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	<title>Duce Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il Duce che abolisce il totocalcio e il Cristo della nostalgia: ecco perché non possiamo fare a meno di Morselli (e dobbiamo pubblicarlo a dovere). Luigi Mascheroni intervista Fabio Pierangeli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jul 2019 06:39:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fabio Pierangeli, italianista dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è tra i massimi studiosi di Guido Morselli. Se Linda Terziroli pubblica ora la prima biografia del grande scrittore “postumo” (Un pacchetto di Gauloises, Castevecchi, 2019), Pierangeli ha dedicato a Morselli numerosi saggi e altri ne ha ospitati sulla rivista che dirige, “Mosaico italiano”. Professor [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fabio Pierangeli, italianista dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è tra i massimi studiosi di Guido Morselli. Se Linda Terziroli pubblica ora la prima biografia del grande scrittore “postumo” (<em>Un pacchetto di Gauloises</em>, Castevecchi, 2019), Pierangeli ha dedicato a Morselli numerosi saggi e altri ne ha ospitati sulla rivista che dirige, “Mosaico italiano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Professor Pierangeli, Frederika Randall lo scorso anno ha tradotto negli Stati Uniti “The Communist”. E deve uscire anche “Dissipatio HG”. Sembra esserci un risveglio di interesse per Morselli fuori l&#8217;Italia. E da noi? Dopo l’esplosione, anni fa, del ‘caso Morselli’, oggi è ancora letto, venduto, studiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla sua “provincia” di Varese, Morselli, avendo molto viaggiato da giovane, è stato un autore perennemente in ombra, per i noti rifiuti editoriali, <strong>ma capace di guardare alla scena europea come pochi autori italiani.</strong> La odiata e amata Svizzera, tempio opulento del denaro, forniva un altro teatro interessante su cui guardare i destini del Vecchio Continente dopo le due Guerre Mondiali. La letteratura francese e anglosassone facevano sicuramente parte del suo vastissimo e dottissimo bagaglio culturale in misura anche maggiore della cultura italiana. Nella sua biblioteca personale, conservata nel Fondo Morselli della Biblioteca civica di Varese, pochissime le presenze degli autori italiani a lui contemporanei. Se probabilmente li aveva letti, non si sentiva di appartenere a nessuna famiglia, tantomeno a correnti poetiche, come si evince nel corposo saggio inedito sull’ermetismo. La fortuna all’estero andrà incrementandosi con queste iniziative editoriali, una specie di risarcimento postumo per uno scrittore felicemente dinamico per stile e contenuti, quanto fedele a tematiche di fondo. <strong>Per quanto riguarda l’attenzione per i libri di Morselli in Italia, non ho statistiche di vendite, ma sentendo insegnanti e colleghi universitari mi pare di poter affermare che l’interesse per Guido Morselli non diminuisce nel nostro Paese, specialmente presso i giovani. La bibliografia in rete di uno tra i migliori studiosi di Morselli, Domenico Mezzina, lo attesta.</strong> Per esempio alle riunioni annuali degli Italianisti, nelle sessioni animate da dottorandi e giovani studiosi, trovo sempre un intervento sullo scrittore di Varese-Gavirate. Segnalo, ad esempio, la tesi di dottorato di Stefano Tieri all’università di Chieti, relatore un altro appassionato studioso di Morselli, Andrea Gialloreto, proprio su <em>Il comunista</em>, di cui ne è uscita una sintesi sulla rivista che dirigo <em>Mosaico italiano</em>, marzo 2019. La forte eticità, e nello stesso tempo la sua avversione a pensieri professionistici e granitici lo rendono autore capace di parlare al presente, anche se il suo messaggio richiede molta attenzione, celato in una innata capacità camaleontica, in equilibrio tra ardimento strutturale innovativo (Gialloreto lo inserisce nei “cantieri” dello sperimentalismo) e stile tradizionale. Morselli si definiva un dilettante, per certi versi ingenuo, per altri scaltrissimo. Pieno di curiosità, scriveva lettere memorabili su questioni letterarie e di attualità, spesso senza ricevere risposte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cosa sconcertante è che in Italia non siano ancora uscite le opere teatrali. A che punto è l&#8217;edizione di questi testi? Perché non vengono pubblicati? Ha un’opzione Adelphi?  In che cosa consiste esattamente il corpus degli scritti teatrali di Morselli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il teatro di Guido Morselli è un palinsesto della sua opera, un “riepilogo degli uomini” come amava definirsi. L’interesse per la drammaturgia non è sporadico, lo accompagna dal 1943, il testo giovanile <em>Tempi liceali</em>, al 1968, concentrandosi con la maggior parte della scrittura delle opere a metà degli anni Cinquanta. <strong>Vi troviamo il gusto per la storia, dove ritrovare, in episodi minori, comportamenti tipici degli esseri umani davanti al potere, <em>Cesare e i pirati</em>, grandi personaggi colti nell’intimità della vita personale, sotto forme ironiche e metateatrali, <em>Marx. Rottura verso l’uomo</em>, riflessioni sulle ideologie, rispetto alle aspirazioni private, <em>L’amante di Ilaria</em>, la continuazione drammaturgia e perfettamente costruita del racconto <em>Incontro con il comunista</em>. Menzione speciale per <em>Il Redentore</em>,</strong> di cui, al Fondo Morselli di Pavia si conservano stesure manoscritte piuttosto complicate, specie per il finale, su cui, probabilmente Morselli non aveva trovato una soluzione convincente. Ma l’argomento è suggestivo, più morselliano che mai, come spesso abbiamo discusso con la Terziroli. Una figura cristica, di santo eretico, rinchiuso dai nazisti in una clinica in Westfalia, nel periodo funesto dell’Aktion T4 (lo sterminio dei malati di mente, dei disabili, dei malati che anticipa quello degli ebrei) predica la pace e l’uguaglianza, il primato della carità, tenendo testa ai gerarchi e alle autorità ecclesiastiche succubi del nazismo. <img decoding="async" class=" wp-image-68908 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro1-22-190x300.jpg" alt="" width="161" height="254" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro1-22-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro1-22.jpg 200w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Forse ancor più significative alcune sceneggiature pensate per il cinema, di cui ho parlato nel mio libro <em>Sulla scena (inedita) di Guido Morselli, Il secondo amore</em> e <em>È successo a Linzago Brianza</em>. <strong>Una consistente parte del <em>Diario</em>, rispetto all’edizione “storica” a cura di Valentina Fortichiari a cui si deve la pubblicazione presso Adelphi delle opere di Morselli, rimane tuttora inedita e ne sappiamo pochissimo. </strong>Nel Fondo Morselli al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia ci sono ancora alcuni racconti inediti, saggi, prove di romanzo, l’introduzione e la traduzione de <em>Il gioco dell’amore e del caso </em>di Marivaux pensato per la radio, lettere a editori, personaggi della cultura e del teatro e saggi di argomento religioso, in particolare il primo e il terzo volume della trilogia <em>Fede e critica</em>, <em>Filosofia sotto la tenda</em> e, il bellissimo, a mio modo di vedere, <em>Due vie della mistica </em>in cui, nella prime pagine, si descrive nel Cristo storico, il vertice della carità, come la ritroviamo ne <em>Il Redentore</em> e in <em>Dissipatio H.G</em>, nella figura, reale e simbolica, del medico Karpinski, proprio quello che si attende per fumare insieme le Gauloises, ricordate nell’evocativo titolo della Terziroli. L’<em>ascensus</em> e il <em>raptus</em>, ovvero le due vie della mistica, nascano da un rimpianto, da una nostalgia: Gesù ha vissuto pochi anni con gli uomini. Il suo modo di incarnare la carità rimane unico e inimitabile. Sul versante degli inediti religiosi ha scritto pagine significative in due libri Paola Villani. <strong>Ho presentato un progetto alla Adelphi per la pubblicazione delle drammaturgie inedite, concordato con gli eredi,</strong> in particolare con la signora Loredana Visconti, ma fino ad oggi non ho ricevute risposte concrete.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;anno scorso, in occasione dei duecento anni dalla nascita del filosofo di Treviri, è andata in scena a Varese l’opera “Marx rottura verso l’uomo”. Il personaggio creato da Morselli è modernissimo: in pantofole che annega tra i manoscritti delle pubblicazioni&#8230; E poi c’è l’opera “Cesare e i pirati”, tra scappatelle di Cesare e un Mussolini un po’ inedito&#8230; C’entra anche il totocalcio. Come mai Morselli subisce il fascino dei grandi uomini di potere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha toccato un argomento effettivamente molto interessante e di cui, mi sembra, la critica non abbia troppo insistito. Tra gli altri inediti (parzialmente proposto su riviste e giornali) ancora in stato di abbozzo, spicca <em>Uonna</em>, sulla parità dei sessi e su quella che oggi chiameremmo problema dei gender. <strong>In Morselli, raffinato corteggiatore, è presente una parte femminile non trascurabile che, forse protende, e nello stesso tempo, respinge, l’uomo forte. Ha perso da giovane l’amatissima madre, e con il padre non ha avuto un rapporto particolarmente felice</strong>, dati su cui ha molto riflettuto Terziroli. La storia dell’innamoramento di Purha, figlia dello stato libero dei pirati, per Cesare ne è la prova. Il divertente Marx metateatrale della commedia messa in scena non ha i caratteri forti del pensatore di Treviri e nell’ultima scena si trova a rimpiangere il passato con un altro personaggio, emissario di Bismark, messo da parte dalla crudeltà della storia. <em>Cose d’Italia</em>, il soggetto per una drammaturgia o anche per un film che, con il gusto di <em>Contro-passato prossimo</em>, riscrive realisticamente l’ascesa e la caduta di Mussolini, influenzata dalle figure femminili e dalle infide spie inglesi è, effettivamente, esilarante. <strong>Dopo aver resistito a vari attacchi politici, a causa di dubbie decisioni suggerite dalle “sue” donne, il Duce viene travolto e costretto a fuggire per aver voluto abolire il totocalcio e chiudere i bordelli. Se può esserci il fascino dei grandi uomini di potere, Morselli ha la capacità di vederne il ridicolo</strong>, di far cadere, anche dinanzi ai suo stessi occhi, la luce ambigua del potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luigi Mascheroni</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Una versione ridotta di questa intervista, edita per gentile concessione dell’autore, è stata pubblicata su “il Giornale”, domenica 21 luglio 2019</em></p>
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		<title>Quando Mussolini fu scambiato per il Buddha e voleva conquistare l’India. Dialogo con Enrica Garzilli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 04:18:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studiosa di genio, pressoché inafferrabile, giustamente gelosa delle sue fonti. Laureata in sanscrito alla ‘Sapienza’ con il massimo dei voti – prima pubblicazione di pregio – la prima edizione critica di un testo filosofico sanscrito del XII secolo, Lo spandasaṁdoha di Kṣemarāja – studi tra Delhi e Harvard, alla guida di un paio di riviste [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Studiosa di genio, pressoché inafferrabile, giustamente gelosa delle sue fonti. Laureata in sanscrito alla ‘Sapienza’ con il massimo dei voti – prima pubblicazione di pregio – la prima edizione critica di un testo filosofico sanscrito del XII secolo, <em>Lo spandasaṁdoha di Kṣemarāja </em>– studi tra Delhi e Harvard, alla guida di un paio di riviste accademiche – l’“International Journal of Tantric Studices” e il “Journal of South Asia Women Studies” – <strong>Enrica Garzilli pubblica nel 2012 <em><a href="http://esploratoredelduce.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L’esploratore del Duce.</a> Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti. </em>Il libro è fondamentale, per qualità di scrittura e mole di documenti – per lo più inediti – presentati. </strong>Parecchi accademici (o presunti) si divorano le nocche delle dita. Quando Enrica – bellissima donna, che coltiva l’eremitaggio della studiosa accanita – mi fa giungere notizia del titolo del nuovo libro a cui sta lavorando, <em>Fascismo e Oriente: Mussolini in India, Nepal, Afghanistan, Tibet e Giappone</em>, la contatto. <img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-67337 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/libro-garzilli-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-garzilli-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-garzilli.jpg 333w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />Ciò che so, a proposito, è piattamente scolastico: l’espansione verso Etiopia e Somalia, la presenza in Libia, l’Albania, il Duce che sguaina la ‘Spada dell’Islam’ nel 1937, le mire e le profezie verso la Cina (così Mussolini sul <em>Popolo d’Italia</em>, il 18 gennaio 1934: “Ora l’avvenire della civiltà e della razza bianca nell’estremo oriente, la sorte del Pacifico dipende dal compito che la Cina si assumerà nel corso del secolo”). Altro – al di là dei rapporti con il Giappone nell’‘Asse’ – mi è oscuro. <strong>Dunque, propongo alla Garzilli una intervista. Ci sta. Le faccio alcune domande. Vuole leggerle, mi chiede del tempo per rispondere a dovere.</strong> Il tempo passa. La ricontatto. A volte mi spiazza. “Chi è lei? Non la conosco”, mi fa, una volta. L’esito dell’intervista è quello che leggete. La studiosa Garzilli ha risposto a due domande, la prima con un breve saggio, piuttosto prezioso, ricco di spunti e dote di dati. Mi sono preso l’onere di suddividerlo in capitoli per agevolare la lettura. “Non posso rispondere in modo approssimativo”, mi ha detto, quasi scusandosi. In realtà, è davvero un lavoro pionieristico, condotto su documenti di prima mano, decisivo per capire la politica estera del Fascismo – alla luce del sole e sotterranea – e le ‘sbandate’ del Duce, ad esempio, verso il buddhismo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mussolini e l’Oriente, più o meno estremo. Lei mi accennava a un interesse già vivo da giovane, e a quel discorso, nel 1921, sull’India, piuttosto lungimirante. Cosa avvicina Mussolini a quei luoghi, cosa vi vede, dal punto di vista ‘politico’, spirituale (posto che abbia avuto interessi spirituali)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sull’interesse di Mussolini per l’Oriente e non solo l’India, e addirittura per il buddhismo, le rispondo rielaborando delle pagine del mio libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il Messia? Quattro discorsi rispetto al corpo di dottrine elaborato dal Buddha</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suo interesse per la cultura indiana, segno anche della popolarità di cui godeva il paese in Italia, partiva da lontano, nientedimeno che dal 1902, quando aveva 19 anni.</strong> Suo padre, che era un attivo esponente socialista di Forlì, era emigrato in Svizzera perché la famiglia era indigente. A Losanna, nonostante fosse poverissimo e si dedicasse a lavori umili, Benito frequentava gli ambienti universitari. Non un professore soltanto ma tutto quel mondo cosmopolita, anche se preferiva gli intellettuali russi. Durante un comizio in cui affrontò l’asso del riformismo di allora, il belga Emile Auguste Vandervelde, che a 36 anni era già presidente della Seconda Internazionale Socialista, che era venuto a parlare di Gesù Cristo sovversivo e del comunismo degli apostoli. Proprio allora Mussolini stava prendendo contatto con il pensiero di Georges Eugène Sorel e di Nietzsche. <strong>Benito, alla fine della conferenza di Vandervelde, fra lo stupore generale chiese e ottenne il contraddittorio per un affondo contro il Vangelo e contro Galileo, colpevoli di aver fatto crollare il magnifico edificio dell’Impero romano sotto la spallata della moralità dello schiavo.</strong> Sappiamo che la <em>sklavenmoral</em> era un tema centrale dell’opera di Nietzsche, che divideva fra mentalità del padrone e mentalità dello schiavo, quest’ultima basata sulla gentilezza, la simpatia e l’empatia e sulla valutazione delle azioni sul metro delle intenzioni e non quello delle conseguenze, indebolendo così dal di dentro, con le ideologie, la resistenza della società ai barbari. Mussolini parlò di buddhismo. “Auspici i russi – tutti un poco teosofi – era appena risalito al Buddo attraverso lo Schopenhauer, maestro di Nietzsche suo maestro. <strong>Che cos’era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant’anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Al che Vandervelde gli avrebbe risposto che era vero, Gesù non aveva perseverato in 40 anni di tranquilli travagli ascetici, ma il caro compagno dimenticava che a 33 anni aveva avuto un piccolo incidente professionale che aveva danneggiato la sua carriera rivoluzionaria. Al che la folla unanimamente rise. Benito ne fu così turbato che da allora giurò di non usare più come argomento oratorio i Vangeli e la Bibbia, anzi, di non citarli neanche più.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare anche che a Tolmezzo, dove nel 1906-1907 Mussolini fece il maestro elementare, la scolaresca gli volesse un gran bene ma fosse sgomenta del suo carattere iroso e i pugni sulla cattedra quando si spazientiva. Quando fu denunciato alla Giunta scolastica con l’accusa di essere un bestemmiatore fu assolto dal sovrintendente grazie all’innocuo carattere «culturale e storico» delle imprecazioni. <strong>Risultò vero che Benito eccedeva nel verbo, però l’oggetto del discorso era sempre il Buddha, «che poi era Maometto». </strong>Dobbiamo pensare che al tempo la figura di Maometto e quella del Buddha, nella cultura popolare italiana non orientalista, erano spesso sovrapposti. Siddharta Gautama, che era nato e aveva raggiunto l’Illuminazione in India ma il cui credo era quasi scomparso in quella regione per diffondersi invece a macchia d’olio nell’Asia centrale, scalzato poi dall’Islam, e in quella sud-orientale e orientale, era localizzato genericamente in India.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mussolini, in realtà, era sì interessato al buddhismo e all’India, ma da statista si avvicinò ai musulmani del subcontinente per ragioni di opportunità politica.</strong> Erano infatti nemici dei latifondisti induisti, vicini al British Raj, che Mussolini avrebbe volentieri scalzato per sostituire il dominio britannico con quello italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi aveva un forte interesse per l’India era anche Arnaldo Mussolini e questo rinforzò quello di Benito, ma nel corso di venti anni la politica del Fascismo verso la Corona Britannica, che controllava parte dell’Asia e dominava l’India e l’odierno Pakistan con il British Raj, fu abbastanza contraddittoria:</strong> quella ufficiale del governo, molto cauto a non incrinare i rapporti con la Corona; quella di Benito Mussolini, decisamente antibritannico, e quella di suo fratello Arnaldo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_67338" aria-describedby="caption-attachment-67338" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67338" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/garzili-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/garzili-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/garzili-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/garzili-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/garzili-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/garzili.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-67338" class="wp-caption-text">Enrica Garzilli, specialista di indologia, nel 2012 ha pubblicato &#8220;L&#8217;esploratore del Duce&#8221;, uno studio sulle avventure del grande orientalista Giuseppe Tucci</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>India: un interesse politico in funzione antibritannica</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1921 l’interesse inizialmente filosofico e sociale di Benito si era trasformato in una vera e propria visione politica verso l’Asia, musulmana e non</strong>, che includeva i territori al di là dei Balcani e il Medio Oriente, l’India e, man mano, si espanse verso l’Asia centrale e orientale, Afghanistan in testa. Si era sviluppato nell’ambito della politica estera espansionistica, parte fondante del Fascismo sin dalla prima ora, ed era legato alla crescita demografica dell’Italia, alla fame di terra e al prestigio e il peso che Mussolini aveva assegnato nel mondo all’Italia. La sua visione e le sue mire asiatiche andavano ben oltre l’interesse verso l’India dalle «radici profonde» di cui ha parlato De Felice nel suo brillante saggio “L’india nella strategia politica di Mussolini”<sup>. </sup>(riecheggiando un po’ il concetto delle «forze profonde» che influenzano la storia delle relazioni internazionali dello storico Pierre Renouvin negli otto volumi della sua magistrale opera <em>Histoire des relations internationales</em>) e la sua «nippofilia», sempre per usare la definizione che ha dato De Felice in diversi suoi scritti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per la prima volta, nel settembre 1921, Mussolini espresse pubblicamente le sue idee politiche sull’India in un articolo pubblicato su <em>Il Popolo d’Italia</em>. L’occasione era stata la rivolta dei musulmani Moplah nel Malabar, in Kerala, contro l’alleanza della Corona britannica con i latifondisti induisti.</strong> Durante la battaglia scoppiata fra inglesi e musulmani questi ultimi furono imprigionati e cento di loro furono trasportati in un vagone ferroviario. Ma scoppiò la tragedia. Quando la porta del vagone fu aperta, sessantasei uomini erano morti soffocati e gli altri erano agonizzanti. “La tragedia del treno dei Moplah”, come fu chiamata, ebbe risonanza internazionale e Mussolini non si lasciò sfuggire l’occasione di usarla per sottolineare le difficoltà della Gran Bretagna e la futura indipendenza dell’India: “è palese che la posizione dell’Inghilterra nelle Indie è abbastanza difficile. Non crediamo che sia imminente il tracollo della sua dominazione, perché la metropoli ricorrerà a tutti i mezzi violenti e subdoli per conservarla; ma lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. <strong>La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che l’espansionismo fascista si indirizzò prevalentemente verso due direzioni, l’Africa e l’Europa danubiano-balcanica – nella prima attuando un colonialismo tradizionale, nella seconda precorrendo quanto fu poi realizzato, su scala maggiore, dalla Germania nazista – è<strong> vero anche che sin dal 1921, dal discorso sulla tragedia degli indiani del Moplah, Mussolini guardava più in là, «all’Asia più lontana», come disse apertamente nel 1937 il suo amico Gentile. </strong>D’altronde lo aveva già detto nel 1931 e poi durante il discorso tenuto alla seconda assemblea quinquennale del Regime del 1934, solo nove mesi prima dell’unione di Tripolitania e Cirenaica per formare la colonia chiamata Libia e l’avvio del piano di colonizzazione: l’interesse dell’Italia fascista era per l’Africa e per l’Oriente mediato e immediato, cioè estremo e vicino. “Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi: Africa ed Asia. Sud e Oriente sono i due punti cardinali che devono eccitare il volere e l’interesse degli italiani […]. Questi obiettivi hanno la loro giustificazione nell’economia e nella storia.<strong> Di tutte le potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Asia e all’Africa è l’Italia. [&#8230;] Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e l’Oriente</strong> mediato e immediato. […] Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte la espansione spirituale, politica, economica della Italia fascista”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’espansione a est per Mussolini era un bisogno e un diritto spirituale, politico ed economico e a questo il Fascismo cercò di dare una giustificazione morale e culturale, come faceva, d’altronde, anche la Corona Britannica, che specie durante l’epoca vittoriana fu uno dei paesi europei che più si sforzò di rivestire la sua visione imperialista di ideologia buonista impregnata di moralismo. </strong>Per Lord Curzon, per esempio, viceré dell’India dal 1899 al 1905 e poi segretario di Stato fino al 1924, l’imperialismo era un dovere quasi religioso, una «Legge preordinata» che svolgeva una missione provvidenziale, era una fonte di benessere morale, prima che materiale, per le popolazioni colonizzate. Per Mussolini gli italiani dovevano aiutare gli indigeni, come venivano chiamati, a scoprire e sfruttare i loro tesori naturali per il reciproco interesse, visto che non sapevano farlo, e dovevano servire da esempio nella condotta morale e nel lavoro sia per ottenere il rispetto delle popolazioni colonizzate, sia per non suscitare rivolte.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo interesse spirituale e politico di Mussolini verso il sud e verso l’est del mondo contribuirono altri fattori, quelli di carattere economico e finanziario. Voleva restaurare la bilancia commerciale e stabilizzare il cambio con la lira. <strong>C’era bisogno di nuovi mercati per l’esportazione e nuove terre per secondare il boom demografico. Nel 1931 il Ministero degli Affari Esteri prese contatto con alcune banche e con l’Istituto nazionale per le esportazioni per discutere sulla fondazione di un istituto che offrisse borse di studio agli indiani in Italia e raccogliesse e divulgasse notizie di carattere economico sull’India. Strinse rapporti diplomatici e commerciali anche con l’Afghanistan, di cui l’Italia per prima al mondo riconobbe l’indipendenza del 1919.</strong> <strong>Nel 1933 fu fondato l’Istituto Italiano per il Medio ed estremo Oriente per svolgere un’attività apparentemente culturale che aveva finalità strettamente politiche, come disse Mussolini. Presidente, Giovanni Gentile; direttore dei corsi di lingue e organizzatore di conferenze, mostre, eventi, Giuseppe Tucci.</strong> Un altro studioso molto vicino a Mussolini e suo consulente per le cose indiane era Carlo Formichi, che organizzò le visite di Rabindranath Tagore e di Gandhi in Italia. Fu lui che nel 1925 fu mandato come Visiting Professor di sanscrito nell’Università di Vishvabharati, in Bengala, ospite di Tagore, portando come dono personale di Mussolini 500 volumi di arte e politica, e fu lui che fece venire Tucci a insegnare lingua e cultura italiana e che aprì la strada al futuro esploratore. Si definiva un «latore del messaggio di Benito Mussolini» e, in effetti, lo era.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Quando Mussolini venne paragonato al Buddha</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per ritornare alla sua domanda sì, Mussolini aveva per l’Oriente anche interessi spirituali perché erano i suoi personali. Inoltre, non scordiamoci che tutto il Fascismo li aveva, in generale, perché anche <strong>nella Scuola di mistica fascista veniva insegnata una visione e interpretazione mistica della la rivoluzione fascista e Mussolini stesso venne mitizzato e anche paragonato al Buddha. </strong>La sua figura venne sacralizzata sin dal 1923, prima che nascesse e si consolidasse il suo mito. E infatti scrive Mussolini alla rivista <em>L’impero</em> appena fondata:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Roma, 28 settembre 1923 </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cari amici dell’Impero,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il vostro articolo, che si conclude pregandomi di considerarmi «sacro», mi ha semplicemente atterrito. Vi prego, cari amici, di non toccare più questo tasto e lasciarmi tutta intera la mia profanità. Saluti cordiali. Mussolini     </em></p>
<p style="text-align: justify;">In quest’ottica di avvicinamento non disinteressato all’India il Duce fece anche venire in Italia diversi politici ed esponenti della cultura indiana, <strong>fra cui spiccano il filosofo e rettore dell’Università di Calcutta Surendranath Dasgupta, considerato da Tucci, insieme al prorettore Syama Prasad Mookerjee, il padrino del nazionalismo induista, «il nostro più grande collaboratore» a Calcutta; e Muhammad Iqbal, stella del firmamento della letteratura urdu e dal 1930 presidente della Lega musulmana, che lavorò per i nostri servizi segreti. </strong>Un altro indiano famoso fu B.S. Moonje, leader del partito di estrema destra Hindu Mahasabha fino al 1937 e strettamente legato al Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un’organizzazione paramilitare di destra a sua volta legata al partito indiano attualmente al governo, il BJP. Nel 1931 Moonje venne in Italia per incontrare il Duce, visitò le scuole militari e alcune organizzazioni come i Balilla e gli Avanguardisti e da queste mutuò il sistema organizzativo con cui strutturò e rafforzò il RSS. Il più famoso intellettuale e politico ospite di Mussolini fu Subhas Chandra Bose, considerato in India un eroe nazionale, che venne in Italia e in Germania chiedendo aiuto per la lotta indipendentista e il riconoscimento ufficiale del Governo dell’India libera, l’Azad Hindustan, a cui si oppose in prima persona Ciano, che disse che «a mio avviso e per le mie fugaci visite in India penso si tratti di un popolo moscio e senza reazioni». A Roma durante la guerra fu organizzato dal “Partito degli indiani” un piccolo esercito indiano. E in India c’erano molti intellettuali, specie bengalesi, ammiratori del fascismo e propagandisti, tutti in relazione a Tucci.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la conquista dell’Etiopia però l’opinione pubblica indiana cambiò, l’Italia in fondo non era dissimile dalla Gran Bretagna. <strong>Così il Duce fondò e finanziò un giornale musulmano a Bombay diretto da un giornalista islamico, nel cui comitato di redazione mise anche due gerarchi mandati da Roma.</strong> Nonostante varie difficoltà, il giornale incontrò un grosso favore negli ambienti islamici e ne furono distribuite centinaia di copie in tutti i circoli, caffè e locande musulmane anche fuori Bombay. Alcuni numeri destarono un certo interesse negli ambienti religiosi alti e il mondo degli imprenditori islamici di Bombay e di Madras lo accolse molto favorevolmente. Insomma, la propaganda fascista in India era attivissima, per quanto potesse esserlo tramite i pochi italiani che vi soggiornarono, fra cui spicca per attività, competenza e abilità relazionale Giuseppe Tucci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In Giappone, il “paese degli Dei” adatto all’utopia fascista</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora veniamo al Giappone, un interesse e un’ammirazione personale di Mussolini. Il Duce si avvicinò politicamente al Giappone, a metà degli anni Trenta, con una vigorosa azione di <em>track II diplomacy</em>, con eventi, accordi e istituti culturali fondati all’uopo, mostre d’arte.</strong> Un’opera sostenuta da Gentile, in qualità di presidente dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (e di amico personale di Mussolini) e realizzata in prima persona dal vicedirettore esecutivo, Tucci. Il Paese del Sol Levante era sentito come spiritualmente vicino agli ideali del Fascismo e la razza giapponese, unica fra tutte le razze extra-europee, incarnava gli ideali di fierezza, educazione, gaiezza, prontezza «a sacrificare la vita se l’onore proprio, l’interesse del paese o la volontà dell’Imperatore lo esigano».</p>
<p style="text-align: justify;">La razza del Giappone rappresentava l’apogeo delle virtù guerriere, dopo quella italiana – perché la guerra era il banco di prova del razzismo, come la definì Evola –, e della più alta etica, anche in tempo di pace, verso la patria e la famiglia. «In una parola, il Giappone è il paese degli Dei», <strong>come scrisse Armando Tosti nel 1940, che esaltò le virtù guerriere della razza giapponese e la vita “semplice e sobria, forse un po’ languida e un po’ monotona ma senza falsità, senza ambizioni sociali, stravaganze, snobismo uso inglese.</strong> L’assenza di snobismo e vizzi affini nel Giappone si scorgono in tutti, e ciò che dico non può essere smentito da nessuno. Al contrario, vi sono nel popolo nipponico cose invisibili assai preziose: l’onore e il rispetto di sè [sic] stesso, l’amore ai figli, l’armonia della famiglia, i privilegi del patriottismo, la ricchezza del sapere; fin dall’epoca feudale – tanto diversa in molti punti da quella dell’Europa continentale – si vedono fiorire in gran numero questi uomini famosi per il loro coraggio a tutta prova, il loro senso d’onore e la loro abnegazione. [&#8230;] In una parola, il Giappone è il paese degli Dei [&#8230;] Ritengo che nessun esempio valga a dimostrare, più di quello del Giappone, il fondamento reale e sostanziale del razzismo. [&#8230;] Ma se a una razza non mancano energie rinnovatrici, essa mostra sopra tutto in guerra le sue energie: dopo la vittoria della guerra con la Cina del 1894-95, il mondo attonito scoprì una potenza che non poteva essere soppressa, mantenendola sotto tutela come una nazione semi-indipendente”. <strong>Continuò in relazione alla Cina: “Pertanto la razza gialla [&#8230;] dovrà cedere il passo alla razza giapponese, che per storia, lingua, religione, cultura, occupa un posto a sé fra i popoli di razza mongolica, anche in rapporto all’antico ceppo dal quale è sorta”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Giappone era ammirato e temuto. Tucci con una missione di diversi mesi a cavallo del 1936-37 preparò l’adesione al Patto Comintern dell’Italia in qualità di segnataria originale. Nell’aprile 1937 parlò anche alla radio, recando al popolo il saluto del Duce in giapponese. Il discorso fu trasmesso «fino nel Manciukuò».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo — oltre agli articoli su <em>Asiatica</em>, la rivista dell’IsMEO — è il primo accenno ufficiale allo stato fantoccio creato nel Man-chu Kuo, di cui il Giappone aveva riconosciuto l’indipendenza il 15 settembre 1932, garantendosi allo stesso tempo particolari privilegi e, di fatto, mettendolo sotto il proprio controllo. <strong>Il governo fascista avrebbe riconosciuto lo stato “indipendente” del Man-chu Kuo nel novembre 1937, primo fra gli stati occidentali, mentre il Giappone riconosceva l’Impero Italiano in Africa. Nel 1937 la lungimiranza intellettuale di Gentile vedeva fra l’Europa e i paesi occidentalizzati, America inclusa, e l’Oriente, un vero e proprio scontro di civiltà.</strong> Secondo lui, l’Oriente non era mai stato raggiunto dalla civiltà europea. Unica eccezione, il Paese del Sol Levante, a cui attribuiva un ruolo giuda. La cosiddetta “dichiarazione di Amau” del 1934 – un tipo di dottrina Monroe giapponese elaborata dal ministro Eiji Amau per cui solo le potenze dell’Asse potevano avere colonie in Oriente, perché l’Oriente era sfera esclusiva del Giappone e nessun intervento straniero sarebbe stato tollerato – aveva ribadito un principio fondamentale: l’Asia agli asiatici. “L’Asia non è Europa e nulla ha da guadagnare dalla sua europeizzazione. Ai Giapponesi, – che più sono organizzati, perché più sentono la differenza, – l’organizzazione della Cina e la nipponizzazione di tutto l’Estremo Oriente. […] questo panasianismo nipponico […] è la forma più esplicita e potenziata di un fermento che serpeggia per tutta l’Asia. <strong>Non pure nella Cina, […] ma l’India che s’è svegliata alla voce mite e pur ferma e solennemente incitatrice di Gandhi, e non s’è placata sotto la mano sapiente dei dominatori per riaddormentarsi, ma per maturare una più forte coscienza di sé. Tutta l’Asia si muove; e rivendica il suo diritto all’esistenza</strong>, con la sua anima, con i suoi valori. La coscienza di questo diritto, fiera, energica, è il Giappone”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il Patto Tripartito del 1940 Germania, Italia e Giappone si divisero le zone di influenza nel continente euroasiatico e anche il rinnovamento economico, che avrebbe dovuto essere realizzato da Germania e Italia in Europa e in Africa, «ognuna operante nella propria zona d’interesse, cioè nel proprio spazio vitale», e dal Giappone in Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Due quindi erano i poli dell’interesse di Mussolini in Asia – sempre relativamente ai paesi di cui mi sto occupando, escludendo quindi il Medio Oriente – seppure per motivi diversi: l’India e il Giappone. <strong>Anche, a latere, l’Afghanistan, in quanto al centro degli interessi dell’Impero russo e di quello britannico e che, controllato dal Regno Unito fino alla terza guerra anglo-afghana del 1919 e la successiva indipendenza, era dominato da un forte sentimento antinglese specialmente delle etnie e tribù di confine, a diretto contatto con il British Raj.</strong> L’Afghanistan era un ottimo ponte per le mire indiane di Mussolini, che rafforzò i flebili rapporti diplomatici preesistenti con Kabul e nel 1921 dette inizio ai rapporti commerciali e l’invio di mezzi tecnici e di ingegneri e di personale specializzato. Nel 1929 ospitò il re Amanullah Shah, che aveva abdicato. Tutto era in funzione antibritannica. Pietro Quaroni, il capo delegazione italiana a Kabul, manteneva infatti stretti rapporti con i capi delle milizie pashtun come il famoso Fachiro di Ipi, che dopo il 1923 iniziò la guerriglia contro il British Raj e fu rispettatissimo dalle popolazioni tribali, che andavano da lui a farsi benedire. La presenza del re che aveva sconfitto i britannici a Roma, che sembrava un dispetto al Regno Unito, era in realtà un favore reso alla Corona in quanto toglieva di mezzo un fiero oppositore al British Raj. <strong>Mussolini quindi, in questo gioco di equilibri internazionali, mantenne sempre un atteggiamento ambivalente verso la Gran Bretagna: conciliante obtorto collo a livello ufficiale, ostile a livello personale. «Parlare sempre e comunque male dell’Inghilterra», diceva un “velina”.</strong> Il suo fine era comunque l’India, il forziere del mondo, dove la Gran Bretagna dominava a diverso titolo, in modo indiretto e poi diretto, da circa duecento anni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia ufficialmente non voleva sostituirsi alla Corona britannica. Questo concetto sarà ribadito anche durante la Seconda Guerra mondiale nel Prospetto di dichiarazione comune dell’Italia, della Germania e del Giappone sull’India e l’Arabia (aprile 1942): «l’India per gli indiani» e «l’Arabia per gli arabi». <strong>“Uno dei più tristi attentati contro la moderna civiltà è indubbiamente la circostanza che l’India e l’Arabia, nonostante le loro gloriose tradizioni culturali, siano oggetto dello spietato sfruttamento da parte dell’imperialismo britannico e tuttora continuano a soffrire sotto tale giogo oppressivo. </strong>Tale tragica circostanza non può non suscitare il profondo contrasto del Giappone, della Germania e dell’Italia, che si battono per lo stabilimento di un nuovo ordine mondiale col più sincero proposito di consentire a tutte le razze del globo di trovare ciascuna il proprio posto adeguato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le forze militari britanniche nell’Asia Orientale erano in completo collasso e in Europa l’influenza britannica era stata spazzata via dalle forze della Germania e dell’Italia. Di fronte a questa storica crisi, indiani e arabi dovevano decidere se continuare a “servire la causa di un impero ormai in fallimento sino all’ultimo suo giorno”, o se essi debbano invece sollevarsi in piedi, espellere l’imperialismo britannico quale il più acerrimo nemico, dall’India e dall’Asia sud orientale e realizzare gli ideali dell’«India per gli indiani» e dell’«Arabia per gli arabi». <strong>L’impero britannico era il comune nemico di Italia, Germania e Giappone, che erano «fermamente decise a battersi» fino a quando non fosse crollato a terra.</strong> Proponevano quindi di fare fronte comune contro l’impero offrendo «ogni possibile aiuto ai Popoli indiani e arabi, se essi dovessero desiderare assistenza ed aiuto nella loro marcia in avanti verso la libertà».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo aiuto però non sarebbe stato del tutto disinteressato. La volontà del Duce di impadronirsi realmente dell’India si rivela anche in una frase segnata da lui Mussolini con tre punti esclamativi a margine di un libro che appartiene alla sua collezione privata: “<strong>Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda.</strong> Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le molte cose che sta scoprendo, cosa la ha particolarmente sorpresa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini uomo e statista. <strong>Ho scoperto, e lo dico senza partigianeria, quanto avesse sin da giovanissimo una visione globale del mondo. I suoi interessi erano molteplici, era curioso e attentissimo e guardava lontano. Basti pensare che nel 1935 disse che il compito di mediazione fra Oriente e Occidente di Roma, era «facilitato dalla mirabile velocità delle odierne comunicazioni, che ha reso in un certo senso tascabile l’intero globo terracqueo».</strong> Vedeva la globalizzazione (complice forse la sua idea di tornare all’Impero romano?). Al tempo in cui l’Oriente era il luogo di un immaginario fantastico e mitologico, lui ne aveva una chiara percezione anche in un contesto geopolitico. E questo prima che iniziasse ad attuare il suo progetto espansionistico, dalla metà degli anni Venti circa. Aveva quello che Dino Grandi, da ministro degli Esteri (1929-1932), chiamava «il senso del mondo»: bisognava cioè che l’Italia fosse presente in tutti i grandi problemi mondiali. <strong>È stato forse il primo, dopo gli imperatori romani, che aprì l’Italia al mondo e il mondo all’Italia e non la relegò a quella che Gentile definì «la modesta italietta provinciale di una volta», e lo fece sia a livello culturale – a questo scopo fondò <em>L’Enciclopedia delle Scienze, Lettere e arti</em>, la prima enciclopedia universale italiana «per parlare italiano al mondo» – sia, ovviamente, a livello politico.</strong> Il Duce aveva anche un ottimo fiuto nel giudicare le persone, sapeva al volo di chi poteva fidarsi e di chi no. Per questo mi sorprende che non avesse visto in Hitler un dittatore (a mio avviso) delirante, anche se la paura che aveva dell’aggressività tedesca in politica estera e i rapporti di forza capovolti – la Germania era diventata più forte dell’Italia ed era pericolosamente confinante – in parte giustificano questa cecità. Lo ha seguito, ha condiviso le sue scelte razziste per compiacerlo, ha lasciato uccidere suo genero, ha trascinato l’Italia in una guerra. Una cecità a lungo termine che sorprende in un uomo che sapeva guardare così lontano nel tempo e nello spazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovviamente mi ha sorpreso che Mussolini conoscesse, anche se non so fino a che livello, il buddhismo – probabilmente grazie alla lettura di Tolstoj.</strong> Non sta a me esprimere giudizi di valore sul Fascismo, anche se constatare dai documenti – senza affidarsi alle parole degli storici o, peggio, alle parti politiche – <strong>che le alte gerarchie e gran parte dell’<em>intelligencija</em> italiana sapevano delle deportazioni nei lager nazisti mi ha orrorizzato.</strong> Una cosa però so: nonostante i suoi errori di valutazione, forieri di alcune delle più grandi tragedie dell’umanità, Mussolini amava sinceramente il popolo italiano e voleva che si svecchiasse  a livello demografico, produttivo, tecnologico, che migliorasse le sue condizioni di vita, che si mettesse alla pari con le altre grandi nazioni europee in campo economico, sociale e culturale, che avesse salute fisica, morale e un livello minimo di educazione, in un periodo in cui oltre il 30% della popolazione era totalmente analfabeta. Introdusse la radio e il cinema, anche se parlavano con la voce del Regime. Organizzò, protesse e fu un punto di riferimento per i connazionali all’estero anche a livello culturale, molto più di quanto facciano alcune ambasciate italiane odierne. <strong>E protesse le scienze, la cultura e le arti in tutte le sue forme, incoraggiò scienziati e artisti, imprese, scoperte ed esplorazioni. Lungi da me dal dare giudizi di valore o di disvalore sul politico e sull’uomo perché non è il mio mestiere darne</strong>, ma devo constatare che non so se di questo suo amore per gli italiani, almeno fino a quando non si fece trascinare dai deliri di potenza tedeschi e si lasciò travolgere dal mito di se stesso, si possa dire altrettanto riguardo i politici odierni.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina: Alfredo Gauro Ambrosi, &#8220;Aeroritratto di Mussolini aviatore&#8221;, 1930</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mussolini-in-oriente-enrica-garzilli-intervista/">Quando Mussolini fu scambiato per il Buddha e voleva conquistare l’India. Dialogo con Enrica Garzilli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Era superbo e geniale, portò l’Italia fascista in Tibet, India e Giappone – ma Mussolini lo guardava con sospetto. Fu aiutato da Andreotti, in troppi lo hanno invidiato”: Enrica Garzilli ci racconta Giuseppe Tucci</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 05:35:04 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualcuno mi sussurrò il nome, diversi anni fa – l’avevo scovato nei briosi resoconti delle spedizioni tibetane di Fosco Maraini, di cui fu l’aiutante, era il 1937 – <strong>quasi subito mi domandai perché stava avvolto nell’oblio un tipo al cui cospetto l’hollywoodiano Indiana Jones è una giovane marmotta, è uno scout poco attrezzato, e che scriveva meglio di Bruce Chatwin.</strong> Non scherzo. Prima dell’<em>irrequietezza </em>come fenomeno editoriale, nel 1956, fu lui, Giuseppe Tucci, a scrivere un memorabile elogio della <em>Vita nomade </em>(incipit: <strong>“Un’irrequietezza mai sazia mi ha condotto al vagabondaggio fin dall’infanzia</strong>, in quella mia terra marchigiana conchiusa fra il mare volubilissimo e la montagna aspra”), dell’ascesa “sul Tetto del Mondo”, per “la congiunta istigazione della scienza e della libertà”, dove “l’uomo è umiliato dalla immensità e dai silenzi”, <strong>della tenda come stile di vita (“in tutte queste peregrinazioni la mia casa è stata la tenda, che per amore della libertà ho sempre preferito all’alloggio nelle case ospitali”), della vita all’aria aperta come stile per ossigenare il cervello dei giovani avviliti dalla metropoli, avviati al bigino della grigia quotidianità</strong> (“Torniamo alla campagna e ritroveremo nella sua chiarità e sincerità l’uomo perduto”; il testo che cito è raccolto in <em>Il paese delle donne dai molti amanti</em>, ora Beat, 2017). Insomma, non ho mai capito perché di Tucci, orientalista di fama mondiale – <em>Indo-tibetica </em>e <em>Tibetan Painted Scrolls </em>sono testi fondamentali come la sua traduzione del <em>Libro tibetano dei morti </em>– non si parli in continuazione. <strong>Per fortuna di Tucci esiste una biografia esaustiva, scritta consultando le fonti, ricca di documenti inediti</strong> (compreso il carteggio con Giulio Andreotti), in due volumi da 740 pagine ciascuno, dal titolo fiammante, <a href="http://esploratoredelduce.it/il-libro/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>L’esploratore del Duce</em></strong></a>, firmata da <strong>Enrica Garzilli</strong>, che per quel lavoro – in origine edito nel 2012 – ha sudato e pagato (intendo: un certo ostracismo accademico), perché evidentemente tocca territori ‘proibiti’. Laureata in sanscrito alla ‘Sapienza’, con Raniero Gnoli, la Garzilli, tra l’altro, ha lavorato all’Università di Delhi, ha insegnato ad Harvard <a href="http://esploratoredelduce.it/curriculum-vitae/" target="_blank" rel="noopener">(qui una sua biografia, con bibliografia, completa)</a>, sta lavorando, come sempre consultando fonti inedite o dimenticate, sui rapporti tra Mussolini, l’Asia, l’Oriente estremo. Gentile, sapiente, ‘tosta’, l’ho interpellata per avere una visione più chiara di Tucci. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-65181 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-1-200x300.jpg" alt="" width="147" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-1-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-1.jpg 333w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Giuseppe Tucci. Un genio. Uno studioso-pioniere. Un avventuriero. Eppure. Si parla tanto del suo talentuoso ‘garzone’ (si fa per dire) Fosco Maraini, ma di Tucci si perdono le tracce e i contorni. Come mai?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni sono essenzialmente tre. <strong>Prima di tutto, perché prima del mio lavoro del 2012 Tucci era totalmente sconosciuto, se non a un ristretto gruppo di tibetologi e indologi (mentre Maraini è sempre stato un divulgatore).</strong> Non c’era niente su di lui, una monografia, o un articolo scientifico, neanche un articolo di fondo di un giornale. Eppure, Tucci non solo è stata l’anima e il <em>deus ex machina</em> dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondato da Giovanni Gentile nel 1933 come istituto all’apparenza scientifico, in realtà con una funzione “squisitamente politica”, come disse Mussolini, ma <strong>fu il portavoce, esecutore e protagonista della politica culturale fascista in India, Nepal, Tibet e Giappone. Culturale e non solo, perché nel 1936-37 fu mandato nella Terra del Sol Levante proprio per riallacciare e consolidare i rapporti fra i due Stati</strong> con un’attività di <em>track two diplomacy</em> molto intensa e di successo, che portò l’Italia a entrare nel Patto Anticomintern come firmataria originale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E qui si va alla seconda ragione: Tucci collaborò intensamente con il fascismo, grazie ai suoi studi e alla fama che pian piano si costruì in Asia, e questo è stato accuratamente nascosto e negato dai suoi più amati allievi, diventati tutti, grazie a lui, professori delle più importanti università italiane.</strong> Due di loro, uno dei quali, Gherardo Gnoli, è diventato presidente dell&#8217;IsMEO dopo Tucci e un brevissimo interregno di Sabatino Moscati, hanno anche fatto parte della P2. Tucci è stato, dopo la guerra, un personaggio scomodo, anche se sempre potente, tanto che la sua epurazione è durata meno di due anni e la sua attività, seppure in tono minore, ha ripreso nel 1947, quando dopo il commissariamento è stato riaperto l&#8217;IsMEO. Nel 1951 Nicola De Pirro (caporedattore del quotidiano democristiano <em>Il Popolo</em>, amministratore della casa editrice Sansoni, amico di liceo di Andreotti e capo del suo ufficio stampa), Giorgio Ceccherini e Tucci <strong>accompagnarono Giulio Andreotti in una missione ufficiale in Brasile “per l’inizio dell’Unione latina e la prima Biennale d’arte contemporanea”, come mi disse Andreotti in un&#8217;intervista del 2010,</strong> e “il prof. Tucci [che fu] indicato da cospicue famiglie italo-brasiliane e Nicola De Pirro, direttore generale dello Spettacolo (con l’intento di far propaganda per i film italiani). Tucci ebbe accoglienze molto calde sia a Rio che San Paolo”. Tucci è stato un protagonista di primo piano della politica culturale dell’Italia dal 1925 al 1978, anno in cui dovette dimettersi dalla carica di presidente dell’IsMEO, solo durante il fascismo in modo più aperto, e non solo perché ha dominato, insieme ai suoi allievi, la scena accademica italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fino al 1944 era noto anche al grande pubblico italiano per le sue imprese d’esploratore, i suoi articoli sui quotidiani, le sue affollatissime conferenze, i suoi libri di viaggio, la sua attività come organizzatore dei corsi dell’IsMEO e di eventi, party, presentazioni,</strong> molto più che come professore universitario a Roma – vista anche la sua scarsa presenza come docente. Poi la sua figura a livello popolare è andata piano piano scemando, per consolidarsi invece, se possibile, nel mondo culturale, specie in qualità di presidente dell’IsMEO, organizzatore e supervisore degli scavi archeologici in Asia – e non solo<strong>. Nel 1957 Tucci riuscì infatti a inviare una missione culturale dell’IsMEO in Cina, tredici anni prima del ristabilimento delle relazioni diplomatiche con l’Italia, e il nostro paese è stato il primo a riconoscere la Repubblica popolare cinese.</strong> Il Giappone aveva perso la guerra, la Cina era uno Stato potente. Nonostante che nel 1948 Tucci fosse stato ospitato per 15 giorni a Lhasa e fosse stato aiutato in tutti i modi per le sue ricerche, ricevendo anche in custodia dal Dalai Lama odierno – Tenzin Gyatso, che allora aveva circa 12 anni – una preziosa collana di volumi sacri (libri mai ridati, fra l’altro), proprio per non scontentare la Cina e non disturbare le relazioni bilaterali con l’Italia, che erano state ufficialmente stabilite nel 1970, Tucci non andò a fare visita al Dalai Lama a Roma durante la sua prima visita in Europa, nel 1973. Negli anni Cinquanta la Cina aveva invaso e annesso il Tibet e Tucci non aveva più bisogno di compiere missioni in quel paese: l’attività politica di Tucci in Asia, se pure sottotraccia, continuava. Anche perché per ottenere permessi di scavo in Iran, Afghanistan, Pakistan, ci voleva l’appoggio e la collaborazione dei governi locali, che lui otteneva grazie alle conoscenze acquisite durante il fascismo, al suo carisma e la sua abilità diplomatica e la sua fama di scienziato.</p>
<figure id="attachment_65182" aria-describedby="caption-attachment-65182" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65182" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Garzilli-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Garzilli-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Garzilli-768x1153.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Garzilli-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Garzilli.jpg 1066w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><figcaption id="caption-attachment-65182" class="wp-caption-text">Enrica Garzilli è l&#8217;autrice dell&#8217;opera &#8220;L&#8217;esploratore del Duce&#8221;, la biografia immensa di Giuseppe Tucci</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terza e non ultima ragione, che ha dato più di un personaggio che ho intervistato quando stavo facendo ricerca per <em>L’esploratore del Duce</em>, è l’invidia. Invidia da parte di molti dei suoi allievi che si sono sempre arrogati, a torto e senza alcuna ragione giuridica, il ruolo di detentori dell’immagine di Tucci</strong> – senza però che del ricco materiale di cui l’IsMEO custodiva e di cui loro erano responsabili, e che era stato da lui raccolto e poi ampliato nel corso dei decenni, se ne facesse uno studio, se non un paio di cataloghi delle foto. Invidia perché il Maestro era insuperabile, invidia che fosse uno studioso eccezionale in diversi campi di studi, che fosse capace di accentrare fondi e appoggi politici, che fosse famoso all’estero, <strong>tanto che l’India alla sua morte, nel 1984, ha emesso un francobollo e un cartoncino commemorativo a suo nome. D’altronde, nel 1976, l’India aveva insignito Tucci del prestigioso Jawaharlal Nehru Award</strong>, un premio dato a personaggi del calibro di Martin Luther King, Jr. (1966), Madre Teresa di Calcutta (1969), Olof Palme (1985, postumo), Angela Merkel (2009), “per il loro eccezionale contributo alla promozione della comprensione internazionale, della buona volontà e dell&#8217;amicizia tra le persone del mondo”. Unico italiano fra i 44 recipienti. E non fu l’unico prestigioso premio che Tucci ricevette all’estero, furono decine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sono in grado di dire se l’invidia per l’eccezionalità di Tucci e la sua fama a livello internazionale possa essere una delle ragioni per l’oblio in cui il Maestro è stato lasciato ma certo, avendola sperimentata io stessa da parte degli stessi personaggi, la reputo una delle possibili cause.</strong> Loro avevano i documenti, anche quelli che non sono stati più ritrovati, loro avevano il suo lascito, loro ne erano custodi. E non ne hanno saputo fare molto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Che temperamento aveva Tucci? Come comincia a infatuarsi d’Oriente e a studiarlo, con devota minuzia?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tucci era un uomo terribilmente affascinante, intelligentissimo, colto, veloce. <strong>Ma un grande manipolatore, un superbo, umile e servizievole con i potenti e arrogante con i deboli. Uno che eliminava accademicamente o socialmente chi non gli stava a genio o lo ostacolava, che non guardava in faccia nessuno per raggiungere i suoi scopi – infatti era visto con fastidio e sospetto da Mussolini</strong>, se non fosse stato per Gentile che mediava, e non divenne mai amico di Andreotti, che pure finanziò la sua ultima e più famosa spedizione in Tibet e lo sostenne dal 1947 fino alla sua morte, nel 1984. Ma Tucci e Andreotti non diventarono mai amici, non ebbero mai un rapporto che andasse minimamente oltre quello intellettuale. I suoi scopi dichiarati erano fare più grande l’Italia culturalmente e renderla pari alle altre grandi nazioni estere. Con lui in testa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tucci disse che cominciò a interessarsi dell’Oriente da ragazzo, studiando le gesta di Alessandro Magno che, come si sa, invase parte dell’Asia e nel 326 a.C. conquistò parte dell’India. Da qui si capisce anche il suo carattere: forte, accentratore, conquistatore.</strong> Conquistò vette, potere, fama, onori, e una cultura assolutamente fuori dal comune. E non esitò a usare tutti i mezzi per raggiungerli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa va a cercare Tucci in Tibet? Al di là di reperti e testi, intendo, da quale sapere arcano è condotto, guidato?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se fosse guidato da un sapere arcano, sinceramente non mi sembra. <strong>Amava le sue montagne e la cultura del Tibet perché erano il contrario della civiltà moderna, diceva lui, veloce e che omologa tutto. Studiava una civiltà antica e lontana, camminava a piedi, sul mulo o a cavallo, dormiva in tenda. </strong>Anche se durante le spedizioni e dopo, per gli scavi, usava tutti i più moderni mezzi tecnologici del momento. Per il resto si professava buddhista, ma il suo buddhismo era del tutto particolare: seguiva i dettami del “di quello che fai ne devi rispondere solo alla tua coscienza”. Cosa che ovviamente non è incoraggiata dal buddhismo di nessuna scuola, che invece è rispettoso e attentissimo al rapporto dell’uomo con tutto ciò che lo circonda, uomini, animali, piante, cose, situazioni – oltre al fatto che è una religione, almeno nella sua forma più popolare nel mondo, il Mahāyāna, e nel Vajrayana presente in Tibet, piena di regole e ritualismi su tutto, da come ci si deve comportare alla cosmologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65183 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/tucci2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/tucci2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/tucci2-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/tucci2-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/tucci2.jpg 1185w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Più in particolare: cosa pensa di trovare il Duce in Oriente?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce in Oriente voleva aiuti nella sua lotta contro l’Impero Britannico. <strong>Sosteneva i musulmani e i movimenti insurrezionali pubblicamente, sin da un discorso del 1921, quando disse riguardo all’India che “il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo”. Aveva anche sogni di gloria verso l’India: </strong>la penetrazione economica, culturale e, se possibile, una colonizzazione, che per lui, ancorato al vecchio modello di colonialismo, significava massiccio spostamento di persone nel paese colonizzato: “Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda. Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tagore, Gandhi, Eliade, Evola, Gentile, Andreotti: quali sono gli incontri che più influiscono nell’attività di Tucci? Chi, nell’arco della sua attività, lo ha ostacolato?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tucci fu abilissimo anche nel conquistare il favore dei potenti. Prima Carlo Formichi, il suo professore di sanscrito, grazie al quale nel 1925 andò in India ospite dell’università di Tagore e nel 1929 fu ammesso nella prestigiosa Reale Accademia d’Italia, di cui Formichi era il vicepresidente anziano; dal 1917 Gentile, fino alla sua uccisione nel 1944; e fu aiutato dall’ avvocato, Cavaliere e Grande ufficiale Luigi Nuvoloni, padre della sua seconda moglie Giulia, vice direttore e almeno dal 1921 direttore dell’Ufficio Questura-Economato e Ragioneria della Camera dei deputati, nel 1926 membro del Comitato nazionale per le esposizioni e le esportazioni italiane all’estero; <strong>e in ultimo, dal 1947, il suo potente patrono fu Andreotti. Non fu grazie a loro che divenne uno scienziato di fama mondiale, fu grazie ai suoi meriti. Ma fu grazie a loro che fece carriera. </strong>Tucci vide appena Gandhi, non lo conobbe neanche; Eliade era un suo “ammiratore”, se così si può dire, e fu aiutato da lui; Evola era già un intellettuale famoso, se pure controverso, che lui invitò a scrivere sulle riviste che dirigeva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa resta oggi – con l’IsMEO ormai morto e l’IsIAO defunto – del magistero di Tucci?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le sue opere. <strong>Rimangono le sue opere, i suoi scritti e le sue testimonianze come il portfolio di foto di <em>Tibetan painted Scrolls</em>, che sta lì a testimone di un’arte ormai in larga parte e per vari motivi distrutta, i manoscritti e le xilografie, i testi antichi, e le opere che ha portato in Italia </strong>e di cui è testimone il Museo Nazionale d’Arte Orientale, che lui stesso ha fondato negli anni Cinquanta, da poco incorporato nel Museo delle civiltà Mibac all’Eur. Come disse lui stesso, di noi quello che conta sono le opere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>So che il suo libro, all’epoca della sua uscita, fece scalpore. Perché? Ci sono cose e personaggi che forse è bene non studiare?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a lui? Sì, e qualcuno l’ho già nominato. E dei preziosi manoscritti scomparsi ho parlato. Delle altre cose e situazioni scomode non ne parlo, se no che gusto c’è a leggere un libro?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Al telefono mi ha detto cose deliziose intorno alla sua nuova ricerca: vuole raccontare per sommi capi ai miei lettori di cosa si tratta?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La ringrazio<strong>. Il titolo, credo, già dice tutto: “Il Fascismo in Oriente. Le avventure di Mussolini in India, Giappone, Nepal, Tibet e Afghanistan”. Un lavoro che non è mai stato scritto, in nessuna lingua, e che mi sta impegnando molto perché, come per Tucci, sto lavorando sulle fonti.</strong> Inoltre l’argomento implica anche altri aspetti storici e tocca argomenti politicamente e socialmente sensibili come il colonialismo e il razzismo, non solo la politica estera. Mi sta divertendo anche molto però perché, come dice Tucci, la ricerca è un’avventura senza fine. Non è una professione, è uno stile di vita. Sto vivendo un’altra grande avventura, cavalcando nel tempo, nello spazio, nella mentalità del tempo e nelle diverse culture. Spero che il risultato finale insegni qualcosa informando e stupendo. E soprattutto spero che i quattro lettori che saranno così gentili da leggerlo si divertano e vivano insieme a me questa nuova avventura. Perché la storia non è mera e arida ricerca, scelta e uso delle fonti, la storia è una grande avventura, è vita vissuta.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>Le fotografie di Giuseppe Tucci sono riprodotte per gentile concessione di Enrica Garzilli</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/era-superbo-e-geniale-porto-litalia-fascista-in-tibet-india-e-giappone-ma-mussolini-lo-guardava-con-sospetto-fu-aiutato-da-andreotti-in-troppi-lo-hanno-invidiato/">“Era superbo e geniale, portò l’Italia fascista in Tibet, India e Giappone – ma Mussolini lo guardava con sospetto. Fu aiutato da Andreotti, in troppi lo hanno invidiato”: Enrica Garzilli ci racconta Giuseppe Tucci</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Poi va dal Duce a palazzo Venezia a rimbambirlo”: da Rachele a Claretta, tutte le donne di Mussolini, bigamo, mescelluto, sessomane, raccontate in libri introvabili</title>
		<link>https://www.pangea.news/poi-va-dal-duce-a-palazzo-venezia-a-rimbambirlo-da-rachele-a-claretta-tutte-le-donne-di-mussolini-bigamo-mescelluto-sessomane-raccontate-in-libri-introvabili/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 08:38:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Finirete a Piazzale Loreto!”: è l’autunno 1944, l’Italia è divisa in due e nei guai, e Rachele Mussolini urla questa frase a colei che solo da qualche mese ha scoperto essere l’amante di suo marito. Profetizza quello che avverrà realmente sei mesi dopo, ma forse la frase è inventata, aggiunta per colorare pagine di vecchi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poi-va-dal-duce-a-palazzo-venezia-a-rimbambirlo-da-rachele-a-claretta-tutte-le-donne-di-mussolini-bigamo-mescelluto-sessomane-raccontate-in-libri-introvabili/">“Poi va dal Duce a palazzo Venezia a rimbambirlo”: da Rachele a Claretta, tutte le donne di Mussolini, bigamo, mescelluto, sessomane, raccontate in libri introvabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Finirete a Piazzale Loreto!”: è l’autunno 1944, l’Italia è divisa in due e nei guai, e Rachele Mussolini urla questa frase a colei che solo da qualche mese ha scoperto essere l’amante di suo marito.</strong> Profetizza quello che avverrà realmente sei mesi dopo, ma forse la frase è inventata, aggiunta per colorare pagine di vecchi libri dimenticati, ma che a loro modo danno un originale contributo a spiegare eventi tra i più bui della nostra Storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65065 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/RACHELE-MUSSOLINI-BENITO-IL-MIO-UOMO-196x300.jpg" alt="" width="122" height="188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/RACHELE-MUSSOLINI-BENITO-IL-MIO-UOMO-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/RACHELE-MUSSOLINI-BENITO-IL-MIO-UOMO.jpg 326w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Parlo dei libri di memorie pubblicati da Rachele Mussolini a partire dal 1946, quattro per la precisione, e la frase famosa è riportata nel terzo, <em>Benito il mio uomo</em>. Anatema vero o falso, il confronto tra Rachele e Claretta Petacci avviene sul serio, dura tre ore, e nella sceneggiatura non ha niente da invidiare a una puntata di <em>Beautiful</em>: </strong>Rachele è una furia, rivendica il possesso esclusivo di quello che è suo marito, che vuole salvare dalla donna che lo ha stregato e che crede sia pure una spia degli anglo-americani. Dal canto suo, Claretta non può rivendicare niente, se non un rapporto che per lei è un’ossessione, e davanti alle ingiurie di Rachele urla, piange, sviene, e si narra che le due siano state infine ‘divise’ dalla voce del Benito conteso, chiamato al telefono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Claretta non è stata certo l’unica rivale di Donna Rachele che, in quasi 40 anni d’amore, ne ha dovute sopportare di ben peggiori. Rachele si innamora di “quegli occhi di fuoco, fosforescenti” a 18 anni, cameriera nella locanda del padre di Benito.</strong> È colpo di fulmine per entrambi. “Uno è per lei, gli altri sono per me”, e secondo gli agiografi sono i proiettili che Mussolini minaccia di sparare se i genitori non acconsentono al loro amore. I due ragazzi non si sposano, e vanno a convivere in una stamberga. Gelosissimo di Rachele, tanto da chiuderla a chiave in casa, Benito non le è fedele: trasferitosi a Milano, chiamato a dirigere <em>L’Avanti!</em>, passa dal letto di Angelica Balabanoff, milf esule russa di 13 anni più grande di lui, a quello di Ida Dalser, un’estetista che arriva a mantenerlo quando Benito viene cacciato dal Partito socialista e dalla direzione del giornale. <strong>Scoppia la Prima Guerra Mondiale, Mussolini si ammala e viene ricoverato in ospedale: giungono al capezzale le sue due mogli, Ida e Rachele</strong>, quest’ultima da poco regolarmente sposata e in attesa del secondo figlio, Ida madre di Benito Albino, figlio di Mussolini, secondo alcune fonti sposata anch’essa a un Mussolini quindi bigamo. Le due donne si azzuffano, Rachele dice che solo la prontezza degli infermieri le hanno impedito di strangolarla. Tra le due ci sarà un altro, questa volta pacato confronto senza il fedifrago, fino a che Mussolini, diventato capo del governo, si libera di Ida e del figlio avuto da lei, internandoli in due diversi manicomi, dove moriranno soli e abbandonati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65066 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI-190x300.jpg" alt="" width="116" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI-768x1210.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI-650x1024.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI-1320x2080.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/QUINTO-NAVARRA-MEMORIE-DEL-CAMERIERE-DI-MUSSOLINI.jpg 1346w" sizes="(max-width: 116px) 100vw, 116px" />Negli anni, tra le amanti che più fanno penare Rachele, si erge l’intellettuale Margherita Sarfatti: in preda a un esaurimento nervoso, la moglie del Duce minaccia di mettere una bomba alla sede del <em>Popolo d’Italia</em> se Mussolini non interrompe ogni legame con la scrittrice. </strong>L’amore con la Sarfatti dura circa vent’anni, condito da tradimenti reciproci. Si dice che sia stata lei a pagare il biglietto del treno che da Milano portò Mussolini ‘a marciare’ su Roma. Quella con la Sarfatti è una passione che muore per divergenze politiche: lei è contrarissima alle guerre coloniali e all’alleanza con Hitler. Un giorno, Mussolini si rifiuta di riceverla a palazzo Venezia: tale gesto equivale a definitiva rottura per Margherita, che va a vivere in Sudamerica, ed è da lì che ‘vede’ gli eventi, e la fine del suo amante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se Mussolini si nega alla Sarfatti, forse è perché nel suo cuore è entrata la giovane Claretta, che andava a palazzo Venezia a vedere il suo Ben (lo chiamava così) il pomeriggio alle 15, per stare con lui appena una mezzora la sera. C’è chi sostiene che i due non abbiano mai trascorso una notte insieme se non l’ultima, in mano ai partigiani.</strong> Quinto Navarra, il cameriere di Mussolini, nelle sue <em>Memorie </em>ci informa che il suo capo vedeva “una donna al giorno, fino al 24 luglio”. E questa donna non era sempre e solo la Petacci, ma una tra le tante signore pettorute, dai fianchi larghi, sposate o vedove, borghesi, più vicine ai 30 anni che ai 20. Questo il tipo ideale di Benito Mussolini e Claretta, seppur forte della sua giovane età e dei suoi seni prosperosi, non mancava di spiarlo e di fargli scenate di gelosia. Alla fine ha scelto di morire con lui, affidando il racconto della loro storia d’amore alla sorella Myriam, che ne parlerà sui rotocalchi e in <em>Chi ama è perduto</em>, altro libro dimenticato. <strong>Ma il ritratto più cinico e divertente di Claretta Petacci ce lo lascia il pettegolo Navarra: “Al mattino sta in casa. Nel pomeriggio, va dal parrucchiere, o sta con certe sue amiche, che sono tutte mezze p***ane.</strong> Poi va dal Duce a palazzo Venezia, a rimbambirlo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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		<title>Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</title>
		<link>https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 15:11:51 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/">Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per la barba di Tolstoj. Proprio così. Fu la barba di Tolstoj. Poi dalla barba di Tolstoj passammo alla punta per le incisioni di Giorgio Morandi. Poi mi raccontò di quando un giovane Pasolini, addobbato alla fascista, portò in gita una scolaresca bolognese. Tra i pupi – incantato dall’eleganza e dall’elegante oratoria di PPP – c’era anche lui. Giancarlo De Carolis, classe 1923, era un uomo d’altri tempi?</em></strong><em> Macché. Era un uomo che ad ogni parola inventava un futuro ancestrale. Proprio così. Era un esteta nell’arte del paradosso. D’altro canto, incisore eccellente, sapeva che per far vedere una cosa devi scavare, vedi ciò che non c’è, vedi il vuoto. Devo dire che fui incantato. Per la barba di Tolstoj. Nel 2015, con l’editore Raffaelli, pensiamo di pubblicare una parte dei magnifici, miliari “Diari” di Tolstoj. Raffaelli fa le cose in grande e affida l’illustrazione di Tolstoj a Giancarlo De Carolis. <strong>La xilografia proposta dal grande De Carolis, ‘Deca’ per gli intimi, è un capolavoro: dopo svariati bozzetti l’artista opta per un Tolstoj dalla barba immane. Difficilissima da realizzare, opera di raffinatezza nello scavo.</strong> ‘Deca’ ha vissuto, nell’anima, da artista, a Rimini è stato un medico ortopedico indimenticato, di fama: <strong>ha preso lezioni, a Bologna, da Giorgio Morandi e ha sposato una sua talentuosa allieva, Giuliana Mazzarocchi, pittrice assai apprezzata da Francesco Arcangeli, tra gli altri.</strong> Una vita segnata da un destino d’arte – lo zio, Adolfo De Carolis, è stato il massimo incisore del Novecento italiano; il papà, Dante, tra le altre cose, ha dipinto i velivoli di D’Annunzio quando il Vate ha fatto l’impresa aerea su Vienna – e di dolore – il figlio, Mattia, muore imbarcato sul ‘Parsifal’, nel 1995, durante una delle tragedie nautiche più gravi della storia recente – quella del ‘Deca’, interrotta questa notte, forse mentre dialogava con i suoi avi pittori. <strong>I suoi “Aforismi e noterelle” sono libri formidabili – esempi: “Ci sono scrittori che scrivono per essere letti ed altri per leggersi” – che non trovate nelle grandi catene librarie; le sue incisioni sono speciali, ma non le trovate alla Tate o nelle gallerie di arte contemporanea; la sua verve, la sua vibrante intelligenza sono irriproducibili.</strong> In un articolo l’ho definito come uno jedi, un antico maestro, uno che non sta nelle enciclopedie, ma nelle encicliche del cuore, uno che ha fatto davvero la storia. <strong>L’ho conosciuto grazie al grande architetto Fabio Mariani, che è riuscito in una impresa straordinaria: quest’anno la Biennale del Disegno di Rimini ha dedicato una mostra alle <a href="http://www.biennaledisegnorimini.it/mostre/giancarlo-de-carolis-xilografie/" target="_blank" rel="noopener">“Xilografie e Carte” di De Carolis</a></strong>, mentre in altro contesto erano esposte opere dello zio Adolfo. Finalmente l’opera del ‘Deca’ messa in mostra insieme ai grandi artisti di ieri e di oggi, lui, giovane incisore di 95 anni! <strong>Gli ero simpatico e un giorno tirò fuori da una cartellina un breve memoriale. Ricordava il suo incontro con Pier Paolo Pasolini.</strong> Fui sorpreso e commosso. Ne scrissi qualche articolo. Ora, in memoria, e anche per tentare un po’ di ‘archivio’ intorno a un personaggio tanto luminoso da preferire le zone d’ombra e i flutti del pudore (ma visitarlo nella sua casa-studio era una festa delle intelligenze e del buon umore), ricalco alcuni articoli pubblicati negli anni. Il primo è stato pubblicato il 17 agosto 2017 su ‘Rimini 2.0’ e ripreso dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia; gli altri, precedenti, sono stati editi da “La Voce di Romagna” e proposti, in forme diverse, a ‘il Giornale’. &#8216;Deca&#8217; era una personalità eccentrica, imprevedibile, aliena al noto, inafferrabile; l&#8217;anima elettrica di un bimbo lo percorreva. Ci vuole genio per vivere così, altro che Picasso. (Davide Brullo)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<figure id="attachment_64636" aria-describedby="caption-attachment-64636" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64636" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png" alt="Deca" width="300" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-768x555.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-1024x740.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2.png 1159w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64636" class="wp-caption-text">Alcune opere di Giancarlo De Carolis per il Club Nautico di Rimini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Se non sei un artista, pazienza”: incontro con il ‘Deca’, l’ultimo maestro</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>11,30, Bar Embassy, arriva il maestro</strong>. Un tempo per incontrare un ‘maestro’ si facevano chilometri, si viaggiava per mesi. Non c’è bisogno di andare all’Atene di Aristotele. Negli anni Sessanta a valanghe atterravano a Parigi ad ascoltare Jacques Lacan e Roland Barthes. Che sia stato tempo ben speso, lo dirà il tempo. <strong>Quanto a noi, basta andare al Bar Embassy, Rimini, ‘marina’, intorno alle 11,30. Di solito, al tavolino, siede un tipo baffuto, d’incomparabile eleganza – spesso indossa indimenticati papillon – con bastone fedele al fianco.</strong> Occorre farsi ghermire dalla qualità della chiacchiera – un’arte antica e tramandata – di costui, che è un viaggio nel tempo, così piena di arguzia e di dolce cinismo. <strong>Giancarlo De Carolis, classe infinita, è una specie di ruspante Mosè di questo lato di mondo. Già medico di pregio, ha vissuto immerso nell’arte: suo zio, Adolfo De Carolis, è il massimo incisore del secolo scorso, ha illustrato le opere di Gabriele d’Annunzio – compresa la <em>Francesca da Rimini</em> – e di Giovanni Pascoli, è autore che si studia nelle scuole d’arte. </strong>La moglie di De Carolis, invece, Giuliana Mazzarocchi, già amata insegnante, è pittrice di valore, scoperta da Giorgio Morandi – alle cui lezioni partecipava pure il ‘Deca’, come è battezzato amichevolmente – di cui Francesco Arcangeli ha scritto, “è in lei una costanza, una necessità, una incapacità alle deviazioni dannose che fanno della sua opera qualche cosa di felicemente acquisito; qualche cosa cui ci si può riferire con sicurezza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Osservavo Pasolini con un misto di ammirazione e antipatia”</strong>. Artista ‘esploso’ in veneranda età, notevolissimo incisore – da collezione le cartoline per il Club Nautico riminese, fatte, per altro, anche in memoria di Mattia De Carolis, scomparso tragicamente nel 1995, in mare, a bordo del ‘Parsifal’ – il ‘Deca’ ha una conoscenza eccentrica della storia dell’arte. Quanto a me, io lo amo anche come scrittore. <strong>Le sue storie, delicatamente rètro, con un retrogusto di irosa malinconia – ad esempio, la placca <em>Le mamme ai Giardini Margherita</em> – hanno le cadenze di un mondo perduto, perciò bellissimo. Tra i testi che conservo con una certa gelosia c’è un dattiloscritto del 1985 in cui il ‘Deca’ ricorda “l’inverno 1938/1939, un tempo così lontano per situazioni e cultura che vien da rabbrividire a pensarci”.</strong> Che ha di bello quella storia? Che il ‘Deca’ incontra, in una gita studentesca, <strong>Pier Paolo Pasolini, “in perfetta divisa del Guf (Gioventù universitaria fascista): sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri”. </strong>A causa “di una mostruosa attitudine allo studio”, Pasolini, a 17 anni, è già all’Università. “Io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, lo confesso. Questo ‘enfant prodige’ che si permette di andare all’Università a 17 anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del Guf, l’<em>Architrave</em>”. La scena in cui il giovane Pasolini prende con sé i liceali e racconta loro le “storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di lavoro duro e di poco pane, di solitudine” del suo Friuli, e i ragazzi sono lì, “presi, affascinati (…) per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata”, è bellissima. Il racconto, che dura 15 pagine dattiloscritte, insolito rispetto alla bibliografia pasoliniana ‘ufficiale’, mi sembra straordinario. Ho tentato – finora inutilmente – di farlo pubblicare a un editore che sappia valorizzarlo. Ritenterò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Street Art? Una degenerazione</strong>. La bibliografia personale del ‘Deca’, artista instancabile e polimorfico, aforista quasi di professione, è ormai faraonica. Solo per l’editore riminese Raffaelli, stampate per gli amici in copie risicate, ha pubblicato cinque libretti. L’ultimo, ancora in forma di taccuino, s’intitola <em>Piccolo zibaldone sull’arte moderna e contemporanea </em>ed è un tesoro di ispirazioni. De Carolis s’è messo in testa di ricapitolare l’ultimo secolo artistico, dall’Art Déco (“Il Liberty è una forma di arte signorile, patrizia anzi. Per questo, non fu popolare”) alla Pop-Art, con una intelligenza icastica, sarcastica <strong>(“La Street Art è una contumelia contro ogni ‘distinzione’ e una ‘degenerazione’ artistica dell’Arte”; “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”; “Se non sei un artista, pazienza. Cerca però di gestirti come tale”)</strong> che ricorda il Witold Gombrowicz del <em>Corso di filosofia in sei ore e un quarto</em>. Il manoscritto, è in attesa di editore pure quello. Sentirlo leggere dal vivo dal suo autore, è una rara esperienza in una città nota e risaputa come Rimini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vogliamo un catalogo dei ‘grandi vecchi’ riminesi. E una mostra</strong>. Sintesi dell’articolo. Andrebbe stilato un catalogo dei ‘vecchi maestri’ di Rimini, come il ‘Deca’. Sono monumenti viventi più utili dell’Arco d’Augusto. Bisogna rincorrerli, registrarli, metterli a disposizione dei riminesi come un ‘bene pubblico’. I vecchi maestri, quando non sono rimbecilliti dal contemporaneo, sono molto più interessanti dei comuni mortali, afflitti dalla vita, frastornati dal sistema dei consumi costi quel che costi – e quanto costa… Quanto al ‘Deca’, artista di prestigio, ho un’altra idea. Alla prossima Biennale del Disegno bisogna metterlo in mostra, in scena. No, non intendo le sue opere – l’Assessore alle arti attuale non sa andare oltre il perimetro tribale dei propri pregiudizi. <strong>Bisogna mettere in mostra lui, il ‘Deca’. Una stanza. Una poltrona. Una scrivania piena di fogli. Una libreria. E la gente. <em>Mezz’ora con Giancarlo De Carolis detto ‘Deca’, artista riminese d’altri tempi</em>. Ecco il titolo della mostra. </strong>Si varca la stanza, ci si siede di fronte a lui. Si parla, si condivide un caffè. Soprattutto, si ascolta. Che bello. <em>(17 agosto 2017)</em></p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pasolini fu giovane e fu fascista. Ricordo intriso di “luce notturna”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gioventù fascista. Nella recente e improvvida santificazione di Pier Paolo Pasolini, nessuno ha voglia di ricordare la pagina nera. <strong>Già, anche Pasolini è stato fascista. Come tutti, per carità. Allievo modello al Liceo Galvani di Bologna, PPP brucia le tappe (nel 1939, a 17 anni, per meriti gli è concesso di discutere la maturità e poi di iscriversi all’Università bolognese) collabora ad “Architrave”, foglio della Gioventù Universitaria Fascista</strong> (in cui, a dirla tutta, si sono sgranchiti la penna anche Enzo Biagi, Roberto Roversi e Francesco Arcangeli, per dire di alcuni), e su “Il Setaccio”, rivista della Gioventù Italiana del Littorio. Una memoria di quegli anni, anzi, un <em>Ricordo di Pier Paolo Pasolini studente</em> ci proviene, come un sontuoso fossile, da Giancarlo De Carolis, figlio d’arte (lo zio Adolfo è tra i massimi artisti liberty del Novecento, illustrava i libri di Pascoli e di D’Annunzio; il padre, Dante, ha decorato i velivoli con cui D’Annunzio ha volato su Vienna), d<strong>i un anno più giovane di Pasolini, compagno al Liceo Galvani, che nel 1939 incontra il poeta</strong> (nel 1941 comincia la scrittura delle <em>Poesie di Casarsa</em>, subito notate da Gainfranco Contini) in un Campeggio invernale a La Villa in Val Badia. Un ricordo, in realtà, che ha preso forma di fascicolo dattiloscritto di 16 pagine, redatto in origine nel 1985, per far memoria dei primi dieci anni dalla morte di Pasolini. <strong>De Carolis tira fuori lo scritto oggi, dopo lo scotto di allora: “inviai la mia memoria al Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma. Nessuno mi ha mai risposto, probabilmente giudicarono lo scritto di scarso interesse”.</strong> Ma cosa dice questo scritto di tanto urtante per la vulgata?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Niente. De Carolis, narrando con saggia delicatezza il «campeggio invernale» promosso, «nell’inverno 1938-39 a cavallo fra Natale ed Epifania», dal GIL, «l’organizzazione giovanile fascista», non dice niente di strano, ma qualcosa di ovvio e nello stesso di rimosso: che tutti a quel tempo non potevano non dirsi fascisti.</strong> L’incontro con Pasolini accade a La Villa, appunto, in Val Badia, all’ora di pranzo. «Manca qualcheduno, lo denuncia la sedia non ancora occupata. Aspettiamo. Ed ecco che, quasi ad arte, fa la sua entrée Pier Paolo Pasolini». Con i quasi coetanei (De Carolis ha un anno meno di lui) Pasolini, «in perfetta divisa del GUF: sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri», non dialoga, «erano tanti più immaturi di lui», che si ergeva abissale e ostile. <strong>D’altronde, lui, «a causa di una mostruosa (così allora mi pareva) attitudine allo studio, a furia di saltar classi, si era trovato all’Università precocissimamente». Il fatto di essere “superdotato” «doveva inorgoglire il ragazzo», che non era affatto simpatico, ostentando «un atteggiamento misto di sussiego e di presunzione, ma soprattutto di vanità [&#8230;]. Il tutto amalgamato poi da una fortissima carica di esibizionismo che gli sarà poi utilissima per esprimere e far accettare quelle doti d’intelletto che indubbiamente possedeva in maniera fuor dal comune».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’epifania del diverso. Durante i reiterati pranzi insieme, Pasolini «siede a capotavola, sulla mia destra, due posti dopo il mio», vuole le attenzioni di tutte le cameriere, fa qualche battuta in direzione di «un bel ragazzo molto bruno, dai capelli nerissimi e riccioluti», donandogli l’epiteto, «Montanari, sei bello come un fiore nero», scatenando domande: «Cosa vuol dire PPP con questa frase? [&#8230;] È forse solo un omaggio innocente alla bellezza non senza una punta d’ironia, da parte del poeta che sta per nascere».<strong> Pasolini sconcerta, «io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, questo “enfant prodige” che si permetteva di andare all’Università a diciassette anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del GUF». </strong>Eppure, ci sono due passaggi, in questa clamorosa e tersa memoria, che ci fanno palpare il Pasolini ancora ragazzo, profezia dell’intellettuale che sarà. Pasolini «impeccabilmente vestito da sciatore anteguerra» che seduto «su di un gradino delle scale che portano ai piani superiori», raccoglie a sé i ragazzi, <strong>«narrando avventure del suo Friuli che sembrano fiabe», «con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata, ogni giorno». E poi Pasolini, di notte, quando «la neve scricchiola sotto gli scarponi, fa freddo, il cielo è stellato come sa essere solo in montagna», che sta «solo, fermo, colpito da quella luce notturna», che non vuole nessuno se non la solitudine, «non vuole perdere il contatto magico con la natura assoluta, cosmica».</strong> Così, di spalle, inoltrandosi nella natura e nella Storia, quel «ragazzo che il destino aveva segnato per un futuro drammatico, con cui avrebbe pagato il privilegio di una sensibilità e di un’intelligenza eccezionali», quel ragazzo, soltanto un ragazzo tuttavia già precocemente adulto, che lasciava in chi lo incontrava l’«oscura coscienza di sentirlo “diverso”», era già altrove, era già un eretico, nel nonluogo di una glaciale malinconia. <em>(4 novembre 2015)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Per mio padre Gabriele d’Annunzio ha rimandato il volo su Vienna”: dialogo con Giancarlo De Carolis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrivania è piena di fogli. Lui si muove come il suo “folletto dei boschi”, creatura evanescente, ironica, inafferrabile. Scatena il tavolo. Tira fuori l’opera. <strong>«Ho lavorato a questo per tutta l’estate». Il volto di Lev Tolstoj. «Vedi, il problema era la barba, come fai a inciderla?». Mi mostra la matrice, che compra a Praga, come gli strumenti per graffiarla.</strong> Il volto del vecchio Tolstoj, che andrà ad adornare un libro edito prossimamente da Raffaelli, scavato con genuina rapacità, è rude e mistico. Per ispirarsi «mi sono rivolto a Emil Nolde e a Ernst Kirchner», ma soprattutto, dico io, alla sua sapienza atavica. Si aggira nello studio con elfica leggiadria, Giancarlo De Carolis. Classe 1923. Tra i più ispirati incisori di questa terra. <strong>Recluso al quinto piano della sua casa riminese, in un palazzo alle spalle del mitologico Embassy, pressoché ignorato dagli artisti ignoranti e globalizzati, «l’unica mostra che ho fatto? Nel 1964, a Urbino, insieme a Renato Bruscaglia e a Pietro Sanchini. Adesso è una perdita di tempo». </strong></p>
<figure id="attachment_64637" aria-describedby="caption-attachment-64637" style="width: 191px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64637" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg" alt="Deca" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-768x1209.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-1320x2078.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755.jpg 2023w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /><figcaption id="caption-attachment-64637" class="wp-caption-text">Lev Tolstoj secondo Giancarlo De Carolis, 2015</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Morandi? Un cretino-genio. Bologna, anno di grazia 1947. In mostra, accademici e dilettanti. Giuria composta da Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Giorgio Morandi. «Partecipai anch’io, ma cosa vuoi, nessuno si accorse di me&#8230;», sussurra De Carolis, con il suo spirito corrosivo. Piuttosto, Morandi si accorge della moglie di De Carolis, Giuliana Mazzarocchi, sua allieva e futura, indimenticata professoressa al Liceo classico di Rimini, quello frequentato da Fellini. <strong>«Morandi impiegava dieci giorni per spiegare ai suoi studenti come costruirsi da soli una punta per incisioni, che potevi comprarti con due lire. Per questo dico che è un “cretino-genio”: quando gli parlavi sembrava un po’ sciocco, ma la sua opera è straordinaria, ovvio. Anche Albert Einstein è un “cretino-genio”&#8230;». </strong>La punta per incisioni di Morandi è a casa di De Carolis, con tanto di firma. «Mia moglie non riuscì a farsela da sé. Allora Morandi le regalò la sua».</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli astrattisti alle cure per la virilità. De Carolis non è un artista accademico, al contrario, «la storia dell’arte fatta dalle Accademie ha frenato la curiosità, l’iniziativa davvero ispirata». Cresciuto in una famiglia di artisti, lo hanno obbligato a mettere la testa a posto, a studiare medicina. <strong>Pratica al “Rizzoli” di Bologna, si specializza a Parigi e negli Stati Uniti, diventa un ortopedico di fama. La professione non lo distoglie dall’arte, «che frequento, anzi, gioco, da quando ho sette anni». Nel 1949 è a Firenze, arretra dall’ambiente dei medici, «non mi piaceva affatto il loro snobismo», frequenta Vinicio Berti, Alvaro Monnini, Gualtieri Nativi e Mario Nuti, i fondatori dell’“astrattismo classico”. «Bravi pittori. Anche se con loro litigavo un po’». Perché? «Perché per me l’arte è soprattutto libertà. </strong>Non può esistere una differenza ideologica e pregiudiziale tra astratto e concreto: alcune cose vanno fatte in astratto, altre ricorrendo alla forma». A Firenze però diventa famoso per ben altre magie. «Lavoravo per l’esercito, mi chiamavano il “curatore di uccelli”». E ride, De Carolis, con la sua eleganza un po’ dandy, un po’ dadaista. Che vuol dire? «C’era un napoletano che aveva un problema proprio lì. Necessitava di una circoncisione. Lo operai. Il giorno dopo viene da me, “caro dottore, sono solo un tenente, ma lei mi ha fatto un uccello da ufficiale!”». In quegli anni De Carolis conosce anche Walter Reder, l’ufficiale delle SS responsabile della strage di Marzabotto. «In quel periodo era mio prigioniero, per così dire. Aveva un’altissima percezione del “dovere militare”, non penso sia totalmente colpevole di quei fatti, ma la questione è molto delicata. Ricordo che passava le giornate a leggere la “Divina Commedia”, era molto educato».</p>
<p style="text-align: justify;">Il decoratore del Vate. Artista fuori dai canoni, che si prende in giro (è capace di convincerti che la sua opera migliore è un’incisione stampata su una maglietta che celebrò, nel 1984, i 50 anni del Club Nautico di Rimini, mentre, distrattamente, ti fa svolazzare sotto il naso un vero capolavoro, l’autoritratto del 2010, “L’incisore dalla bocca torta”), che «non faccio classifiche perché l’arte non è mica una gara di biciclette», <strong>però poi si produce in corrosive didascalie (su Giuseppe Capogrossi: «poveretto, condannato a fare scarafaggi per tutta la vita&#8230;»; su Ottone Rosai: «non capisco perché sia così famoso. Non sa dipingere. Certo, qualche paesaggio, nonostante lui, per caso, gli è venuto bene»), De Carolis non ha potuto fuggire dalla mania di famiglia.</strong> Lo zio, Adolfo De Carolis, è tra i massimi incisori del secolo scorso, ha illustrato i libri di Giovanni Pascoli e di Gabriele D’Annunzio. Insieme al papà di Giancarlo, Dante, tra le molte commissioni, affresca il Palazzo del Podestà di Bologna.<strong> «Sa, per mio padre il Vate posticipò il suo famoso volo su Vienna&#8230;», attacca l’aureo erede. Che vuol dire? «Mio padre, Dante De Carolis, era un ottimo decoratore. Fu richiamato dal fronte per espressa volontà di Gabriele D’Annunzio. Gli chiese di dipingere con vessilli dannunziani i dodici velivoli “Ansaldo S.V.A.” che avrebbero sorvolato sull’Austria». </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mette in guardia Papa Francesco. Consapevole che «è finita l’epoca dei grandi quadri ad olio, ormai siamo bombardati di immagini, Internet ti disorienta», DeCarolis combatte la battaglia nell’eremo del suo appartamento-bunker, come un sopravvissuto, ridendo. Nei suoi progetti, oltre alle superbe incisioni “marine”, c’è la scrittura di uno “Zibaldone dell’Arte moderna e contemporanea”. Aforista micidiale (fa stampare tutto, in copie numerate, dall’editore Raffaelli), <strong>ha messo in guardia Papa Francesco («La Chiesa cristiana che converge sempre più verso la “sinistra”, non si rende conto del rischio mortale che corre»), sa che «oggi ci sono “scuderie” di artisti ispirati da critici-manager», e che il segreto dell’arte è che «il buon artista ama fare ciò che gli è naturale fare». </strong>Semplice. Che DeCarolis sia l’ultimo dei saggi, una specie di ipnotico maestro jedi? <em>(12 settembre 2015)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/">Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ma gli animali del presepio forse si romperanno nella posta, tuo babbo EP”: le lettere di Pound alla figlia Mary (e un incontro a Rimini)</title>
		<link>https://www.pangea.news/ma-gli-animali-del-presepio-forse-si-romperanno-nella-posta-tuo-babbo-ep-le-lettere-di-pound-alla-figlia-mary-e-un-incontro-a-rimini/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 08:12:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le città che ci abbagliano, come corone di bronzo, dalla voragine dei “Cantos”, un ruolo particolare ha Rimini. Ezra Pound transita per Rimini nel 1922 e nel 1923, per prendere notizie, ‘dal vivo’, intorno a Sigismondo Pandolfo Malatesta, eroe dei cosiddetti ‘Malatesta Cantos’, nella porzione VIII-XI del grande poema. Proprio a Rimini, pare, tramite [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Tra le città che ci abbagliano, come corone di bronzo, dalla voragine dei “Cantos”, un ruolo particolare ha Rimini. <strong>Ezra Pound transita per Rimini nel 1922 e nel 1923, per prendere notizie, ‘dal vivo’, intorno a Sigismondo Pandolfo Malatesta, eroe dei cosiddetti <a href="http://www.english.illinois.edu/maps/poets/m_r/pound/poundandmalatesta.htm" target="_blank" rel="noopener">‘Malatesta Cantos’,</a></strong> nella porzione VIII-XI del grande poema. <a href="https://www.lrb.co.uk/v21/n06/lawrence-rainey/between-mussolini-and-me" target="_blank" rel="noopener">Proprio a Rimini, pare</a>, tramite Averardo Marchetti, reduce della Grande Guerra, mussoliniano di ferro, Pound entra in contatto con la visceralità romagnola e con la vivacità del fascismo. Per altro, Rimini risalta nel Canto 72, un requiem sopra la città spappolata dai bombardamenti della guerra (“Rimini arsa e Forlì distrutta/ chi vedrà più il sepolcro di Gemisto/ che tanto savio fu, se pur fu greco?”). <strong>A Rimini, nel Tempio Malatestiano che gli è caro – “il Tempio è principalmente una metafora del grande progetto dei ‘Cantos’”</strong>, <a href="http://www.pangea.news/benvenuti-nella-mia-biblioteca-derba-dialogo-david-brooks-lo-scrittore-piu-eccentrico-doceania-poeti-ormai-si-credono-impotenti-non-reagiscono-allorror/" target="_blank" rel="noopener">mi disse David Brooks</a>, grande poeta australiano e studioso di Pound – il poeta ritorna l’11 settembre del 1963, insieme a Olga Rudge, ad assistere a un concerto della Sagra Malatestiana, “bianco di chiome e di barba breve, alto, un po’ curvo, raccolto in sé, gli occhi azzurri d&#8217;acquamarina lampeggianti di pagliuzze d’oro”, come lo descrive Luigi Pasquini. A Rimini, non a caso, ma a consolidare un rapporto, intorno <a href="http://www.raffaellieditore.com/cerca?keywords=pound&amp;x=0&amp;y=0" target="_blank" rel="noopener">all’editore Raffaelli,</a> nasce una collana di studi ‘poundiani’, che ha prodotto libri di rara qualità.<strong> Il prossimo sabato, 24 novembre, alle ore 17,30, presso la Sala degli Arazzi del Museo della Città, Pound in qualche modo fa ritorno a Rimini. Alessandro Rivali,</strong> infatti, presenterà il suo libro, che è una colta intervista a Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound, <a href="https://www.librimondadori.it/libri/ho-cercato-di-scrivere-paradiso-alessandro-rivali/" target="_blank" rel="noopener">“Ho cercato di scrivere Paradiso”</a>, pubblicato da Mondadori. L’incontro, creato dal Comune di Rimini, è coordinato dalla rivista letteraria ‘Pangea’. Come antipasto, pubblichiamo per gentile concessione alcune lettere finora inedite di Pound alla figlia, radunate nel volume. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<figure id="attachment_64088" aria-describedby="caption-attachment-64088" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64088" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-300x181.jpg" alt="rivali mary" width="300" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-300x181.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-768x464.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-1024x619.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-600x363.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64088" class="wp-caption-text">Alessandro Rivali e Mary de Rachewiltz fotografati da Daniele Ferroni</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ultimo regalo di Mary: una manciata di lettere inedite scambiate con il padre negli anni 1936-1937. Lei, al tempo, aveva undici anni ed era a Gais, in Val Pusteria, presso i Marcher, la famiglia della sua balia; lui in Liguria. </strong>Sulla carta intestata delle missive è stampigliata la data, con l’indicazione sia in numeri arabi sia secondo la cronologia fascista, il volto stilizzato di Pound disegnato da Gaudier e l’indirizzo di Rapallo: via Marsala 12 – 5. Sono lettere brevi, fresche e, a loro modo, illuminanti. <strong>Abbiamo la sorpresa di leggere l’italiano scricchiolante ma così “colorato” di Pound. Ricorrono i capisaldi di una vita:</strong> la passione per la scrittura e per l’utilizzo della giusta terminologia (“SCrivere si sCrive col C. non si scrive sRivere. Ni sRitto / ma sCRitto”); e poi l’attenzione all’economia e alla sobrietà, l’amore per la musica e per la cultura europea, così come la speranza che la figlia apprenda presto la lingua paterna (“Fra poco TU devi scrivere in inglese”). Infine, c’è quell’energetico<em> sense of humour s</em>pesso trascurato da chi si è avvicinato a Pound. Anche per questo era necessario ricalibrare lo zoom su di lui. (<em>Alessandro Rivali</em>)</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anno XIII 1935 </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciao Cara puoi mandarmi la lettera per la mamma, nella stessa busta colla risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">e come vuoi che io ti compro un beretto quando non so si tu hai la testa d un elefante o d’un agnellina? mi manda la misura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi ho mandato un vecchio mantello soprabito, ma che ha pelice che può servire ma forse il mantello e a bastanza grande per servire qualcheduno più grande di te</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, qui sono 50 lire per natale, e non fare delle pazzie. c’è un po’ di cioccolato nel soprabito.</p>
<p style="text-align: justify;">e qui non ci sono pini, per albore di natale</p>
<p style="text-align: justify;">ma si può fare il presepio, questo non e mica vietato.</p>
<p style="text-align: justify;">ma gli animali del presepio forse si romperanno nella posta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha mai ricevuto le tazze per la bambola? Come non costavano un milione non le ho mandate assicurata.</p>
<p style="text-align: justify;">Liebe Frau</p>
<p style="text-align: justify;">Ich sende 150 lire fur december</p>
<p style="text-align: justify;">50 per Maria per le feste (o per un beretto e le feste</p>
<p style="text-align: justify;">200</p>
<p style="text-align: justify;">in tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>17 Marzo anno XV 1937</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciao, cara.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto il paccho del libro, e ti lo mandaro domani quando là Ufficio postale si apre.</p>
<p style="text-align: justify;">SCrivere si sCrive col C. non si scrive sRivere. Ni sRitto ma sCRitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che verrà la Primavera, anche qui in riviera</p>
<p style="text-align: justify;">era tornato il freddo, ma adesso vengono i fiore sulle arboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che tutti i bestie non moriranno da fame, mancando il fieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nonno è uscito oggi da casa, dove ha stato coi male ai piedi. ma in somma, non sta mica male. Ed ha tre denti nuovi.</p>
<p style="text-align: justify;">And so forth. Fra poco TU deve scrivere in inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Before long you will have to write English.</p>
<p style="text-align: justify;">tanti saluti alla Famiglia Marcher se si scrive Marcher cosi. L’altra volta mi dicesti di scrivere MarHer. etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro partira domani matina.</p>
<p style="text-align: justify;">ciao.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuo babbo EP</p>
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		<title>Il romanzo di Antonio Scurati su Mussolini? Pieno di strafalcioni storici (e lo scrittore non sa neanche la differenza tra Cuneo e Torino…)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Nov 2018 11:22:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo su Linkiesta del 23 ottobre scorso mi trova concorde circa le riflessioni avanzate sul libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, 2018) di Antonio Scurati. Condivido l’idea principale dell’antifascismo come «sentimento assoluto», ma non quella che esso debba essere svincolato dal regime politico instaurato da Benito Mussolini. Con l’introduzione delle leggi «fascistissime», egli dispose [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-romanzo-di-antonio-scurati-su-mussolini-pieno-di-strafalcioni-storici-e-lo-scrittore-non-sa-neanche-la-differenza-tra-cuneo-e-torino/">Il romanzo di Antonio Scurati su Mussolini? Pieno di strafalcioni storici (e lo scrittore non sa neanche la differenza tra Cuneo e Torino…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’articolo su <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2018/10/23/e-ora-che-lantifascismo-si-sleghi-dal-fascismo-altrimenti-non-ci-sopra/39852/" target="_blank" rel="noopener"><em>Linkiesta</em> del 23 ottobre</a> scorso mi trova concorde circa le riflessioni avanzate sul libro <em>M. Il figlio del secolo</em> (Bompiani, 2018) di Antonio Scurati. Condivido l’idea principale dell’antifascismo come «sentimento assoluto», ma non quella che esso debba essere svincolato dal regime politico instaurato da Benito Mussolini. Con l’introduzione delle leggi «fascistissime», egli dispose infatti lo scioglimento dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali, abolì la libertà di stampa e sottopose l’istituto parlamentare all’esecutivo. Una serie di provvedimenti che, oltre a ricordare l’infausto regime fascista, devono essere valutati nella loro dimensione storica e respinti per garantire la tenuta delle istituzioni democratiche e repubblicane. L’Autore dell’articolo centra il bersaglio quando afferma che la società italiana «sta lentamente scivolando verso l’indifferenza» per il disinteresse degli storici, che fino ad oggi non hanno assunto alcuna posizione verso il romanzo storico di Antonio Scurati. <strong>Una propaganda ben orchestrata dei mass media ha trasformato un romanzo pieno di stravaganze storiche in un best seller segnalato in termini negativi da Ernesto Galli della Loggia per l’incapacità dell’autore «di orientarsi nella storia culturale italiana della prima metà del Novecento»</strong> e per la mancanza di «alcuni punti riferimento essenziali» (<em>Corriere della Sera</em>, 14 ottobre 2018).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Autore colloca il suo sistema narrativo negli anni compresi tra la costituzione dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919) e l’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) con le devastanti conseguenze sullo scenario politico fascista. <strong>Ma commette una serie di errori, che inficiano la narrazione storica e presentano un quadro distorto delle vicende in cui si trovano ad operare Benito Mussolini e i personaggi vicini e lontani al suo <em>entourage</em> politico.</strong> La lunghezza del romanzo non può giustificare la presenza di errori storici, imputabili alla fretta dell’autore di pubblicare il libro, ma anche alla «mancanza di editing», come ha sottolineato Galli della Loggia sul quotidiano milanese.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un errore di impaginazione la parte intitolata «Benito Mussolini Milano, 1 gennaio 1920» (pp. 168-171) si ritrova nel 1919: una semplice svista che apre il secondo anno di narrazione e chiude il primo su cui mi sono dilungato <a href="http://www.avantionline.it/2018/10/antonio-scurati-una-lettura-miope-del-fascismo/#.W-1CTOhKhPY" target="_blank" rel="noopener">nel mio articolo su <em>l’Avanti!</em></a> (29 ottobre) e sulla <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/scurati-piedi-ndash-ci-scrive-prof-nunzio-dell-rsquo-erba-che-186971.htm" target="_blank" rel="noopener">mia lettera pubblicata su <em>Dagospia</em></a> (2 novembre). Quella parte è racchiusa dall’autore nel famoso articolo «Navigare necesse» (<em>Il Popolo d’Italia</em>, 1° gennaio 1920, poi in B. Mussolini,<em> Scritti e discorsi. La rivoluzione fascista (23 marzo 1919 &#8211; 28 ottobre 1922)</em>, Hoepli, Milano 1934, pp. 51-54), da cui l’autore trae ispirazione per presentare Mussolini e i suoi rapporti con Gabriele D’Annunzio. <strong>Nell’articolo il futuro duce non fece alcun accenno a Keynes e neppure a Gesù e a Marx e ai loro «cristianesimi» (Scurati, p. 170; Mussolini, pp. 51-54). Egli non affermò la necessità «di essere contro tutte le chiese, le fedi, le speranze di salvezza (Scurati, p. 170), ma condannò quelle «due religioni»</strong> che identificò nella centrale moscovita e nel Vaticano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle quattro pagine l’Autore stordisce il lettore con le sue continue ripetizioni: «Bisogna navigare, sempre, è necessario» (p. 169) con reiterati e ossessivi riferimenti nel prosieguo della narrazione «Navigare sì, sempre, ma navigare a vista» (Scurati, p. 170), «Bisogna navigare, navigare a vista», «Navigare è necessario. Il futuro è sul mare, il naufragio ci attende» (Scurati, p. 171). La conclusione, tratta dall’articolo di Mussolini, non è chiarita dall’Autore, il quale non collega il suo attendismo tattico alle eresie prima individuate nei «due Vaticani» di Roma e di Mosca, là dove poi conclude che bisogna navigare «anche contro corrente. Anche contro il gregge. Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia» (Mussolini, p. 54).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le parti dedicate a «Gabriele D’Annunzio Fiume, 18 marzo 1920» (pp. 175-179) e a «Margherita Sarfatti, Milano primavera 1920» (pp. 181-184) presentano un quadro semplicistico e per alcuni aspetti distorto delle vicende che ruotano intorno ai due personaggi e ai loro rapporti con Mussolini.</strong> Esse si aprono con il riferimento ad Alceste De Ambris (1874-1934) – «chiamato dal Comandante a inizio d’anno come suo capo di gabinetto» – e alla consegna del «disegno di carta costituzionale il 18 marzo del millenovecentoventi» (p. 175). In realtà la «chiamata» di D’Annunzio avvenne il 21 dicembre 1919 con una lettera a De Ambris, ignorata dall’Autore e pubblicata da Renzo De Felice nel volume <em>Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D’Annunzio</em> (Morcelliana, Brescia 1966, pp. 159-160). <strong>Sul «Disegno di costituzione» (non «disegno di carta costituzionale»), l’Autore non ricorda «la genesi e lo sviluppo» degli articoli in esso contemplati e ignora le «lunghe conversazioni» tra D’Annunzio e De Ambris</strong> che – prima della consegna del testo – aveva trascorso più volte vari soggiorni a Fiume, dopo avere difeso l’impresa del poeta pescarese (cfr. <em>Il Popolo d’Italia</em>, 21 ottobre 1919). Le date del soggiorno di De Ambris, non specificate dal volume di De Felice, sono precisate da un giovane ricercatore, che ricostruisce i suoi vari soggiorni come quelli dell’8 novembre e di «fine novembre» 1919 sulla base di un’attenta consultazione della stampa coeva e della lettura delle Note per un opuscolo <em>Fiume (un tentativo di rinnovamento incompreso e vilipeso)</em>, scritto nel 1934 e rimasto inedito (cfr. E. Serventi Longhi, <em>Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista</em>, FrancoAngeli, Milano 2011, p. 133 e p. 134).</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64001 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75-214x300.jpg" alt="Scurati" width="132" height="185" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/9788858780275_0_0_0_75.jpg 1000w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Nel «Disegno di costituzione», rimaneggiato (p. 176) da D’Annunzio e diventato Carta del Carnaro nell’agosto 1920 ed emanato dopo varie modifiche il 12 settembre (Scurati, p. 297), <strong>l’Autore attinge a piene mani e riprende i vari articoli senza l’uso delle virgolette, necessarie anche in un romanzo, i cui rinvii documentali sono la premessa necessaria per la serietà di qualsiasi lavoro storico.</strong> Il motivo per cui D’Annunzio riscrive il testo «ogni giorno» dalla data della consegna sfugge a Scurati, che lo riduce sic et simpliciter ad una questione formale di stile (precisa l’autore: «In fondo è un poeta, per uno come lui lo stile è tutto», ossia ad un tentativo di trasformarlo in una «lingua aulica e oracolare» (Scurati, p. 177). <strong>Più acuto il pensiero di Angelo Tasca – considerato in modo erroneo da Scurati un «rampollo di una famiglia della borghesia torinese» (p. 186) – là dove dice che «D’Annunzio è un poeta e i poeti sono talvolta prigionieri dei loro sogni»</strong> (A. Tasca, <em>Nascita e avvento del fascismo</em>, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, Firenze 1995, p. 185). Ma, al di là dei due differenti giudizi,<strong> rimane lo strafalcione storico di considerare Tasca un rampollo dell’alta borghesia torinese, quando egli nacque a Moretta in provincia di Cuneo da una famiglia operaia</strong> (il padre era un semplice manovale delle ferrovie dello Stato): si veda la biografia di Alexander J. De Grand su <em>Angelo Tasca. Un politico scomodo</em>, Franco Angeli, Milano 1985. Il ritardo della rielaborazione poetica da parte di D’Annunzio non riguarda l’aspetto letterario, ma investe la reazione dei suoi adepti, insoddisfatti dalla costituzione di De Ambris e contrari ad un sistema democratico: gruppi di legionari minacciarono addirittura di abbandonare il Vate (cfr. <em>La Carta del Carnaro nei testi di Alceste De Ambris e di Gabriele d’Annunzio</em>, a cura di Renzo De Felice, il Mulino, Bologna 1974, p. 20).</p>
<p style="text-align: justify;">Il telegramma di Enrico Flores a Nitti, inviato da Milano il 19 aprile 1920, è copiato dal volume <em>Mussolini il rivoluzionario 1883-1920</em> (Einaudi, Torino 1965, p. 592), <strong>ma è presentato come una «telefonata» (Scurati, p. 191). Non si comprende inoltre perché mai l’Autore sopprima il passaggio che riguarda l’invito dei Fasci di Combattimento ai partiti liberale e radicale per «reagire di accordo» alle «attuali agitazioni»</strong> (R. De Felice, p. 592 e nota 3, Scurati, pp. 190-191). L’altro telegramma del medesimo giorno, ripreso sempre dal volume del De Felice (p. 592), viene riportato in modo erroneo da Scurati, che confonde la presentazione dello storico reatino con il contenuto del telegramma, di cui omette la parte più interessante relativa alla richiesta di denaro agli industriali del circondario di Monza da parte di un emissario («un generale in pensione») dei Fasci di combattimento in cambio di protezione.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta definitiva del governo Nitti (10 giugno 1920) e il ritorno al potere di Giolitti aprì uno scenario nuovo che l’Autore cerca di delineare nella parte dedicata agli «eventi fiumani» del medesimo anno (Scurati, pp. 209-213, pp. 272-275 e pp. 290-298). <strong>Emerge un quadro semplicistico con riferimenti inutili come la notizia della malattia venerea del poeta Giovanni Comisso (p. 213), la descrizione dei baffi di Alceste De Ambris (p. 272) o il ruolo da scribacchino di Umberto Fascanelli (p. 273),</strong> attivi in una città come Fiume divisa tra i postriboli cittadini e le feste di San Vito e di Natale (p. 209 e p. 211).</p>
<p style="text-align: justify;">La parte sul scrittore belga Léon Kochnitzky (1892-1965), autore di un volumetto elogiativo su D’Annunzio (Bruxelles 1921), è disordinata e non chiarisce il suo ruolo nell’impresa fiumana. Il musicista di origine ebraica condivise per breve tempo questa esperienza come responsabile dell’Ufficio Relazioni Esteriori e promotore della Lega di Fiume: un progetto che egli ideò per riscattare i popoli oppressi contro l’ordine stabilito dalla Società delle Nazioni. Ma non può essere definito «un giovane… di modesto talento ma di grandi ideali», la cui attività «si riduce alla tessitura di piccoli, oscuri intrighi balcanici» (p. 210). Kochnitzky pubblicò un interessante volte <em>La quinta stagione o I Centauri di Fiume</em> (Zanichelli, Bologna 1922), in cui chiarì molte questioni connesse alla vicenda fiumana. Ne era convinto anche Renzo De Felice, che gli attribuì il merito di avere chiarito i rapporti non sempre idilliaci tra D’Annunzio e De Ambris (R. De Felice, <em>Sindacalismo rivoluzionario…</em> cit., p. 68), e ne è convinta L. Hughes-Hallet che nella biografia di <em>Gabriele d’Annunzio…</em> (Rizzoli, Milano 2014, p. 425, pp. 446-447 e sgg.) chiarisce il clima in cui si svolse e maturò l’impresa di Fiume, ma anche l’entusiasmo con cui il giovane belga vi partecipò a partire dalla fine dell’ottobre 1919 (p. 459).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caratteristica la ricostruzione degli episodi collegati ad Amerigo Dùmini e avvenuti a Montespertoli l’11 ottobre 1920, là dove persino il titolo è tratto da un articolo di Giacinto Reale, reperibile sul sito internet www.ereticamente.net.</strong> Qui Scurati raggiunge il culmine del semplicismo storico, laddove trasforma «La bandiera rossa sventola» nell’incipit «La bandiera rossa pende floscia all’asta del palazzo comunale»: copia il riferimento a «un grosso bandierone rosso» che «è la prima conseguenza della vittoria socialista alle elezioni comunali», ripreso e diventato nel libro «un enorme bandierone rosso» con «la vittoria dei socialisti è stata schiacciante» (Scurati, p. 233). Nell’articolo di Giacinto Reale si ritrova descritto il ruolo del camorrista Gennaro Abbatemaggio, l’arrivo di Arrigo Dùmini con gli altri tre fascisti (Bruno Frullini, Attilio Paoli e Giacinto Fani), il cui scopo – come sarà precisato più tardi da Frullini nel suo <em>Squadrismo fiorentino</em>, prefazione di Alessandro Pavolini, Firenze 1933, p. 39) – «era quello di imporre ai trionfanti pussisti … di inalberare anziché il cencio rosso la gloriosa bandiera italiana». <strong>Il tutto viene riproposto in modo disordinato da Scurati, che ricorre alla descrizione della biografia malavitosa di Abbatemaggio</strong> (pp. 233-234) con <a href="http://www.wikimafia.it/wiki/index.php?title=Gennaro_Abbatemaggio" target="_blank" rel="noopener">il ricorso ad un altro sito</a>. Lo scrittore ignora così la ricca bibliografia sul camorrista napoletano e sugli intrecci malavitosi con Dùmini, che va dal vecchio libro di Luigi Guidotti ai più recenti di Gigi Di Fiore e di John Dickie. Strano che uno scrittore, il quale si dichiari antifascista negli inviti televisivi seguiti alla pubblicazione del volume, senta la necessità di attingere da siti “destrorsi” e di non rendere chiaro il suo pensiero su argomenti e personaggi connessi agli anni più oscuri della storia d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nunzio Dell’Erba</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-romanzo-di-antonio-scurati-su-mussolini-pieno-di-strafalcioni-storici-e-lo-scrittore-non-sa-neanche-la-differenza-tra-cuneo-e-torino/">Il romanzo di Antonio Scurati su Mussolini? Pieno di strafalcioni storici (e lo scrittore non sa neanche la differenza tra Cuneo e Torino…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2018 11:09:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Detta da una persona che è musicalmente allergica ai cantautori italiani significa solamente ed essenzialmente una cosa, e cioè che Francesco De Gregori ha saputo incidere in maniera magistrale la descrizione dell’opera che ha visto e voluto raccontare. Facile per chi è cresciuto a pane e parole, a Dalla e De André, a Battisti e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuga-spiritata-alla-ricerca-della-fatale-euridice-con-il-guanto-tra-max-klinger-a-bagnacavallo-e-i-nostalgici-a-predappio/">Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Detta da una persona che è musicalmente allergica ai cantautori italiani</strong> significa solamente ed essenzialmente una cosa, e cioè che Francesco De Gregori ha saputo <em>incidere</em> in maniera magistrale la descrizione dell’opera che ha visto e voluto raccontare. Facile per chi è cresciuto a pane e parole, a Dalla e De André, a Battisti e Venditti, ma per chi ha sempre – per <em>forma mentis</em> e per esterofilia – “ghettizzato” il cantautorato italico, l’attestato rilasciato al “Principe” per un pezzo del 1996 equivale a un Master all’Università IULM, o all’Accademia di Brera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di partenza è tutto lì: capire se quella <em>cosa</em> che aveva colpito quella persona è visibile all’interno della mostra ospitata all’interno del <a href="http://www.museocivicobagnacavallo.it/mostra_max_klinger/" target="_blank" rel="noopener">Museo Civico di Bagnacavallo </a>assieme ad altre 150 opere.</strong> E quella <em>cosa</em> lì non ha colpito solo lei e solo me. Gianrico Carofiglio ne “La regola dell’equilibrio” (Einaudi) scrive a pagina 214: “C’è una canzone di De Gregori molto bella” (segue il titolo). “Me la ricordo. Una canzone ermetica”. “È ispirata ad alcuni disegni di (segue il nome dell’autore). La si capisce molto meglio ascoltandola mentre li si guarda. Parafrasi sul ritrovamento di (nome dell’oggetto), mi pare si chiami il ciclo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, tre indizi fanno una prova. Quella <em>cosa</em> è una cosa che lascia il segno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il giallo di Carofiglio non l’ho letto: ho preferito andare a vedere di persona se quella<em> cosa</em> c’era davvero. Non tanto per sfiducia o per curiosità, ma per un motivo che mi porto addosso come una cicatrice, ed è quel motore che mi fa andare da 30 anni a teatro. Nel 1989 il “Carlo Goldoni” di Venezia ospitò “Il grigio” di Giorgio Gaber, uno spettacolo “diverso”, non il suo classico “teatro-canzone” ma un monologo. Nell’ultima frase del primo atto una perla: <strong>“<em>Non si può vivere… in quel raffreddore dell’anima. È per questo che si ha bisogno di un nemico… sì, anche inventato.</em></strong><em> Questa assurdità del ‘superare’, questa spinta alla lotta, questa finta corsa alla vita e alla morte, di cui noi non abbiamo alcuna parte cosciente… è il nostro tormento e la nostra delizia”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il grigio”</strong> è la storia di un uomo che si allontana da tutto e da tutti, afflitto più da problemi personali che sociali. Si ritira in campagna per essere più tranquillo e concentrarsi meglio su di sé e sui propri problemi. La sua ambita solitudine è però disturbata da un fantomatico topo: ecco ‘il grigio’, l’elemento scatenante degli incubi dell’uomo e del suo inesorabile e ironico flusso di coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dicembre del 1989, nel foyer del teatro, c’era una donna bellissima e tirata (a Venezia si va a vedere gli spettacoli “addobbati” in maniera consona e non in jeans, felpa con il cappuccio e scarpe da ginnastica come se si andasse a “bacari” a farsi uno spritz o un “bianchetto”). Aveva un abito lungo, pieno di pizzi, i capelli raccolti in un nastro di sera, a mo’ di fiocco, posizionato in basso, all’altezza della schiena. E indossava un paio di guanti neri. <strong>Da 30 anni, quasi, vado a teatro per rivederli, per incontrare quelle mani colte, quella forma estrema di eleganza, forse desueta, ma meravigliosa.</strong> Oggi le sue mani saranno raggrinzite, ma nella memoria tutto si cristallizza, si miticizza: il tempo viene inchiodato, anzi <em>inciso</em>, nell’attimo esatto in cui avviene l’accadimento. E quelle mani, quelle dita affusolato che poi ha “svelato” appena si è seduta in platea togliendosi i guanti, sono <em>arti</em>, la parte maschile dell’arte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. <strong>L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto.</strong> Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata”.</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere. Orfeo: “Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo”.</p>
<p style="text-align: justify;">(Cesare Pavese, “L’inconsolabile”, dai “Dialoghi con Leucò”)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È per germinazione quasi spontanea, o forse per quella fase di imprinting teatrale che avviene dopo l’età dell’imprinting normale dei bambini (0-3 anni, a memoria), che quella canzone di De Gregori mi si è posata sulla testa già dalle prime strofe: <strong>“Un guanto precipitò/ da una mano desiderata/ a toccare il pavimento del mondo/ in una pista affollata/ Un gentiluomo, un infedele/ lo seguì con lo sguardo/ e stava quasi per raggiungerlo/ ma già troppo in ritardo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il gentiluomo infedele. C’è modo e modo per tradire, e De Gregori sceglie quello più nobile, quello non più scusabile ma quello esteticamente meno rimproverabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il Principe decide di fare l’<em>incisore</em>, e butta lì una dichiarazione d’amore che scioglierebbe anche una donna di marmo: “E intanto milione di rose/ rifluivano sul bagnasciuga/ e chissà se si può capire/ che milioni di rose/ non profumano mica/ se non sono i tuoi fiori a fiorire/ se i tuoi occhi non mi fanno più dormire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Francesco, a distanza di tempo, ha spiegato il pezzo: “La canzone ‘Un guanto’ mi è stata ispirata da una serie di incisioni del pittore tedesco Max Klinger. Un guanto perduto su una pista di pattinaggio si trasforma in un simbolo della femminilità e si moltiplica all&#8217;infinito finché finisce su un tavolo accanto a una statuetta di Cupido”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Max Klinger. Inconscio, mito e passioni alle origini del destino dell’uomo” è in mostra al Museo Civico di Bagnacavallo:</strong> dopo aver ospitato Goya, da metà settembre (e sino al 13 gennaio 2019) il paese romagnolo ha deciso di dare spazio (circa 150 opere) al Maestro di Lipsia, uno che Giorgio De Chirico definì “l’artista moderno per eccellenza. Moderno nel senso di uomo cosciente che sente l’eredità di secoli d’arte e di pensiero, che vede chiaramente nel passato, nel presente e in se stesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Difficile capire se la definizione di De Chirico possa calzare come un paio di galosce, o come un grembiale, all’uomo che ha reso celebre Predappio in Europa: Benito Mussolini. Uomo cosciente, forse solo nel primo periodo (dal 1922 sino alla metà degli Anni Trenta) del Fascismo, il Duce lo è stato:</strong> quello più “socialista”, quello iniziato il 28 ottobre del 1922 con la marcia su Roma. Sua l’assicurazione di invalidità e vecchiaia e contro la disoccupazione, l’assistenza ospedaliera, l’INPS, le Leggi sulla Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le bonifiche alle paludi Pontine, in Emilia, Sardegna, Maremma Toscana, le dighe, la costruzione di numerose dighe e Università, la garanzia di un chilo di pane e un litro di latte alle famiglie, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono in molti, ogni anno, che il 28 ottobre si radunano a Predappio. E quest’anno, con l’annuncio fatto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di manifestare a teatro e in piazza proprio lo stesso giorno, i motivi per percorrere Rimini – Predappio si accavallano. L’entroterra forlivese è, in prima battuta, un’ottima zona di vino Sangiovese, soprattutto quello “riserva”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere che facce hanno gli adepti dell’ANPI, oggi, a oltre 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo il secondo motivo. Vecchietti arzilli con bastone? Macché. Nonnini in sedia a rotelle? Sì, forse, alcuni. Ma la maggior parte sono giovani. Giovani e di mezza età, persone che non sano che non sono stati i Partigiani ad aver liberato l’Italia. Sono stati gli Americani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se il fascismo oggi viene derubricato a folklore – non tornerà perché i tempi sono cambiati – altrettanto si deve dire per i Partigiani.</strong> ANPI, come ha confermato qualche anno fa il Presidente Nazionale Carlo Smuraglia, riceve anche un contributo statale: nel 2014 l’importo è stato di “65.000 euro, una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività e – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato”. Il buon Giuseppe De Lorenzo su “Il Giornale” scrive che “nel 2017 il ministero della Difesa ha elargito ben 107mila euro tondi tondi”. Negli ultimi sei anni, prosegue, il giornalista, “(ANPI) ha incassato dal ministero della Difesa 573.450 euro, in un continuo crescendo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Fascismo e <em>partigianesimo</em> appartengono alla storia d’Italia, e oggi sono due movimenti, nelle loro infinite diversità, di assoluta nostalgia. Con la differenza che i primi ne sono consapevoli, i secondi invece no.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non esistono più Fascisti del Ventennio (e non per la Legge Scelba del 1952 che introdusse il reato di apologia del Fascismo ma per i tempi che sono passati; e nemmeno per la Legge Fiano, caduta assieme al PD alla fine del 2017) come non esistono più i Partigiani che hanno combattuto per “liberare l’Italia”: se ne è rimasto qualcuno (sì, ce ne sono, pochi ma ce ne sono), ha passato i 90 anni.</strong> È più complicato capire piuttosto chi porta avanti il ricordo e la memoria, persone che non hanno vissuto quegli anni ma che hanno ascoltato le storie dei Partigiani dai genitori o dai parenti (come nel mio caso, lo zio di mia mamma, Antonio detto “Toni” o “Tango”, era partigiano e suo figlio Danilo ci ha scritto un libro. Io ho preferito dedicare il mio ricordo al nonno materno), e che oggi impegnano e ammorbano i teatri con reading, spettacoli teatrali, convegni, giornate di studio e manifestazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si inizi ad azzerare i contributi statali, l’Italia ha una fitta rete di associazionismo e di strade (una su tutte, il 5 x 1.000 dell’Irpef dei Modelli CUD, 730-1 e Unico) per sostenere senza troppi problemi queste iniziative. Chi lo vuole fare è libero di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Passeggiare con una maglietta con la faccia di Ernesto Che Guevara o di altri assassini è legittimo, anzi, è quasi “trend”, mentre indossare una polo con il colletto tricolore è pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La montagna, ovviamente, ha partorito un topolino. Cori, canti e striscioni, un serpente umano di persone ha coperto la distanza che separa la Chiesa dal cimitero di San Cassiano. Foto, video, sorrisi, saluti romani. Magliette e giubbotti, tantissimi, una divisa di riconoscimento.</strong> Nostalgici da tutta Italia, arrivati nel cuore della Romagna con auto, pullman. Comprano souvenir, mangiano, marciano compatti come opliti. Duemila persone, più o meno. Come possono spaventare? Nessun scontro con ANPI, riunita in assise nel teatro di Predappio lo stesso giorno. E la ribalta sui giornali se l’è presa Selene Ticchi, militante di Forza Nuova e già candidata a sindaco di Budrio (Bologna), che ha indossato una maglietta con la scritta “Auschwtzland”. Sì, di dubbio gusto, questo non lo posso negare. Nessun tafferuglio, comunque. Tanto tuonò che alla fine piovvero solo poche gocce d’acqua, e niente sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio De Chirico aveva ragione. L’opera di Max Klinger (1857-1920) rappresenta un capitolo fondamentale dell’arte europea tra Otto e Novecento e della storia dell’incisione. <strong>Artista versatile, pittore, scultore, incisore, musicista, teorico, abilissimo disegnatore, Klinger sperimentò tutte le possibilità del “bianco e nero” con maestria assoluta. </strong>Le sue “visioni” dal fascino sottile e ambiguo, oscillanti tra la realtà quotidiana, gli splendori del mito e il buio più profondo del nostro inconscio, oltre a rappresentare una delle vette dell’incisione simbolista, seppero anticipare molti temi centrali di alcuni tra i più importanti movimenti artistici del Novecento, dal surrealismo alla metafisica, in singolare dialogo con le ricerche della psicanalisi di Freud. Secondo Käthe Kollwitz, Klinger “ha toccato tutti i registri della vita, ne ha colto la potenza, la magnificenza, la tristezza e le ha interpretate per noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle prime tavole dei “Radierte Skizzen” (Opus I, Schizzi all’acquaforte) a “Eva e il futuro” (Opus III, 1880), passando per gli “Intermezzi” (Opus IV, 1881), “Amore e Psiche” (Opus V, 1880), ovviamente “Un guanto” (Opus VI, 1881), “Una vita” (Opus VIII, I884), “Drammi” (Opus IX, 1883), “Un amore” (Opus X, 1887), “Fantasia su Brahms” (Opus XII, 1886), “La morte, parte seconda” (Opus XIII, 1898-1910) ma anche la misteriosa e bellissima “Isola dei morti” (1898), omaggio all’immenso Arnold Böcklin. Una maschera mi avvicina: “Questa opera è piaciuta molto anche ai bambini – mi dice -. In tanti hanno fatto le foto e l’hanno disegnata”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Parte della forza di questo viaggio è nell’iride, nell’<em>impressione</em>. <strong>Il mondo è a colori, Max Klinger invece <em>incide</em> in bianco e nero.</strong> In questa frattura si incardina la forza del racconto: 11 “Opus” su un totale di 15 sono in mostra, e prendono per mano il visitatore per accompagnarlo in un viaggio nella mente che si palesa attraverso la tecnica dell’incisione. E il guanto, in questo viaggio all’interno di un edificio (opus) di 15 piani, si erge a “a stereotipo di amore antico, quando la dama fingeva di averlo perso per farselo riportare dal cavaliere gentile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Si chiama Francesca, questo romanzo” è il titolo di un libro di Paolo Nori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la “lei” di Klinger si chiama Francesca.</strong> Non è venuta con me a Predappio e soprattutto non indossa i guanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli </em></strong></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Max-Klinger-Rapimento-di-Prometeo-1894-1024x659.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>“Disposti ad avallare il male per semplice inerzia”: il romanzo ‘fascista’ di Marguerite Yourcenar. Dialogo con Stefania Ricciardi</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2018 04:30:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al principio era una ragazza che “verso i ventidue o i ventitré anni” <strong>fa una gita nella Roma appena fascista, nel momento più delicato dell’impero del Duce, “subito dopo, o al momento stesso dell’assassinio di Matteotti, e c’era una grande eccitazione nell’aria”.</strong> Si esercita ad amare Roma, Marguerite Yourcenar, ad inalarne la torbida eternità e il torpore del millennio scadente; intravede, dietro i marmi levigati e lividi, il cuore di Adriano. <strong>Soprattutto, però, lo sguardo da Cassandra, che stupra le superfici, non si lascia ipnotizzare dal “lirismo dell’Italia romana, della romanità”: dietro “quella che si credeva una tradizione di grandezza”, il mito imperiale creato ad arte da Mussolini, Marguerite vede “la montatura e l’imbroglio”.</strong> Mi pare interessante: mentre la Yourcenar medita il libro più noto, <em>Memorie di Adriano </em>– lo scrive lei: “questo libro è stato concepito, poi scritto, tutto o in parte, tra il 1924 e il 1929” – s’impunta a scrivere il suo “romanzo ‘italiano’” – così la dida di una delle tante edizioni ‘tascabili’ Bompiani – il romanzo misconosciuto, <em>Moneta del sogno</em>, ambientato nell’Italia fascista, nella Roma del 1933. L’esistenza di quel libro è curiosa perché la Yourcenar pubblica nel 1934 – siamo agli esordi lirici e acerbi di <em>Alexis </em>e <em>Fuochi</em>, poco prima di un plastico capolavoro come <em>Il colpo di grazia </em>– la prima versione, poi vi ritorna, raffina e ri-pubblica il romanzo risciacquato nel delta dei decenni nel 1959 – dandoci un insegnamento esemplare: “mi sia permesso di contestare l’opinione corrente che vuole che tornare a lavorare su una vecchia opera, ritoccarla, a maggior ragione rifarla parzialmente, sia un’impresa inutile o addirittura nociva, da cui slancio e ardore non possono che essere assenti”. <strong>Interessante, ancora: appena Maguerite pubblica la prima versione di <em>Moneta del sogno </em>riattacca l’“Adriano” – “ripresi i lavori nel 1934. Lunghe indagini… progetto ripreso e abbandonato più volte tra il 1934 e il 1937”. </strong>Come a dire, la Roma di un romanzo amplia quella dell’altro, una scrittura è il respiro e l’incavo dell’altra – e in effetti, pubblicato l’“Adriano” nel 1951, la Yourcenar torna a <em>Denier du rêve</em>. Il punto ‘politico’ del romanzo – <strong>“uno dei primi romanzi francesi (il primo, forse) a guardare in faccia la vacua realtà che si celava dietro la tronfia apparenza del fascismo”</strong> – sta nel guardare in modo disincantato la narrazione che il governo fascista dà di sé – <strong>“il fascismo mi sembrava grottesco; avevo visto la marcia su Roma: dei signori ‘di buona famiglia’, accaldati nelle loro camicie nere, e altri tipi che venivano pestati perché non erano d’accordo. Non mi era sembrata una bella cosa”,</strong> dice a Matthieu Galey nel libro intervista <em>Ad occhi aperti</em>, Bompiani, 1982 – da scrittrice. L’impegno della Yourcenar, senza fronzoli partitici né proclami facili – “non sono italiana ed è difficile immischiarsi negli affari degli altri” – è quello del romanziere con gli occhi aguzzi, “uno scrittore può contribuire alla lotta politica dicendo semplicemente quello che ha visto”. Come scrive Stefania Ricciardi, nella sugosa intro alla nuova traduzione di <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/moneta-del-sogno-9788845293832" target="_blank" rel="noopener"><em>Moneta del sogno </em></a>– che scalza, era ora, quella di Oreste del Buono – “più che al regime in sé, Yourcenar guarda con apprensione al patrimonio umano che il regime tramanda. Nessun personaggio è un modello da seguire, nessuno fra loro è esente da vizi, difetti, colpe”. Sagace traduttrice dei grandi della letteratura francese – da Irène Némirovsky a Claude Simon e Alain Robbe-Grillet – la Ricciardi, tra l’altro, è autrice della nuova versione di un altro capolavoro ‘politico’, <em>La condizione umana</em>, il romanzo capitale di André Malraux – pubblica Bompiani, in novembre. Narrativamente, il fascismo è tornato in auge – dal libro di <a href="http://www.ilgiornale.it/news/mussolini-scurati-immane-docu-film-effetto-wikipedia-1576529.html" target="_blank" rel="noopener">Antonio Scurati,</a> <em>M. Il figlio del secolo</em> a <em>Il silenzio di averti accanto </em>di <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/marinelli-e-colpe-dei-nonni-che-ricadono-sui-nipotini-1582101.html" target="_blank" rel="noopener">Giancarlo Marinelli</a> – spesso in forme sbilenche, esteticamente blande, per questo è bene abbeverarsi alla buona narrazione della Yourcenar. <strong>La sintesi del libro, ad ogni modo, sta nella plumbea epigrafe di Montaigne, “Abbandonare la propria vita per un sogno è attribuirle esattamente il suo valore”.</strong> Se la vita è un sogno, la si può sbilanciare soltanto sognando più forte, con la perentorietà dell’urlo d’argento. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63453 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno-213x300.jpg" alt="Yourcenar" width="137" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno-768x1081.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno-728x1024.jpg 728w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno-600x844.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/moneta-del-sogno.jpg 1000w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Marguerite Yourcenar: ci faccia capire in cosa consiste il carisma del suo linguaggio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Yourcenar, che leggeva correntemente il greco antico e il latino, è nota per lo stile classico, per la scrittura cesellata, “scolpita nel marmo” – come hanno osservato diversi critici – ma permeata della leggerezza nell’accezione calviniana, che implica precisione e determinazione. Ecco, <strong>credo che il suo carisma risieda nella frase levigata, elegante ma essenziale, senza un grammo di troppo, capace di interpellare direttamente l’animo umano.</strong> Ogni opera ha poi le sue peculiarità: dalla sintassi di ampio respiro ai frammenti lapidari passando per i monologhi. <em>Moneta del sogno</em> è un romanzo anomalo non solo perché è l’unico a essere narrato in presa diretta, ma anche per lo stile: lucido e visionario nello stesso tempo e nello stesso spazio narrativo, come si addice a un racconto metà realistico e metà simbolico. <strong>I personaggi si trovano all’intersezione tra il verismo italiano e il mito: la lingua corrente (del periodo fascista) e le reazioni popolari vanno a intrecciarsi con il classicismo della voce narrante.</strong> Un operaio delle Condotte pubbliche, un’anziana fioraia dell’entroterra laziale, non si esprimono certo come l’imperatore Adriano, come il medico-alchimista Zenone o come il priore dei Cordiglieri – per citare alcune delle creature più famose concepite da Yourcenar – e questi scarti di registro rendono la lingua di <em>Moneta del sogno</em> realistica e straordinariamente polifonica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Moneta del sogno” ha avuto un traduttore d’eccezione in Oreste Del Buono: quando lavora di solito considera le traduzioni che la precedono? Esiste una ‘classicità’ nelle traduzioni (penso al Moby Dick di Pavese) o è nella natura dell’invecchiamento della lingua la necessità di ri-tradurre?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nuova traduzione di <em>Moneta del sogno</em> è nata da una mia idea: per una serie di ragioni legate soprattutto all’estrema mobilità della lingua italiana attraverso il tempo, anche la resa stilistica di una personalità letteraria del calibro di Oreste del Buono risultava datata e non esprimeva, a mio modesto avviso, tutta la potenza dell’originale. Quando però ho cominciato a tradurre, non ho più visto quel testo, avevo bisogno di trovare la voce, le voci, senza “interferenze esterne”, per così dire. L’ho ripreso in mano solo alla fine. <strong>Una presenza assidua nel mio lavoro è stata invece la traduzione inglese di Dori Katz pubblicata nel 1982 e intitolata <em>A Coin in Nine Hands</em>, particolarmente illuminante perché fatta “in collaboration with the author”.</strong> È l’ultima edizione di <em>Moneta del sogno</em> con Yourcenar ancora in vita. Cerco sempre di procurarmi tutte le traduzioni esistenti dell’opera che traduco, anche quelle nelle lingue straniere che conosco. Sì, l’italiano, soprattutto quando è lingua di traduzione, rischia di sembrare obsoleto nel giro di pochi decenni, ma esistono rare eccezioni. Penso in particolare alla splendida traduzione di Mario Giobbe del <em>Cyrano de Bergerac</em>: risale al 1898, eppure quella lingua “vintage” – e più ricca dell’originale – regge ancora magnificamente il passo con i tempi, tanto riapparire nel giugno scorso negli “Oscar” Mondadori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che Italia appare trasfigurata in “Moneta del sogno”? In cosa consiste – se c’è – la necessaria attualità di quel romanzo strano, composto in tempi distinti, diversi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come si legge nella postfazione di Yourcenar, al di là delle varianti tra l’edizione del 1934 e quella, definitiva, del 1959, questo romanzo ambientato a Roma nell’undicesimo anno della dittatura fascista <strong>doveva restare “esattamente datato”, essendo “uno dei primi romanzi francesi (il primo, forse) a guardare in faccia la vacua realtà che si celava dietro la tronfia apparenza del fascismo”.</strong> La politica del regime è mostrata attraverso gli effetti sulla città e, specularmente, sulle persone. Roma subisce lo sventramento delle vestigia del glorioso passato per far spazio alle grandi arterie teatro delle parate militari. Al degrado urbanistico corrisponde quello umano: i personaggi sono perlopiù apatici, indifferenti, disposti ad avallare il male per semplice inerzia, incapaci di comunicare tra loro, di conoscersi in profondità. La moneta d’argento da dieci lire che passa di mano in mano, permettendo ai protagonisti dei nove episodi che compongono il libro di nutrire una speranza, costituisce uno scambio esclusivamente materiale, privo di ogni empatia umana. <strong>L’uomo “<em>parvenu</em> della natura”, l’individuo che antepone l’apparire all’essere, che è indifferente al destino del mondo in cui vive come a quello di chi incontra; persone che dialogano senza ascoltarsi: mi sembrano tutte situazioni riscontrabile nella realtà attuale. </strong>Anche rispetto alla politica, non è il fascismo in sé che preoccupa maggiormente la scrittrice, ma la crisi delle ideologie e dei valori, l’imbarbarimento progressivo che ritroviamo nella società odierna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63454 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/denier.jpg" alt="Yourcenar" width="125" height="181" />Che libro ha amato di più tradurre – e su quale vorrebbe lavorare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a <em>Moneta del sogno</em>, sono stata molto felice di tradurre per Mondadori <em>Ci rivediamo lassù</em> di Pierre Lemaitre, prix Goncourt 2013, e <em>Il ballo e altri racconti</em> di Irène Némirovsky, di cui ho firmato anche la curatela e che è apparso negli “Oscar” nel 2017. Mi piacerebbe tradurre Pascal Quignard: <em>Les petits traités</em>, per esempio, o Emmanuel Carrère (che però ha già ottimi traduttori italiani).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La condizione umana” è uno dei romanzi decisivi del ’900, di un autore, André Malraux, di contraddittoria grandezza, affatto diverso, stilisticamente, dalla Yourcenar. Come è entrata nella lingua di Malraux, che impatto ne ha ricevuto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tradurre <em>La condizione umana</em> ha richiesto innanzitutto un notevole lavoro documentale per capire il contesto storico e culturale, che è molto più di un semplice sfondo. <strong>È un romanzo di una portata universale per il rapporto tra l’angoscia del singolo individuo e la dimensione collettiva del destino</strong>; è un romanzo in cui lo spirito fraterno e l’adesione a valori comuni finiscono per prevalere addirittura sull’esito stesso della rivoluzione contro Chiang Kai-shek. Ho faticato a entrare in questa scrittura per ampi tratti tenebrosa, ma con repentini, significativi squarci di luce: non a caso, nel manoscritto, a margine, si leggono parole come “éclairage” e “lumière”. L’impatto con Yourcenar è stato senz’altro più immediato, forse per il ritmo prorompente, per il suo timbro inconfondibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa la affascina della letteratura francese e quale autore di quella letteratura, a suo avviso, è tanto grande da essere poco considerato in Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi affascinano le sonorità della lingua, il patrimonio artistico e culturale, certe “ambiances” tipiche. <strong>Scrittori come Patrick Modiano, Mathias Enard, Emmanuel Carrère non sono apprezzati come meriterebbero, pur essendo pubblicati da editori importanti.</strong> Altri, come Pascal Quignard, dovrebbero trovare la consacrazione di un pubblico avvertito, sì, ma non necessariamente “di nicchia”.</p>
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		<title>Con 300 euro ti sposi nella casa di vacanza del Duce. Il paradosso di Villa Mussolini, ovvero: in Italia il Fascismo è ancora tabù. Un professore scrive a Corrado Augias: “Pensi ad una ipotetica villa Hitler a Monaco adibita a matrimoni… ce ne sarebbe per far dimettere la Merkel”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 04:26:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Preludio. Il Duce, da che parte lo prendi, tira. Esempio. Il – brutto – romanzo di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, ottocento pagine da sbriciolare le pudenda, svetta in classifica. Non certo perché Scurati sia noto e belloccio – non me ne voglia – ma perché l’oggetto del polpettone storico è Lui, Benito [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/con-300-euro-ti-sposi-nella-casa-di-vacanza-del-duce-il-paradosso-di-villa-mussolini-ovvero-in-italia-il-fascismo-e-ancora-tabu-un-professore-scrive-a-corrado-augias-pensi-ad-una-ipoteti/">Con 300 euro ti sposi nella casa di vacanza del Duce. Il paradosso di Villa Mussolini, ovvero: in Italia il Fascismo è ancora tabù. Un professore scrive a Corrado Augias: “Pensi ad una ipotetica villa Hitler a Monaco adibita a matrimoni… ce ne sarebbe per far dimettere la Merkel”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Preludio. Il Duce, da che parte lo prendi, tira.</strong> Esempio. Il – brutto – romanzo di Antonio Scurati, <em>M. Il figlio del secolo</em>, ottocento pagine da sbriciolare le pudenda, svetta in classifica. Non certo perché Scurati sia noto e belloccio – non me ne voglia – ma perché l’oggetto del polpettone storico è Lui, Benito Mussolini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comprensibilmente, il Fascismo è un’ulcera, non ne puoi parlare che scattano sull’attenti i partigiani, di ogni colore.</strong> Tra i paradossi odierni c’è un Sindaco di marca PD, Giorgio Frassineti, che a Predappio, nella vecchia – e disarmata, rugginosa – Casa del Fascio, <a href="http://www.pangea.news/predappio-non-e-piu-la-chernobyl-della-storia-reportage-dalla-citta-del-duce-il-sindaco-ci-racconta-italia-totalitaria-il-museo-del-fascismo/" target="_blank" rel="noopener">vorrebbe realizzare un museo, “Italia Totalitaria”</a>, che racconti, senza fare epica né tanto meno propaganda, il Ventennio. Sul Sindaco sono piovuti una mitragliata di improperi, ma anche qualche finanziamento: l’opera, in effetti, s’ha da fare. L’altro lato del paradosso è un Sindaco civico, Renata Tosi, anti-PD, con un Assessore in Parlamento che ha il giubbino della Lega <a href="http://www.camera.it/leg18/29?tipoAttivita=&amp;tipoVisAtt=&amp;shadow_deputato=307288&amp;lettera=&amp;idLegislatura=18&amp;tipoPersona=" target="_blank" rel="noopener">(Elena Raffaelli)</a>, che <strong>nella villa delle vacanze del Duce, Villa Mussolini, non fa il museo ma i… matrimoni. Per sposarsi nella villa che fu di Lui basta chiedere e pagare il giusto</strong> (se ti sposi durante la settimana paghi, a seconda se sei residente o meno, tra i 300 e i 350 euro; se ti sposi sabato o domenica dai 400 ai 550 euro; se vuoi anche usare il giardino il prezzo levita di un centinaio di euro).</p>
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<figure id="attachment_63081" aria-describedby="caption-attachment-63081" style="width: 285px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63081" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Villa-Mussolini-300x200.jpg" alt="Villa Mussolini" width="285" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Villa-Mussolini-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Villa-Mussolini-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Villa-Mussolini-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Villa-Mussolini.jpg 801w" sizes="(max-width: 285px) 100vw, 285px" /><figcaption id="caption-attachment-63081" class="wp-caption-text">Nel 1934 &#8216;donna Rachele&#8217; acquista quella che sarà Villa Mussolini. Eccola, oggi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora. La storia di Villa Mussolini è emblematica. Edificata nel 1890 come Villa Margherita, acquistata da Rachele Mussolini nel 1934, l’edificio è uno dei centri della Storia patria, nel bene e nel male.</strong> Proprio nel 1934, dopo l’assassinio del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, nella Villa furono ospitati i suoi figli, in vacanza in Riviera. Del resto la Villa, su ispirazione di Vittorio Mussolini, è anche lo sfondo del “Premio Riccione” per il cinema, carnevalesco raduno di star (evocato nel libro a cura di Marco Bertozzi <a href="http://www.raffaellieditore.com/1939_-_danzando_sull_abisso" target="_blank" rel="noopener"><em>1939. Danzando sull’abisso</em></a>, Raffaelli, 2009). Nell’agosto del 1941, invece, è nella casa di Riccione che i Mussolini apprendono la morte di Bruno, terzogenito del Duce. Nonostante ciò, <strong>la Villa, per un po’ ridotta a ristorante, in cattivo stato, fu sul punto di essere demolita, nel 1979, sotto giunta ‘rossa’: a difendere l’edificio, in quanto bene culturale, tra gli altri, la poetessa Rosita Copioli, lo scrittore Piero Meldini e diversi intellettuali insigni.</strong> “Riteniamo che la decisione di demolire la residenza estiva del Duce vada rimeditata per ragioni storiche e culturali, che nulla hanno a che vedere, ovviamente, con la conservazione nostalgica dei ‘cimeli’ di un periodo infausto della nostra storia”, dissero. Proprietà della Fondazione Carim dal 1997, in comodato gratuito <a href="http://www.riccione.it/it/cosa-vedere/in-citta/villa-mussolini" target="_blank" rel="noopener">al Comune di Riccione</a>, lo scorso anno la Villa è stata messa all’asta, forse la incorpora il ‘pubblico’. Sulla storia di <em>Villa Mussolini. Una finestra su Riccione </em>è ancora in giro una pubblicazione di Nives Concolino e Marina Giannini, su ispirazione del Comune, per Guaraldi, pubblicata dieci anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Villa Mussolini, per chi s’interessa di queste cose, per altro, è pure un cimelio letterario</strong>. <strong>Appare nel più delicato tra i romanzi di Giorgio Bassani, <em>Gli occhiali d’oro</em>, </strong>dove è evocato proprio l’assassinio di Dollfuss: “Un mattina il Duce stava facendo il bagno coi due ragazzi maggiori: Vittorio e Bruno. Verso le tredici viene su dall’acqua e cosa ti trova ad attenderlo? Un dispaccio telegrafico arrivato un attimo prima, che gli comunicava l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss… poi si mise a piangere, gliele ho vedute io le lacrime che gli rigavano le gote”. Il brano di Bassani è esaltato da Pier Vittorio Tondelli (“<em>Gli occhiali d’oro </em>resta il miglior romanzo che uno scrittore abbia dedicato a Riccione”) nell’antologia <em>Un mare di cose da scrivere, l’Adriatico</em>, ideata nel 1990 all’interno della mostra trionfale “Ricordando Fascinosa Riccione”.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Se i fasti del turismo balneare romagnolo durano ancora, in parte lo si deve anche a Lui, che dalla metà degli anni Venti preferisce la Riviera ad altre spiagge.</strong> Naturalmente, il Dux si fa ritrarre in braghe alla moda, mentre snocciola bracciate formidabili, manco fosse il dio dei mari.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il paradosso, appunto, che pare tratto da un assurdo sketch di Guareschi, è bipartisan. Il centrodestra – così pare – usa Villa Mussolini per i matrimoni e per qualche sporadica iniziativa espositiva; il PD, nella sua rappresentanza femminile, vorrebbe rinominare Villa Mussolini, Villa Margherita, come si chiamava un dì. <strong>A nessuno è venuta in mente l’unica cosa buona da fare. Un luogo della memoria – a cui i politici, piuttosto, recano oltraggio. La schizofrenia politica, per così dire, è stata rilevata da Luca Renzi, </strong>acuto professore di Letteratura Tedesca all’Università di Urbino, che ha scritto, come già fece nel 2011, a Corrado Augias, presso <em>la Repubblica. </em>Il tema mi pare così importante – cosa ne facciamo dei luoghi ‘fascisti’, settanta e passa anni dopo? qualcuno si prende la briga di rifilare la Storia? qualcuno ricorda che a Riccione, oltre al Duce, faceva il bagno anche un giovane Pier Paolo Pasolini? – che ricalco la lettera del professore, su gentile concessione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gentile Dott. Augias,</em></p>
<p style="text-align: justify;">nel 2011 le segnalai che la villa di proprietà del duce Benito Mussolini, nell’amena località balneare romagnola di Riccione, ristrutturata e ribattezzata dall’amministrazione “rossa” del luogo “Villa Mussolini” era stata adibita a luogo per mostre piuttosto che farne Museo della memoria, come si addirebbe ad un simile patrono. <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/06/08/la-villa-del-duce-sia-solo-museo.html" target="_blank" rel="noopener">Lei pubblicò la mia lettera</a>, disquisendo giustamente sul deficit di memoria storica degli italiani: era l’8 giugno 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricordai anche che l’azienda di soggiorno della stessa città ha pubblicato un catalogo patinato della stessa Villa, in cui venivano anche illustrate le gesta (la nuotata virile) dell’illustre ospite dell’epoca, con tanto di memorie dei bagnini di allora e di riproduzione dell’ordinanza dell’allora podestà, che invitata i cittadini a rispettare il doveroso silenzio nelle ore notturne, per permettere al capo del governo il giusto riposo, lui che doveva prendere decisioni importanti per la nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sette anni dopo <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/riccione-villa-mussolini-1.4146392" target="_blank" rel="noopener">leggo sul Resto del Carlino</a> che nel frattempo la Villa è adibita a luogo per matrimoni (a quanto pare con forte richiesta) e ceduta in locazione a tale scopo dallo stesso comune (non più rosso, ma per quello che conta in Italia). Pensi ad una ipotetica villa Hitler a Monaco adibita a luogo per matrimoni; ce ne sarebbe per far dimettere il borgomastro, il presidente del Land e forse anche la cancelliera Merkel…</p>
<p>Cordiali saluti</p>
<p><strong><em>Luca Renzi</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/con-300-euro-ti-sposi-nella-casa-di-vacanza-del-duce-il-paradosso-di-villa-mussolini-ovvero-in-italia-il-fascismo-e-ancora-tabu-un-professore-scrive-a-corrado-augias-pensi-ad-una-ipoteti/">Con 300 euro ti sposi nella casa di vacanza del Duce. Il paradosso di Villa Mussolini, ovvero: in Italia il Fascismo è ancora tabù. Un professore scrive a Corrado Augias: “Pensi ad una ipotetica villa Hitler a Monaco adibita a matrimoni… ce ne sarebbe per far dimettere la Merkel”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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