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	<title>Dante Virgili Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Inchiesta su Dante Virgili, lo scrittore “mostruoso”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2023 05:39:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Franchini]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabrizio Testa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cronaca della fine è il romanzo/saggio di Antonio Franchini (scrittore in catalogo Marsilio e Feltrinelli, ora direttore editoriale Giunti) che racconta la vicenda umana ed editoriale di Dante Virgili, scrittore dalla vita oscura, esteticamente ributtante, esperto d’ippica, povero diavolo. Un libro pubblicato negli anni Settanta, La distruzione, dove il protagonista, grigio impiegato con fantasie naziste [&#8230;]</p>
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<p><a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2970194/cronaca-della-fine" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Cronaca della fine</em> è il romanzo/saggio di</strong> <strong>Antonio Franchini</strong></a> (scrittore in catalogo Marsilio e Feltrinelli, ora direttore editoriale Giunti) che racconta la vicenda umana ed editoriale di <strong>Dante Virgili</strong>, scrittore dalla vita oscura, esteticamente ributtante, esperto d’ippica, povero diavolo.</p>



<p>Un libro pubblicato negli anni Settanta, <em>La distruzione</em>, dove il protagonista, grigio impiegato con fantasie naziste e sadomasochiste, sogna la fine del mondo e il ritorno del Führer. Romanzo che non fece il <em>botto</em> e scomparve tra cascate di carta stampata dopo due anni di dibattiti e letture in redazione tra i funzionari di allora e il loro direttore editoriale, il poeta Vittorio Sereni, per decidere la pubblicazione.</p>



<p>Nel 1990 l’omino ritorna (anche se forse non se ne era mai andato, mantenuto da quegli stessi funzionari grazie a sovvenzioni volontarie e richiesti per lavori free lance come traduttore) e porta in Mondadori un nuovo romanzo, <em>Metodo della sopravvivenza</em>, che però il nuovo direttore editoriale, Antonio Franchini, non esita a bocciare.</p>



<p>I due libri verranno poi ristampati da Pequod e recentemente da Il Saggiatore e Off Topic.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788829701940_92_1000_0_75-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94084" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788829701940_92_1000_0_75-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788829701940_92_1000_0_75-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788829701940_92_1000_0_75-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788829701940_92_1000_0_75.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>Recentemente le ossa di Dante Virgili sono state “salvate” dal tuffo nell’ossario comunale <a href="https://www.ilgiornale.it/news/caccia-spoglie-erranti-maledetto-dante-virgili-1107935.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">grazie al pronto intervento di Gerardo De Stefano, fine cultore del misterioso scrittore, e dell&#8217;anarchico stirneriano ed editore irregolare, e Andrea Lombardi.</a></p>



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<p>“È stato il desiderio di raccontare una storia che non si conosceva”, mi racconta al telefono <strong>Antonio Franchini</strong>, “forse adesso se ne sa pure tanto perché sono arrivati poi tempi maturi per contestualizzare quell’esperienza. Mi interessava raccontare, anche dall’interno, i meccanismi delle decisioni editoriali che all’epoca cominciavano ad interessare un pubblico maggiore, rispetto agli anni passati che non interessavano quasi a nessuno. Oggi forse interessano anche a troppi”.</p>



<p><strong>Ma come mai, nel 1990, bocciare allora quel suo secondo romanzo? Molto più completo e leggibile de <em>La distruzione</em>. Il protagonista pare un assonnato Bukowski italiano che si muove, in quell’afosa e solitaria estate del ’90, tra edicole e sale corse, prostitute e spacci alimentari. L’estate dei mondiali giocati in Italia e della guerra in Kuwait.</strong></p>



<p>“Non ho mai avuto particolare dubbi. Gli aspetti che evidenza ci sono ma il mondo editoriale agli inizi degli anni Novanta era piuttosto convenzionale rispetto a come è oggi e a com’era stato prima. Gli anni Novanta sono stati un periodo piuttosto piatto, con tuttavia alcune eccezioni. Mentre qualche cosa di nuovo è stato fatto negli anni Ottanta (anche come reazione agli anni Settanta, sono gli anni di De Carlo, Tondelli) perché la narrativa pure in quegli anni di contestazione era quasi considerata un disimpegno. La scena letteraria del periodo era davvero poco mossa. Ero arrivato da poco alla Mondadori e nessuno si aspettava un libro come quello di Virgili. Nessuno all’epoca, al contrario di oggi, aveva il concetto della nicchia, il concetto dell’opera interessante perché estrema. Quindi l’opera di un personaggio eccentrico non era collocabile”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="738" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75-738x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94085" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75-738x1024.jpg 738w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75-768x1066.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75-600x833.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/9788842822219_92_1000_0_75.jpg 778w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /></figure>



<p><strong>Virgili muore solo. Lo storico editor della Mondadori, Ferruccio Parazzoli, lo trova riverso in terra, gonfio e color vinaccia. Da vivo vomitava in pubblico, un bolo in gola gli impediva di triturare bene il cibo e così mangiava solo prosciutto cotto e carne crudo. Assomigliava vagamente al pupazzo Provolino per via degli incisivi superiori sporgenti. Era con tutta probabilità un bisessuale con tendenze sadomasochiste, in un Italia ancora molto lontana dal conoscere fantasie sessuali estreme. Eppure quegli stessi funzionari lo aiutarono per vent’anni, tramite collette, passandogli lavoretti occasionali&#8230;</strong></p>



<p>“Virgili era sicuramente una persona in grado di colpire; il fascino del mostro era il fascino che Virgili emanava. I dirigenti di quella Mondadori, che non erano sicuramente persone che si lasciavano impressionare dal primo che passava, furono a vario titolo molto impressionate da questa strana figura. Io lo incontrai un paio di volte, ma il mio coinvolgimento emotivo era lontano, non era un’ossessione che mi appartenesse da un punto di vista esistenziale. Perché lo vivevo come un uomo di un’altra generazione che aveva avuto modo di esercitare la sua influenza sui suoi coetanei. Su quei dirigenti che poi scelsero di pubblicarlo, di seguirlo”.</p>



<p><strong>La loro storia le interessava, altrimenti non avrebbe scritto questo libro, ma resta comunque la loro storia. Giusto?</strong></p>



<p>“Sì, poi c’era tutto questo discorso sulla continuità rispetto ad oggi. Oggi il mondo dell’editoria segue regole completamente diverse. Influenzato da cose molto diverse. Oggi è più importante leggere la contemporaneità, rispetto al passato. Era un mondo più piccolo, con molti meno scrittori. I rapporti erano più profondi, duravano di più. L’atto della pubblicazione era un atto importante. Se pubblicavi qualcuno, quello diventava un autore della tua casa editrice, costitutiva un pezzo di quello che stavi facendo e quello che avresti fatto”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="715" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/distruzione002-715x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94086" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/distruzione002-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/distruzione002-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/distruzione002-600x859.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/distruzione002.jpg 754w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p>Forse è proprio così, oggi pubblicare un libro ha un valore simbolico molto basso e l’esperienza è meno profonda.</p>



<p><strong>Dante Virgili fu sepolto nel 1992. Di lui non esiste nemmeno una fotografia. Il certificato di morte risulta introvabile. I lontani parenti delle Marche ne sanno meno di me.</strong> Ma a quanto risulta ce ne sono anche in Calabria! La fondazione Garzanti, dove abitò per qualche tempo, ormai non esiste più. I funzionari che lo supportarono negli anni Settanta oggi sono tutti defunti.</p>



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<p><strong>La mia sete di curiosità si è spinta oltre e sono riuscito a parlare con la moglie di Piero Buscaroli, personaggio scomodo, musicologo e direttore del quotidiano “Roma” negli anni Settanta e amico dello scrittore,</strong> che mi ha confermato delle reali frequentazioni tra i due. Me lo ha descritto come un uomo qualunque, sicuramente non ributtante né problematico. Semplicemente, un uomo medio dell’epoca, con i suoi tic e le sue preoccupazioni che faceva spesso leggere i suoi scritti.</p>



<p>Personaggio reale gonfiato poi con la fantasia tipica dei bravi narratori non importa; come ha scritto anni fa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2004/05/04/l%E2%80%99odiatore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Roberto Saviano su “Nazione Indiana”,</a><em> “</em>la prosa di Virgili è fatta per essere iniettata sotto pelle”<em>.</em> Solo così potremmo sublimarci con il fascino del male e forse meglio fronteggiare questo mondo sempre più tetro.</p>
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		<title>Come se dovessero espiare una colpa: grand tour tra le tombe dimenticate di due grandi, Dante Virgili e Dino Campana (colti da imbarazzo e commozione)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 06:49:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Talvolta presso il volgo e i poeti dicesi Caso quella Cagione fantastica degli accidenti, che si è chiamata con altro nome Fato, Destino, Sorte, Fortuna. Ed è sicuramente per un caso che una mattina di fine estate di qualche anno fa mi recai al cimitero Musocco di Milano in cerca della tomba di Dante Virgili. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Talvolta presso il volgo e i poeti dicesi Caso quella Cagione fantastica degli accidenti, che si è chiamata con altro nome Fato, Destino, Sorte, Fortuna. </em><strong>Ed è sicuramente per un caso che una mattina di fine estate di qualche anno fa mi recai al cimitero Musocco di Milano in cerca della tomba di Dante Virgili.</strong> Lo feci dopo aver letto i suoi due romanzi, ma soprattutto dopo aver letto quel libro strepitoso che si intitola <em>Cronache della Fine</em> (Marsilio, 2003), di Antonio Franchini, che racconta perfettamente la strana vicenda umana, editoriale e letteraria dello scrittore della <em>Distruzione</em> (1970) e di <em>Metodo della sopravvivenza </em>(1992). In <em>Cronache della fine</em>, in chiusura del capitolo <em>Una visita</em>, a pagina 200, Franchini racconta una passeggiata del 2002, tra le tombe del Musocco, fatta in compagnia di Ferruccio Parazzoli (storico editor Mondadori, oggi a capo della Saggiatore) in ricordo della morte di Virgili, avvenuta dieci anni prima: <em>Qualche giorno dopo [la passeggiata] Parazzoli mi è venuto incontro allegro. Dice: “Sa, adesso faccio mettere a posto la tomba del Virgili. S’è troppo rovinata, così com’è non può stare. Ho dato disposizione di risistemarla, è giusto così”. </em></p>
<p><figure id="attachment_61558" aria-describedby="caption-attachment-61558" style="width: 162px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61558" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-201x300.jpg" alt="la distruzione" width="162" height="242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione-600x896.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/la-distruzione.jpg 643w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" /><figcaption id="caption-attachment-61558" class="wp-caption-text">&#8220;La distruzione&#8221;, libro &#8216;culto&#8217; di Dante Virgili è pubblico per Mondadori nel 1970; Pequod lo ristampa nel 2003 e il Saggiatore nel 2016</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando mi recai al cimitero Musocco, libro di Franchini alla mano, purtroppo la tomba di Virgili non esisteva più, inoltre il numero del campo di sepoltura e il numero del sepolcro riportati nel libro non erano corretti.</strong> Fu così che scoprì che i resti di Virgili stavano per essere gettati nell’ossario comune e, con il prezioso aiuto di Andrea Lombardi, ma nel disinteresse generale, feci quello che mi sembrò giusto fare. Una raccolta fondi per un nuovo loculo e la ripubblicazione dei suoi libri, ma sopratutto siamo riusciti a non far dimenticare il suo nome, almeno per qualche tempo. La storia è raccontata bene in due articoli di Luigi Mascheroni, apparsi sul <em>Giornale:</em> <a href="http://www.ilgiornale.it/news/caccia-spoglie-erranti-maledetto-dante-virgili-1107935.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a> e <a href="http://www.ilgiornale.it/news/snob-e-opportunisti-che-sopravvivono-grazie-dante-virgili-1341071.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E certamente è per la stessa cagione fantastica degli accidenti che ho avuto la grande fortuna di intraprendere un viaggio di cinque giorni sulle orme del poeta orfico Dino Campana, un viaggio terminato qualche giorno fa.</strong> Insieme ai poeti Serse Cardellini e Massimiliano Bardotti ho camminato sulle orme dell’Ultimo dei Germani, visto le rose e le valli descritte nei suoi <em>Canti Orfici</em>, il BarCafé Orfeo di Faenza, la casa natale a Marradi. Siamo stati ad Acquacheta, dove l’acqua tinta che rimbomba offendeva le orecchie di Dante Alighieri, che la descrisse nel canto XVI dell’Inferno. Abbiamo visto <em>la luce bianca e verde che cade dagli alberi</em> e gli orridi sotto il sole di mezzogiorno. <strong>Abbiamo goduto della vista del Monte Falterona ancora avvolto tra le nebbie, abbiamo toccato le cortecce ritorte dal tempo dei castagni di Campigno, ci siamo bagnati nel torrente Rovigo.</strong> Abbiamo fantasticato sul dialetto perduto greco-bizantino che si parla ormai solo a Casetta di Tiara, dove Dino ha vissuto con Sibilla Aleramo. Abbiamo attraversato grigie rocce frastagliate, e visto un mare infinito di ginestre, abbiamo compiuto<em> un viaggio chiamato Amore</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come da rituale, per un perfetto pellegrinaggio poetico, l</strong><strong>’</strong><strong>ultimo giorno, dopo aver visitato Villa Castelpulci (ora Scuola Superiore della Magistratura), il manicomio dove Campana fu rinchiuso all</strong><strong>’</strong><strong>età di 33 anni e, annientato dal bromuro o forse dalla Sifil</strong><strong>ide</strong> (così Sebastiano Vassalli,<em> Un po’ del mio sangue, </em>Rizzoli 2005), smise definitivamente di scrivere; visitammo il suo attuale luogo di sepoltura, nell’Abbazia Santi Salvatore e Lorenzo a Badia di Settimo. Fu in questo meraviglioso viaggio che scoprimmo che anche la salma di Campana ebbe una strana sorte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2 marzo 1932 il Poeta viene inumato nel cimitero di San Colombano a Badia di Settimo, nel territorio di Scandicci (FI), non lontano dal manicomio dove morì il giorno prima</strong>, per una forma di setticemia, dovuta a una malattia mai ben chiarita, e da dove, poco tempo dopo, sarebbe dovuto uscirne per sempre. Nel 1938, dalle pagine del <em>Frontespizio</em>, all’approssimarsi del decennale della morte, accortosi che la famiglia non avrebbe mai richiesto i resti mortali del diseredato parente (che sarebbero allora finiti nell’ossario comune), <strong>Piero Bargellini, letterato e futuro sindaco nella Firenze alluvionata del 1969, lanciò un appello per la salvaguardia delle spoglie del Poeta.</strong> Trovato a fatica, grazie a una vecchia mappa, il luogo esatto dell’inumazione (era in un campo appartato del cimitero, denominato il ‘quadrato dei morti in manicomio’), tramite un nuovo articolo, fu lanciata una sottoscrizione per una nuova croce, in attesa di trovare una sistemazione in un luogo più degno. <strong>La sottoscrizione raccolse più di mille lire, aderirono scrittori come Falqui, Pavolini, Zavattini, l</strong><strong>’</strong><strong>editore Scheiwiller, l</strong><strong>’</strong><strong>artista Giorgio Morandi</strong>, il politico Giuseppe Bottai. A luogo più degno fu scelta una “deteriorata e trasandata” cappella romanica, cappella San Bernardo, posta ai piedi del campanile della Badia di Settimo, che fu poi restaurata velocemente, grazie alle sollecitazioni di Bottai, dalla Reale Sovrintendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un resoconto del maggio del 1940, quando un folto gruppo di intellettuali dell</strong><strong>’</strong><strong>epoca riesumarono dal cimitero San Colombano le spoglie di Dino Campana</strong> per deporle nella cappella, apparve <a href="http://www.campanadino.it/biografia/274-piero-bargellini.html" target="_blank" rel="noopener">nella rubrica <em>Marginalia</em>, della rivista <em>Poesia</em></a> (All’insegna della Medusa), anno II, fascicolo ¾, gennaio 1946, a cura di Bargellini: “Una mattina presto cavammo di sotterra le ossa del poeta. Quando, adagiato tra la terra e i resti imporriti della cassa, apparve lo scheletro, Luigi Fallacara esclamò: ‘È lui’. <strong>Aveva il teschio inclinato sulla spalla destra secondo il suo atteggiamento naturale, e rideva con tutti i suoi bellissimi denti intatti. Tirammo fuori i nostri fazzoletti e, ginocchioni attorno alla fossa, ripulimmo uno per uno gli ossi terrosi prima di riporli nella cassetta di zinco.</strong> Quando fu la volta dei grossi femori, Carlo Bò disse: ‘Ha camminato tanto’.  Poiché gli ossi erano fradici, esponemmo la cassetta al sole, e si attese che l’umidità si esalasse, stando seduti sul prato del camposanto.Un’altra sera facemmo il trasporto dal cimiterino di San Colombano alla Badia di Settimo. Poeti e artisti erano intorno alla bara. I contadini, al di là delle siepi, salutavano; le donne dicevano ai ragazzi: ‘È il poeta’, senza sapere chi. Intanto i lavori di restauro della chiesina si facevano sempre più laboriosi. Fu scoperta una cripta e si pensò di deporre lì sotto le ossa di Campana. Ma le acque dell’Arno invadevano periodicamente il sottosuolo della Badia. Si preferì chiudere le ossa in una cassetta schiacciata e murarle nel cervello della volta, ai piedi del piccolo altare. In una lapide per terra fu incisa questa semplicissima epigrafe: DINO CAMPANA / POETA / 1885-1932”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 3 marzo 1942, a dieci anni dalla morte di Campana, in piena Seconda guerra mondiale, si svolse la cerimonia ufficiale per la traslazione della salma</strong> dal cimitero alla Cappella San Bernardo, erano presenti numerose personalità pubbliche: Vallecchi, Papini e Rosai, Hermet e Fallacara, De Robertis e Montale; e scrittori della generazione successiva come Bo, Gatto, Bigongiari, Luzi, Parronchi, Pratolini. Dopo la benedizione, la cassetta contenente le ossa venne calata da Gatto e Montale nel piccolo loculo sotto l’altare; Bo e Rosai vi deposero la corona offerta dal ministro Bottai.</p>
<p><figure id="attachment_61559" aria-describedby="caption-attachment-61559" style="width: 168px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61559" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-225x300.jpg" alt="tomba Campana" width="168" height="223" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/tomba-Campana.jpg 450w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" /><figcaption id="caption-attachment-61559" class="wp-caption-text">Nell&#8217;abbazia di S. Salvatore e S. Lorenzo, a Settimo, in provincia di Firenze, la tomba di Dino Campana. Difficile da visitare, e non segnalata.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma per la definitiva pace delle spoglie di Campana bisogna aspettare ancora. Solo due anni dopo la cerimonia del decennale, il 4 agosto del 1944, i Tedeschi in ritirata minarono il campanile di Badia di Settimo, che crollò rovinosamente sulla cappella sottostante, distruggendo così per sempre la tomba scelta con tanta cura per il Poeta.</strong> Nel dopoguerra si ricostruì il campanile ma non la cappella, e le spoglie di Campana furono nuovamente spostate pochi metri più in là. Nel 1946 si svolse un’altra cerimonia ufficiale, alla presenza di più o meno le stesse personalità pubbliche presenti anche alla cerimonia del 1942. <strong>La destinazione ultima delle spoglie adesso si trova nella navata sinistra della pieve, all</strong><strong>’</strong><strong>interno dell&#8217;Abbazia di Badia di Settimo.</strong> Sempre dal resoconto di Bargellini, sulla rubrica <em>Marginalia</em> del 1946, una nota della direzione della rivista <em>Poesia</em>, scritta a margine dell’articolo: “Anche se oggi disgraziatamente sono molti i luoghi d’Italia ridotti a un cumulo di macerie, la notizia è di quelle che sorprendono e addolorano. Chi conservi animo sensibile per le cose dell’arte e della poesia, non potrà, apprendendola, <strong>non sentire un moto di pietà per la triste sorte riserbata alla salma dl Dino Campana. </strong>Così non v’ha dubbio che otterrebbe immediato affettuoso consenso qualunque iniziativa di cui ci facessimo promotori tra gli artisti e i poeti per cercare di restituir copertura e pace a quelle povere ossa. Ma noi vogliamo augurarci che a provvedere, con la dovuta sollecitudine, sarà di nuovo la Direzione delle Arti. Nella certezza di onorare in Campana un poeta ben degno. <em>(Nota della Redazione)</em><em>”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi, nonostante tutte le vicissitudini passate dalla salma del poeta di Marradi, visitare la sua tomba non è così semplice. La parrocchia S.Salvatore e S.Lorenzo a Settimo apre la chiesa solo per svolgere la funzione della SS Messa.</strong> Dunque il sepolcro è visitabile solo la domenica mattina e alle 18, dal lunedì al sabato. Per visitare la Badia abbiamo dovuto chiamare telefonicamente, e fissare un incontro per farci aprire le porte. All’appuntamento abbiamo trovato un volontario gentile e molto preparato, che ci ha fatto da guida raccontandoci la storia della Badia per un’abbondante ora. È stato il volontario a raccontarci le vicissitudini della salma di Campana, che ormai sono diventate parte integrante della storia di questo luogo magico. <strong>Ci siamo accorti però che né la pagina Wikipedia della Badia né il sito ufficiale della parrocchia riportano la sepoltura di Campana interna alla chiesa. E fuori dalla chiesa stessa manca qualsiasi riferimento al sepolcro</strong>, nessuna lapide, nessun cartello, nessuna nota informativa. A onor del vero, comunque, la notizia è riportata all’interno della brochure dell’Abbazia, acquistabile con offerta libera, all’interno della chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I parenti di Virgili e quelli di Campana non hanno voluto sapere niente delle sorti dei resti mortali dei due scrittori.</strong> Tutti e due già in vita ruppero i rapporti con le loro rispettive famiglie. Di Virgili probabilmente esiste ancora qualche lontano famigliare, in qualche parte del Sud Italia, ma che non credo abbiano cognizione di chi sia il loro parente scrittore.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia di Campana invece da l’impressione che voglia disintegrare la memoria del Poeta. La casa di famiglia a Marradi dove nacque Dino è abbandonata a se stessa e il manoscritto originale de <em>Il più lungo giorno</em>, prima promesso in dono al Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini”, fu poi venduto dai famigliari nel 2004 ad un’asta di Christie’s a Roma, per 213.425 euro. Quella che viene considerata la prima stesura dei <em>Canti Orfici</em>, che risale al 1914, è stata acquistata dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, e probabilmente depositata in qualche caveau sotterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tappa obbligata del nostro pellegrinaggio è stato anche il Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini”, che si trova in centro a Marradi, dove ad accoglierci abbiamo trovato la cordialissima Sig. Anna Gentilini</strong>, che da anni ormai insieme alla sorella Mirna, cura ottimamente le sorti di questo centro studi molto attivo e attentissimo alle traduzioni dei libri di Campana che ogni anno vengono pubblicate in giro per il mondo. Campana è stato, ed è, uno dei poeti “nazionali” più letti all’estero. Abbiamo chiesto al Centro Studi cosa ne pensasse della strana vicenda delle spoglie del Poeta, e ci hanno risposto che già dalla fine degli anni Cinquanta (grazie all’interessamento dell’allora sindaco Antonio Cassigoli) è stato più volte progettato di riportarlo nella sua città natale, e che nel 1972 sembrò quasi possibile, ma alla fine saltò tutto e che comunque al giorno d’oggi sarebbe difficile, che si creerebbero delle tensioni con la Diocesi di Scandicci che già ne ha viste e passate tante a causa dei resti mortali del Poeta Pazzo di Marradi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa storia delle tombe, del ricordo, è una questione molto ambigua. <strong>È giusto o non è giusto occuparsi delle sorti di semplici resti mortali?</strong> Non lo so, probabilmente è una di quelle questioni che tocca l’animo profondo di ognuno, dunque alla fine una questione prettamente personale. Però qui stiamo parlando di scrittori, e scrittori potenti. E un luogo, un posto, un punto fisico dove mantenere il ricordo della loro presenza viva, credo sia importante curarlo e tenerselo caro. Per non dimenticare, come troppo spesso si dice senza attuarne il senso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L</strong><strong>’</strong><strong>idea, tutta personale, che mi sono fatto sulla storia della salma di Campana è che sepolto dove è finito adesso non sia il luogo giusto. Seppure il posto sia meraviglioso, silenzioso, veramente carico di spiritualità e la tomba sia curata alla perfezione (ci sono una lapide con dei versi incisi e una scultura che riproduce i <em>Canti Orfici</em>) credo che Dino Campana meriterebbe di essere sepolto nella natura, in mezzo a un bosco, o perlomeno nel cimitero di Marradi,</strong> dove dal ’72 esiste già un cenotafio (una tomba vuota) in sua memoria; d’altronde in vita era un anarchico anticlericale. La mia impressione è che in quella chiesa lo spirito di Campana subisca, per uno strano accordo sottaciuto tra fantasmi, una sorta di espiazione dai peccati commessi in vita, quasi una punizione. Terrestre però, non divina. E bisogna dire che nelle intenzioni di Pietro Bargellini la tomba nella cappella San Bernardo sarebbe dovuta diventare una specie di santuario laico, come nel sepolcro di Dante a Ravenna, ci sarebbe stata una “Zona Campaniana”, un luogo di silenzio e meditazione, non solo dedicato al poeta ma alla poesia tutta. <strong>Ma sicuramente spostare la salma non è una priorità, e non biasimo certo chi trovi la faccenda inutile e senza senso. Vorrei però almeno porre l&#8217;attenzione sulla visibilità della tomba stessa.</strong> Mi auguro che il comune di Scandicci o la Diocesi di Settimo, magari in collaborazione con il Centro Studi Campaniani, provveda a mettere una lapide o un cartello al di fuori della chiesa che indichi la presenza della tomba. Almeno per quei non pochi turisti che al compimento dei tanti “percorsi campaniani” presenti nelle colline circostanti, abbiano l’incauto ardire di arrivare fino al sepolcro del poeta. Sopra alla lapide, in epigrafe, dovrebbero far incidere queste parole scritte da Campana, in una lettera spedita nel ’30, da Castelpulci, all’amico poeta Bino Binazzi: <em>tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili</em>.</p>
<p><strong><em>Gerardo de Stefano </em></strong></p>
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