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	<title>Cristina Dogliani Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Il sociale non c’entra nulla con le elemosine. Io, poi, prendo sempre le strade difficili”. Manuela Diliberto dialoga con Donata Perelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 09:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Dogliani]]></category>
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		<category><![CDATA[Manuela Diliberto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Palermo, estate 2018, ancora lontani dalla pandemia. Ho incontrato Donata in un afosissimo giorno d’estate, uno di quelli in cui si sognano spiaggia e mare mentre nel piccolo ufficio del Centro Astalli situato in un antico palazzo non lontano dai Quattro Canti, lei sognava la calma per dedicarsi al lavoro che il via vai di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manuela-diliberto-donata-perelli/">“Il sociale non c’entra nulla con le elemosine. Io, poi, prendo sempre le strade difficili”. Manuela Diliberto dialoga con Donata Perelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Palermo, estate 2018, ancora lontani dalla pandemia. Ho incontrato Donata in un afosissimo giorno d’estate, uno di quelli in cui si sognano spiaggia e mare mentre nel piccolo ufficio del Centro Astalli situato in un antico palazzo non lontano dai Quattro Canti, lei sognava la calma per dedicarsi al lavoro che il via vai di alcune ragazze le impediva di completare.</p>



<p>Mi trovavo lì con Cristina Dogliani per intervistare e fotografare alcuni degli <em>utenti</em> del centro. Avremmo voluto ascoltare le loro storie. Dopo molti rifiuti e qualche perplessità Donata ha accettato di incontrarci. Osservandoci con occhi prudenti ci ha spiegato il perché dei dubbi sulle interviste. “I giornalisti che arrivano qui finiscono più che altro per infastidire i ragazzi. Fanno un sacco di domande e poi se ne vanno con le loro verità preconfezionate”. Cerco di spiegarle il mio punto di vista. Sembra addolcirsi. Per la prima volta la osservo anch’io. Ha uno sguardo tenace e riflessivo, come se fosse insieme dentro e fuori a ciò che vive. Ho un’intuizione improvvisa: le chiedo se, con i ragazzi, posso intervistare anche lei.</p>



<p>1. <strong>Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – <em>Perché hanno scelto questo nome</em>? La risposta può sembrare un po’ strana, nel senso che ho scoperto negli anni che <em>Donata</em>, in genere, è il nome che una coppia dà a un figlio quando lo aspetta da tempo, e che, quindi, quando finalmente arriva questo figlio, si dice che è stato <em>donato</em>. In realtà, io sono la quarta di sei figli, quindi non può essere per questo motivo (ride). Però mi chiamo Donata <em>Anna</em>. Di “Anna” so il motivo: era un’amica di mia mamma che stava morendo, e quindi lei ha voluto darmi questo secondo nome. (Parla con un accento emiliano fortemente influenzato dal palermitano. Quando glielo faccio notare sembra le faccia piacere).</p>



<p>2. <strong>Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Fai domande molto difficili (sorride timidamente e fa una lunga pausa di riflessione). Non saprei proprio&#8230; Come nome di persona ogni tanto qualcuno, per sbaglio, mi chiama <em>Costanza</em>. Questa scelta mi ha sempre stupita perché infatti penso di essere una persona abbastanza determinata, abbastanza <em>costante</em> in alcune cose. Però rispetto ad una persona conosciuta, non&#8230; non mi viene in mente nessuno in questo momento.</p>



<p>M.D. – Sei felice di essere te stessa!</p>



<p>D.P. – Sì&#8230; (ride). Ma al di là di quello, ci sono tante persone che stimo, magari persone della mia vita concreta tipo Alberto Biondo (operatore di <em>Borderline Sicilia</em>, un’associazione Onlus) che è la persona che ha accompagnato questo gruppo, un laico comboniano&#8230; lui mi sembra una persona bellissima. Non mi potrei chiamare <em>Alberto</em>, però&#8230; (ride sobriamente). Personaggi della storia, invece&#8230; In questo momento non mi vengono. Ci penserò stasera (conclude con un sorriso infinito).</p>



<p>3. <strong>Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte &#8220;scomode&#8221;. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Allora&#8230; Intanto non penso di aver fatto delle scelte che meritino di essere raccontate&#8230; Però sicuramente scelte, in parte, <em>scomode</em>, perché avrei potuto studiare nella vita qualsiasi cosa e invece ho deciso di studiare il Servizio Sociale e&#8230; anche se il lavoro è difficile e non viene valorizzato, è ciò che mi piace fare.</p>



<p>M.D. – Piuttosto scomodinaa!</p>



<p>D.P. – <em>Molto</em> scomoda&#8230; Nel senso che penso, non tanto modestamente, che alle superiori non avevo grossi problemi a studiare, potevo quindi scegliermi qualsiasi facoltà, e ho scelto quella&#8230;</p>



<p>M.D. – E cos’è che ti ha spinto? Quale voce interiore?</p>



<p>D.P. – Ero stata già&#8230; <em>Precious</em>! (E alza lo sguardo verso una ragazza che sembra chiederle qualcosa. È già un miracolo che abbia il tempo per fare l’intervista: sono in molti a uscire e entrare dal piccolo ufficio dipinto di bianco. Alcuni chiedono dei documenti, altri un asciugacapelli&#8230; La maggior parte di loro sembra ignorarci del tutto). Cosa vuoi? Un sacchetto? Piccolo? (poi riprende rivolgendo lo sguardo verso di me, come se per tutto il tempo avesse tenuto il filo del discorso saldo in testa)&#8230; Quando avevo diciassette anni sono andata in Burundi con mia sorella e una mia amica. E niente, già lì ero rimasta affascinata dall’Africa. Sono andata in una missione perché un amico di famiglia era un missionario saveriano che stava giù. Ci sono rimasta un mese, non tanto per lavorare, ma per osservare&#8230; anche se qualcosina l’abbiamo fatta per noi, per avere un’esperienza concreta. E quindi questa è stata la prima esperienza&#8230; Poi, ero giovane e spensierata e mi è venuta la voglia di imparare il francese, perché lì le persone per lo più parlano francese, e di fare qualcosa che mi riportasse ad avere un contatto con l’Africa, così, un po’ in generale, un po’ in modo utopistico. Poi l’anno dopo sono stata in Kenya con un progetto del comune&#8230; paese molto diverso&#8230;</p>



<p>M.D. – Perché <em>diverso</em>?</p>



<p>D.P. – Perché intanto è una colonia inglese e non belga. Paese molto più ricco rispetto al Burundi che è molto più povero, la guerra civile non ce l’hanno avuta per così tanto tempo come in Burundi, poi anche la società civile era meno martoriata da un certo punto di vista anche se c’era molto più disagio, tipo i bambini che sniffavano la colla per strada, oppure la droga nuova, sniffare e ciucciare la benzina degli aerei: non ti fa sentire la fame, non ti fa sentire niente. Quindi c’è un disagio da certi punti di vista enorme, le baraccopoli, dove i bambini crescono per strada&#8230;</p>



<p>M.D. – E tu l’hai visto?</p>



<p>D.P. – Io ho visto i ragazzi che sniffavano la colla più che altro. Non sentono la fame. Non hanno genitori, non hanno niente, sono proprio ragazzini di strada.</p>



<p>M.D. – E questo ti ha cambiata?</p>



<p>D.P. – Sicuramente! È una cosa che consiglierei di fare a tutti. Soprattutto quando sei giovane, un’estate della tua vita o solo tre settimane&#8230; Sono esperienze che per me valgono la pena. Dopo ho cominciato a studiare Scienze Politiche: avevo questo desiderio di occuparmi di cooperazione internazionale&#8230; Poi ho fatto un anno di studi in Francia, a Toulouse e ho visto cosa vuol dire più concretamente fare <em>cooperazione internazionale</em> e non era la mia strada&#8230; Troppi documenti da compilare! E poi, almeno per me, c’era sempre questo scrupolo: ma chi sono io? L’uomo bianco che ti dice come fare a costruire il tuo paese? Cioè questo è un dubbio che tutt’ora&#8230; anche se sono nel mio paese mi chiedo: come mi devo comportare? È molto difficile. Chi sono io per dire agli altri come si devono comportare? &#8230;Ho sempre avuto questi dubbi e ho iniziato a cambiare ramo e a fare servizio sociale. È una scelta <em>scomoda</em> perché si sa com’è l’ambito del sociale, soprattutto in Italia&#8230; non è molto finanziato, né molto riconosciuto. C’è sempre la difficoltà, soprattutto in Italia, di scambiare il sociale con “ti faccio le elemosine”, che non c’entra niente! Non si riesce a svincolare da questo “ti sto aiutando”, da un certo paternalismo. In più ho deciso di non lavorare nel pubblico dove son presenti altri ambiti in cui lavorano gli assistenti sociali, dall’ospedale, al giudiziario, al comunale, che già è un’altra cosa perché hai lo stipendio a fine mese e il tuo ufficio. Nel mio caso, oltre agli schiaffi che ti prendi, ci sono anche soddisfazioni quotidiane, e anche se è un lavoro più sicuro, io non mi vedrei mai lavorare in una casa di riposo – gli assistenti sociali fanno anche quello – che è un accompagnamento alla morte in sostanza. Noi siamo fortunati perché il nostro è un accompagnamento alla <em>vita</em>, ma a una vita <em>autonoma</em>.</p>



<p>M.D. – Ma il tuo posto come viene finanziato?</p>



<p>D.P. – Il progetto SPRAR è un progetto all’interno del comune di Palermo. Il titolare ufficiale è il Comune, ma viene subappaltato sempre al terzo settore. Quindi noi siamo il terzo settore che fa una cosa di cui è titolare il comune di Palermo.</p>



<p>M.D. – E il tuo stipendio?</p>



<p>D.P. – Terzo settore. I soldi vengono da fondi pubblici. Purtroppo a Palermo si verificano ritardi tali che non riusciamo a volte a pagare il bagno schiuma per i ragazzi, figuriamoci gli stipendi per gli operatori! Noi simo fortunati, <em>noi</em> centro Astalli: per dire, ho ricevuto qualche settimana fa lo stipendio di&#8230; maggio (registriamo ad agosto, quindi poco prima dei decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini oggi aboliti). Ho un’amica, una collega che lavora per un’altra cooperativa, che aspetta da<em> un anno</em> lo stipendio. Ecco&#8230; questo è un altro motivo della scelta difficile: io potrei starmene al nord, dove qualsiasi cooperativa schifosissima lo stipendio non te lo fa mancare mai. Io sono di Piacenza. Questa è sicuramente un’altra scelta difficile anche da fare capire ai miei genitori. Negli ultimi anni ho trovato tanti lavori perché nell’ambito immigrazione adesso c’è bisogno. Mio padre una volta mi fa: “Ma non è che devi trovarlo proprio a Palermo il lavoro, puoi anche trovarlo vicino casa”. È vero, però io sono contenta di stare qua. A parte perché non ci si annoia, visto che ci sono sempre problemi da risolvere, e poi c’è una vitalità e un ambiente diverso che ti dà ancora la speranza di andare avanti, anche se è lo stesso tipo di ambiente che ti taglia le gambe a volte&#8230; e lì ti viene lo sconforto e dici: “Vabbé non funziona niente, basta”, come in questo momento per esempio (e ride).</p>



<p>M.D.&nbsp; – E poi il “lavoro” sono gli esseri umani!</p>



<p>D.P. – E questa è anche la difficoltà. Io da quando sono tornata qua, fra gli utenti –&nbsp; noi abbiamo questa scelta di lasciare la porta aperta – mi porto il lavoro a casa per fare da là le cose per cui è necessaria un po’ di concentrazione. Fra gli utenti e i colleghi&#8230; mi sono resa conto da qualche mese di voler andare a vivere da sola perché non voglio vedere esseri umani la sera se sono di cattivo umore (lo dice con un sorriso imbarazzato&#8230; quasi a scusarsi di essere <em>umana</em> anche lei). È stancante, è molto stancante, e poi il problema dell’<em>altro</em> te lo porti a casa, specialmente io che non ho un marito, non ho figli, non è che sono a casa e mi metto a fare tutt’altro&#8230; Può essere che sono da sola e mi ritorna il pensiero di questo, di quello&#8230; Però, ci sono anche tante cose positive che probabilmente in altri lavori trovi più difficilmente. Se sei più “comodo” a stare tutto il giorno davanti ad un computer, dall’altro lato o ti annoi o hai bisogno di relazioni umane&#8230; che a me non mancano nel quotidiano! (Ride con un’ironia che trattiene un principio di stanchezza).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="684" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441-1024x684.jpg" alt="" class="wp-image-82088" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441-1536x1025.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/DSC_1441.jpg 1766w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Manuela Diliberto e Donata Perelli; photo Cristina Dogliani</figcaption></figure>



<p>4. <strong>Ne L&#8217;<em>Arte della guerra,</em> scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “<em>Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare</em>”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi <em>con ogni industria</em>, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’<em>Occasione</em></strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Io penso che ci sia bisogno dell’occasione. Poi sono anche molto fiduciosa nel fatto che quando uno si prepara bene, se l’occasione non arriva oggi, arriva domani e se non arriva in un posto, arriva in un altro. Questo perché io forse sono stata molto fortunata. Da prima di laurearmi non ho mai avuto problemi a trovare lavoro e&#8230; sembra a volte che le occasioni mi vengano a cercare! Per esempio, ero in Libano e mi sono dovuta licenziare per ritornare qua, perché questo era il posto che desideravo nella mia vita e non potevo sognare che ritornare qua, a Palermo, in questa veste&#8230; Da un lato sono veramente fortunata e mi dico, se non viene da un lato l’occasione, magari arriva un anno dopo o arriva in un altro modo. E sicuramente&#8230; sono d’accordo sul fatto che la preparazione è importante per essere, appunto, <em>pronti</em>.&nbsp;</p>



<p>5. <strong>A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Quando capitano questi momenti, e capitano spesso, penso che ho sbagliato perché, per l’appunto, non dovevo accettare una situazione così difficile, così sfidante. Potevo accontentarmi di stare più vicino alla mia famiglia, ai miei amici e non c’era bisogno di andare per forza così lontano&#8230; ma poi mi aggrappo al fatto che quotidianamente ci sono soddisfazioni, quotidianamente gioie. Se dopo tre anni voglio ancora rimanere qua a Palermo, un motivo c’è, ci sono le belle relazioni che ho creato con alcune persone che vivono qua&#8230;</p>



<p>M.D. – Ma la forza da dove la tiri fuori?</p>



<p>D.P. – Dalle persone che incontro, penso (dice decisa). Poi c’è la Fede (le ho chiesto se aveva voglia di dirmi se fosse credente e ha risposto che lo è. Mi ha detto di essere cattolica). Anche se la fede non è solo qualcosa cui aggrapparsi quando si cade, anche se aiuta molto&#8230; Non mi piace evocarla solo per le difficoltà.</p>



<p>6. <strong>Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Che differenza c’è fra le due posizioni? Quando mi hai proposto l’intervista mi sono detta, vabbé, io non c’entro niente, perché nella mia testa sto facendo quello che è <em>normale</em>&#8230; Però la stessa cosa mi capita anche in montagna, quando vado a fare delle passeggiate. Mi succede spesso di scegliere una strada e di dire a quelli dietro: “Mi raccomando, non seguitemi!”, perché se c’è la possibilità di prenderne una difficile, io la prendo! (Ridiamo insieme). Quindi inconsapevolezza della scelta, sicuramente, e anche un modo più leggero per vivere&#8230;</p>



<p>M.D. – <em>Leggero</em>?! (Le chiedo sorpresa).</p>



<p>D.P. – Ma&#8230; non lo so&#8230; A volte mi chiedono: “Ma cos’è che ti ha portato a fare <em>questo</em>?!”, come se fossi un missionario. Ma io non sono un <em>missionario</em>! Io faccio un lavoro che mi piace, intanto (dice, tirando fuori quella strana forza che sa di determinazione e irremovibile risolutezza interiore), ma che non è facile (ride), che è pieno di difficoltà. L’ambiente di Palermo non è quello che aiuta, sicuramente, però lo faccio perché mi piace, e perché ho uno stipendio, non lo faccio perché <em>sono una</em> <em>missionaria</em>&#8230; con tutto che io ho una grandissima stima dei missionari! Io cerco sempre di dirmi “è un lavoro ed è un lavoro uguale ad un altro”, perché il rischio opposto è che la gente pensi, “Ah, io faccio del bene per cui <em>sono buono</em>!”&#8230; No, non è vero&#8230; C’è tantissimo schifo nelle coperative, cosa risaputa! C’è gente che fa finta di fare del bene per mascherare schifezze, cosa ancora più ripugnante perché si ha a che fare con gli esseri umani, non con una macchina.</p>



<p>7. <strong>Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?</strong></p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Allora&#8230; Da un lato io penso che la gente se la deve sentire, perché se uno non si sente di fare una cosa, non la farà mai bene. Dall’altro lato, se uno c’è già dentro non si può più tirare indietro perché, appunto, ogni sua scelta, se sa che ricade sugli altri, è una grossissima responsabilità. Mi viene in mente che una volta all’università ci hanno detto: “C’è un treno che sta andando addosso ad una persona. Se lo devii, non le andrà più addosso ma si andrà a schiantare e tutti quelli che saranno su quel treno moriranno”, tu cosa fai? Non fai niente? O decidi di agire? &#8230; Cosa fai?</p>



<p>M.D. – E allora? Cosa fai? (La incalzo, con un nodo allo stomaco).</p>



<p>D.P. – Io per fortuna non mi sento in questa posizione in cui devo far ammazzare qualcuno per salvare gli altri&#8230; Però sento tanto il peso delle scelte o delle mancanze: se io sbaglio una cosa, quella persona non riuscirà a fare i documenti, se ne sbaglio un’altra, quella persona rimarrà bloccata in Italia per tot mesi senza poter lavorare o non potrà andare dal medico&#8230; Sono scelte più piccole, io non sono né un ministro, né&#8230; niente, però penso che ci sia un grande peso e che non sia giustificabile l’inerzia. Quanto meno questo. &#8230;Non so se è la risposta giusta.</p>



<p>8. <strong>Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di <em>Mein Kampf</em>. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell&#8217;omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni 30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime</strong>?</p>



<p><strong>Donata</strong> <strong>Perelli</strong> – (Sospira). <em>Comprensibile</em> se ti spiega la questione tradizionale, ma <em>legittima</em> poi no, soprattutto conoscendo la lavata di capo che hanno fatto a tutti gli studenti tedeschi, dopo, per far capire loro l’importanza della caduta del nazismo. Almeno in Germania hanno fatto una presa di coscienza. In Italia neanche quella&#8230; (ride).</p>



<p>9. <strong>Se non fossi te ma fossi un&#8217;altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Donata? Che descrizione ne daresti</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – (Riflette qualche secondo). Sicuramente determinata. E mi definirei&#8230; Me l’hanno detto, ed è per quello che devo ricordarmi le parole precise&#8230; e “Dagli occhi un po’ malinconici, nostalgici”, che in realtà credo che sia una cosa completamente vera, nel senso che qualche volta ho pensieri e mi incupisco&#8230; Per cui penso che sono nata in un periodo sbagliato a livello storico&#8230;</p>



<p>M.D. – Perché? Quando volevi vivere?</p>



<p>D.P. – Non lo so&#8230; Forse nel secondo dopoguerra. Senza “forse”: nel secondo dopoguerra (ride).</p>



<p>M.D. – C’era più fermento, senso di costruzione&#8230;</p>



<p>D.P. – Sì, è questo&#8230; Io sento che ho bisogno di lavorare in una situazione attiva e ricca di fermento, sennò dopo un po’ muoio.</p>



<p>M.D. – Mi verrebbe da dirti “ma che ci fai a Palermo”? &#8230; Poi invece lo capisco!</p>



<p>D.P. – Se potessi imbarcarmi su una nave di quelle che fanno soccorsi in mare, ci andrei subito! Dovrei avere l’occasione di incontrare qualcuno che offra un lavoro di questo tipo. A parte che adesso non ce ne sono più operazioni di tipo di salvataggio: è presto fatto! Poi lo farei forse come esperienza. Comunque so che è molto pesante. La mia inquilina lo faceva, e non era molto felice di partire&#8230;</p>



<p>10. <strong>Se non fossi Donata Perelli, chi vorresti essere</strong>?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – (Ride un po’). È troppo difficile&#8230; (Riflette per qualche minuto. Come se la domanda non avesse alcuna ragione ai suoi occhi, ma non osasse dirlo).</p>



<p>M.D. – Se ci devi pensare così a lungo&#8230; (Sorridiamo insieme).</p>



<p><strong>Domanda Personale</strong>. “<strong>Cosa vuol dire per te “razzismo</strong>”?</p>



<p><strong>Donata Perelli</strong> – Ho rivisto il razzismo in Italia! Mi sembra quasi che in fondo non ce ne sia&#8230; che non ce ne sia poi così <em>tanto</em>: il fatto è che sono andata a vivere in Libano per un anno e lì ho capito cosa significhi realmente considerare qualcuno <em>inferiore</em>. In Libano le persone di colore non sono neanche considerate esseri umani. I cristiani sono i più razzisti di tutti, anche perché sono i più ricchi&#8230; Per cui c’è questo fenomeno molto inquietante che si chiama <em>Kafala</em> <em>System</em> (“Kafala” che in arabo significa “fideiussione”), per cui fan venire delle donne da altri paesi, soprattutto asiatici o africani, per farle lavorare in casa. Appena giunte in Libano, prendono loro il passaporto lasciandole in scacco totale, imprigionate nella casa del padrone che è libero di non pagarle, di picchiarle o violentarle. Ancor più grave, se una di queste donne non ti va bene, non fa le pulizie come vuoi tu o altro e le si vuole cambiare tramite l’agenzia, c’è una cauzione di 1500 dollari da pagare. Allora, per evitare di pagare, le gettano giù dal balcone! (La guardo allibita). E non solo in Libano! È una pratica molto diffusa nel Medio Oriente. Lì ho capito cosa vuol dire veramente <em>razzismo</em>.&nbsp;</p>



<p>M.D. – Secondo te la discriminazione sessista inasprisce il razzismo?</p>



<p>D.P. – Così, la prima cosa a cui penso è la tragedia delle donne che arrivano dalla Nigeria. A volte sanno e a volte non sanno che devono venire qua per prostituirsi, perché costano meno di una donna rumena (ride con amarezza). C’è un mondo talmente marcio dietro a questo mercato e poi il fatto che, dopo, loro non si sentano più utili se non a vendere il corpo&#8230; Non so, non mi viene in mente il modo di collegare sessismo e razzismo (dice, con fosse stanca). Poi non so neanche se ci sia del sessismo in questo, o semplicemente del razzismo&#8230;</p>



<p>M.D. – Ma tu non pensi che sia più difficile per una donna partire dal Mali e arrivare in Libia, che per un uomo?</p>



<p>D.P. – Sì, sì, assolutamente. Questo, sì, infatti. E poi essere una donna starniera in Italia è molto più difficile, tant’è che capita ancora che le donne rimangano a casa. L’uomo esce per lavorare e imparare l’italiano, mentre la donna rimane in un limbo esistenziale per cui sarebbe voluta rimanere nel suo paese, però è qua e non parla neanche l’italiano. Magari porta il velo e le persone le danno ancora meno confidenza&#8230;</p>



<p>M.D. – Pensi che i migranti cattolici siano trattati in modo diverso dai migranti musulmani?</p>



<p>D.P. – Da parte di una persona di mezza età, cattolica e italiana, la differenza di accettazione è sicura, almeno per quel che riguarda il pregiudizio. Poi magari se conosce meglio la ragazza nigeriana che dice di essere cristiana e che è un tipino, allora cambia e dice che no, vanno bene anche i musulmani! Altrimenti, sul momento, sì, perché l’islamofobia è un fenomeno che viene definito dall’ignoranza, non dalla conoscenza&#8230;</p>



<p>M.D. – Pensi che ci sia molta ignoranza in Italia a questo proposito?</p>



<p>D.P. – Assolutamente sì. Ma temo non solo in Italia. In Francia c’è sempre stata questa battaglia sulla laicità forzata, il divieto di portare il velo in certi ambienti. Se ne parla molto e quindi c’è forse meno ignoranza. In Italia c’è un tasso altissimo di analfabetismo: si guarda la televisione e si beve tutto. Mia nonna, per esempio, è stata la prima a voler andare in Africa a raggiungere un missionario che lei conosceva e aveva sempre avuto questo sogno&#8230; quand’ero piccola mi diceva: “Un giorno tu andrai a lavorare in Africa!”. Nonostante questo, adesso sente le schifezze al telegiornale e ogni tanto la senti ripetere “Eh, ma gli Italiani? Perché non li aiutano gli Italiani?”. (Ridiamo insieme, di un riso cupo).</p>



<p><em>*In copertina: Donata Perelli in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. Donata Perelli è attivista piacentina, responsabile del coordinamento dello SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) al Centro Astalli di Palermo.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manuela-diliberto-donata-perelli/">“Il sociale non c’entra nulla con le elemosine. Io, poi, prendo sempre le strade difficili”. Manuela Diliberto dialoga con Donata Perelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sono antipatico, fortunatissimo, mi piacerebbe essere Kafka”. Dialogo con Gad Lerner</title>
		<link>https://www.pangea.news/gad-lerner-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Dec 2020 08:48:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Dogliani]]></category>
		<category><![CDATA[Gad Lerner]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Diliberto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Milano, primavera 2017, ancora lontani dalla pandemia. Mi ha sempre affascinato. Racchiude in lui ciò che ammiro in chi fa il suo mestiere: libertà, tenacia, onestà e preparazione, con in più questa componente sfiziosa di essere ebreo e libanese e di possedere implicitamente uno sguardo molto più vasto rispetto ai colleghi solo italiani. Lo ammiro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Milano, primavera 2017, ancora lontani dalla pandemia. Mi ha sempre affascinato. Racchiude in lui ciò che ammiro in chi fa il suo mestiere: libertà, tenacia, onestà e preparazione, con in più questa componente sfiziosa di essere ebreo e libanese e di possedere implicitamente uno sguardo molto più vasto rispetto ai colleghi <em>solo</em> italiani. Lo ammiro a tal punto che il giorno in cui espressi il desiderio di intervistarlo mi parse di aver desiderato la luna. È la mia prima intervista. Lui non solo accetta subito di vedermi, ma il giorno dell’incontro mi aspetta davanti all’ascensore, sull’uscio della porta. Affabile e gentilissimo, mi accoglie in casa dicendo che ho <em>carta bianca</em>. Soltanto, abbiamo a disposizione un’ora e mezza a causa di un aereo da acchiappare. Uno dei figli scherza affettuosamente sulla sua maniacale puntualità. Risponde alle domande senza infiocchettare. Chiacchiere, pregiudizi e “si dice” sembra non trovino spazio nella sua occupatissima, puntualissima vita. Nella stanza da pranzo osservo rapita le meravigliose, giganti conchiglie del Mar Rosso riunite su un ampio piatto. Ripenso alle mie indonesiane, più piccine, altezzosamente esibite in bagno.  </p>



<p>*</p>



<p>1.</p>



<p><strong>Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Mi chiamo Gad. È un nome biblico che rappresenta uno dei dodici figli di Giacobbe che dà il nome ad una delle dodici tribù di Israele. Non saprei dire perché l’abbiano scelto. So che mi hanno odiosamente aggiunto un secondo nome, come “Pierfrancesco”, solo che quello è tutto attaccato. Invece Gad e Eitan non c’entrano nulla. Dell’origine di “Eitan” non sono particolarmente informato perché trovo odioso avere un secondo nome che mi è stato sempre di intralcio. Me li hanno molto spesso non solo storpiati, ma anche appiccicati&#8230; all’anagrafe, oltre ad avere il fastidio di essere stato apolide molto a lungo, cosa che comportava fatiche burocratiche di rinnovi, permessi di soggiorno per viaggiare complicatissimi, mi avevano scritto “Gadeitan”, un nome che non esiste, come “Francescogiuseppe”&#8230; E per staccarli all’anagrafe, una burocrazia pazzesca! L’unica cosa divertente è che quando scrivevo il nome “Gadeitan”, dicevano: “Ma quante storie fai per darti delle arie! Ti chiami <em>Gaetano</em>!”.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Gad è molto bello.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – A me piace&#8230; Anche se nei paesi anglosassoni passi per mitomane quando dici il tuo nome, perché ti paragoni a Dio, (pronuncia la parola all’americana) “G^d”. Invece in Russia “Gad” vuol dire “stronzo” (ridiamo insieme). E mi è capitato di fare dei viaggi di lavoro in Russia in cui l’interprete scoppiava a ridere, e poi, un po’ impietosito, mi diceva, “È meglio che non diciamo il tuo nome all’intervistato”.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Addirittura!</p>



<p><strong>G.L.</strong> –  In Italia, quando ho cominciato a fare la televisione, c’erano ancora le annunciatrici, ed io mi divertivo ogni sera perché ogni sera lo storpiavano in maniera diversa, a volte “Gardner”, poi “Ged Lernr”, “Fernet”, di tutto&#8230; Mentre, grazie al Cielo, in Israele è un nome assolutamente comune. Comunque anche a me piace&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – In ogni caso, in Italia, quando si dice “Gad” si pensa solo a te.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – C’è la brevità&#8230; Sì, adesso sì&#8230; C’è stata anche la sigla! Anche questo<em>&#8230; </em>(Squilla il suo cellulare. Si scusa e risponde velocemente. Chiude e mi spiega, ancora scusandosi, che era una cosa urgente).</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Non c’è problema. &#8230;Quindi&#8230; Due. Seconda domanda.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – No&#8230;ma&#8230; stavamo dicendo&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> &#8211; Della sigla.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – È successo anche questo&#8230; E poi basta! Sennò&#8230; Devo ricordarmi bene&#8230; Io sono stato molto impegnato in politica, prima Lotta Continua, poi il primo Ulivo&#8230; E ad un certo punto, quando si doveva rifare una coalizione dei partiti del centro-sinistra con Romano Prodi a capo&#8230; Alla fine è stato scelto il nome “Unione”, ma c’è stato un momento in cui l’avevano chiamata “GAD”, anche se&#8230; accidenti&#8230; non ricordo cosa volesse dire la sigla! Poi te lo trovo&#8230;</p>



<p>*</p>



<p>2.</p>



<p><strong>Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner </strong>– Allora, ti posso dire come ho chiamato il mio primo figlio. Per reazione a questo nome strano mio per cui devo sempre spiegare&#8230; hai visto quanta parlantina anche con te! Mio figlio l’ho chiamato Giuseppe (dice quasi soddisfatto), perché è il nome più diffuso del mondo! Ed è una ragione. Poi è un nome popolare, popolano, José, Youssef, Joseph.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Poi il papà di Gesù&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – &#8230;Si, anche. Ma diciamo che su Gesù io vado malissimo&#8230; Comunque Giuseppe lo consideriamo uno dei nostri&#8230; Noi Gesù lo consideriamo&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ma per gli Ebrei e i Cristiani, dopo Geppetto il falegname, c’è anche Giuseppe.</p>



<p><strong>G.L</strong>. – Esattamente (sorride e poi riflette qualche istante). No, ma Giuseppe nella Bibbia, nel primo testamento c’è&#8230; “ I sogni di Giuseppe” sono qualcosa di meraviglioso. Quindi è un nome classicamente ebraico. Il papà di Gesù si chiamava Giuseppe per quella ragione, diciamo (ridiamo entrambi).</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Era <em>vagamente</em> ebreo (dico, continuando a ridere).</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Era <em>molto</em> vagamente ebreo (ripete lui, condividendo l’ilarità diffusa)&#8230; Ho perso il filo&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Questo era per il personaggio storico&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – No, ma se devo dirti il personaggio storico per cui amo il nome Giuseppe, è banalissimo, ma è Giuseppe Garibaldi (lui sorride alla mia sorpresa). Perché, quando sono arrivato in Italia, e ho cominciato a frequentare le scuole elementari, avevo bisogno di identificarmi in questo paese nuovo. Avevo una maestra bravissima ed erano gli anni, credo io fossi in prima o seconda elementare&#8230; al massimo in terza, nel 1961, ed era il centenario dell’unità d’Italia&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ah&#8230; ma sì, infatti! Il 1911 (la data in cui si svolge il mio romanzo) era il cinquantesimo anno&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – E c’erano celebrazioni pazzesche&#8230; Per cui io ho avuto un amore per i personaggi del Risorgimento italiano&#8230; Le loro storie, la loro epopea&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Forse lo associ appunto a questo momento di scoperta, di integrazione della cultura italiana.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Sì, esattamente. E io volevo, come dire, diventare come gli altri bambini italiani&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ma questo è normale&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Per cui Giuseppe Garibaldi è stato l’eroe della mia infanzia. Mi piaceva da morire (l’affetto di cui parla gli si legge ancora negli occhi )&#8230; la camicia rossa, la barbona&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Che poi in effetti andava in giro correndo dietro agli eventi&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – “L’eroe dei due mondi” (ripete il celebre epiteto con fierezza)&#8230; quindi sì, mi piaceva da morire (riflette e indugia, quasi gli spiacesse lasciare l’argomento). Non ti dico, l’impresa dei Mille la sapevo tutta a memoria&#8230; lo sbarco, le battaglie&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ma verso che età?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Te lo dico subito&#8230; io son nato nel dicembre del ’54&#8230; Quindi nel ’61 quanti anni avevo? Sei, sette anni avevo&#8230; e mi sono innamorato di Giuseppe Garibaldi e dell’Inter. Insieme. Però non potevo chiamare mio figlio <em>Inter</em>&#8230; (rido).</p>



<p>*</p>



<p>3.</p>



<p><strong>Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità, facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte ‘scomode’. Tu, secondo te, perché sei seduto su questa sedia e stai per essere intervistato</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Perché&#8230; tu ti sei sbagliata. (Rido, sorpresa. Lui sorride divertito). E sì&#8230; Perché? Dov’è la scomodità mia? Io ho avuto una fortuna sfacciata. (Gli faccio osservare che il genere di inchieste da lui condotte, come quelle recenti sull’Islam, o l’essere nominato direttore del TG1 e dare subito dopo le dimissioni per motivi di trasparenza, non sono proprio il frutto di scelte “comodissime”.) Ok&#8230; mi piglio l’incenso (sorride). <strong>Credo che ci sia in me una pulsione, un’indole, anche se minoritaria, un po’ da bastian contrario&#8230; Quindi non voglio dire che sia tutto un bene&#8230; Deriva molto dall’essermi sentito diverso fin da bambino</strong>. Questo probabilmente c’è, come c’è nella cultura ebraica e anche nella mia condizione che raccontavo prima, dell’assurdamente prolungata apolidia, dell’essere senza nazionalità, con i documenti che non erano mai a posto. Tutto questo ti rende <em>naturalmente</em> eccentrico. Per cui quando, più per caso che per scelta, mi sono ritrovato a fare il giornalista, entrandoci fra l’altro da una porta strana, perché non è che ho fatto la gavetta nelle redazioni&#8230; Ho fatto Lotta Continua. Abbiamo fatto un giornale di movimento, molto anticonformista, irriverente, che inventava linguaggi provocatori, nuovi&#8230; per cui ci sono entrato in quella maniera lì&#8230; Vergognandomi pure di fare il giornalista. Quando il gruppo di LC si è sciolto, noi abbiamo continuato a fare questo giornale, molto liberi da vincoli di linea politica. Ci è venuto bene tanto che ci hanno anche scopiazzato, i titoli di LC facevano moda, etc., per cui ad un certo punto hanno cominciato a corteggiarci. “Venite a lavorare a Repubblica, al Corriere&#8230;” E noi ci sentivamo in colpa da morire. Lo consideravamo un tradimento andare a lavorare in un giornale “borghese”.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Poi però ci siete andati!</p>



<p><strong>G.L.</strong> – (Ride) Poi ci siamo andati.</p>



<p><strong>M.D</strong>. – È un vecchio dibattito dell’estrema sinistra se rimanere in una realtà integra e rischiare di ghettizzarsi parlando sempre a quattro gatti, oppure, corrompersi un pochino per portare un po’ di integrità fra i “corrotti”. È una storia lunghissima. È anche una disputa infinita fra me e mio fratello.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Non so&#8230; Posso solo dirti che me lo sono portato dietro tutta la vita&#8230; Questa storia del “ci vado o non ci vado in quei giornali, mi ‘corrompo’ o non mi ‘corrompo’?”. Ma davvero: il “mi contamino o non mi contamino” è da quando ho venticinque anni che mi segue, e oggi ne ho sessantadue.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Però in questo modo hai portato un po’ di quella giovane integrità nel sistema&#8230; anche se ti è difficile ammetterlo (rido).</p>



<p><strong>G.L.</strong> – No, perché “mi è difficile ammetterlo?”&#8230; È la mia consolazione. Io, che come tutti gli esseri umani, tendo ad essere indulgente con me stesso, penso davvero di avere avuto, nel corso del mio fortunatissimo percorso giornalistico, anche tutta una serie di avventure, incidenti, anche molti insuccessi, dovuti al fatto che ci tenevo a restare <em>quel </em>Gad lì. Questa cosa rischia anche di tradursi in snobismo. Ho fatto per anni una trasmissione che si chiamava <em>L’Infedele</em>&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Eccome se non la conosco! Mia madre per anni ci diceva “Non mi disturbate stasera, c’è Gad Lerner con <em>L’infedele</em>!”.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – (Sorride distrattamente come se non avesse ascoltato, ancora fermo sul suo pensiero) &#8230;Ecco, ne <em>L’Infedele</em> era quasi snobismo il fatto che mentre negli altri talk show si invitavano personaggi popolari o i politici che urlavano più forte eccetera, io invitavo il raffinato intellettuale, affrontavo il tema religioso, filosofico. Era quasi una sfida: voglio farvi vedere che sono diverso! E c’è un elemento di narcisismo in questo. Però era anche per restare fedele a me stesso.</p>



<p>*</p>



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<figcaption>Manuela Diliberto insieme a Gad Lerner; photo Cristina Dogliani</figcaption>
</figure>



<p>4.</p>



<p><strong>Ne <em>L’Arte della guerra,</em> scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “<em>Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare</em>”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi <em>con ogni industria</em>, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’<em>Occasione</em></strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner </strong>– Allora, ti rispondo, intanto, che nella mia storia la fortuna ha un ruolo decisivo, perché io sono il figlio di due migrazioni entrambe salvifiche, miracolose&#8230; perché i miei nonni, i genitori di mio padre, sono gli unici che si sono salvati della loro famiglia, decidendo che appena sposi avrebbero lasciato la Galizia ebraica, quella che oggi è l’Ucraina, dove stavano bene, dove c’era tutta la loro numerossissima famiglia, relativamente benestante, per andare in quel posto caldo e del tutto sconosciuto che era la Palestina, dove poi è nato mio padre e dove andavano in estate in vacanza.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – E perché hanno deciso così? (Domando, sorpresa).</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Eh&#8230; gli piaceva&#8230; così&#8230; Per un senso di avventura. Forse già avvertivano che c’era un clima sinistro.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – In che anni era questo?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – 1925. Beh&#8230; mancavano ancora molti anni alla catastrofe, però l’antisemitismo, i Pogrom, c’erano&#8230; Non lì. Non proprio lì dove sono nati loro, tant’è vero che i parenti dicevano “Ma siete scemi?” Loro tornavano d’estate, in vacanza, anche con mio padre piccolo&#8230; Mio padre è nato ad Haifa nel ’26, ma le estati se le ricorda, me le ha raccontate, tornavano, facevano un viaggio incredibile per tornare in questo posto alle pendici dei monti Carpazi, e questi gli ripetevano, ma fa caldo laggiù, ma che andate a fare, ma siete pazzi, finché naturalmente questo viaggio non solo non l’hanno potuto più fare, ma di quella famiglia non è rimasto più nessuno. Sono stati tutti sterminati, per cui&#8230; Ok, <em>prima</em> migrazione&#8230; botta di fortuna fantastica senza la quale io non esisterei. &#8230;Ma poi la seconda, dal Libano, in un Medio Oriente che non era ancora suddiviso nelle nazioni di oggi. Da Haifa si spostano ad Aleppo: mio padre è cresciuto in questa città meravigliosa tutta la sua infanzia, ha studiato nelle scuole di Aleppo fino a diciott’anni. Poi a Beirut, quando la Siria era diventata&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Dove sei nato tu&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – &#8230;Dove sono nato io. Però anche da lì, nel frattempo, è nato lo stato di Israele nel ’48, c’era la guerra fra gli Arabi e gli Israeliani e gran parte dei miei familiari era andata a vivere in Israele. Poi, siccome c’era lavoro in Italia (loro facevano import-export), decidono: “andiamo a Milano”, città con la quale non avevamo la minima relazione&#8230; Non è che avessimo avuto parenti, amici&#8230; niente: zero. Sono arrivati qua per ragioni di lavoro di mio nonno, figurati&#8230; Quindi una <em>seconda</em> migrazione da una zona di guerra. Se io fossi rimasto in Libano, sarei morto probabilmente&#8230; cioé, avrei avuto più probabilità di morire che di vivere.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Sì, però si può anche dire che loro si siano <em>apparecchiati</em>. Hanno deciso, sentendo i tempi, di crearsela l’Occasione&#8230; non è stata solo la fortuna!</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Sì.. Sì, certo! Se la sono anche creata&#8230; Però se vuoi che ti commento quella frase di Machiavelli, con questa premessa fondamentale della fortuna sfacciata e del fatto che le migrazioni sono salvifiche, cosa che imparo dalla mia esperienza e che cerco di leggere anche immedesimandomi in quella degli altri&#8230; Cioé&#8230; io quando vedo le file all’ufficio stranieri della Questura&#8230; So cosa vuol dire averle fatte&#8230; ecco.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Immagino che non si dimentichino&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – (Riprende il filo del discorso) Però, detto tutto ciò, la <em>preparazione all’impresa</em>, di cui lui parla, nel mio caso è stata una lunghissima sfiga, timidezza e paura, e senso di umiliazione che derivava dal fatto di essere diverso. Questo ha dominato la mia infanzia e la mia adolescenza (pronuncia ogni parola scandendola per bene, con cura, facendo anche lunghe pause se c’è bisogno). Aggiungici che già allora, e anzi più di ora, ero molto <em>brutto</em> (Scoppio a ridere. Lui sorride e va avanti)&#8230; e quindi, un disastro nelle relazioni, non ti dico, con le ragazze&#8230; quindi proprio&#8230; ‘na catastrofe!</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Io ti trovo molto affascinante (mi permetto di aggiungere con slancio. La cosa non lo tocca neanche).</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Eeeh&#8230; Adesso da vecchio&#8230; sì&#8230; Troppo facile! Invece <em>quella</em> era la realtà (rido ancora più sorpresa. Lo dice come se stesse parlando di un’evidenza indiscutibile. Lo guardo ammirata. L’autoderisione è per me l’esercizio più elevato dell’intelligenza). Quindi, il nome strano, brutto, imbranati-i-issimo (rido ancora), timidissimo&#8230; Per cui è stata una lunghissima preparazione in disparte. E poi l’ultima delle cose cui avrei pensato era proprio ad un rovesciamento totale: l’uomo davanti alla telecamera, il <em>one-man-show</em>. Io nei gruppi, ma persino nella militanza politica, ero sempre quello un pochino nell’angolo, un po’ dissidente, brontolone&#8230; Per cui tutto questo ti dà un’enorme forza <em>dopo</em>&#8230; Ti prepara a reggere controvento.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ah&#8230; questo ci porta alla domanda successiva&#8230;</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Aspetta, però, finisco (mi incalza con garbo, ma in modo deciso). &#8230; E allo stesso tempo ti immunizza rispetto all’accontentarsi di stare nell’<em>establishment</em>. Cioè io ad un certo punto mi sono trovato a conoscere, frequentare i potenti di questo paese: industriali, finanzieri, banchieri, politici&#8230; ma non l’ho vissuto come un traguardo, non ho provato il godimento perché adesso mi invitavano a cena. Ho sempre avuto un piede dentro e un piede fuori, tant’è vero che non sono diventato mai una parte di questa gerarchia&#8230; (riflette). Due volte mi hanno nominato direttore, ed è durato pochi mesi, tutt’e due le volte&#8230; Perché sono sempre stato dentro e fuori. Si divertono a coinvolgermi, sono curiosi di me, e io ci vado: sono curioso anch’io. Però, non sono proprio <em>dei</em> <em>loro</em>.</p>



<p>*</p>



<p>5.</p>



<p><strong>A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappato</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Al ricordo delle umiliazioni dell’infanzia&#8230; Tantissimo. Anche a un certo, come dire, cupo fatalismo, per cui io penso che dovrò pagarla alla fine questa fortuna sfacciata che ho avuto, questa bella casa che vedi, il fatto di avere avuto molto, molto più di quello che avrei osato aspettarmi&#8230; no? Penso che alla fine queste cose si paghino&#8230; Non può andarti troppo liscia! (Lo dice con un tono di inevitabile rassegnazione, cercando quasi il mio consenso). E quindi questo mi porta a relativizzare sempre i miei momenti di inciampo, alcuni dei quali sono stati molto clamorosi perché avvenivano in pubblico, con attacchi duri, veri e propri incidenti.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Quindi da una parte c’è: “E’ giusto che queste cose succedano perché la mia fortuna è grande”, e dall’altra: “Comunque ho già vissuto tutto questo, in peggio, da bambino&#8230;”.</p>



<p><strong>G.L. </strong>– Esattamente.</p>



<p>*</p>



<p>6.</p>



<p><strong>Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner </strong>– Decisiva. Bisogna sempre prendere la via più tortuosa. Aspetta&#8230; Questo nel lavoro. Perché invece nelle relazioni personali sono spesso vigliacchetto e tento, come dire, di aggirare i confronti aspri&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Questo è un po’ tipico degli uomini, però (rido).  </p>



<p><strong>G.L.</strong> – &#8230;Mentre, sono tignosissimo nei progetti culturali e nel lavoro.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – E in che modo?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Quando mi dicono, “Questo non si riesce a fare” e proprio non mi va giù, ci provo, ci riprovo, trovo strumenti&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Per Islam-Italia è stato facile?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Ma che, scherzi?! È una cosa di cui vado orgoglioso. Per Islam-Italia ho fatto una cosa praticamente impossibile: andare in Nigeria, da giornalista, con una telecamera, per raccontare cos’è la megalopoli di Lagos, sapendo che non puoi girare senza scorta armata – è vero, ahimé!. Per andare a Lagos ci ho messo dei mesi, con tutti che mi dicevano: A. Non frega un cavolo a nessuno della Nigeria, perché perderci tanto tempo. B. Comunque c’è una burocrazia tale che non farai mai in tempo, etc. etc. Oh, ci siamo andati! Diciamo che seguire la via tortuosa è la cosa più appassionante, per me&#8230; e di cui vado più orgoglioso, come si nota da come spando (sorride).</p>



<p>*</p>



<p>7.</p>



<p><strong>Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Allora&#8230; questa domanda capisco che tu l’abbia fatta a Giancarlo Caselli, per dire. È una domanda molto adatta a una persona come lui. Io sono andato una volta a trovarlo a Palermo&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Ma io l’ho chiesto a Gad Lerner! (Rido).</p>



<p><strong>G.L.</strong>  – Allora ti rispondo! Non mi sono mai trovato davvero in quella circostanza&#8230; Ma me lo chiedo continuamente se sarei capace di comportarmi come è giusto di fronte alla necessità di una scelta <em>eroica</em>, chiamiamola così&#8230; No? Una scelta che comunque ti costringe a provocare anche dei dolori fortissimi nei tuoi figli&#8230; Ma lo devi fare&#8230; O a sacrificare la tua vita&#8230; a sacrificare <em>tutto</em> di te.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Quindi tu non lo sai che faresti?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Ti rispondo che io ho saputo correre dei rischi, me ne sono presi continuamente (dicendolo, avanza soppesando le parole)&#8230; Sono uno specialista in dimissioni al buio, per intenderci, senza paracadute&#8230; Quindi, diciamo, accettare l’incognita nel tuo futuro, ma&#8230; mai in condizioni di rischio <em>fatale</em>&#8230; e da alcuni d’anni, da una ventina d’anni almeno, con un bel paracadute sotto: un conto in banca. Non sono ricco, ma non sono povero&#8230; non sono <em>più</em> povero, quindi so che è relativo il rischio che mi assumo, mentre di fronte a scelte fatali come quelle che tu descrivi, chissà se avrei&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – E se da un servizio che mettesse in pericolo la tua vita dipendesse la vita di qualcun’altro?</p>



<p><strong>G.L. </strong>– Allora&#8230; a parole, sul tuo registratore, mi è facilissimo rispondere di <em>sì</em>, ma&#8230; ci credi tu? Non lo so.</p>



<p>*</p>



<p>8.</p>



<p><strong>Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di <em>Mein Kampf</em>. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente (pacatamente) che si tratta dell&#8217;omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – (Risponde senza esitazione) No. &#8230;No. Penso che un regalo del genere, per quanto obbligatorio al tempo in cui i suoi genitori si sposarono, è qualcosa di cui ti devi vergognare&#8230; tanto meno lo esporrei.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Non era proprio in evidenza, era fra i suoi libri, ma visibilissimo.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Io ho una copia del <em>Mein Kampf</em> nella mia biblioteca che mi serve per lavoro, perché credo che si debba coltivare la memoria storica ma per darne insegnamenti nell’oggi, mai per fare della retorica! Invece, per ripondere alla domanda che mi avevi fatto prima&#8230; qua, cos’è, siamo all’ottava? Per rispondere alla <em>settima</em> domanda, <em>che cosa facciamo noi</em>&#8230; Continuamente leggiamo la storia&#8230; leggiamo la storia dei partigiani e diciamo: “Ma io l’8 settembre del ’43, ce l’avrei avuto il coraggio di andare in montagna? Sarei stato capace di distinguere qual era la scelta giusta o qual era la scelta sbagliata?”. Per cui la storia la guardi per tirarne fuori degli insegnamenti&#8230; Io oggi mi occupo moltissimo di questioni legate all’immigrazione, no?, e ai profughi&#8230; Sapere come l’Europa ha trattato i profughi del Novecento, come li ha respinti, come ha litigato perché nessuno se li voleva pigliare nel proprio paese, non voleva spenderci dei soldi e che poi sono stati massacrati, mi aiuta a pensare a come ci dobbiamo atteggiare oggi di fronte ai barconi, no? Per cui capisco l’importanza della storia ed è il motivo per il quale trovo normale, <em>anche</em>, dover leggere <em>Mein Kampf</em>&#8230; Ma considerarlo un ricordo di famiglia, un <em>caro</em> ricordo dei genitori, mi sembra una perversione!</p>



<p>*</p>



<p>9.</p>



<p><strong>Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Gad? Che descrizione ne daresti</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Antipatico&#8230; credo di suscitare, innanzi tutto, fastidio. Poi&#8230; magari uno si abitua, apprezza dopo delle cose di me&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Per esempio, quali?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – (Mi guarda con divertito stupore e scherza, fingendosi indignato) Come quali? <em>Tantissime</em>! (ridiamo insieme). Ma non so, so fare ridere una persona, per esempio, in questo momento (scherza, alludendo a me). &#8230;Ma credo che tutto, inizialmente, di me sia respingente, a cominciare dalla voce che è strana, con delle “erre” molto&#8230; forti. Ricordo che quando Guglielmi mi mise a fare della televisione a Rai3, io ero quanto di più antitelevisivo si potesse immaginare. E infatti Guglielmi è uno che gioca col paradosso, con il rovesciamento dei canoni&#8230; Ci ha messo pure Giuliano Ferrara che era obeso e strillava&#8230; Per cui, insisto, antipatico e respingente credo siano le prime cose di me che uno pensa. Poi, la mia soddisfazione è che, dopo, posso suscitare anche reazioni diverse e positive. Ma resta il fatto che le prime, e le più diffuse, sono quelle di fastidio. Lo verifico continuamente. Anche ieri sera. Sono andato ospite in una trasmissione per criticare il diritto all’autodifesa armata. L’indomani sono stato attaccato da Belpietro sui social&#8230; gli faccio orrore: ha scritto “Sputasaliva”&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Belpietro ha attaccato anche mio fratello, che in genere suscita simpatia, in modo del tutto infondato sui risultati del suo secondo film. Lo fa sempre con tutti!</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Ecco, vedi&#8230; No, no&#8230; però sono due cose diverse. Tuo fratello suscita simpatia e può avere ostilità culturali&#8230; Io c’ho l’occhio che si chiude&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Io lo trovo un tratto di te molto simpatico!</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Di me si dice che sono “grifagno”, dal profilo semita, etc&#8230; Ma perché stiamo parlando di questo? Ah, sì&#8230; la prima impressione non è buona. Comunque, quando instauro una realzione con qualcuno, in genere diventa fortissima. Con le persone con cui ho lavorato si è instaurato quasi sempre un vincolo di affetto molto forte.</p>



<p>*</p>



<p>10.</p>



<p><strong>Se non fossi Gad Lerner, chi vorresti essere</strong>?</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Oddio&#8230; ma queste son domande a cui si danno risposte idiote&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – (Rido) Allora non rispondere!</p>



<p><strong>G.L.</strong> – No, no&#8230; Se volessi essere falso e volessi dare delle risposte facili, direi un calciatore dell’Inter, ma invece temo di essere talmente avviluppato nella categoria degli intellettuali ebrei, che le persone che veramente ammiro le trovo lì dentro, e spesso sono figure tragiche. Mi piacerebbe da morire essere Kafka, Benjamin, quindi&#8230; come dire, andiamo nella mitomania acuta. Voglio dire, stiamo parlando di gente che è morta giovane oppure si è suicidata. E’ una risposta altrettanto cretina di quella del giocatore dell’Inter, ma, scusami, è una risposta cretina ad una domanda cretina&#8230; perché che vuol dire “<em>Chi vorresti essere</em>?”</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Io sono io, dici&#8230;</p>



<p><strong>G.L. </strong>– Poi, certo, dietro tutto questo, hai detto una cosa giusta&#8230; cioè, in realtà, sono abbastanza narcisista da compiacermi del fatto che, nonostante tutto, me la sono cavata.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Domanda Personale</strong>. “<strong>Cosa rappresentano per te esattamente l’ebraismo, il cattolicesimo, l’Islam e la laicità?</strong>”</p>



<p><strong>Gad Lerner</strong> – Sono tutte, esperienze della mia vita. Tutte. Tutte esperienze con le quali ho familiarità (ci pensa, quasi ad alta voce), con tutt’e quattro queste definizioni. Il fatto che io appartenga per nascita ad una di queste e che, come dire, non ne voglio prescindere, tant’è vero che nonostante io abbia sposato due donne cristiane&#8230; cattoliche&#8230; sia la mia prima che la mia seconda moglie&#8230;</p>



<p><strong>M.D. </strong>– Ma praticanti?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – No. Di cultura cattolica&#8230; anche a loro modo, impegnate&#8230; <em>praticanti</em> è troppo&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Credenti.</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Credenti&#8230; impegnate in un mondo di solidarietà, associazionismo&#8230; Per esempio Umberta, mia moglie, lavora in un contesto spesso cattolico&#8230; Don Ciotti, qui a Milano&#8230; Però, i nostri figli, le sue due figlie (avute da un marito ebreo, fra l’altro)&#8230; noi abbiamo cinque figli in tutto, tutti e cinque ebrei, tutti e cinque convertiti all’ebraismo. Quindi io credo che sia ipocrita eludere la scelta ad un’appartenenza dicendo, decideranno loro da grandi&#8230; Loro certo che decideranno! Poi faranno quello che vogliono! Ma li aiuti se gli dai un’impronta, se gli dici chi sei. Ma detto ciò, delle quattro che mi hai proposto, l’ebraismo è fondante per me, ma le altre mi sono assolutamente familiari.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – E l’Islam in che misura?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – L’Islam nella misura dei miei luoghi di nascita&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – La discendenza da Abramo&#8230; (e rido).</p>



<p><strong>G.L.</strong> – (Ride pure lui) Ah, se è così, la prendiamo molto da lontano! No, no, nel senso di&#8230; credo di poter intuire il mistero della loro fede, questo senso di assoluta sottomissione, il loro monoteismo così intensamente vissuto. In questo senso, ebraismo e Islam non c’è dubbio che siano molto, ma molto più vicini che l’ebraismo e l’Islam al cristianesimo. Sul piano dottrinale teologico, non c’è dubbio che sono molto più vicini l’ebraismo e l’Islam.</p>



<p><strong>M.D.</strong> – E che mi dici della laicità?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – È il mio codice di comportamento, il mio abito mentale di tutti i giorni. La nostra fede, i nostri ideali li portiamo in un ambito plurale, in una società che chiama a confrontarci con diversità molto forti che stimolano la curiosità, l’interesse per l’altro&#8230; quindi senza tale abito mentale&#8230;</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Senza tale abito?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Saremmo perennemente in guerra!</p>



<p><strong>M.D.</strong> – Si può dire che il grado di laicità in un paese sia proporzionale al grado di tolleranza e rispetto per la diversità?</p>



<p><strong>G.L.</strong> – Certo che sì!</p>
<p><em><strong>Manuela Diliberto</strong></em></p>



<p><em>*In copertina: Gad Lerner <a href="https://www.cristinadogliani.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani.</a> Gad Lerner è giornalista, saggista, conduttore televisivo insofferente all’intransigenza. Si occupa di tematiche legate all’immigrazione e al dialogo interreligioso, si può dire dalla nascita.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gad-lerner-intervista/">“Sono antipatico, fortunatissimo, mi piacerebbe essere Kafka”. Dialogo con Gad Lerner</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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