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	<title>Debora Serracchiani Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Di’ qualcosa di sinistra”. L’insostenibile lessico della Sinistra</title>
		<link>https://www.pangea.news/lessico-sinistra-grittani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2022 04:31:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[D&#039;Alema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«D’Alema, di’ qualcosa di sinistra» evocava Nanni Moretti (Aprile, 1998). Ridimensionando subito le pretese,&#160;quando si accorse che&#160;nel confronto&#160;televisivo&#160;con Berlusconi, Fini, Bossi e Dini stava soccombendo vittima della sua&#160;dialettica sofisticata, pretenziosa, francamente insopportabile. «D’Alema, di’&#160;soltanto una cosa. Anche non di sinistra.&#160;Una cosa di civiltà». Un appello che da ironico&#160;si sarebbe fatto&#160;disperato, quando sempre Moretti (stavolta&#160;a&#160;piazza Navona,&#160;febbraio [&#8230;]</p>
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<p>«D’Alema, di’ qualcosa di sinistra» evocava Nanni Moretti (<em>Aprile</em>, 1998). Ridimensionando subito le pretese,&nbsp;quando si accorse che&nbsp;nel confronto&nbsp;televisivo&nbsp;con Berlusconi, Fini, Bossi e Dini stava soccombendo vittima della sua&nbsp;dialettica sofisticata, pretenziosa, francamente insopportabile. «D’Alema, di’&nbsp;soltanto una cosa. Anche non di sinistra.&nbsp;Una cosa di civiltà». Un appello che da ironico&nbsp;si sarebbe fatto&nbsp;disperato, quando sempre Moretti (stavolta&nbsp;a&nbsp;piazza Navona,&nbsp;febbraio 2002) rivolgendosi ai dirigenti dell’allora Partito Democratico&nbsp;di Sinistra&nbsp;disse «mi dispiace ma fin quando alla guida di questo partito ci sarà la burocrazia alle mie spalle, noi non vinceremo mai».&nbsp;Fornendo,&nbsp;al suo&nbsp;personale ma ancora insuperato&nbsp;anatema, connotati così lucidi da sembrare inquietanti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Ascoltando gli ultimi interventi (Fassino e Rutelli, NdR), che scarso rispetto per le opinioni delle elettrici e degli elettori. Nei precedenti interventi si richiedeva un minimo di autocritica rispetto alle scelte di questi ultimi anni, rispetto alla timidezza, rispetto alla moderazione, rispetto al non saper più parlare alla testa, all’anima e al cuore delle persone…».</strong></p></blockquote>



<p>Chiunque ne avrebbe tratto&nbsp;una necessaria&nbsp;lezione per il futuro, soprattutto perché si trattava di opinioni largamente condivise&nbsp;(oggi come allora). Invece la Sinistra non solo le ha ignorate ma le ha&nbsp;quasi subito&nbsp;ritenute acqua passata, come quelle classi magistrali che dopo qualche ripasso credono di aver imparato tutto quello che c’era da imparare e si&nbsp;professano&nbsp;«pronte».&nbsp;Per un’altra battaglia&nbsp;di parole.&nbsp;Già, ma da combattere con quali, visto che non ne&nbsp;hanno più. E che, nella maggioranza dei casi, non sanno più&nbsp;dirle, enunciarle, porgerle a chi ascolta.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Smacchiare il giaguaro,&nbsp;un “non sense” da cinema muto.</strong></p>



<p>Durante la campagna elettorale del 2013 gli italiani impiegarono oltre due mesi per capire cosa significasse – o volesse significare – l’affermazione un po’ arrogante e un po’ sgangherata di Pier Luigi Bersani:&nbsp;«Stavolta dobbiamo smacchiare il giaguaro». Mentre la Destra col suo linguaggio fisico,&nbsp;la sua prossemica inequivocabile e la sua semantica un po’ malconcia ma certamente più efficace, macinava numeri, intenzioni, auspici e promesse espresse&nbsp;perlopiù&nbsp;a vanvera, la Sinistra trascorse&nbsp;più di&nbsp;due mesi a svelare al mondo il&nbsp;presunto&nbsp;mistero del giaguaro. Quando ci riuscì le elezioni si erano già tenute, il risultato fu così striminzito che per portare a morte naturale quella Legislatura ci vollero ben tre presidenti del Consiglio (Letta 2013/14, Renzi 2014/16 e Gentiloni 2016/18).&nbsp;<strong>Cosa&nbsp;ci fa&nbsp;un giaguaro in una campagna elettorale?&nbsp;La stessa aspettativa di vita di un gatto in tangenziale.&nbsp;Cosa avrà mai da spartire coi bisogni di un popolo che intende essere guidato, amministrato e talvolta consolato? </strong>Solo nel 2019, sei anni dopo quella infelice e tortuosa trovata che passò alla storia come una caduta da cavallo senza nemmeno esserci&nbsp;mai&nbsp;salito, Bersani trovò&nbsp;il coraggio e l’ironia per commentarla: «Era un modo di dire che ai vecchi baroni andava data una smacchiata, tra i vecchi baroni c’era ovviamente anche il Berlusca».&nbsp;Un “non sense” da cinema muto. Che ai più attenti, tuttavia, stava già dicendo quale deriva autoreferenziale stesse prendendo la Sinistra italiana. E perché era impossibile correggerne la rotta.</p>



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<p>*</p>



<p><strong>L’ossessione di Berlusconi,&nbsp;la sciagurata rinuncia all’identità.</strong></p>



<p>La verità vera è che dopo la famigerata discesa in campo del 1994, la Sinistra ha trovato il&nbsp;giullare e&nbsp;malinconico nemico che fino ad allora gli era mancato. Berlusconi per la Sinistra è stato bersaglio, proiettile e persino pistola di certe “menti sopraffine”&nbsp;che hanno ossessivamente ristretto sul Cavaliere ogni ricerca semantica e ogni forma di antagonismo lessicale. Da&nbsp;Burlesquoni&nbsp;a&nbsp;Cavaliere Mascarato,&nbsp;da&nbsp;Sua Emittenza a Bellachioma,&nbsp;da&nbsp;Testa d’Asfalto&nbsp;a&nbsp;Psiconano (cit.&nbsp;Beppe Grillo),&nbsp;a&nbsp;Er Catrame, Nanefrottolo, Tappone, Caimano, Silviolo&nbsp;e&nbsp;l’Ottavo nano.&nbsp;Una concentrazione di insulti&nbsp;e imprecazioni&nbsp;che racconta da sola, senza bisogno di aggiungere altro, la sterilità degli argomenti dei rivali&nbsp;di Berlusconi, che per primo – da abilissimo comunicatore qual&nbsp;è stato&nbsp;– pensava di avere a che fare con degli avversari e invece si è trovato di fronte solo&nbsp;prodromi di&nbsp;<em>hater&nbsp;</em>in giacca e cravatta.&nbsp;La&nbsp;debolezza strutturale all’origine dell’impoverimento della lingua della Sinistra è&nbsp;stata,&nbsp;per l’appunto,&nbsp;la mancanza di argomenti che andassero oltre l’odio personale, l’assenza di una controffensiva verbale degna della più tenace tradizione della Sinistra. A 12 anni Antonio Gramsci urlava sul marciapiede di scuola «vogliamo il salario, vogliamo l’orario di lavoro, viva il grande sciopero<em>», </em>a quasi 60&nbsp;Walter&nbsp;Veltroni sui gradini di piazza del Popolo (Convention Pd,&nbsp;2015)&nbsp;più timidamente auspicava</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«andrebbe riformata questa sinistra aprendo a fenomeni civici sempre più interessanti e senza pensare che rappresentino la negazione della nostra storia».</strong></p></blockquote>



<p>Detto fatto. In moltissimi comuni italiani, il Pd&nbsp;e Sinistra Italiana&nbsp;non presentano&nbsp;nemmeno più il proprio logo per evitare che eventuali&nbsp;ben disposti&nbsp;al voto possano cambiare idea, respinti dalla&nbsp;loro&nbsp;stessa identità.&nbsp;Dalla&nbsp;loro&nbsp;storia.&nbsp;Un peccato originale da cui sarà impossibile tornare indietro.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Pancetta o Guanciale?&nbsp;Diteci che è uno scherzo.</strong></p>



<p>La storia recente e non solo della Sinistra è attraversata da macchiette come quelle di Piero Fassino, quando in un&nbsp;<em>ipse dixit&nbsp;</em>ormai passato alla storia esortò Beppe Grillo&nbsp;«se mai ne avesse avuto il coraggio, a fondare un&nbsp;proprio&nbsp;partito, a mettere in piedi un’organizzazione e a presentarsi alle elezioni». Grillo seguì&nbsp;alla lettera&nbsp;il consiglio e nel 2018 il Movimento 5 Stelle divenne primo partito d’Italia, polverizzando il Pd&nbsp;ovunque (anche a Torino, dove espresse anche la sindaca Chiara Appendino). Ma non solo di strafalcioni è composta l’infelice vita&nbsp;interiore&nbsp;del Pd, bensì di&nbsp;metafore, citazioni e slogan dadaisti (come quello attuale,&nbsp;diteci che è scherzo per favore!), paradossi&nbsp;semantici&nbsp;di chi&nbsp;sarebbe&nbsp;nato per&nbsp;parlare al popolo&nbsp;ma&nbsp;sembra aver del tutto&nbsp;smarrito la parola, la sua efficacia e la passione con cui andrebbe difesa.&nbsp;Condizionata&nbsp;dall’arroganza dell’élite intellettuale e da una presunzione di superiorità che non trova ragioni (né storiche né ideologiche), la Sinistra ha clamorosamente fallito tutte le campagne elettorali degli ultimi trent’anni. Compresa quella in corso.&nbsp;A prescindere dalla&nbsp;improbabile&nbsp;presa su famiglie, imprese e opinione pubblica in generale di slogan come&nbsp;«Pancetta o Guanciale», rimane come un macigno&nbsp;sullo stomaco di tutti&nbsp;l’impressione che per la Sinistra tutto continui a essere un gioco a cui cimentarsi perché obbligata. Una sciarada in cui tutto dovrebbe assumere significati più o meno chiari, senza rinunciare a un tocco di eleganza e improvvisazione che rende le parole rivolte agli Elettori ancora più&nbsp;empatiche (ebbene sì, la Sinistra dove aver disintegrato il significato della parola&nbsp;«resilienza»&nbsp;è passata a fare lo stesso con&nbsp;«empatia»: anche qui con brillanti risultati). Il focus della Sinistra, che per tutta la sua&nbsp;lunga&nbsp;stagione&nbsp;politica è stato il popolo, oggi è&nbsp;un’indagine demoscopica in cui malesseri, difetti, delitti e imperfezioni di un partito molto simile a una setta non solo non sono mai stati&nbsp;corretti&nbsp;ma sono esacerbati&nbsp;fino a diventare&nbsp;un archivio di Stato,&nbsp;un muro di gomma.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La simbolica parabola&nbsp;di Debora Serracchiani</strong></p>



<p>Quando evocate l’antico adagio secondo cui si nasce incendiari e si muore necessariamente pompieri, pensate alla simbolica&nbsp;parabola&nbsp;di Debora Serracchiani. Dentro l’involuzione del suo lessico, dentro la scomparsa della sua&nbsp;affascinante&nbsp;dialettica – un tempo combattiva e feroce, oggi compassata e&nbsp;quasi&nbsp;misericordiosa – c’è tutto il disastro linguistico e pedagogico della Sinistra italiana.&nbsp;<strong>La Serracchiani fu presa proprio per il suo ardore, oggi è un tizzone spento&nbsp;da secoli. Fu inquadrata perché rappresentava la tensione emotiva del nuovo, oggi ascoltarla fa addormentare le signore sotto il casco dal parrucchiere.</strong>&nbsp;La Sinistra non è&nbsp;solo vittima di un palese imborghesimento, ma ostaggio di personalità&nbsp;antitetiche&nbsp;capaci di annullarsi a vicenda. Ecco perché non c’è più alcuna lingua nella Sinistra, perché a parlare non sono più persone ma ologrammi. Perché a esprimersi non sono più politici ma commissari prefettizi, che nel loro dizionario domenicale ed ecumenico sono capaci di esprimere al massimo una contrarietà,&nbsp;mai una ragionata (e magari pasoliniana) indignazione. Ecco perché non c’è più fiato nelle parole della Sinistra, perché i polmoni da cui attingono sono stati trapiantati dentro logiche così diverse e opposte tra loro che adesso producono solo gli effetti del&nbsp;rigetto. Ed ecco, infine, perché della Sinistra non interessa più niente a nessuno, perché dentro quelle formule&nbsp;argomentali&nbsp;– così dozzinali, bassamente globali e pubblicitarie – non c’è più nessuno che possa sentirsi rappresentato. Men che meno la pancetta e il guanciale, che sono – e restano – cose troppo serie perché possa occuparsene questa Sinistra.</p>



<p>***</p>



<p><em>* Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Il suo ultimo romanzo,&nbsp;La bambina dagli occhi d’oliva&nbsp;(Arkadia Editore, 2021), ha vinto il premio Alda Merini 2022, il premio Città di Siena 2022 ed è stato finalista al premio Città di Grottammare-Franco Loi 2022. È editorialista del&nbsp;Corriere del Mezzogiorno, scrive per&nbsp;Pangea. È consulente di diverse case editrici italiane, dirige la collana di reportage narrativi&nbsp;Dispacci Italiani / Viaggi d’amore in un Paese di pazzi&nbsp;per&nbsp;Les Flaneurs Edizioni&nbsp;(Bari).&nbsp;</em></p>
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