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	<title>Esercizi negativi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 04:48:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Esercizi negativi]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/emil-cioran-esercizi-negativi/">“Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa. Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.&nbsp;</p>



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<p>L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto, maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui: Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’ nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In questo, è un autentico&nbsp;<em>trickster</em>, il sommo impostore che spernacchia l’ordine gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale. In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968) – perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.&nbsp;</p>



<p>Nel groviglio dell’opera di Cioran, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845940279"><strong><em>Esercizi negativi</em></strong> (Adelphi, 2025, a cura di Ingrid Astier)</a>, in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di <em>Sommario di decomposizione</em>, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: <strong>Gallimard ha pubblicato <em>Exercices négatifs</em> esattamente vent’anni fa.</strong> Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio – minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.</p>



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<p>Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta quota d’abisso. Esempi sparsi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un brulichio&nbsp;<em>elevato a sistema</em>&nbsp;in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile fascino”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Solo Dio – e il verme – hanno una posizione&nbsp;<em>chiara</em>: Uno crea – e l’altro rosicchia la Creazione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma breve – danno l’idea di qualcosa di già letto &amp; orecchiato altrove: in lui, però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente solo”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti,&nbsp;<em>Lacrime e santi,&nbsp;</em>andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata nel 1990).</p>



<p>Piuttosto, la lettura di <em>Esercizi negativi</em> impone un avvertimento. Avvertiamo, cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno. Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino – così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone, virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da comodino.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="536" height="897" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/9788845940279_0_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-105869" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/9788845940279_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/9788845940279_0_0_536_0_75-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici, esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.   </p>



<p>In un brano di particolare bellezza,&nbsp;<em>L’impossibile rinuncia</em>&nbsp;– riprodotto in quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come una pallottola di zucchero:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un folle tra i folli”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”, scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza&nbsp;<em>trasporto</em>.</p>
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		<item>
		<title>“Di cosa disfarsi, infatti, quando non si appartiene più a niente?”. L’incendio Cioran: negli “Esercizi negativi” (finora inediti) si scaglia contro matrimonio e suicidio e disintegra Sartre, “un impresario della filosofia”</title>
		<link>https://www.pangea.news/emil-cioran-testi-inediti-tradotti-da-massimo-carloni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2019 04:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Esercizi negativi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Carloni]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[Sartre]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli Esercizi negativi sono il frutto di quella straordinaria ispirazione creativa da cui è scaturito il Sommario di decomposizione, primo capolavoro francese di Cioran. Questo materiale letterario, apparentemente di scarto, probabilmente è stato giudicato dall’autore troppo incandescente, troppo impudente, troppo sulfureo per figurare nell’opera prima di uno scrittore straniero in lingua francese. Eppure, questi frammenti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Gli <em>Esercizi negativi </em>sono il frutto di quella straordinaria ispirazione creativa da cui è scaturito il <em>Sommario di decomposizione,</em> primo capolavoro francese di Cioran.</strong> Questo materiale letterario, apparentemente di scarto, probabilmente è stato giudicato dall’autore troppo incandescente, troppo impudente, troppo sulfureo per figurare nell’opera prima di uno scrittore straniero in lingua francese. <strong>Eppure, questi frammenti inediti, le uniche testimonianze sui primi tentativi letterari di Cioran nella lingua d’adozione</strong>, consentono di apprezzare il formidabile lavoro stilistico di potatura e rifinitura che l’autore ha compiuto nel corso degli anni per contenere l’impetuoso lirismo giovanile, per approdare infine a quella concisione perfetta che rimane la sua cifra stilistica inconfondibile. (<em>Massimo Carloni</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-67503 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/libro-cioran-189x300.jpg" alt="" width="153" height="243" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-cioran-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-cioran.jpg 195w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" />IL CASO SARTRE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un paese estenuato da secoli di gusto, nulla è più inevitabile – e addirittura più divertente – che assistere all’apparizione di un Barbaro la cui vitalità trionfa d’una tradizione raffinata, e la cui capacità intellettuale si burla delle superstizioni del finito e dell’equilibrio. <strong>Allorché l’intelligenza francese, avendo sostenuto troppe prove, sembrava minacciata di sterilità, arrivò Sartre, come un rinnovamento sconcertante, per accaparrarsi tutti i campi, e con una tale avidità di cambiarne i termini e finanche i dati, che si scambiò un movimento di superficie per un rivolgimento, e una curiosità così ampia per qualcosa di profondo.</strong> Tanto vigore negli artifici dell’intelletto, tanta facilità nell’abbordare tutti i settori dello spirito e della moda, unita all’esasperazione di essere ad ogni costo <em>contemporaneo</em>, dovevano e devono incantare. Sartre è un conquistatore, il più prestigioso dei nostri tempi. Nessun problema gli resiste, non c’è fenomeno che gli sia estraneo, nessuna tentazione lo lascia indifferente: tutto gli sembra buono da affrontare e da vincere, dalla metafisica fino al cinema. <strong>È un impresario della filosofia, della letteratura, della politica, la cui riuscita ha solo una spiegazione e un segreto: <em>la sua mancanza di emozione</em>; non gli costa nulla affrontare qualunque cosa,</strong> giacché non vi mette alcun accento, essendo tutto unicamente il frutto di un’intelligenza avvolgente, immensa, attualmente la più notevole.</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia esistenziale rappresentava un orientamento del pensiero, situato tra il sistema e l’ispirazione; il lirismo vi recitava la sua parte; essa traeva il proprio valore dall’impopolarità dei tormenti e delle sofferenze soggettive, inaccessibili al gran pubblico; richiedeva persino una sorta d’iniziazione a sventure rare e inutili, incompatibili con la salute e la storia. Kierkegaard dissimula dietro i concetti i suoi momenti di grande prostrazione, i terrori intimi, prossimi all’apocalisse e alla psichiatria; le impudicizie della malattia vi sono così ben velate, da assumere l’aspetto d’un canto astratto e d’una geremiade dotta; Giobbe e Hegel vi si ritrovano, ma sono le esclamazioni del primo che danno quella sensazione di vissuto, senza la quale diventa un’impostura parlare di disperazione e di morte. <strong>Heidegger raccoglie l’eredità di Kierkegaard <em>da professore</em>: ne deriva una costruzione magnifica, ma insipida, in cui le categorie restringono le esperienze esistenziali, [in] un catalogo d’angosce, [in] un archivio di disastri. Le tribolazioni dell’uomo come la poesia della sua lacerazione vi sono <em>insegnate</em>.</strong> È l’irrimediabile eretto a sistema, ma non ancora passato in rassegna né esposto come un articolo di successo. Qui s’inserisce l’apporto di Sartre, manifattura d’angoscia, ostentazione dei nostri ultimi turbamenti, messa in opera dei nostri scrupoli e delle nostre inquietudini. La sua intenzione non fu certo quella di banalizzare i grandi temi della filosofia esistenziale; <strong>del resto, <em>L’essere e il nulla</em> contiene pagine che superano, nel loro delirio terminologico, quelle più ripugnanti di Hegel e potrebbero appassionare solo gli intenditori, lusingati di evolvere nell’ignoto, e compiaciuti d’una valanga verbale che, soffocando le realtà autentiche, offre parole in cambio d’esperienze. </strong>La responsabilità di Sartre è, per così dire, unicamente storica; essa è riconducibile alla sua qualità, secondo noi suprema, di contemporaneo; ha fatto di tutto affinché le sue idee fossero sulle labbra di tutti; nessun altro ha sfruttato il proprio pensiero come lui il suo, né tuttavia vi si è identificato meno di lui. Nessuna fatalità lo perseguita: nato all’epoca del materialismo, ne avrebbe adottato il semplicismo conferendogli un’estensione insospettabile; del romanticismo filosofico, avrebbe fatto una summa di fantasticherie; sorto in piena teologia, avrebbe maneggiato Dio con un’abilità senza precedenti. Non vivendo alcun dramma, è capace di tutti. <strong>Mentre in un Kierkegaard e in un Nietzsche si <em>sente </em>che sarebbero stati gli stessi in qualsiasi epoca, che i loro abissi e le loro ossessioni erano delle <em>verità di temperamento</em>, indipendenti dalle sfumature di una civiltà, in Sartre si percepisce una mancanza di necessità interiore, che lo rende adatto a ogni forma spirituale. Infinitamente vuoto e meravigliosamente ampio, è il tipico <em>pensatore senza destino</em>, benché ne abbia uno, straordinario, ma puramente esteriore.</strong> La sua abilità e la sottigliezza ad affrontare a viso aperto i grandi problemi sconcertano: tutto è notevole, salvo l’autenticità. Se parla della morte, non ne ha il fremito; i suoi disgusti sono riflessi; le sue esasperazioni fisiologiche sembrano inventate a posteriori; egli [è] l’anti-poeta, profondamente parallelo ai sogni. Ma la sua volontà è talmente lucida ed efficace, che egli potrebbe esser poeta <em>se lo volesse</em>, e aggiungerei, santo, se ci tenesse. Un intelletto demiurgico che ricorda Valéry: ma costui era troppo artista; Sartre non patisce una tale limitazione… Egli non ha, per dirla come si deve, né preferenze, né pregiudizi…; le sue opinioni sono accidentali; dispiace che vi creda; solo il cammino del suo pensiero è interessante… Non mi stupirei di sentirlo predicare dal pulpito più che nel vederlo far professione d’ateismo, tant’è vero che sembra indifferente a qualsiasi verità, che le padroneggia tutte, e nessuna gli è indispensabile né organica… Un orientamento di pensiero, pomposamente chiamato «esistenzialismo», e che avrebbe dovuto essere il frutto d’un ripiegamento su se stessi, egli l’ha diretto [all’] esterno e, sostituendo il «noi» all’«io», ne ha fatto un principio di salvezza collettivo. Un libro appena intelligibile è diventato la Bibbia di tutti; pochi l’hanno letto, ma tutti ne parlano. È il destino della metafisica nell’epoca delle masse; il <em>nulla </em>circola; è sulla bocca di tutti… Rovescio della medaglia: a Sartre si richiamano il nichilismo da boulevard e l’amarezza dei frivoli… Incarnando così poco quell’esperienza interiore, la moltitudine ne fa, inconsciamente, il protagonista […]</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67504" aria-describedby="caption-attachment-67504" style="width: 296px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67504" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit-296x300.jpg" alt="" width="296" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit-296x300.jpg 296w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit-768x779.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit-1010x1024.jpg 1010w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit-1320x1339.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Exercices-negatifs-manuscrit.jpg 1671w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /><figcaption id="caption-attachment-67504" class="wp-caption-text">Il manoscritto di Cioran con il titolo &#8220;Exercices négatifs&#8221;, poi cancellato e sostituito con &#8220;Précis de décomposition&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL SUICIDIO COME MEZZO DI CONOSCENZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per uccidersi occorre esser <em>sorpresi</em> dalla sventura, bisogna esser capaci di concepire le cose altrimenti. <strong>Solo un’anima candida invasa dalle delusioni, può risolversi a un atto così capitale. Chi non è avvezzo a credere alla vita, pienamente allenato a non attendersi nulla da essa, non oserà mai terminare con un gesto un’amarezza inveterata. Oramai ha acquisito un automatismo nella sventura; è salvo.</strong> Sa fin troppo bene che niente smentirà quella melma d’irreparabile in cui si è arenata la sua speranza, e che nel suo cuore gli esseri e le cose hanno deposto tutta la loro quintessenza d’orrore e putredine. Per farla finita con se stessi, è indispensabile aver immaginato la felicità per tanto tempo, essere disponibili alla novità, e a essere schiacciati dall’inaudito. Ma per un veterano della sventura non c’è nulla d’inaudito; per lui tutto è <em>interminabile</em>; le sofferenze si concatenano ma non finiscono mai; l’irreparabile, lungi dall’essere una rivelazione, è un sistema, il <em>suo</em> sistema. Così, egli ricusa la genialità del suicidio; per uccidersi bisogna sapere <em>cosa</em> uccidere. Ma quando si trascina la propria assenza e, con essa, non tanto i dispiaceri ma la loro idea, non si può liquidare nella carne l’astrazione di quel che non c’è, né annegare nel sangue l’ideale mancanza di consolazioni. <strong>Di cosa disfarsi, infatti, quando non si appartiene più a niente, quando non si può più mendicare alcuna illusione, quando le lacrime reclamano una prodigiosa iniziativa e immani risorse?</strong> Il suicidio richiede ancora entusiasmo, ispirazione: una giovane, intraprendente sventura, assetata d’azione e asservita ai riflessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ve ne sono alcuni che, esitanti, a forza di riflettere si sono accasciati sulla soglia della loro stessa soppressione. Mille volte si sono uccisi col pensiero e mille volte hanno ricominciato a essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno vissuto i loro giorni come delle vigilie e dei domani del suicidio. Ogni volta hanno ucciso qualcosa in essi; quel che resta costituisce la loro «vita».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così, l’atto più importante che un individuo possa compiere, essi l’hanno convertito in esercizio, in <em>mezzo di conoscenza</em>. Tutto quel che <em>sanno</em> lo devono a quei momenti d’indeterminatezza e di viltà, a quelle tentazioni geniali e mancate.</strong> La percezione tagliente delle apparenze, in cui si agitano enigmi sciocchi e mostruosi, ha fatto accumulare loro così tanta infelicità nitida e perturbante, che essi passano la loro vita a dissiparla, a consumarla, non avendo altra ricchezza né gloria all’infuori di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">(Ogni individuo sente il bisogno di scusarsi del suicidio che non ha compiuto. Chi sarebbe tanto modesto da confessare di non aver mai avuto l’intenzione di uccidersi? Si rispetta l’orgoglio degli altri concedendo loro che si sono ricreduti all’ultimo momento. Per vivere in comune occorre dispensare un’assoluzione tacita alla vita altrui. La fierezza d’esistere è compromettente; tutti – a diversi gradi – la nascondono, essendo troppo forte e offensiva per gli altri. Essa non trapela che ai funerali…)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INCOERENZE SUL MATRIMONIO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è istituto di cui si possa dire più male e più bene. <strong>Tutto vi è implicato, l’eternità come il bidet. Contratto di due impudichi; spasmo benedetto da sindaco e curato</strong>; regolazione dei sospiri; grugnito simultaneo fino all’agonia…</p>
<p style="text-align: justify;">Ammiro tutti gli sposati: il loro coraggio o incoscienza mi sgomenta. <strong>Legarsi ufficialmente sino alla morte, mi dà la vertigine: è la più grande avventura che si possa intraprendere e, in rapporto alla quale, l’esplorazione dei poli è un mero svago.</strong> La vita assieme è sicuramente più glaciale…</p>
<p style="text-align: justify;">L’assurdità di una tale impresa esigeva una correzione: perciò occorre riconoscere che l’idea più sensata, più ragionevole che l’uomo abbia concepito, è quella del divorzio. Solo quest’idea rende il matrimonio sopportabile, così come quella del suicidio, la vita. Due scappatoie senza le quali ogni istante sarebbe un martirio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il celibe è un essere senza mistero, egli ha capito, è prudente, nulla ha osato; ogni marito, al contrario, è un giocatore: ha rischiato tutto nell’avventura più quotidiana e desolante, nello sciocco eroismo del letto comune, della tomba comune.</strong> Lo spettacolo d’una coppia atterrisce, come ogni miscuglio d’audacia e abiezione. Portare un anello: ricorda un carcerato plaudito che esibisce trionfalmente la propria vergogna, è l’assentimento più terribile all’inganno.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a quest’inganno, tuttavia, il celibe si annoia: non può ignorare l’immenso, sordido respiro che anima i matrimoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Emil Cioran</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*le traduzioni di Massimo Carloni, finora inedite in Italia, sono tratte dal volume E. M. Cioran, <a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Les-inedits-de-Doucet/Exercices-negatifs" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Exercices négatifs. En marge du Précis de décomposition”,</a> Gallimard, 2005, a cura di Ingrid Astier. Tra i lavori di Carloni ricordiamo, a mero titolo di esempio, le “Lettere al fratello” di Cioran edite da Archinto (2015), il “Charles Baudelaire” di Charles Asselineau (Bietti, 2016), il carteggio tra Baudelaire e Sainte-Beuve (come “Voi avete preso l’Inferno”, Aragno, 2017). Insieme a Horia Corneliu Cicortas, ha tradotto il carteggio tra Cioran e Mircea Eliade. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/emil-cioran-testi-inediti-tradotti-da-massimo-carloni/">“Di cosa disfarsi, infatti, quando non si appartiene più a niente?”. L’incendio Cioran: negli “Esercizi negativi” (finora inediti) si scaglia contro matrimonio e suicidio e disintegra Sartre, “un impresario della filosofia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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