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	<title>D&#039;Annunzio Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Mar 2023 06:01:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Io stesso non comprendo che senso abbia questa mia situazione così terribile e complessa”. Mishima, la formula micidiale: Proust+Dostoevskij+D’Annunzio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 08:32:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Atto V – Il prologo come epilogo Questo quinto atto consiste essenzialmente in un’appendice documentaria e nel suo commento, che produce la proposta finale di una definizione riassuntiva e sintetica, una sorta di formula chimica o, meglio, alchemica. Il documento d’appendice si avvale dell’epistolario che un ventenne aspirante scrittore, che ha già esordito a sedici [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mishima-danilo-breschi-profilo/">“Io stesso non comprendo che senso abbia questa mia situazione così terribile e complessa”. Mishima, la formula micidiale: Proust+Dostoevskij+D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Atto V – Il prologo come epilogo</strong></p>
<p>Questo quinto atto consiste essenzialmente in un’appendice documentaria e nel suo commento, che produce la proposta finale di una definizione riassuntiva e sintetica, una sorta di formula chimica o, meglio, alchemica.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78783 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro1-15-167x300.jpg" alt="" width="306" height="550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-15-167x300.jpg 167w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-15-571x1024.jpg 571w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" />Il documento d’appendice si avvale dell’epistolario che un ventenne aspirante scrittore, che ha già esordito a sedici anni con un delicatissimo e struggente racconto, tiene con un già celebrato scrittore connazionale. <strong>Il 18 luglio del 1945, colui che non è ancora definitivamente Yukio Mishima e continua a firmarsi Kimitake Hiraoka, scrive una lettera «come in delirio, per il desiderio di confidarmi e di essere ascoltato da Lei», <a href="http://www.pangea.news/mishima-kawabata-un-rapporto-intenso/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">e questo Lei è Yasunari Kawabata</a>.</strong> In questa lettera, assieme alla busta con cui la invierà al maestro, il futuro Mishima già sigilla il proprio destino. Merita riportarne alcuni passaggi fondamentali e fatali:</p>
<p>“&#8230;ed io trascorro i giorni contemplando le nuvole bianche in cielo, nell’impaziente attesa di un&#8217;estate che non giunge. La temperatura di quest’anno è troppo rigida per chi, come me, ama lavorare lottando con un caldo feroce: ogni entusiasmo minaccia di spegnersi sul nascere, e questo m&#8217;inquieta. La guerra imperversa con sempre maggior violenza, e il tavolo su cui scrivo mi sembra sempre più angusto, giorno dopo giorno: ho soltanto lo spazio per posarvi un foglio. E poiché non posso neppure appoggiarvi i gomiti, fatico persino a muovere la penna. Lavorare pazzamente, in circostanze simili, significa esser fedele allo spirito della letteratura? Lo ignoro. Vado avanti solo nella convinzione quasi disperata di esser fedele a qualcosa. [&#8230;]</p>
<p><strong>Io stesso non comprendo che senso abbia questa mia situazione così terribile e complessa, e tutto quello che sono in grado di dire è che mi agito con l&#8217;arrendevolezza di un burattino manovrato dagli dèi, accarezzando un desiderio del tutto banale e comune</strong>, ossia di comporre un racconto magnifico, come nessuno è più in grado di scriverne, un racconto per cui chiunque, leggendolo, debba esclamare: “Com’è bello!”, e questo stolto desiderio mi domina con la stessa ineluttabilità di un male incurabile. [&#8230;]</p>
<p>A cosa sono fedele nella folle, egoistica convinzione di “esser fedele a qualcosa”? […] Non immaginavo che la letteratura esigesse una vita di fede fanatica e di dubbio, simile a quella di un Martin Lutero. Ho a lungo pensato che fosse fatale per la letteratura seppellire la vita quotidiana. Credevo che creare una letteratura significasse avere il tempo di vivere le esigenze secondarie per poter pensare a ciò che è essenziale. Ma ho forse il diritto di pontificare sulla “vita”?</p>
<p><strong>Penso all’epoca in cui i grandi, magnifici sauri della preistoria andarono improvvisamente incontro all’estinzione a causa del rigore delle condizioni ambientali: cosa sarebbe accaduto se molti di loro fossero riusciti a sfuggire al pericolo e a riprodursi in qualche luogo?</strong> Suppongo che nelle loro abitudini e nei loro comportamenti si sarebbero ostinatamente conservate le tracce di una specie “in via d’estinzione”: E per aver vissuto quell’estinzione, ossia una condizione antitetica alla vita, sarebbero a poco a poco degenerati. E alla fine avrebbero conosciuto l’annientamento senza alcun bisogno dell’intervento umano. Non è forse possibile riconoscere anche in letteratura l’esistenza di limiti alla vita e all’esperienza, limiti invalicabili e che sfuggono all’ambito dell’esperienza letteraria (nel senso in cui l’intendeva Rilke)? Non verrà forse il momento in cui sarò costretto alla dolorosa scelta di realizzare, al di fuori dell’ambito della letteratura, le mie fantastiche, letterarie visioni?”.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78784 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-199x300.jpg" alt="" width="346" height="522" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-768x1159.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-1018x1536.jpg 1018w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23-1320x1992.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-23.jpg 1325w" sizes="(max-width: 346px) 100vw, 346px" />Nel momento in cui sta nascendo lo scrittore e artista Yukio Mishima se ne sta anche determinando la missione, il fine ultimo a cui deve tendere un’intera esistenza che sarà esattamente di un quarto di secolo, spegnendosi infatti venticinque anni dopo la sua nascita letteraria, il 25 novembre 1970.</strong> La lunga citazione si giustifica per questa sua natura di testamento scritto in punta di nascita, almeno artistica, come un neonato che già dica ora e data precise della propria morte. E, soprattutto, causa e fine di questa dipartita volontaria: <strong>“</strong><strong>L’orgoglio dei fiori non si manifesta forse nel “momento stesso della fioritura” più che nella possibilità di fiorire in futuro o nella consapevolezza di esser fioriti in passato?</strong> Un tale pensiero mi offre un certo conforto. Perché permette, al di là delle esperienze vissute, di considerare la vita come un modo di prepararsi, e anche come un modo di essere, pienamente. E poi perché forse quel momento doloroso potrebbe non presentarsi mai. In un certo senso sono diventato ottimista. Non temo più l’imitazione. E neppure il tempo!”.</p>
<p>*</p>
<p>Fossi costretto ad introdurre Mishima a lettori europei colti ma ignari della sua opera, dovessi dunque riassumerlo in una nostra formula continentale, con tutta la brutale nettezza propria di ogni formula, direi: Mishima = Proust + Dostoevskij + D’Annunzio.</p>
<p><strong>Mishima e Proust. L’arte come apprendistato alla vita, o meglio: l’arte come armatura con cui gloriarsi di una vita sognata come avventura infinita e sospensione da un tempo il cui trascorrere è subìto come condanna, ma è redento se proiettato sugli schermi della nostalgia.</strong> Vivere più nel ricordo che nel momento presente, affidandosi al potere negromante della scrittura coltivata con l’ossessione di chi ritiene che per ogni emozione e pensiero, gioia o dolore, il vocabolario sagacemente compulsato, la lingua elegantemente corteggiata e infine signorilmente padroneggiata ti possa offrire la parola esatta, l’artiglio che tutto afferra e senza scampo. Proust entra nel 1910 in una stanza dalle pareti imbottite di sughero per raggiungere la concentrazione massima così da poter consegnare la sua opera all’immortalità; Mishima esce definitivamente dalla sua letteraria <em>stanza chiusa a chiave</em> (titolo di un suo romanzo breve del 1954) al culmine fisico e artistico della sua vita per consegnarsi tutto intero, anima e corpo, ad un atto finale che non smetterà mai di andare in scena.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Mishima e Dostoevskij. La cronaca nera e la cronaca politica, i bassifondi e i salotti, le bettole e i monasteri sono gli scenari più adeguati per l’incontro con quell’anfibia creatura che ha nome uomo. Lo sa il russo, lo sa il giapponese. Dostoevskij è un radar infallibile della psicologia umana, di cui capta anche i segnali più sordi, i rantoli più sotterranei, i latrati e i mugolii che appaiano l’uomo all’animale.</strong> Mishima allarga il raggio e sa sondare anche l’animo femminile, spingersi là dove le antenne del russo stentano ad intercettare frequenze che restano solitamente criptate ai più. La pagina del giapponese Mishima contiene, cosciente o meno, una sinica sapienza taoista e così si mostra capace di abbracciare lo <em>yin</em> e lo <em>yang</em>, sa restituirceli nei loro equilibri temporanei, nei loro squilibri prolungati e sovente addolorati dalla logorante ricerca di una balsamica ricomposizione. Quanto al divino, tema presente in entrambi, ciò che nel russo è uno nel giapponese si moltiplica, così che ai demoni si affiancano gli dèi e il campo si dispiega ora per una battaglia ora per un’orgia.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78785 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro3-6-194x300.jpg" alt="" width="338" height="522" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-6-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-6-664x1024.jpg 664w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-6-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-6.jpg 757w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" />Mishima e D’Annunzio. L’estetismo ai tempi dell’estetica della politica, ovvero il poeta come condottiero e un dandy che fa della propria vita un’opera d’arte se quest’arte imita le gesta di un ideale guerriero romantico, mosso da un’etica cavalleresca.</strong> Un decadente che avverte l’ultima chiamata al riscatto rispetto al molle compiacimento di cui cantavano Paul Verlaine e i suoi poeti maledetti. Uno scatto di orgoglio simile a quello di Rimbaud, ma non fuori dal perimetro dell’arte, vestendo magari i panni del trafficante d’armi in Africa, semmai tutto al suo interno, laddove fosse possibile far confluire il fiume dell’azione in quello della bellezza come arte, come frutto di un gesto o una sequenza di atti solenni, inquadrati in una cerimonia e in un codice che rispettino un registro antico e immutato nel tempo. La tradizione samurai rispondeva perfettamente alla bisogna. L’inalterato dalla tradizione quale antidoto che uccide il virus moderno dell’alterazione continua, incessante. Fermare l’attimo con un affondo di pugnale ed un taglio di katana. E qui Mishima soddisfa l’esigenza più intima di Proust, al quale strappa la penna e consegna una spada, conducendo fino all’estremo lugubre dell’auto-immolazione il vitalistico amore dannunziano del pericolo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ecco il senso della formula Mishima = Proust + Dostoevskij + D’Annunzio. Un’addizione il cui risultato, la somma, è qualcosa di diverso dalla sovrapposizione ed accumulazione dei tre addendi. </strong>Qualcosa di inevitabilmente differente perché l’amalgama fra i tre addendi, quel segno + è fornito dalla cultura autoctona che il giapponese, sin dalla prima infanzia, assorbe tramite le voracissime letture dell’intera tradizione narrativa e drammaturgica della propria madre patria, dal primo medioevo ai suoi coevi. Sbagliato soprattutto dire se una tale somma sia superiore o inferiore all’accumulazione delle virtù letterarie dei suoi tre addendi; impossibile dirlo, come del resto sempre accade quando si tratta di vette assolute dell’arte mondiale, ma soprattutto perché con Mishima voi avrete molte qualità proprie del primo, del secondo e del terzo addendo, con il risultato di una miscela artistica che rende la sua opera unica, indiscutibilmente originale e a tutt’oggi inimitabile. E scusate se è poco. (<em>Fine Atto V</em>)</p>
<p><strong><em>Danilo Breschi</em></strong></p>
<p><em>*Il lavoro di Danilo Breschi, sotto il titolo complessivo “Yukio Mishima: </em><em>uomo vinto dalla Storia o enigma letterario invincibile?”, è pubblico, in più “atti”, qui: <a href="http://www.pangea.news/mishima-danilo-breschi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Atto I</a>; <a href="http://www.pangea.news/mishima-profilo-danilo-breschi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Atto II</a>; <a href="http://www.pangea.news/mishima-breschi-terza-parte/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Atto III</a>; <a href="http://www.pangea.news/enigma-mishima-danilo-breschi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Atto IV</a></em></p>
<p>**<em>In copertina: Mishima Yukio (1925-1970) in una fotografia di Elliott Erwitt</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>“Gioia di leggere sui muri questo amore frenetico per l’Italia”. Il rocambolesco viaggio di Filippo Tommaso Marinetti verso Fiume</title>
		<link>https://www.pangea.news/marinetti-fiume-diario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2020 06:16:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 28 agosto 1919 D’Annunzio ricevette l’accorato appello di liberare Fiume da Riccardo Frassetto, Vittorio Rusconi, Rodolfo Cianchetti, Claudio Grandjacquet, Lamberto Ciatti, Enrico Brichetti e Attilio Adami, i Giurati di Ronchi, sette ufficiali appartenenti alla Brigata Granatieri di Sardegna. Il pluridecorato ed eroe di guerra D’Annunzio, a cinquantasei anni, si trasformò in Poeta-Condottiero e si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marinetti-fiume-diario/">“Gioia di leggere sui muri questo amore frenetico per l’Italia”. Il rocambolesco viaggio di Filippo Tommaso Marinetti verso Fiume</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 28 agosto 1919 D’Annunzio ricevette l’accorato appello di liberare Fiume da Riccardo Frassetto, Vittorio Rusconi, Rodolfo Cianchetti, Claudio Grandjacquet, Lamberto Ciatti, Enrico Brichetti e Attilio Adami, i Giurati di Ronchi, sette ufficiali appartenenti alla Brigata Granatieri di Sardegna.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76578 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-300x300.jpg" alt="" width="492" height="492" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-1536x1536.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo-1320x1320.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/marinetti-cop-a-filo.jpg 1772w" sizes="(max-width: 492px) 100vw, 492px" />Il pluridecorato ed eroe di guerra D’Annunzio, a cinquantasei anni, si trasformò in Poeta-Condottiero e si mise al comando di un manipolo di truppe irregolari (composte da militari, socialisti rivoluzionari, futuristi, nazionalisti, anarco-sindacalisti, anarchici e avventurieri provenienti da ogni parte del mondo) per restituire all’Italia la città di Fiume (in slavo <em>Rijeka</em>),</strong> porto adriatico del Regno d’Ungheria, che, nonostante la vittoria della Prima Guerra Mondiale, era stata sottratta con un vergognoso accordo stipulato tra il ministro degli esteri italiani Sidney Sonnino e i diplomatici alleati.</p>
<p><strong>Appresa la notizia del gesto patriottico dannunziano, il fondatore del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti, come scrisse nelle pagine del <em>Diario fiumano</em>, decise di partire per Fiume e da Roma raggiunse in treno prima Trieste </strong>poi, di notte, assieme a Francesco Giunta e ad alcuni volontari con un’autovettura riuscì ad arrivare a venti chilometri dalla città occupata, quando l’automobile si schiantò contro un mucchio di ghiaia finendo inesorabilmente la sua corsa. Allora il gruppo intraprese una lunga marcia seguendo i sentieri pietrosi sino ad Abbazia, ed arrivando a Fiume a bordo di una barca a remi. <strong>In città, Marinetti prese alloggio all’Hotel Lloyd nella centralissima Piazza Dante e iniziò così la sua breve avventura fiumana, durata soltanto sedici ma intensi giorni.</strong></p>
<p>Il 16 settembre il poeta-esteta D’Annunzio abbracciò Marinetti e per il fondatore del Futurismo fu una specie di <em>incipit</em> per il racconto di una nuova, ennesima straordinaria esperienza di vita.</p>
<p>A Marinetti Fiume apparve una città fervente, animata da un «amore frenetico per l’Italia», da uno «spaventoso ardore patriottico», ravvivata da allegria, da musica e da parate che si trasformavano in feste cittadine, dove lunghi ranghi di Arditi, di legionari e di ragazze, impazzite «dalla gioia», sfilavano alternati a braccetto. <strong>Di fronte a quella spontanea euforia collettiva, </strong><strong>Marinetti inviò un messaggio telegrafico alla redazione del quotidiano “Roma Futurista”, l’organo ufficiale del Partito Politico Futurista diretto da Mario Carli, «Sono a Fiume dopo una marcia fantastica. In pieno futurismo! Tutto, tutto per la NUOVA Italia!</strong> Fiume è divina! Merita tutto!».</p>
<p>Il <a href="https://www.ibs.it/diario-fiumano-sogno-incandescente-di-libro-filippo-tommaso-marinetti/e/9788831430043" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Diario fiumano</em> di Filippo Tommaso Marinetti,</strong> </a>pubblicato dalla editrice genovese ITALIA Storica (info: italiastorica@hotmail.com)  è costituito dalla trascrizione delle pagine dei <em>Taccuini</em> marinettiani (i cosiddetti <em>Libroni</em> o <em>Marinetti Papers</em>, custoditi presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University, New Haven, Connecticut), riguardanti il periodo che va dal 13 al 30 settembre 1919 e tra il 2 ottobre 1919 e il 3-5 settembre 1920: in particolare questi ultimi giorni riguardano l’attività della propaganda pro-Fiume del capo del Futurismo svolta tra Trieste, Milano, Roma e Firenze. Il testo era già presente nei <em>Taccuini 1915/1921</em>, pubblicati a cura di Alberto Bertoni per la casa editrice il Mulino di Bologna nel 1987, ma è stato rivisto e ampliato con l’aggiunta di annotazioni bibliografiche o con la modifica, laddove necessario, delle note già esistenti. Di seguito, un estratto dall’opera. (<strong><em>Guido Andrea Pautasso</em></strong>)</p>
<p>*</p>
<p><em><img decoding="async" class=" wp-image-76579 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/A-3-227x300.jpg" alt="" width="330" height="436" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/A-3-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/A-3-773x1024.jpg 773w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/A-3-768x1017.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/A-3.jpg 894w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />13 Settembre</em></p>
<p>Arriva il nuovo Giornale. Notizia strabiliante. <em>D’Annunzio ha occupato Fiume!</em> Contengo la mia emozione&#8230; Decido di partire domani per Fiume.</p>
<p>*</p>
<p><em>14 Settembre </em></p>
<p>Parto per Firenze.</p>
<p>Stazione. Buffet. Trovo la Duse la saluto. È invecchiatissima. Senza fiamma. Mi parla di Fiume senza dire una parola di D’Annunzio. Indovino dei volontari fiumani in 3 ufficiali. Attacco discorso con loro. Combino partenza. Vengono Nannetti Rosai Chiti [Si tratta dei futuristi fiorentini Ottone Rosai, Remo Chiti e di uno dei due fratelli Nannetti, o Vieri o Neri]. Saluti augurali.</p>
<p>*</p>
<p><em>15 Settembre </em></p>
<p>Bologna. Poi Monfalcone. Carso. Trincee. Reticolati. Lago di Pietra Rossa. Emozione. Trieste. Alla Stazione trovo Pinna [Il futurista Federico Pinna Berchet, nipote del letterato Giovanni Berchet e tenente d’artiglieria, fu tra i primi ad entrare a Fiume assieme a D’Annunzio, e raccolse le sue memorie fiumane nel volume <em>Liriche d’assalto</em> (Edizioni Mercurio, Roma 1939), pubblicato con la prefazione di Filippo Tommaso Marinetti]. Passo senza passaporto.</p>
<p>Trovo Benco [Silvio Benco, scrittore e giornalista, il 13 gennaio 1910 su “Il Piccolo” recensì con entusiasmo la prima serata futurista della storia al Politeama Rossetti di Trieste quando Marinetti lanciò il suo movimento dalla “rossa polveriera d&#8217;Italia”] in piazza. Vado Trento Trieste. Mi offrono posto in automobile per domani. Preferisco partire con Giunta [Francesco Giunta, interventista, capitano di cavalleria durante la Grande Guerra fu segretario della sezione fiorentina dell’Associazione Nazionale Combattenti] e altri compagni in automobile ore 9. Passiamo 2 controlli bene. Poi a tutta velocità verso Castelnuovo. A un terzo di strada l’automobile aggredisce un monte di ghiaia e si sfascia. Paghiamo e scendiamo. Ci diamo al monte boschi pietrame sotto la luna. Perdiamo la strada. Ombre insidiose della luna. Ogni tanto a terra sotto la mantellina con dei cerini consultiamo la carta. A destra la strada bianca, giù. La raggiungiamo. Ma subito allarme. Pattuglia di ciclisti. Giù giù dal parapetto giù. Come dei ladri inseguiti. Sarà 2 o 3 metri di altezza. No sono 6 o 7 metri. Giù giù nel buio. Precipito giù sotto il peso d’un compagno mutilato d’un braccio e d’un occhio. Cade su di me gridando: Ho perso l’occhio! Ho perso l’occhio! Riprendiamo la salita sul pietrame rasoiante pungente carsico pieno di rovi. Piedi in marmellata. Stanchissimi. Cani che si svegliano. Ognuno vuol guidare. Tutti sbagliano. Alla destra nostra la montagna ci fa sentire prossimo il golfo del Quarnaro. Vediamo giù le luci di città marinare.</p>
<p>Abbazia. Alle prime luci dell’alba ecco sotto il mare. Scendiamo. Vi sono 2 barche piccole senza remi. Vicino c’è una villa deserta. Poi delle voci di bambini. Acqua diaccia. Gioia di immergere i piedi stanchi feriti.</p>
<p>Angoscia dei compagni. Ottimismo mio dopo il bagno nella piccola rada deserta sugli scogli. Siamo sul Quarnaro ma alle porte di Fiume! Arrivano 2 barcaioli coi remi. Non vogliono portarci. Siamo in 6, la barca piatta è fragile e fa acqua. Finalmente tutti in barca. Equilibrismo. Pigiati coll’acqua che sale fino ai ginocchi arriviamo passando davanti alle sentinelle che dall’alto ci intimano di fermarci.</p>
<p>*</p>
<p><em>16 Settembre</em></p>
<p>A Fiume. Gabriele mi abbraccia.</p>
<p>Tutte le strade offrono avvisi grandi O <em>Italia</em> o <em>morte</em>. Gioia di leggere sui muri questo amore frenetico per l’Italia.</p>
<p><strong><em>Filippo Tommaso Marinetti</em></strong></p>
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		<title>“Rivoluzionari contro noi stessi”: l’epopea di Guido Keller, il Kurtz di Fiume, l’eroe situazionista che gettò un pitale sopra Montecitorio</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 10:36:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il tramonto ha un fascino meridiano, immediato. Fiume è finita, l’esplosivo estetico, l’epicentro rivoluzionario, la supernova politica, ormai è cenere, ornamento letterario, liberazione abortita. Gabriele d’Annunzio, sopraffatto dalla fine, austero alla dissipazione, scrive a Guido Keller, è il 12 settembre 1921, la lettera è vertiginosa. “Sono tanto scontroso che stasera non mi piace di stare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il tramonto ha un fascino meridiano, immediato. Fiume è finita, l’esplosivo estetico, l’epicentro rivoluzionario, la supernova politica, ormai è cenere, ornamento letterario, liberazione abortita. Gabriele d’Annunzio, sopraffatto dalla fine, austero alla dissipazione, scrive a Guido Keller, è il 12 settembre 1921, la lettera è vertiginosa. <strong>“Sono tanto scontroso che stasera non mi piace di stare nemmeno con un compagno notturno come te. Non so se tu sia il Guido Keller di quella notte. Tutti cambiano intorno a me. E io sono stanco di fare da pietra di paragone. (&#8230;) Voglio andare a trovare nuovi compagni nel deserto: compagni trasparenti, con una testa di cristallo di rocca, come quei busti medicei di pietre dure.</strong> (&#8230;) La mia febbre di Ronchi mi torna con immenso brivido lirico. Te lo comunico a distanza. Una bella donna mi disse una sera: ‘Se volete essere più vicino a me, andatevene’. E vorrei stasera per unico nutrimento quel grappolo d’uva che in quella casupola di Ronchi fu messo accanto alla mia branda bruciante. Te ne ricordi? Non ne mangiai neppure un acino. Tu che sei mago, va, ritrovalo e portamelo. Il tuo Gabriele d’Annunzio”. Andarsene, per rendere tutto indimenticabile. Assegnare alle ceneri nitore di marmo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72572 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro-10-198x300.jpg" alt="" width="248" height="376" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-10-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-10-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-10.jpg 303w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />Milanese, Acquario (nasce il 6 febbraio 1892), Guido Keller von Kellerer è barone, figlio di industriali della seta, <em>scapigliato</em>, direbbe l’allegro cinico – e geniale – conte Alberto Carlo Felice Pisani Dossi, con una maniaca passione per il volo. Icaro che s’inarca sul labirinto bellico, <strong>Keller è eroico durante la Prima guerra, il Lancillotto di Baracca – di cui reggerà la salma – “tre medaglie d’argento, 116 voli di scorta e caccia, 137 voli di crociera, 40 battaglie ingaggiate, 7 avversari abbattuti, infinite missioni per colpire o fotografare le trincee della prima linea nemica”.</strong> In volo, si dice, nei momenti di quiete, preferendo le nuvole all’uomo, cinto d’azzurro, legge <em>L’Orlando furioso </em>e la <em>Vita</em> del Cellini. Trae ispirazione dalla cavalleria magica, dall’ardore dell’arte. Lo chiamano l’Asso di Cuori. Sarà il solo a dare del <em>tu</em> al Comandante, a D’Annunzio, lì, nel fulgore di Fiume.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ripeto. Ardo del tramonto, preferisco la luce obliqua, il corrusco che corrode le medaglie. Dopo Fiume Guido Keller, Achille dadaista, cocainomane perso, svanisce tra imprese folli, al limite dell’onirico. <strong>Nel 1923 è a Bengasi. Chissà se ha letto Conrad, fatto è che si tramuta in una specie di Kurtz dei deserti. “Come casa, sceglie un veliero in disuso dove accoglie la aristocrazia coloniale ma anche quella locale. In Africa scopre il fascino degli indigeni e trascorre molto tempo con loro nel deserto, fino a destare scandalo. </strong>Negligente, refrattario alla disciplina, affascinato dall’individualismo dei popoli ‘primitivi’, vola di oasi in oasi”. Un aneddoto ne coglie l’indole alla sfida: Keller è in ricognizione punitiva contro i ribelli al governo coloniale italiano. Il suo velivolo declina, abbattuto. I nemici si avventano contro il mezzo. “I ribelli accorrono per fargli la festa ma restano perplessi quando dalla fusoliera esce un uomo barbuto dalla pelle scura, vestito alla maniera araba. Keller conquista il capo dei ribelli col quale riesce a intendersi grazie a un interprete occasionale. Quando ormai è creduto morto, l’aviatore torna alla base a cavallo di uno splendido sauro bianco, scortato dalla tribù nemica in armi. Si potrebbe credere a un’invenzione dei biografi modellata sulla vicenda analoga accaduta sul finire della Prima guerra mondiale. Ma nell’Archivio del Vittoriale è conservata una fotografia che ritrae Keller e i suoi singolari accompagnatori”. Così scrive <a href="http://www.pangea.news/lavorare-con-la-fallaci-era-un-incubo-e-stata-una-donna-straordinaria-quelli-che-la-criticano-non-lhanno-letta-alessandro-gnocchi-ricorda-la-grande-oriana/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro Gnocchi</a>, in un libro straordinario, <strong><em><a href="https://www.ibs.it/ala-pensiero-azione-libro-guido-keller/e/9788898620685" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Guido Keller. Ala-Pensiero-Azione</a> </em></strong>(Giubilei Regnani, 2019), costruito con materiali sconosciuti tratti da una lunga speleologia negli archivi del Vittoriale, che finalmente rende chiaro il ritratto di un uomo anomalo, certamente anormale, su cui dovrebbe avventarsi un romanziere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è tesoro per beati bibliomani, per altro: Gnocchi allinea alcuni testi di Keller pubblicati su <em>La testa di ferro</em>, testata fiumana diretta dal futurista Mario Carli e su <em>Yoga</em>, foglio ideato da Keller insieme a Giovanni Comisso, che dilaga l’impresa di Fiume come avventura dello spirito, d’allucinata consapevolezza (si dicono <strong>“Rivoluzionari non contro un partito o per un partito ma rivoluzionari contro quello che siamo. Rivoluzionari contro noi stessi onde si abbia a perdere le nostre false arroganze, le nostre vili menzogne le nostre tardive e appassite bellezze”).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_72573" aria-describedby="caption-attachment-72573" style="width: 277px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-72573" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/tumblr_pjxr0gvQoq1rlpkw2_540-206x300.jpg" alt="" width="277" height="403" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/tumblr_pjxr0gvQoq1rlpkw2_540-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/tumblr_pjxr0gvQoq1rlpkw2_540.jpg 540w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /><figcaption id="caption-attachment-72573" class="wp-caption-text">Fotografia autografa di Guido Keller inviata a Margherita Sarfatti</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Torno al gorgo dei deliri, alla rassegnazione che sboccia in urlo, all’uomo impossibilitato alla vita perché immerso nella fatalità dell’eroico. <strong>Nel 1926 Keller è in Sudamerica. Cerca l’oro, ordisce rivolte, ambisce al grido. Kurtz si trasforma in Fitzcarraldo. “Perù e Cile sono le tappe più lunghe. Ma riesce a visitare il Brasile, il Venezuela e ad affacciarsi sul mare dei Caraibi. In Venezuela proverà a commerciare oro.</strong> La cosa non va in porto, anche se qualche piccola pepita gli rimane in tasca. A Lima è delegato al servizio dei fasci locali. Riprende a sniffare troppo… Keller sogna la fusione delle nazioni sudamericane in un unico blocco che in nome della latinità privilegi il commercio con l’Italia e si opponga al colonialismo economico degli Stati Uniti. Incontra politici, industriali, commercianti, aspiranti rivoluzionari. Non è solo il delirio di un cocainomane che a Lima prova tutte le qualità della magica polvere. L’ambasciata lo rimpatria per motivi poco chiari (sospetto traffico di oro, briciole racimolate lungo il corso del fiume Orinoco)”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1929, in una specie di previsione della morte, che accade il 9 novembre, a 37 anni – incidente stradale, nei dintorni di Magliano Sabina, circonfuso dall’enigma – Keller scrive con ossessione a D’Annunzio. Il 10 agosto: “Pronti ad un tuo cenno con un gruppo d’arditi di confine piombiamo oltre Fiume nel sonno della mezza estate per annientare il trattato di Rapallo. Così sapremo dare una realtà virile a questa barocca coreografia burocratica Imperiale… <strong>Se non vuoi essere il Nostro Condottiero sii il Compagno che ci aiuta ad uscire da questa morta gora in cui le qualità individuali nulla valgono”. Ma D’Annunzio è altro, altrove, ora. Keller gli destina il tradimento.</strong> “Il tuo letargo metafisico non ha vita. Invano ti illudi artefice di sogni col cesello della parola. La passione è nel sangue che anima la lama mortale. L’Uccidere è l’Arte più perfetta di Vita ch’io conosco”, gli scrive.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra aver vissuto la vita da romanzo funambolico che non sapremmo più neanche desiderare, Keller. Di un gesto almeno gli siamo grati. <strong>Il 14 novembre 1920 su un biplano Ansaldo SVA sorvola la Capitale. Scorge Montecitorio. Sul regno dei parlamentari scaglia un pitale pieno di rape e carote. </strong>Con dedica: “Guido Keller, Ala: azione nello splendore, dona al Parlamento e al Governo che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore”.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La riforma scolastica secondo Guido Keller. Per gentile concessione si pubblica un documento di Keller tratto dal libro, curato da Alessandro Gnocchi, “Guido Keller. Ala-Pensiero-Azione” (Giubilei Regnani, 2019).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La nuova scuola</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">AMORE</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A proposito di scuola, il nostro grande amico Keller, l’asso famoso e una delle menti più elette che siano oggi a Fiume, come ebbe a dire lo stesso Comandante, ci invia questo abbozzo di programma scolastico. Lo pubblichiamo con grande piacere, e lo facciamo nostro: </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scuola classica (teorica) deve riuscire pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">La scuola tecnica (pratica) deve riuscire utile.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza tra le due scuole deve essere abolita, inquantochè la Vita non tollera che l’una sia spirito senza corpo e l’altra corpo senza spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Colui che ha intenzione di non costruire troverà nella costruzione la ragione d’una maggiore contemplazione e il capitano di lungo corso mirando le stelle scoprirà per esse la rotta e la eternità dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>II.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni grado di cultura è riuscito sinora soltanto che simmetrico volume, da oggi nella scuola deve essere valutato come termine asimmetrico per una continua reazione generatrice di vita. Centro della reazione è l’AMORE. L’abbandono della coltura verso l’amore ci fu imposto colla guerra sul nostro terreno dai nostri nuovi amici: coloro che furono foggiati prima di noi da vergini elementi in un quotidiano lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’amore è tanto più bello quanto più s’avvicina all’istinto (base divina) e quanto più s’allontana dalla ragione (base di misura d’ambiente irreale).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IV.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La gioventù avanti d’entrare nella scuola si trova nello stato di grazia. La scuola dovrà essere la ripetizione delle forze e degli avvenimenti che generarono il nostro abbandono. Procurerà l’avvicinamento alla terra senza interposizioni di pressanti speculazioni umane, ma mediante la libera intuizione del divino che porta al convincimento danzante della superiorità ed eternità dello spirito e della inconsistenza della materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>V.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il popolo senza la scuola; ma l’argomento III ha ottenuto tale grado di sapere da sorpassare chi fuori del suo ambiente, educato alla vecchia scuola sta come albero a cui siano state tagliate le radici. Così sussiste lo stesso raffronto tra la nostra razza occidentale e tutte quelle poste ad oriente, sfoggiate dalla terra. La nostra superiorità su di loro non poggia che sulla forza, mentre da esse a noi non venne che luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>VI.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’allodola alta nella luce del cielo canta a chi passa di mattina presto pei campi ancora intatti di rugiada.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(“La testa di ferro”, 13 giugno 1920)</em></p>
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		<title>Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 06:40:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-petrarca-allucinato-il-baudelaire-padano-sulla-poesia-di-antonio-delfini-lautore-piu-incendiario-della-letteratura-italofona-del-novecento/">Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata</strong>, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c&#8217;è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all&#8217;inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parole di fuoco di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento,</strong> le cui pagine si possono forse riassumere in un distico – “Vorrei tu mi armassi la mano / per incendiare il piano padano” – che sembra saltare fuori direttamente da una ruvida salmodia dei C.C.C.P., il gruppo punk di Giovanni Lindo Ferretti – e curiosamente, rarità per il poeta, il tu cui si rivolge è il Signore – e salta invece fuori da un colpo di macchina da scrivere, o di penna impugnata, con la mano sinistra, come un revolver – due oggetti d&#8217;acciaio, due cose solide, per dirla con <em>Fuoco fatuo</em> – in una stanza modenese, anno 1958, di grazia, o disgrazia, che è quella che sente Delfini, e la frizione sulla carta deve aver prodotto non faville ma fiamme, quel giorno…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62697 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie-172x300.jpg" alt="Delfini" width="122" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delfini-poesie.jpg 364w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Niente padre, infanzia agiata, bisnonna naturale Marietta Pio di Savoia – “che abita vicino a Crevalcore, ma dentro i confini del ducato di Modena”, specificava –, figura snella ed elegante, calvizie precoce</strong> – come questo terzetto da amare: Oswald Spengler, Pierre Drieu La Rochelle, Henry Miller –, umore malinconico, indolente e rivoltoso (“tifiamo / tifiamo rivolta / nell&#8217;era democratica / simmetriche luci gialle e luoghi di concentrazione / nell&#8217;era democratica / strade lucide di pioggia splende il sole” – cantava Ferretti), non è andato a scuola e non ha letto i classici, spirito agonico e quasi agonistico, che infatti si voleva atleta ma prevalse il dandy baudelairiano, “funereo” – scrive Marcello Fais che ha curato il volume delle poesie complete per Einaudi –, il passo dondolante del nullafacente o, per meglio dire, di chi non sapeva davvero cosa fare e visse – parole queste dello stesso Delfini sugli anni trascorsi tra la sua Emilia e Firenze –, con “la paura di non arrivare in tempo a vivere, di non sposarmi, di non avere figli, di non vivere una vita dignitosa”; e per la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Al di qua di ogni letteratura” era la scrittura di Delfini, poesia centellinata ma debordante, esito del sentire saturnino</strong> delle antenne più dritte sulla sventura che si chiama Italia e che la sciagurata Italia abbia avuto assieme forse a Giuseppe Berto e Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">La sventura di Modena, di Parma, di Bologna, di Ferrara, “(la quale – ove la storia d&#8217;Italia fosse andata diversamente con minor numero di avventurieri stranieri e più amore, competenza e lealtà per le cose proprie – potrebbe essere oggi la capitale d&#8217;Italia)”.</p>
<p style="text-align: justify;">La disgrazia di tutta la penisola, “Italia, mia patria assassinata”, scrive Delfini, che per la sua terra sognava, come alternativa più ovvia alla più romantica Ferrara, Reggio Emilia capitale, perché città in cui fu inventato il tricolore della Repubblica Cisaplina.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarai d&#8217;Italia capitale / perdere Roma sarà poco male”, recita infatti un altro distico letale, nella poesia di<em> È morta la reazione</em>; Roma capitale di una società sempre più inumana, “l&#8217;inumanesimo italiano”, come lo definisce il poeta in rottura col disumano:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ma ciò che io combatto e col quale intendo rompere ogni rapporto è il disumano. Intendo per inumano ciò che è contrario all&#8217;uomo, che non essendo più imano è tuttavia incluso nell’umano.</strong> Insomma l’inumano è un uomo che finisce, o può finire, all&#8217;inferno. Il disumano è in vece ciò che è fuori dall’umano […]. In poche parole: è il diavolo. Il disumano può circolare fra noi, per via della nuova moda italiana dell’inumanesimo. Il disumano può circolare, ripeto, travestito da essere umano; può circolare, però soprattutto, nell&#8217;aria, nelle parole, negli oggetti, nel disegno degli architetti, nei frutti degli speculatori inumani […]; quando le donne che incontriamo non sono più né belle né brutte, ma provocanti, arrapanti, fredde o calde […]; quando più niente corrisponde alla verità del passato o dell&#8217;avvenire, e il presente vive senza rapporti e senza confronti.”</p>
<p>E stando a Delfini il disumano è il diavolo che tenta di vincere, e che in Italia ci riesce almeno dal 1935:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tornava fuori, nel 1935, il carattere sozzo, strozzinesco e delinquenziale di gran parte di quegli italiani cittadini che, falsi innamorati della vita, e consci della loro povertà senza America, intendono comechessia farsi la vita e l’avvenire col bagno, l’automobile, le troie e i gioielli.</strong> Questo gusto da sciacalli, più che da lupi da tigri e da leoni, gli italiani ce l&#8217;hanno nelle ossa fin dai momenti migliori della grandezza di Roma, affinato con le invasioni dei barbari, diventato costituzionale con la servitù allo straniero, portato al delirio fanatico degli alti ideali col fascismo, e caduto in un puzzo graveolento da rendere irrespirabile lo stesso dolce clima dell&#8217;Italia, proprio ora, nel momento in cui i migliori, i pochi <em>italiani</em>, attendono con ansia l&#8217;inizio (soltanto l&#8217;inizio) di una resurrezione del senso morale e artistico della Patria”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Delfini amava e odiava l’Italia, la detestava in modo viscerale perché avrebbe voluto poterla amare</strong>, cosa impossibile a simili condizioni, lui, scettico alla Cavalcanti, alla Pound, prossimo a Cervantes e Rimbaud, a Unamuno e Campana, e che in sé voleva “Napoleone, Bach Manzoni, Leopardi, Cavalcanti, Machiavelli, Goldoni&#8230;”, per possedere davvero una visione totale. Ma che si sentiva sfiduciato, disorientato di fronte alla realtà, seppur solidamente agguerrito, membro con Zavattini e Guareschi, di una mai vista brigata del risveglio padano, lui, un po&#8217; comunista, conservatore e reazionario, certo non in senso latino, mussoliniano, né progressista né rivoluzionario, di sicuro <em>ribelle</em> disimpegnato che fece del disimpegno il suo vero impegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le sue uniche vere lotte civili, a parte un tentativo di candidarsi nelle liste di Unità popolare, solo in funzione antagonista alla legge maggioritaria</strong> che per lui evocava ciò di cui non ne voleva più sapere – ossia il fascismo –, furono infatti la fondazione tra Viareggio e Bologna, tra il 1927 e il 1929, di un paio di periodici indipendenti, come recita il sottotitolo de <em>Il Liberale</em>, immediatamente soppressi dai fascisti, ma soprattutto la battaglia, tutta sua, donchisciottesca e di campanile, per la Certosa di Nonantola…</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha letto i classici, Delfini. È come spesso gli capita a Viareggio, lui che sempre bazzicò il quartiere Marco Polo, il Forte dei Marmi, il Fiumetto, la Versilia ancora dei letterati&#8230; Passeggia con un amico, che gli racconta che la Certosa resa famosa dal romanzo di Stendhal, che non ha mai letto, non è a Parma, bensì a Modena… Non ha letto i classici, Delfini. S&#8217;incuriosisce, ma, annoiato, si ferma a pagina trenta del libro di Stendhal, e ciò cui mira è solo di dimostrare che la certosa era quella di Nontantola…</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui l&#8217;ultima opera, uscita nel 1963, poco prima della morte,<em> Modena 1831, la città della Chartreuse.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Baudelaire padano, Delfini è il più grande lirico dopo Campana, è poeta senza l’ombra di un epigono,</strong> campanilista figlio di una depressione ambientale – ovvero la pianura –, di una terra di gente pragmatica e sognatrice, ruvida e molle, indolente, contadina e insieme aristocratica, calma ma anche subito pronta alle ebbrezze, ad allentare i freni inibitori, come nel suo stesso cantare, secco, carico, teso, a volte dolce, a volte delatorio, spesso prossimo a un turpiloquio in cui il manierismo si fa stile “céliniano”…</p>
<p style="text-align: justify;">Una poesia lirica, con spunti stilnovisti, romantici e crepuscolari, dadaisti, certo, ma di un “dada” che è tutto assolutamente emiliano, e che non poteva che esser “Mamama”, e “Mamama non polemizza: provoca. Mamama non ingiunge: disguida”, e che non può che produrre sillogismi pazzi qu anto lucidi, tipo: “Che cos&#8217;è la patria? La patria è un villaggio. Che cos&#8217;è un villaggio? Un agglomerato di imbecilli. Che cos&#8217;è un imbecille? Un uomo che può vivere nel villaggio e non può leggere Mamama”… <em>Voilà!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una poesia spesso sghemba e sgrammaticata, non da accademia ma da bettola, fatta per offendere, per perturbare,</strong> per distruggere ma anche per amare, l&#8217;amore rivolto a una donna sognata più spesso che a una reale, o alla patria (in <em>Avvertimento</em>, avverte di essere “lo straniero”), lui che si sente ormai apolide (un po&#8217; come Papini, come Gadda, come Montale), ma sanguigno di un sangue che <em>sente</em> le proprie radici anche nelle <em>flânerie</em> incessanti, non solo <em>nelle</em> città ma <em>tra</em> le città emiliane, versiliane, e Firenze, e Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62698 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini-194x300.jpg" alt="Delfini" width="135" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ricordo-della-basca-antonio-delfini.jpg 290w" sizes="(max-width: 135px) 100vw, 135px" />Una poesia di passeggiatore; quale era da ragazzo incantato dal francese; una lingua in cui gli capita di scrivere versi (“<em>On se souvient de Baudelaire la nuit / dans le train en traversant notre Emilie</em>” – “<em>Je suis un poète flâneur et débauché / je tiens mon poing en air</em>”); e di dandy indolente (“È bene scrivere sempre / così si dice, / ma è tanto bello dormire”); e di girovago ozioso (“Quando verrà quel giorno / tanto desiderato / nella mia vita oziosa”); e a volte sonnolento, “disteso sul letto a immaginare speranze” e “talmente fissato in una tragica svagatezza”; come nella pesante delusione che fu Firenze; fuggiasco nel silenzio; esule della solitudine. E che in prosa ha sognato: “potessi partire, ma partire come non è mai partito nessuno, andarsene senza un addio, senza un ricordo”. E che in poesia ha ribadito: “Tra Secchia e Panaro è disceso l&#8217;oblio / altri fiumi, altri cieli, altri monti, / non diranno che cosa ero io”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovvie le fughe rimbaudiane. Ovvia una scappata a Parigi.</strong> Da cui a Modena <em>finge</em> d’importare il surrealismo, Modena in cui vive la sua <em>bohème</em> (“Mi ero lasciato trascinare in minimi e ingenui bagordi da una compagnia di giovinastri rumorosi e goderecci, coi quali correvo letteralmente le strade, le piazze e i teatri” – “mi permettevo di creare satire ai costumi del tempo, figurate e verbali, di una tale comicità, improvvisate sulla pubblica via in qualunque ora del giorno e della notte”), in cui è “snervato da una vita ignobile e eccitato dai vini e liquori”, facendo “esperienze di vita, sofferte e godute di mia sola iniziativa”, esperienze originali e complicate, le quali lo distinguono dai suoi “compagni di trastulli notturni che definisce con sprezzo <em>fats de café…</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era il 1933 circa. E Delfini non gridava solamente gli ovvi “Viva la figa!” e “Viva le tagliatelle!” ma anche “Abbasso il Duce!”.</strong> Erano i tempi di <em>Ritorno in città</em>, autoedizione di successo, ma anche di progetti di amori e pure di matrimoni. Ma nulla di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì in poi, il poeta inizia ad assumere l’aria di un Petrarca allucinato che non riesce, o meglio non <em>può</em> trovare, in quella Italia che lo ripugna e che si rispecchia nelle donne, una Laura o una sposa (“le spose che sognai son morte”), la donna, la femmina che sia una musa (“con la storia dei miei amori sapevo di non avere un avvenire di amante come si rispetti (era fallito in me l&#8217;amante mio originale, un tipo che stava tra Leopardi e D&#8217;Annunzio)”), vittima degli orrori di un paese ormai semprepiù allucinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i tempi della sua Modena, di idee di libri, di abbozzi di racconti e di versi, dei quali scriverà poi: “A ripensarci dico che se avessi allora tenuto un <em>journal</em> non avrei potuto avere il tempo di vivere, né l&#8217;estro di creare, quei veri racconti, vivendo i quali non ho avuto il tempo di scriverli. Nei momenti di riposo di quella vita veramente intensa e attenta scrivevo delle frasi sui biglietti del tram e del cinema, sulle scatole dei fiammiferi e delle sigarette: li conservavo.” Per lo scrittore sono anni di fermentazione…</p>
<p style="text-align: justify;">E anni di spettri della sua infanzia, adolescenza e giovinezza, rivolta e inerzia, <em>voluntas</em> e <em>noluntas</em>, e fuga…</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema che davvero merita lunga una serie di citazioni: “Povero ragazzo / pieno di fantasie / verso la scuola arida e perduta // E tra la nebbia / ombra indecisa / guardavo avanti // chissà fin dove / chissà fin dove guardavo mai // Malinconia /di una ribellione / che vuol durare ancora // E ritornavo a casa / gonfio di niente // Poi mi affacciavo / a riguardare / dalla finestra del solaio / giù nel cortile buio / l&#8217;invisibile andare della gente / il muto ricordo del mare / me naufragante nel pantano” (<em>Lo spettro dell&#8217;infanzia</em>); “Potessi un giorno / camminare da solo / ma solo solo / non come vado adesso / solo / ma solo solo / senza me stesso” (<em>Non ho volontà</em>); “Voglio andar via / anima mia / Solo per il mondo / ch&#8217;è piccolo e senza fine / m&#8217;illuderò di perdermi / E sarò sempre solo / La gente non fa compagnia” (<em>Itinerario – I</em>); “Ma un giorno me ne andrò / limpido e solenne / per la mia strada muta” (<em>Itinerario – II</em>); “Voglio scappare / come una sera d&#8217;estate / quando pensavo di andare” (<em>Esasperante!</em>); “Chissà che cosa avrei fatto / chissà quanti amori / chissà quanti denari” (idem); “Penso ancora di andare andare / non so dove non so come non so quando / penso di partire morire e partire” (idem); “Non venite con me / ché sono solo / E andar coi solitari / è come andar di notte / per le strade senza luce” (<em>Avvertimento</em>).</p>
<p>*</p>
<p><strong>La voglia di scappare corrisponde in Delfini a quella sprezzante di distruggere, uccidere, appiccare il fuoco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una voglia di fuga, da parte del futuro poeta, che corrisponde alla realtà della sua vita quotidiana, fatta di <em>spleen</em>, e di una <em>bohème</em> un poco stantia in quella che descrive come “un&#8217;immensa pianura / CITTÀ invecchiate / donne abbandonate / amori consumati / nel tedio e nell&#8217;attesa / FANALI e lunghe strade / cortei – fanfare / olimpici richiami / il mare il mare / […] / la città – la torre / le campane / le bimbe della messa / i vicoli bui / un solitario / la lampada sul tavolo / penso a cose strane / (forse alle puttane)”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una realtà che gli starà sempre stretta, sotto il fascismo come nel dopoguerra in un paese nel quale sotto i colpi di presidenti, segretari, ministri, giudici, già si sta disfando l&#8217;antico mondo della provincia… “Il tribunale democristiano del demonio / mi ha rotto il focolare antico / Sia maledetto colui ch&#8217;è magistrato / sia maledetto il mio più grande amico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Delfini si proclama “giudice supremo / di questa vasta vita / senza freno e senza vita” e la poesia è la sua arma individuale: “Sian maledetti tutti gli avvocati / figliati dal lucertole e lombrichi / Sian maledetti i vuoti vasi cervellotici / dei lustri ministri servitori / di lontane terre e avidi ladri / delle nostre terre e portatori / di mestizia disperazione e follia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa sintetizzare in poesie di quattro versi, senza titolo, e in fulminanti distici, tutta la sua visione anarcoide: “Né laico, né prete / intendo votare”; e: “Sporca la scheda, / lasciala bianca”. Scrive d&#8217;altronde nel primo verso di <em>Sega gli alberi</em>, titolo che rieccheggia senza saperlo la <em>Deuxième élégie XXX</em> di Charles Péguy: “L&#8217;eterno inferno è il governo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62699 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822-195x300.jpg" alt="Delfini" width="135" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/md22408599822.jpg 300w" sizes="(max-width: 135px) 100vw, 135px" />Il disgusto verso i politici e l&#8217;Italia lo riversa anche sulle donne, che ne sono lo specchio sensuale: “È la gran moda democristiana: / restare vergine e far la puttana”.</strong> Un disgusto che nei versi de <em>Le ragazze del mondo borghese </em>diventa puro desiderio d&#8217;insozzarle: “avrete la merda sulle gonne: / non al presente, ma nel ricordo”… “La figlia del miliardario / regina delle ladre / quando si fa chiavare / lo fa nel letto di suo padre / Ha l&#8217;inferno nel cuore / ma il cuore no n ce l&#8217;ha / resta che ha l&#8217;inferno / altro di umano non ha”. E il suo proclama politico è tutto baudelairiano: “Monarchico anafilattico, / allergico repubblicano, / idiosincratico socialdemocratico. / Rimasto son solo, / ho preso lo scolo: / Non voterò!” L&#8217;ironia dadaista si fa sempre più acida e feroce.</p>
<p style="text-align: justify;">“Invasione, fallimenti / bombeatomiche, tormenti / fame, preti, seghemezze / tutte queste son pagliuzze. // Peste, rogne, inondazioni, / influenze, insurrezioni / spie, fascisti, partigiani, / delinquenti, e battipani // Tutto meglio all&#8217;ingiunzione / del coacervo liberale / che ti manda l&#8217;ufficiale / a pigliar la tua magione.” L&#8217;oggetto dei suoi assalti poetici sono mercanti, finanzieri e banchieri (“Sacerdoti del pareggio / con la banca dello strozzo”), democristiani, borghesi, modernisti e progressisti, procuratori e questori, governatori e dottori, ingegneri e cocchieri, fascisti, liberali, deficienti, comunisti, radicali, cornuti e finocchi, viriloidi e lesbiche, spie e delinquenti, ministri (“[&#8230;] ministri Saltinbocca e Mozzarella / e &#8216;l loro degno presidente Tarantella”) e avvocati (“Caro avvocato sadico e ristretto / dal sudicio sguardo da strozzino / hai una figlia che non ho mai visto / […] / stai attento: tua figlia verrà uccisa” – “Caro avvocato guarda bene / la moglie tua verrà insultata / da quattro sante prostitute / e davanti a te saran sapute / di tutte le ordure di gioventù” – “a Bologna, a Modena, a Milano / e c&#8217;è l&#8217;illustre castrato / generale avvocato di culano / che quando parla tiene in mano / un finto cazzo levigato”). E sogna una qualche rivolta né fascista né antifascista, né comunista né anticomunista, né filosovietica né filoamericana (Delfini scrisse tra l&#8217;altro un <em>Manifesto per un partito conservatore e comunista</em>, che sarebbe dovuto nascere nelle capitali degli stati d&#8217;Italia, contro l&#8217;unità mitizzata dal Risorgimento piemontese, le riforme agrarie e i grandi affaristi del capitalismo, e fondato sulla proprietà terriera, negli interessi di contadini e operai, ai tempi ancora cari alla sinistra). E sogna ironiche punizioni, castigando in versi gli appartenenti ai partiti di quella che oggi è chiamata prima repubblica (rispettivamente i democristiani con olio di ricino se di sinistra, con vino democristiano se di destra, con acqua del Meridione se di centro, e i comunisti, i socialisti e i socialdemocratici con la Coca-Cola, i liberali col Cynar, i radiali e i repubblicani con la Corona, non intesa come birra bensì come monarchia, e i monarchici con l&#8217;edera dello stesso P.R.I.).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;amarezza e disincanto che prova rispetto alla patria non vale soltanto per le donne ma anche per gli amici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Molto più bello, più intelligente, più ricco e più aristocratico degli amici che ho avuto, mi sono trovato davanti alla barriera terribile e armata dei loro difetti, vizi e capricci: gelosia, narcisismo e sfrenata (ma sorda) ambizione.</strong> Né geloso, né ambizioso, […] mi sono scoperto (ma troppo tardi) un difetto […]: una mitezza eccessiva nata dal desiderio di non soffrire mai o il meno possibile, si è convertita nel tempo in pigra contemplazione e in una sorda velleitaria rivalsa che non è mai sfociata in una conclusiva spiccata vendetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivo continua questa brutta storia. La mia è una discesa continua; talvolta procurata dagli amici che ho avuto; tal&#8217;altra, aiutata dalla mia disperazione a vedere gli amici che ho avuto, guardarmi, compiaciuti (col loro sguardo freddo tra di tedesco, di eunuco, e di triglia) scivolare verso il basso. Ma si illudono. Poiché il basso verso il quale scivolo, non è che un elevatissimo altipiano: mentre alle loro spalle, di sulle vette dalle quali par che mirino altezzosi, coi loro sguardi annoiati e incomprensibili, li attende il baratro)”.</p>
<p style="text-align: justify;">E l’amarezza e il disincanto che prova per donne e amici è uguale a quello verso gli intellettuali in Versilia: “Dopo una giornata con gli scrittori, non mi riusciva nemmeno di leggere. Passavo momenti in cui desideravo veramente uccidere. <strong>Pochi scrittori, credo, hanno odiato gli altri scrittori come li ho odiati io. </strong>Avevo una naturale simpatia per uno solo di loro” – “Parlare di quegli svariati e uniformi gruppi mondani che dovetti conoscere e frequentare mio malgrado, mi fa avere ancora oggi un senso di smarrimento della mia personalità, come se avessi vissuto e continuassi a vivere in una perenne vergogna morale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1935 si è trasferito a Firenze proprio per poter frequentare il mondo degli intellettuali, ma ne è deluso.</p>
<p style="text-align: justify;">Vive “l&#8217;agonia dello spirito” e ha voglia tornare a casa, rendendosi però conto di non poterlo più fare, come confesserà poi nella splendida introduzione a <em>Il ricordo della basca</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sente “un borghese sulla via della delusione” che ammette l&#8217;inanità (“non sapevo veramente che cosa fare”), legge Stendhal, “una disgrazia”, e, appena può, fugge a Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Firenze non riesce davvero a vivere (“la sprecata vita letteraria dell&#8217;inverno fiorentino”), per cui torna continuamente a Parma e a Modena</strong>, che ritrova solo allora, ora che se n’è andato via, e così, attraverso quella distanza, la città diventa quasi irreale… E spesso a Bologna, dove si reca per seguire le orme di Stendhal, ripercorre, perdendosi, le strade di Campana (“mi perdevo […] negli itinerari di Dino Campana”), girando fino alle due, fine alle tre del mattino per poi tornare a Firenze col primo treno…</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">“Come salivo su quel treno che proviene da Verona, va a Bologna passando per dolci sinuosi paesi come Camposanto, San Giovanni in Persiceto e Crevalcore […], come salivo su quel treno andavo ripensando di un giorno lontano, di un ottobre solare, di un giorno semplice, senza visioni particolari, senza tenebre, chiaro e disadorno, pieno del rieccheggiamento di echi famigliari che ogni strada e ogni piazza che avevo attraversa, mi rimandavano avvolgendomi in un mantello morbido e sottile combinato di un tessuto fatto di aria, di luce, e profumato delle vaghezze autunnali, dei prati e dell&#8217;uva matura, filtrate attraverso le porte della città, dei vicoli, delle piazzette rinchiuse. Ricordo di raggi di luce di un oro tenue e leggero che andava a consolidarsisui muri del Palazzo Ducale, sulla chiesa di San Bartolomeo, sullo sfondo del Corso Reale. Era un giorno lontano…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62696 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/23664-200x300.jpg" alt="Delfini" width="132" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/23664-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/23664.jpg 600w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Nasce così il suo capolavoro, <em>Il ricordo della Basca</em>, volume di novelle in prosa decisamente poetica, baudelairiana,</strong> che “fu il meno diffuso, della collezione meno diffusa, dell’editore meno diffuso d’Italia”, Lischi di Pisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Opera che ripercorrerà, verso la metà degli anni ’50, quando, a Roma, scriverà l’introduzione, traccia di un lavorio che culmina nel gioco di specchi tra questa piccola autobiografia e le poesie della fase che segue il 1958.</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura di Delfini si fa allora tentativo di ricostruire, dai ricordi, le connessioni di avvenimenti non solo <em>personali</em> ma anche <em>nazionali</em>, con un senso apocalittico di fine del mondo, e infatti nel febbraio 1959 annota di voler tentare “l&#8217;anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo. Ultimi giorni che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere”, tra memorie, rimorsi, visioni, fine di speranze e brame d&#8217;assassinio, identificando e minacciando i colpevoli, come Pasolini, prima di Pasolini, più di Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua <em>malattia</em> è stata quella di partire, per Firenze prima e per Roma poi, perché l&#8217;Emilia la lasciava malvolentieri, e i suoi ritorni “dalla stazione Termini alla stazione di Modena, erano sempre stati accompagnati da una grande euforia, da una pienezza di propositi e da una sconfinata gioia di vivere”, e la ragione è presto svelata: “<strong>Fra parentesi dichiaro il mio odio per tutti coloro che per Roma o da Roma hanno voluto, contro di me e contro molti altri italiani, gettare il seme dell’avvilimento sul mio – sul nostro – sentimento orgoglioso di non essere nati a Roma</strong>, di non vivere a Roma, e sulla mia – nostra – impressione che a Roma, e soltanto a Roma, si trovi quella data forma di vita che gli avvilitori di questo secolo chiamano <em>provincia </em>e<em> provincialismo</em>.”</p>
<p>La capitale lo farà ammalare del pregiudizio o complesso del provincialismo che ammorba gli intellettuali:</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo che se non avessi conosciuto degli intellettuali, e li avessi frequentati ancor meno di quanto li avessi frequentati fin allora, non sarei partito per Roma. Perché partire per Roma significava sottomettermi a una specie di complesso di inferiorità, che gli intellettuali mi avevano rivelato, e col quale non seppi giocare disinvoltamente a pallino. Era il loro complesso di inferiorità, e, <em>par delicatesse</em>, finsi di esserne anch&#8217;io infettato. […] Il complesso di inferiorità si chiamava (e si chiama tutt&#8217;ora) <em>provincia</em>. Si badi però a quanto dico. Il loro complesso non stava nell&#8217;essere dei provinciali […] ma nel parlare, nel giudicare, <em>di una provincia</em>,<em> di un provincialismo</em>,<em> nel contagiare di un timore della provincia</em>, e nell&#8217;isolarsi in una torre, o in una valle segreta, o nel centro di una grande città, o nel salotto di una signora dentro una villa, <em>fuori della provincia.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Roma il poeta padano troverà infatti solo intellettuali che definisce con sprezzo, in francese, <em>assommants</em>, ossia che tendono a umiliarlo (“come se fossi un vecchio socialista, che delinquenti squadristi si fossero portati in giro dileggiando”), ad annullarlo</strong> (“Non ero più nessuno. Ero stato raccolto, spremuto per quel che valevo materialmente, e gettato via”), e a renderlo quindi inerte, lui che, senza studi e laurea, era partito come se dialogare con Cardarelli e Bacchelli in terra padana valesse meno che farlo a Firenze oppure con D&#8217;Annunzio, di cui ricordava una grottesca adorazione nella sua Modena: “Camerati, non dimentichiamo Gabriele d&#8217;Annunzio. Per il Condottiero eja! eja! eja!”, e “Alalà!”, gli rispondeva oscenamente il coro dei fascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua Modena non poteva dunque esser quella del fascismo, bensì una città medievale e baudelairiana, sfumata nella nebbia e ricolma di strane figure: romantiche se in accordo con tale identità; grottesche quando figlie del regime italico…</p>
<p style="text-align: justify;">Modena di modiste e marchesi, di puttane e puttanieri, di mariti che scompaiono nel nulla, mogli e amanti, signore impiumate e sculettanti, vecchi maestri soli e con la paura della morte, e Felice e suo fratello uscito di prigione, condannato a tre anni per truffa, i quali, in due, <em>soddisfano</em> la stessa donna, fino alla rovina, senza dimenticare – e come si potrebbe mai farlo? – “l’indimenticabile dandy” – la nitida proiezione di Delfini – che frequenta pittori, scrittori, giornalisti e famiglie bene, giocatore d&#8217;azzardo, spendaccione e dongiovanni che si proclama “scrittore e contrabbandiere, ricco e fortunato, brillante e famoso […] per farvi crepare di rabbia, gente impacciata cattiva pettegola paurosa e senza stile”, per prendere le distanze dalla gente – “gente […] moscia, gnaulante e ottusa” – “gente senza poesia” – “siete della merda” – gente di Modena, tra la quale c&#8217;è tuttavia anche la deliziosa apparizione della “diciottenne saltellante ed allegra Gina che coi suoi occhi neri, capelli bruni, le anche entusiaste, le gambe lunghe e tornite, già si era resa famosa in città pur preservando la sua purezza di fanciulla. Sotto il Portico del Collegio, durante i rumorosi e affollati andarivieni del mezzogiorno domenicale, era un fiorire di elogi detti grassamente in dialetto all&#8217;indirizzo della bella Gina, la quale, nella sua inavvertita solitudine passava più volte sotto quei frizzi e sotto quegli sguardi, lieta e confusa, col cuore imaginosamente pieno di un luminoso e rombante avvenire che le si presentava caoticamente con giovanile sicurezza. […] Già qualcuno l&#8217;aveva fermata, la domenica, nella stretta via di San Michele, mentre ella volgeva verso casa. Il più svelto di tutti, il Marchesino B., l&#8217;aveva palpata ben bene mentre lei ridendo cercava di liberarsi per salire presto in casa ancor timorosa che il fratello non la redarguisse”, e poi ancora, in campagna, la romanticissima ballata di un fidanzato, Teodoro, partito a cavallo da un paesino della zona incolta della pianura per andare dalla sua amata, che vive in una villa a cento chilometri e che vuol sposare per avere una famiglia, più che l&#8217;amore, dopo avere avuto tante ragazze da cui veniva infine sempre disgustato; perché i due: “Avevano in comune, e ne gioivano tacitamente, quell’educazione che non insegna e che non fu insegnata, dote somma che lascia talvolta all&#8217;uomo la libertà di sentirsi vicino a Dio”; e ora sogna: “Andremo a letto, e dormiremo, ché ne abbiamo bisogno, poiché sono trentacinque anni che non dormo, e lei trent&#8217;anni. E ogni volta che ci addormenteremo, diremo che non ci sveglieremo più per l&#8217;eternità. E quando ci saranno i bambini, anche i bambini diranno così con noi. […] Quello che facciamo noi è la cosa più antica e più rara della terra: l&#8217;amore. C&#8217;è una società che ha reso questa parola ridicola. E noi ne siamo felici, perché il nostro amore è ridicolo, noto antico, sorpassato, ma unico perché solamente te ed io lo conosciamo&#8230;”; e lei uguale;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c’è la basca che dà il titolo a una novella e alla raccolta, testo che qui resta implicito e se ne riempiono i margini, perché non può esser riassunto o accennato, ma letto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Modena, ricorda lo scrittore, gli facevano i complimenti nel 1935, quando non aveva pubblicato un bel niente, non una critica non un premio non un ministro ammazzato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E poi, anni dopo, uscito <em>Il ricordo della basca</em>, silenzio, indifferenza, disprezzo, a dispetto del suo amore per la città (“Duomo torre e casa mia / voglio con te andar via”, scrive in un altro distico, della poesia <em>Non c&#8217;è niente da fare</em>), delle sue evocazioni del passato nel presente (“Tempo in cui le mura della città erano ancora intatte, e poche case sparse picchiettavano la solitudine della pianura”), come in un sogno, “confusa nella nebbia della pianura”, come nel sonno che spesso avvolge la campagna circostante, “il sonno dei campi sotto il sole”, il cui il ricordo della basca, figlia di una terra regionalista, si fa insomma ricordo di “quella parte della pianura, chiamata la Bassa, la cui vegetazione rigogliosa, coi campi simmetricamente divisi da lunghi filari di alti alberi vitati, e di tanto in tanto cosparsi da pioppe cipressine, dà l&#8217;idea di un&#8217;enorme infinita città signorile, mai apparsa e mai distrutta”, terra di stradine, alberi, campanili, e di malinconie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo s&#8217;immagini e ricordi a guardare fuori attraverso i vetri di un caffè, senza poter vedere il colonnato dei portici medievali, velato dalla nebbia, a pensare alla morte… Perché per i poeti: “L&#8217;unica via possibile è la morte”. Perché veramente: “Viva la f&#8230;!” / grida il popolo emiliano. / Sfonda una diga. // <strong>La morte è un piano / di ricostruzione / per la reazione”.</strong> Perché è il miglior ricordo, ora che sono passati centodieci anni dalla nascita del poeta, ottanta dalla prima edizione de <em>Il ricordo della basca</em>, e sessanta da questo verso, vergato a Modena: “non è il disastro che conta, / è l&#8217;assente sospiro che monta”. Perché: “Non c&#8217;è cosa più bella al mondo, non c&#8217;è ora più felice, come quella di incontrare una persona che ti ha fatto piangere al solo vederla, e che ti dice ogni cosa, come se ti conoscesse dall&#8217;infanzia, spontaneamente, senza misure e senza paure.” E chi vuol provarci tenti pure, con tanti auguri, di trovare prose e versi più potenti di quelle del poeta che voleva incendiare, senza misure né paure, la Bassa, e l&#8217;Italia.</p>
<p>Il suo ricordo della basca, e in parte della Bassa, è l&#8217;antidoto a uno più diffuso, “quello di far schifo ai vivi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-petrarca-allucinato-il-baudelaire-padano-sulla-poesia-di-antonio-delfini-lautore-piu-incendiario-della-letteratura-italofona-del-novecento/">Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Vogliono tramutare Emily Dickinson nella Madonna delle femministe. Ecco perché leggere una poesia al giorno del “mito” vi cambierà occhi, lingua, cervello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2018 10:13:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un momento. Quel momento fu un apice. E fu rapace. Siamo nell’Ottocento, e non conta la scansione prometeica della cronologia e neppure la trincea ‘sociologica’. Accade che appaiano degli uomini. A diverse latitudini. Non si conoscono. Questi uomini hanno un linguaggio. E cambiano per sempre il modo di guardare le cose, di nominarle, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è stato un momento. Quel momento fu un apice. E fu rapace. Siamo nell’Ottocento, e non conta la scansione prometeica della cronologia e neppure la trincea ‘sociologica’. <strong>Accade che appaiano degli uomini. A diverse latitudini. Non si conoscono. Questi uomini hanno un linguaggio. E cambiano per sempre il modo di guardare le cose, di nominarle, perfino. Friedrich H</strong><strong>ölderlin in Germania, Arthur Rimbaud in Francia, Giacomo Leopardi in Italia, Emily Dickinson negli Stati Uniti d’America.</strong> Questi quattro angeli portano lingue diverse ma sono accomunati da un fatto. Vissuti nell’Ottocento, sono i più grandi poeti del Novecento. Di oggi. Di sempre. Voglio dire. <strong>La loro poesia nasce già ‘postuma’, è scritta per chi verrà dopo di loro, è un dono ai venienti, ai nascituri, a chi deve ancora nascere.</strong> La cosa è straordinaria. Entrambi, sono accomunati da silente sfrenatezza, da una poesia che è oltranza, che oltraggia il lettore comune, che rompe le convenzioni. Sono poeti irrefrenabili, inauditi, di cui non sai darti ragione perché ti si spappola il cervello, come un fiore marcito. <strong>Per la storia della poesia, questi poeti inaugurano un nuovo modo di fare poesia – per la storia dell’uomo, impongono nuovi occhi sul mondo. Rinominano le cose, appunto. Sono di una purezza tale da eludere perfino la parola ‘poeta’.</strong> Bene. L’occasione per ribadire questa idea, talmente abbagliante da risuonare banale, è un film. <em>A Quiet Passion</em>. Uscito nel 2016, flirtando con un anniversario – i 130 dalla morte – il film racconta la vita di Emily Dickinson. <strong>In realtà, c’è poco da raccontare, ma c’è molto da leggere: fare un film su un poeta – a meno che non sia Byron o D’Annunzio – è giocare a rugby su una lastra di vetro sospesa nel vuoto. </strong>Mi fido <a href="https://www.corriere.it/spettacoli/18_giugno_11/a-quiet-passion-cynthia-nixon-terence-davies-coscienza-emily-dickinson-poetessa-oltre-ogni-schema-593b7dbc-6cc1-11e8-8fe1-92e098249b61.shtml" target="_blank" rel="noopener">di quanto ha scritto ‘il Mereghetti’ sul <em>Corriere della Sera</em></a>: il regista – Terence Davies – è bravo, la protagonista, Cynthia Nixon, “l’Amanda di <em>Sex and the City</em>” <a href="https://www.newyorker.com/culture/persons-of-interest/cynthia-nixons-emily-thing" target="_blank" rel="noopener">(qui trovate un suo bel profilo)</a> è brava pure lei, il film si fa vedere, è piuttosto raffinato. Andatelo a vedere. <strong>Meglio un film sulla Dickinson, supereroe della poesia, che l’ennesimo film sul solito supereroe della Marvel, un atto di bullismo bulimico contro i poveri spettatori paganti.</strong> Spiando qua e là e leggendo su e giù, però, una cosa mi irrita assai. Il regista, riportano le italiche cronache, ha detto, parlando di Emily, “era divertente, aveva un grande umorismo, e faceva tutte quelle cose che noi esseri umani facciamo”. Di certo, Emily era ironica, fino al cinismo, ovviamente era un essere umano – ma non <em>come noi</em>, forse più di noi, sapeva essere vespa e vispa, albero e nuvola, amante e virile – <strong>ma non userei mai l’aggettivo <em>divertente</em> per descriverla. Io la immagino come una fiamma. “Era una santa”, mi dice, piuttosto, Isabella Santacroce.</strong> “Mi basterebbe attraversare le pareti. Far apparire Emily Dickinson. Parlare con lei”. Emily Dickinson, la poetessa che scrive 2mila poesie e ne pubblica in vita una manciata, <em>Lei</em>, la rara, che decide la clausura nel suo mondo, fino a fare della propria stanza l’ombelico del creato e delle tende il verbo di un dio analfabeta. <strong>“Ad Amherst… è chiamata <em>il mito. </em>Non esce di casa da quindici anni… è sotto molti aspetti un genio. Veste di bianco, si pettina come usava quindici anni fa, quando scelse la reclusione.</strong> Ha voluto che io cantassi per lei, ma senza incontrarmi… Quando ho finito mi ha fatto avere un bicchiere di sherry e una poesia…”, appunta, il 15 settembre del 1881, Mabel Loomis. Emily, linguaggio addestrato dai millenni, che pietrifica chi lo attraversa, qualcosa di simile a Eraclito <strong>(“Vela il tramonto e svela:/ incanta ciò che vedi/ minaccia d’ametista/ e fosse di mistero”)</strong>, alla parola che avvia la rivoluzione della terra <strong>(“Questi sono gli affluenti della mente –/ i suoi emissari – se li vuoi vedere/ ascendi con me la vetta/ dell’immortalità –”)</strong>. Emily non va vista – il <em>vedere</em> rimuove l’enigma, riduce il sacro a un biglietto d’ingresso – ma va letta, leccandone i versi, semmai. Le lettere, ad esempio, vanno crocefisse di sottolineature <strong>(“Quanto al fatto ‘che rifuggo da Uomini e Donne’ – è perché parlano di cose Consacrate, ad alta voce – e mettono in imbarazzo il mio Cane”, scrive, “agosto 1862”, a Thomas W. Higginson, ed è così, Emily va sussurrata, non berciata sul grande schermo, va letta al buio sapendone la luce).</strong> Ecco. Nel film Emily sembra una proto femminista, l’ennesimo ritratto della femmina che si ribella alle consuetudini patriarcali, magari una Madonna lesbo. Emily va letta. In Italia, per altro, gli adoratori sono tanti, solidi. Già nel 1938, pur con una punta di paura, Mario Praz la esalta (“In uno stile audacissimo di modernità, talora involuto per troppa compattezza, talora diretto come grido dell’anima, le brevi poesie della D. costituiscono una delle più notevoli serie di confessioni liriche che la letteratura ricordi”). <strong>Molto tradotta dai poeti – ma Mario Luzi è notevolmente pessimo, mentre Amelia Rosselli ha la stessa tempra e temperatura d’ossessione retorica</strong> – la Dickinson <a href="http://www.emilydickinson.it/" target="_blank" rel="noopener">potete leggerla, tutta, qui,</a> per grazia di Giuseppe Ierolli; <a href="http://www.edickinson.org/" target="_blank" rel="noopener">l’Emily Dickinson Archive, invece, è qui</a>, dove potete sfogliare i suoi manoscritti, e lasciarvi soggiogare dal suo mondo. <strong>La Dickinson è una terapia contro l’ovvio e l’osceno: </strong>basta una poesia al giorno per forgiare nuovi occhi, darvi una lingua d’argento e un cervello meno scemo. Provate. (d.b.)</p>
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		<title>Gli astemi non hanno mai fatto la storia della letteratura. Ovvero: difesa a spada tratta di Giuseppe Vannicola dopo un tradimento editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 May 2018 06:28:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un chilo e duecentocinquanta grammi di carta giallina cucita con filo refe ed avvolta in brossura con sovracoperta funerea… così sono state impacchettate per i posteri la vita e le opere di un cesellatore della parola poco conosciuto vissuto nei primi anni del Novecento, Giuseppe Vannicola, quando l’Italia si sforzava di essere fucina di creazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un chilo e duecentocinquanta grammi di carta giallina cucita con filo refe ed avvolta in brossura con sovracoperta funerea… <strong>così sono state impacchettate per i posteri la vita e le opere di un cesellatore della parola poco conosciuto vissuto nei primi anni del Novecento, Giuseppe Vannicola, quando l’Italia si sforzava di essere fucina di creazione in tutti i campi e non come è ridotta ora, </strong>fetida topaia di furbi ed opportunisti, sempre pronti a farsi un selfie salendo con i piedi sul corpo dell’altro. Con 35 euro, quei buffi foglietti colorati che dal 2002 muovono le nostre vite nel luna park europeo, mi sono portato a casa questo mattoncino, <strong>l’ho letto e riletto, soprattutto le prime 70 pagine in leziosa numerazione romana e in plurale maiestatis denominate “saggio introduttivo” (di saggio c&#8217;è poco, di “introduttivo” <em>mooolto</em>…);</strong> ero tentato dal dissezionare, smembrare il corpus cartaceo come faccio con i quotidiani (appena compro il giornale lo strappo nella costa per poterlo leggere meglio in metropolitana) per poter stendere a terra i vari capitoli e disinnescare il timore reverenziale che 600 pagine incutono e così scopri che le 226 pagine di <em>Sonata Patetica</em> dal sapore mitteleuropeo sono diventate 100 paginette da “contratto di governo” tutte precisine, insipide ed inodore, roba da stalker; scopri che una chicca editoriale come <em>Corde della grande lira</em>, nato come omaggio alla compagna Olga, delicato e profondo nell’uso e nel significato è diventato interessante come una biopsia istologica e raggiungi “l’abominio della desolazione” quando arrivi a <em>Elsa l’abbandonata</em>, <strong>una pièce teatrale mai rappresentata che se la sfogliate seppur virtualmente sul sito dedicato a Vannicola, come uscì su <em>La Riviera Ligure</em>, vi trasmette un po&#8217; di interesse, un po’ di vita mentre nel mattoncino diventa mera e pura ispezione microbiologica.</strong> Faccio un esempio, trascrivendo qualche riga tratta da <em>Tetano Metafisico</em> e dalla biografia che pubblicò Ferdinando Gerra nel 1978 :</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(…) “Corde della grande Lira” è un insieme di tredici concetti espressi in stile aforistico stampati ciascuno in una pagina a sé, solo recto, in un piccolo libro formato album (12,5&#215;20) costituito da trentadue pagine non numerate. In copertina muta è riprodotta unicamente un’orchidea … (tratto da “Tetano Metafisico”)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(…) il Vannicola scrisse una serie di tredici brevissimi pensieri, pubblicandoli poi con il titolo “Corde della grande lira” in un elegante fascicoletto formato album (cm. 12,5 x 20), con copertina muta su cui spicca il disegno di un’orchidea. (tratto dalla biografia di F. Gerra)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma, la vedete la differenza??? e il cosiddetto “saggio introduttivo” inizia con queste parole che mi hanno fatto consumare tutto il Maalox che avevo in casa: “(…) Non è ancora ben noto cosa abbia scritto, né quale sia stata la sua vita”. Perché devo assistere impassibile a questo accoltellamento verbale?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Vannicola non merita questo petulante interessamento peloso, lui scriveva per illuminare la sua vita difficile di colori, di speranza, di vino e assenzio, eeeh cosa sarà mai… gli astemi non hanno fatto la storia della letteratura, il Futurismo è nato da una sbornia e da una uscita di strada in auto,</strong> il più grande “musicista” del Novecento italiano strappava le pagine dei suoi <em>Canti Orfici</em> a chi non le poteva capire, l’Uomo Inimitabile volava su Vienna a seminar volantini, Guido Morselli sappiamo bene come è finito per non essere pubblicato, Lorenzo Calogero morì di fame sul suo letto, in Calabria, dopo aver scritto sulla terra delle poesie splendide e noi non dobbiamo incazzarci per questo superficialismo editoriale? Per dirla con il rev. M.L.King, <em>I have a dream</em>… <strong>sogno di vedere, un giorno, ristampati in anastatica, i lavori di Vannicola “come erano e dove erano”, come nei titoli di coda di un terremoto.</strong> Non so cosa mi trattenga dal passare nel tritadocumenti l’altezzoso mattoncino… veramente lo so, sono quei buffi foglietti colorati che ho speso, perché costano fatica, ultimamente anche molto sudore, e non è giusto nei nostri confronti, sprecarli.</p>
<p><em>Silvano Tognacci</em></p>
<p><em>*</em>Per mettere <a href="https://vannicolagiuseppe.wordpress.com/tag/giuseppe-vannicola/" target="_blank" rel="noopener">un piede nel genio di Giuseppe Vannicola, sfogliate qui.</a></p>
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		<title>“Invoco la nostra iddia Rapidità”: le lettere inedite di D’Annunzio, Orfeo Top Gun</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 06:45:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il contesto. Siamo tra il 1925 e il 1927. Gabriele d’Annunzio vive l’aureo esilio al Vittoriale, progettato per eternare la leggenda del Vate. Dopo l’impresa di Fiume, che scatenò gli impeti rivoluzionari d’Europa – compresi i motivatori e i moti per la libertà d’Irlanda – D’Annunzio, ribattezzato “il Comandante”, compie una catabasi in se stesso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il contesto. </strong>Siamo tra il 1925 e il 1927. Gabriele d’Annunzio vive l’aureo esilio al Vittoriale, progettato per eternare la leggenda del Vate. Dopo l’impresa di Fiume, che scatenò gli impeti rivoluzionari d’Europa – compresi i motivatori e i moti per la libertà d’Irlanda – D’Annunzio, ribattezzato “il Comandante”, compie una catabasi in se stesso – rivelata nei suoi ultimi libri, di voluttuosa, voluminosa sensibilità. La Storia lo ha espulso, non gli resta che scrivere la storia della letteratura: nel 1926 nasce l’Istituto per editare l’opera omnia di D’Annunzio, per Mondadori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60199 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993-228x300.jpg" alt="lettera d'Annunzio" width="228" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993-768x1009.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993-780x1024.jpg 780w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993-600x788.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-2-e1522824127993.jpg 1427w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" />La scoperta. </strong>Proprietà di un collezionista privato, sono emerse nove lettere di Gabriele d’Annunzio, ad oggi ignote, a Gian Riccardo Cella. Le lettere, adornate con i ‘motti’ di D’Annunzio griffati da Adolfo De Carolis – ‘Memento Audere Semper’; ‘Ti Con Nu, Nu Con Ti’; ‘Sufficit Animus’ – sono di particolare intensità, perché narrano di un poeta indomabile, affascinato dalle macchine e dalla velocità – anzi, come scrive lui, dalla “iddia Rapidità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il destinatario. </strong>Gian Riccardo Cella fu un importante imprenditore piemontese. Alla fine della Seconda guerra fu implicato in due situazioni importanti e ambigue. Alla fine del 1944 acquista <em>Il Popolo d’Italia</em>, di proprietà di Mussolini, con l’aiuto di finanze ‘alleate’. Secondo Roberto Festorazzi, che sul tema ha scritto un dettagliato articolo su <em>Avvenire</em> (<em>I soldi di Churchill a Mussolini per il ‘Popolo d’Italia’</em>), “Il primo obiettivo di Mussolini era legato alla necessità di sottrarsi alle pressioni di Hitler, che insisteva presso di lui per poter mettere le grinfie sulle rotative del <em>Popolo d’Italia</em>”. Il secondo evento accade il 25 aprile del 1945: Cella è il mediatore del fatidico incontro che si tiene presso l’arcivescovado di Milano, tra il Duce, il cardinal Ildefonso Schuster e membri della Resistenza, per trattare la resa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’amicizia. </strong>Cella era all’epoca azionista forte dell’‘Isotta Fraschini’, azienda automobilistica e di produzione di motori per aerei e navi. D’Annunzio vuole da Cella barche per vincere gare di velocità sul lago di Como e aerei per compiere una trasvolata oceanica. L’amicizia tra i due è testimoniata da un viaggio a Washington D.C., presso l’International Civil Aeronautics Conference, per un’orazione su “Isotta Fraschini’s contribution to italian aviation”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le lettere. </strong>Pubblichiamo su <em>Pangea</em> un nucleo delle lettere inedite di Gabriele d’Annunzio a Gian Riccardo Cella. Il ‘Comandante’ scrive al Commendatore. Per surclassare la vecchiaia, il poeta chiede motoscafi e aerei supersonici: Orfeo con la testa da Top Gun. Non sempre la “iddia Rapidità” gli sorride, ma il poeta, indomito, continua a sognare “il ‘primato’”, dacché “ormai corro tutte le vie e disegno tutte le scie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mio caro Consolatore,</p>
<p style="text-align: justify;">nella Sua fraterna e generosa risposta mi parve quasi riudire il tono dei miei motori di Buccari; che oggi turbano le acque del lago con un fremito ancor guerriero! <strong>Ma i miei compagni oggi mi confermano la difficoltà di ottenere i primi due S55 della “Serie Aero Express”. Non mi rassegno;</strong> e mando a Roma Eugenio Casagrade con una lettera al Presidente, che mi aveva solennemente promesso di abolire ogni ostacolo. E credo che sia possibile trovare una soluzione fausta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma io oso (<em>memento audere…</em>) domandare a Lei un prodigio di volontà creatrice. Il mirabile Capé non potrebbe condurre a termine la costruzione di altri due apparecchi già in cantiere?</p>
<p style="text-align: justify;">Le mando un talismano, con l’impresa dell’Elefante e col motto di Alamanno Sa<u>l</u>viati: Suis viribus pollens. E attendo da Lei un’altra buona parola: la “parola alata” che ignorarono le bocche degli eroi e degli iddii d’Omero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Suo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gabriele d’Annunzio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Vittoriale. 29 aprile 1925.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mio caro amico e patrono,</p>
<p style="text-align: justify;">ieri – dopo un dubitoso silenzio – ebbi dal Generale Bonzani l’annunzio del deliberato aiuto statuale al lungo volo oceanico, e dal medesimo ebbi anche lietissime notizie dei nuovi motori.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi viene il mio compagno d’ala Eugenio Casagrande, e mi riconferma le notizie così che io ho già nel mio orecchio e nella mia anima il rombo infallibile e invincibile. Il mio patrocinio sedentario (o vergogna!) e <strong>la mia cooperazione aerea si fondano sopra una volontà ferma di eseguire il volo con motori di struttura italiana.</strong> <em>Conditio sine qua non</em>… Per ciò Ella pensi quale sia la mia gioia. È tanta che</p>
<p style="text-align: justify;">il convalescente Le perdona pe<u>r</u>fino l’indugio nel varare, in questo lago quasi marino, la sottil prua dei “cento chilometri all’ora”!</p>
<p style="text-align: justify;">Io verrò presto in corsa a Milano, per vedere e toccare e spronare i “cinquecento cavalli”. Ad ogni modo la ceresella di Frate Ginepro è sempre offerta all’ospite gradito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Suo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gabriele d’Annunzio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Vittoriale: 11 luglio 1925.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60198 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251-216x300.jpg" alt="lettera d'Annunzio" width="216" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251-768x1065.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251-739x1024.jpg 739w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251-600x832.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/lettera-dAnnunzio-e1522824039251.jpg 1396w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Caro amico,</p>
<p style="text-align: justify;">scrivo in fretta e a disagio. Sto poco bene, per uno sforzo ginnico, Ma sarò guarito prestissimo. Amedeo Pomilio – il sagacissimo e diligentissimo preparatore della Ceresella d’Abruzzo trasmigrato al Benaco – è venuto qui da me chiamato per meco intendersi su la impresa che vogliamo condurre.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;amico Mazzotti mi disse che il pronto e vivido Gian Riccardo era già passato dal disegno all&#8217;attuazione! Vi prego dunque, mio caro amico, di accogliere pur brevemente Amedeo Pomilio per indicargli i primi lineamenti del novissimo Alambicco.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi ci raduneremo nel Vittoriale, dove si prepara la celebrazione aerea del sesto anniversario di Ronchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto sono lietissimo dell&#8217;annunzio nautico.<strong> E sarò fiero di comandare, nella gara comasca, la velocissima imbarcazione. Ma non comprendo perché il battesimo sia dato col nome indefinito <em>Alba</em>.</strong> Qualcuno mi dice che Alba sia il nome d&#8217;una vostra</p>
<p style="text-align: justify;">creatura diletta. È vero? Cerco per lei una bamboletta profumata.</p>
<p style="text-align: justify;">Io – che ora comando idealmente la non vendicata “Puglia”, e che ho una meta silenziosamente ma irresistibilmente prefissa – vorrei chiamare il motoscafo “Amarissimo”, se bene la gara sia in acqua lacustre, oppure “Serenissima” in memoria del Dogali e della mia Squadriglia di SVA, oppure Ariel che è il mio nome d’intimità lirica e fatale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo accetto ogni nome se m’è promessa la vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivederci senza remi il vostro Astro</p>
<p>Vi abbraccio</p>
<p><em>Gabriele d’Annunzio</em></p>
<p>2 settembre</p>
<p>*</p>
<p>Mio caro amico,</p>
<p>in queste ultime settimane ho spasimato per il “guscio” del buon nostro Bisio, avido di velocità ma incredulo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco giunge l’annunzio inebriante! Sono turbato, perplesso, inquieto; né so in qual modo, in lenta vicinanza della data, potrò determinare e attuare la partenza in volo. <strong>La mia presenza improvvisa in Parigi, dove ho amici innumerevoli, provocherà il solito assedio stretto.</strong> Francesco de Pinedo potrà rapirmi? Potremo – dopo la corsa – risollevarci in volo e riprendere la rotta del ritorno?</p>
<p style="text-align: justify;">Non conosco l’ora della prova, né ho altre informazioni utili. Le mando il capitano Manzutto. Voglia dare a lui tutti i chiarimenti. Il cuore balza. Il nono anniversario del volo sopra Cattaro è prossimo. <em>Prope est.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gabriele d’Annunzio</em></p>
<p style="text-align: justify;">30 sett. 1926</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mio caro Gian Riccardo,</p>
<p style="text-align: justify;">da quel lontano ottobre della delusione io sospiro verso il nuovo guscio velocissimo <strong>e invero invoco la nostra iddia Rapidità che un tempo esaudiva il mio inno.</strong> Mando messaggero di questa impaziente pazienza e di questo saluto lacustre il mio Comando Turci.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 5 maggio – dodicesimo anniversario bellicoso – io ho rotto la mia prigionia; e ormai corro tutte le vie e disegno tutte le scie.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi prego di dirmi se il mio proposito di acquisire il ‘primato’ della velocità acquatica può tuttora esser compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gabriele d’Annunzio</em></p>
<p style="text-align: justify;">10 maggio 1927</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/invoco-la-nostra-iddia-rapidita-le-lettere-inedite-di-dannunzio-orfeo-top-gun/">“Invoco la nostra iddia Rapidità”: le lettere inedite di D’Annunzio, Orfeo Top Gun</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Bisogna essere proprio coglioni ad andare a Pisa a pasquetta. Ovvero: paghiamo il biglietto per non vedere le opere d’arte, asfissiati dalla folla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Apr 2018 13:37:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avete presente l’odore degli umani? Quando sono raccolti in massa, gli umani hanno l’odore del petto di pollo in avaria da giorni. Carne bacata, bruciata, sfatta. Certo, avete ragione. Coglione io. Il Lunedì dell’Angelo, secondo i cattolici, Pasquetta’ per tutti gli altri, sono andato a Pisa. Mi garbava la gita dall’Adriatico al Tirreno. Mare fermo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Avete presente l’odore degli umani? Quando sono raccolti in massa, gli umani hanno l’odore del petto di pollo in avaria da giorni. Carne bacata, bruciata, sfatta. <strong>Certo, avete ragione. Coglione io. Il Lunedì dell’Angelo, secondo i cattolici, Pasquetta’ per tutti gli altri, sono andato a Pisa. Mi garbava la gita dall’Adriatico al Tirreno.</strong> Mare fermo come un lago da una parte. Mare che si muove, contorto, come il corpo del drago dall’altra. Per puro istinto dannunziano – anche se leggo altro – mi sono sporto su Marina di Pisa. Nella desolazione – mura delle case scavate dal sale, crollano come palpebre – mi ricordo di <em>Meriggio. </em><strong>Qualche verso è inciso su una targa e piombato sopra uno scoglio, al porto. “A mezzo il giorno/ su Mare etrusco/ pallido verdicante”, tempestato dalla solitudine (“Perduta è ogni traccia/ dell’uomo”), D’Annunzio va in estasi, si perde</strong> (“Non ho più nome”), s’inerpica nella divinità (“E la mia vita è divina”). La poesia termina qui. Ritorno sull’Adriatico alle due di notte. Ovvio. Automobili guidate da umani ovunque. Claustrofobia d’acciaio. Il punto, però, non è la mia coglioneria. <strong>L’odore degli umani l’ho sentito a Pisa, la tanto amata da Leopardi</strong> (“L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze… non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma”). Piazza del Duomo. Quella con il prato verde e la torre che pende. Appena fuori le mura. Ristorante cinese. Bazar che ghigna “Italian Fashion”. Botteghe in serie. Date in concessione a stranieri. Se vuoi comprarti il portachiavi con la torre che pende paghi – senza scontrino in cambio – un bengalese. Una falange di neri – perché solo i neri, poi, chissà, perché non italiani o ‘bianchi’? – aprono borselli pieni di orologi sussurrando, maliardi, ‘Rolex, Rolex, costa poco’. <strong>Peggio di tutti, i turisti. A vagoni. Fanno gesti all’aria. Che cazzo fanno?, mi dico, coglione. Si fanno fare la foto. Le braccia si curvano all’aria nell’atto di tenere su la torre che pende. Che minchiata. </strong>L’odore degli umani mi sorprende tanto è potente. Preferirei essere un piccione. Dopodiché, sia chiaro, a prescindere penso che le vite degli altri siano più affascinanti della mia e che a nessuno – a nessuno – son degno di fare la lavanda dei piedi. Mi sento anche io, da altrove, parte di questo odore. Ma il problema è un altro. Come fai a vedere la piazza in mezzo alla folla? Come fai a vedere il Duomo stordito da questo odore di carne eretta? Lo stesso accadrebbe al Louvre o agli Uffizi, è ovvio. <strong>Come fai a ‘vedere’ se sei attorniato da una museruola di umani? L’arte è un messaggio dall’artista a te, è un’intimità. L’Annunciata di Antonello sta guardando te, proprio te, come la Muta di Raffaello, guarda te, proprio te, non gli altri, altrimenti non sarebbe arte ma messaggio pubblicitario.</strong> Lo sguardo di un’opera d’arte è impagabile, ti schianta. Ma per farti guardare dall’opera devi essere solo. Se non lo sei, è come se guardassi il quadro di spalle. L’evento artistico non esiste. <strong>Il paradosso clamoroso, perciò, è che di solito paghiamo un biglietto per <em>non</em> accedere all’evento artistico.</strong> In un romanzo appena pubblicato in Italia, <em>Pony selvaggi </em>(Edizioni E/O, 2018), Michel Déon, straordinario scrittore francese, controcorrente, che era ora di tradurre a dovere, s’inventa uno sketch pazzesco. Cyril, poeta inglese piuttosto abbiente e alquanto affascinante, con “la faccia da angelo perverso”, un giorno decide di rubare dagli Uffizi “un ritratto di giovane donna del Bronzino”. Il furto non è compiuto con intenti economico-ricattatori<strong>. Il poeta, “affascinato da quel ritratto, desiderava psicanalizzarlo, ma non ci riusciva nella baraonda degli Uffizi, veniva distratto dalla voce squillante delle guide che commentavano le opere d’arte per turisti dai piedi doloranti”.</strong> Il poeta, che si dilettava a tradurre Dante, ideò un’ode, trionfante, dopo aver rubato il quadro del Bronzino. Il quadro, dopo una manciata di giorni, fu restituito ai legittimi. Ecco a cosa ispira la grande arte, che richiama magneticamente l’individuo. A rubarla. A sottrarla dal chiasso. <strong>A estirparla dal ludibrio delle migliaia di sguardi equini – anche dai nostri – perché lei, l’arte, pretende la dedizione di un clamoroso amante. Avete ragione. Rimango un coglione.</strong> Però. Tramortito dal traffico, direzione Tirreno, svolto a Pistoia. C’è gente. Nei soliti posti. A riempire la panza di cibo. Cammino felino. Scovo la piccola Chiesa di San Leone, alle spalle della basilica centrale. <strong>Dentro c’è una <em>Visitazione </em>di Luca della Robbia. Maria ha un viso da bambina, di deliziosa bellezza; Elisabetta è in ginocchio, le abbraccia il grembo, ha il viso rugoso di un’aquila.</strong> Sembra, commossa, ferina, voler penetrare il grembo appena annunciato di Maria, come se fosse un planetario da cui vedere il destino del mondo. Le sculture sono totalmente bianche, in mezzo alla chiesa, che è decorata in modo eccessivo, sgargiante, barocco. Ma è proprio il contrasto a rendere quella <em>Visitazione</em> una icona dell’innocenza. Ero solo. Solo al cospetto dell’accaduto. Solo al cospetto dello sguardo che trafigge di Maria. <strong>L’opera era per me, e avrei potuto convertirmi all’improvviso, e lasciare tutto e vagare per il mondo annunciando l’innocenza come un folle. </strong>Non fossi il coglione che sono. (d.b.)</p>
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		<title>Gabriele D’Annunzio trafficava armi con l’IRA: fu Michael Collins a bloccare le trattative</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2018 10:46:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre a essere tutto quello che è stato – poeta formidabile, romanziere, esteta, l’inventore dell’immaginario italiano dei primi decenni del Novecento – Gabriele D’Annunzio è stato l’icona dei ribelli e degli irredenti, una specie di ‘Che’ a contrario (colpiva con gli slogan e con una mitragliata di versi, mica con la mitraglia). A 80 anni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oltre a essere tutto quello che è stato – poeta formidabile, romanziere, esteta, l’inventore dell’immaginario italiano dei primi decenni del Novecento – Gabriele D’Annunzio è stato l’icona dei ribelli e degli irredenti, una specie di ‘Che’ a contrario (colpiva con gli slogan e con una mitragliata di versi, mica con la mitraglia). <strong>A 80 anni dalla morte – e a 155 dalla nascita, oggi – nuove sul profilo eroico del prolifico poeta italiano vengono dall’Irlanda.</strong> Sul <em>The Irish Times</em>, infatti, lo storico Mark Phelan fila una storia quasi ignota sulle nostre sponde. <strong>D’Annunzio avrebbe voluto ‘esportare’ l’idea di Fiume nell’Irlanda antibritannica.</strong> In sostanza, D’Annunzio voleva vendere armi – e cavalieri – all’Ira. Veniamo ai fatti. Nel 1919 D’Annunzio piglia Fiume. <img decoding="async" class=" wp-image-59842 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/Fiume-203x300.jpg" alt="Fiume" width="148" height="219" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Fiume-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Fiume.jpg 600w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />L’impresa va venire i brividi a mezza Europa, “la città diventa un centro della rivoluzione internazionale”. Nel 1920 il poeta proclama la Reggenza italiana del Carnaro, riconosciuta dalla Russia sovietica; memorabile la bandiera, che s’impenna sull’ignavia nazionale: il serpente che si morde la coda (simbolo di eternità), che accerchia le sette stelle dell’Orsa, su cui si snoda il cartiglio, <em>Quis contra nos? </em><strong>Nel 1919 l’Ira (Irish Republican Army) ha bisogno di cementare un esercito. Ha una bulimica necessità di armi. I corsari di Fiumi le armi le hanno.</strong> Nell’ottobre del 1919 il riminese Giuseppe Giulietti, massone, socialista, guida della potente cooperativa di lavoratori marittimi, dirotta il ‘Persia’, bastimento carico di armi destinate a rifornire l’Armata Bianca in Russia. Il carico va a ingrassare l’esercito di Fiume e di D’Annunzio, con cui Giulietti ha rapporti di amicizia (vedeva in Fiume l’utopia socialista realizzata…). <strong>“Poco dopo aver dirottato la nave, alcuni ‘araldi’ di D’Annunzio visitarono l’Irish College di Roma, un centro per la propaganda del Sinn Féin. Gli ambasciatori cercarono di istituzionalizzare una alleanza tra la Lega di Fiume e il Dáil Éireann, il parlamento della Repubblica d’Irlanda.</strong> In cambio, si offrirono di armare l’Ira. La proposta, tuttavia, venne presa con cautela. I repubblicani irlandesi apprezzavano l’anglofobia di D’Annunzio, ma mal sopportavano i suoi atteggiamenti da donnaiolo, il suo anticlericalismo, l’odio verso la cultura americana”. Insomma, D’Annunzio dava dei problemi. Anche in Irlanda. Tuttavia, le trattative continuano. “L’Ira era in difficoltà e desiderava ardentemente nutrirsi dell’arsenale di Fiume”. In campo, scende pure Benito Mussolini. Su <em>Il Popolo d’Italia</em>, il 29 agosto 1920, Mussolini esce con un articolo virilmente antibritannico, inneggiando “Viva la repubblica irlandese!”. Pura strategia politica, ‘nasano’ gli irlandesi. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-59843 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/fiume-dannunzio-300x158.jpg" alt="fiume d'annunzio" width="300" height="158" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/fiume-dannunzio-300x158.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/fiume-dannunzio.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />D’altro lato, D’Annunzio tenta di avere contatti con i ribelli irlandesi attraverso Annie Vivanti, poetessa italiana idolatrata da Carducci e audace consorte di John Chartres, indipendentista d’Irlanda. Che accade? Che Fiume capitola sotto le ganasce di Giolitti. E che i capi dell’Ira non si fidavano degli italiani. <strong>Se l’atteggiamento di Éamon&nbsp;de Valera resta cauto, sarà Michael Collins, infine, “all’inizio del 1921, dopo aver appreso che gli inglesi erano a conoscenza del fatto che i ribelli volevano far rifornimento di armi in Italia, a interrompere la missione”.</strong> La storia, nel frattempo, precipitava. Mussolini marcia su Roma, l’Irlanda si approssima alla guerra civile. E D’Annunzio marcisce al Vittoriale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Informazioni utili:</em></p>
<p style="text-align: justify;">La storia su <a href="https://www.historyireland.com/18th-19th-century-history/gabriele-dannunzio-irish-republic-1919-21/" target="_blank" rel="noopener"><em>Gabriele D’Annunzio and the Irish Republic 1919-21</em></a> è dettagliata da Mark Phelan in ‘History Ireland’ (Issue 5, September/October 2013). Lo stesso Phelan ha riassunto la vicenda in un articolo pubblicato da <em>The Irish Times</em> il 7 marzo scorso come <em><a href="https://www.irishtimes.com/opinion/an-irishman-s-diary-on-gabriele-d-annunzio-the-john-the-baptist-of-fascism-and-would-be-ira-quartermaster-1.3417161" target="_blank" rel="noopener">An Irishmans’Diary on Gabriele D’Annunzio – the ‘John the Baptist of Fascism’ and would-be IRA quartermaster</a>.</em></p>
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		<title>“D’Annunzio non è mai stato fascista… era come Picasso”: in Francia la biografia definitiva del Vate. Intervista a Maurizio Serra</title>
		<link>https://www.pangea.news/francia-la-biografia-definitiva-dannunzio-80-anni-non/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2018 06:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Marzo 2018. L’aggettivo per adornare il mese – e fuggire dalla calca elettorale – è dannunziano. Il primo marzo, infatti, sono squillati gli 80 anni dalla morte di Gabriele D’Annunzio. Il 12 marzo è l’anniversario della nascita: ‘il Vate’ è nato a Pescara, 155 anni fa, olè. Marzo dannunziano, insomma. Chi s’immagina grandi feste per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francia-la-biografia-definitiva-dannunzio-80-anni-non/">“D’Annunzio non è mai stato fascista… era come Picasso”: in Francia la biografia definitiva del Vate. Intervista a Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Marzo 2018. L’aggettivo per adornare il mese – e fuggire dalla calca elettorale – è <em>dannunziano. </em>Il primo marzo, infatti, sono squillati gli 80 anni dalla morte di Gabriele D’Annunzio. Il 12 marzo è l’anniversario della nascita: ‘il Vate’ è nato a Pescara, 155 anni fa, olè. <strong>Marzo <em>dannunziano</em>, insomma. Chi s’immagina grandi feste per uno dei poeti più importanti del secolo, che fu uno nessuno e centomila, tra i rarissimi artisti italiani pienamente ‘internazionali’ del Novecento, vive in un bignè di illusioni.</strong> In un corsivo piuttosto anonimo pubblicato su <em>l’Espresso</em>, evocando le gesta del ‘papi’ (“andò a Fiume con lui e spesso, quand’ero giovane, mi raccontava di quella spedizione nazionalista e comunque ribelle alla politica giolittiana dell’epoca”), Eugenio Scalfari riassume l’esito letterario di D’Annunzio così: “Certo la sua poesia non è quella di Montale o di Quasimodo, i suoi racconti non sono quelli di Moravia, forse in certi casi sono stati anche migliori, il <em>Piacere</em> per esempio è meglio degli <em>Indifferenti</em>”. Per lo meno, si cede, al ‘Vate’, l’onore delle armi, il premio estetico di consolazione. A dire il vero, la poesia di D’Annunzio giganteggia su quella di Quasimodo – e Montale non esisterebbe senza l’ingombrante predecessore. Poco importa. Tanto i liceali a mala pena sanno sillabare il cognome del grande Gabriele. Vengo al punto. Al di là di eventi sporadici (il <em>D’Annunzio segreto </em>scritto da Angelo Crespi per Edoardo Sylos Labini, ad esempio, che però è in scena da un paio d’anni) e della costante attività proposta dalla <a href="http://www.vittoriale.it/" target="_blank" rel="noopener">Fondazione il Vittoriale degli Italiani</a>, non è che la cultura italiota ci abbia stupito con effetti speciali per onorare l’anniversario. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-59714 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro-194x300.jpeg" alt="D'Annunzio libro" width="194" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro-194x300.jpeg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/DAnnunzio-libro.jpeg 311w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /><strong>Il paradosso, intanto, è che la biografia definitiva su D’Annunzio è uscita in Francia, per l’editore Grasset. Oltre 700 pagine di studio</strong>, sotto il titolo <a href="https://www.grasset.fr/dannunzio-le-magnifique-9782246806622" target="_blank" rel="noopener"><em>D’Annunzio le Magnifique</em></a> (Grasset 2018, euro 30), con scheda editoriale audace: <strong>“Gabriele D’Annunzio fu lo scrittore-personaggio più imitato del suo tempo.</strong> Henry James, Shaw, Stefan George, Heinrich e Thomas Mann, Karl Kraus, Hofmannsthal, Kipling, Musil, Joyce, Lawrence, Pound, Hemingway, Brecht, Borges e tutti i francesi – da Remy de Gourmont a Cocteau, Morand Yourcenar – tre generazioni di intellettuali lo hanno letto, studiato, copiato”. <strong>A compilare l’opera, l’Ambasciatore Maurizio Enrico Serra, Rappresentante Permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, insigne studioso di cose letterarie</strong>, che con il volume dedicato a D’Annunzio termina la personale ‘trilogia italiana’ pensata per Grasset. “Con Grasset il rapporto è nato qualche anno fa. Mi contattarono per scrivere una biografia su Malaparte. Da tempo avevo in mente un lavoro su D’Annunzio. In mezzo, tra due personalità così spiccate, abbiamo scelto di raccontare Italo Svevo”. La biografia di Svevo, <em>ou l’antivie</em>, fu pubblica nel 2013; il Malaparte (<em>vies et légendes</em>) fu un sonoro successo. Il libro ottenne il Goncourt per la biografia nel 2011, è stato tradotto nel 2012 per Marsilio, “adesso è disponibile anche in serbo-croato e in tedesco”. Contatto l’Ambasciatore nel suo studio, a Ginevra, per una chiacchierata dannunziana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Cosa porta di nuovo il suo studio alla storia della cultura letteraria italiana? Cosa ha scoperto di ‘inedito’, quale sguardo nuovo ci offre sulla personalità tempestosa del Vate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“In generale, ho insistito sulla modernità del personaggio, che non è mai disgiunto dal poeta. Il poeta D’Annunzio è decisivo: ora riscoperto nelle università canadesi e americane, è stato ridotto a una sorta di caricatura in Francia. Si è trattato, perciò, di ristabilire la verità dei fatti. Il suo impegno nella Prima guerra è stato troppo spesso volgarizzato. <strong>Rispetto ad altri valorosi biografi, poi, ho dedicato una attenzione particolare agli anni del Vittoriale, che non sono certo un ‘ripiego’. </strong>Mi pare, invece, che l’ossessione tardivamente erotica di D’Annunzio, il suo essere volitivo, lo avvicina a Picasso, al Picasso degli ultimi anni. Non bisogna dimenticare che dal ’37 D’Annunzio mette in guardia Mussolini dall’avvicinarsi ad Adolf Hitler”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma… fu personaggio assoluto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“D’Annunzio viene da una provincia isolata per secoli, eppure fortemente vitale. Questo si vede in un uomo che è vissuto fino a 75 anni con una forza primigenia indiscutibile. <strong>Fondamentalmente, D’Annunzio fu un uomo ‘greco’ più che latino, basti pensare al culto per la bellezza, alle ossessioni per il dio Pan, per l’animale, per il minotauro.</strong> La stessa scelta delle ‘laudi’ rimanda alle odi greche. Diciamo che D’Annunzio riporta la cultura italiana alle sue origini greche”.</p>
<p><strong>Tra le fonti usate per il suo studio, qual è quella che l’ha colpita maggiormente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Le carte della famiglia Caproni, i costruttori di aerei. D’Annunzio, che pure non aveva una patente aereonautica, era estremamente propositivo: il suo entusiasmo vitale ne ha fatto un dilettante di raro intuito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Estetica ed azione, arte e politica: in D’Annunzio elementi che paiono contrastanti si fondono, sullo sfondo di un impeto poetico totale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il grande momento ‘pubblico’ di D’Annunzio, in questo senso, dura cinque o sei anni, dalla Prima guerra mondiale fino al ‘Natale di sangue’. L’esperienza di Fiume ne è chiaramente un culmine. <strong>Si è passati dal considerare Fiume una esperienza totalitaria, un po’ alla ‘bunker di Berlino’, al proporre una idea, altrettanto eccessiva, di Fiume libertaria, un prototipo del Sessantotto.</strong> Entrambe le concezioni sono radicali. A Fiume si condensa l’aspetto libertario come quello cesarista… lo racconta bene Giovanni Comisso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…dopo Fiume, il Fascismo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Negli anni tra il 1921 e il ’22, intorno a D’Annunzio si condensa un movimento alternativo al Fascismo. Mussolini anticipa la marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 perché una iniziativa analoga era pensata da D’Annunzio e dai suoi per il 4 novembre. D’Annunzio, va detto una volta per tutte, non è mai stato fascista, neanche alla fine, quando viene eletto Presidente dell’Accademia d’Italia. <strong>Fu legato da un rapporto competitivo prima e opportunistico poi con il fascismo, quando ormai aveva vinto ‘l’altra parte’</strong>, ma non fu mai, con cuore, ragione e sentimento, fascista”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ‘personaggio’ D’Annunzio influenzò stuoli di artisti, da André Malraux a Saint-Exupéry e Lawrence d’Arabia. In Italia chi ‘subì’ più di altri il carisma del Vate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Curzio Malaparte. Lo dico a ragion veduta, avendo studiato entrambi. <strong>Malaparte imita D’Annunzio, facendo le cose alla rovescia. Pensi a Villa Malaparte a Capri rispetto al Vittoriale, ad esempio: un luogo luminoso e vuoto, essenziale, quanto la dimora del ‘Vate’ è affollata di oggetti, sfarzosa, eccessiva. Villa Malaparte è davvero un ‘anti-Vittoriale’.</strong> Ma, bisogna dirlo, il D’Annunzio dandy bellicista ha fatto scuola, il ‘dannunzianesimo’ è stato il fenomeno di almeno una generazione, quella dei nati tra il 1914 e il ’20. Tra l’altro, non ho mai visto così tanti uomini piccoli e calvi, così tanti piccoli D’Annunzio come tra i nati in quel periodo…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Visto che il libro è scritto in francese, si sarà soffermato sul D’Annunzio ‘in francese’, quello del “martyre de Saint Sébastien”, per dire…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il francese di D’Annunzio è una lingua innaturale, inventata, tratta dai vocabolari, datata. Alcune sue pagine, però, quelle polemiche, la ‘Confessione dell’ingrato’, ad esempio, sono ancora coinvolgenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’inimitabile e imitatissimo D’Annunzio, però, gode di scarsa fama in Italia, così pare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A dire la verità, non penso. <strong>Durante gli ‘anni di piombo’ parlare di D’Annunzio era come nominare la Folgore…</strong> Ora direi che la situazione è cambiata, alcuni giovani scrittori tornano a certi stilemi dannunziani. D’altronde, sarebbe davvero ipocrita demonizzare D’Annunzio: nessun poeta italiano può evitare la lettura di <em>Alcyone</em>, uno dei grandi libri della nostra tradizione poetica”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha studiato D’Annunzio e Malaparte, Drieu La Rochelle e Malraux: forse è attratto dagli artisti estremi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Tutto risale ai miei interessi specifici, raccolti nella nozione de <em>L’esteta armato</em>, come s’intitola un mio libro di qualche anno fa. <strong>Non amo in particolare gli ‘estremi’, ma gli artisti che hanno vissuto le contraddizioni della letteratura nella Storia.</strong> Questo contraddittorio è estremamente affascinante per uno studioso e per uno storico della letteratura. I personaggi lineari di solito sono noiosi e secondari”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un ragazzo che abbia voglia di leggere D’Annunzio cosa consiglia, per non scoraggiarlo o farlo ‘girare a vuoto’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“A un ragazzo italiano direi che l’ingresso principale è la poesia, il libro delle <em>Laudi</em>, l’essenza di D’Annunzio. A un lettore francese, invece, consiglio i primi romanzi di D’Annunzio, quelli tradotti sotto la sua supervisione, che sono ancora leggibili. La fase ultima di D’Annunzio è stata eccessivamente ‘dannunziarizzata’ dai traduttori d’Oltralpe, ed è lecito un lavoro di ripulitura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Quando leggeremo questo lavoro ‘monstre’ in Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non lo deve chiedere a me. Nel libro edito da Grasset ho privilegiato riferimenti noti al pubblico internazionale. Per l’Italia, dovrei aggiungere molti riferimenti specificamente italiani. Insomma, l’editore ha l’obbligo di investire una certa cifra&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, culliamo il paradosso. A 80 anni dalla morte, la biografia più poderosa di Gabriele D’Annunzio è stata scritta da un italiano. In francese. In Francia.</p>
<p>Davide Brullo</p>
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