testimonianza della propria (presunta) innocenza.</strong> L’interiorizzazione di questo mondo conduce – non solo Leonora Christina – ad un insolito e malato attaccamento verso l’opposto dell’idea di libertà, come dimostra la vicenda di Christian, il prigioniero ribaldo e miscredente che, una volta divenuto libero «lo trovarono morto in mezzo ad un campo. Tutto lasciava intendere che si era ammazzato, perché gli trovarono una lunga carabina tra le gambe, con la canna rivolta al petto e in mano aveva un lungo bastone che gli era servito per premere il grilletto». <strong>La stessa Leonora Christina, ritrovatasi sola dopo la scarcerazione, opta per la reclusione nell’antico convento di Maribo, in cui passerà i suoi ultimi tredici anni di vita; una riprova del fatto che ella non potesse più fare a meno di quelle strette mura che erano ormai parte integrante della sua persona.</strong> A tal proposito ricordiamo le parole scritte ai figli dopo undici anni di prigionia: «patire il carcere senza colpa non umilia, ma esalta l’onore di una persona».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nella stasi della galera, l’unico “personaggio” mobile sembra essere la provvidenza; Dio resta l’unico ponte con l’esterno. La fede, duramente messa alla prova ma mai incrinata, contribuisce non solo a concedere speranza ma a esautorare la Ulfeldt da ogni brama di vendetta. <strong>È il Signore che agisce per lei, come un regolatore di conti, e la donna vuole dare atto di questa vicinanza dell’altissimo sia a noi che ai suoi figli con un macabro elenco numerato di tutti coloro che, coinvolti nella condanna, sua e del marito, sono morti in circostanze tragiche e pietose, secondo una strana legge del contrappasso. </strong>Chi l’aveva con le mani frugata nell’intimo prima di condurla in cella adesso era maneggiata invano dai cerusichi per tagliarle e bruciarle le pustole della malattia che la condusse comunque a morte. Chi l’aveva segnata con sguardi di cattiveria era stato strappato alla vita mentre si trovava in una latrina e trovato esanime dalla servitù. Chi si compiacque della sua sorte, e aveva vissuto facendosi scherno di Dio, lasciava questo mondo bestemmiando sul letto di morte in preda alla follia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Recuperare la storia di Leonora Christina Ulfeldt, così come ci suggeriva di fare Rilke, è conservare uno scorcio di epica moderna, è avere sullo scaffale di casa il vero racconto di un’anima</strong> a noi lontana che è stata capace di elevarsi lì dove, di solito, avrebbe vinto chi puntava verso il basso. «Insomma, il carcere conduce al cielo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Maurizio Allegretta</em></strong></p>
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		<title>“Un bambino di un anno, sano e ben nutrito, è l’alimento più delizioso di tutti”: ecco perché 290 anni dopo la “Modesta proposta” di Swift è il libro più corrosivo di sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 07:36:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima dei sei anni, i bambini non ce la fanno a campare di furti, quindi: meglio farli fuori. Anzi: mangiarli, cucinarli a puntino; in umido, arrostiti, al forno, bolliti. Parola del reverendo Jonathan Swift, decano della cattedrale di St Patrick a Dublino. Sono passati quasi tre secoli, duecentonovanta anni, da quel 1729, la crisi economica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Prima dei sei anni, i bambini non ce la fanno a campare di furti, quindi: meglio farli fuori. Anzi: mangiarli, cucinarli a puntino; in umido, arrostiti, al forno, bolliti. </strong>Parola del reverendo Jonathan Swift, decano della cattedrale di St Patrick a Dublino. Sono passati quasi tre secoli, duecentonovanta anni, da quel 1729, la crisi economica affligge l’Irlanda, la miseria è ovunque. “Che cosa malinconica, per coloro che passeggiano per questa grande città o viaggiano nel nostro Paese, vedere nelle strade principali e secondarie, e sulle soglie delle casupole, branchi di donne che importunano i passanti chiedendo l’elemosina, con al seguito tre, quattro o sei marmocchi coperti di stracci”. <strong>Le prime parole del pamphlet <em>Una modesta proposta </em>(titolo completo: <em>per evitare che i figli degli irlandesi indigenti siano di peso ai genitori o al Paese, facendone un beneficio per tutti</em>), a cura di Luciana Pirè (con testo originale a fronte, edito da Marsilio) hanno gambe da gigante per camminare, oltrepassano i secoli, come fossero centimetri.</strong> La tesi curiosa e senza tempo: per sconfiggere sovrappopolazione e disoccupazione il rimedio è semplicissimo, è l’antropofagia. <strong>Si mettano in vendita i figli più grassi e, cucinati a puntino con varie ricette, contribuiranno al welfare della nazione.</strong> <em>Ucci ucci sento odor di cristianucci</em>, le parole del racconto di Pollicino acquistano, nel delizioso saggio del geniale autore de <em>I viaggi di Gulliver</em>, un registro satirico e politicamente scorretto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66103 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/swift-199x300.jpg" alt="" width="138" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-768x1158.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/swift.jpg 1087w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" />Corrosivo e vitale, Swift – che pubblica la prima volta <em>A Modest Proposal</em> in forma anonima a Dublino, nell’ottobre 1729 – non prescinde mai dalla corporeità, dalle sue potenzialità mai esaurite</strong>, come scrive nell’utile <em>Introduzione</em> Luciana Pirè. La tesi della <em>Proposta</em> è corroborata da molti esempi e da spietate argomentazioni a sostegno. Un primo sguardo ai commercianti: “mi assicurano che un ragazzo o una ragazza non sono merce vendibile prima di dodici anni e che, anche quando raggiungono quest’età, non rendono più di tre sterline, o al massimo tre sterline e mezza corona secondo le quotazioni del mercato”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allusione al tema del cannibalismo nel nuovo mondo non è troppo velata ed è venata di riferimenti politici al partito dei Whig da cui Swift, a quel tempo, stava prendendo le distanze. <strong>“Un americano che ho conosciuto a Londra, da buon intenditore, mi ha garantito che un bambino di un anno, sano e ben nutrito, è l’alimento più delizioso, nutriente e salutare, sia in umido, arrostito, al forno o bollito: e non ho dubbi che possa rendere lo stesso ottimo servizio in <em>fricassée</em> o al <em>ragoȗt</em>”.</strong> Oltretutto i bambini non sono figli santificati da un vincolo di matrimonio, ma sono più che altro, diremmo noi oggi, <em>figli della serva</em>. I bambini costano e il trattatello di antropofagia infantile prevede anche sadici suggerimenti per le puerpere in allattamento: “consigliando sempre alle madri di lasciarli poppare in abbondanza nell’ultimo mese in modo che arrivino grassi e carnosi su una buona tavola”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il bambino entra così nel menù: “un bambino basterà per due portate in un pranzo tra amici: se invece la famiglia è senza compagnia, ricaverà porzioni ragionevoli dal quarto anteriore o posteriore; e, lessato e condito con un po’ di pepe o sale, sarà molto appetitoso il quarto giorno, specialmente d’inverno”.</strong> Già nei <em>Viaggi di Gulliver</em>, si notava l’interesse squisito di Swift per i diversi tipi di carne. Il gigante legato riceveva, infatti, dai piccoli abitanti, carne di “parecchi tipi di animali”, spalle, cosce, lombi, dalla forma di montone, sapientemente cucinati. Lo studio di Swift è approfondito e contempla i mesi in cui il mercato è più florido: “la carne infantile sarà di stagione tutto l’anno, ma più abbondante in marzo, e un po’ prima e un po’ dopo questo mese. Un autore serissimo, ed eminente medico francese, ci racconta infatti che nei paesi cattolici, dove una dieta a base di pesce è ritenuta propizia alla fecondità, nascono più bambini all’incirca nove mesi dopo la Quaresima che in ogni altra stagione”. Non potranno mancare i mattatoi appositi e nemmeno i macellai pronti a lavorare la carne tenera e ancora calda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’altra riflessione nasce dall’attenta distinzione di genere nella carne: “la carne dei maschi infatti, stando a quanto un mio conoscente americano ha verificato per reiterata esperienza, è in genere stopposa e magra</strong> come quella dei nostri scolari, a causa del loro continuo movimento, e il sapore non è gradevole, sicché metterli all’ingrasso non varrebbe la spesa”. Del resto, non si muore solo sotto la fredda lama di un coltello, anzi: “è risaputo che per il freddo, la carestia, la sporcizia e i pidocchi, ne muoiono e ne marciscono ogni giorno con la rapidità che ci si può ragionevolmente aspettare”.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione, si ridurrebbe il numero dei <em>Papisti</em> che, poi, sono i più prolifici d’Irlanda. Tale abbondanza di carne ingrasserebbe anche gli osti che, con tale prelibatezza, potrebbero arricchirsi. Per non parlare dell’incoraggiamento alle nozze, alla premura delle madri verso i figli, all’amorevolezza dei mariti verso le mogli in dolce attesa (che, normalmente, le gonfiano di botte). <strong>“Gli uomini sarebbero affezionati alle mogli durante la gravidanza, come lo sono ora alle cavalle pregne dei puledri, alle mucche dei vitelli o alle scrofe in procinto di sgravarsi; e, per timore di un aborto, non le riempirebbero di pugni e calci (usanza fin troppo frequente)”. </strong>La carne in scatola – o più precisamente “manzo in barili” – darebbe avvio ad un deciso export del settore. E ridurrebbe l’import: in Irlanda indurrebbe all’acquisto di beni nazionali. Insomma una facile politica economica, a costo zero, in grado di rialzare l’Irlanda dalla genuflessione verso lo sfruttamento colonialista dei governanti britannici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore corrosivo, acclamato come patriota irlandese, <em>ibernico</em> – lui che non amava l’Irlanda, nato da protestanti di origine inglese, la sua <em>modesta proposta</em> è volta unicamente al bene comune &#8211; si mette al riparo: <strong>lui non potrà ricavare un penny dai suoi figli, il più piccolo ha già nove anni e per la moglie si è già fermato ormai l’orologio biologico. La proposta è sarcastica, indecente ma del resto lo è anche la povertà, ieri come oggi.</strong> Cinque anni prima di morire, Jonathan Swift scrive anche il testamento, lascia le sue sostanze per la creazione di un manicomio che sarà aperto nel 1757: “Saint Patrick’s Hospital”, o del dott. Swift, come si chiama ancora oggi. I matti, i visionari, si sa, non muoiono mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>*<em>In copertina: Peter Paul Rubens, &#8220;Saturno&#8221;, 1636, Madrid, Museo del Prado</em></p>
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		<title>“Hanno gli occhi nelle stelle e l’anima nel mare”. Viaggio verso Nord (se non sappiamo pensare in modo poetico, ci rubano lo spirito)</title>
		<link>https://www.pangea.news/hanno-gli-occhi-nelle-stelle-e-lanima-nel-mare-viaggio-verso-nord-se-non-sappiamo-pensare-in-modo-poetico-ci-rubano-lo-spirito/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 06:04:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Primi del Novecento. Un pittore di Zurigo, figlio di uno scultore d’opere d’arte funeraria, cresciuto artisticamente a Monaco di Baviera, si aggira, in pieno inverno, nel parco di Nymphenburg. Ha le manopole alle mani. Dipinge ciò che nessuno vuole dipingere; dipinge quando nessuno si sogna di dipingere. “Ha fatto del quadro invernale, del simbolo della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Primi del Novecento. Un pittore di Zurigo, figlio di uno scultore d’opere d’arte funeraria, cresciuto artisticamente a Monaco di Baviera, si aggira, in pieno inverno, nel parco di Nymphenburg. Ha le manopole alle mani. <strong>Dipinge ciò che nessuno vuole dipingere; dipinge quando nessuno si sogna di dipingere. “Ha fatto del quadro invernale, del simbolo della nostra esistenza che con la luce del sole e l’atmosfera glaciale diventa una parabola della vita che sfiorisce, una specialità della sua arte”,</strong> scrive di lui Georg Biermann, nel 1909. Questo pittore è Fritz Osswald. Il gelo dona una particolare fermezza al suo braccio. Osswald è un pittore ossessionato dal bianco – dipinge ossessivamente montagne innevate. Ricostruisce l’estremo Nord in un parco di Monaco di Baviera, vuole carpire il segreto del bianco. Infine, la neve gli prosciuga la vita. Nel 1914 Fritz Osswald appare tra gli artisti di Darmstadt, la colonia utopica costituita da Ernst Ludwig di Assia, con l’intento – tipico dell’epoca – di fondere istinto artistico a impeto etico. Nel 1909, comunque, Osswald è un divo della pittura: Wilhelm Michel (autore di importanti studi su Rainer Maria Rilke e su Friedrich Hölderlin) recensisce “il grande successo dei suoi paesaggi innevati” (<em>Deutsche Kunst und Dekoration</em>). Finirà, nel coacervo delle avanguardie, in fuga, misconosciuto – muore nel 1966, ai paesaggi montani, madidi di neve, aveva sostituito quadri borghesi, con fiori dai colori accesi, carnivori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66015 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/aua-178x300.jpg" alt="" width="110" height="185" />Il Nord, prima di tutto, è una invenzione della mente. Eric Ravilious (1903-1942) “tennista piacente, trascorse il decennio dipingendo paesaggi disabitati, molto inglesi, con allusioni a presente e infiltrazioni spettrali”. La Seconda guerra lo porta verso avamposti islandesi – lì resta folgorato. Il Nord diventa l’ambiente ideale della sua opera – è suggestionato dai ghiacci, dal clangore dell’oceano artico. <strong>“Era una gran cosa entrare nel Circolo Artico con la luce del sole che splendeva di notte e le sterne artiche in volo attorno alla nave… è strano non vedere la terra, le donne o l’oscurità tanto a lungo. </strong><strong>È come un’esistenza ultraterrena”,</strong> scrive in una lettera. Nel settembre del 1942 l’areo su cui viaggia scompare al largo d’Islanda – il bianco affascina, seduce e uccide.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Nord è una necessità dello spirito, è una idea. <em>The Idea of North </em>è un disco di Glenn Gould del 1967: “Sono stato affascinato a lungo da quell’incredibile arazzo di tundra e di taiga che costituisce l’Artico del mio paese, il Canada… il Nord è rimasto per me un posto dove sognare, dove costruire miti, che ti invita a evitare altro”.</strong> Il Nord è il deserto bianco, la quarantena dall’umanità, il luogo dove trovare Dio o dove fuggire uccidendo tutti gli dèi. Artico e Antartico sono la Bibbia bianca, due poli della stessa ricerca: in calce al busto di Robert Falcon Scott, presso lo Scott Polar Research Institute di Cambridge, è scritto, <em>Quaesivit Arcana Poli Videt Dei. </em>“Cercava i segreti del polo per vedere le cose nascoste di Dio”. In realtà, Scott non credeva in Dio. “Scott l’agnostico ha percorso il deserto, è stata anacoreta dei ghiacci, ma non ha mai incontrato la divinità che domina quei territori”, scrive Filippo Tuena, esegeta dell’avventura antartica di Scott. La sfida al bianco, in sé, di per sé, è sacra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“C’era quel soffio di irrealtà che così bene si addice a un paesaggio artico”, scrive Knud Rasmussen, impavido esploratore nato nella Groenlandia danese</strong> che dai primi del Novecento, con impeto pionieristico, esplorò le regioni artiche per raccogliere ciò che restava dei miti eschimesi. <em>Irrealtà </em>si gemella a <em>ultraterreno</em>: l’Artico, il bianco, il polo, l’etica del Nord, ti porta altrove, nell’oltre, nell’irreale.<strong> Il bianco è indicibile, il bianco ubriaca, è il colore della santità – ma anche della follia. </strong>In uno dei suoi viaggi, Rasmussen incontra Aua, che custodisce la sapienza degli sciamani. “Ogni vero sciamano dev’essere in grado di percepire una luce nel proprio corpo, nella testa o nel cervello, qualcosa di simile a un fuoco luminoso che gli dà la facoltà di vedere cose nascoste, di vedere a occhi chiusi nell’oscurità o nel futuro o nei segreti degli altri. Sentivo di possedere questa meravigliosa capacità”, dice Aua all’esploratore. Agli occhi dello sciamano, il mondo è uno sciame di spiriti in lotta: egli deve placarli e ingraziarsi il loro favore. In uno dei brani più poetici, si racconta di come lo sciamano sappia avvicinarsi alla divinità marina, a cui chiede di facilitare la pesca o di benedire una gravidanza: “I capelli le scendono sul viso e sugli occhi, sono spettinati e arruffati. Lo sciamano deve subito afferrarla per una spalla, girarle il volto verso la lampada, poi deve carezzarle i capelli, lisciarli premurosamente”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciamano conosce le parole che seducono gli spiriti, è poeta, sa lo stigma magico dei verbi. <strong>Petrarca racconta il Nord nel <em>Canzoniere </em>(“Una parte del mondo è che si giace/ mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi/ tutta lontana dal camin del sole”), è affascinato dal mito della “famosa e incognita Thule, agli estremi confini dell’Iperboreo mondo”</strong> (come scrive in una delle <em>Familiari</em>, ad Andrea Dandalo). Nella ‘Familiare’ scritta a Tommaso di Messina, nel 1337, Petrarca si finge “Sul luogo ove fosse l’isola di Thule”. Nella lettera il poeta riassume, dall’antichità in poi, i tentativi di localizzare l’isola dove “d’inverno non nasce mai il sole e per ghiaccio indurito è il mare”. “Chiedi il resto a chi è più dotto di me”, sentenzia Petrarca: “io cui negato è ficcare più addentro lo sguardo e discoprire siffatti arcani, sarò contento se riesca a conoscer me stesso”. <strong>L’ultima Thule, in realtà, cioè l’estremo Nord, è lo spazio d’innocenza dove l’uomo, nudo, denudato dal gelo, conosce se stesso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Iperborei, gli uomini dell’estremo Nord, sono conosciuti dai greci. “Si gloriano delle loro lunghe chiome fluttuanti”, scrive Tzetze, “hanno gli occhi nelle stelle e l’anima nel mare”, scrive lo Pseudo-Longino. Ciò che attrae i greci è la facoltà sciamanica di queste popolazioni, come ha spiegato Giorgio Colli: <strong>“di essi non interessano soltanto le parole e la mediata espressione poetica, ma anche e soprattutto l’azione magica e le eccezionali doti concesse dal dio. </strong><strong>È l’invasamento che li rende capaci di tanto… un uscire fuori di sé, l’anima abbandona il corpo e rimasta libera va all’esterno”.</strong> Parola che si abbarbica al silenzio, addestramento perfezionato tra i ghiacci. L’anima a Nord sguazza, corre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta si sintonizza con il Nord. <strong>Melville vedeva in Moby Dick una specie di iceberg ambulante, l’avatar di un dio bastardo, bestiale. Il bianco, scrive, non favoleggia purezza, figlia terrori. “L’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come il caparbio viaggiatore che in Lapponia si rifiuta di metter lenti colorate e coloranti sugli occhi, così il misero miscredente s’acceca fissando il monumentale sudario bianco che avvolge tutta la prospettiva intorno a lui.</strong> E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Ti meravigli dunque dell’ardore della caccia?”. Al Nord si trova la propria anima, la si preda.</p>
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<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66016 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess-204x300.jpg" alt="" width="122" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess.jpg 220w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Ai miti islandesi, si sa, Jorge Luis Borges dedicò racconti e poesie. Quella forgiata per <em>Snorri Sturluson</em>, il compilatore medioevale dell’<em>Edda</em>, ha un incipit formidabile: “Tu che lasciasti una mitologia/ Di ghiaccio e fuoco al ricordo dei figli,/ Tu che fermasti in parole la gloria/ Della tua stirpe di acciaio e ardimento”. Al suo <em>Viaggio in Islanda </em>W.H. Auden dedica una complessa poesia del 1936. <strong>“Questa è un’isola, pertanto/ Irreale”, scrive il poeta usando lo stesso epiteto usato da Rasmussen. “E per tutti Nord vuol dire: Rinuncia!&#8230;</strong> E ovunque gli uccelli impazzano impettiti/ Vessato dal vessillo chi ama le isole/ Infine può vedere/ Fioca, la sua esigua speranza; e accostarsi al barbaglio/ Dei ghiacciai, alle immature sterili montagne intense/ Nel giorno anomalo di questo mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio al Nord, insomma, ci porta alla verità dell’anima, alla sua natura profonda. <strong>La natura dell’anima si esprime in poesia.</strong> Ne era certo Robert Graves, che nella <em>Dea Bianca</em> certifica come in altre epoche le civiltà – ad esempio, quella celtica – educassero i propri re, gli eroi e i sacerdoti alla dizione poetica. Conoscere la parola è ascendere. Il grado più elevato del sapere era la conoscenza della parola che riuscisse ad armonizzare l’uomo al cosmo, dacché <strong>“Un tempo la poesia serviva per ricordare all’uomo che doveva mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali era nato, mediante l’obbedienza ai desideri della padrona di casa; oggi ci ricorda che l’uomo ha ignorato l’avvertimento e ha messo sottosopra la casa con i cuoi capricciosi esperimenti filosofici, scientifici e industriali, attirando la rovina su se stesso e sulla sua famiglia”.</strong> In particolare, scrive Graves, “dall’incapacità di pensare in modo poetico – ossia di risolvere il discorso nelle sue immagini e nei suoi ritmi originali, per poi ricombinarli a più livelli di pensiero simultaneamente, ottenendo una molteplicità di significati – deriva l’incapacità di pensare con chiarezza in prosa. In prosa si pensa a un solo livello alla volta, e le combinazioni di parole non devono contenere più di un significato; tuttavia, per ottenere incisività, occorre che le immagini residenti nelle parole siano saldamente collegate”. Senza poesia non sappiamo comunicare tra gli uomini – non riconosciamo la tana degli dèi – non sappiamo rivolgersi a Dio – non possiamo immaginare cosa accada dopo la morte. <strong>Il bianco del Nord, allora, è un pallore turistico, non ha più il carisma di una sfida, il valore di una ustione di silenzio a cui sigillare il nostro addestramento, non è più l’alcova del mito, del canto, ma è un mortorio.</strong> O una zona come un’altra su cui esercitare atti di speculazione industriale. (d.b.)</p>
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		<title>Il video più cliccato degli ultimi giorni? La cassiera russa che difende il debole dal picchiatore, assestandogli due cazzotti in faccia e un calcio nelle pa**e. Ovvero: sul nostro fatale bisogno di eroi</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 07:44:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale, la fatidica frase di Brecht, “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, va modificata con l’aggiunta di una maiuscola: “Sventurata la Terra che ha bisogno di eroi”. Terra intesa come il nostro pianeta. Così, se la cronaca, quasi ogni giorno, può raccontarci che in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-video-piu-cliccato-degli-ultimi-giorni-la-cassiera-russa-che-difende-il-debole-dal-picchiatore-assestandogli-due-cazzotti-in-faccia-e-un-calcio-nelle-pae-ovvero-sul-nostro-fatale-bisogno-di-e/">Il video più cliccato degli ultimi giorni? La cassiera russa che difende il debole dal picchiatore, assestandogli due cazzotti in faccia e un calcio nelle pa**e. Ovvero: sul nostro fatale bisogno di eroi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale, la fatidica frase di Brecht, “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, va modificata con l’aggiunta di una maiuscola: “Sventurata la Terra che ha bisogno di eroi”. Terra intesa come il nostro pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così, se la cronaca, quasi ogni giorno, può raccontarci che in Italia una famiglia viene sterminata da uno spacciatore marocchino ubriaco e drogato che scappava da altri incidenti provocati poco prima</strong> e che in Europa o da qualche altra parte a caso in Occidente si possa morire più o meno nello stesso modo assurdo e che nel resto del mondo possa andare anche peggio, be’ è evidente che certi video su Instagram o su Facebook vadano per la maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni c’è questo che racchiude un po’ tutto e difatti conta oltre 360mila visualizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La telecamera di servizio inquadra un bancone e una fila di quattro persone, tutti uomini adulti. Potremmo essere in Russia o giù di lì.</strong> Di schiena c’è la cassiera e sulla sinistra quattro vetrinette frigo. A un certo punto l’ultimo della fila se la prende con quello davanti a lui, che pare ubriaco e barcolla già di suo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’un tratto prende la testa dell’ubriaco e inizia a sbatterla contro la vetrinetta a tutta forza&#8230; tre, quattro, cinque, sei volte, sempre con un po’ di rincorsa e senza pietà.</strong> L’ubriaco non riesce nemmeno a reagire e la vetrinetta traballa sotto i colpi della sua faccia sbattuta a ripetizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il terzultimo della fila, pigramente, alza un braccio verso il picchiatore. È solo un cenno simbolico. </strong>Come a dire di smettere ma senza la volontà di interrompere il massacro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto la cassiera, magra e piccola d’altezza, esce dal bancone e si avvicina ai due. Punta il picchiatore e parte con due cazzotti nel viso e un calcio verso le palle.</strong> Il tipo, il picchiatore, resta un attimo interdetto, le dice qualcosa, mentre gli altri due in fila e il picchiato guardano la scena senza far nulla, nell’ineluttabile attesa di vedere cosa succede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui dice ancora qualcosa e lei parte con un destro dritto in faccia che lo stende. Un fulmine. Lui per terra.</strong> E lei, come se niente fosse, come se avesse appena finito di ricaricare di bevande uno di quei frigo, torna dietro il bancone e incassa i soldi del primo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi, con calma, arriva la stretta di mano dell’ubriaco picchiato</strong>, che con una certa fatica gliel’allunga e che lei ricambia non prima di aver dato il resto al secondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, potrebbe essere che la nostra esile eroina sia intervenuta per salvare la vetrinetta, però va bene uguale perché è il risultato che conta.</strong> E oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale e della sventurata Terra che ha un disperato bisogno di eroi, abbiamo un altrettanto disperato bisogno di rassicurazioni, di giustizia e sì, anche di un banale lieto fine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><em><strong>www.mengoli.it</strong></em></a></p>
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		<title>“Ci sono alcuni che hanno nelle mani raggi di sole”. La vera storia di Helen Keller, “Anna dei miracoli”, la sordo-cieca che ti cambia la vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2019 11:29:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’era un armadio di legno in fondo alla classe. Periodicamente, la mia professoressa di lettere ci invitava a scegliere il libro che avremmo letto. Il ricordo è vago, come i titoli di quei vecchi classici stipati e ingialliti, le pagine stanche, percorse dalle dita delle mani di diverse generazioni di studenti. Conservo, però, il ricordo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ci-sono-alcuni-che-hanno-nelle-mani-raggi-di-sole-la-vera-storia-di-helen-keller-anna-dei-miracoli-la-sordo-cieca-che-ti-cambia-la-vita/">“Ci sono alcuni che hanno nelle mani raggi di sole”. La vera storia di Helen Keller, “Anna dei miracoli”, la sordo-cieca che ti cambia la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’era un armadio di legno in fondo alla classe. Periodicamente, la mia professoressa di lettere ci invitava a scegliere il libro che avremmo letto. Il ricordo è vago, come i titoli di quei vecchi classici stipati e ingialliti, le pagine stanche, percorse dalle dita delle mani di diverse generazioni di studenti. <strong>Conservo, però, il ricordo, chiaro e nitido, di aver rapito da lì la storia di <em>Helen Keller</em>. Penso di essere stata attratta dal libro grazie al nome che suonava familiare, simile a quello di mia sorella, Elena. Il libro, <em>La storia della mia vita</em>, edizioni paoline – da cui è liberamente ispirato, con qualche licenza espressiva, il film in bianco e nero <em>Anna dei miracoli</em>, 1962, regia di Arthur Penn</strong>, tra i molti riconoscimenti anche il primo Oscar della storia ad una minorenne Patty Duke – mi impressionò così fortemente che, a distanza di tanti anni, ne ricordo ancora molte poetiche sequenze. Chiunque, con una certa dose di arroganza, si accinge a scrivere le proprie memorie dovrebbe leggere questo luminoso, ardimentoso, <em>memento </em>per attingere, alle sue umili fonti, il significato stesso dell’esistenza. Le sue luci, le sue ombre, il suo silenzio, la sua voce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65954 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/helen-keller.jpg" alt="" width="152" height="229" />“Mi accingo con un certo timore a scrivere la storia della mia vita – si legge sulla prima pagina – Provo una specie di superstiziosa esaltazione al pensiero di sollevare il velo che avvolge la mia infanzia come nebbia dorata”. <strong>Helen Keller era nata il 27 giugno 1880 a Tuscumbia, nel nord dell’Alabama. Dal lato paterno un’ascendenza svizzera e, tra i suoi antenati, misteriosamente, il primo insegnante di sordomuti a Zurigo. La primissima infanzia assomiglia a quella di molte altre bambine fino al momento in cui, a diciannove mesi di vita, “una congestione acuta dello stomaco e del cervello” le strappa la vista e l’udito, per sempre.</strong> Al giorno luminoso e colmo di parole, i campi verdi, gli alberi, i fiori, le rose, era seguita una lunga notte, la sua muta nebbia. La fioca luce della speranza teneramente albeggiava nel cuore della madre che stringeva tra le mani <em>American Notes</em> di Dickens. “Aveva letto il profilo di Laura Bridgman e ricordava vagamente che, pur essendo cieca e sorda, era stata rieducata. Ma ricordava pure con angoscia disperata che il dott. Howe, che aveva scoperto il modo di insegnare ai ciechi e ai sordi, era molto da parecchi anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’incontro con la maestra, la signorina Anne Mansfield Sullivan, un pomeriggio di primavera, il 13 marzo 1887, Helen scorge le prime luci di un’alba della conoscenza. “Siete mai stati sul mare in una nebbia densa che sembra imprigionare, dentro una notte bianca, quasi impalpabile, il transatlantico che cerca di raggiungere la costa a tentoni, servendosi degli scandagli e di segnali telegrafici mentre voi attendete col cuore palpitante per il timore di tutto quello che può accadere?”. <strong>La piccola Helen inizia, con la guida dell’insegnante Anna, a scandire le parole, a scoprire un alfabeto, parola dopo parola, con il fremito della <em>ricomparsa di un pensiero sopito</em>, il mistero del linguaggio. Le parole possono donare il mondo, creare la gioia, risvegliare l’anima.</strong> “Quale che sia questo processo, il risultato è sempre meraviglioso. Man mano che si procede nella conoscenza dei nomi delle cose, si supera, un passo dietro l’altro, la distanza che separa il nostro balbettio da un alato verso di Shakespeare”. Scoprire il linguaggio è acqua nel deserto, è attingere alle oscure fonti dell’irrazionale, è tornare bambini, ritrovare chi eravamo, prima dell’oblio. Nel film, la scoperta dell’acqua avviene in una cieca foga scatenata, nell’autobiografia è pura dolcezza proustiana. “Ci avviammo al sentiero che conduceva al pozzo, attratte dalla fragranza del caprifoglio che lo ricopriva. Qualcuno attingeva l’acqua, e la maestra mise la mia mano sotto il getto, poi, mentre la corrente fresca mi scorreva sulla mano, scandì sull’altra la parola “acqua”, dapprima lentamente e poi sempre più presto. Io stavo lì, immobile, tutta intenta al movimento delle sue dita. All’improvviso ebbi l’oscura percezione di qualcosa di dimenticato e mi si rivelò il mistero del linguaggio. <strong>Capii che “a-c-q-u-a” significava quella frescura meravigliosa che scorreva nella mia mano. Le parole vivificatrici risvegliavano l’anima mia, la illuminavano, la allietavano, le donavano la speranza.</strong> Le barriere c’erano ancora, è vero, ma col tempo sarebbero state abbattute”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65956" aria-describedby="caption-attachment-65956" style="width: 207px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65956" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/DoFnoo1XcAEHI42-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/DoFnoo1XcAEHI42-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/DoFnoo1XcAEHI42.jpg 612w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /><figcaption id="caption-attachment-65956" class="wp-caption-text">Anne Bancroft durante la lavorazione di &#8220;Anna dei miracoli&#8221;, per cui ottenne il premio Oscar nel 1963</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">L’apprendimento è frutto dell’amore, ma non è facile insegnare/imparare il significato della parola <em>amore</em>. “Per i sordi e per i ciechi è molto difficile cogliere le amenità della conversazione. Tanto più difficile è per chi è cieco e sordo ad un tempo! Costui non può percepire le inflessioni della voce né seguire la gamma delle varie tonalità e non può neanche vedere l’espressione del volto dell’interlocutore, che tanto spesso è l’anima di quel che dice”. <strong>L’insegnante è chi riesce a far notare il bello, destare la meraviglia, ovunque si trovi, con amore e dedizione. Anche su una piccola lavagnetta <em>braille</em>. “Capiva che la mente di un bimbo è come un ruscello che scorre e spumeggia sopra il letto petroso dell’educazione, riflettendo qua un fiore, là un cespuglio, laggiù lo sfioccare di una nuvola, e cercava di incanalare la mia mente sulla retta via”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una luminosa pagina ritrae il legame simbiotico tra Helen e la sua maestra, che riflette, per estensione, tutti gli ideali rapporti insegnante-allievi, che si innestano su un legame principalmente amoroso: “Se tutti i maestri possono tenere i bambini nelle aule scolastiche, non tutti riescono ad insegnare. Il bambino non lavora con gioia se non ha la sensazione di essere libero di occuparsi o di riposarsi quando crede: deve provare l’ebbrezza della vittoria e lo scoraggiamento della disillusione prima di intraprendere spontaneamente un compito sgradevole e decidersi a destreggiarsi bravamente attraverso la banalità dei libri di testo. <strong>La maestra era tanto unita a me che raramente io pensavo qualcosa per conto mio. Quanto il mio gusto per la bellezza sia innato e quanto sia dovuto al suo influsso, non saprei dirlo. So solamente che il suo essere è indivisibile dal mio, e che le orme della mia vita ricalcano le sue. <em>Il meglio di me appartiene a lei</em>. Non c’è talento, aspirazione o gioia in me che non siano stati risvegliati dal suo tocco amoroso”.</strong> A dieci anni, nella primavera del 1890, la piccola Helen, a dieci anni, imparò a parlare. È forse questo il ricordo più forte che il libro trasmise a me bambina pressappoco coetanea della protagonista. La prigione di un pensiero che non si può esprimere è un carcere durissimo. Quando Helen seppe che Ragnhild Kaata, una giovane norvegese cieca e sorda, aveva imparato a parlare, non si diede pace, fino a quando la maestra la condusse dalla signorina Sarah Fuller, direttrice della scuola “Horace Mann”. Il metodo prevedeva il toccare con mano: passare la mano sul volto e mostrare la posizione della lingua e delle labbra quando queste emettono il suono. Catturare il mistero del linguaggio. “L’anima mia, che usciva dal carcere con la coscienza di aver acquistato una nuova forza, stava per raggiungere, attraverso quella frammentaria parvenza di linguaggio, la scienza e la fede”. Potersi esprimere, senza bisogno di ricostruzioni interpretative, di passaggi forzati, era una liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65955" aria-describedby="caption-attachment-65955" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65955" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/800px-Helen_KellerA-241x300.jpg" alt="" width="210" height="261" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/800px-Helen_KellerA-241x300.jpg 241w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/800px-Helen_KellerA-768x957.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/800px-Helen_KellerA-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/800px-Helen_KellerA.jpg 800w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /><figcaption id="caption-attachment-65955" class="wp-caption-text">Helen Keller (1880-1968) nel 1904</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno Helen scrisse un racconto <em>Il re delle nevi </em>(<em>The Frost King</em>), molto apprezzato dalla sua famiglia e dai maestri, tanto da essere pubblicato negli annali dell’Istituto Perkins. Ma il raccontino era pericolosamente somigliante ad un libro <em>L’uccellino ed i suoi amici</em> (<em>Birdie and his friends</em>) della signorina Margaret T. Canby. L’accusa di plagio fu una ferita tagliente per la giovane Helen e la sua miss Sullivan, subire un interrogatorio feroce da una commissione d’inchiesta angosciante. Così, dalla paura di scrivere qualcosa che non le apparteneva, Helen iniziò a tracciare per iscritto la sua vita, rivolgendosi dentro di sé, rievocando gli episodi della sua vita, descrivendo la potenza della natura, come le cascate del Niagara, senza averla mai veduta. <strong>Uno tra i punti più scoperti, dove i nervi sono a fior di pelle, è il rapporto con la normalità, il confronto, talvolta lo scontro, con le ragazze normali. Quando Helen scopre di avere le carte per frequentare l’università, prova la tentazione di essere normale. “Un impulso incoercibile, più forte della persuasione dei miei cari, più forte anche del timore del mio cuore, mi aveva spinto a misurare le mie forze con quelle delle ragazze normali.</strong> Sapevo che quella via era irta di ostacoli, ma volevo superarli. Sentivo nel mio cuore le parole di quell’antico Romano che disse: «Esser bandito da Roma è meno che vivere fuori Roma»”. Ma presto Helen scopre la solitudine anche nel cuore dell’aula universitaria, la mancanza di tempo, il professore lontano, <em>come se parlasse per telefono</em>. Soltanto gli strumenti che descrive la Keller sembrano datati, nella sua prosa cristallina e semplice, quando parla delle macchine da scrivere (la Hammond), ti chiedi quali siano gli strumenti che usano oggi un cieco e un sordo. Chissà se sono ancora oggi “pochi” i libri di testo stampati per i ciechi. “Quando entro in quello che era il regno dell’intelligenza, mi sento come il famoso toro nella bottega cinese. Le nozioni più svariate scosciano a migliaia nella mia testa come una furiosa grandinata”. E ancora, definizioni luminose dell’abisso della conoscenza: <strong>“Si fruga nel proprio bagaglio di nozioni storiche come si cerca un pezzo di seta in un sacco di cenci”.</strong> Se hai in giro pochi libri, ma l’ardore di conoscere le armonie della vita, non fai che consumare i tuoi pochi libri, fino a quando smettono di dire e le pagine si decompongono, sotto il logorio delle avide dita. “Cominciai con pochi libri scritti in rilievo. Li lessi e li rilessi fino a quando le parole si consumarono e si schiacciarono diventando indecifrabili”. La gioia della conoscenza non può che nascere dalla purezza scandita della sofferenza più atroce e inevitabile. “Ho il rimorso di aver ascoltato con impazienza le spiegazioni della signorina Sullivan. Quando le sue dita diventarono troppo stanche per scandire altre parole, per la prima volta in vita mia mi resi dolorosamente conto della mia minorazione. Presi in mano il libro e cercai di sentire le lettere con un desiderio così cocente che non potrò mai dimenticarlo”.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il silenzio non è che isolamento, dolorosa privazione, che produce lo sforzo titanico della parola. Quante persone – in modo diverso, in senso diverso – si trovano sfortunatamente e talvolta, coscientemente, si vogliono trovare davanti a quella porta? <strong>“Io sono in attesa dinnanzi alla porta sbarrata della vita: al di là c’è la luce, la musica, la dolce compagnia dei miei simili, ma non posso entrare perché la sorte, silenziosa e spietata, mi sbarra il passo”.</strong> Dal buio sa sgorgare la luce anche per chi non può vedere: “io cerco di trasformare la luce che c’è negli occhi altrui nel mio sole, la musica che c’è nelle loro orecchie nella mia sinfonia, il sorriso delle loro labbra nella mia felicità”. Che cosa dicono di noi le nostre mani? Che cosa tengono celato al nostro stesso cuore e alla nostra ragione? Forse Helen Keller è stata in grado di penetrare questo mistero. Ci sono sempre quelle persone che si mettono a parlare, con ipocrisia, delle nostre capacità, cercando l’asticella, trovando una lancetta che scandisce la normalità. <strong>Oggi si brama ovunque la normalità, la difficoltà sostituita dalla parola bisogno. Non si usa più la parola <em>minorato</em>. “Le mani delle persone che incontro sono silenziosamente eloquenti. Il tocco di certe mani è impertinenza.</strong> Altri sono così privi di gioia che, toccando le loro dita gelide, si ha l’impressione che una tempesta polare ci scuota le mani. Ci sono alcuni, invece, che hanno nelle mani raggi di sole, al punto che la loro stretta mi scalda il cuore. Nella morsa tenace di una manina di bimbo c’è per me tanta luce quanta ne trovano gli altri in uno sguardo amoroso”. <strong>Ma che cosa è uno sguardo amoroso agli occhi di un cieco? Come distingue l’inganno, l’ombra del nostro corpo e delle nostre mani?</strong> Il libro si richiude come un armadio nell’abbraccio degli amici, l’amore è il dono per eccellenza, l’anello d’argento che suggerisce e compie una mancanza, sana la ferita. “Così i miei amici hanno costruito la storia della mia vita, trasformando le mie minorazioni in privilegi con mille espedienti escogitati dal loro cuore generoso e mettendomi in grado di camminare serena e felice all’ombra della mia minorazione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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