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	<title>destra Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 05 Mar 2020 09:52:37 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Chi vuole sovvertire ciò che rimane dei valori tradizionali sono le entità sovranazionali, i moderni imperi come l’Unione Europea”. Ma… esiste una cultura di destra? Dialogo con Francesco Giubilei</title>
		<link>https://www.pangea.news/francesco-giubilei-intervista-francesco-consiglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2020 09:03:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[conservatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può sostenere, con una certa plausibilità, l’esistenza di un’egemonia culturale del mondo progressista a discapito del pensiero conservatore? La convinzione che i maggiori scrittori italiani siano, o siano stati, tutti di sinistra, non è una boutade ma una convinzione talmente diffusa che Giovanni Raboni la definì “una sorta di luogo comune”. Di questo, e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesco-giubilei-intervista-francesco-consiglio/">“Chi vuole sovvertire ciò che rimane dei valori tradizionali sono le entità sovranazionali, i moderni imperi come l’Unione Europea”. Ma… esiste una cultura di destra? Dialogo con Francesco Giubilei</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si può sostenere, con una certa plausibilità, l’esistenza di un’egemonia culturale del mondo progressista a discapito del pensiero conservatore? La convinzione che i maggiori scrittori italiani siano, o siano stati, tutti di sinistra, non è una <em>boutade</em> ma una convinzione talmente diffusa che Giovanni Raboni la definì “una sorta di luogo comune”. Di questo, e tanto altro, ho discusso con <a href="http://www.giubileiregnani.com/autori/francesco-giubilei/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Francesco Giubilei</strong></a>, editore e scrittore, ritenuto dalla rivista <em>Forbes</em> tra i giovani under 30 più influenti d&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-73910 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro1-2-1-211x300.jpg" alt="" width="319" height="454" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-2-1-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-2-1-768x1090.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-2-1-1320x1873.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-2-1.jpg 1748w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" />Quando sento qualcuno lamentarsi della perdurante assenza di una letteratura di destra, penso a quanta ignoranza c’è oggi, chissà se ingenua o malevola, da parte di chi nega visibilità e attenzione ad autori di grande valore quali Mishima, Céline, Pound, d’Annunzio, Gentile, i molto trascurati Leo Longanesi e Giuseppe Prezzolini, l’editore Giovanni Volpe, i contemporanei Marcello Veneziani, Alain de Benoist, e te. È un lungo elenco, e chissà quanti geni non organici del secolo scorso abbiamo perso l&#8217;occasione di conoscere.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso del Novecento in Italia c’è stata un’intensa attività culturale ascrivibile a un’area che potremmo definire di destra. Sebbene con questa parola si possono identificare idee e correnti tra loro divergenti in numerosi ambiti (politica estera ed economia su tutti) e la visione del mondo di un intellettuale liberale classico (ma non <em>liberal</em>, categoria che non appartiene alla destra) è diversa da chi si definisce di destra sociale, vi sono ancora oggi alcuni punti di contatto tra le diverse anime della destra. Nella società contemporanea il contrasto al politicamente corretto è uno dei principali esempi di collaborazione, esso infatti rappresenta l’evoluzione e l’attualizzazione dell’egemonia culturale teorizzata da Gramsci nei suoi <em>Quaderni</em>. Così, come in passato chi non era di sinistra aveva prelusi spazi e opportunità, lo stesso oggi avviene se si esprimono idee contrarie alla vulgata del politicamente corretto. Il “cordone sanitario” che venne invocato dal professor Pedullà nei confronti delle persone di destra, oggi assume nuove forme e modalità ma continua ad esistere. <strong>Eppure, alcune delle principali voci della cultura italiana sono ascrivibili al mondo della destra a partire dalla letteratura con un romanzo conservatore come <em>Il Gattopardo </em>di Tomasi di Lampedusa ad autori del calibro di Ennio Flaiano, Giovanni Ansaldo, Landolfi, Sgorlon, Piovene, Berto, Pirandello.</strong> Lo stesso dicasi per il giornalismo in cui, oltre al grande Montanelli, ci sono state figure come Piero Buscaroli, Gianna Preda, Nino Nutrizio. Non si può dimenticare il contributo alla filosofia italiana di Augusto del Noce o di Ugo Spirito, o l’attività editoriale di Giovanni Volpe, figlio di Gioacchino, di Alfredo Cattabiani, direttore editoriale di Rusconi, e dell’immortale Leo Longanesi. Percorsi che ho cercato di sintetizzare nel libro <a href="http://www.giubileiregnani.com/prodotto/storia-della-cultura-di-destra/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Storia della cultura di destra </em></a>e la cui eredità oggi è portata avanti da associazioni, movimenti culturali, battagliere case editrici indipendenti e riviste che promuovono un&#8217;intesa attività per cercare di diffondere idee e valori che altrimenti farebbero fatica a trovare spazio. Un operato imprescindibile che deve andare di pari passo con la consapevolezza che è necessaria una destra in grado di aprirsi al dialogo e alla discussione con mondi che ancora oggi vengono osservati con scetticismo (penso al mondo delle imprese, ai ceti produttivi, a certi ambienti nelle relazioni internazionali) ma senza abdicare ai propri valori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un intellettuale, in quanto essere pensante, non può ritenersi <em>super partes</em>, e se lo dice sta mentendo. Anch’io, che mi vanto di fare letteratura d’intrattenimento, come uomo ho passioni e pulsioni politiche che inevitabilmente riverso nel mondo circostante attraverso il mio modo di agire, di rapportarmi agli altri, e questo mi caratterizza in un modo forte e preciso che trascende la scrittura. I presunti scrittori ‘equidistanti’ sono degli ipocriti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanto la vita di uno scrittore influenzi la propria opera letteraria non solo in merito alle idee politiche o ideologiche ma anche per gli stili di vita, i luoghi e le persone frequentate, è un tema a lungo dibattuto nella teoria della letteratura. Consiglio la lettura del libro <em>Rituali quotidiani </em>di Mason Currey in cui sono descritte le abitudini, le usanze, i pensieri dei grandi della letteratura, della scienza, della musica e del cinema. È un modo per avvicinarsi alla vita degli artisti e comprendere in modo più completo le loro opere. <strong>Ho sempre considerato le biografie un grande genere letterario, nel mondo conservatore ci sono fulgidi esempi, penso al testo su Machiavelli di Giuseppe Prezzolini, alla biografia di Longanesi scritta da Montanelli e Staglieno ma anche alla monumentale biografia di Ernst J</strong><strong>ü</strong><strong>nger di </strong><strong>Heimo Schwilk.</strong> Un genere ancor più affascinante sono le autobiografie, ho da poco terminato la lettura delle <em>Confessioni di un borghese </em>di Sándor Márai, il principale narratore ungherese in cui descrive il tramonto della Mitteleuropa, uno dei periodi culturalmente più floridi della storia europea. Un’opera scritta poco più che trentenne così come <em>Un uomo finito</em>, l’autobiografia del giovane Papini. D’altro canto il genio non ha età. <img decoding="async" class=" wp-image-73911 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-6-211x300.jpg" alt="" width="326" height="463" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-6-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-6.jpg 320w" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" /><strong>Le riflessioni degli autori possono lasciarci opere filosofiche profonde come le </strong><strong><em>Confessioni di un impolitico </em></strong><strong>di Thomas Mann. </strong><strong>Che dire poi dell’influenza che hanno i luoghi nella vita di uno scrittore?</strong> Di recente Neri Pozza, casa editrice che sta svolgendo un raffinato lavoro di pubblicazione di autori ascrivibili a un&#8217;area culturale conservatrice (da leggere <em>Vita da editore </em>di Neri Pozza), ha dato alle stampe <em>I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo </em>di Paolo Pagani in cui si raccontano i luoghi dove si sono formati alcuni dei più importanti pensatori al mondo. Tra questi figurano le case degli scrittori che mi hanno sempre affascinato; il Vittoriale di D’Annunzio è senza dubbio l&#8217;esempio più noto ma gli esempi sono numerosi. Nella narrativa dannunziana ma anche nel decadentismo di Huysmans, l’estetica è un tema centrale così come la bellezza che caratterizza il pensiero conservatore come ci ricorda Roger Scruton nel suo libro <em>Beauty. </em>La casa museo di Mario Praz a Roma in tal senso è straordinaria. L&#8217;autore de <em>La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica </em>ha dedicato un volume alla propria casa pubblicato da Adelphi e intitolato <em>La casa della vita</em>, un testo straordinario da cui emerge il rapporto tra l&#8217;arredamento di un raffinato antiquario come Praz e la sua produzione letteraria (da leggere il libro in sua memoria edito da Italo Svevo). <strong>Un altro straordinario genere mai troppo considerato sono i diari degli autori (da poco ho acquistato il <em>Diario </em>in tre volumi di Prezzolini edito da Rizzoli), anche in questo caso Papini è un esempio con il suo <em>Diario</em></strong> ma si potrebbero raccontare centinaia di autori che si sono cimentati nella scrittura di diari poi pubblicati postumi. Che dire poi dei carteggi? La teoria della letteratura non sembra aver preso troppo sul serio la scomparsa dei carteggi a causa delle email e delle nuove tecnologie, nel giro di pochi anni è venuto meno un genere letterario fondamentale per ricostruire la vita di un autore, come faranno in futuro i biografi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diego Fusaro ritiene che la dicotomia tra destra e sinistra sia obsoleta ma al tempo stesso non si possano cancellare dal dibattito politico quelle idee e quei valori che hanno caratterizzato le due ideologie. Tanto è vero che, nel presentare <em>Vox</em>, il suo nuovo partito sovranista, ha dichiarato di volere trovare una sintesi tra “valori di destra e idee di sinistra”. Una brillante intuizione o solo la speranza, un po’ cattocomunista, di passeggiare a braccetto con Peppone e Don Camillo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggo con interesse le idee di Diego Fusaro con cui intrattengo un ottimo rapporto di discussione intellettuale esplicitato in tante conferenze a cui abbiamo partecipato insieme anche se spesso ho idee diverse dalle sue. Sebbene nell’attuale contesto politico parlare di sinistra e destra con le medesime definizioni del Novecento sia errato, vi sono alcuni elementi che continuano a rappresentare una differenza invalicabile tra le due visioni del mondo. <strong>L’errore che si compie quando oggi ci si approccia a queste categorie è fare un’analisi basata solo ed esclusivamente su valutazioni di carattere economico; se è indubbio che si sia creata una nuova divisione tra i critici della globalizzazione e i sostenitori di una società aperta basata su entità sovranazionali, è altrettanto vero che temi etici, visione della religione, concetto di nazione e di identità, rimangono ambiti che dividono in modo netto sinistra e destra.</strong> Se poi riteniamo di voler utilizzare termini differenti che possano essere più attuali al posto di destra e sinistra, poco cambia ma i valori che identificano queste due categorie politiche rimangono. C’è poi un ulteriore elemento che non deve trarre in inganno; mentre oggi la sinistra è in crisi, come spiega Luca Ricolfi nel libro <em>Sinistra e popolo</em>, la destra, anche da un punto di vista culturale, sta vivendo un momento particolarmente florido e sarebbe sbagliato negare o cancellare la propria storia in nome di un superamento delle categorie che si possono senza dubbio attualizzare ma senza dimenticare i valori alla base della destra che prescindono un singolo periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi possa esserci spazio per un nuovo movimento letterario, magari costituito da scrittori che possano ascriversi al pensiero conservatore? E se pure questo spazio ci fosse, esiste la qualità? Credo che il problema principale delle correnti artistiche è, banalmente, l’inadeguatezza del prodotto. Tutti sono capaci di aprire una pagina internet, metterci un logo e lanciare proclami, ma poi, se non c’è la sostanza, la ‘ciccia’ letteraria, ecco che la montagna di buone intenzioni partorisce il topolino. Se ci pensi, l’ultimo movimento letterario capace di incidere nel contesto della sua epoca è stato il Gruppo 63. Era il tempo del primo album dei Beatles!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è spazio e necessità di una narrativa che sia in grado di affrontare i problemi della contemporaneità da una prospettiva conservatrice. Narratori che sappiano trattare con lucidità il tema dell’identità, della religione, della nazione non solo in una prospettiva denigratoria. Romanzieri che ambientino i propri romanzi nei borghi del centro Italia, nei piccoli paesi del sud, nelle campagne venete descrivendo ciò che rimane del <em>piccolo mondo antico </em>per parafrasare Fogazzaro. <strong>Una narrativa orgogliosamente italiana che sappia raccontare ciò che di positivo si è conservato della nostra tradizione, che vada oltre a scontati e melensi romanzi capaci solo di descrivere i nuovi quartieri multiculturali delle città italiane. </strong>Senza dubbio dovrebbe nascere un movimento letterario in grado di raccontarci l’Italia delle vecchie zie come ci direbbe Longanesi se fosse in vita. Ma si sente la mancanza anche della carica rivoluzionaria di un Berto Ricci o dell’esperienza fiumana con gli scritti di un Guido Keller o di un Mario Carli. Salvo rare eccezioni, che trovano voce nelle pagine culturali di alcuni quotidiani, <strong>anche la critica letteraria è in preda a un conformismo sconfortante e non è più in grado di proporre firme dello spessore di Ugo Ojetti o di Giovanni Piovene.</strong> Che dire poi di esperienze forse irripetibili come le riviste fiorentine dei primi anni del Novecento? Realtà come “La Voce” di Prezzolini, “Lacerba”, “Leonardo”, sono oggi un miraggio. Lo stesso, d’altro canto si potrebbe dire per l’arte, chi sono oggi i Sigfrido Bartolini o gli Ottone Rosai? Chi è in grado di incarnare la multidisciplinarietà di un Mino Maccari o di un Ardengo Soffici? Perché oggi in Italia non abbiamo un Houellebecq o uno Zemmour come in Francia? Eppure i narratori conservatori italiani nel Novecento hanno espresso un livello molto alto. <strong>Di recente il critico letterario Andrea di Consoli, che seguo con attenzione, ha pubblicato un elenco dei grandi scrittori italiani “storti, strambi, sulfurei, controvento, maledetti, del sottosuolo”:</strong> “Dino Campana, Emanuel Carnevali, Emilio Salgari, Marcello Barlocco, Massimo Ferretti, Giancarlo Fusco, Giuseppe Berto, Curzio Malaparte, Dante Virgili, Marcello Gallian, Dante Arfelli, Luigi Di Ruscio, Salvatore Toma&#8230;”. Gli ha fatto eco un altro raffinato critico come Gianfranco Franchi: “manca il portabandiera, Morselli, e manca l’aristocratico Landolfi; leverei Virgili (un bluff), aggiungerei l’esordio del bandito-scrittore Lo Presti”. Infine vorrei porre l’attenzione su un tema in cui ci sarebbe <strong>la necessità di un approccio da destra, ovvero la conservazione della natura e l’ambientalismo</strong> sottolineando la priorità di una battaglia per l’ambiente alternativa a quella proposta da Greta Thunberg e dall’ambientalismo ideologizzato dei Fridays for Future. Nei prossimi mesi ne scriverò ma c’è bisogno di un lavoro corale e organicizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73912 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro3-2-225x300.jpg" alt="" width="332" height="443" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-2-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-2.jpg 341w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" />“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Questa famosa frase, da molti attribuita a Massimo D’Azeglio, è quanto mai attuale. Il patriottismo, sentimento di devozione e lealtà per la propria nazione, è visto da molti italiani come un valore di parte o addirittura un retaggio fascista. Gli italiani parlano con orgoglio della propria città, della propria regione, ma sono privi dello spirito unitario tipico di altre nazioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema della nazione e dell’identità nazionale diventerà sempre più centrale nel dibattito pubblico nei prossimi anni. In un contesto globale che fino a pochi anni fa sembrava andare nella direzione di entità sovranazionali con un potere sempre più centralizzato nelle mani di poche entità politico-finanziarie, dopo la crisi del 2008 è avvenuto un processo di rallentamento di alcune dinamiche della globalizzazione che sembravano essere ineluttabili. Così stiamo assistendo a un ritorno del concetto di nazione pur nelle singole specificità e differenze che caratterizzano ogni contesto nazionale. Fino al 1789 sono stati i grandi imperi a salvaguardare i valori tradizionali cari al conservatorismo; da una visione gerarchica della società alla difesa dei confini, dalla centralità della religione a una forte identità come collante tra i popoli. Dall’Impero Romano fondato sul <em>mos maiorum</em> al Sacro Romano Impero, dall’Impero Romano d’Oriente con Costantinopoli centro della cristianità ortodossa, fino agli Imperi prussiano e austroungarico, passando per la Russia degli Zar. Dopo la Rivoluzione Francese questo schema viene del tutto sovvertito e i grandi imperi iniziano una lenta ma inesorabile crisi con tentativi di contrasto come la Restaurazione, il Congresso di Vienna del 1815 e l’operato di Metternich. Con la prima guerra mondiale si concretizza la morte degli imperi tradizionali la cui parabola è sintetizzata alla perfezione dall’impero austroungarico e dal<em> finis Austriae</em>. Tra le cause, l’incapacità di promuovere una visione confederata confacente i tempi e l’emergere dei nazionalismi. Oggi succede l’esatto contrario. <strong>Chi vuole sovvertire ciò che rimane dei valori tradizionali sono le entità sovranazionali, i moderni imperi come l’Unione Europea, e chi si oppone a ciò sono le nazioni che rappresentano l’ultimo baluardo a difesa dell’identità.</strong> Va detto che nell’epoca dei grandi imperi c’è stato un momento storico in cui erano emerse piccole nazioni ante litteram, si trattava delle signorie e i ducati italiani. Anche in questo caso l’Italia aveva anticipato ciò che sarebbe accaduto secoli dopo, esperienze come la Serenissima di Venezia e le signorie dell’Italia centrale erano l’esempio migliore e più virtuoso di splendore culturale pur nella debolezza militare di molti Ducati vista la piccola dimensione. Oggi perciò non si può che essere favorevoli alle nazioni senza però dimenticare il contributo dato alla nostra civiltà dei grandi imperi nei secoli scorsi. L’unica entità nella società contemporanea che mantiene il carattere degli imperi tradizionali è la Chiesa Cattolica con la sua visione universalista che affonda le proprie radici in una storia millenaria che le nazioni europee devono lottare per conservare. Mi affascina molto in questa periodo il mondo dei Balcani, l’est Europa e l’oriente cristiano erede di Bisanzio. La storia dell’Impero romano d&#8217;Oriente raccontata magistralmente dallo studioso russo-serbo Ostrogorsky nel libro <em>Storia dell’impero bizantino</em>, così come l’esperienza di Bisanzio sintetizzata da Warren Treadgold in <em>Storia di Bisanzio </em>o le opere di Giorgio Ravegnani che per Il Mulino ha studiato la civiltà bizantina in varie sfaccettature, dal rapporto con Venezia all’Occidente medievale, sono temi che andrebbero approfonditi per conoscere il cristianesimo ortodosso (imprescindibile la lettura di <em>Ortodossia</em> di Evdokimov) ma anche per sottolineare la vocazione dell’Italia in proiezione non solo occidentale ma anche mediterranea e orientale. <strong>L’influenza italiana nell’area dei Balcani, il ruolo che possiamo avere all’interno dell&#8217;Unione europea verso i paesi dell’est Europa, la possibilità di essere una cerniera tra Stati Uniti e Russia, oltre al ruolo preminente nel Mediterraneo, sono gli elementi su cui deve formarsi una seria politica estera italiana che deve andare di pari passo con la conservazione della nostra storia e cultura, vero collante per un patriottismo italiano.</strong> L’Italia nasce dalle antiche civiltà preromane, dagli umbri, dagli etruschi, dai piceni, dai sanniti, dalle colonie della Magna Grecia, accresce la propria forza durante l’Impero romano e consolida l’identità cristiana nel medioevo. Durante il Rinascimento e nell’epoca delle Signorie torna ad essere la culla della cultura mondiale, per poi assumere un ruolo artistico e scientifico nel periodo del Barocco. Nell’Ottocento vive l’epopea risorgimentale, la lotta per l’unità, la formazione di uno stato nazionale, la prima guerra mondiale con la vittoria mutilata e l&#8217;irredentismo mai sopito. Poi affronta gli anni del fascismo, i morti della seconda guerra mondiale, il boom economico fino ai problemi della nostra epoca in cui lo spirito nazionale sembra aver abdicato al globalismo. Ma non tutto è perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>“Il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale”: Diego Fusaro dialoga con Matteo Fais sul suo ultimo libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 06:06:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Credo che a Diego Fusaro vada riconosciuto un grande merito, a prescindere dalle astiose considerazioni degli hater. È riuscito a portare all’attenzione del grande pubblico tutta una serie di tematiche che, altrimenti, non avrebbero trovato spazio nell’informazione mainstream. Lui, con il suo linguaggio indiscutibilmente di rottura, ha saputo veicolarle. Se poi lo si debba considerare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/diego-fusaro-intervista-matteo-fais/">“Il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale”: Diego Fusaro dialoga con Matteo Fais sul suo ultimo libro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Credo che a <strong>Diego Fusaro</strong> vada riconosciuto un <strong>grande merito</strong>, a prescindere dalle astiose considerazioni degli hater. È riuscito a <strong>portare all’attenzione del grande pubblico tutta una serie di tematiche che, altrimenti, non avrebbero trovato spazio nell’informazione mainstream</strong>. Lui, con il suo linguaggio indiscutibilmente di rottura, ha saputo veicolarle. Se poi lo si debba considerare <strong>la Chiara Ferragni della filosofia</strong> è veramente una <strong>questione oziosa</strong> – tra un’influencer come la ragazza in questione e uno che, nel bene o nel male, per usare un eufemismo, <strong>qualche libro l’ha aperto, oltre ad aver per esempio ritradotto Marx</strong>, a mio avviso non sussistono neppure gli estremi per un vago paragone. Al netto di tutte le possibili critiche, secondo cui accademismo e mediaticità non sarebbero coniugabili, le questioni da lui portate sul tavolo non sono irrilevanti. E, infatti, <strong>non è che siano a milioni, in Italia, i filosofi che le trattano</strong> – neppure a decine, a voler essere onesti. Per tutta questa serie di motivi, siamo ben felici di averlo nuovamente come nostro ospite su <em>Pangea</em>, questa volta per parlarci del suo ultimo libro, <strong><em><a href="https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/glebalizzazione/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Glebalizzazione</a>. La lotta di classe al tempo del populismo</em></strong> (Rizzoli, 2019).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70235 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-1-202x300.png" alt="" width="224" height="333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-1-202x300.png 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-1.png 285w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Il nuovo ordine mentale impone una certa prassi discorsiva, il politicamente corretto. A questo si contrappone quella che tu chiami una lotta di classe culturale, in cui i dominati vorrebbero invece chiamare le cose con il loro nome. Ce la potresti descrivere in breve?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la lotta di classe è tra un’élite finanziaria apolide da una parte e le masse nazionali delle classi lavoratrici e dei ceti medi dall’altra. Questa non è soltanto materiale, cioè indirizzata verso la gestione dell’economia e della società, ma è anche culturale – Gramsci docet. L’obiettivo della classe dominante, per mezzo dei suoi intellettuali e degli architetti delle superstrutture, è fare in modo che i dominati non siano tali solo a livello strutturale, ma subiscano il dominio anche nell’ambito culturale, accettando le proprie catene ed essendo disposti a battersi in loro difesa. <strong>Essenzialmente il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale. I dominati hanno dunque tutto l’interesse a tornare a chiamare le cose con il loro nome: “sfruttamento” anziché “competitività”, “appropriazione rapace delle risorse pubbliche” in luogo di “privatizzazione”, “distruzione programmata delle democrazie” al posto di “cessione di sovranità”.</strong> In ultimo, lo sguardo dal basso è quello che svela la verità del rapporto di classe. Nel libro, parto proprio da una citazione di Pasolini in cui si dice: “dovremmo smetterla di parlare il linguaggio dei nostri nemici”. Questo è il punto fondamentale, riappropriarsi delle grammatiche di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu parli di una mondializzazione della disuguaglianza e coni a tal proposito il neologismo <em>glebalizzazione</em>. In cosa consiste questa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione è un progetto fantastico dal punto di vista della classe dominante, startupper e delocalizzatori, agenti della finanza e ammiragli del sistema bancario. Osservata dal punto di vista della classe dominata, invece, è quanto di peggio possa esserci. <strong>Essa consiste in una <em>glebalizzazione</em>, cioè un massacro di classe che, mediante la leva della competitività globale, rende sempre più poveri, subalterni e senza diritti, i ceti popolari. Accade così che il piccolo imprenditore borghese di Vicenza viene spazzato via dai grandi colossi dell’e-commerce, dalla competitività sleale condotta a mezzo di prodotti infimi a basso costo. </strong>Parallelamente, anche il lavoratore di Fiat-Mirafiori perde i suoi diritti sociali, le sue conquiste, per essere competitivo con chi in Bangladesh o in India fabbrica gli stessi articoli a prezzi più bassi e senza diritti. La glebalizzazione è la legge della competitività globale che determina la distruzione dei ceti medi e delle classi lavoratrici che vengono abbassate a una condizione neoservile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di cosmopolitismo liberista, tu paventi un’unione sacra tra la destra del denaro e la sinistra del costume. Ma, dunque, queste sono due facce della stessa medaglia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente. La destra finanziaria del denaro è quella che vuole distruggere gli Stati nazionali per eliminare i diritti sociali e le democrazie; deportare schiavi dall’Africa per sfruttarli senza pietà e abbassare i costi della forza lavoro; e che ambisce a eliminare la famiglia intesa come l’ultimo baluardo di una microsocietà non a forma di merce. <strong>La sinistra fucsia e liberale del costume, anziché opporsi a questo progetto di classe, lo giustifica sul piano teorico dicendo che chi difende lo Stato nazionale è un fascista regressivo; chi supporta la famiglia tradizionale un omofobo patriarcale e, ancora, che chi si oppone alle pratiche della deportazione di massa, dette dell’immigrazione di massa, è uno xenofobo.</strong> Tutto ciò che la destra del denaro fa la sinistra fucsia del costume giustifica. Sono le due ali del medesimo sistema liberista e cosmopolita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è che la Sinistra è potuta passare dall’internazionalismo socialista al globalismo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò ha richiesto un lungo processo, la cui genesi situerei nel ’68 e il cui spirito è ben incarnato dalla canzone di John Lennon, <em>Imagine</em>: “And the world will be as one”. Questo brano è il sogno del globalismo.<strong> Il mondo diventa uno perché trionfa un solo mercato senza confini. Le sinistre che sono passate dal rosso al fucsia, dalla falce e martello all’arcobaleno,</strong> hanno abbandonato l’internazionalismo proletario del lavoro e sono passate – anzi si sono vendute, senza neppure saperlo fino in fondo, in molti casi – al cosmopolitismo liberista del capitale. Per cui continuano a chiamare internazionalismo quello che in realtà è, essenzialmente, il globalismo capitalista. Questo è il dramma che le porta a confondere le due realtà, senza capire che il cosmopolitismo capitalistico combatte gli Stati nazionali per imporre il mercato unico. Invece, l’internazionalismo socialista presuppone gli Stati nazionali e implica un rapporto tra questi, non la loro distruzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il senso della sovranità nazionale e perché, a tuo avviso, la si vuole mettere in crisi per disgregare le democrazie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 1989, il capitalismo ha di fronte a sé un unico ostacolo, quello degli Stati nazionali sovrani. Questi sono gli ultimi fortini della democrazia, dei diritti sociali, del welfare, e della lotta di classe. Se si toglie lo Stato sovrano nazionale, si toglie di fatto la politica – che da sempre è suo appannaggio –, lasciando solo il <em>bellum omnium contra omnes</em> del mercato globale. <strong>Si elimina così la possibilità della lotta di classe, cioè il guardarsi in faccia tra servi e signori e il lottare per ottenere dei diritti. Resta solo un massacro di classe delocalizzato. Non c’è democrazia nella modernità che non sia nello Stato nazionale.</strong> La classe dominante afferma di volerlo superare per evitare il ritorno dei fascismi. In realtà, lo fa per eliminare la democrazia e i diritti sociali. Da questo punto di vista, occorrerebbe combattere il cosmopolitismo e il liberismo riproponendo un internazionalismo sovranista e socialista che lotti contro tali tendenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è questa figura che tu definisci “l’anima bella globalista”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla Boldrini. In generale direi chi pensa che, per essere democratici e per realizzare le libertà di tutti, si debbano superare gli Stati nazionali, creare la democrazia e il popolo globale, per porre in essere una forma di cosmopolitismo delle libertà. I<strong>n realtà, non può esistere una democrazia globale. La democrazia implica sempre l’esistenza del demos e questo non è mai globale, ma sempre territoriale, radicato nel suo territorio, nella sua storia. Allo stesso modo, la politica non può mai essere globale. </strong>Questa è sempre collocata in spazi e territori precisi. Se togli gli Stati nazionali e i territori, togli per ciò stesso la possibilità di un controllo democratico. L’anima bella globalista è dunque quella che dice, almeno a parole, di voler realizzare la democrazia, ma in realtà favorisce sempre e solo la classe dominante. In una parola, la sua caratteristica fondamentale è la mancanza di concretezza. Come in Hegel, questa figura si muove su un piano totalmente astratto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La dialettica servo-signore di Hegel viene da te ripresa e riadattata al nostro tempo. Per tal motivo tu parli di un servo populista e sovranista e di un signore demofobo e globalista. Ti chiederei di chiarire ulteriormente questi concetti per i lettori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il polo dominante ha tutto l’interesse a distruggere gli Stati sovrani nazionali, per imporre il cosmopolitismo liberista. Il signore è quindi sicuramente nemico del populismo e del sovranismo, cioè dell’idea che il popolo si autodetermini nel suo spazio territoriale – non perdiamo mai di vista che la nostra Carta Costituzionale definisce la democrazia come sovranità popolare, nell’articolo primo. <strong>È chiaro che il signore globalista non è né sovranista né populista, ma contro il popolo. La parte dominata ha a questo punto da essere sovranista e populista, deve cioè difendere la sovranità come base della democrazia e della riconquista dei diritti sociali. Perciò c’è tanta demonizzazione del populismo e del sovranismo, perché sono i due nemici principali della parte dominante. </strong>Dal suo punto di vista non dovrebbe essere il Parlamento a decidere, ma i consigli di amministrazione delle aziende.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sostieni che l’internazionalismo socialista sia coniugabile con l’indipendenza di ogni nazione. Come è possibile questo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro vi sono frequenti richiami al tema marxista della questione nazionale. Già Engels, nelle sue lettere, afferma che l’internazionalismo presuppone nazioni forti che si rapportino tra loro in maniera pacifica e solidale. L’internazionalismo socialista, a differenza del cosmopolitismo e del nazionalismo regressivo, presuppone che lo Stato nazionale non sia vettore di aggressione verso gli altri Stati nazionali, ma stia con essi in rapporto solidale. <strong>Il nazionalismo è l’individualismo pensato al livello dello Stato, proprio come l’internazionalismo è il comunitarismo pensato al livello degli Stati. </strong>In Europa noi abbiamo avuto solo nazionalismi regressivi nel Novecento e, al momento, abbiamo un cosmopolitismo liberista dell’Unione Europea. Manca un internazionalismo socialista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se non possiamo dirci globalisti, al contempo respingiamo anche il nazionalismo. In qual senso questi sono entrambi fenomeni da combattere e che direzione prendere per superarli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io parto da un punto molto bello dei <em>Quaderni dal carcere</em> di Gramsci, in cui si dice che Goethe e Stendhal erano nazionali ma non nazionalisti. <strong>La Nazione non è necessariamente il nazionalismo – che di questa è una patologia. Esso è da evitare in ogni modo, ma non per questo bisogna abbandonare la Nazione come invece recita l’assioma dei cosmopoliti dominanti.</strong> Occorre semmai valorizzarla nel suo rapporto di riconoscimento con le altre, in una forma di internazionalismo di tipo relazionale. Per fare ciò occorre a mio giudizio creare un blocco antagonista di Stati sovrani socialisti che si confederino fra loro, senza cedere la propria sovranità, riconoscendosi parte di una costellazione che si oppone fermamente al globalismo americano – nel libro, io sostengo che il globalismo sia sostanzialmente un americanismo, un’americanizzazione del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non so se tu abbia letto l’ultimo pamphlet di Christian Raimo, <em>Contro l’identità italiana</em>. In estrema sintesi, lui sostiene la non sussistenza dell’identità nazionale sulla base del fatto che questa sarebbe fondamentalmente una costruzione ex post.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Guarda, sarò sincero, il tempo della vita è breve e le letture interessanti da fare tante. Io leggo Spinoza, Fichte. Sinceramente il signor Raimo lo leggerò, qualora dovesse avanzarmi del tempo, in una vita futura. Conosco, comunque, bene le posizioni dei soloni del cosmopolitismo liberista. Che le identità nazionali siano storicamente determinate e non naturalmente date è talmente ovvio che Christian Raimo avrebbe potuto risparmiare la carta su cui ha scritto. Partendo dal presupposto che le Nazioni hanno una loro valenza culturale e storica, gente come lui arriva ad asserire che devono essere superate e che bisognerebbe andare contro le varie identità. Assolutamente sbagliato. <strong>Peraltro, l’identità nazionale italiana è tale per cui non esclude chi ha un certo colore della pelle, o è nato altrove. Lo include a patto che questo si riconosca in essa, ne accetti i valori e diventi parte di una comunità, che non è una comunità di sangue e suolo, ma storica e sociale, fatta di persone che si riconoscono e vengono riconosciute.</strong> Il discorso di Raimo è una sorta di avatar di altri mille discorsi che si riproducono come l’agente Smith in <em>Matrix</em>. Sono le posizioni del cosmopolitismo liberista, degli armigeri del pensiero unico della classe dominante. Il solo merito che hanno costoro, grazie al quale occupano “il davanti della scena”, è che sono gli intellettuali giusti al momento giusto per difendere l’ordine dominante. <strong>Se fossimo nel ventennio fascista, questi sarebbero con la camicia nera a sostegno dell’ordine costituito. Invece oggi, nel mondo del cosmopolitismo fucsia liberista, indossano una camicia di diverso colore e divengono le brigate fucsia che giustificano il nuovo manganello invisibile dell’economia di mercato. Usano l’antifascismo come strumento per poter agire in maniera fascista, con uno squadrismo che fa esattamente quello che faceva il fascismo a suo tempo, ovvero impedire la libertà d’espressione.</strong> E, per loro, diviene fascista chiunque non accetti il pensiero unico. Purtroppo, il fascismo non è ancora morto, ma è passato dal nero al fucsia. Oggi è il fascismo del cosmopolitismo liberista e del mercato, di cui i personaggi che mi hai citato sono a tutti gli effetti un’espressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu menzioni come antitesi al cosmopolitismo anche Giacomo Leopardi. Questa tesi è stata avanzata anche da Adriano Scianca, in <em>La Nazione Fatidica</em>. Come motivi questa contrapposizione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto con piacere il libro di Adriano Scianca e condivido appieno la tesi sul Leopardi non cosmopolita. <strong>Però, attenzione, perché l’autore di <em>L’infinito</em> era pur sempre un figlio critico del suo tempo. Sicuramente andava contro un cosmopolitismo astratto, ma non era nemmeno un nazionalista irredento. </strong>A ogni modo, certamente Leopardi riconosce che il cosmopolitismo produce una sorta di individualismo assoluto. Non crea una grande patria, ma spacca quelle esistenti e trasforma ogni individuo in un’isola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto la questione esuli dal tuo libro, cosa ne pensi dell’avvenuta censura da parte di Facebook delle pagine di Casapound?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso che, il giorno successivo a quello in cui venivano censurate su Facebook le pagine di Casapound, la medesima sorte toccava su Twitter agli account dei comunisti cubani. <strong>Oggi viviamo in una sorta di totalitarismo che ti permette di essere liberamente tutto ciò che vuoi, a patto che tu sia liberale. Semplicemente, non ti è permesso di essere altro da ciò e questo l’aveva già ben compreso Pasolini. </strong>È vergognoso comunque come il potere vinca a mani basse: quando vengono censurate le pagine dei fascisti di Casapound, le sinistre giubilano; quando vengono censurate le pagine dei comunisti cubani, i fascisti fanno altrettanto. Questo è il grado ultimo dell’idiozia divisiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/diego-fusaro-intervista-matteo-fais/">“Il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale”: Diego Fusaro dialoga con Matteo Fais sul suo ultimo libro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni”: il manuale del buon europeo di Stenio Solinas (con florilegio di pensieri)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2019 06:57:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Céline]]></category>
		<category><![CDATA[Compagni di solitudine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’Avventuriero è solo, ma non è solitario. Come monito è affascinante, non può lasciare indifferenti”. Parole di Stenio Solinas in Compagni di solitudine, edito vent’anni fa ma che ancora affascina e come tutti i grandi libri fa sentire meno soli, o meglio rafforza nella solitudine, che tanto “poi è la stessa cosa”, concetto che si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/stenio-solinas-antologia-di-pensieri-marco-settimini/">“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni”: il manuale del buon europeo di Stenio Solinas (con florilegio di pensieri)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“L’Avventuriero è solo, ma non è solitario. Come monito è affascinante, non può lasciare indifferenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parole di Stenio Solinas in <em>Compagni di solitudine</em>, edito vent’anni fa</strong> ma che ancora affascina e come tutti i grandi libri fa sentire meno soli, o meglio rafforza nella solitudine, che tanto “poi è la stessa cosa”, concetto che si fissa in mente dopo la lettura così atipica, personale pantheon di “una laica religione”, di grandi vite inimitabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questa laica religione della <em>grandezza</em> mette assieme le pietre d’inciampo, le adagia sui selciati delle vie, spesso vicoli ciechi e bui, lastricati di <em>mediocrità</em> d’intellettuali senza indipendenza e presi da corna o beghe tra condòmini probabilmente in cerca di <em>dominus</em>, a destra o sinistra e col centro più scaltro con l’eterno gattopardismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sferze. A destra al mussolinismo, al provincialismo, al qualunquismo, al cabarettismo, al settarismo, al nostalgismo. A sinistra – vale per l’oggi come per vent’anni fa, dal <em>pulp</em> e dal <em>cool</em> all’<em>lgbt</em> – al gramscismo, setedi regime. <strong>E Solinas prova una repulsione assoluta per ogni regime, hitleriano, mussoliniano, staliniano, democristiano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il totalitarismo ultimo italico è l’Italia stessa – il trasformismo “per chiamare con altro nome pratiche antiche” – con “le mille giravolte”, “le mille meschinità”, “i mille travestimenti”, “il piccolo cabotaggio”, ancora gli stessi opposti estremismi, la medesima assenza di trasversalità, preconcetti, pregiudizi, stereotipi, roba anni Settanta…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roba solamente da macero. Roba di cui non ha bisogno. Come degli scrittori italiani.</strong> Specie quelli di quei tempi. Troppo incapaci di rispecchiarsi nei grandi, o goffi nel farlo, privi di stile tanto nel vivere quanto nello scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, da sempre, una scelta, quella pro “fuorilegge”, pro “maledetti”, pro “sconfitti”, dalla Storia <em>ma</em> non nella Letteratura di cui sono il magma incandescente antitetico alla spenta melassa che soffoca la vita e la scrittura.</p>
<figure id="attachment_67606" aria-describedby="caption-attachment-67606" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67606" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/Pierre-Drieu-La-Rochelle-1893-1945-2-e1539559787876-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Pierre-Drieu-La-Rochelle-1893-1945-2-e1539559787876-300x261.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Pierre-Drieu-La-Rochelle-1893-1945-2-e1539559787876-768x668.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/Pierre-Drieu-La-Rochelle-1893-1945-2-e1539559787876.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-67606" class="wp-caption-text">“Drieu è spietato verso il prossimo, ma soprattutto lo è nei propri confronti. Pagina dopo pagina, si demolisce: come narratore è troppo pigro per curare i dettagli e quindi abborracciato; e l’eventuale talento non può scusare la mancanza di genio”</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>I riferimenti di Solinas hanno vissuto guerre, viaggi, esilî, e delle amicizie andate al di là di fazioni</strong> e contingenze politiche (“E questo dovrebbe aiutarci a ripercorrere il nostro passato con occhi meno miopi e cuori più sinceri”)…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Malraux letto come fosse un Dumas moderno, tra esotismo ed erotismo, cospirazioni, rivoluzioni, navigazioni, amori e vele, morte e sole, e quindi Casanova, T. E. Lawrence, Henry de Monfried, Whyndam Lewis, scrittori etichettati <em>di destra</em>, come von Salomon, Jünger e Céline</strong> (“ quello che nel tempo mi ha maggiormente fatto compagnia” – “e tuttavia è il meno in sintonia con gli altri e con me stesso”), l’Aragon di Aurélien e autori identificati <em>a sinistra</em>, per lo più a torto e in tal modo sminuiti, come Rimbaud e Chatwin, e Hemingway, il cui <em>Festa mobile</em> lo accompagnò nel 1969 a Parigi, romanziere simbolo di un certo spirito virile trasversale, e libro in cui si viene a sapere che l’etichetta <em>lost generation</em> non fu coniata dalla Stein, ma da un garagista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hemingway visto con gli occhi di Drieu – il gallico preso tra aristocrazia e popolo – a un tempo a suo agio e a disagio in tutti gli strati della società – che detesta i ricchi ma schifa la povertà – figlio di una borghesia in rovina – guerriero nei sogni e dandy col gusto per il lusso e l’ascetismo</strong> – erotomane seduttore masochista – “grande scrittore, uno stile terso, lucido e forte come l&#8217;acciaio”, l’uomo che sognò l’alleanza tra sindacalismo anarcoide rivoluzionario e mondo cattolico, federalisti, monarchici, conservatori, destra e sinistra, borghesi e operai, giovani e vecchi, e con Morand e a Montherlant maestro della “destra elegante” – “curiosa e informata, che lanciava mode e scopriva tendenze” – “popolare ma non populista, aristocratica ma non reazionaria”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia si tratta di una destra per decenni <em>misconosciuta</em> oltre che poco vissuta. Obliterata dalla destra politica in senso stretto e dei provincialismi più ributtanti. <strong>La politica è sempre più una sfilata di illusioni perdute. Ma sempre esiste la più nobile famiglia dei vagamondi. Nei viaggi. O nei libri.</strong> Perché la grande letteratura è trionfo dei sogni ritrovati. Spazio per l’Avventuriero, quale Solinas è nel suo essere il meno italiano e il più europeo – si parla di <em>Europa</em>, e non di U.E. – di tutti gli intellettuali “di destra” italiani, e forse quello da cui più di tutti un lettore “di sinistra” si potrebbe lasciare affascinare. Si troverebbe in mano non solo una vita intellettuale ma anche un vero manuale. Su come essere un europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-full wp-image-67604 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/libro-4.jpg" alt="" width="178" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-4.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-4-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 1:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A me piacevano gli scrittori trasversali… le destre della sinistra… le sinistre della destra… Ho sempre creduto che un cambiamento politico in Italia potesse venire solo attraverso una società civile che superasse le vecchie categorie e le vecchie logiche di appartenenza… dicotomie che in realtà finivano unicamente con il favorire il centro onnivoro […]”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 2:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ma sì, certo, chi se ne fotte se Nabokov è di destra o di sinistra, è un grande scrittore e tanto dovrebbe bastare, e fa sorridere quella dicotomia un tempo così di moda: Balzac reazionario nella vita, progressista nell’arte. Minchiate”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sugli scrittori, la destra e la sinistra, 3:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni… […] la crisi dell’individuo, la decadenza di un continente, l’incontinenza dei consumi, la pressione delle masse…”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La scoperta di Chateaubriand e l’Italia:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Quando lessi le <em>Mémoires d’outre-tombe</em> di Chateaubriand mi sembrò di avere a che fare con uno della mia generazione e della mia parte… Il suo essere proscritto per fedeltà a un mondo che comunque era finito… […] Come la Francia sconfitta e in rotta di fine Settecento mi sembrava assomigliare a quell’Italia del dopoguerra in cui m’ero trovato a nascere…”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sulla politica, i totalitarismi, le macerie:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“[V]iveva il suo secondo dopoguerra come un anteguerra riveduto e corretto: un totalitarismo invece che due contrapposti… le macerie ideologiche… psicologiche… morali di quel conflitto… il sogno… o incubo… d’una terza via”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Drieu La Rochelle e la sua spietatezza:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Drieu è spietato verso il prossimo, ma soprattutto lo è nei propri confronti. Pagina dopo pagina, si demolisce: come narratore è troppo pigro per curare i dettagli e quindi abborracciato; e l’eventuale talento non può scusare la mancanza di genio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Drieu La Rochelle e la sua rivoluzione:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Vuole l’alleanza fra gli opposti estremismi, una coalizione di giovani, borghesi e operai per far fuori un sistema putrido che porterà la Francia alla disfatta. ‘Solo il proletariato può fare la rivoluzione. E la farà a tempo debito’ è la secca risposta. Fra i due è Aragon il vittorioso della storia. Ma, anche se non lo ammette, sa che il vero rivoluzionario è stato l&#8217;altro. Nella vita, nella scrittura e nella morte”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Céline, Guignol’s, la Trilogia del Nord:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“[L]a guerra come migrazione di popoli, il passato riscritto a seconda di chi vince, i bombardamenti come scienza, l’arrangiarsi fra le rovine, la canaglia che trionfa, la selezione naturale, i tradimenti, le delazioni, le menzogne, il disfrenarsi dei sensi, la voglia disperata di sopravvivenza e l’impulso irresistibile alla distruzione, la tragedia annodata alla buffoneria, l&#8217;esplosione totale di un mondo […]”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sul linguaggio nella scrittura di Céline:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“[L]&#8217;enorme distruzione e ricostruzione della lingua che c’è dietro, è roba da titani delle lettere, gente che lavora per la propria immortalità, ci crede… mentre noi siam qui che tiriamo la carretta del contingente, del quotidiano […].”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antisemitismo, finti ariani e veri ariani:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A me dell’antisemitismo, delle brume profonde, del sangue e suolo non è mai fregato niente, e fra nord e sud scelgo il sud, il mare e il sole, le pelli abbronzate e, se la vogliamo dire tutta, i veri ariani […] sono i curdi, mica i tedeschi…”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sulle differenti condizioni di solitudine:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La solitudine, intesa non come rifiuto del mondo e degli uomini ma come capacità di combattere l’uno e di mobilitare gli altri, è l’unica soluzione che il ‘villaggio globale’ pone oggi a chi in esso non si riconosce. Proprio perché, per un curioso paradosso, oppone degli individui che vogliono fare la storia a una massa di solitari che si limita a subirla. Più le culture si diffondono, più i costumi si uniformano, più le informazioni si moltiplicano, più i media dominano e più, sotto l’apparente realtà di una massa in movimento, s’intravvede la povertà di tante piccole formiche private di tutte quelle difese che una volta gli avevano dato la loro cultura, le loro tradizioni, le loro conoscenze dirette”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Morand, un modello di cosmopolitismo:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Cosmopolita, ovvero erede di quell’umanesimo colto e aristocratico che fu il sale della cultura europea, disprezza il <em>melting-pot</em> […]. L’internazionalismo, ‘questa salsa senza colore dove le nazioni annegano’, lo disgusta, il nazionalismo xenofobo lo indigna: ‘Per comprendere la propria patria la si deve abbandonare, per amarla la si deve paragonare’. Assertore delle diversità, è critico verso il colonialismo: Figlio di un’Europa di cui conosce tutte le debolezze, spera egualmente in una sua guarigione […].</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla Francia, comprende che la crisi è innanzitutto morale. Come ogni vero libertario è aristocratico: sa che la trasgressione cosciente dei pochi si trasforma nell&#8217;eccesso incosciente dei molti. Come ogni vero anarchico, è un uomo d&#8217;ordine: la punizione è un male necessario, antidoto per chi non sa regolarsi da sé. Come ogni vero libertino, è un moralista: le passioni vanno guidate, a chi non è in grado resta solo la depravazione. […] È un pessimista attivo, non si fa illusioni, ma non si tira indietro”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sulle relazioni amorose nella militanza:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“[…] Un mondo maschile… dove l’elemento femminile era minoritario… di fidanzate dai tempi del liceo… poi sposate a laurea avvenuta… fidanzamenti di sette, otto anni, che arrivavano al matrimonio come una consuetudine obbligatoria… per poi separarsi di lì a un po&#8217; di tempo… non avevano più nulla da dirsi… non sapevano più di cosa parlare…”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sulla destra dei nostalgici del fascismo:</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Tutti cadaveri in stato più o meno avanzato di putrefazione… tutte battaglie di retroguardia… tentativi penosi di fermare il tempo… non di comprenderlo né di guidarlo… macigni posti a ostruire il futuro che presto si sarebbe di nuovo affacciato a presentare il conto… spazzandoli via…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Stenio Solinas</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/stenio-solinas-antologia-di-pensieri-marco-settimini/">“Sopravvivono gli scrittori epocali… i romanzieri che hanno incarnato la modernità d’un secolo con tutte le sue contraddizioni”: il manuale del buon europeo di Stenio Solinas (con florilegio di pensieri)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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