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	<title>Eco Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Tra Eco e Narciso nessuna differenza: anche Eco è narcisista!</title>
		<link>https://www.pangea.news/franco-nanetti-narcisismi-lettura-clery-celeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 05:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Stili di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Clery Celeste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Narcisismi di Franco Nanetti, edito nel 2016 dalla casa editrice Pendragon, è una sorta di manuale di consapevolezza rivolto davvero a tutti. Il libro si presenta come un piccolo testo, all’apparenza, lo percepiamo quasi esile dalla sua composizione fisica eppure aprendolo si squaderna una densità di contenuto che metterà il lettore alla prova con la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="https://www.pendragon.it/catalogo/produzione-varia/varia/narcisismi-detail.html"><em>Narcisismi</em> </a></strong>di <strong>Franco Nanetti</strong>, edito nel 2016 dalla casa editrice Pendragon, è una sorta di manuale di consapevolezza rivolto davvero a tutti. Il libro si presenta come un piccolo testo, all’apparenza, lo percepiamo quasi esile dalla sua composizione fisica eppure aprendolo si squaderna una densità di contenuto che metterà il lettore alla prova con la propria verità.</p>



<p>Nanetti scrive per tutti, non solo per gli esperti di psicologia o per gli addetti ai lavori; uno dei maggiori punti di forza è che è un libro che può davvero essere letto da tutti, sarà un riferimento fondamentale per chi ha voglia di scoprire il volto riflesso di Narciso nel proprio specchio di vita quotidiana.</p>



<p><strong>L’autore porta il lettore per mano in un territorio tanto complicato quanto ormai “abusato”; da diversi anni sentiamo infatti parlare costantemente dei narcisisti, come di una categoria demoniaca da trattare con disprezzo, da tenere lontano come i lebbrosi del medioevo, dimenticandoci che apparteniamo a un’Era narcisistica e che nessuno, davvero, è immune da questa sfumatura.</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/covernanettinarcisismi-670x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94169" width="404" height="617" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/covernanettinarcisismi-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/covernanettinarcisismi-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/covernanettinarcisismi-600x917.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/covernanettinarcisismi.jpg 707w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></figure></div>



<p>Nanetti infatti parte proprio da qui: il primo capitolo è un approfondimento alla cultura del narcisismo che riguarda una analisi precisa delle strutture narcisistiche che sono intrise nella nostra vita quotidiana, dalle notizie tragiche che scorrono senza soluzione di continuità dai mezzi di comunicazione, fino alle nostre personalissime nevrosi che teniamo più possibile soffocate, vergognandoci miseramente.</p>



<p><strong>L’epoca di Narciso è un tempo dove potere e piacere dominano senza apparenti competitori, dove l’uomo letteralmente si ripiega su se stesso seguendo quel movimento fetale – ma aritmico <strong>– </strong>che Narciso nel mito mette in atto</strong>: Narciso si specchia nel lago, vede per la prima volta la sua immagine – senza sapere che è la sua – e se ne innamora, si ripiega su se stesso in una dimensione edonica e tragicamente solitaria. Narciso flette se stesso su se stesso, guardando quel volto nell’acqua, incapace di riconoscersi, ama se stesso e non si raggiunge mai se non, forse, nella morte. Il movimento del narcisista è dunque egocentrico, centrato quindi sul proprio centro che però manca di apertura e di equilibrio; il narcisista è colui che oscilla tra la dipendenza e l’incapacità di amare.</p>



<p>Per gli amanti della letteratura il testo di Nanetti è pieno di riferimenti di lettura, sarete accompagnati da spunti di narrazioni, come <em>Gli indifferenti </em>di Moravia o gli scritti di Gončarov. Un libro, questo, che è solo in apparenza appartenente al comparto della psicologia; l’autore infatti contamina, in una fioritura di citazioni, quello che dovrebbe essere un testo di analisi del narcisismo e lo porta su un piano accessibile a ogni lettore, una sorta di matrioska dove ad ogni passo siamo letteralmente spinti a leggere anche altro, come romanzi e grandi opere letterarie.</p>



<p><strong>Un libro che non esclude ma include tutte le forme narrative possibili che raccontato l’umano, che narrano di questo narciso annidato dentro ognuno di noi.</strong></p>



<p><strong>La svolta che compie Nanetti sul mito antico è quella di farci comprendere, in modo lampante, come Eco, la vittima innamorata del narcisista Narciso, non sia altro che una narcisista essa stessa. Siamo stati infarciti dal pensiero dicotomico dove se esiste un narcisista, l’altro è necessariamente una possibile vittima che deve essere coccolata e compatita. </strong>Franco Nanetti propone invece una analisi più feroce della questione; basta scuse de-responsabilizzanti, Eco ha la stessa responsabilità di infelicità che accompagna Narciso. Entrambi sono dei narcisisti. Infatti, sia Eco che Narciso, sono abitati dal demone della indifferenza che non concede spazio alla curiositas (per dirla alla latina maniera); la curiosità è mossa dall’eros. È soprattutto quando amiamo che siamo curiosi della vita. Accanto alla indifferenza vediamo due estremi che si toccano: ozio e esuberanza maniacale o passione. Ciò che accomuna queste due apparenti formule dicotomiche è l’assenza di una reale direzione, il narcisista non sa dove andare. Vive di euforia che non tocca minimamente la gioia consapevole, oppure vive di evitamento ed ozio dove la passività e la delegazione fanno da sovrani assoluti.</p>



<p>Questo è un libro che permette il connubio tra testo saggistico e percorso di consapevolezza; le pillole di riflessione sono sparse ovunque come piccole sfere di luce che illuminano un percorso nella penombra del sottobosco. Ad ogni descrizione di caratteristica “negativa” troveremo infatti sempre dei suggerimenti di riflessione e di lavoro nella prospettiva opposta, di crescita interiore e decrescita egoica.</p>



<p>Il secondo e il terzo capitolo affrontano in maniera più diretta e anche tecnica, specialmente nel terzo, quale è la fenomenologia del narcisista. Un percorso volto al disvelamento di quei tratti caratteristici di questa creatura, un libro che si può utilizzare quindi anche per riconoscere secondo una certa precisa classificazione quale narcisista abbiamo davanti, o quale tratto narcisistico portiamo impresso nella nostra pelle.</p>



<p>La spiegazione in chiave psicologica che fornisce Nanetti del mito ricalca fedelmente le parole di Ovidio; il mito di Narciso ed Eco giunge infatti a noi dalla riproduzione che ne ha fatto Ovidio nelle sue <em>Metamorfosi</em>. <strong>L’autore latino precisa molto bene che Eco si frantuma le ossa consumandole col pensiero ossessivo, con una passività morbosa mista alla dipendenza e al dolore del rifiuto. Eco è una ninfa che non sa accettare il No, è ostinata in un amore non corrisposto e arriva all’annullamento di sé pur di rimanere fedele a questa egregora mentale che ha creato. Eco infatti sarà relegata agli antri e alle foreste, di lei non rimane che l’ultimo suono pronunciato però da qualcun altro. </strong>Eco non inizia mai per prima, rimanda indietro ciò che altri iniziano per lei, <strong>si passivizza per l’eternità</strong>, manca di autonomia e responsabilità.</p>



<p>Anche per Ovidio Eco non è una vittima, è responsabile della sua dolorosissima fine tanto quanto Narciso.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788811370048_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-94174" width="301" height="494" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788811370048_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788811370048_0_536_0_75-183x300.jpg 183w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /></figure></div>



<p>Nel terzo capitolo la classificazione, con tratti accademici ma pur sempre comprensibili, arriva fino a sfogliare 19 possibilità narcisistiche. Ogni tipo è corredato dalle caratteristiche principali e dalla descrizione dei comportamenti più frequenti. Diciamo che per il lettore sarà molto difficile non trovare qualche tratto di se stesso, se si approccia al libro con autentica apertura di cuore, in queste descrizioni.</p>



<p><strong>Ma tranquilli, il professor Nanetti ci tiene a precisare l’esistenza della diciannovesima categoria, ovvero il narcisista con organizzazione sana: ecco che tutti siamo narcisisti. Un invito questo a portare fuori dal nostro campo di riflessione tutti i dualismi possibili ed escludenti</strong>: non esistono buoni e cattivi, il recinto delle pecore include sia quelle nere che quelle bianche. Ciò che distingue un narcisismo sano da uno patologico è la spinta all’agire: nel sano l’individuo si mantiene in contatto con la gentilezza, con il confronto, con l’ascolto e con l’amore. In quello patologico ciò che regna è il dominio sull’altro, la malvagità come motore immobile della sua vita.</p>



<p>Nei capitoli finali vi troverete immersi in una vera e propria lezione pratica di vita e di terapia; imparerete a riconoscere quali tipi di infanzia possono provocare comportamenti narcisistici, oppure quali relazioni preferiscono intessere. Ma se c’è una parte descrittiva, con tracce di saggio psicologico formativo, vedrete poi come questa conoscenza preliminare del tema che vi è richiesta si trasforma in guida pratica di comportamento sia da essere umano dentro al percorso della vita, sia da terapeuta o specialista della parola. La traccia di azione proposta però non è solo rivolta alla trattazione terapeutica pura e semplice, non si tratta quindi di psicologismi, ma di un atteggiamento che l’operatore deve avere nella vita quotidiana, una pratica di buona prassi di vita per sperimentare sempre più la consapevolezza.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="300" height="450" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/franco-nanetti.jpeg" alt="" class="wp-image-94178" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/franco-nanetti.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/franco-nanetti-200x300.jpeg 200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption>Franco Nanetti, docente presso Università di Urbino, psicologo, psicoterapeuta, counselor. </figcaption></figure></div>



<p>&nbsp;<strong>La consapevolezza infatti è un percorso di decrescita egoica che ci apre al campo di un amore condiviso, senza aspettative e senza pretese, dove il non giudizio e il rispetto sono i due titani che vegliano l’ingresso al tempio.</strong> Il passo fondamentale se abbiamo davanti un possibile narcisista patologico, come uno sano, è quello di portare la persona, accompagnandola, a riconoscere la maschera. L’autenticità è un tassello necessario per la decrescita egoica, <strong>affinché quel Narciso piegato su se stesso possa stirare la colonna vertebrale e ritornare alla posizione eretta, alla posizione della dignità. </strong>L’autenticità però è richiesta anche all’operatore, non serve quindi trattare la persona con compiacenza o con eccessiva protezione.</p>



<p>Gratitudine, perdono e buone maniere sono gli ultimi sotto-capitoli: un testo quindi, evidente anche dal finale, che travalica ampiamente i confini del saggio accademico e si trasforma in un dialogo umano, dove il lettore percepisce una reale vicinanza dell’autore, una vicinanza intima e allo stesso tempo rispettosa. <em>Narcisismi</em> è un libro necessario per fare chiarezza su questo grande tema, sul mito che offusca i nostri giorni.</p>
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		<title>“Dobbiamo sentirci liberi di chiudere gli occhi e di immaginare qualcosa al di fuori dal comune”. Francesco Consiglio dialoga con Dario Savino Doronzo, flicornista (Umberto Eco impazzirebbe per lui!)</title>
		<link>https://www.pangea.news/doronzo-intervista-consiglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 08:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Dario Savino Doronzo]]></category>
		<category><![CDATA[Eco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non è vero che i bambini sono buoni”, scrisse Roberto Gervaso. “È vero che gli adulti vogliono crederlo”. Se non siete d’accordo, sentite cosa mi è accaduto. Durante un incontro nelle scuole, dove ogni tanto vado a sproloquiare di letteratura, un piccoletto con la faccia da topo si è alzato e ha domandato: “Perché scrivi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Non è vero che i bambini sono buoni”, scrisse Roberto Gervaso. “È vero che gli adulti vogliono crederlo”. Se non siete d’accordo, sentite cosa mi è accaduto. Durante un incontro nelle scuole, dove ogni tanto vado a sproloquiare di letteratura, un piccoletto con la faccia da topo si è alzato e ha domandato: “Perché scrivi di musica? La musica si suona, non si scrive”.</p>
<p><strong>Io ho risposto: “Si scrive anche di cinema, di teatro, di pittura. Perché lo trovi così strano?”. Replicargli con una domanda, che tragico errore! Come un pugile che sente di avere il match in mano, il moccioso ha affondato il colpo: “Secondo me, tu sei come quel mio amico Luca che non sa giocare a pallone e sogna di fare il giornalista sportivo”. </strong>Non è vero che i bambini siano buoni, ha ragione Gervaso. È vero invece che sono pieni di malvagità involontaria, in misura impietosa perché sinceri.</p>
<p>Nel silenzio generale, ho raccolto i miei pensieri e ho detto: “Se pensi che scrivere sia la salvezza di chi ritiene la musica sullo spartito troppo ardua per le proprie capacità, forse hai ragione. Ogni tanto, lo confesso, mi piacerebbe scambiare la tastiera del pc con quella di un pianoforte o con le corde di un violino. Ma voglio darti un consiglio: quando sarai grande e avrai speranze e passioni, coltivale con umiltà. Cerca di fare ciò che puoi, come puoi, con ciò che hai. Non tutti possiamo fare grandi cose, ma ciascuno di noi può fare piccole cose con grande amore”.</p>
<p>Oggi, cari esploratori della <em>Pangea</em>, voglio farvi conoscere l’eccellente flicorno di <a href="http://www.dariodoronzo.it/biography" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Dario Savino Doronzo</strong></a>.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75676 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/disco1-300x263.png" alt="" width="423" height="371" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/disco1-300x263.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/disco1-768x673.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/disco1.png 856w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" />Come mai hai scelto di suonare il flicorno? È uno strumento che nell’immaginario popolare viene suonato nelle bande e nelle fanfare. Tra i vari tipi di flicorno, il contralto, detto anche <em>genis</em>, si è meritato una citazione dello scrittore Umberto Eco. Nel romanzo <em>Il pendolo di Foucault</em>: uno dei protagonisti, un ragazzo, desidera suonarlo nella banda per fare colpo su una coetanea: “Il genis è l&#8217;ossatura della banda, ne è la coscienza ritmica, l’anima. La banda è come un gregge, gli strumenti sono le pecore, il maestro è il pastore, ma il genis è il cane fedele e ringhioso che tiene al passo le pecorelle. Il maestro guarda anzitutto al genis, e se il genis lo segue, le pecorelle lo seguiranno”.</strong></p>
<p>Il suono del flicorno mi ha sempre affascinato per la sua timbrica scura e avvolgente. Ho iniziato presto, all’età di dieci anni. Fu il Maestro Luciano Palmitessa a guidarmi verso le porte della Musica. Gli devo molto! Fu il primo a scommettere nelle mie potenzialità e nel mio talento. Successivamente, ho proseguito i miei studi presso il Conservatorio di Bari dove ho avuto modo di migliorare, ampliare e affinare le mie qualità musicali. Suonare è la realizzazione del sogno di una vita. Sacrificio, spirito di abnegazione e grande senso di responsabilità mi hanno ricompensato con un florido presente che mi riempie ogni giorno di immensa gioia e bellezza.</p>
<p><strong>In <em>Reimagining Opera</em>, insieme al pianista Pietro Gallo ti sei cimentato in un’impresa coraggiosa e per certi versi spiazzante, rileggendo in chiave jazzistica il melodramma italiano. Nell’album, edito da DiG-Digressione Music, sono presenti pagine celeberrime quali il pucciniano <em>Nessun dorma</em> o l’Intermezzo della <em>Cavalleria rusticana</em> di Mascagni e altre arie di Alessandro Parisotti, Claudio Monteverdi, Tommaso Giordani e Giovanni Paisiello. Sono curioso di sapere se durante l’incisione pensavate a un pubblico particolare e se avete temuto che i melomani, solitamente conservatori, lo bollassero come una profanazione, mentre i cultori del jazz, poco avvezzi a quelle antiche melodie, faticassero a comprenderlo.</strong></p>
<p>Io e il mio amico Pietro siamo stati educati a un suono asciutto e curato di stampo classico e successivamente abbiamo intrapreso studi di musica jazz. Questo comune <em>background</em> ci ha permesso di lavorare insieme con un&#8217;unica mente e come un solo strumento. Fine ultimo del progetto è la <em>rilettura</em> delle arie più significative di autori luminari della musica operistica ‘made in Italy’. In altri termini, abbiamo <em>smontato </em>celebri lavori di stampo classico per poi <em>rimontarli </em>con modificazioni e variazioni jazzistiche sul piano melodico, armonico, timbrico, ritmico. Il calore del pubblico è tutto per un artista. Non abbiamo mai pensato ad un pubblico diviso in due fazioni contrapposte, al contrario volevamo condividere – da sempre – un prodotto che unisse due generi così diversi ma al contempo complementari.</p>
<p><strong>Studiare filosofia ignorando i filosofi. Emozionarsi al cospetto di un dipinto di straordinaria bellezza e non provare il desiderio di conoscere il nome del pittore. Ascoltare un brano musicale a occhi chiusi, totalmente persi nel suono, nella relazione reciproca delle note, convinti che la musica potrebbe esserci anche se il mondo non ci fosse, e che il resto non conta: la presenza dell’interprete, la storia del compositore, il periodo storico in cui quel brano è stato composto. È plausibile pensare che la ragion d’essere della musica vada ricercata nella musica stessa, e il miglior ascolto è quello ‘ignorante’?</strong></p>
<p>Ricondurre la Musica verso schemi rigidi risulta – a mio giudizio – un sacrilegio. Bisogna studiare la storia per rendere il presente e il nostro futuro più ricco. Non dobbiamo studiare per catalogare il tutto secondo dei lineamenti rigidi e imprescindibili. Ecco perché è necessario distinguere l’erudizione dalla cultura: se la prima, probabilmente, si riferisce ad un sapere limitato a conoscenze e a informazioni inerti, la cultura ci veicola nell’imparare a pensare con giudizio e responsabilità. Dobbiamo sentirci liberi di ‘chiudere gli occhi’ e di immaginare qualcosa al di fuori dal comune e al di fuori da ciò che studiamo. Il grande Charlie Parker diceva: “impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona ciò che la tua anima detta”. Il giudizio puro, ‘libero’, è il giudizio più vero a cui dobbiamo tener sempre fede.</p>
<p><strong>Parliamo di improvvisazione. Mentre un interprete rivive emozioni pre-scritte, e la sua bravura consiste nel saperle rivivere a comando, un improvvisatore ha spazi di libertà assoluti, potendo estrarre dallo strumento successioni di note che si accendono come lampadine, una dopo l’altra, e dalla mente scivolano alle mani e poi sulla tastiera manifestandosi vorticosamente, in frammenti di tempo infinitesimale. In quei momenti, credo che un musicista possa sentirsi una divinità.</strong></p>
<p>Hai perfettamente ragione! Sono dell’idea che le ‘regole’ dell’improvvisazione jazzistica non si possono considerare come leggi inviolabili ma come indicazioni al servizio della musica. Il musicista jazz deve ritenersi ‘libero’ di esprime ciò che sente al di fuori di qualsiasi rigido schema. Sostanzialmente l’improvvisazione permette al musicista jazz di ‘creare’ e di plasmare i suoni per dargli forma e vita.</p>
<p><strong>Chiudiamo prosaicamente, precipitando dalla purezza della creazione artistica alla vita quotidiana del musicista. Immaginiamo due giovani jazzisti che discutono animatamente. Uno dice: “Quello del musicista è uno dei pochi mestieri in cui le raccomandazioni servono a poco. Chi ha talento alla fine si trova davanti alla porta giusta”. L’altro risponde: “Ma che dici? Il mondo musicale italiano è peggio di una setta: o stai dentro o stai fuori. C’è una mentalità di sistema: relazioni, politica, gli amici degli amici… tutte quelle cose lì”. Tu con chi stai?</strong></p>
<p>Penso che il mondo musicale italiano sia tutto sommato ‘chiuso’ in quattro solide mura, ma son certo che si possono creare varchi e spazi per dar alito alla voce di chi vuol ‘urlare’ al mondo il suo essere, la sua energia, la sua Musica. Basta volerlo!</p>
<p><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro? </strong></p>
<p>Bella domanda, ma non saprei veramente. Prossimamente ho in programma concerti e seminari presso il Conservatorio di Lecce (sez. Ceglie Messapica), l’Università delle Arti di Niš (Serbia), il celebre Auditorium ‘Yeldeğirmeni Sanatla’ di Istanbul (Turchia), la prestigiosa mdw – University of Music and Performing Arts di Vienna (Austria), la storica Town Hall di Tallinn (Estonia) e tanto altro ancora. Inoltre, con il mio amico e collega Pietro Gallo stiamo lavorando per il prossimo disco che seguirà la scia del nostro CD <em>Reimagining Opera</em>.</p>
<p><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><em>Dario Savino Doronzo </em>(www.dariodoronzo.it)<em> si è diplomato in Tromba, Musica Jazz, Direzione di Coro e Composizione Corale, Scienza e Tecnologia del Suono. Selezionato a livello europeo tra i 10 candidati meritevoli, consegue il programma formativo Tuning In! presso la mdw – University of Music and Performing Arts di Vienna. Come solista e bandleader ha al suo attivo numerosi concerti per le più importanti organizzazioni musicali e culturali italiane ed estere (Carnegie Hall di New York, Thelonious Jazz Club di Buenos Aires, SKG Bridges Festival di Salonicco, Università di Coimbra, Auditorium Juan Victoria di San Juan, Jazzit Fest, Piacenza Jazz Fest, etc.). Incide per l’etichetta DiG – Digressione Music, con la quale ha pubblicato il CD “Reimagining Opera” con la collaborazione di Pietro Gallo al Pianoforte e Michel Godard al Serpentone. Laureato in Ingegneria Edile presso il Politecnico di Bari, si perfeziona in Ingegneria del Suono presso il Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria dell’UNIMORE. È autore del volume di Marketing Territoriale “Gli eventi musicali come elemento di valorizzazione del patrimonio urbano” realizzato con il supporto della Regione Puglia e del ministero dello Sviluppo Economico (Florestano Ed., Bari 2019). Già docente di Tromba Jazz presso il Conservatorio ‘Santa Cecilia’ di Roma, vincitore di Concorso è docente a tempo indeterminato di Tromba presso il Liceo Musicale di Foggia e docente a contratto presso il Conservatorio ‘Alfredo Casella’ dell’Aquila. </em></p>
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		<title>“Meglio gli ideali di ieri dell’irriducibile mediocrità di oggi”. “Ma cosa dici! La nostra generazione ha perso e a Eco preferisco Veronesi”. Dialogo serrato tra Filippo La Porta e Gianni Bonina sul valore della cultura. Nel segno di Sciascia</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-porta-bonina-dialogo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2020 07:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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		<category><![CDATA[Eco]]></category>
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		<category><![CDATA[Veronesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’anno scorso, per il trentennale della scomparsa di Leonardo Sciascia, nelle pagine culturali di “Repubblica” apparve un articolo di Filippo La Porta che diede spunto per uno scambio di email tra il critico letterario romano e il giornalista culturale catanese Gianni Bonina. Oggetto: il primato della cultura di oggi su quella di ieri sostenuto da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-porta-bonina-dialogo/">“Meglio gli ideali di ieri dell’irriducibile mediocrità di oggi”. “Ma cosa dici! La nostra generazione ha perso e a Eco preferisco Veronesi”. Dialogo serrato tra Filippo La Porta e Gianni Bonina sul valore della cultura. Nel segno di Sciascia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’anno scorso, per il trentennale della scomparsa di Leonardo Sciascia, nelle pagine culturali di “Repubblica” apparve un articolo di <a href="http://www.pangea.news/non-credo-nel-romanzo-e-se-dio-esiste-si-e-ritirato-gianluca-barbera-dialoga-con-filippo-la-porta/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Filippo La Porta</strong></a> che diede spunto per uno scambio di email tra il critico letterario romano e il giornalista culturale catanese <a href="http://www.pangea.news/gianni-bonina-intervista-romanzo-mafia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Gianni Bonina</strong></a>. Oggetto: il primato della cultura di oggi su quella di ieri sostenuto da La Porta e contestato da Bonina. Pubblichiamo il dialogo che si ebbe a distanza.</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciao Filippo, ho letto e apprezzato la tua nota su Sciascia: condivisibilissima, benché mi lasci perplesso l’idea che la sua eredità sarebbe stata raccolta dal migliore giornalismo d’inchiesta </strong>e che oggi il pensiero critico non alberghi in un individuo o in una casta ma sia per dire diffuso persino nei social. Sei ottimista e positivo, ma mi chiedo chi interpreti mai questo giornalismo d’inchiesta che non sia nondimeno fazioso e chi siano oggi i nuovi opinion-maker o grilli parlanti che a loro volta non costituiscano una nuova casta quale si vede nelle conventicole o cordate editoriali e nelle piattaforme web. Ad ogni modo, fornisci – come sempre – materia di riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un caro saluto</p>
<p style="text-align: justify;">Gianni</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72994 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro-la-porta-197x300.jpg" alt="" width="274" height="418" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-la-porta-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-la-porta-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-la-porta.jpg 300w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" />Carissimo, grazie. Però la tua perplessità mi perplime (si dice?).</p>
<p style="text-align: justify;">La mia è una reazione credo sacrosanta ai tanti amici che definirei ‘apocalittici integrati’ (tengono il broncio al nostro tempo, come diceva Musil, però lo abitano abbastanza confortevolmente), che pensano che finiti loro finisce il mondo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>40 anni fa c’era più pensiero critico nella società? Scherziamo! I miei maestri Rossana Rossanda e Lucio Magri inneggiavano alla Rivoluzione Culturale cinese (un milione di morti), Fortini parlava del Comunismo come della Città Celeste di sant’Agostino e i nostri discorsi erano infarciti di slogan.</strong> Gli eretici poi erano i più ortodossi di tutti. Oggi invece – parlo solo di minoranze ma sempre sono le minoranze a spingere la realtà – c’è un pensiero forse meno colto, più slabbrato e confuso, ma anche più libero, antidogmatico, anti-ideologico&#8230; Nei social trovo sia il narcisismo aggressivo e la supponenza degli asini, sia esperienze di condivisione e collaborazione che la mia generazione ha solo teorizzato!</p>
<p style="text-align: justify;">Non rimpiango le inchieste di ieri, mentre oggi in Rete se hai buona volontà puoi raggiungere la verità su un qualsiasi fatto solo incrociando le fonti (come dice la filosofa Franca d’Agostini).</p>
<p style="text-align: justify;"> F</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Caro Filippo, ho troppa stima di te e ho letto non poche cose tue, sempre con ammirazione, per non esprimertene di nuova circa la tua singolarità. <strong>Hai vissuto gli anni degli ideali e magnifichi quelli attuali ispirati alla più irriducibile mediocrità.</strong> E ora scopro che un intellettuale educato al vecchio credo inneggia al nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">è vero quello che dici: furono anni apocalittici, ma per colpa della troppa ideologia messa in circolo. Tolta quella, come è successo, è rimasto il vuoto: colmato da pensatori i cui nomi sarebbe decisamente indegno accostare agli stessi che tu ricordi. Fortini, Fofi, certo, anche loro appaiono oggi dei mostri sacri, benché fossero allora detestabili e discutibili. <strong>Ma ci sono stati Sciascia, Pasolini, Calvino, Manganelli: letterati, Filippo, letterati pressoché in permanente conflitto col potere e su posizioni non certo di inferiorità, diversi dai pifferai che vedo oggi in giro. Chi eserciterebbe il pensiero critico? Saviano forse, Scalfari? </strong>La D’Agostini? Cacciari? Travaglio? Non ti viene da ridere?</p>
<p style="text-align: justify;">Citi i social come nuova fonte della verità e io rabbrividisco. Credi davvero che, incrociando termini, si giunga alla conoscenza? Forse a una mera informazione da catalogo Vestro o da vecchio Leonardo degli anni Sessanta. Beato te, caro Filippo, che vedi a colori dove è solo grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Gianni</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Caro Gianni, la stima è interamente ricambiata!</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, come metti le cose tu sembra che non ci siano vie d’uscita. Ma sei sicuro che quando muore uno scrittore o regista o poeta si debba necessariamente scrivere che è morto <em>l’ultimo</em> scrittore, <em>l’ultimo</em> regista, etc.? <strong>Manganelli è un gigante ma anche un romanziere semifallito, e sul piano del romanzo Veronesi gli è superiore. Calvino un intellettuale strepitoso ma, anche qui come romanziere Doninelli lo sopravanza. Gli ultimi libri della Ginzburg sono imbarazzanti.</strong> Se scorri i vincitori dello Strega degli anni ’60 e ’70 i più sono dimenticati o dimenticabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nuove generazioni: vedo i rischi di impoverimento culturale e linguistico, la perdita della memoria, la svalutazione della fatica (per raggiungere un risultato), il prevalere della fretta, etc. ma vedo anche che <strong>diffidano della cultura perché la cultura per la mia generazione è stata uno strumento di carriera e di potere</strong>, e soprattutto che danno più importanza alla relazione tra ciò che dici e ciò che fai. Per loro devi essere ‘credibile’. Ti pare poco?</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda che la cultura nel ’900 ha fallito: il nazismo è nato nella culla del romanticismo e nel paese più istruito d’Europa! Non ti fa venire degli interrogativi? <strong>L’umanesimo in sé ahinoi non umanizza!  Le nuove generazioni provano a sostituire l’umanesimo con una umanità concreta, la cultura libresca con esperienze di condivisione. </strong>Chi custodisce l’umanesimo della tradizione, i miei amici professori ordinari di letteratura italiana, sempre al sicuro e al riparo di tutto, impegnati a costruire le loro confortevoli carriere accademiche o i giovani che tentano – anche confusamente – di mettere in pratica il ‘ben fare’ di cui parla Dante (l’Italia è il primo paese in Europa quanto al volontariato)? La filosofa Roberta De Monticelli parla dei suoi colleghi universitari, impegnati a criticare il sistema dell’università ma complici delle “opacità” consortili e dei conformismi di quel sistema. Gianni, l’umanesimo preme su di noi con le sue domande e le sue promesse, dobbiamo sapergli rispondere.</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofa Franca d’Agostini (altro che Cacciari!) scrive in <em>Introduzione alla verità</em> che certo in Rete tutto risulta vero, ma il fatto che la verità non segnala mai con chiarezza la sua presenza lo sapevamo dal tempo dei sofisti, e anzi la circostanza interessante oggi è che sappiamo tutto ciò e sappiamo che da qualche parte il vero c’è “e possiamo fare una grande quantità di confronti incrociati per reperirlo”. Pensi davvero che 30 anni fa la situazione era più favorevole alla ricerca del vero?</p>
<p style="text-align: justify;">Filippo</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72995 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/bonina-213x300.jpg" alt="" width="266" height="375" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/bonina-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/bonina.jpg 324w" sizes="(max-width: 266px) 100vw, 266px" />Caro Filippo, “Ultimo scrittore” o “Ultimo regista” sono slogan dei maggiori giornali, in riferimento ad autori che appartengono alle generazioni passate per celebrare “il nuovo che avanza”. <strong>I danni che “la grande stampa” sta producendo sono incalcolabili. Veronesi, dici, superiore a Manganelli? Spero ti rendi conto, caro Filippo, che basta solo fare il nome di Veronesi (assurto a un barlume di visibilità solo grazie a un film su un suo libro di stentata sufficienza) o quello di Doninelli per capire che parliamo di persone sconosciute già oggi nel clou della loro attività, figuriamoci domani, mentre Manganelli e Calvino saranno noti anche dopodomani come lo sono tutt’oggi.</strong> I vincitori Strega degli anni Sessanta e Settanta li trovi ancora oggi nei manuali di letteratura e molti vengono ripubblicati, altro che dimenticabili. Oggi dominano le classifiche i Volo e gli influencer, i cuochi, i conduttori televisivi che scrivono romanzi e i ragazzini rap. Lo Strega lo vincono i Giordano e altri di un solo libro, tutti illeggibili, tutti già dimenticati.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza tra ieri e oggi è che se la cultura è stata uno strumento di potere e di carriera – in parte cosa verissima e inevitabile nei meccanismi della civiltà occidentale: anche Platone venne a Siracusa per fare politica – oggi lo è lo spettacolo, l’intrattenimento, il talk show. Con la differenza che gli uomini di cultura di ieri diventavano statisti. Hai fatto caso che da vent’anni nessuno pronuncia più la parola “statista”? Non sarà perché è impossibile trovarne uno che possa esserlo?</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura del Novecento si è troppo imbevuta di postmoderno da essere chiamata “novecentismo”, ma senza il novecentismo non avremmo avuto nemmeno il Sessantotto, cioè l’immaginazione al potere. <strong>I “dominanti” di oggi sono quelli che hanno tradito lo spirito del Sessantotto e risposto al riflusso degli anni Ottanta, alle illecebre della società dello spettacolo e della globalizzazione.</strong> Ma viva comunque quell’età quando per strada noi, tu e io, scendevamo a marciare per ideali che nemmeno ci chiedevamo se fossero giusti o sbagliati, e tuttavia eravamo lì, con gli altri, in tutte le città, anche su schieramenti opposti, ma gonfi di valori e ideali. Meglio un ideale sbagliato che la mancanza anche del più misero. Oggi i giovani stanno su internet e hanno perso ogni ideale. Non leggono e vedono serie Tv. Protestano per il clima non perché ci credono ma per seguire una foga passeggera, non sanno nemmeno cos’è il sacco a pelo e non hanno né passioni né valori né hobby. Tutto in nome del pragmatismo imperante voluto dalla società postideologica che ha in odio pure la distinzione tra destra e sinistra, discrimine sul quale molte generazioni hanno speso la vita. <strong>Noi leggevamo romanzi all’età in cui mio figlio mi ha chiesto perché non impiegassi semmai il mio tempo a leggere un manuale su come riparare un lavandino, servendomi molto di più: non capendo che senza la letteratura non ci sarebbe stata la filosofia e senza la filosofia non ci sarebbero state le idee</strong> e dunque non ci sarebbe stata la storia e infine l’umanità organizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">L’umanesimo ha nutrito l’Europa per quasi sei secoli, così tanto da fare parte oggi del carattere continentale, degli italiani in particolare. Se oggi lo sguardo sul passato è stato distolto è stato per il prevalere del mito del presente, un totem che il mondo adora e i cui sacerdoti sono i pragmatici, ovvero gli opportunisti, i Salvini, i Berlusconi, i Di Maio, i Renzi, i Grillo: la “nostra classe dirigente”. Per fortuna, dico io, che l’umanesimo continua a fare da antidoto contro l’avvelenamento invalente anche del pupulismo e del sovranismo. Per fortuna che ancora c’è gente che guarda alla tradizione almeno con sentimento di rimpianto e la colpa di aver tentato di demolirla. Dici che è un bene che la cultura libresca sia stata sostituita da esperienze di condivisione. Dunque dovremmo approvare il primato di Internet e di facebook sul modello di cultura che da Aristotele in poi è stato alla base della nostra civiltà? Ti inviterei a leggere a caso qualsiasi libro dell’Ottocento e poi qualsiasi libro degli ultimi dieci anni, non solo di narrativa ma anche di saggistica, campo questo nel quale è del tutto impossibile trovare chi meriti un minimo di attenzione. <strong>Non c’è oggi un solo settore nel quale operi una sola eccellenza che non sia frutto del suo tempo effimero e che non durerà. Per fortuna, il vuoto totale di scrittori, di cantautori, di artisti, pure di calciatori, spinge a rinverdire e tenere presenti i nomi del passato, sicché si continuano ad ascoltare “i nostri” De Gregori e Venditti, si continuano a leggere Umberto Eco e Sciascia.</strong> Un solo merito concedo alle nuove generazioni della condivisione: il fatto che conoscano l’inglese. Ma quello che per la nostra generazione era visto come un vantaggio da conseguire per condividere cultura internazionale oggi è considerato un mezzo per stare nottate intere applicati nei giochi di ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto poi che i nostri riferimenti debbano essere le D’Agostino e i D’Agostino mi pare una eloquente chiave di interpretazione del tempo che viviamo. <strong>A me basta ricordarti una frase di Sciascia in fatto di ricerca epistemologica: “Che cos’è la verità? Sarei tentato di rispondere che è la letteratura”.  </strong>La letteratura Filippo, non la condivisione, il pragmatismo, il post-umanesimo e il post-ideologismo. E permettimi, non la letteratura dei Doninelli, che è l’equivalente della politica dei Toninelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Gianni</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Carissimo, mi fa piacere la tua – oggi insolita – volontà dialogica. I temi che sollevi sono molti, e cruciali. Certo, la <em>pietas</em> verso il passato culturale, l’amore per la tradizione, sapere di cosa siamo fatti, etc. ma nel momento in cui il passato culturale è diventato museo e accademia, repertorio di citazioni multiuso, oggi tendo a dare molta importanza alla parte migliore della cultura di massa, che tenta di rileggere criticamente quel passato: Caparezza che riprende genialmente Dante con “Argenti vive”, Woody Allen che rilegge <em>Delitto e castigo</em>, i Simpson che mettono in scena Shakespeare, i Coen e la letteratura yiddish&#8230;Va bene, il punto è non fermarsi lì, non fermarsi alla “mediazione” (la cultura di massa può essere solo un ponte) e dunque a un certo punto i classici prenderli in mano, leggerli direttamente. <strong>Però i classici dobbiamo pur farli parlare, dobbiamo esporci alle loro domande urgenti, drammatiche. L’arte moderna, è stato osservato, ha perso il pungiglione. Ecco, in che modo può ritrovare quel pungiglione? Forse deve anche percorrere strade meno istituzionali, meno prevedibili.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a Eco, e lo dico con tutto il rispetto verso il semiologo, beh il fatto che oggi si leggano con godimento i romanzi-videogame di Eco è per me – dovresti saperlo – quasi una iattura. Appunto: con il loro aroma culturale nobilitano i lettori e li fanno sentire più intelligenti senza sforzo. Un saggista messicano, Elizondo, scrisse un delizioso commento su una indigestione di Eco a Capodanno, dicendo che era una metafora della sua bulimica narrazione! <strong>Su Manganelli: lo adoro, mi leggo e rileggo i suoi strepitosi reportage e articoli, ha adoperato la nostra lingua con una creatività insuperabile. Ma come romanziere mi sembra fiacco, algido, privo di ritmo. è uno stilista, ha un talento retorico superbo, ma è come sigillato dentro la lingua, in modo claustrofobico, non sento attrito (curioso: sia Eco che Manganelli ebbero uno scontro feroce con Pasolini!).</strong> Nel genere del romanzo io preferisco gli affabulatori, appunto Veronesi o Doninelli, con i loro romanzi anche imperfetti o frananti, ma che comunque costruiscono un mondo credibile, in cui abiti per un po’. E non capisco la battuta sprezzante sulla D&#8217;Agostini, filosofa rigorosa e di grande energia argomentativa (assai meglio del liricizzante Agamben). E neanche quella su D’Agostino! Va bene, jolly rutilante dell&#8217;universo del gossip&#8230; ma sai che quando parla del costume è spesso più acuto dei sociologi delle prime pagine dei quotidiani?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comunque sono convinto che il vero nemico della cultura è la cultura stessa, che ha tradito le proprie promesse e non il digitale o la Rete o il mercato o i videogiochi. Mio figlio legge pochissimo, ma ha una intelligenza meno dogmatica e meno ideologica di quella che avevo io alla sua età.</strong> Ha messo l’immaginazione al lavoro, per creare comunità, legame sociale, saperi condivisi, senza volerla “mandare al potere” (cosa per me raggelante). Non mi illudo sulla <em>sharing economy</em> o su un Terzo Settore che confina con il business, però vedo che mio figlio con amici e semplici coetanei si scambia in Rete, che so, anche i sottotitoli della fiction americana&#8230; Realizzano, senza proclami, tutto quello che la mia generazione si è limitata a teorizzare, predicare, raccomandare etc.: la condivisione, la messa in comune. Nel gruppo di lettura della biblioteca sotto casa – credo molto nei gruppi spontanei di lettura, in Italia ne sono stati censiti circa 400, è in essi e non nell’università o nella scuola che si forma un lettore più esigente e responsabile – i classici sono più amorevolmente coltivati rispetto a 30 anni fa. No, caro Gianni all’apocalisse preferisco la genesi!</p>
<p style="text-align: justify;">Filippo</p>
<p>*<em>In copertina: Leonardo Sciascia (1921-1989) a Racalmuto, photo Rcs Periodici/Dolcetti</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-porta-bonina-dialogo/">“Meglio gli ideali di ieri dell’irriducibile mediocrità di oggi”. “Ma cosa dici! La nostra generazione ha perso e a Eco preferisco Veronesi”. Dialogo serrato tra Filippo La Porta e Gianni Bonina sul valore della cultura. Nel segno di Sciascia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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