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	<title>depressione Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 10:17:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico-Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/perche-la-new-age-mi-fa-dormire-i-new-agers-scambiano-il-logos-per-logorrea-e-le-loro-incaute-teorie-funzionano-bene-come-scioglilingua/">Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò <em>Der logische Aufbau der Welt, “</em>La struttura logica del mondo”.</strong> Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico <em>Tractatus Logico-Philosophicus, </em>l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg" alt="" width="145" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro.jpg 1543w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Tutto ciò risale a un secolo fa: perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste.</strong> Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo <em>Tractatus</em> è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. </strong>Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866).</strong> Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo – la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza – dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878-1956) della logica trivalente già nel 1917</strong>, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà manifesto, sta diventando evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto</strong>, gradualmente guadagnando terreno fra biologi, matematici e filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto <strong>che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo</strong> (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale</strong>, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple – tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale.</strong> Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico&#8230; difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.</p>
<figure id="attachment_66162" aria-describedby="caption-attachment-66162" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-66162" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto.jpg 300w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-66162" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro ha da poco pubblicato per Ponte alle Grazie &#8220;Sottovento e sopravvento&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti&#8230; Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati</strong>, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, </strong>applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age.</strong> Come si possono caratterizzare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista solidale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. <strong>Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age.</strong> Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, <strong>il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno.</strong> Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia</strong>, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista ostile</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; <strong>quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante</strong> – mi fanno dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. <strong>Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo.</strong> È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.</p>
<p style="text-align: justify;">Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. <strong>Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una <em>conditio sine qua non,</em> c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua.</strong> Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il <em>logos</em> è confuso con la <em>logorrea</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: <em>Dai la colpa alle tue vite precedenti.</em> Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: <em>Punta tutto sulla tua prossima vita!</em></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi?  Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita.</strong> Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. </strong>In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell&#8217;umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei <em>deve</em> comunicare un messaggio, anzi, <em>il</em> messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. <strong>Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate</strong>, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi<strong>. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto</strong> e, sebbene ancora funzionali a livello fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.</p>
<p style="text-align: justify;">Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina da Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(L’articolo è tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su “Reality Sandwich”)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 05:27:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Penso che Giovanna Rosadini non vada letta. Giovanna Rosadini – forse l’ho già detto – va strappata. Con i suoi libri, intendo, non si può avere un rapporto da lettori qualsiasi, avvertiti o meno, avventurieri o narcotizzati dalla lirica, che vogliono trarre godimento d’intelletto. La Rosadini – poeta, per altro, formalmente impeccabile – va vissuta, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Penso che Giovanna Rosadini non vada letta. <strong>Giovanna Rosadini – forse l’ho già detto – va strappata. Con i suoi libri, intendo, non si può avere un rapporto da lettori qualsiasi</strong>, avvertiti o meno, avventurieri o narcotizzati dalla lirica, che vogliono trarre godimento d’intelletto. La Rosadini – poeta, per altro, formalmente impeccabile – va vissuta, vuole essere esplorata, estrapolata, strappata. <strong>La poesia è la prima parte di un dialogo che sei tu a dover adempiere e rilanciare – e mai completare. Pattuglia i giorni, la Rosadini, li perimetra con il barometro poetico, sguinzagli i cani da caccia del verbo.</strong> E pretende, da te, non di essere accudita: si dà in pasto. Di <em>Fioriture capovolte </em>(Einaudi, 2018), per dire, sorprende già l’anomalia del titolo: come se qualcosa, nonostante il capovolgimento, nonostante tutto, continui a fiorire, a esplodere vita, vizio e virgulto di gioia.<strong> “Notte medusa che mi mangi il sonno/ e mi sprofondi in abissi senza sponda,/ dammi il conforto di ritrovare un senso/ a ciò che sembra essersi perduto”. Che nitidezza oraziana, classica, in questo gesto di istoriare lo stipite della notte con versi beneaugurali. </strong>Poi mi segno questo, “La nascita ci consegna a un nome,/ ne custodiamo l’arbitrarietà sino a farlo/ nostro”: amo l’enigma che c’è qui dentro, la responsabilità del nominare, una risonanza di bronzo.  Poi, tra liriche piene di acqua, di acquari e di nebbia – ciò che è offuscato rasenta la visione millimetrica – amo questa, di ghiaccio, come di uno che abbia scuoiato pezzi di tramonto per farne cibo agli uccelli carnivori: <strong>“Benvenuta nebbia che occulti e attutisci/ potessimo disfarci nel tuo corpo di latte/ impunemente senza strascichi o rinvii/ come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito”. </strong>Da qui, dunque, dallo stato di spostata, di sposa all’estate dei persi, senza pesi (“Incinta di vento – vuota, inquieta,/ sparsa come un gregge di foglie”), invito Giovanna al dialogo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Da dove nasce questo libro? Voglio dire. C’è sempre, in te, un desiderio di ricapitolazione – di resurrezione? – nella poesia, di dare forma ai giorni, di fabbricare gli annali minimi della propria biografia: è vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Davide, hai centrato il cuore della mia poesia. Ogni mio libro è un libro sulla possibilità di cambiamento e di rinascita, sempre attuabile, credo, in qualsiasi momento della vita. È quello che riassumo nella poesia di apertura del <em>Numero completo dei giorni</em>, corrispondente alla <em>parashà </em>di <em>Bereshit</em>, o, ebraicamente parlando, “Dell’inizio”, <em>Genesi</em> per la tradizione cattolica. <strong>Un nuovo inizio, legato a una possibilità di rigenerazione, è sempre possibile, anche se la nostra cultura (parlo del retaggio europeo) fatica a concepirlo: in una cultura più giovane e dinamica come quella americana è la norma. Si può mettere a fuoco la propria ispirazione anche a cinquant’anni</strong>, e lasciare il proprio lavoro routinario per mettersi a studiare musica e diventare direttore d’orchestra, o mettersi a dipingere, o assecondare una nuova inclinazione sentimentale… Poi, sì, scrivere poesia è un modo per dare forma ai giorni, scavare nel senso del tempo che passa fermandolo in un segno, coagulandone l’essenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi. Qual è l’idea complessiva del libro. Che la memoria, forse, è il veleno della vita a venire? Che la lotta – tra vetri e fratture – è ancora conservare il distillato della gioia? Che cosa è questo “residuo immedicabile del mondo”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che il veleno direi forse il nettare, se si è avuta una vita sufficientemente buona come credo sia stato per me. Non penso che ci sia un’idea complessiva del libro, se non quel filo rosso che lega le mie opere che ho precisato sopra. Detto questo, venendo al tema della lotta, Michel Houellebecq ha scritto un meraviglioso libro di poesie intitolato <em>Le sense du</em> <em>combat</em>. Pieno di energia, vitale, lucidissimo.  Ho rimosso questo aspetto essenziale della vita fino alla fine del decennio dei miei trenta, cresciuta com’ero in una cultura/società di benessere garantito e indiscusso, in cui non si dava la necessità di competere per soddisfare le proprie necessità… il mondo della mia infanzia è un mondo di buoni sentimenti e di buona educazione, pacificato e garantito. Crescendo, mi sono resa conto che non era così, e ho maturato nuove consapevolezze, a contatto con le asperità del mondo. Si è trattato di un lungo ma necessario percorso, che è sfociato nella legittimazione della mia scrittura. <strong>Non si dà affermazione di se stessi e delle proprie istanze senza lotta, in senso più o meno figurato. Senza di ciò non si può pervenire alla gioia di trovare e riconoscere il proprio ruolo nel mondo.</strong>  Anche quando si ha la fortuna di raggiungere individualmente questo obiettivo, è facile che rimanga un <em>quid</em> di irrealizzato, non compiuto, e credo proprio che per la maggioranza delle persone sia così… C’è sempre qualcosa che manca, un inciampo, un fatto imprevisto che cambia la vita, e lo stesso, per estensione, nelle cose della vita e del mondo. Imperfetto per definizione. Abbiamo assistito, nel Novecento, al fallimento della realizzazione pratica dell’ideologia comunista, con il suo portato di riscatto sociale e di egualitarismo… È uno degli esempi possibili. <strong>La realtà è irreggimentabile. Per quanto ci si possa avvicinare dal punto di vista personale a un compimento, e da quello sociale a una buona organizzazione e gestione, ci sarà sempre un deficit, qualcosa che non funziona o non è abbastanza soddisfacente…</strong> È questo, “Il residuo immedicabile del mondo”. Qualcosa di connaturato e non emendabile, che possiamo trovare anche in natura. Qualcosa con cui tutti dobbiamo fare i conti, o imparare a fare i conti. Per dirla con le parole di Philip Roth: “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da un lato, certo, le fioriture, il fiore che poi marcisce alla terra per fecondarla di nuovi sensi e gesti. Dall’altro, molte immagini rimandano all’acqua, all’acquario, al fossile, al luogo della nascita originaria, dove tutto passa e nulla si dimentica. Ci sono forse dei simboli-ossessioni in questa raccolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse. Non ci avevo ancora pensato in questi termini. <strong>Di certo, l’acqua è un elemento ricorrente, presente in ogni sezione del libro… Dal mio mare di Liguria agli abissi oceanici popolati di creature inquietanti e all’acqua morta (da una suggestione del poeta cinese Wen Yiduo) della sezione<em> Lo spazio bianco</em>, fino all’acqua di Venezia dell’ultima sezione,</strong> dove rievoco gli anni universitari che vi ho trascorso. Acqua come elemento materno, rigenerante, ma anche ricettacolo oscuro e misterioso. Poi, direi, tutto il libro è attraversato dalla dicotomia luce-ombra, chiaro-scuro, la luce dell’infanzia e la cupezza dell’adolescenza, le luci e le ombre del sentimento amoroso, gli slanci e le inquietudini della giovinezza… Poi, c’è il luogo mitico per definizione della mia infanzia, la grande casa affacciata sul mare dove sono cresciuta, col suo giardino circondato dai cipressi e pieno di piante e fiori: il luogo dove si è incarnata la mia immaginazione emotiva, oggi purtroppo perduto. Probabilmente è questo, il luogo della nascita originaria, quello dove si è formata la consapevolezza di chi sono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65998 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg" alt="" width="137" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-768x1316.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini.jpg 1000w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Poi, a un certo punto, arrivi pure a benedire la nebbia, preghi di poterti disfare in essa, “come un errore finalmente rimediato”. Poesia bellissima, arcana e arcaica, ‘classica’. Significato agghiacciante. Cos’è allora la vita, cosa sono i rapporti umani?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia della nebbia è quella in apertura della seconda sezione, <em>Lo spazio bianco</em>. Qui affronto il lato rovescio della vita, i suoi momenti faticosi e difficili, quelli in cui mancano le risorse per affrontare il mondo e la realtà. <strong>In una parola, parlo di depressione. Condizione oggi comune a molti, e a me del tutto sconosciuta prima del mio incidente. Dopo, ho imparato a farci i conti e a gestirla, naturalmente con l’aiuto di persone competenti a me vicine. </strong>Ho a poco a poco imparato a non temere i momenti no, quelli che spaventano e che cerchiamo, quando li sentiamo avvicinarsi, di tenere a distanza. La scrittura mi ha aiutato. Accogliendo questi momenti, ho capito che era possibile attraversarli e uscirne, se non incolume, più consapevole e talvolta fortificata. È il tema dell’episodio biblico della lotta di Giacobbe con l’angelo, che ho affrontato nel <em>Numero</em> <em>completo dei giorni</em>. Detto questo, credo che la vita sia un percorso ininterrotto di ricerca, innanzitutto di senso. E il senso lo troviamo proprio, se abbiamo la capacità e fortuna di trovare prima noi stessi, nei rapporti umani, nella possibilità di una comunione affettivo-emotiva con gli altri. <strong>Assumendoci il rischio e la responsabilità di fondare dei legami profondi. Sono gli altri, i testimoni della nostra esistenza, a darci consistenza e presenza nel mondo:</strong> una verità che ho vissuto sulla mia pelle con l’esperienza del ritorno alla vita dopo il coma, e che ho descritto in <em>Unità di risveglio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La raccolta è costellata da una serie di epigrafi tratte da diversi poeti contemporanei. Che azzardo. Esiste, allora, davvero, oggi, una ‘comunità’ di poeti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei poeti esiste da sempre, o, per meglio dire, esiste in senso sincronico e diacronico, <strong>ci sono i poeti a noi contemporanei che scrivono in ogni lingua e parte del mondo e ci sono i poeti che ci hanno preceduti, e continuano a parlarci con i loro versi. E ci sono i poeti che verranno dopo di noi, e leggeranno i nostri versi perpetuando in questo modo il nostro spirito e la nostra essenza.</strong> Attraverso la reciproca lettura, nostra di coloro che sono stati e che coloro che verranno dopo di noi faranno dei nostri testi, si attua una compresenza che supera le barriere temporali e, nel caso in cui leggiamo un poeta di un altro paese o continente, spaziali. Se non è una straordinaria comunità questa! Poi, sul piano personale, ci sono i legami e le relazioni, vive e concrete, con gli amici che scrivono poesia. <strong>Io credo di essere particolarmente fortunata, perché ho potuto conoscere, negli anni in cui lavoravo in Einaudi, personalità e maestri come Alda Merini, Giovanni Raboni, Raffaello Baldini e altri.</strong> Successivamente, quando io stessa ho cominciato a pubblicare, si è venuta formando una rete di amicizie e legami, quando non affinità elettive, davvero formidabile. Fondamentale lo scambio e il supporto con le mie sorelle di penna, da Maria Grazia Calandrone a Laura Pugno, Daniela Attanasio, Elisa Biagini, Giovanna Frene e Laura Liberale. Ciascuna di noi ha una poetica e una modalità di scrittura differente, ma è proprio questo il bello, e qui sta l’arricchimento reciproco. Poi ci sono le maestre di poesia, Mariangela Gualtieri, Antonella Anedda: ciascuno dei loro libri ha influenzato la mia scrittura. Ma ci sono anche gli amici poeti e scrittori, come Cristiano Poletti, l’estensore di questa intervista e Tiziano Scarpa, un’amicizia fondamentale lunga una vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Si scrive sul vuoto e sull’assenza&#8230; ed è una lotta con l’ombra”. Vuoto, lotta. Forse scrivere è compiere gesti marziali, nel vuoto. Lotta intrattenuta con gli assenti. Dimmi. Poiché il poeta sembra sempre avere parole definitive e mai assolutorie. Che rapporto c’è con la morte, con i legami che sono morti e moribondi? E ora&#8230; cosa andrai scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura, soprattutto quella poetica, è un esercizio di memoria, di ricostruzione del senso, una tessitura che recupera mancanze, perdite, incompiuti, lutti. Quindi una lotta con qualcosa che si sottrae, a cui bisogna dare una sembianza. Un risarcimento, una fune lanciata verso una sponda incerta. <strong>La poesia è categorica? Forse, un certo tipo di poesia, quella più orfico-oracolare… La mia credo sia più una poesia di evocazione, di introspezione e di figura. Una poesia che condensa storie. La morte risulta così esorcizzata, ma è sempre sullo sfondo, c’è un sentimento di quieta accettazione.</strong> Per quanto riguarda me stessa. Per ciò che concerne i legami, lascio andare senza rimpianti quelli che non hanno più motivo di essere, e lotto per conservare quelli senza i quali la mia vita non sarebbe più la stessa. Ma, come noto, non c’è nulla di più complicato, tortuoso e spesso incomprensibile delle relazioni umane. È ancora presto, ora, per dire cosa andrò a scrivere, anche se è da un po’ che rimugino un progetto narrativo… chissà!</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/">“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Sfera Ebbasta è come Kurt Cobain, canta la noia, il disagio, la rabbia. Ora potete anche insultare, ma il risultato non cambia</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 13:16:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sfera-ebbasta-e-come-kurt-cobain-canta-la-noia-il-disagio-la-rabbia-ora-potete-anche-insultare-ma-il-risultato-non-cambia/">Sfera Ebbasta è come Kurt Cobain, canta la noia, il disagio, la rabbia. Ora potete anche insultare, ma il risultato non cambia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. </strong>No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno nella storia della musica ma mica è detto. Non è nessuno fuori dall’Italia perché canta in italiano, non ha venduto milioni di dischi in tutto l’universo, non lo ascoltano anche in Polinesia, <strong>ma per i nostri giovani ragazzi italiani è una sorta di Cobain e negarlo vuol dire essere diventati vecchi, dei dinosauri, dei nostalgici</strong>, anche se la sua musica non ci piace e non si può paragonare a quella dei Nirvana (sempre per noi vecchi nostalgici).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfera riempie i palazzetti dello sport, proprio come faceva Cobain. In quel piccolo locale delle Marche avrebbe dovuto fare un dj set, non un live vero e proprio. Sfera è un idolo come Cobain. Sfera è trasgressione, come lo era Cobain.</strong> Molti giovani si sentono rappresentati da Sfera, proprio come accadeva con Cobain. I giovani che lo ascoltano non sanno neanche chi è Kurt Cobain e di certo non lo hanno mai ascoltato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rock è morto, su questo non c’è dubbio, e oggi la trap tira molto più del rock. Non c’è rockstar che possa competere con le visualizzazioni di YouTube e gli streaming di Spotify di un trapper. Oggi è il web il banco di prova, non tanto i live o la vendita di dischi.</p>
<p style="text-align: justify;">E la strage di Corinaldo non è certo colpa di Sfera Ebbasta e dei suoi testi. Kurt Cobain cantava di droga, di depressione, di suicidio, ma se molti ragazzi si sono uccisi per emularlo non è comunque colpa di Cobain.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche Sfera Ebbasta canta la noia, il disagio, la rabbia. I giovani stanno male, si sentono senza speranza, senza futuro, sognano i soldi, proprio come canta Sfera Ebbasta</strong>, e qualche canna rende le giornate più leggere, che c’è di male. E l’alcol annega i dispiaceri, le paure, le ansie, come è sempre stato. Tanti di voi si saranno ubriacati a quattordici anni. Tanti di voi a quell’età fumavano già le canne. E i dodicenni di oggi non sono i dodicenni di trent’anni fa. Sembrano dei diciottenni, sono più maturi di quello che pensiamo. Con internet vengono a conoscenza di cose che prima era impossibile raggiungere. L’età della maturità è cambiata, come è cambiata l’età dell’anzianità, che proprio in questi giorni è stata spostata a 75 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse la colpa è davvero soltanto dei genitori, che non sono più capaci di dire no</strong>, che non si fanno rispettare, che permettono tutto, che se il figlio prende 4 a scuola picchiano il professore, non il figlio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni di quei ragazzini erano al concerto con i genitori. Non c’è neanche più il gusto di scappare da casa e di fare le cose di nascosto.</strong> E questo perché forse, sotto sotto, a certe mamme piace Sfera Ebbasta che osanna il denaro, perché in fondo lo sogna anche lei il denaro, per sé e per suo figlio. Anche ai concerti di Fedez è pieno di mamme, ma lì vanno bene perché Fedez è un bravo ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo che a dodici anni costrinsi mio padre a portarmi al cinema a vedere <em>Il Corvo</em> che era vietato ai minori di 14 anni. Mi accompagnò perché era curioso anche lui e perché voleva farmi felice.</strong> Ricordo che rimase scioccato: per quale diavolo di motivo ero voluta andare a vedere un film in cui c’erano un sacco di morti, eroina, sesso, violenza? Se lo avesse saputo non mi avrebbe mai accompagnato e mi avrebbe categoricamente vietato di vederlo chiudendomi in casa. (Non sapevo nemmeno io che fosse così duro.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché a dodici anni volli vedere quel film? Perché a dodici anni non sei più un bambino e non vedi l’ora di crescere.</strong> Perché vieni a conoscenza dell’esistenza della morte e la tua infanzia finisce per sempre, e inizi ad avere fretta, fretta di sapere, di conoscere, di vivere. Non accetti che dovrai morire, non lo capisci, non lo trovi giusto, e alcuni cominciano a cercarla la morte, ad andarle incontro, proprio per esorcizzarla. Vuoi provare tutto, vuoi fare quello che fanno i grandi e non vedi l’ora di andare a sentire Cobain o Sfera Ebbasta per sentirti meno solo e un po’ compreso. Perché Cobain era trasgressivo e contro tutti e faceva musica che molti genitori e adulti odiavano perché stupida, demoniaca, per ragazzini. Proprio come Sfera Ebbasta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No, la colpa non è nemmeno dello spray al peperoncino che esiste da decenni e che ora è una moda perché crea scompiglio, attira l’attenzione e permette di fare meglio le rapine. Non è colpa dei giovani se sono morti dei giovani. Si può morire così, eccome.</strong> Si poteva evitare, certo, come tante altre morti assurde, ridicole, perché è la vita a essere assurda come ci ha insegnato il grande Albert Camus. C’è chi muore per un boccone andato di traverso. Chi esce di casa e va sotto un’auto. Chi a tre anni muore di cancro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può morire così perché la morte ti prende quando meno te l’aspetti. Dopodiché si potevano fare controlli all’ingresso, perquisizioni, come avviene nei locali di Londra; si poteva evitare di riempire quel locale all’inverosimile; si potevano evitare tante cose.</strong> Ma non si potevano chiudere in casa quei ragazzini, perché probabilmente sarebbero scappati e ci sarebbero andati lo stesso al live, magari inventandosi un pigiama party o roba del genere. Laura dice a sua madre che dormirà da Giulia e Giulia che dormirà da Laura. Ed eccole comunque al concerto di Sfera Ebbasta. Allora è tutta colpa del destino? Credere nel destino vuol dire credere in Dio, e non so se Dio c’entri sempre qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lasciamo riposare in pace quei ragazzi, che forse quella sera hanno vissuto i loro ultimi attimi di gioia, ben felici di essere presenti a quel concerto e ben felici di essere lì con la mamma.</strong> Che si prendano i responsabili, che si chiudano in galera quegli imbecilli che magari hanno pure dei genitori come si deve, chi lo sa, chi può giudicare? Non è colpa di Sfera Ebbasta, non è mai stata colpa di Kurt Cobain ma dell’ignoranza, e di quella sensazione d’immortalità che fa pensare ai ragazzi che una bravata è solo una bravata e che la morte non è una conseguenza che li riguarda, non ancora. Nessuno voleva uccidere nessuno, questa è la triste verità. Quegli stupidi ragazzi non saranno mai più gli stessi, il peso della loro coscienza li schiaccerà e questo anche se cominceranno ad ascoltare solo Laura Pausini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.dejanirabada.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></a></p>
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		<title>“La musica, per me, è un modo di affermare la vita sul dolore”: Stacey Kent, una delle più grandi interpreti al mondo, si racconta a Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-musica-per-me-e-un-modo-di-affermare-la-vita-sul-dolore-stacey-kent-una-delle-piu-grandi-interpreti-al-mondo-si-racconta-a-matteo-fais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Nov 2018 08:04:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La sua è una voce tersa, delicata. Si spande per la stanza sensuale, senza mai dover ricorrere alla volgarità della provocazione più ammiccante. È impossibile non accorgersi che si tratta di una delle migliori. Quando non interpreta un qualche classico della canzone americana, capita che sia niente meno che l’ultimo Premio Nobel Kazuo Ishiguro a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La sua è una <strong>voce tersa, delicata</strong>. Si spande per la stanza <strong>sensuale, senza mai dover ricorrere alla volgarità della provocazione più ammiccante</strong>. È impossibile non accorgersi che si tratta di<strong> una delle migliori</strong>. Quando non interpreta un qualche classico della canzone americana, capita che sia niente meno che l’ultimo <strong>Premio Nobel Kazuo Ishiguro a scriverle le liriche</strong>. Lei è <a href="https://www.staceykent.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Stacey Kent</strong></a>, una delle più <strong>grandi interpreti jazz viventi</strong>. Spinti da una bruciante passione per questa sua voce elegante e carezzevole, l’abbiamo raggiunta nella sua <strong>romantica abitazione nelle Rocky Mountains</strong>. Dopo mille peripezie – un incendio nei boschi circostanti e qualche tour di mezzo –, siamo riusciti ad avere l’onore di un&#8217;intervista con <strong>la donna che segnerà la storia della musica americana</strong>, ovvero di un paese in cui, nelle sue stesse parole, il jazz è ovunque, dai supermercati agli ascensori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63812 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-4-300x200.jpg" alt="Kent" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-4-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-4-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-4-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-4-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Mrs. Stacey Kent, non sono solito far uso di certe formule poiché suonano eccessivamente pompose, ma in questo caso non posso esimermi dall’esprimerle il nostro onore nell’averla come ospite d’eccezione. Grazie, grazie infinite! Ma è arrivato il momento di rompere il ghiaccio. Direi dunque di partire dall’inizio: potrebbe raccontarci come una ragazza, con simili studi alle spalle, che al college si è laureata in Letterature Comparate, sia potuta diventare una delle più famose cantanti jazz al mondo? E, prima ancora, quando ha avuto inizio tutto? Com’è stato il suo incontro con la musica e come è nata la sua passione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La strada che mi ha condotto a diventare una cantante jazz mi appare adesso così naturale, direi connaturata alla mia persona, quasi accidentale. Ma posta in questi termini, suppongo la cosa suoni quanto meno singolare. Ho sempre amato la musica e cantato, in casa come per gli amici. Ovunque sia stata nella mia vita, questa mi ha accompagnato. Tuttavia sono cresciuta pensando che mi sarei fatta strada in un qualche campo legato alla letteratura. Del resto, mia madre e mia nonna mi avevano introdotta alla materia e io per prima passavo molto tempo a leggere poesia e letteratura in generale. Alla fine le mie due passioni si sono incontrate, quella per la musica e quella per le parole. <strong>Essendo cresciuta in America, il jazz è stato per me come una costante colonna sonora. Era nei negozi e nei ristoranti, nei film che ho amato. E malgrado non sia l’unico genere che io ami, cantare i vecchi classici è stato naturale per me.</strong> Una volta laureata, cominciai il mio master, ma volevo cambiare ambiente così, presa dal capriccio del momento, feci domanda per un corso di jazz di un anno alla Guildhall di Londra. Lì incontrai Jim e cominciai così a cantare in giro per i locali, facendo concerti insieme. Dato questo mio amore per la musica, alla fine del corso, decisi di continuare a cantare. La mia carriera, man mano, divenne sempre più una cosa seria, attirando l’attenzione di alcune figure importanti. Humphrey Lyttelton, il musicista e presentatore jazz inglese, mi diede spazio nel suo programma radio e fu da subito un mio grande supporter. Lì avvenne il mio lancio, poichè lui mi aiutò a raggiungere la notorietà a livello nazionale. Non direi mai comunque di essere «arrivata», in quanto continuo a lavorare sulla mia musica e sulla mia passione per essa al fine di farla crescere e non venire meno e, infatti, questa va intensificandosi di giorno in giorno. Diciamo che sono stata fortunata ad avere una carriera che, a oggi, dura da vent’anni e ancora mi riempie di gioia ed entusiasmo, suonando, imparando e crescendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei si è esibita in giro per il mondo su dei palchi molto rinomati ma, al principio della sua carriera, tutto cominciò nei piccoli club londinesi. Cosa preferisce? È possibile mantenere un’atmosfera intima, quando si canta in certi festival o in una grande capitale europea? Se sì, come le riesce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal mio punto di vista, l’unico modo per conservare quel senso di intimità è cantare sempre come se lo si stesse facendo per una sola persona. Se il suono è quello giusto, ognuno nel pubblico riesce a stabilire con te una connessione personalissima. Io mi sento a mio agio nelle sale da concerto come nei club. Non vorrei mai dover scegliere tra l’uno e l’altro. Mi capita spesso di parlare con i miei amici brasiliani riguardo a quest’aspetto. Roberto Menescal (uno dei padri della Bossa) e Marcos Valle spesso mi parlano degli inizi della Bossa Nova, prima ancora che quel genere avesse un nome. Raccontano dei loro frequenti incontri in qualche casa di amici, o nel salotto di uno (per esempio a casa di Nara Leão) e della condivisione di idee e musica, mentre sedevano in cerchio con le loro chitarre, sottolineando come questo sia alla base della loro creazione. Non dimenticherò mai questi racconti. <strong>Anche quando mi trovo su un grande palco, la mia idea è quella di mantenere un’atmosfera intima e personale. Non vi è un modo sbagliato e uno giusto di presentare la propria musica, ma per me, per la mia sensibilità, l’aspetto personale è vitale</strong> e sono stupita dai tanti modi in cui possiamo ottenerlo, nei contesti più diversi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa essere un’interprete? Lei ha cantato alcune tra le più famose canzoni della tradizione americana e molto altro. Come riesce a fare suo uno di questi pezzi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una di quelle cose che taluni cantanti tendono a presentare come più complicata di ciò che è. Una grande canzone è semplicemente una grande canzone. Non ha importanza quante volte sia stata registrata o cantata. Se ti metti lì a pensare, adesso la eseguo in sette quarti perché voglio renderla mia, allora vuol dire che non hai fiducia nella tua innata originalità, tanto meno nella grandezza di tale canzone. Sii vera, sii sincera e la canzone diventerà tua. <strong>Più di tutto, un cantante è un cantastorie. Comunicare il senso delle parole che si intonano e generare empatia in chi ascolta è fondamentale. Il ruolo che spetta alla musica è quello di intensificare tutto ciò. </strong>Sono sempre conscia dell’umanità richiesta per fare e condividere la propria musica. Partendo da questo presupposto, io, Stacey Kent, devo necessariamente entrare a far parte della relazione intima che intercorre tra l’età della canzone e il numero di volte in cui è stata suonata… Una storia come si deve ha semplicemente bisogno di essere raccontata e io mi sento privilegiata nel farlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63813 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-300x300.jpg" alt="Kent" width="251" height="251" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/copertina-disco.jpg 953w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" />In tutte le sue interviste che ho avuto modo di leggere, lei accenna sempre al suo amore per la poesia e, più in generale, per la letteratura. Il Premio Nobel Kazuo Ishiguro – un suo amico – ha anche scritto alcuni testi per lei. Ma ciò che più mi interesserebbe sapere, a tal proposito, è quale sia il suo poeta, o poetessa, preferito e perché? E, se posso, vorrei inoltre sapere in che modo la letteratura abbia influenzato il suo lavoro di cantante?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo sarebbe impossibile per me rispondere in merito al mio poeta preferito, non foss’altro perché ne dovrei tralasciare troppi. Vorrei comunque fare alcuni nomi. <strong>Sono cresciuta leggendo e amando i poeti francesi e, da adolescente malinconica, mi piaceva Eluard. Fu mio nonno (che crebbe in Francia) a introdurmi alla poesia francese. Adorava Baudelaire e Rimbaud, oltre a Pushkin, ed era solito recitarmeli.</strong> Io riuscivo a ripetere le sue parole e così il mio orecchio divenne allenato ancor prima che potessi avere piena cognizione di ciò che stavamo leggendo, e sviluppai così, al contempo, un certo gusto per la recitazione. Lui era deliziato da questa mia capacità e così, anni prima di sapere che sarei diventata una cantante, scoprii la mia voce e le mie abilità di interprete. Per far sentire meglio il mio triste nonno, afflitto dalla nostalgia della patria lontana, sapevo che non c’era niente di meglio del recitargli quelle liriche, così insistetti nel farlo e quello diventò il principale punto di contatto tra di noi. Più tardi, come studentessa di lingue, scoprii Rilke, una lettura che ancora mi porto dentro. Penso di essere maggiormente legata a quei poeti che mi rimandano a un universo naturale, Mary Oliver, Alberto Caeiro (l’eteronomo di Fernando Pessoa), de Andrade. Ho poi scoperto Eeva Kilpi, finlandese, qualche anno fa. E ancora tanti sono i poeti da conoscere. La mia casa è piena di versi delle poesie che amo, incise sui muri. Ciò mi incoraggia a prendermi ogni giorno un po’ di tempo per riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si è soliti dire che dietro ogni grande uomo vi è una grande donna. Nel suo caso, c’è invece un grande uomo, Jim Tomlinson, marito e collaboratore in ambito musicale fin dal principio. Pensa che lei sarebbe comunque diventata una grande artista, anche senza il suo supporto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Posso dire con certezza che entrambi saremmo oggi molto diversi perché, essendo stati così intimamente coinvolti nel nostro sviluppo musicale, ci siamo influenzati vicendevolmente fino a dare vita a un sound che è il frutto di questa nostra relazione. Tuttora continuiamo a imparare e a lottare per tirare fuori il meglio l’uno dall’altra, sia musicalmente che sul piano personale. Tra noi è motivo costante di confronto. <strong>Anche oggi che sto rispondendo alle sue domande, per intenderci, io e Jim discutevamo, a colazione, in merito a un passaggio particolare di una canzone che, di recente, abbiamo aggiunto al nostro repertorio. </strong>Ognuno di noi lo percepisce in modo diverso e quindi ci confrontiamo sui differenti approcci in merito. La cosa divertente è che questo genere di conversazioni non finisce mai…</p>
<figure id="attachment_63814" aria-describedby="caption-attachment-63814" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63814" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/foto-3-200x300.jpg" alt="Kent" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-3-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-3-768x1154.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-3-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-3-600x902.jpg 600w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><figcaption id="caption-attachment-63814" class="wp-caption-text">Stacey Kent insieme al marito, Jim Tomlinson</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta lei ha detto che nella sua musica c’è tristezza, ma si tratta di una tristezza con il sorriso. Non potrei essere più d’accordo: in effetti, lei non strizza mai l’occhio alla disperazione e alla depressione. Ma non posso fare a meno di chiederle, a questo punto, cosa sia l’arte: un modo per sublimare il male di vivere o forse per dire grazie alla vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bella domanda. <strong>La musica è per me un modo di affermare la vita sul dolore</strong> della perdita che tutti gli esseri umani devono affrontare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei vive in un mondo pieno di suoni, immagino: tour, registrazioni, una pratica quotidiana. Non posso dunque fare a meno di chiederle che ruolo rivesta il silenzio nella sua vita? È un qualcosa di importante, o bisogna evitarlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il silenzio a dare un senso ai suoni a cui si dà vita. Spesso questo è un’affermazione più potente della parola. In musica, penso che noi si spenda troppo poco tempo a pensare cosa suonare e non abbastanza a chiederci se sia necessario farlo. Sospetto che altrettanto accada per la vita in generale<strong>. Io non sono una che passa molto tempo a meditare, ma la musica è un tip</strong><strong>o di meditazione.</strong> Per fortuna, il luogo in cui io e Jim abbiamo deciso di vivere, le Rocky Mountains, ci dà molto tempo per riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Grazie a Dio non esistono talent show per il jazz, il blues, o la musica classica – almeno in Italia, non so poi negli USA. Potrei conoscere la sua opinione in merito a tali fenomeni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho esperienza di competizioni, <strong>come tennista, fin dalla giovane età. Sono stata campionessa dello Stato del New Jersey, da adolescente.</strong> Non esistono situazioni simili, per quel che concerne la musica. Questo genere di talent sono solo intrattenimento, ma non costituiscono un cammino verso la vera espressione e il proprio riconoscimento artistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è la vita di un&#8217;artista famosa come lei? Quante ore di preparazione e pratica deve fare quotidianamente? Voglio dire, il fare arte, nel suo caso, non è limitato al salire sul palco e cantare, o mi sbaglio? Richiede disciplina, no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vivo una tranquilla vita ritirata e mi piace passare del tempo a casa, stare con gli amici. A ogni modo, mi esercito ogni giorno e prendo molto seriamente la mia attività – come dicevo prima, in modo molto più serio che in passato. <strong>Voglio continuare a migliorarmi e sono sempre alla ricerca di nuove vie. Ho molto a cuore anche la mia salute, poiché mi permette di potermi esibire con regolarità.</strong> Fare tour è un’attività sfiancante e devo lavorare molto per tenermi in forma. Il mio intento è sempre quello di essere una cantante migliore l’anno successivo e quello dopo ancora. Perfezionare l’esecuzione è il mio obiettivo, al fine di risultare ancora più espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eccettuato il jazz, apprezza altri generi musicali? Per esempio, le piacciono il pop e il rock? Li ascolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho un gusto eclettico in musica e mi sono sempre piaciute la classica, il folk, e tutti i tipi di musica etnica, pop e rock, almeno durante la mia giovinezza. Ho smesso di prestare loro attenzione solo di recente, perché mi sembrano oramai eccessivamente costruite. <strong>Ci sono ovviamente dei bravi cantanti in giro, come Beyonce. Ma la musica è così artefatta oggigiorno e spesso non riesco a capire la maggior parte delle produzioni. </strong>A me piace la mia musica per lo stesso motivo per cui mi piace il mio cibo: è fatta di ingredienti scelti, semplici e ben preparati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia ultima domanda è vagamente patriottica, per così dire. Ho letto che il suo italiano è discreto. Presumo sia stata anche qui da noi – so che ha viaggiato a lungo in vita sua. Che cosa sa della nostra musica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A parte certa musica classica italiana e l’opera, non molto in realtà. <strong>Dei cantanti che conosco, Bruno Martino è il mio preferito.</strong> C’è qualcosa di fuori dal tempo nel suo stile, come in Sinatra e Perry Como. Forse dipende da una certa eredità italiana. La sua canzone <em>E la chiamano estate</em> è un pezzo che mi piacerebbe interpretare un giorno.<br />
<strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>Traduzione dall’inglese di Matteo Fais, con il prezioso contributo di Isabella Piras.</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Her voice is clear, gentle. It spreads throughout the room voluptuously, though never vulgarly as in an alluring flirtation. One cannot help but admitting she is one of the best.</p>
<p style="text-align: justify;">And when she does not perform a classic American song, she happens to sing some lyrics specifically written for her by Nobel Prize Winner Kazuo Ishiguro. She is Stacey Kent, one of the greatest living jazz singers. Inspired by a fierce passion for her elegant and soothing voice, we reached her in her romantic house in the Rocky Mountains. After many vicissitudes – a fire in the surrounding woods and some tours –, we had the honor to interview the woman who is going to make her mark on the American music history, i.e. a country in which – as she says – jazz is everywhere, from supermarkets to elevators.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mrs. Stacey Kent, I usually don’t use such formulas as they sound too pompous, but in this case it is a way to express how much we are honoured to have you as our special guest. So thank you, thank you so much! And now let’s break the ice. I’d like to start from the beginning: can you tell us how a well-educated girl, who studied comparative literature in college, turned into a world-famous jazz singer? But before that, when did all began? What was it like your first encounter with music and how did this passion start? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">My journey to becoming a jazz singer feels very natural and organic to me, almost accidental. But when you put it like that, I suppose it does seem odd. I have always loved music and sang around the house and for my friends. Wherever I’ve been in my life, I’ve always found a way include music but I did grow up thinking I would have a career in some literary field. I had a mother and grandmother who taught and I spent a lot of time reading, poetry and literature. But my two loves did meet, music and words. Growing up in America, jazz seemed like a soundtrack. It was in the shops and restaurants and in the movies I loved. While it’s not the only music I love, singing standards seemed to be natural for me. When I graduated, I started my masters degree but wanted a change of scene so I applied on a whim to a one-year course in jazz at the Guildhall in London. Here I met Jim and started to sing around town doing duo gigs. I loved having music in my life and so at the end of the course, I kept singing. My career gradually got more serious and I eventually attracted the attention of some key figures. Humphrey Lyttelton, the British jazz musician and broadcaster featured me on his radio program and was a big supporter. That was really the launch of my career because he helped spread the word about me to a national audience. I would never say that I «arrived» but I have kept working on my music and my passion to continue to grow never dies, in fact, it intensifies. I have been fortunate to have had a career that has so far lasted 20 years and still find myself full of joy and enthusiasm to play and learn and grow.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>You have performed all around the world on big stages but, at the beginning of your career, it was all about little clubs in London. What do you prefer? Is it possible to keep an intimate atmosphere when you perform in festivals or in great European capitals? If yes, how do you manage to do so? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">For me, the key to intimacy is to sing as if you are singing to one person. If the sound is good, it’s possible for each person in the audience to feel that personal connection. I enjoy both concert halls and clubs. I wouldn’t want to have just one of the other. I often talk to my Brazilian friends about this aspect . Roberto Menescal (one of the fathers of Bossa) and Marcos Valle, often talk to me about the very beginnings of Bossa Nova, before this genre had a name. They talk about their regular meets in friends’ homes and living rooms (the home of Nara Leão, for example) and the sharing music and ideas while sat around with their guitars with friends is at the heart of that music. I never forget this. Even when I am on a big stage, I want to maintain a personal and intimate atmosphere. There is no right or wrong way to present music, but for me, for my sensibility, that personal aspect is vital and I am exhilarated by the all the different ways we can achieve this, in the variety of venues.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>What does it mean to be an interpreter? You’ve sung some of the most famous songs of the Great American Songbook and others. How do you work on a song to make it sound yours? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">This is something that some singers over-complicate. A great song is a great song. It doesn’t matter how many times it’s been recorded or sung. If you are thinking, I’m going to play this song in 7/4 because «I want to make it my own», then you aren’t trusting in the strength of your own innate originality, not the greatness of the song. Be sincere, be truthful and you will make it your own.  Above all, a singer is a storyteller. Communicating the meaning of the lyric and triggering empathetic feelings is paramount. The role of the music is to intensify that process. I’m always aware of the humanity in making and sharing music. If that is at the heart, I SK have to get caught up in this inner dialogue about the age of a song or how many times it may have been played&#8230; A good story simply needs to be told and I am privileged to be that conduit.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In all the interviews I read, you always mention your love for poetry and literature in general. Your friend and Nobel Prize winner, Kazuo Ishiguro, even wrote some lyrics for you. But what I’d really like to know is who is your favourite poet or poetess and why? And how does literature influence your work as a singer?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">It is impossible for me to answer who my favourite poet is, as I would have to leave too many out . But here are a few. I grew up reading and loving the French poets and as a melancholy teenager, I read Eluard. My grandfather (who grew up in France) brought French poetry to me. He loved Beaudelaire and Rimbaud,  and also Pushkin, and would recite them to me. I was able to repeat after him and my ear was good so even before I had any sense of what we were reading, I got a feel and taste for reciting aloud. I loved how much it delighted him when I would recite and so even years before I knew I would become a singer, I discovered my voice and my ability to interpret. I wanted to make my sad and homesick grandfather feel better,  and I knew that recitation could do this, so I pursued it, and it was the bond between us. Later, as a language student, I discovered Rilke, who is with me still. I think I am most attracted to the poets who send me to the natural world, Mary Oliver, Alberto Caeiro (Fernando Pessoa heteronym), de Andrade . I discovered Eeva Kilpi from Finland a couple of years ago. There are so many poets still to discover. I decorate my house with poems that I love. It encourages me to take time in the day to reflect.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>We usually say that behind every great man there’s a great woman. In your case, there’s a great man, Jim Tomlinson, your husband and music partner since the beginning. Do you think that you would have been such a great artist without his support? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">I can say for sure that we would have been different musicians because by being so intimately involved in our musical development, we have influenced one another and ultimately create a musical sound which depends on our relationship. We continue to learn from each other and strive always to bring out the best in each other, both musically and personally. This is a constant topic. Even today, as I answer your interview questions, I can tell you that Jim’s and my conversation over this morning’s breakfast was about a particular phrase of a song we’ve recently added to the repertoire. We each heard it differently and so discussed each of our different approaches to that phrase. It’s fun that this kind of conversation never stops&#8230;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>You once said that in your music there’s sadness, but it’s sadness with a smile. I couldn’t agree more: you never wink at desperation or depression. So what is art: a way to sublimate the pain of living or maybe a way to say thanks to life? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">That is right. Music is for me a life-affirming way of confronting the pain of loss that all humans must confront.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>You live in a world of sounds, I imagine: tours, recordings, practise everyday. So I can’t help but ask you what part does silence play in your life? Is it important to have it, or is it just something to avoid? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Silence gives meaning to the sounds we make. Often, silence is a more powerful statement than sound. In music, I think we spend too much time thinking what to play and not enough time wondering whether to play. I suspect the same is true of life in general. I don’t meditate, but music is a kind of meditation. Also, where we have chosen to live &#8211; the Rocky Mountains &#8211; gives Jim and I a lot of quiet reflection time.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Thank God there are no talent shows for jazz, blues, or classical music &#8211; at least in Italy, but I don’t know about the USA. May I ask you your opinion about this kind of phenomenon? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">I have experienced competition from a young age as a tennis player. I was New Jersey Junior State Champion as a teenager. There’s no place for that kind of competition in music. These types of talent shows are entertaining but they don’t offer a path to honest artistic expression or appreciation.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>How is the life of a famous artist like you? How many hours of training and practice everyday? I mean art, in your case, is not just going on stage and sing, right? It requires discipline, doesn’t it?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I live a pretty peaceful life off the road and enjoy time at home and being with friends. However, I do practice every day and take my singing seriously and as I mentioned earlier, even more seriously than I used to. I want to continue to improve and am always on the quest to find ways to do that. I also take my responsibility to be healthy in order to be able to perform consistently. Touring is a difficult life and I work hard to stay in shape. My goal is to be a better singer next year and the year after. That said, perfecting my execution is a means to the end of being ever more expressive.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Apart from jazz, do you like other music genres? For example, do you like pop or rock music? Do you listen to them? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">I have eclectic tastes in music and have always liked classic music, folk music, all kinds of ethnic music and the pop and rock from my youth. I’ve stopped paying attention to pop music nowadays because it sounds too manufactured. There are good singers of course, like Beyonce.  Music is so dressed up now and I am not always into the production. I like my music like I like my food: good ingredients, simply and well prepared.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>My last question is a little bit patriotic. I’ve read your Italian is quite good. I assume you’ve been here &#8211; I know you have travelled a lot in your life. What do you know about our music? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Aside from some of the Italian classical music and opera, I don’t know too much. Of the singers whose music I know, Bruno Martino is my favourite. There is something timeless about his style, like Sinatra or Perry Como. Perhaps it’s something to do with Italian heritage. Martino’s song <em>E La Chiamano Estate</em> is a beautiful one that I’d like to sing one day.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-musica-per-me-e-un-modo-di-affermare-la-vita-sul-dolore-stacey-kent-una-delle-piu-grandi-interpreti-al-mondo-si-racconta-a-matteo-fais/">“La musica, per me, è un modo di affermare la vita sul dolore”: Stacey Kent, una delle più grandi interpreti al mondo, si racconta a Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Chiuso nella gabbia, accecato dal sole e dai riflettori, continuò a cantare la bellezza”: dialogo con Alessandro Rivali su Ezra Pound</title>
		<link>https://www.pangea.news/chiuso-nella-gabbia-accecato-dal-sole-e-dai-riflettori-continuo-a-cantare-la-bellezza-dialogo-con-alessandro-rivali-su-ezra-pound/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2018 04:31:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è il perimetro della caduta? Intorno a Ezra Pound, il poeta ulcerato dalla Storia, indomabile, che sbarca in Italia nel 1958, sessant’anni fa, dopo dodici anni nel sanatorio criminale di St. Elizabeths, dedito al silenzio e all’immensità dei Cantos, fiorisce la tautologia. Eppure, la verità va ribadita anche ai muri: Pound è stato il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qual è il perimetro della caduta? Intorno a Ezra Pound, il poeta ulcerato dalla Storia, indomabile, che sbarca in Italia nel 1958, sessant’anni fa, dopo dodici anni nel sanatorio criminale di St. Elizabeths, dedito al silenzio e all’immensità dei <em>Cantos</em>, fiorisce la tautologia. <strong>Eppure, la verità va ribadita anche ai muri: Pound è stato il poeta determinante della lirica occidentale del Novecento</strong>, ha inaugurato avanguardie, ha insegnato il verbo a Thomas S. Eliot, ha galvanizzato la redenta giovinezza di William B. Yeats, ha spronato Ernest Hemingway. <strong><em>I Cantos </em>sono, gita tra asperità e gioie, l’opera ineluttabile del Novecento, il totem:</strong> Pound, se vale l’analogia, è stato il Picasso della letteratura – ma più radicale, più radiosamente colto. Quanto a ciò che accadde – il fascismo, le lettere, inascoltate, a Mussolini, i radiodiscorsi, la cattura dei partigiani, la prigionia infame a Pisa, l’accusa di tradimento – lascio dire ad Alfredo Rizzardi, che nella nota ai “Pisani” Garzanti (quarta netta: “il poema più vertiginoso del nostro secolo”) scrive: <strong>“il poeta, già sessantenne, fu sottoposto ad una atroce tortura fisica e morale:</strong> prima chiuso in una gabbia costruita appositamente per lui, senza alcun riparo nel caldo della violenta estate pisana; quindi confinato in una tenda, senza altro oggetto che un tavolino di legno costruitogli da un soldato negro con una cassa da imballaggio, senza libri né altro tranne i ricordi. Da quella dolorosa esperienza doveva venire alla luce la poesia dei <em>Canti Pisani. </em>Dopo il suo trasferimento in patria nell’ottobre del ’45, per sfuggire al processo che, dato le accuse, non gli avrebbe potuto evitare una pesante condanna, fu dichiarato insano di mente e, malgrado le proteste del poeta che si dichiarava sano e innocente, fu rinchiuso nel manicomio criminale di Saint Elizabeths, alla periferia di Washington. <strong>Con lo stesso animo forte e sereno con cui aveva sopportato la fase acuta della sua tragedia, Pound trascorrerà ben tredici anni in quell’inferno quotidiano; noi che potemmo visitarlo allora, ne ricordiamo l’atteggiamento superiore, il coraggio, la forza d’animo”.</strong> Da qui, in qualche modo, dalla fine della clausura (su cui resta un emblema il libro di Piero Sanavio, <em>La gabbia di Ezra Pound</em>, 1986-2005), dal ritorno in Italia, si apre il libro di Alessandro Rivali, poeta ‘poundiano’ – <em>La caduta di Bisanzio </em>è una raccolta importante – sensibile alla vita dei grandi – ha curato la biografia di <em>Giampiero Neri, un maestro in ombra</em>, Jaca Book, 2013; ha introdotto le <em>Lettere a mia madre dalla Cina </em>di Saint-John Perse, Medusa, 2016 – che s’intitola <a href="https://www.librimondadori.it/libri/ho-cercato-di-scrivere-paradiso-alessandro-rivali/" target="_blank" rel="noopener"><em>Ho cercato di scrivere Paradiso </em></a>(Mondadori 2018, pp.262, euro 19,00), <strong>che è una lunga conversazione con Mary de Rachewiltz, durata pressoché dieci anni e diverse visite al castello di Brunnenburg, dimora di Pound, luogo ambito e amato da tutti gli studiosi del poeta,</strong> dove sono carte, memorie, cimeli. Il libro, che Rivali costella di documenti spesso determinanti – ad esempio, la rassegna stampa italiana intorno al ritorno di Pound – non cela le asprezze <strong>(“Quando crollò il Fascismo, Pound non volle voltare le spalle a Mussolini, non volle cambiare opinione mentre tutti gli italiani, che lo avevano seguito per vent’anni, in quel momento gli sputavano addosso. Era una questione di etica”, dice Mary)</strong>, non celebra semplicemente il poeta titanico, di cui la figlia è esegeta (ha tradotto <em>I Cantos </em>nei ‘Meridiani’ Mondadori; “I <em>Cantos </em>saranno come la <em>Commedia</em> e l’<em>Odissea</em>, studiati, ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’”, scrive lei), ma è una catabasi nei labirinti – e nel fragore silente – di un grande uomo. <img decoding="async" class=" wp-image-63352 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-195x300.jpg" alt="libro pound" width="173" height="265" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-600x921.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound.jpg 1000w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Per altro, è un inno all’amore filiale: commuove l’immagine della figlia edotta dal padre a comprendere le sue poesie (in appendice balzano alcune lettere inedite di Pound alla piccola Mary scritte tra il 1936 e il ’37), e che dai gesti del padre trae assoluti etici <strong>(“Era furibondo contro il mondo moderno, che muove guerra alla contemplazione, in cui non c’è più tempo… è spaventoso vedere come siamo diventati frettolosi e superficiali”).</strong> Recinta nella generosità, in una principesca reticenza <a href="http://www.ilgiornale.it/news/lascia-che-parli-pound-misterioso-finale-dei-suoi-cantos-e-i-1432038.html" target="_blank" rel="noopener">che mi è nota</a>, Mary si rivela, specchiando il poeta inarrivabile, che torna in Italia e trova terra desolata, il tempio dei ricordi fratturati, la trama stravolta <strong>(“Pound si rese conto che non esisteva più il mondo di prima; non c’erano più gli amici di un tempo che avevano un tempra come la sua: Hemingway si era sparato, William Carlos Williams era morto, così come Eliot; Hilda Doolittle sarebbe morta da lì a poco. Erano tutti morti. Non aveva più amici”).</strong> L’unico conforto, ora, per il poeta, il riscatto postumo, sarebbe, a seguito di questo volume, che ha il pregio della leggibilità e della franchezza, pianificare una serie di pubblicazioni poundiane. <strong>“Mi chiedo perché non vengano ripubblicate le lettere curate da Feltrinelli per Aldo Tagliaferri… mi piacerebbe molto, inoltre, veder pubblicate le lettere ai genitori. Ci sarebbero da tradurre le lettere con Cummings, Williams, Zukovskij, Ford Madox Ford”, si chiede la figlia, Mary. Io allargo la richiesta:</strong> il massimo editore italiano – Mondadori – come fanno altri degni editori – chessò, Gallimard – dovrebbe costruire una collana dedita al poeta, riproducendo le opere di Ezra Pound, sintetizzando in un progetto la miriade di pubblicazioni di ‘Ez’, dalle chicche Scheiwiller (<em>L’antologia classica cinese, </em>gli <em>Analecta </em>di Confucio, il <em>Gaudier-Brzeska</em>, il libello su <em>La Martinelli</em>, a puro esempio) ai testi canonici, difficili, <em>A Lume Spento, </em>l’<em>Omaggio a Sesto Properzio</em>, il <em>Cavalcanti</em>, i testi del teatro giapponese No, tutti allineati, corretti, ritradotti – magari – commentati<strong>. Dopo aver fatto parlare la figlia – finalmente – ora bisogna far parlare l’opera di Pound. </strong>Nell’attesa, restiamo ancorati ai singoli sguardi del poeta che scandì l’aritmia dei millenni, e ci posiamo sulla giuntura dei <em>Cantos</em>, “ciò che sai amare rimane, il resto è scoria”. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Non è facile intrattenere un dialogo con Mary sul padre, ne ho memoria. È tanto gentile quanto severa, è reclusa in una specie di reticenza, giustificabile, penso. Come sei riuscita a ‘vincerla’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mary era inizialmente <em>quite contrary</em>, così firmava le sue lettere, perché è una donna molto umile e quindi non voleva essere messa al centro dell’attenzione, voleva che risaltasse solo Pound, anzi, l’<em>opera</em> di suo padre, così spesso ignorata o travisata. <strong>Ha ragione, i <em>Cantos</em> restano, almeno in Italia, un pianeta misterioso e lontano. Per iniziare questo lungo dialogo con Mary, forse, mi ha aiutato proprio la poesia</strong>, l’alba della nostra amicizia è sorta quando le mandai alcune poesie raccolte nel quadernetto nero Ares dei <em>Quattro poeti</em> (c’erano anche Ielmini, Veronesi, Donadoni): era incuriosita dal fatto che un giovane poeta italiano fosse sulle tracce di Pound. Così nove anni fa bussai alla porta del castello di Brunnenburg, in Tirolo, riferimento obbligato per gli studiosi poundiani, dove si conserva la biblioteca paterna e dove Pound scrisse i toccanti frammenti degli ultimi <em>Cantos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veniamo a Pound. Accusato di ‘tradimento’ verso la patria, è stato tradito a sua volta. Quali amici gli sono restati sinceramente al fianco durante la reclusione al St Elizabeths?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei ricordare alcuni big, come Thomas S. Eliot, Robert Frost, Elizabeth Bishop, che dedicò a Pound la bella poesia “Visita all’ospedale St. Elizabeths”, e lo stesso Hemingway, che il giorno del suo 57° compleanno scrisse a Pound in manicomio mandandogli del denaro (quanto gli restava del Nobel): <strong>“Durante la guerra ho dovuto anche stare all’ascolto-radio, e qualche volta quando ero di turno ti ho sentito. Non mi piacevi affatto e alcune volte mi piacevi ancor meno. Ma ho scritto ad Allen Tate che se ti avessero impiccato io sarei salito sul patibolo e mi sarei fatto impiccare a mia volta&#8230;”. </strong>Mary mi ha raccontato che quando Hemingway morì, Pound era ricoverato in clinica a Merano, nessuno gli aveva dato la notizia della morte dell’amico, eppure lui ne era a conoscenza perché l’aveva visto in sogno&#8230; Fu un colpo molto duro. Sul versante italiano, posso ricordare l’impegno del giovanissimo editore Vanni Scheiwiller che si spese in tutti i modi per riabilitare Pound, anche tra i poeti italiani. Il loro carteggio tra Milano e il manicomio criminale di Washington è straordinario. Soprattutto per l’allestimento di <em>Section: Rock-Drill</em>, Canti 85-95, che uscirono nel 1955 in anteprima mondiale, ancora prima delle edizioni “ufficiali” Faber e New Directions.</p>
<figure id="attachment_63354" aria-describedby="caption-attachment-63354" style="width: 194px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63354" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Rivali-225x300.jpg" alt="" width="194" height="258" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Rivali-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Rivali.jpg 300w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /><figcaption id="caption-attachment-63354" class="wp-caption-text">Alessandro Rivali, poeta, è autore di &#8220;Ho cercato di scrivere Paradiso&#8221; edito da Mondadori</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>60 anni fa il ritorno dagli Usa all’Italia: Pound è ormai il residuo di un altro mondo. Lentamente, medita la scelta del silenzio. Come lo accoglie l’Italia del dopoguerra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La notizia del ritorno di Pound accese le terze pagine dei giornali. Molti inviati raccontarono il suo arrivo. I sentimenti erano i più diversi, c’era curiosità per molti, diffidenza per alcuni. <strong>Forse il sentimento più diffuso fu quello di Indro Montanelli che dalle pagine del <em>Corriere della sera</em> scrisse: “Ezra Pound sta per tornarsene a casa con una bella patente di matto che lo libera dall’accusa di tradimento, per la quale l’hanno tenuto dodici anni in gabbia. Gli Americani non escono bene da questo affare&#8230; Io spero che Pound torni.</strong> E per due ragioni. Prima di tutto perché è un vecchio amico e un vecchio uomo che, dopo tutto quello che ha passato, ha il diritto di finire i suoi giorni nella terra che, sia pure per equivoco, ha eletto come patria. E poi perché le sue opinioni politiche non le temo&#8230; Delle opinioni politiche di un poeta possono avere paura solo gli sciocchi&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi gli resta vicino dopo il 1958?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il focus del mio libro riguarda proprio la solitudine di Pound al rientro in Italia nell’estate del 1958. In manicomio si era dato un rigoroso ordine di lavoro (portò avanti i <em>Cantos</em>, tradusse Confucio e le <em>Trachinie</em>, ebbe una corrispondenza fluviale), ma pensava, una volta libero, di poter stare tranquillo per lavorare, di scrivere il Paradiso del suo poema infinito. La realtà fu molto più amara. <strong>Quando uscì dalla prigionia, il “mondo di ieri” era stato spazzato via, la maggior parte degli amici era morta&#8230; c’erano anche tante difficoltà materiali (non poteva disporre dei beni perché era stato privato della personalità giuridica, pativa il freddo del Tirolo&#8230;).</strong> E poi bussò forte il demone della depressione&#8230;</p>
<p><strong>I Cantos sono, più che altro, una profezia rivolta al futuro: non è così? Che ‘attualità’ letteraria e ‘politica’ rivestono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I <em>Cantos</em> sono forse il più folle volo del Novecento. Con inserti difficilissimi alternati a versi di uno splendore adamantino, come quelli del Canto CXIII, che adoro: “Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e promontorio./ E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza,/ Una luce azzurra sotto le stelle”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la profezia letteraria, vedo Pound nel grande solco dantesco. <strong>I <em>Cantos</em> sono un monito perché il poeta faccia i conti con la Storia, sfuggendo alla tentazione di raccontare solo la propria storia, il proprio ventaglio dei sentimenti (anche se nei <em>Cantos</em> è fittissima la trama dei ricordi personali).</strong> Ricordo un’intervista di Derek Walcott che parlava del nostro tempo come un tempo di tentativi di poesia più che di poesia vera e propria&#8230; È un’affermazione un po’ caustica, ma anche un bel banco di prova. Pound fu estremamente poliedrico. Da giovane era un lirico pieno di tenerezza, poi sperimentò la poesia sognante ed esatta di <em>Cathay</em>, come gli spigoli della sestina <em>Altaforte</em>&#8230; Poi comprese che era stato un lungo estenuante allenamento per osare il poema. <strong>Per l’attualità politica: i corrosivi versi di Pound contro l’usura e la speculazione finanziaria andrebbero insegnati nelle scuole&#8230;</strong> Mary mi ha spiegato che Pound fu profetico anche nell’anticipare quegli atteggiamenti che possono aiutarci nel nostro mondo troppo caotico: l’importanza del silenzio, di sapersi raccogliere di fronte alla bellezza della natura….</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giudica la figlia la prossimità di Pound al fascismo, una ferita che ha ulcerato la comprensione del grande poeta, a cosa è dovuta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stata una barriera che ha impedito lo studio della sua poesia. Per fortuna ci sono stati autori “insospettabili” come Ginsberg e Pasolini che hanno in qualche modo cercato di forare la barriera… Quando mi sono trovato per la prima volta di fronte al grande portone in legno del castello, volevo conoscere il poeta e l’uomo oltre i soliti cliché. Mi interessano gli autori che cercano di trovare la luce anche nel buio accecante. Carver diceva: “mi interessa quello che la gente riesce a fare per risollevarsi quando è finita a terra”. <strong>Quando ho iniziato a scrivere, pensavo a Pound chiuso nella gabbia del campo di detenzione di Pisa nel 1945. Era cotto dal sole di giorno, è accecato dai riflettori, la notte. Eppure, continuava a scrivere, a cantare la bellezza.</strong> E così nacquero i <em>Pisan Cantos</em>. “La carità più profonda/ si trova fra chi ha infranto/ le regole” [Canto 74], “Come è lieve il vento sotto Taishan/ sa di mare/ ci toglie all’inferno, alla fossa/ alla polvere e alla luce accecante” [Canto 74, p. 885], “Ciò che sai amare rimane/ il resto è scoria/ Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te/ Ciò che sai amare è il tuo vero retaggio […] Ciò che tu sai amare non ti sarà strappato/ la formica è centauro nel suo mondo di draghi./ Deponi la tua vanità, non è l’uomo/ che ha fatto il coraggio, o l’ordine o la grazia,/ Deponi la tua vanità, dico, deponila!” [Canto 81].</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle tue chiacchierate vengono a galla poeti meno noti – Robinson Jeffers, ad esempio – e fonti poco esplicate dei Cantos, questa miniera di dati che va dal Rinascimento di Gemisto Pletone a Confucio, dalla Grecia antica al teatro No giapponese. Qual è stata la cosa che ti ha rivelato Mary a proposito di suo padre che più ti ha sorpreso, che ti ha fatto sobbalzare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono stati due momenti indimenticabili. Il primo quando Mary scostò per la prima volta la tenda che ricopre la biblioteca paterna ed estrasse l’<em>Elettra</em> di Sofocle annotata alla follia. Tra i detrattori di Pound, c’era chi diceva che lui non leggeva i libri fino in fondo&#8230; Il secondo momento quando vidi su un quaderno di scuola, quelli con le città italiani che fino a qualche anno fa si potevano trovare nelle cartolerie di campagna, <strong>i primi abbozzi degli ultimi <em>Cantos</em> e su una pagina i versi, scritti con la biro rossa che ho scelto come titolo del libro:</strong> “Ho cercato di scrivere paradiso…/ lascia che gli dei perdonino quel che/ ho costruito&#8230;”.</p>
<p><strong>C’è qualcosa, in questi lunghi dialoghi, che hai preferito tacere, omettere, custodire nel pudore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato di mettere a frutto ogni istante con Mary, anche i tempi di trasferimento da una stanza all’altra del castello o quando ci arrampicavano sulla strettissima scala a chiocciola che porta sulla terrazza&#8230; <strong>E tuttavia mi sembra di essermi solo affacciato a questo universo. C’è ancora moltissimo da fare. E per l’Italia ci sono tanti carteggi poundiani da pubblicare… </strong>Mi piacerebbe un giorno fare un’edizione dei <em>Drafts &amp; Fragments </em>tutta annotata da Mary… e poi ci sono le centinaia di lettere del padre…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Donne fatali attraversano la vita di Pound, da Olga Rudge all’enigmatica Sheri Martinelli. Cosa sappiamo de ‘la Martinelli’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che era una giovane musa che fece perdere la testa a molti artisti e visse una vita troppo scorticata tra alcol e droghe. <strong>Alcuni suoi dipinti si possono vedere nel castello. Pound le dedicò i sulla bellezza del Canto XC:</strong> “Sibilla,/ dal mucchio di rottami/ m’elevasti/ dall’ottuso limite al di là del dolore,/ m’elevasti/ dall’Erebo profondo/ dal turbine sotto terra/ m’elevasti/ dall’aere morto e dalla polvere/ m’elevasti/ al grande volo/ m’elevasti, Iside Kuanon / dal corno lunare / m’elevasti/ la vipera nella polvere si muove,/ l’azzurra serpe/ scivola dalla conca di roccia…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere Pound significa attraversare i punti dolenti della Storia, una Storia, quella del Novecento, priva di Paradiso. Il poeta che cerca di poetare sul corpo della Storia: una impresa impossibile. Come dovevano concludersi i Cantos secondo le intenzioni di Ezra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È molto dibattuta la questione sulla fine dei <em>Cantos</em>, lo stesso Pound era incerto. A un certo punto diceva che si dovesse ricorrere ai <em>Ching</em> per una risposta&#8230; La conclusione che ha scelto Mary per il Meridiano Mondadori mi sembra molto buona. “Uomini siate non distruttori”.</p>
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		<title>Ode malinconica a Nick Drake, il cantautore di culto che lasciò tutto per forsennati, insonni giri in macchina e che morì troppo giovane, ignaro della fama</title>
		<link>https://www.pangea.news/ode-malinconica-a-nick-drake-il-cantautore-di-culto-che-lascio-tutto-per-forsennati-insonni-giri-in-macchina-e-che-mori-troppo-giovane-ignaro-della-fama/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 07:16:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tanto per cominciare, mettete su un suo pezzo. Uno a caso. Anzi, no: ascoltate prima di tutto Northern Sky, che è la più bella canzone d’amore mai scritta. C’è qualcosa nei suoi versi, nella melodia, nel canto, qualcosa che assomiglia al misterioso sentimento della vita, sfuggente, aurorale, dolcissimo, un misto di euforica scoperta e di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ode-malinconica-a-nick-drake-il-cantautore-di-culto-che-lascio-tutto-per-forsennati-insonni-giri-in-macchina-e-che-mori-troppo-giovane-ignaro-della-fama/">Ode malinconica a Nick Drake, il cantautore di culto che lasciò tutto per forsennati, insonni giri in macchina e che morì troppo giovane, ignaro della fama</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Tanto per cominciare, mettete su un suo pezzo. Uno a caso. Anzi, no: ascoltate prima di tutto <em>Northern Sky</em>, che è la più bella canzone d’amore mai scritta. </strong>C’è qualcosa nei suoi versi, nella melodia, nel canto, qualcosa che assomiglia al misterioso sentimento della vita, sfuggente, aurorale, dolcissimo, un misto di euforica scoperta e di malinconica rinuncia. È come se insieme alle parole della canzone anche noi andassimo enumerando tutte le cose che stiamo vivendo per la prima volta: «I never felt magic crazy as this / I never saw moons knew the meaning of the sea / I never held emotion in the palm of my hand / Or felt sweet breezes in the top of a tree / But now you’re here / Brighten my northern sky». Parole che rimandano a un pensiero così primigenio, così essenziale – la luna, il significato del mare, il vento sugli alberi, la natura che partecipa all’emozione vibrante dell’animo umano e quasi dà risonanza al sentimento amoroso, che è un sentimento di scoperta, prima di tutto, o di ri-scoperta – parole che a sentirle cantate in quel modo, con quegli accordi di chitarra &#8211; e con quell’accompagnamento discreto dell’organo, quegli agili guizzi di pianoforte, quei delicati tocchi di celesta, tutti suonati da John Cale – ci sembra, incredibilmente, di aver dimenticato. <strong>È un disvelamento, insomma. È come tornare bambini, quando si pongono continuamente domande stupide</strong> («Would you love me for my money / Would you love me for my head / Would you love me through the winter / Would you love me ’til I’m dead»), ma allo stesso tempo si dischiude un nuovo occhio interiore («Oh, if you would and you could / Straighten my new mind’s eye»).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63299 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/five-300x300.jpg" alt="Nick Drake" width="230" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/five.jpg 394w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" />Non aveva una grande voce, Drake, ma la sapeva usare alla perfezione per le sue canzoni, con quella incrinatura malinconica, quella tonalità inconfondibile, quel timbro che aveva una sensualità un po’ tenebrosa, ma carezzevole.</strong> La melodia dei suoi brani non era mai banale, la sua tecnica alla chitarra, suonata quasi come un pianoforte, era insolita, originale, piena di inventiva (accordava lo strumento in maniera diversa per ogni brano). <strong>Incise solo tre dischi: <em>Five Leaves Left</em>, esordio folgorante, di una luminosa bellezza, e <em>Bryter Layter</em>, album perfetto, sia nel suono che negli arrangiamenti, senza nessun punto debole (entrambi del 1969) e <em>Pink Moon</em> (nel 1972), un canto del cigno di una essenzialità quasi ascetica. </strong>Tre gioielli assoluti di folk acustico, dark e delicatamente barocco, che segnano anche un percorso solitario, rigoroso, alieno da qualsiasi compromesso commerciale. Come confessò Flaubert all’amica George Sand, anche Drake si è sempre sforzato con la sua arte di «andare all’anima delle cose». Basta ascoltare il suo ultimo disco, <em>Pink Moon</em>, per capire che cosa intendo: concepito durante l’estate del 1971 in Costa del Sol, è tuttavia un disco notturno, inciso in poche ore, solo voce e chitarra (tranne una breve linea melodica di piano nella title-track); un disco dove è stato eliminato tutto il superfluo, qualsiasi orpello, abbellimento, per costringere l’ascoltatore a guardarsi nello specchio, a riflettersi nelle proprie disillusioni, nei ricordi, nelle insofferenze. Tre perle di musica – questi tre dischi – che caddero nell’indifferenza e nel silenzio del mondo discografico. <strong>Dopo aver pubblicato </strong><strong><em>Pink Moon</em></strong><strong>, Drake decise allora di rinunciare. L’album aveva venduto ancor meno dei due precedenti, e si era rivelato un clamoroso insuccesso. Un insuccesso segretamente voluto, forse, poiché il giovane cantautore aveva un carattere schivo, taciturno, ed era terrorizzato dal pubblico:</strong> rifiutava qualsiasi promozione e rifuggiva dalle esibizioni pubbliche, convinto com’era che le sue canzoni dovessero camminare da sole, con la forza della musica. Così, si ritirò dai suoi genitori, nella campagna del Tanworth, un piccolo villaggio a nord-est di Birmingham, a «Far Leys», una villetta in mattoni rossi, a due piani, dove aveva vissuto la sua infanzia felice. <strong>Qui passò i suoi ultimi due anni lontano da tutti e da tutto. Dopo un ricovero di cinque settimane in un ospedale psichiatrico si andò chiudendo in un isolamento sempre più greve, tra antidepressivi, notti insonni e lunghi, solitari giri in macchina</strong> <strong>(si metteva in macchina e guidava per chilometri e chilometri, allontanandosi senza meta, finché non gli finiva la benzina e allora chiamava dal primo telefono pubblico qualche amico o i familiari, affinché gli portassero una tanica di benzina per tornare a casa).</strong> Fece un viaggio a Parigi, ma la sua depressione non migliorò. La cantautrice Françoise Hardy ricorda una cena da amici dove lo incontrò. Drake si sedette davanti a lei e restò tutto il tempo a fissarla senza dire una parola. Quando tornò a casa registrò ancora una manciata di canzoni, lasciandole incomplete. Era così malmesso che non riusciva a cantare e suonare insieme, per cui fu costretto a registrare prima la musica e poi la voce. <strong>L’ultima canzone, <em>Tow the line</em>, è tesa, nervosa, cupissima; la voce di Drake è fuori tono, impastata dagli psicofarmaci, mentre canta: «</strong><strong>This day is the day that we rise or we fall / </strong><strong>This night is night that we win or lose all».</strong> È il suo congedo dal mondo. Cadrà, perderà tutto. La sua giornata, la sua notte, la sua vita volgevano al termine.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63300 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon-300x294.jpg" alt="Nick Drake" width="222" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon-300x294.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/pink-moon.jpg 600w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" />Sul piatto del suo stereo, la mattina del 25 novembre 1974, girava ostinatamente, mutamente, la puntina alla fine del disco dei <em>Concerti Brandeburghesi</em> di Bach<em>,</em> quando fu trovato morto nel suo letto dalla madre, verso mezzogiorno, il corpo sdraiato sopra le coperte. <strong>Aveva solo ventisei anni, e</strong><strong> un’overdose di Tryptizol lo aveva stroncato dopo l’ennesima notte insonne. Se ne andò senza sapere che sarebbe diventato un cantautore di culto</strong>, senza poter immaginare che le sue canzoni sarebbero diventate così famose da essere utilizzate perfino come colonna sonora di importanti spot pubblicitari (proprio quella <em>Pink Moon</em> così triste, solitaria e finale).</p>
<p style="text-align: justify;">La sua morte, il suo suicidio mi fanno sempre pensare al protagonista della poesia del suo amato Robert Browning, <em>Orlando cavaliere giunse alla Torre Scura</em>. Impegnato in una ricerca disperata, attraversando un paesaggio spettrale e desolato, il cavaliere di Browning sente di essere prossimo all’insuccesso, proprio come Drake nei suoi ultimi giorni. Memore dei tanti cavalieri che lo hanno preceduto, troppe volte ha udito profezie di fallimento e adesso che è vicino alla meta, la cosa migliore gli sembra «fallire come loro». Ma ha un unico dubbio: sarebbe stato all’altezza del fallimento? Non so, francamente, che cosa sarebbe capitato a Drake se avesse vinto questo dubbio, quella notte di novembre in cui mise fine alla sua vita. <strong>Mi domando soprattutto, come spesso in questi casi, quanto il fallimento abbia contribuito a mantenere intatta la sua ispirazione e quanto, viceversa, il successo ne avrebbe guastato la purezza. Non lo sapremo mai.</strong> Ci restano, però, i suoi tre bellissimi dischi, che ci accompagnano e ci consolano, nei lunghi inverni del nostro scontento. Ascoltateli, iniziando da <em>Northern Sky</em>: vi farà innamorare dell’amore, innamorare della vita. Come stringere un’emozione nel palmo della mano. E per questo gli sarete grati per sempre.</p>
<p><strong><em>Fabrizio Coscia</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tanti auguri Marco! Pesaresi compie gli anni: le sue fotografie sono sciabolate</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-underground/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2018 10:36:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il compleanno, però, è un altro. Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre. Ne continuo a scrivere, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato. * Questo sorprende [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il compleanno, però, è un altro. <strong>Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre.</strong> <a href="http://www.romagnanoi.it/news/cultura-eventi/1221133/A-Marco-Pesaresi--Tanti-auguri.html" target="_blank" rel="noopener">Ne continuo a scrivere</a>, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo sorprende di Marco Pesaresi: non ‘ruba’ un viso e un attimo, sottraendolo alla corsa, ma è derubato da una pietà adamantina, assoluta.</strong> Pesaresi fa spazio a ciò che fotografa: s’intride di quei volti, di quelle vite. Accumula esistenze. Fino al punto di esplosione. <a href="http://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/" target="_blank" rel="noopener">22 dicembre 2001,</a> Rimini, la scelta di morire, con spregiudicato pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il compleanno è un altro, dicevo. <strong>Nel 1998 Contrasto pubblica il lavoro più alto e tortuoso di Pesaresi, <em>Underground.</em></strong> Un percorso davvero epocale nelle metropolitane di tutto il mondo, da Milano a New York, da Tokyo a Parigi, Mosca, Calcutta. Pesaresi riconosce l’emblema della modernità: dopo essersi librato in volo, ora l’uomo si muove sottoterra, dove un tempo si agitavano i mostri, l’Erebo, l’inferno. Questi pitoni d’acciaio, orrendi, che trivellano ciò che deve restare nell’alcova delle cose oscure. <strong>Con la macchina fotografica, Marco porta la fiamma nell’oscurità, porta la luce agli inferi. La metropolitana, infatti, stimola una claustrofobica malinconia, a colpi d’ago inietta una fatale depressione</strong> (velocità, valzer di vite inopportune, esegesi dell’ansia).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro dedicato alle <em>Underground </em>di tutto il mondo è un successo clamoroso. Contrasto fa le cose in grande: <strong>introduzione di Francis Ford Coppola (“Mi servo della metropolitana di New York da poco tempo e mi diverto: è una meravigliosa opportunità per osservare la gente”), testi singoli di grandi scrittori o giornalisti internazionali (Dominique LaPierre, Manuel Vàzquez Montalbàn, Tiziano Terzani…). </strong>Marco Pesaresi, nelle <em>Note di viaggio</em>, racconta la traiettoria del lavoro. “Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”. Il progetto fotografico, custodito con dedizione e amore, dura cinque anni. Infine, “tornai in Italia spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva leggermente con gocce d’acqua larghe e discontinue… Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”. <strong>Marco va proprio lì, nel <em>non visto</em>, nel <em>non capito. </em>Nella terra del <em>non</em>, delle negazioni, del nulla che scintilla.</strong> Per questo s’immerge nella metropolitana, l’innaturale assoluto.</p>
<p>*</p>
<figure id="attachment_62960" aria-describedby="caption-attachment-62960" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62960" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x201.jpg" alt="Pesaresi" width="300" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-600x402.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290.jpg 636w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62960" class="wp-caption-text">&#8220;Rimini città del sole e della notte, della luce e delle tenebre&#8221;: una fotografia di Marco Pesaresi tratta dal lavoro &#8220;Rimini&#8221;, edito da Contrasto nel 2008</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci anni fa, nel 2008, ancora Contrasto, pubblica il secondo, magnetico lavoro di Pesaresi, <em>Rimini. </em>Pesaresi è morto da sette anni, ma questo è un lavoro che va letto a dittico, al fianco di <em>Underground.</em></strong> Lì le metropolitane di molte città, qui l’anamnesi, nei suoi aspetti inattesi e oscuri, di una città. Le feste di paese, il mare d’inverno, i luoghi della notte, della sessualità appariscente, della perversione prepotente. Sempre, Pesaresi va negli spazi estremi, del <em>non</em>, va nei luoghi negati dagli altri, negli ignoti. Quelle fotografie, che ora sono celeberrime, adornate da un testo di Federico Fellini, raffigurano la Rimini delle contraddizioni e delle follie, la Rimini narrata da Pier Vittorio Tondelli e scambiata da Umberto Eco per Los Angeles, la Rimini felliniana e fallocentrica, spietata nella compassione. Se le metropolitane di Pesaresi sono l’anatomia del nostro cuore, così la sua Rimini raffigura i nostri desideri siderali, la nostra ambizione a mordere tutto, a perderci in niente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni fotografia è una sciabolata. Eccolo, Pesaresi. Ogni fotografia, una stimmate.</strong> Farsi carico di esistenze esiziali, esasperazione nella luce. Nella biblioteca di Pesaresi i libri di Dino Campana, di Byron, di Hermann Hesse, di Dostoevskij e di Tolstoj, di Bakunin e di Buzzati scalpitano di fianco ai saggi dei paesi che Marco ha visitato. La sua casa rigurgita di taccuini: ogni fotografia è preparata da diverse annotazioni. Come se le parole predisponessero allo scatto, fatale come un proiettile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora fotografie e lavori di Pesaresi sono custoditi <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener">a Savignano sul Rubicone</a>, dove si svolge il SI Fest e si assegna il Premio ‘Pesaresi’ (quest’anno andato a Chiara Fossati).</strong> “L’archivio di Marco Pesaresi è stato depositato dalla madre Isa Perazzini a Savignano sul Rubicone, nei locali di Palazzo Vendemini, con lo scopo di conservarlo, catalogarlo e valorizzarlo nel tempo. L’archivio conta oltre 55.000 documenti fra negativi, provini a contatto, stampe, diapositive, fotografie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la vasta collezione di piante grasse della mamma di Marco Pesaresi, Isa Perazzini, donna speciale. Piacevano a Marco, mi diceva. Le piante hanno spine enormi, fiori delicati, che abbagliano. <strong>Pesaresi ha inghiottito l’ultima spina della vita. Si è inorgoglito di spine.</strong> Penso che Marco abiti lì, in fondo, nel giardino delle piante spinose, a cui non serve altro che una idea d’acqua, ancora a risolvere le spine in punture di gioia, il pianto in primizia. (d.b.)</p>
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		<title>Sia lode a Richard Brautigan: ha scritto il grande romanzo americano della nostalgia e della tenerezza</title>
		<link>https://www.pangea.news/sia-lode-a-richard-brautigan-ha-scritto-il-grande-romanzo-americano-della-nostalgia-e-della-tenerezza/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 13 Sep 2018 08:56:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Richard Brautigan si uccise un giorno di settembre del 1984 nella sua casa di Bolinas, venti miglia a nord di San Francisco. Da molto tempo la solitudine gli sedeva accanto come un’amante devota; insieme a essa guardava la nebbia che si alzava sulla baia all’alba e al tramonto copriva col suo manto le piccole case [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sia-lode-a-richard-brautigan-ha-scritto-il-grande-romanzo-americano-della-nostalgia-e-della-tenerezza/">Sia lode a Richard Brautigan: ha scritto il grande romanzo americano della nostalgia e della tenerezza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Richard Brautigan si uccise un giorno di settembre del 1984 nella sua casa di Bolinas, venti miglia a nord di San Francisco. Da molto tempo la solitudine gli sedeva accanto come un’amante devota;</strong> insieme a essa guardava la nebbia che si alzava sulla baia all’alba e al tramonto copriva col suo manto le piccole case di legno, i boschi di abeti dell’entroterra e le spiagge sabbiose e selvagge che scendono fin giù al Golden Gate. Da molto tempo aveva ceduto alle lusinghe consolatorie dell’alcol e si era perso nel dedalo buio della depressione senza che nessuno sciogliesse per amor suo il filo della salvezza, mentre il destino tesseva vele nere da issare sulla nave del suo ultimo viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62884 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018-216x300.jpg" alt="copertina settembre 2018" width="161" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018-768x1066.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018-738x1024.jpg 738w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018-600x832.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/copertina-settembre-2018.jpg 1128w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />La gloria letteraria del poeta e scrittore americano era durata soltanto una decina di anni, indissolubilmente legata all’immenso successo nel 1967 del libro <em>Trout Fishing in America </em></strong>(<em>Pesca alla trota in America</em>) che gli aveva fatto conoscere all’improvviso celebrità, ricchezza e prestigio, accostandolo ai precursori della controcultura dei <em>Sixtie</em> e agli esponenti della <em>Beat Generation</em>. Tuttavia Brautigan non si considerò mai né un hippy né un beat; affermava infatti che la sua scrittura fosse semplicemente «la risposta di un uomo alla vita del ventesimo secolo». Il suo talento, influenzato per sua stessa ammissione da autori come Ernest Hemingway e Mark Twain, Ambrose Bierce e Stephen Crane, sembra rimanere all’interno di confini individuali non oltrepassati da altre voci, sfuggendo a un canone letterario ben definito. Egli non venne mai intimamente compreso né dal pubblico né dai critici di allora che gli regalarono inizialmente un’enorme popolarità, ma che lo dimenticarono ben presto, con la stessa indifferente noncuranza con la quale si trascura una moda fino ad abbandonarla, e non concessero il giusto riconoscimento alle opere che pubblicò negli anni successivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>So the wind won’t blow it all away </em>uscì nel 1982, soltanto due anni prima della tragica morte del suo autore. Apparso in Italia per la prima volta nel 2005 per ISBN con il titolo di <em>American Dust </em>e la traduzione di Enrico Monti, ristampato poi nel 2012, è stato riproposto lo scorso settembre da Minimum Fax con la nuova traduzione e la postfazione di Luca Briasco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ambientato nell’Oregon del secondo dopoguerra, questo romanzo breve è fortemente autobiografico e pervaso da un’atmosfera di profonda malinconia, solitudine e disillusione.</strong> Whitey, il protagonista, è un ragazzino di dodici anni che vive con la madre e le due sorelle in un motel lungo l’autostrada, ai margini della città. Durante l’estate del 1947 tutto il suo mondo gravita attorno a un piccolo lago e ai pochi personaggi che lo animano: il guardiano alcolizzato di una segheria, che sta seduto a bere birra nel silenzio sospeso del pomeriggio rievocando i tempi andati e rimpiangendo il fantasma di una donna dell’Alabama che l’ha abbandonato poco dopo il matrimonio; un veterano della Prima guerra mondiale che si è costruito con legno di scarto una baracca, un pontile e una piccola barca che non usa mai, e sopravvive grazie a un piccolo sussidio del governo che gli risarcisce un polmone intossicato dal gas tedesco; il proprietario di un distributore di benzina che vende lombrichi ai pescatori di passaggio; due coniugi obesi che tutte le sere arrivano al lago con un furgone e scaricano sulla riva l’intero salotto di casa, preparano la cena e cominciano a pescare seduti sul loro divano, nel denso chiarore artificiale di lampade convertite a cherosene. <strong>Grazie alla sua innocenza, a una grande capacità di ascolto e di osservazione, Whitey si avvicina alla vita di questi insoliti personaggi che come lui fanno parte di una comunità di sconfitti e di reietti; nello scenario di un’America rurale che sta per svanire,</strong> vittima di una potente metamorfosi, fatta di campi coltivati, pascoli per il bestiame, frutteti, boschi e segherie, la sua grande forza sta nel saper sognare di fronte alla miseria, di fronte alla vecchiaia, alla solitudine e alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">La narrazione procede per associazioni di pensiero, per digressioni, descrizioni surreali e a tratti paradossali, e viene intervallata da due versi che ricorrono costantemente, come un refrain ossessivo: «Prima che il vento si porti via/ Questa polvere… polvere americana». In essa trovano spazio anche alcune vicende dell’infanzia del protagonista e un tragico episodio che lo coinvolse fatalmente in un piovoso pomeriggio del febbraio 1948 e che rimarrà un trauma indelebile nella sua vita, l’uccisione involontaria di un amico con un colpo di fucile durante un gioco finito male.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62885 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/brautigan-libro-300x149.jpg" alt="brautigan libro" width="300" height="149" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/brautigan-libro-300x149.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/brautigan-libro-768x382.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/brautigan-libro-600x298.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/brautigan-libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />America Dust</em> è un libro doloroso, ma permeato di bellezza e di delicatezza, che cerca di afferrare ciò che è destinato a sparire; è il racconto di un’attesa, un’attesa di qualcosa che sta finendo, che verrà trascinata via dal vento come oblio di macerie.</strong> Il passato si è sgretolato, è crollato, è un sogno che non tornerà più. Dopo le <em>Dust Bowl</em>, le disastrose tempeste di sabbia, dopo le bufere di quella polvere sollevata da una terra crepata, arida e impoverita, sopraggiunge per l’America una nuova età, l’età d’oro del benessere, che per lo scrittore incarna tuttavia l’età della crisi, inconciliabile con l’autenticità e la spontaneità della vita precedente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brautigan era un uomo fragile e romantico che amava la vita, nonostante essa non fosse stata quasi mai tenera con lui perché minata sin dall’inizio dall’amarezza e dalla sofferenza.</strong> Era cresciuto senza avere accanto il padre, che seppe della sua esistenza soltanto dopo la sua tragica morte; seguendo la madre alla perenne ricerca di un lavoro, di nuovi mariti e di case ottenute grazie ai sussidi, aveva trascorso l’infanzia tra l’Oregon e il Montana, in una situazione di grande precarietà affettiva ed economica. <strong>A vent’anni, rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Salem (quello stesso ospedale in cui Ken Kesey ambienterà il suo <em>Qualcuno volò sul nido del cuculo</em>) con una diagnosi di schizofrenia paranoide</strong>, conobbe gli angoscianti vincoli della costrizione e anche la violenza dell’elettroshock.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse quel giorno di settembre del 1984 accostò l’orecchio al passato, come fosse il muro di una casa che non esiste più. Chiuse gli occhi e ascoltò il verso malinconico dei merli e il rumore del vento tra i giunchi che stormiscono come spade in battaglia, ascoltò lo sciabordio ritmico e ripetuto dell’acqua sulla riva del lago della sua infanzia. Rivide una segheria e una cesta di vimini piena di bottiglie di birra vuote, un vecchio con la barba bianca macchiata dal tabacco, le pareti giallognole di uno squallido appartamento e, al di là della finestra, un corteo funebre mesto come la coda di un aquilone nero; rivide un frutteto bagnato dalle grosse gocce lente e rade della pioggia d’inverno, sentì l’odore acre delle mele marce mandate in mille pezzi dai proiettili di un fucile, e quello metallico del sangue che fluisce lento fino ad avvolgere come una bandiera l’innocenza della sua infanzia perduta. <strong>Memorie salvate dal vento dell’oblio. Forse riaprì gli occhi quando avvicinò la sua calibro .44 alla tempia. Le farfalle monarca avevano già cominciato la loro lunga migrazione verso il tepore del Messico.</strong> Nessuno avrebbe potuto salvarlo… «perché quando scende la notte non c’è modo di fermarla»&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Elisabetta Agnelli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> *</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Per gentile concessione, anticipiamo l’articolo di Elisabetta Agnelli, “Polvere americana di Richard Brautigan”, che sarà pubblico nel prossimo numero di <a href="https://ares.mi.it/it/contents/Studi-Cattolici/" target="_blank" rel="noopener">“Studi Cattolici”</a> (settembre 2018, n. 691). </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sia-lode-a-richard-brautigan-ha-scritto-il-grande-romanzo-americano-della-nostalgia-e-della-tenerezza/">Sia lode a Richard Brautigan: ha scritto il grande romanzo americano della nostalgia e della tenerezza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Quel porco di Salinger a 53 anni se la faceva con una di 18, sedotta &#038; abbandonata dopo pochi mesi. Ora la diciottenne ha 64 anni e asfalta il movimento #MeToo. “Da vent’anni subisco le conseguenze di aver raccontato una storia proibita”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Sep 2018 10:16:57 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quel-porco-di-salinger-a-53-anni-se-la-faceva-con-una-di-18-sedotta-abbandonata-dopo-pochi-mesi-ora-la-diciottenne-ha-64-anni-e-asfalta-il-movimento-metoo-da-ventanni-subisco-l/">Quel porco di Salinger a 53 anni se la faceva con una di 18, sedotta &#038; abbandonata dopo pochi mesi. Ora la diciottenne ha 64 anni e asfalta il movimento #MeToo. “Da vent’anni subisco le conseguenze di aver raccontato una storia proibita”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il morso del mostro. <strong>In questa storia, all’apparenza, c’è un vecchio che abusa di una ‘ninfetta’, la trama, in effetti, pare quella di <em>Lolita</em>. </strong>Il mostro, in questa storia, è uno degli scrittori più celebri, celebrati, letti al mondo, di cui, per altro, attraverso l’autobiografia della figlia, sappiamo le turbe, le bizzarrie, l’ansia padronale, il terrore di proteggere la proprietà privata della propria vita.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa storia potrebbe chiamarsi <em>sul relativismo dell’abominio. </em>Se, oggi, ci pare chiaro che un vecchio – seduttore impenitente – abbia abusato di una giovane appena maggiorenne è meno chiaro l’uso del termine <em>abuso</em>. <strong>Ha abusato della sua ingenuità, direi, del suo desiderio di essere sedotta da un uomo famoso quanto segreto. L’abusata, però, vent’anni fa fu detta selvaggia arpia,</strong> la fatale che ha stordito a suon di prestazioni sessuali il vecchio, per rapirne il talento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.joycemaynard.com/" target="_blank" rel="noopener">Joyce Maynard</a> farà 65 anni il 5 novembre, all’epoca dei fatti ne aveva 18: è una scrittrice di un certo successo, tradotta anche in Italia</strong> (il primo libro, <em>Baby Love</em>, è stato pubblicato da Mondadori nel 1982, l’ultimo, <em>L’ombra degli Havilland</em>, è stato pubblicato quest’anno da HarperCollins, riguardo a <em>Un giorno come tanti</em>, edito da Piemme nel 2015, Francesco Motta, sulle pagine del ‘Domenicale’ del <em>Sole 24 Ore</em>, giudica la Maynard “una scrittrice di razza”), da un suo libro, <em>Da morire</em>, è tratto il film di Gus Van Sant, nel 1995, con Nicole Kidman e Matt Dillon. <strong>Nonostante la buona volontà, per tutti, però, Joyce Maynard è quella che a 18 anni, nel 1972, s’è messa nel letto di J. D. Salinger, la leggenda vivente della letteratura Usa</strong>, lo scrittore del <em>Giovane Holden</em>, che, tra l’altro, il primo gennaio del 2019 compirebbe 100 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62793 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Holden-185x300.jpg" alt="Holden" width="130" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden-768x1245.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden-632x1024.jpg 632w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden-600x972.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden.jpg 946w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />La storia è questa. Joyce Maynard è una diciottenne di talento che manda articoli e racconti ai quotidiani del corteo. <strong>Il talento c’è davvero, visto che il 23 aprile del 1972 il <em>New York Times </em>gli pubblica un pezzo, <em><a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/98/09/13/specials/maynard-mag.html" target="_blank" rel="noopener">An 18-Year-Old Looks Back On Life</a>.</em></strong> L’incipit del pezzo è buono, ed è inquietante quanto ciò che è stato scritto 45 anni fa valga pari-pari oggi: “Ogni generazione pensa di essere speciale – i miei nonni perché ricordano cavalli e passeggini, i miei genitori perché hanno vissuto la Depressione. Chi ha più di trent’anni è speciale perché ha visto la Corea, Chuck Berry, i beatniks. La mia sorella più grande si crede speciale perché appartiene alla prima generazione dei teen-agers (prima, si era semplicemente adolescenti), quando essere teen-ager era divertente. E io – io ho 18 anni. La mia è la generazione delle attese insoddisfatte”. L’articolo è arricchito da una fotografia a pagina piena di Joyce. Ragazza pulita, più matura della sua età, pare, informalmente sexy.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diciamo che J. D. Salinger è stato attratto dalla fotografia – ma già che c’era ha fatto credere a Joyce di essere intelligente. Morale</strong>. Dopo breve scambio di lettere intrise di fuoco e di labirinti, “mi ha spinto a lasciare il college per andare a vivere con lui (avere bambini, collaborare a spettacoli che avremmo dovuto realizzare a Londra) e diventare (così credevo) la sua donna per sempre”. A Joyce non pare vero che il più celebre scrittore americano abbia scelto proprio lei. Ai genitori di lei neppure. <strong>Così, Joyce rifiuta la borsa di studio a Yale, lascia tutto, e diventa la geisha di Salinger. Dopo un po’, però, al vecchio di 53 anni – anzi, ora 54 – la giovinetta sta sulle palle:</strong> durante un viaggio in Florida, “con parole devastanti”, le dice di andarsene, mettendole in mano due pezzi da 50 dollari, “di prendere le mie cose, di sparire”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Joyce non omette di dire che s’era trasferita da Salinger “con una valigia piena di minigonne”,</strong> il che significa che il rapporto non era esattamente sotto l’ombra della letteratura. In un libro pubblicato vent’anni fa, nel 1998 – e stranamente inedito in Italia – <em>At Home in the World</em>, Joyce, che nel frattempo ha scritto, si è sposata e ha fatto figli, racconta i suoi sette mesi nella casa di Salinger. Racconta anche di come il vecchio obbligava la ragazzina – in preda ad anoressia – a prenderglielo in bocca (“descrivevo sommariamente l’esperienza di un rapporto orale forzato con un uomo di 35 anni più vecchio”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62794 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Holden2-174x300.jpg" alt="Holden2" width="111" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden2-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Holden2.jpg 200w" sizes="(max-width: 111px) 100vw, 111px" />Come Salinger si è liberato di lei, così Joyce, vent’anni fa, si è liberata di lui. Prima pubblicando un libro, poi mettendo all’asta le lettere che Salinger le aveva inviato. Un tardivo, fruttuoso (furono acquistate da un fan dello scrittore per 156.500 dollari) rogo. Dalle righe del <em>New York Times</em>, ora, 45 anni dopo la fine della fulminea relazione con Salinger, 20 anni dopo la pubblicazione del suo libro, Joyce Maynard piglia la penna e in <em>Was She J.D. Salinger’s Predator or Hid Prey?</em>, pone una domanda maliziosa. <strong>Vent’anni fa fu accusata di essere una predatrice, una che voleva la fama sulla pelle del più famoso scrittore degli Usa. Ora, in era di imperante #MeToo, come sarebbe letta quella vicenda, in cui un uomo potente di fama usa la propria rapacità seduttiva per ghermire una giovane?</strong> “Lo scorso autunno, quando è dilagata sulla stampa la notizia degli abusi perpetrati da Harvey Weinstein su donne dell’industria dello spettacolo, seguita da rivelazioni quasi giornaliere di uomini importanti che avrebbero compiuto violazioni simili, ho pensato che la mia vicenda potesse tornare alla luce. Ho pensato che qualcuno mi telefonasse. Ma il telefono non ha squillato”. Il #MeToo adotta, cinicamente, la dinamica dei ‘due pesi due misure’, a seconda dell’utilità pubblica c’è abuso e abuso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel suo articolo, poco velatamente, Joyce accusa Salinger di essere un predatore di diciottenni.</strong> “Ho ricevuto lettere e email di donne della mia età con una storia assai familiare: attorno ai 18 anni ricevettero una lettera – accattivante, addirittura magica – composta da una voce che riconoscevano essere quella di Holden Caulfield, sebbene fosse un nome, posto in calce alla pagina, ben più familiare, ad aver scritto parole che potrei recitare a memoria, tanto le conosco bene”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il morso del mostro, del genio, ha marchiato per sempre Joyce. In fondo, racconta, quando presentava i suoi libri, agli interlocutori interessava vedere la faccia di quella che ha visto la leggenda nuda, che ha svelato le pudenda dello scrittore più venduto ed enigmatico di sempre. Spesso le chiedevano, alla fine della presentazione, se era vero che Salinger avesse lavorato a dei romanzi, per ora ignoti. <strong>Il genio, in qualche modo, vampirizza le sue prede – non c’è scampo al suo morso. Nonostante il rogo, egli risorge. Una manciata di mesi al cospetto di una leggenda mutano una vita intera: chi vede la nudità del dio ne è marchiato per sempre.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La vera colpa, ad ogni modo, è che Joyce non si sia dimostrata una scrittrice più geniale di Salinger. Questo è l’unico abuso che la letteratura concede. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si pubblicano alcuni passi dall’articolo di Joyce Maynard, <a href="https://www.nytimes.com/2018/09/05/books/review/joyce-maynard-at-home-in-the-world.html" target="_blank" rel="noopener">“Was She J.D. Salinger’s Predator or His Prey?”</a>, pubblicato il 5 settembre 2018 su The New York Times. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Di me è stato, sulle pagine di questo giornale, che sono una predatrice. L’autore di quella considerazione non è stato l’unico a pensarla così. Nel 1998, quasi vent’anni prima del movimento #MeToo, pubblicai un libro in cui raccontavo la mia relazione con uno scrittore famoso e venerato, che mi ha sedotto quando aveva 53 anni e io 18.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio catalogare gli epiteti – da ‘donna sanguisuga’ a ‘opportunista un tempo ninfetta’ – caduti su di me e sul mio lavoro (“la confessione da uno squallido boudoir”) per una stagione. La storia raccontata nel mio libro, <em>At Home in the World</em>, è stata accolta dalla stampa culturale con una condanna pressoché universale. Questo non ha distrutto la mia carriera o il mio equilibrio emotivo – ma quasi. Il mio crimine – che mi è valsa la discutibile opinione di un importante critico letterario di essere l’autrice del “più brutto libro mai scritto” – <strong>è stata la decisione, dopo 25 anni di silenzio, di scrivere un libro di memorie in cui racconto la mia relazione con un uomo vecchio e potente.</strong> Nella primavera del 1972, dopo aver pubblicato un saggio accompagnato da una fotografia particolarmente innocua (bluejeans, capelli all’aria, niente trucco), ricevetti una lettera da J.D. Salinger che denunciava la sua ammirazione, la sua amicizia, offrendomi la sua guida spirituale – in successive lettere e telefonate, mi ha spinto a lasciare il college per trasferirmi a vivere con lui (avere bambini, collaborare a spettacoli che avremmo messo in scena per il West End di Londra) e diventare (così credevo) la donna della sua vita. Rinunciai alla borsa di studio e a Yale, ho interrotto la comunicazione con i miei amici e mi sono mossa (con una valigia piena di minigonne e dischi che mi era precluso ascoltare) dal New Hampshire per stare con lui. Sette mesi dopo, durante un viaggio in Florida, con parole devastanti rispetto a quelle accattivanti e ammalianti di prima, mi ha messo in mano due pezzi da 50 dollari, ordinandomi di tornare nel New Hampshire, di pigliare la mia roba e di sparire. Credendo che Salinger fosse l’uomo spiritualmente più elevato che avessi mai conosciuto, accettai il suo giudizio, ero una donna indegna, e per il quarto di secolo successivo parlai a malapena della mia esperienza, anche con l’uomo che infine ho sposato e da cui ho avuto tre figli. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Da vent’anni subisco le conseguenze di aver raccontato quella storia proibita e anche se ho pubblicato nove romanzi e un’altra autobiografia, e nessuno di questi libri riguardi Salinger, <strong>soltanto poche recensioni non accennano al fatto che quando avevo 18 anni ho dormito con un grande scrittore e che in seguito, commisi l’imperdonabile offesa di raccontare quella storia. </strong>Lo scorso autunno, quando è dilagata sulla stampa la notizia degli abusi perpetrati da Harvey Weinstein su donne dell’industria dello spettacolo, seguita da rivelazioni quasi giornaliere di uomini importanti che avrebbero compiuto violazioni simili, ho pensato che la mia vicenda potesse tornare alla luce. Ho pensato che qualcuno mi telefonasse. Ma il telefono non ha squillato. E sebbene io creda che quello stesso libro pubblicato vent’anni fa oggi sarebbe recepito diversamente, <strong>non mi pare che l’attenzione sugli abusi degli uomini di potere si estenda retroattivamente alle donne che hanno scelto di parlare di queste cose molto tempo fa e sono state svergognate perché lo hanno fatto.</strong> […]</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco una scena che si svolge ogni volta che parlo del mio ultimo lavoro in una libreria. Dopo aver letto un pezzo e passato una ventina di minuti a discuterlo, un uomo, in fondo alla stanza, alza la mano e mi pone la domanda che per lui è decisiva più di ogni altra. <strong>‘Cosa può dirci dei manoscritti che Salinger teneva chiusi in cassaforte e che sarebbero stati pubblicati dopo la sua morte?’. Questa persona mi riduce a una donna il cui unico valore risiede in una lontana intimità con l’unico scrittore davvero importante, qui dentro.</strong> Che briciole di informazioni posso dare? Non conosco manoscritti, dico, anche se è vero che durante i mesi che ho passato con Salinger, ogni mattina, lui spariva in una stanza a scrivere. So che stava davanti alla macchina da scrivere e che scriveva. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Ho 64 anni, ora. Nei decenni trascorsi da quando ho pubblicato la storia di quei giorni e il loro effetto duraturo sulla mia vita, ho ricevuto molte lettere dai lettori. Alcune provengono da donne con storie simili alla mia, agghiaccianti, di uomini vecchi e potenti che, quando queste donne erano molto giovani, hanno conquistato la loro fiducia estremamente ingenui e il loro cuore, alterando il corso della loro esistenza. Ho anche ricevuto lettere e email di donne della mia età con una storia assai familiare: <strong>attorno ai 18 anni ricevettero una lettera – accattivante, addirittura magica – composta da una voce che riconoscevano essere quella di Holden Caulfield,</strong> sebbene fosse un nome, posto in calce alla pagina, ben più familiare, ad aver scritto quelle parole che potrei recitare a memoria, tanto le conosco bene. <strong>Almeno una dei destinatari, ho scoperto, intratteneva una corrispondenza con Salinger in quello stesso inverno in cui vivevo con lui, così attenta a non disturbare la sua scrittura.</strong> Da qualche parte in questa storia c’è un predatore. Lascio ai miei lettori – che hanno oggi una visione più ampia, forse, dei lettori di vent’anni fa – decidere chi sia.</p>
<p><em>Joyce Maynard</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-petrarca-allucinato-il-baudelaire-padano-sulla-poesia-di-antonio-delfini-lautore-piu-incendiario-della-letteratura-italofona-del-novecento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 06:40:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata</strong>, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c&#8217;è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all&#8217;inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parole di fuoco di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento,</strong> le cui pagine si possono forse riassumere in un distico – “Vorrei tu mi armassi la mano / per incendiare il piano padano” – che sembra saltare fuori direttamente da una ruvida salmodia dei C.C.C.P., il gruppo punk di Giovanni Lindo Ferretti – e curiosamente, rarità per il poeta, il tu cui si rivolge è il Signore – e salta invece fuori da un colpo di macchina da scrivere, o di penna impugnata, con la mano sinistra, come un revolver – due oggetti d&#8217;acciaio, due cose solide, per dirla con <em>Fuoco fatuo</em> – in una stanza modenese, anno 1958, di grazia, o disgrazia, che è quella che sente Delfini, e la frizione sulla carta deve aver prodotto non faville ma fiamme, quel giorno…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62697 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie-172x300.jpg" alt="Delfini" width="122" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie.jpg 364w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Niente padre, infanzia agiata, bisnonna naturale Marietta Pio di Savoia – “che abita vicino a Crevalcore, ma dentro i confini del ducato di Modena”, specificava –, figura snella ed elegante, calvizie precoce</strong> – come questo terzetto da amare: Oswald Spengler, Pierre Drieu La Rochelle, Henry Miller –, umore malinconico, indolente e rivoltoso (“tifiamo / tifiamo rivolta / nell&#8217;era democratica / simmetriche luci gialle e luoghi di concentrazione / nell&#8217;era democratica / strade lucide di pioggia splende il sole” – cantava Ferretti), non è andato a scuola e non ha letto i classici, spirito agonico e quasi agonistico, che infatti si voleva atleta ma prevalse il dandy baudelairiano, “funereo” – scrive Marcello Fais che ha curato il volume delle poesie complete per Einaudi –, il passo dondolante del nullafacente o, per meglio dire, di chi non sapeva davvero cosa fare e visse – parole queste dello stesso Delfini sugli anni trascorsi tra la sua Emilia e Firenze –, con “la paura di non arrivare in tempo a vivere, di non sposarmi, di non avere figli, di non vivere una vita dignitosa”; e per la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Al di qua di ogni letteratura” era la scrittura di Delfini, poesia centellinata ma debordante, esito del sentire saturnino</strong> delle antenne più dritte sulla sventura che si chiama Italia e che la sciagurata Italia abbia avuto assieme forse a Giuseppe Berto e Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">La sventura di Modena, di Parma, di Bologna, di Ferrara, “(la quale – ove la storia d&#8217;Italia fosse andata diversamente con minor numero di avventurieri stranieri e più amore, competenza e lealtà per le cose proprie – potrebbe essere oggi la capitale d&#8217;Italia)”.</p>
<p style="text-align: justify;">La disgrazia di tutta la penisola, “Italia, mia patria assassinata”, scrive Delfini, che per la sua terra sognava, come alternativa più ovvia alla più romantica Ferrara, Reggio Emilia capitale, perché città in cui fu inventato il tricolore della Repubblica Cisaplina.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarai d&#8217;Italia capitale / perdere Roma sarà poco male”, recita infatti un altro distico letale, nella poesia di<em> È morta la reazione</em>; Roma capitale di una società sempre più inumana, “l&#8217;inumanesimo italiano”, come lo definisce il poeta in rottura col disumano:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ma ciò che io combatto e col quale intendo rompere ogni rapporto è il disumano. Intendo per inumano ciò che è contrario all&#8217;uomo, che non essendo più imano è tuttavia incluso nell’umano.</strong> Insomma l’inumano è un uomo che finisce, o può finire, all&#8217;inferno. Il disumano è in vece ciò che è fuori dall’umano […]. In poche parole: è il diavolo. Il disumano può circolare fra noi, per via della nuova moda italiana dell’inumanesimo. Il disumano può circolare, ripeto, travestito da essere umano; può circolare, però soprattutto, nell&#8217;aria, nelle parole, negli oggetti, nel disegno degli architetti, nei frutti degli speculatori inumani […]; quando le donne che incontriamo non sono più né belle né brutte, ma provocanti, arrapanti, fredde o calde […]; quando più niente corrisponde alla verità del passato o dell&#8217;avvenire, e il presente vive senza rapporti e senza confronti.”</p>
<p>E stando a Delfini il disumano è il diavolo che tenta di vincere, e che in Italia ci riesce almeno dal 1935:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tornava fuori, nel 1935, il carattere sozzo, strozzinesco e delinquenziale di gran parte di quegli italiani cittadini che, falsi innamorati della vita, e consci della loro povertà senza America, intendono comechessia farsi la vita e l’avvenire col bagno, l’automobile, le troie e i gioielli.</strong> Questo gusto da sciacalli, più che da lupi da tigri e da leoni, gli italiani ce l&#8217;hanno nelle ossa fin dai momenti migliori della grandezza di Roma, affinato con le invasioni dei barbari, diventato costituzionale con la servitù allo straniero, portato al delirio fanatico degli alti ideali col fascismo, e caduto in un puzzo graveolento da rendere irrespirabile lo stesso dolce clima dell&#8217;Italia, proprio ora, nel momento in cui i migliori, i pochi <em>italiani</em>, attendono con ansia l&#8217;inizio (soltanto l&#8217;inizio) di una resurrezione del senso morale e artistico della Patria”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Delfini amava e odiava l’Italia, la detestava in modo viscerale perché avrebbe voluto poterla amare</strong>, cosa impossibile a simili condizioni, lui, scettico alla Cavalcanti, alla Pound, prossimo a Cervantes e Rimbaud, a Unamuno e Campana, e che in sé voleva “Napoleone, Bach Manzoni, Leopardi, Cavalcanti, Machiavelli, Goldoni&#8230;”, per possedere davvero una visione totale. Ma che si sentiva sfiduciato, disorientato di fronte alla realtà, seppur solidamente agguerrito, membro con Zavattini e Guareschi, di una mai vista brigata del risveglio padano, lui, un po&#8217; comunista, conservatore e reazionario, certo non in senso latino, mussoliniano, né progressista né rivoluzionario, di sicuro <em>ribelle</em> disimpegnato che fece del disimpegno il suo vero impegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le sue uniche vere lotte civili, a parte un tentativo di candidarsi nelle liste di Unità popolare, solo in funzione antagonista alla legge maggioritaria</strong> che per lui evocava ciò di cui non ne voleva più sapere – ossia il fascismo –, furono infatti la fondazione tra Viareggio e Bologna, tra il 1927 e il 1929, di un paio di periodici indipendenti, come recita il sottotitolo de <em>Il Liberale</em>, immediatamente soppressi dai fascisti, ma soprattutto la battaglia, tutta sua, donchisciottesca e di campanile, per la Certosa di Nonantola…</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha letto i classici, Delfini. È come spesso gli capita a Viareggio, lui che sempre bazzicò il quartiere Marco Polo, il Forte dei Marmi, il Fiumetto, la Versilia ancora dei letterati&#8230; Passeggia con un amico, che gli racconta che la Certosa resa famosa dal romanzo di Stendhal, che non ha mai letto, non è a Parma, bensì a Modena… Non ha letto i classici, Delfini. S&#8217;incuriosisce, ma, annoiato, si ferma a pagina trenta del libro di Stendhal, e ciò cui mira è solo di dimostrare che la certosa era quella di Nontantola…</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui l&#8217;ultima opera, uscita nel 1963, poco prima della morte,<em> Modena 1831, la città della Chartreuse.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baudelaire padano, Delfini è il più grande lirico dopo Campana, è poeta senza l’ombra di un epigono,</strong> campanilista figlio di una depressione ambientale – ovvero la pianura –, di una terra di gente pragmatica e sognatrice, ruvida e molle, indolente, contadina e insieme aristocratica, calma ma anche subito pronta alle ebbrezze, ad allentare i freni inibitori, come nel suo stesso cantare, secco, carico, teso, a volte dolce, a volte delatorio, spesso prossimo a un turpiloquio in cui il manierismo si fa stile “céliniano”…</p>
<p style="text-align: justify;">Una poesia lirica, con spunti stilnovisti, romantici e crepuscolari, dadaisti, certo, ma di un “dada” che è tutto assolutamente emiliano, e che non poteva che esser “Mamama”, e “Mamama non polemizza: provoca. Mamama non ingiunge: disguida”, e che non può che produrre sillogismi pazzi qu anto lucidi, tipo: “Che cos&#8217;è la patria? La patria è un villaggio. Che cos&#8217;è un villaggio? Un agglomerato di imbecilli. Che cos&#8217;è un imbecille? Un uomo che può vivere nel villaggio e non può leggere Mamama”… <em>Voilà!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una poesia spesso sghemba e sgrammaticata, non da accademia ma da bettola, fatta per offendere, per perturbare,</strong> per distruggere ma anche per amare, l&#8217;amore rivolto a una donna sognata più spesso che a una reale, o alla patria (in <em>Avvertimento</em>, avverte di essere “lo straniero”), lui che si sente ormai apolide (un po&#8217; come Papini, come Gadda, come Montale), ma sanguigno di un sangue che <em>sente</em> le proprie radici anche nelle <em>flânerie</em> incessanti, non solo <em>nelle</em> città ma <em>tra</em> le città emiliane, versiliane, e Firenze, e Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62698 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini-194x300.jpg" alt="Delfini" width="135" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini.jpg 290w" sizes="(max-width: 135px) 100vw, 135px" />Una poesia di passeggiatore; quale era da ragazzo incantato dal francese; una lingua in cui gli capita di scrivere versi (“<em>On se souvient de Baudelaire la nuit / dans le train en traversant notre Emilie</em>” – “<em>Je suis un poète flâneur et débauché / je tiens mon poing en air</em>”); e di dandy indolente (“È bene scrivere sempre / così si dice, / ma è tanto bello dormire”); e di girovago ozioso (“Quando verrà quel giorno / tanto desiderato / nella mia vita oziosa”); e a volte sonnolento, “disteso sul letto a immaginare speranze” e “talmente fissato in una tragica svagatezza”; come nella pesante delusione che fu Firenze; fuggiasco nel silenzio; esule della solitudine. E che in prosa ha sognato: “potessi partire, ma partire come non è mai partito nessuno, andarsene senza un addio, senza un ricordo”. E che in poesia ha ribadito: “Tra Secchia e Panaro è disceso l&#8217;oblio / altri fiumi, altri cieli, altri monti, / non diranno che cosa ero io”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovvie le fughe rimbaudiane. Ovvia una scappata a Parigi.</strong> Da cui a Modena <em>finge</em> d’importare il surrealismo, Modena in cui vive la sua <em>bohème</em> (“Mi ero lasciato trascinare in minimi e ingenui bagordi da una compagnia di giovinastri rumorosi e goderecci, coi quali correvo letteralmente le strade, le piazze e i teatri” – “mi permettevo di creare satire ai costumi del tempo, figurate e verbali, di una tale comicità, improvvisate sulla pubblica via in qualunque ora del giorno e della notte”), in cui è “snervato da una vita ignobile e eccitato dai vini e liquori”, facendo “esperienze di vita, sofferte e godute di mia sola iniziativa”, esperienze originali e complicate, le quali lo distinguono dai suoi “compagni di trastulli notturni che definisce con sprezzo <em>fats de café…</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era il 1933 circa. E Delfini non gridava solamente gli ovvi “Viva la figa!” e “Viva le tagliatelle!” ma anche “Abbasso il Duce!”.</strong> Erano i tempi di <em>Ritorno in città</em>, autoedizione di successo, ma anche di progetti di amori e pure di matrimoni. Ma nulla di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì in poi, il poeta inizia ad assumere l’aria di un Petrarca allucinato che non riesce, o meglio non <em>può</em> trovare, in quella Italia che lo ripugna e che si rispecchia nelle donne, una Laura o una sposa (“le spose che sognai son morte”), la donna, la femmina che sia una musa (“con la storia dei miei amori sapevo di non avere un avvenire di amante come si rispetti (era fallito in me l&#8217;amante mio originale, un tipo che stava tra Leopardi e D&#8217;Annunzio)”), vittima degli orrori di un paese ormai semprepiù allucinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i tempi della sua Modena, di idee di libri, di abbozzi di racconti e di versi, dei quali scriverà poi: “A ripensarci dico che se avessi allora tenuto un <em>journal</em> non avrei potuto avere il tempo di vivere, né l&#8217;estro di creare, quei veri racconti, vivendo i quali non ho avuto il tempo di scriverli. Nei momenti di riposo di quella vita veramente intensa e attenta scrivevo delle frasi sui biglietti del tram e del cinema, sulle scatole dei fiammiferi e delle sigarette: li conservavo.” Per lo scrittore sono anni di fermentazione…</p>
<p style="text-align: justify;">E anni di spettri della sua infanzia, adolescenza e giovinezza, rivolta e inerzia, <em>voluntas</em> e <em>noluntas</em>, e fuga…</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema che davvero merita lunga una serie di citazioni: “Povero ragazzo / pieno di fantasie / verso la scuola arida e perduta // E tra la nebbia / ombra indecisa / guardavo avanti // chissà fin dove / chissà fin dove guardavo mai // Malinconia /di una ribellione / che vuol durare ancora // E ritornavo a casa / gonfio di niente // Poi mi affacciavo / a riguardare / dalla finestra del solaio / giù nel cortile buio / l&#8217;invisibile andare della gente / il muto ricordo del mare / me naufragante nel pantano” (<em>Lo spettro dell&#8217;infanzia</em>); “Potessi un giorno / camminare da solo / ma solo solo / non come vado adesso / solo / ma solo solo / senza me stesso” (<em>Non ho volontà</em>); “Voglio andar via / anima mia / Solo per il mondo / ch&#8217;è piccolo e senza fine / m&#8217;illuderò di perdermi / E sarò sempre solo / La gente non fa compagnia” (<em>Itinerario – I</em>); “Ma un giorno me ne andrò / limpido e solenne / per la mia strada muta” (<em>Itinerario – II</em>); “Voglio scappare / come una sera d&#8217;estate / quando pensavo di andare” (<em>Esasperante!</em>); “Chissà che cosa avrei fatto / chissà quanti amori / chissà quanti denari” (idem); “Penso ancora di andare andare / non so dove non so come non so quando / penso di partire morire e partire” (idem); “Non venite con me / ché sono solo / E andar coi solitari / è come andar di notte / per le strade senza luce” (<em>Avvertimento</em>).</p>
<p>*</p>
<p><strong>La voglia di scappare corrisponde in Delfini a quella sprezzante di distruggere, uccidere, appiccare il fuoco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una voglia di fuga, da parte del futuro poeta, che corrisponde alla realtà della sua vita quotidiana, fatta di <em>spleen</em>, e di una <em>bohème</em> un poco stantia in quella che descrive come “un&#8217;immensa pianura / CITTÀ invecchiate / donne abbandonate / amori consumati / nel tedio e nell&#8217;attesa / FANALI e lunghe strade / cortei – fanfare / olimpici richiami / il mare il mare / […] / la città – la torre / le campane / le bimbe della messa / i vicoli bui / un solitario / la lampada sul tavolo / penso a cose strane / (forse alle puttane)”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una realtà che gli starà sempre stretta, sotto il fascismo come nel dopoguerra in un paese nel quale sotto i colpi di presidenti, segretari, ministri, giudici, già si sta disfando l&#8217;antico mondo della provincia… “Il tribunale democristiano del demonio / mi ha rotto il focolare antico / Sia maledetto colui ch&#8217;è magistrato / sia maledetto il mio più grande amico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Delfini si proclama “giudice supremo / di questa vasta vita / senza freno e senza vita” e la poesia è la sua arma individuale: “Sian maledetti tutti gli avvocati / figliati dal lucertole e lombrichi / Sian maledetti i vuoti vasi cervellotici / dei lustri ministri servitori / di lontane terre e avidi ladri / delle nostre terre e portatori / di mestizia disperazione e follia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa sintetizzare in poesie di quattro versi, senza titolo, e in fulminanti distici, tutta la sua visione anarcoide: “Né laico, né prete / intendo votare”; e: “Sporca la scheda, / lasciala bianca”. Scrive d&#8217;altronde nel primo verso di <em>Sega gli alberi</em>, titolo che rieccheggia senza saperlo la <em>Deuxième élégie XXX</em> di Charles Péguy: “L&#8217;eterno inferno è il governo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62699 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822-195x300.jpg" alt="Delfini" width="135" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822.jpg 300w" sizes="(max-width: 135px) 100vw, 135px" />Il disgusto verso i politici e l&#8217;Italia lo riversa anche sulle donne, che ne sono lo specchio sensuale: “È la gran moda democristiana: / restare vergine e far la puttana”.</strong> Un disgusto che nei versi de <em>Le ragazze del mondo borghese </em>diventa puro desiderio d&#8217;insozzarle: “avrete la merda sulle gonne: / non al presente, ma nel ricordo”… “La figlia del miliardario / regina delle ladre / quando si fa chiavare / lo fa nel letto di suo padre / Ha l&#8217;inferno nel cuore / ma il cuore no n ce l&#8217;ha / resta che ha l&#8217;inferno / altro di umano non ha”. E il suo proclama politico è tutto baudelairiano: “Monarchico anafilattico, / allergico repubblicano, / idiosincratico socialdemocratico. / Rimasto son solo, / ho preso lo scolo: / Non voterò!” L&#8217;ironia dadaista si fa sempre più acida e feroce.</p>
<p style="text-align: justify;">“Invasione, fallimenti / bombeatomiche, tormenti / fame, preti, seghemezze / tutte queste son pagliuzze. // Peste, rogne, inondazioni, / influenze, insurrezioni / spie, fascisti, partigiani, / delinquenti, e battipani // Tutto meglio all&#8217;ingiunzione / del coacervo liberale / che ti manda l&#8217;ufficiale / a pigliar la tua magione.” L&#8217;oggetto dei suoi assalti poetici sono mercanti, finanzieri e banchieri (“Sacerdoti del pareggio / con la banca dello strozzo”), democristiani, borghesi, modernisti e progressisti, procuratori e questori, governatori e dottori, ingegneri e cocchieri, fascisti, liberali, deficienti, comunisti, radicali, cornuti e finocchi, viriloidi e lesbiche, spie e delinquenti, ministri (“[&#8230;] ministri Saltinbocca e Mozzarella / e &#8216;l loro degno presidente Tarantella”) e avvocati (“Caro avvocato sadico e ristretto / dal sudicio sguardo da strozzino / hai una figlia che non ho mai visto / […] / stai attento: tua figlia verrà uccisa” – “Caro avvocato guarda bene / la moglie tua verrà insultata / da quattro sante prostitute / e davanti a te saran sapute / di tutte le ordure di gioventù” – “a Bologna, a Modena, a Milano / e c&#8217;è l&#8217;illustre castrato / generale avvocato di culano / che quando parla tiene in mano / un finto cazzo levigato”). E sogna una qualche rivolta né fascista né antifascista, né comunista né anticomunista, né filosovietica né filoamericana (Delfini scrisse tra l&#8217;altro un <em>Manifesto per un partito conservatore e comunista</em>, che sarebbe dovuto nascere nelle capitali degli stati d&#8217;Italia, contro l&#8217;unità mitizzata dal Risorgimento piemontese, le riforme agrarie e i grandi affaristi del capitalismo, e fondato sulla proprietà terriera, negli interessi di contadini e operai, ai tempi ancora cari alla sinistra). E sogna ironiche punizioni, castigando in versi gli appartenenti ai partiti di quella che oggi è chiamata prima repubblica (rispettivamente i democristiani con olio di ricino se di sinistra, con vino democristiano se di destra, con acqua del Meridione se di centro, e i comunisti, i socialisti e i socialdemocratici con la Coca-Cola, i liberali col Cynar, i radiali e i repubblicani con la Corona, non intesa come birra bensì come monarchia, e i monarchici con l&#8217;edera dello stesso P.R.I.).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;amarezza e disincanto che prova rispetto alla patria non vale soltanto per le donne ma anche per gli amici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Molto più bello, più intelligente, più ricco e più aristocratico degli amici che ho avuto, mi sono trovato davanti alla barriera terribile e armata dei loro difetti, vizi e capricci: gelosia, narcisismo e sfrenata (ma sorda) ambizione.</strong> Né geloso, né ambizioso, […] mi sono scoperto (ma troppo tardi) un difetto […]: una mitezza eccessiva nata dal desiderio di non soffrire mai o il meno possibile, si è convertita nel tempo in pigra contemplazione e in una sorda velleitaria rivalsa che non è mai sfociata in una conclusiva spiccata vendetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivo continua questa brutta storia. La mia è una discesa continua; talvolta procurata dagli amici che ho avuto; tal&#8217;altra, aiutata dalla mia disperazione a vedere gli amici che ho avuto, guardarmi, compiaciuti (col loro sguardo freddo tra di tedesco, di eunuco, e di triglia) scivolare verso il basso. Ma si illudono. Poiché il basso verso il quale scivolo, non è che un elevatissimo altipiano: mentre alle loro spalle, di sulle vette dalle quali par che mirino altezzosi, coi loro sguardi annoiati e incomprensibili, li attende il baratro)”.</p>
<p style="text-align: justify;">E l’amarezza e il disincanto che prova per donne e amici è uguale a quello verso gli intellettuali in Versilia: “Dopo una giornata con gli scrittori, non mi riusciva nemmeno di leggere. Passavo momenti in cui desideravo veramente uccidere. <strong>Pochi scrittori, credo, hanno odiato gli altri scrittori come li ho odiati io. </strong>Avevo una naturale simpatia per uno solo di loro” – “Parlare di quegli svariati e uniformi gruppi mondani che dovetti conoscere e frequentare mio malgrado, mi fa avere ancora oggi un senso di smarrimento della mia personalità, come se avessi vissuto e continuassi a vivere in una perenne vergogna morale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1935 si è trasferito a Firenze proprio per poter frequentare il mondo degli intellettuali, ma ne è deluso.</p>
<p style="text-align: justify;">Vive “l&#8217;agonia dello spirito” e ha voglia tornare a casa, rendendosi però conto di non poterlo più fare, come confesserà poi nella splendida introduzione a <em>Il ricordo della basca</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sente “un borghese sulla via della delusione” che ammette l&#8217;inanità (“non sapevo veramente che cosa fare”), legge Stendhal, “una disgrazia”, e, appena può, fugge a Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Firenze non riesce davvero a vivere (“la sprecata vita letteraria dell&#8217;inverno fiorentino”), per cui torna continuamente a Parma e a Modena</strong>, che ritrova solo allora, ora che se n’è andato via, e così, attraverso quella distanza, la città diventa quasi irreale… E spesso a Bologna, dove si reca per seguire le orme di Stendhal, ripercorre, perdendosi, le strade di Campana (“mi perdevo […] negli itinerari di Dino Campana”), girando fino alle due, fine alle tre del mattino per poi tornare a Firenze col primo treno…</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">“Come salivo su quel treno che proviene da Verona, va a Bologna passando per dolci sinuosi paesi come Camposanto, San Giovanni in Persiceto e Crevalcore […], come salivo su quel treno andavo ripensando di un giorno lontano, di un ottobre solare, di un giorno semplice, senza visioni particolari, senza tenebre, chiaro e disadorno, pieno del rieccheggiamento di echi famigliari che ogni strada e ogni piazza che avevo attraversa, mi rimandavano avvolgendomi in un mantello morbido e sottile combinato di un tessuto fatto di aria, di luce, e profumato delle vaghezze autunnali, dei prati e dell&#8217;uva matura, filtrate attraverso le porte della città, dei vicoli, delle piazzette rinchiuse. Ricordo di raggi di luce di un oro tenue e leggero che andava a consolidarsisui muri del Palazzo Ducale, sulla chiesa di San Bartolomeo, sullo sfondo del Corso Reale. Era un giorno lontano…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62696 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/23664-200x300.jpg" alt="Delfini" width="132" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/23664-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/23664.jpg 600w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Nasce così il suo capolavoro, <em>Il ricordo della Basca</em>, volume di novelle in prosa decisamente poetica, baudelairiana,</strong> che “fu il meno diffuso, della collezione meno diffusa, dell’editore meno diffuso d’Italia”, Lischi di Pisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Opera che ripercorrerà, verso la metà degli anni ’50, quando, a Roma, scriverà l’introduzione, traccia di un lavorio che culmina nel gioco di specchi tra questa piccola autobiografia e le poesie della fase che segue il 1958.</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura di Delfini si fa allora tentativo di ricostruire, dai ricordi, le connessioni di avvenimenti non solo <em>personali</em> ma anche <em>nazionali</em>, con un senso apocalittico di fine del mondo, e infatti nel febbraio 1959 annota di voler tentare “l&#8217;anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo. Ultimi giorni che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere”, tra memorie, rimorsi, visioni, fine di speranze e brame d&#8217;assassinio, identificando e minacciando i colpevoli, come Pasolini, prima di Pasolini, più di Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua <em>malattia</em> è stata quella di partire, per Firenze prima e per Roma poi, perché l&#8217;Emilia la lasciava malvolentieri, e i suoi ritorni “dalla stazione Termini alla stazione di Modena, erano sempre stati accompagnati da una grande euforia, da una pienezza di propositi e da una sconfinata gioia di vivere”, e la ragione è presto svelata: “<strong>Fra parentesi dichiaro il mio odio per tutti coloro che per Roma o da Roma hanno voluto, contro di me e contro molti altri italiani, gettare il seme dell’avvilimento sul mio – sul nostro – sentimento orgoglioso di non essere nati a Roma</strong>, di non vivere a Roma, e sulla mia – nostra – impressione che a Roma, e soltanto a Roma, si trovi quella data forma di vita che gli avvilitori di questo secolo chiamano <em>provincia </em>e<em> provincialismo</em>.”</p>
<p>La capitale lo farà ammalare del pregiudizio o complesso del provincialismo che ammorba gli intellettuali:</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo che se non avessi conosciuto degli intellettuali, e li avessi frequentati ancor meno di quanto li avessi frequentati fin allora, non sarei partito per Roma. Perché partire per Roma significava sottomettermi a una specie di complesso di inferiorità, che gli intellettuali mi avevano rivelato, e col quale non seppi giocare disinvoltamente a pallino. Era il loro complesso di inferiorità, e, <em>par delicatesse</em>, finsi di esserne anch&#8217;io infettato. […] Il complesso di inferiorità si chiamava (e si chiama tutt&#8217;ora) <em>provincia</em>. Si badi però a quanto dico. Il loro complesso non stava nell&#8217;essere dei provinciali […] ma nel parlare, nel giudicare, <em>di una provincia</em>,<em> di un provincialismo</em>,<em> nel contagiare di un timore della provincia</em>, e nell&#8217;isolarsi in una torre, o in una valle segreta, o nel centro di una grande città, o nel salotto di una signora dentro una villa, <em>fuori della provincia.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Roma il poeta padano troverà infatti solo intellettuali che definisce con sprezzo, in francese, <em>assommants</em>, ossia che tendono a umiliarlo (“come se fossi un vecchio socialista, che delinquenti squadristi si fossero portati in giro dileggiando”), ad annullarlo</strong> (“Non ero più nessuno. Ero stato raccolto, spremuto per quel che valevo materialmente, e gettato via”), e a renderlo quindi inerte, lui che, senza studi e laurea, era partito come se dialogare con Cardarelli e Bacchelli in terra padana valesse meno che farlo a Firenze oppure con D&#8217;Annunzio, di cui ricordava una grottesca adorazione nella sua Modena: “Camerati, non dimentichiamo Gabriele d&#8217;Annunzio. Per il Condottiero eja! eja! eja!”, e “Alalà!”, gli rispondeva oscenamente il coro dei fascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua Modena non poteva dunque esser quella del fascismo, bensì una città medievale e baudelairiana, sfumata nella nebbia e ricolma di strane figure: romantiche se in accordo con tale identità; grottesche quando figlie del regime italico…</p>
<p style="text-align: justify;">Modena di modiste e marchesi, di puttane e puttanieri, di mariti che scompaiono nel nulla, mogli e amanti, signore impiumate e sculettanti, vecchi maestri soli e con la paura della morte, e Felice e suo fratello uscito di prigione, condannato a tre anni per truffa, i quali, in due, <em>soddisfano</em> la stessa donna, fino alla rovina, senza dimenticare – e come si potrebbe mai farlo? – “l’indimenticabile dandy” – la nitida proiezione di Delfini – che frequenta pittori, scrittori, giornalisti e famiglie bene, giocatore d&#8217;azzardo, spendaccione e dongiovanni che si proclama “scrittore e contrabbandiere, ricco e fortunato, brillante e famoso […] per farvi crepare di rabbia, gente impacciata cattiva pettegola paurosa e senza stile”, per prendere le distanze dalla gente – “gente […] moscia, gnaulante e ottusa” – “gente senza poesia” – “siete della merda” – gente di Modena, tra la quale c&#8217;è tuttavia anche la deliziosa apparizione della “diciottenne saltellante ed allegra Gina che coi suoi occhi neri, capelli bruni, le anche entusiaste, le gambe lunghe e tornite, già si era resa famosa in città pur preservando la sua purezza di fanciulla. Sotto il Portico del Collegio, durante i rumorosi e affollati andarivieni del mezzogiorno domenicale, era un fiorire di elogi detti grassamente in dialetto all&#8217;indirizzo della bella Gina, la quale, nella sua inavvertita solitudine passava più volte sotto quei frizzi e sotto quegli sguardi, lieta e confusa, col cuore imaginosamente pieno di un luminoso e rombante avvenire che le si presentava caoticamente con giovanile sicurezza. […] Già qualcuno l&#8217;aveva fermata, la domenica, nella stretta via di San Michele, mentre ella volgeva verso casa. Il più svelto di tutti, il Marchesino B., l&#8217;aveva palpata ben bene mentre lei ridendo cercava di liberarsi per salire presto in casa ancor timorosa che il fratello non la redarguisse”, e poi ancora, in campagna, la romanticissima ballata di un fidanzato, Teodoro, partito a cavallo da un paesino della zona incolta della pianura per andare dalla sua amata, che vive in una villa a cento chilometri e che vuol sposare per avere una famiglia, più che l&#8217;amore, dopo avere avuto tante ragazze da cui veniva infine sempre disgustato; perché i due: “Avevano in comune, e ne gioivano tacitamente, quell’educazione che non insegna e che non fu insegnata, dote somma che lascia talvolta all&#8217;uomo la libertà di sentirsi vicino a Dio”; e ora sogna: “Andremo a letto, e dormiremo, ché ne abbiamo bisogno, poiché sono trentacinque anni che non dormo, e lei trent&#8217;anni. E ogni volta che ci addormenteremo, diremo che non ci sveglieremo più per l&#8217;eternità. E quando ci saranno i bambini, anche i bambini diranno così con noi. […] Quello che facciamo noi è la cosa più antica e più rara della terra: l&#8217;amore. C&#8217;è una società che ha reso questa parola ridicola. E noi ne siamo felici, perché il nostro amore è ridicolo, noto antico, sorpassato, ma unico perché solamente te ed io lo conosciamo&#8230;”; e lei uguale;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c’è la basca che dà il titolo a una novella e alla raccolta, testo che qui resta implicito e se ne riempiono i margini, perché non può esser riassunto o accennato, ma letto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Modena, ricorda lo scrittore, gli facevano i complimenti nel 1935, quando non aveva pubblicato un bel niente, non una critica non un premio non un ministro ammazzato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E poi, anni dopo, uscito <em>Il ricordo della basca</em>, silenzio, indifferenza, disprezzo, a dispetto del suo amore per la città (“Duomo torre e casa mia / voglio con te andar via”, scrive in un altro distico, della poesia <em>Non c&#8217;è niente da fare</em>), delle sue evocazioni del passato nel presente (“Tempo in cui le mura della città erano ancora intatte, e poche case sparse picchiettavano la solitudine della pianura”), come in un sogno, “confusa nella nebbia della pianura”, come nel sonno che spesso avvolge la campagna circostante, “il sonno dei campi sotto il sole”, il cui il ricordo della basca, figlia di una terra regionalista, si fa insomma ricordo di “quella parte della pianura, chiamata la Bassa, la cui vegetazione rigogliosa, coi campi simmetricamente divisi da lunghi filari di alti alberi vitati, e di tanto in tanto cosparsi da pioppe cipressine, dà l&#8217;idea di un&#8217;enorme infinita città signorile, mai apparsa e mai distrutta”, terra di stradine, alberi, campanili, e di malinconie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo s&#8217;immagini e ricordi a guardare fuori attraverso i vetri di un caffè, senza poter vedere il colonnato dei portici medievali, velato dalla nebbia, a pensare alla morte… Perché per i poeti: “L&#8217;unica via possibile è la morte”. Perché veramente: “Viva la f&#8230;!” / grida il popolo emiliano. / Sfonda una diga. // <strong>La morte è un piano / di ricostruzione / per la reazione”.</strong> Perché è il miglior ricordo, ora che sono passati centodieci anni dalla nascita del poeta, ottanta dalla prima edizione de <em>Il ricordo della basca</em>, e sessanta da questo verso, vergato a Modena: “non è il disastro che conta, / è l&#8217;assente sospiro che monta”. Perché: “Non c&#8217;è cosa più bella al mondo, non c&#8217;è ora più felice, come quella di incontrare una persona che ti ha fatto piangere al solo vederla, e che ti dice ogni cosa, come se ti conoscesse dall&#8217;infanzia, spontaneamente, senza misure e senza paure.” E chi vuol provarci tenti pure, con tanti auguri, di trovare prose e versi più potenti di quelle del poeta che voleva incendiare, senza misure né paure, la Bassa, e l&#8217;Italia.</p>
<p>Il suo ricordo della basca, e in parte della Bassa, è l&#8217;antidoto a uno più diffuso, “quello di far schifo ai vivi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-petrarca-allucinato-il-baudelaire-padano-sulla-poesia-di-antonio-delfini-lautore-piu-incendiario-della-letteratura-italofona-del-novecento/">Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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