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	<title>Che Guevara Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Non avrai una vita Ernesto Che Guevara, ma un destino”. Sul “Che”, il corpo della Storia</title>
		<link>https://www.pangea.news/che-guevara-corpo-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2019 04:22:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dunque il corpo della Storia è quello. Un corpo immobilizzato sulla barella, terreo, gli occhi come selci che separano ricordo a codardia. La barba caotica conferisce al corpo, il corpo della Storia, un’ambizione cristica – un Cristo con la divisa da guerrigliero. Giovanni Bellini in Bolivia saprebbe trarre una fatidica Deposizione, con stuolo di estatici [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dunque il corpo della Storia è quello. Un corpo immobilizzato sulla barella, terreo, gli occhi come selci che separano ricordo a codardia</strong>. La barba caotica conferisce al corpo, il corpo della Storia, un’ambizione cristica – un Cristo con la divisa da guerrigliero. Giovanni Bellini in Bolivia saprebbe trarre una fatidica Deposizione, con stuolo di estatici visitatori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quelli non sono discepoli, però – ma nemici, forse traditori (anche in questo, si rispetta il cliché evangelico). Uno per tenacia ricorda Tommaso – il fucile al posto dell’indice. Insieme agli altri ammira il corpo, il corpo della Storia, con un certo timore: e se non fosse morto? Quante vite può avere un mito, quante può valerne?</strong> Due soldati, uno con una granata appesa alla giacca manco fosse un fazzoletto da tasca, fissano la camera, complici, severi. Pensano di poter sostituire quel corpo, certi di aver fatto la Storia. Ma la Storia – e la Storia, si sa, ha un odore laido, la Storia non è di chi attraversa i giorni nuotando, facendosi bombardare da un sospiro di stelle – non si fa imbragare dai briganti di terz’ordine. Il morto ha un viso così indelebile da essere replicato – manco fosse il Crocefisso – in centinaia di migliaia di bandiere e di t-shirt. Si può dire che il giorno della morte, in realtà, coincida con il giorno della nascita di quel corpo, il corpo della Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_70815" aria-describedby="caption-attachment-70815" style="width: 443px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-70815" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-300x199.jpg" alt="" width="443" height="294" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/2-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-3_small.jpg 776w" sizes="(max-width: 443px) 100vw, 443px" /><figcaption id="caption-attachment-70815" class="wp-caption-text">Il &#8216;Che&#8217; fotografato da Osvaldo Salas (1914-1992): &#8220;Nel 1959, mentre Castro conduce con successo la rivoluzione cubana, lo chiama a Cuba. Osvaldo Salas, accompagnato dal figlio Roberto, allora diciottenne, ritorna e diventa capo del dipartimento di fotografia del quotidiano Revolución ed illustrerà per ventitré anni l&#8217;evoluzione dell&#8217;avventura cubana&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è l’enigma: la gloria bacia qualcuno, ma la Storia ha bisogno di un morto per compiersi. Un morto dalla natura immortale</strong> <strong>– così quei colpi che bucano il collo, in realtà, sono stimmate, e subito, qualcuno, come i venditori di reliquie del Medioevo, misura e prezza il dito mignolo del ‘Che’, il naso, l’occhio destro, la fibbia della cintura, la rotula, il prepuzio.</strong> C’è chi pensa di fatturare reliquie fasulle, tratte da un misero calco, e di venderle nell’imbuto sudamericano, e poi a Nord. Anche qualche adepto della Cia non rifiuta l’acquisto dell’unghia del ‘Che’, perché al netto delle infamie – la Storia è così, eleva dal niente i bastardi per ergerli a re – conta l’eroe, e chi non preferisce una giungla all’ombra di un grattacielo di Manhattan, e chi non imbraccerebbe la prima, perfino la più misera, guerra ‘per la libertà’ pur di sfilarsi dalla frustrazione quotidiana. Meglio il massacro che timbrare il cartellino, osa dire, qualcuno, ingoiando quella vigliaccata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Disposti a tutte le guerre perché il sangue è eros e la parola magica, ‘popolo’</strong> è come falangi di visionari straccioni al casino, estasi, eutanasia dell’ordinario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La spavalderia prima dello spavento: la Storia è un lebbrosario. Assurgere a simbolo è una dannazione, per un uomo – ogni scelta è una finestra sul fraintendimento.</strong> La fotografia del ‘Che’ ucciso sembra una deposizione bastarda: la t-shirt al posto del sudario, i comizi al posto del sepolcro schiantato, <em>La guerra di guerriglia </em>al posto del Vangelo. Qualcuno è stato Giuda – di certo, risorgerà. Uno sbaglio della giovinezza, l’avventatezza dell’avvenire, fece dell’avventuriero un castrista che castrava. Anche uccidere, nella foga ideale, può essere disciplina. Non gli restò che morire per dare autenticità alla Storia – della sua resta un corpo, parte di ceramica, il ‘Che’ non era più lì, era una medaglia, una canzone, una bestemmia, una utopia, un sibilo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro più bello sul ‘Che’ lo ha scritto un irredimibile scalmanato, che ha fatto il salto dalla <em>gauche</em> all’abisso, <a href="http://www.pangea.news/dobbiamo-tornare-alla-grotta-alla-pergamena-e-stalin-e-un-ditale-riscopriamo-jean-cau-ribelle-alla-stupidita-odierna-ovviamente-impubblicabile/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jean Cau.</a> Nel 1978 firma, per Juillard, <em>Une passion pour Che Guevara</em>, poi pubblicato dalla risorta (per poco) Vallecchi nel 2004, con prefazione di Pino Cacucci, poi scomparso. <strong>“È il ritorno dalla battuta e i cacciatori hanno finalmente ferito e catturato la più temibile di tutte le fiere. Ti hanno obbligato a camminare, malgrado le tue ferite, ma il ritorno verso il villaggio di La Higuera assumeva un’andatura troppo lenta di processione. Inciampavi, somigliavi a un Cristo che due centurioni portano o trascinano, non si sa.</strong> Le tue braccia passate sopra la spalla dei due ‘berretti verdi’ che ti tenevano, così sistemato, per i polsi. I tuoi piedi che sfioravano il suolo. ‘Pesa…’, ha detto uno dei soldati all’ufficiale. ‘Pesa mucho…’. Allora l’ufficiale ha detto di portarti con una coperta. Ecco fatto. Quattro soldati serrano tra i pugni i cordoni di questo drappo funebre che ondeggia come un’amaca al ritmo della loro marcia. Stelle rosse vi nascono: il tuo sangue che inzuppa la coperta”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70818 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1-204x300.jpeg" alt="" width="259" height="381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1-204x300.jpeg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/1-Che-Guevara_Foto-di-Osvaldo-Salas-1.jpeg 283w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Con la profezia della morte che avvampa, Jean Cau racconta la storia del ‘Che’ <strong>(“Ciò che mi affascina e mi commuove è la serietà che metti nel recitare una parte di politico rivoluzionario che non è tua. Sono affascinato perché so che hai un appuntamento a La Higuera e che la luce alla Rembrandt del tuo cadavere nudo – della pelle così bianca, del petto imberbe e così mortalmente lattiginoso – spostato (era sul lavello) per collocarlo su questa sorta di tavolo-barella, e la luce che illumina questo libro, decompone l’universo della tua vita… Non avrai una vita, Ernesto Che Guevara, ma un destino”).</strong> Riesce a essere fermo all’estasi, Cau (“Mi piace ammirare. Mi piace rispettare. Mi piace arrendermi, quando sono vinto dall’angelo. Ebbene, ti amo e ti rispetto, ma con un’irritazione che mi indigna. Quanto ad arrendermi a te, no, anche se per un omaggio respingo la terra della mia salvezza”); legge nel ‘Che’ l’ulteriore fine di un mondo, come se l’assassinio (di spalle) chieda d’essere temprato nel reiterare. “E i giovani dell’Occidente… Sono così giovani ed io, sulla mia sedia di paglia, improvvisamente così vecchio. Avrò saputo leggere e scrivere. Amare, non so. Vivere? Oh, non c’è di che vantarsene quando non si è morti a vent’anni. Come te, Ernesto, figlio mio, che non avesti mai un’altra età. E i giovani dell’Occidente che non la finiscono di sognare la Rivoluzione hanno appuntato il ‘poster’ del guerrigliero al muro della loro stanza. Per alimentare gli ultimi fuochi del forno che si spegne, non hanno altro che questo rettangolo di carta, lambito dal languore delle fiamme e che si contorce sotto la carezza”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spesso, sul corpo morto del ‘Che’ s’impalca la metafora cristica – quel corpo a Jean Cau pareva dipinto dal Mantegna</strong>, aveva la torsione luminosa di Rembrandt. Qualcosa di pittorico e di preordinato, comunque – forse perché il destino è un artista. “Da tremila anni muore lo stesso toro nero che ho visto mille volte rotolare e il sole girava tra le sue alte corna. Da duemila anni il Crocifisso agonizza e rinasce ogni giorno sino alla fine del mondo. Si dice. Topi, tori e Gesù Cristi, ce ne sono sempre a bizzeffe”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il ‘Che’ ammorba la Storia, frate nel convento del proprio ego. <a href="http://www.pangea.news/che-guevara-le-lettere/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nelle lettere pubblicare da poco a Cuba</strong> </a>come <em>Epistolario de un tiempo. Cartas 1947-1967</em>, il ‘Che’ si districa dai ruoli governativi (“Abbiamo commesso molti errori in ambito economico. Il primo, il più importante, è stata l’improvvisazione con cui abbiamo portato avanti le nostre idee, tramite una politica estemporanea”, scrive a Castro), percorre il preludio di una filosofia anarchica (“A Cuba non viene pubblicato nulla, se escludiamo i ‘mattoni’ sovietici che hanno l’inconveniente di non farti pensare, dal momento che sono stati scritti perché tu debba soltanto digerirli… Abbiamo fatto molto, ora dobbiamo imparare a pensare”, scrive ad Armando Hart, Ministro dell’Educazione cubano). <strong>Ma la Storia lo ha avvinto, divorando il suo volto, per renderlo riconoscibile a tutti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensando al ‘Che’, prediligo lo scarto, il ‘pazzo in Dio’, che adempie la fede nel fango dell’irriconoscenza, nel gargarismo dell’incomprensione. Scacciato da tutti, cacciato da ogni luogo, senza l’armatura della tunica, il ‘pazzo in Dio’ indossa quei versetti scanditi e sconvolgenti di Paolo: </strong>“Andavano, vestiti di pelli – senza niente – bastonati – bistrattati – il mondo non è degno di loro. Perlustravano i deserti, le montagne, s’inoltravano nelle grotte della terra” (<em>Lettera agli Ebrei</em> 11, 37-38). Radicalità che abbaglia per eccesso di precisione, che ha dettaglio in questi versetti intagliati della <em>Prima lettera ai Corinzi </em>(3, 18-19), che qui segno secondo la traduzione di Giovanni Testori:</p>
<p>Non cedete<br />
a seduzione.<br />
Chi di voi<br />
secondo le regole del mondo<br />
si sente sapiente,<br />
s’annulli<br />
e si faccia demente.<br />
Solo allora<br />
si sentirà<br />
veramente sciente.<br />
La scienza di questo mondo<br />
presso Dio<br />
è totale insipienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al corpo della Storia antepongo il suo opposto: la carne.</strong> Allo stremare dell’azione, lo spreco.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Questo testo è stato pensato per l<a href="https://lecoledesitaliens.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a mostra “Che”, in atto a Domodossola</a> nel 2019</em></strong><em>. Vi si mostravano fotografie di René Burri, Alberto Korda e Osvaldo Salas, da collezione privata. L’interesse particolare riguardava alcuni scatti, presi da anonimo a La Higuera, Bolivia, il 9 ottobre 1967, che mostrano il ‘Che’ morto.</em></p>
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		<title>La vita di Borges in 8 aneddoti. Papa Francesco gli fece la barba, l’amata ballerina lo voleva morto (“così il manoscritto de L’Aleph vale di più…”), Che Guevara gli impedì di fare lezione (ma lui, aristocratico dell’intelletto, non fece una piega). Odiava Chaplin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Aug 2019 09:59:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Borges il gioco sarebbe piaciuto: risalire a un’esistenza – la sua, poi, fu piamente letteraria – a partire dai dettagli, dai frammenti, dagli sbagli. Singoli eventi, come spunti per un racconto, che orientano alla costruzione dell’insieme. Su “El Clarín” la giornalista Verónica Abdala ha selezionato 120 anni di Borges in una manciata di aneddoti. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/borges-aneddoti-papa-francesco-che-guevara/">La vita di Borges in 8 aneddoti. Papa Francesco gli fece la barba, l’amata ballerina lo voleva morto (“così il manoscritto de L’Aleph vale di più…”), Che Guevara gli impedì di fare lezione (ma lui, aristocratico dell’intelletto, non fece una piega). Odiava Chaplin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>A Borges il gioco sarebbe piaciuto: risalire a un’esistenza – la sua, poi, fu piamente letteraria – a partire dai dettagli, dai frammenti, dagli sbagli. Singoli eventi, come spunti per un racconto, che orientano alla costruzione dell’insieme. Su “El Clar</em><em>ín” la giornalista Ver</em><em>ónica Abdala ha selezionato 120 anni di Borges in una manciata di aneddoti. Eccoli, accuratamente rielaborati per il lettore italico. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se muori vali di più: sparati! </strong>Borges era innamorato di Estela Canto, audace ballerina, scrittrice. La madre di JLB disapprovava la loro unione, per via della spigliatezza sessuale di Estela. A lei Borges regalò il manoscritto de <em>L’Alpeh. </em>“Aspetterò che tu muoia per venderlo, perché valga di più”, gli disse, in un caffè di Buenos Aires. Borges, arso d’amore, ci rimase male. “Se fossi stato un vero cavaliere, sarei andato in bagno a spararmi un colpo in testa”. Il manoscritto fu messo all’asta a Londra, nel 1985, lo scrittore ancora vivente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando Papa Francesco fece la barba a Borges. </strong>Nel 1965 papa Francesco insegnava letteratura al Colegio Inmaculada Concepción di Santa Fe: invitò Borges a fare lezione ai suoi studenti. Uno di loro, Jorge Milia, ha raccontato alla BBC un aneddoto. Un giorno Bergoglio andò a prendere lo scrittore per portarlo a scuola. Impiegarono molto tempo ad arrivare al Colegio. “Il vecchio mi ha chiesto di raderlo: la sua cecità gli impediva di farlo da solo”, ha detto il futuro papa, giustificandosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appuntamento al cimitero. </strong>Per i suoi 85 anni, un gruppo selezionato di ammiratori si diede appuntamento a casa dello scrittore. Borges li ringraziò, invitandoli, l’anno successivo, al cimitero della Recoleta, dove avrebbe voluto essere sepolto. Tuttavia, morì a Ginevra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Cent’anni di solitudine”? Ne bastano cinquanta. </strong>Per anni Borges ha atteso, invano, il Nobel per la letteratura. Nel 1982 lo avvisarono che il Nobel era andato a Gabriel García Márquez. Borges era in questura a rinnovare il passaporto, i giornalisti si affollarono per chiedergli una dichiarazione. “Penso che García Márquez sia un grande scrittore. <em>Cent’anni di solitudine </em>è un ottimo romanzo, anche se penso che cinquant’anni siano sufficienti”, disse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando morì Che Guevara. </strong>Era l’ottobre del 1967, Borges insegnava letteratura inglese all’Università di Buenos Aires. Uno studente prese d’assalto la classe annunciando la morte di Che Guevara. Disse che le lezioni avrebbero dovuto essere sospese. Borges rispose che c’era tempo per omaggiare il caro estinto. Lo studente alzò la voce, intimando Borges di andarsene. Lo scrittore restò granitico al suo posto. “Allora staccherò la luce”, urlò lo studente. “Sono diventato cieco proprio perché accadesse questo momento”, rispose lo scrittore. E continuò la lezione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I poeti? Dissuaderli! </strong>Durante un incontro della Società Argentina degli Scrittori. Un giornalista e poeta sussurrava teneramente ai presenti: “Cosa possiamo fare per il futuro dei nostri giovani poeti?”. Dal fondo dell’aula Borges si mise a urlare: “Dissuaderli dalla poesia!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gita a Machu Picchu con tedeschi. </strong>Il giornalista e poeta Esteban Peicovich accompagnò Borges in molti viaggi. “Eravamo sulla strada per Machu Picchu, in Perù: dopo cinque ore di treno da Cuzco ho dovuto tenere Borges in braccio. Aveva il fazzoletto al collo, ansimava come un pesce sulla spiaggia. María Kodoma temeva che morisse per mancanza di ossigeno. Infine, arrivammo all’albergo, depositammo Borges su un divano. In quell’istante, giunse un gruppo di tedeschi: <em>È Borges!</em>, disse uno. I tedeschi si affollarono intorno a Borges, in affanno, fotografandolo da tutte le angolazioni. Sembrava una parodia della <em>Sepoltura del conte di Orgaz</em> di El Greco”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chaplin è porcheria. </strong>Borges non sopportava Charlie Chaplin. “Come cineasta, è una porcheria, si salva solo <em>La febbre dell’oro. </em>Ha lavorato circondato da animali domestici più che da attori. Voleva il centro della scena, è sovente patetico. Il cinema è progredito e Chaplin è rimasto modesto come agli esordi. Anche le sue fotografie sono spaventose. Al contrario, Buster Keaton è un vero galantuomo”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/borges-aneddoti-papa-francesco-che-guevara/">La vita di Borges in 8 aneddoti. Papa Francesco gli fece la barba, l’amata ballerina lo voleva morto (“così il manoscritto de L’Aleph vale di più…”), Che Guevara gli impedì di fare lezione (ma lui, aristocratico dell’intelletto, non fece una piega). Odiava Chaplin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2018 11:09:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Detta da una persona che è musicalmente allergica ai cantautori italiani significa solamente ed essenzialmente una cosa, e cioè che Francesco De Gregori ha saputo incidere in maniera magistrale la descrizione dell’opera che ha visto e voluto raccontare. Facile per chi è cresciuto a pane e parole, a Dalla e De André, a Battisti e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuga-spiritata-alla-ricerca-della-fatale-euridice-con-il-guanto-tra-max-klinger-a-bagnacavallo-e-i-nostalgici-a-predappio/">Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Detta da una persona che è musicalmente allergica ai cantautori italiani</strong> significa solamente ed essenzialmente una cosa, e cioè che Francesco De Gregori ha saputo <em>incidere</em> in maniera magistrale la descrizione dell’opera che ha visto e voluto raccontare. Facile per chi è cresciuto a pane e parole, a Dalla e De André, a Battisti e Venditti, ma per chi ha sempre – per <em>forma mentis</em> e per esterofilia – “ghettizzato” il cantautorato italico, l’attestato rilasciato al “Principe” per un pezzo del 1996 equivale a un Master all’Università IULM, o all’Accademia di Brera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di partenza è tutto lì: capire se quella <em>cosa</em> che aveva colpito quella persona è visibile all’interno della mostra ospitata all’interno del <a href="http://www.museocivicobagnacavallo.it/mostra_max_klinger/" target="_blank" rel="noopener">Museo Civico di Bagnacavallo </a>assieme ad altre 150 opere.</strong> E quella <em>cosa</em> lì non ha colpito solo lei e solo me. Gianrico Carofiglio ne “La regola dell’equilibrio” (Einaudi) scrive a pagina 214: “C’è una canzone di De Gregori molto bella” (segue il titolo). “Me la ricordo. Una canzone ermetica”. “È ispirata ad alcuni disegni di (segue il nome dell’autore). La si capisce molto meglio ascoltandola mentre li si guarda. Parafrasi sul ritrovamento di (nome dell’oggetto), mi pare si chiami il ciclo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, tre indizi fanno una prova. Quella <em>cosa</em> è una cosa che lascia il segno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il giallo di Carofiglio non l’ho letto: ho preferito andare a vedere di persona se quella<em> cosa</em> c’era davvero. Non tanto per sfiducia o per curiosità, ma per un motivo che mi porto addosso come una cicatrice, ed è quel motore che mi fa andare da 30 anni a teatro. Nel 1989 il “Carlo Goldoni” di Venezia ospitò “Il grigio” di Giorgio Gaber, uno spettacolo “diverso”, non il suo classico “teatro-canzone” ma un monologo. Nell’ultima frase del primo atto una perla: <strong>“<em>Non si può vivere… in quel raffreddore dell’anima. È per questo che si ha bisogno di un nemico… sì, anche inventato.</em></strong><em> Questa assurdità del ‘superare’, questa spinta alla lotta, questa finta corsa alla vita e alla morte, di cui noi non abbiamo alcuna parte cosciente… è il nostro tormento e la nostra delizia”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il grigio”</strong> è la storia di un uomo che si allontana da tutto e da tutti, afflitto più da problemi personali che sociali. Si ritira in campagna per essere più tranquillo e concentrarsi meglio su di sé e sui propri problemi. La sua ambita solitudine è però disturbata da un fantomatico topo: ecco ‘il grigio’, l’elemento scatenante degli incubi dell’uomo e del suo inesorabile e ironico flusso di coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dicembre del 1989, nel foyer del teatro, c’era una donna bellissima e tirata (a Venezia si va a vedere gli spettacoli “addobbati” in maniera consona e non in jeans, felpa con il cappuccio e scarpe da ginnastica come se si andasse a “bacari” a farsi uno spritz o un “bianchetto”). Aveva un abito lungo, pieno di pizzi, i capelli raccolti in un nastro di sera, a mo’ di fiocco, posizionato in basso, all’altezza della schiena. E indossava un paio di guanti neri. <strong>Da 30 anni, quasi, vado a teatro per rivederli, per incontrare quelle mani colte, quella forma estrema di eleganza, forse desueta, ma meravigliosa.</strong> Oggi le sue mani saranno raggrinzite, ma nella memoria tutto si cristallizza, si miticizza: il tempo viene inchiodato, anzi <em>inciso</em>, nell’attimo esatto in cui avviene l’accadimento. E quelle mani, quelle dita affusolato che poi ha “svelato” appena si è seduta in platea togliendosi i guanti, sono <em>arti</em>, la parte maschile dell’arte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. <strong>L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto.</strong> Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata”.</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere. Orfeo: “Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bacca: “Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Orfeo: “Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo”.</p>
<p style="text-align: justify;">(Cesare Pavese, “L’inconsolabile”, dai “Dialoghi con Leucò”)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È per germinazione quasi spontanea, o forse per quella fase di imprinting teatrale che avviene dopo l’età dell’imprinting normale dei bambini (0-3 anni, a memoria), che quella canzone di De Gregori mi si è posata sulla testa già dalle prime strofe: <strong>“Un guanto precipitò/ da una mano desiderata/ a toccare il pavimento del mondo/ in una pista affollata/ Un gentiluomo, un infedele/ lo seguì con lo sguardo/ e stava quasi per raggiungerlo/ ma già troppo in ritardo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il gentiluomo infedele. C’è modo e modo per tradire, e De Gregori sceglie quello più nobile, quello non più scusabile ma quello esteticamente meno rimproverabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il Principe decide di fare l’<em>incisore</em>, e butta lì una dichiarazione d’amore che scioglierebbe anche una donna di marmo: “E intanto milione di rose/ rifluivano sul bagnasciuga/ e chissà se si può capire/ che milioni di rose/ non profumano mica/ se non sono i tuoi fiori a fiorire/ se i tuoi occhi non mi fanno più dormire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Francesco, a distanza di tempo, ha spiegato il pezzo: “La canzone ‘Un guanto’ mi è stata ispirata da una serie di incisioni del pittore tedesco Max Klinger. Un guanto perduto su una pista di pattinaggio si trasforma in un simbolo della femminilità e si moltiplica all&#8217;infinito finché finisce su un tavolo accanto a una statuetta di Cupido”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Max Klinger. Inconscio, mito e passioni alle origini del destino dell’uomo” è in mostra al Museo Civico di Bagnacavallo:</strong> dopo aver ospitato Goya, da metà settembre (e sino al 13 gennaio 2019) il paese romagnolo ha deciso di dare spazio (circa 150 opere) al Maestro di Lipsia, uno che Giorgio De Chirico definì “l’artista moderno per eccellenza. Moderno nel senso di uomo cosciente che sente l’eredità di secoli d’arte e di pensiero, che vede chiaramente nel passato, nel presente e in se stesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Difficile capire se la definizione di De Chirico possa calzare come un paio di galosce, o come un grembiale, all’uomo che ha reso celebre Predappio in Europa: Benito Mussolini. Uomo cosciente, forse solo nel primo periodo (dal 1922 sino alla metà degli Anni Trenta) del Fascismo, il Duce lo è stato:</strong> quello più “socialista”, quello iniziato il 28 ottobre del 1922 con la marcia su Roma. Sua l’assicurazione di invalidità e vecchiaia e contro la disoccupazione, l’assistenza ospedaliera, l’INPS, le Leggi sulla Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le bonifiche alle paludi Pontine, in Emilia, Sardegna, Maremma Toscana, le dighe, la costruzione di numerose dighe e Università, la garanzia di un chilo di pane e un litro di latte alle famiglie, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono in molti, ogni anno, che il 28 ottobre si radunano a Predappio. E quest’anno, con l’annuncio fatto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di manifestare a teatro e in piazza proprio lo stesso giorno, i motivi per percorrere Rimini – Predappio si accavallano. L’entroterra forlivese è, in prima battuta, un’ottima zona di vino Sangiovese, soprattutto quello “riserva”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere che facce hanno gli adepti dell’ANPI, oggi, a oltre 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo il secondo motivo. Vecchietti arzilli con bastone? Macché. Nonnini in sedia a rotelle? Sì, forse, alcuni. Ma la maggior parte sono giovani. Giovani e di mezza età, persone che non sano che non sono stati i Partigiani ad aver liberato l’Italia. Sono stati gli Americani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se il fascismo oggi viene derubricato a folklore – non tornerà perché i tempi sono cambiati – altrettanto si deve dire per i Partigiani.</strong> ANPI, come ha confermato qualche anno fa il Presidente Nazionale Carlo Smuraglia, riceve anche un contributo statale: nel 2014 l’importo è stato di “65.000 euro, una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività e – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato”. Il buon Giuseppe De Lorenzo su “Il Giornale” scrive che “nel 2017 il ministero della Difesa ha elargito ben 107mila euro tondi tondi”. Negli ultimi sei anni, prosegue, il giornalista, “(ANPI) ha incassato dal ministero della Difesa 573.450 euro, in un continuo crescendo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Fascismo e <em>partigianesimo</em> appartengono alla storia d’Italia, e oggi sono due movimenti, nelle loro infinite diversità, di assoluta nostalgia. Con la differenza che i primi ne sono consapevoli, i secondi invece no.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non esistono più Fascisti del Ventennio (e non per la Legge Scelba del 1952 che introdusse il reato di apologia del Fascismo ma per i tempi che sono passati; e nemmeno per la Legge Fiano, caduta assieme al PD alla fine del 2017) come non esistono più i Partigiani che hanno combattuto per “liberare l’Italia”: se ne è rimasto qualcuno (sì, ce ne sono, pochi ma ce ne sono), ha passato i 90 anni.</strong> È più complicato capire piuttosto chi porta avanti il ricordo e la memoria, persone che non hanno vissuto quegli anni ma che hanno ascoltato le storie dei Partigiani dai genitori o dai parenti (come nel mio caso, lo zio di mia mamma, Antonio detto “Toni” o “Tango”, era partigiano e suo figlio Danilo ci ha scritto un libro. Io ho preferito dedicare il mio ricordo al nonno materno), e che oggi impegnano e ammorbano i teatri con reading, spettacoli teatrali, convegni, giornate di studio e manifestazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si inizi ad azzerare i contributi statali, l’Italia ha una fitta rete di associazionismo e di strade (una su tutte, il 5 x 1.000 dell’Irpef dei Modelli CUD, 730-1 e Unico) per sostenere senza troppi problemi queste iniziative. Chi lo vuole fare è libero di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Passeggiare con una maglietta con la faccia di Ernesto Che Guevara o di altri assassini è legittimo, anzi, è quasi “trend”, mentre indossare una polo con il colletto tricolore è pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La montagna, ovviamente, ha partorito un topolino. Cori, canti e striscioni, un serpente umano di persone ha coperto la distanza che separa la Chiesa dal cimitero di San Cassiano. Foto, video, sorrisi, saluti romani. Magliette e giubbotti, tantissimi, una divisa di riconoscimento.</strong> Nostalgici da tutta Italia, arrivati nel cuore della Romagna con auto, pullman. Comprano souvenir, mangiano, marciano compatti come opliti. Duemila persone, più o meno. Come possono spaventare? Nessun scontro con ANPI, riunita in assise nel teatro di Predappio lo stesso giorno. E la ribalta sui giornali se l’è presa Selene Ticchi, militante di Forza Nuova e già candidata a sindaco di Budrio (Bologna), che ha indossato una maglietta con la scritta “Auschwtzland”. Sì, di dubbio gusto, questo non lo posso negare. Nessun tafferuglio, comunque. Tanto tuonò che alla fine piovvero solo poche gocce d’acqua, e niente sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio De Chirico aveva ragione. L’opera di Max Klinger (1857-1920) rappresenta un capitolo fondamentale dell’arte europea tra Otto e Novecento e della storia dell’incisione. <strong>Artista versatile, pittore, scultore, incisore, musicista, teorico, abilissimo disegnatore, Klinger sperimentò tutte le possibilità del “bianco e nero” con maestria assoluta. </strong>Le sue “visioni” dal fascino sottile e ambiguo, oscillanti tra la realtà quotidiana, gli splendori del mito e il buio più profondo del nostro inconscio, oltre a rappresentare una delle vette dell’incisione simbolista, seppero anticipare molti temi centrali di alcuni tra i più importanti movimenti artistici del Novecento, dal surrealismo alla metafisica, in singolare dialogo con le ricerche della psicanalisi di Freud. Secondo Käthe Kollwitz, Klinger “ha toccato tutti i registri della vita, ne ha colto la potenza, la magnificenza, la tristezza e le ha interpretate per noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle prime tavole dei “Radierte Skizzen” (Opus I, Schizzi all’acquaforte) a “Eva e il futuro” (Opus III, 1880), passando per gli “Intermezzi” (Opus IV, 1881), “Amore e Psiche” (Opus V, 1880), ovviamente “Un guanto” (Opus VI, 1881), “Una vita” (Opus VIII, I884), “Drammi” (Opus IX, 1883), “Un amore” (Opus X, 1887), “Fantasia su Brahms” (Opus XII, 1886), “La morte, parte seconda” (Opus XIII, 1898-1910) ma anche la misteriosa e bellissima “Isola dei morti” (1898), omaggio all’immenso Arnold Böcklin. Una maschera mi avvicina: “Questa opera è piaciuta molto anche ai bambini – mi dice -. In tanti hanno fatto le foto e l’hanno disegnata”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Parte della forza di questo viaggio è nell’iride, nell’<em>impressione</em>. <strong>Il mondo è a colori, Max Klinger invece <em>incide</em> in bianco e nero.</strong> In questa frattura si incardina la forza del racconto: 11 “Opus” su un totale di 15 sono in mostra, e prendono per mano il visitatore per accompagnarlo in un viaggio nella mente che si palesa attraverso la tecnica dell’incisione. E il guanto, in questo viaggio all’interno di un edificio (opus) di 15 piani, si erge a “a stereotipo di amore antico, quando la dama fingeva di averlo perso per farselo riportare dal cavaliere gentile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Si chiama Francesca, questo romanzo” è il titolo di un libro di Paolo Nori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la “lei” di Klinger si chiama Francesca.</strong> Non è venuta con me a Predappio e soprattutto non indossa i guanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli </em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuga-spiritata-alla-ricerca-della-fatale-euridice-con-il-guanto-tra-max-klinger-a-bagnacavallo-e-i-nostalgici-a-predappio/">Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Max-Klinger-Rapimento-di-Prometeo-1894-1024x659.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>“Vado molto in motocicletta”: appunti sul carteggio tra Max Brod e Franz Kafka (ovvero: la teoria della coesistenza dei Big Bang e la doppia vita di K.)</title>
		<link>https://www.pangea.news/vado-molto-in-motocicletta-appunti-sul-carteggio-tra-max-brod-e-franz-kafka-ovvero-la-teoria-della-coesistenza-dei-big-bang-e-la-doppia-vita-di-k/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Aug 2018 07:13:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’universo in letteratura non è sottoposto alle medesime leggi fisiche dell’universo non letterario: nello spaziotempo in cui siamo tenuti tutti a convivere a un Big Bang deve fare seguito un Big Crunch, se proprio si vuole confidare in un prossimo Big Bang. In letteratura i Big Bang possono sovrapporsi e coesistere, senza prima dover obbligatoriamente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vado-molto-in-motocicletta-appunti-sul-carteggio-tra-max-brod-e-franz-kafka-ovvero-la-teoria-della-coesistenza-dei-big-bang-e-la-doppia-vita-di-k/">“Vado molto in motocicletta”: appunti sul carteggio tra Max Brod e Franz Kafka (ovvero: la teoria della coesistenza dei Big Bang e la doppia vita di K.)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’universo in letteratura non è sottoposto alle medesime leggi fisiche dell’universo non letterario: nello spaziotempo in cui siamo tenuti tutti a convivere a un Big Bang deve fare seguito un Big Crunch, se proprio si vuole confidare in un prossimo Big Bang. In letteratura i Big Bang possono sovrapporsi e coesistere, senza prima dover obbligatoriamente passare per l’annichilimento. <strong>Soffermandosi solo alla letteratura del Novecento c’è stato il Big Bang letterario di James Joyce, c’è stato quello di Marcel Proust, propagazioni di nuove dimensioni romanzesche che dalla loro deflagrazione non hanno più smesso di espandersi, entrando in collisione senza però fagocitarsi a vicenda, inaugurando nuove forme di intendere e esprimere e esperire il rapporto tra le cose e sé stessi,</strong> vale a dire in sostanza che hanno varato nuove forme di vita, nuove leggi che regolano lo spazio e il tempo in cui la vita avviene.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’altro grande Big Bang letterario è esploso dal polmone malato di un uomo che in una lettera del 24 settembre 1917 scrive: <em>“(Oggi un’oca da ingrasso macellata giaceva fuori nel catino, esposta come una zia morta)</em>”, scrivendolo proprio tra parentesi, come fosse un dettaglio non omesso per amor di civetteria</strong> e non perché ce ne fosse la necessità, così come sempre tra un paio di parentesi c’è l’altra annotazione: “(&#8230;) <em>Ma i topi non sono una fantasia, visto che la gatta entra da me la sera magra e la mattina viene portata via grassa</em>”. In questi due piccoli dettagli, domestici e macabri, consuetudinari e spaventosi, c’è l’universo letterario di Franz Kafka, lo scrittore che ci ha spinto attraverso la sua porta, con un timido sorriso più costrittore di un forcone puntato nella schiena; un universo a cui ha dimenticato di creare la porta di uscita, dopo aver sancito che niente può ripassare attraverso quella di ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62155 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/un_altro_scrivere_2.jpg" alt="un_altro_scrivere_2" width="117" height="179" />La lettera di Franz Kafka è contenuta, assieme a tutte le altre del suo carteggio con Max Brod, in <a href="http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=6&amp;id_lib=338" target="_blank" rel="noopener"><em>Un altro scrivere</em></a> (traduzione dal tedesco e introduzione di Marco Rispoli e Luca Zenobi, indispensabili per me che il tedesco non lo capisco per niente); ho letto il volume nell’edizione economica della Beat, la sua prima apparizione è stata per la Neri Pozza, nel mese di luglio, comprando il volume a ridosso dell’anniversario della nascita di Franz Kafka, <strong>nato per la prima volta a Praga il 3 luglio; leggendone le lettere ho avuto l’impressione che Kafka sia nato almeno due volte, la seconda volta a Zürau.</strong> Zürau è il villaggio boemo dove Franz Kafka fu ospite di sua sorella Ottla tra il settembre del 1917 e l’aprile del 1918, o così dice Wikipedia, ma se si cerca su Google <em>Zürau </em>non appare Zürau, appaiono gli aforismi di Zürau scritti da Franz Kafka. <strong>Il villaggio di Zürau non resisterà mai, nella realtà condivisa, quanto gli aforismi che Kafka scrisse quando vi soggiornava. </strong>Questo è solo un piccolo esempio di come l’universo letterario sia più indistruttibile dell’universo comune a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">È del 13 settembre 1917 la lettera in cui Kafka scrive: <em>“Così non si va avanti”, ha detto il cervello e dopo cinque anni il polmone si è dichiarato pronto ad aiutare. </em>A Kafka viene rivelata la verità che fino a lì aveva provato a sospettare soltanto: ha la tubercolosi, di tubercolosi è più probabile morire che sopravviverne. Kafka scopre di essere condannato a morte, come tutti. Allora può essere finalmente sé stesso, nascere in quanto scrittore, dunque perdendo ogni forma di pudore. <strong>Le lettere di Kafka, dopo Zürau, cambiano. Prima a scrivere era un impiegato delle assicurazioni, ansioso, con una famiglia ingombrante, con un padre da manuale freudiano, impacciato, in continuo ritardo, un rimandatore, un uomo che si profonde in scuse. Dopo è l’uomo delle oche macellate e dei gatti ingrassati dopo aver fatto la scorpacciata notturna dei topi.</strong> Il latore di una oscurità la cui oscurità rappresenta una forma inesplorata della luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere i carteggi privati di uno scrittore è un affare da guardoni, lo dicono in tanti e sono d’accordo, detesto leggere i carteggi privati, però ho letto il carteggio di Kafka perché di Kafka sono appassionato e insomma, essere un guardone per amore è meno grave che esserlo per capriccio, o meglio: è gravissimo, è ancora più grave, ma cosa conta di fronte alle lettere di Franz Kafka?, d’altronde leggendole è legittimo chiedersi per tutto il tempo a chi le stia scrivendo. Certo, nelle intestazioni è chiarissimo: sta scrivendo a Max Brod; ma è poi vero? Max Brod quando scrive le sue lettere a Franz Kafka è proprio al suo amico Franz che sta scrivendo, ma di Kafka è più corretto dire: Franz Kafka <em>scrive</em>. Brod è semplicemente il fortunato primo lettore di Franz Kafka. Non che Brod non lo sappia: lettera del 18 dicembre 2017: “<em>Werfel scrive entusiasta del tuo racconto sulla scimmia e ritiene che tu sia il più grande scrittore tedesco. Anche io la penso così, come sai da tempo</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62156 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/kafka-2-185x300.jpg" alt="kafka 2" width="130" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/kafka-2-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/kafka-2.jpg 249w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />Qualcosa a proposito di Max Brod e Franz Kafka, per non lasciare niente di non detto: io, se volessi uno scrittore, vorrei che quello scrittore fosse Franz Kafka, ma se volessi un amico indubitabilmente vorrei che quell’amico fosse Max Brod.</strong> Non sono un kafkologo ma so che brutta fama, e che sfortuna critica, sia toccata in sorte a Max Brod il quale, come Zürau, ha smesso di esistere in quanto sé stesso: è diventato una delle propaggini con cui l’universo letterario di Kafka incrocia e invade l’universo comune. <strong>Max Brod è l’uomo della felix culpa: ha tradito la volontà dell’amico, ne ha venduto le spoglie letterarie, ha provato a <em>brodizzare </em>Kafka, facendone un Kafka religioso: buuuh a Brod, evviva Kafka, il Kafka che ha <em>kafkizzato </em>Brod, rendendolo un dettaglio del suo universo letterario, come le oche macellate e le gatte grasse.</strong> Come se a Brod non dovessimo se non tutto certamente moltissimo. Kafka non sarebbe diventato pienamente Kafka se Brod non si fosse rivelato il suo migliore amico: l’amico disubbidiente che ha infranto gli indugi, l’amico rivelatore, quello che il 24 settembre 1917 confessa: “<em>io sono ancora un novizio dell’indecisione</em>”. D’altronde lo scrittore lo è quando è delatore, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/05/08/strega-busi-all-attacco-walter-siti-illeggibile.html" target="_blank" rel="noopener">secondo Aldo Busi.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Max Brod e Franz Kafka si sono conosciuti nel 1902 a una conferenza su “Schopenhauer e Nietzsche” tenuta da Max Brod, quale occasione più propizia, e la prima lettera conservata nel carteggio tra i due è del 1904; andrà avanti fino al 1924 e se s’interrompe è perché Kafka muore.</strong> Per i primi anni il tenore dei biglietti e delle cartoline è praticamente telegrafico: Ci vediamo da me? No facciamo da te. Oggi stacco nel pomeriggio. Ce ne andiamo al bar a parlare di letteratura ceca? Quando le Poste erano tutto il Whatsapp a disposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Brod, inizialmente, è come il vampiro nel “Dracula” di Stoker: non appare mai ma non solo si parla continuamente di lui: si parla a lui direttamente. Il giovane Kafka dell’agosto 1904 gli scrive di una giornata con la testa penzoloni ma: “<em>Il giorno dopo una ragazza indossò un vestito bianco e poi si innamorò di me</em>”. E cosa fa Kafka a metà agosto del 1907, a 24 anni? “<em>Vado molto in motocicletta</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per il mio immaginario in motocicletta ci andavano solo Che Guevara e James Dean: che ci fa Franz Kafka su una motocicletta?</strong> Relativamente recente è stato lo scalpore <em>critico </em>di un Kafka sessuato: conservava foto osé, di donne che a guardarle adesso sembrano buffe tanto sono vestite, andava ai bordelli, anche assieme all’amico Brod. Un Kafka, scandalo!, <em>normale</em>. Fosse pure stato il Kafka della lettura che ne dà Brullo in <em>Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka</em>, libidinosamente incestuoso e dotato di un cazzo che non perdona, ancora più perturbante, per il mio immaginario impreparato, resta il Franz Kafka ventiquattrenne che va allegro in giro sulla motocicletta d’estate e che alcuni anni prima, nel 1904, scrive sempre a Brod che “<em>una massa legata da amicizia serve solo nelle rivoluzioni</em>”. Al giovane Franz è mancato tanto così per finire sui poster e sulle t-shirt della migliore gioventù antagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Brod intanto ancora nessun cenno. Probabilissimo che semplicemente le lettere di risposta di Brod siano andate perdute, ma questo è già indicativo: <strong>Brod conservava i messaggi di Kafka, Kafka no. </strong>E comunque io ho letto <em>Un altro scrivere</em> non come un documento ma come un testo narrativo vero e proprio, con le sue strategie retoriche, con volute lacune e reticenze, che costringono – con un timido sorriso pericoloso come un forcone – a inventarsi la propria versione dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando leggo sono come Kafka quando scrive a Brod il 9 luglio 1912: “<em>Mio caro Max, ecco il mio diario. Come vedrai, proprio perché non era destinato solo a me, ho inventato qualcosa, di’ pure quel che vuoi, in ogni caso non vi è alcuna premeditazione dentro a un simile inventare, viene anzi dalla mia più intima natura e in realtà dovrei guardarvi con rispetto</em>”. Kafka non può scrivere la verità se non attraverso il filtro dell’invenzione. <strong>Quando il 29 gennaio 1910 scrive: “<em>Domani mi regalo una lavanda gastrica, ho la sensazione che ne usciranno cose ributtanti</em>”,</strong> non si sta limitando a dare una informazione confidenziale: sta anticipando la sua poetica. Ho detto che l’universo letterario di Kafka è esploso dal suo polmone malato; è vero, ma quell’universo prima ha fermentato nelle sue viscere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brod si manifesta per la prima volta nel 14 luglio del 1913, con una cartolina, chiede a Kafka dove può depositare dei libri.</strong> È il Brod dei primi successi nell’agone letterario, che si sposa e che tradisce sua moglie innamorandosi ora di un’altra ora di un’altra ancora, che con Franz scambia materiale a stampa e burro e pernici, che dal 1918 gli manda le confessioni sentimentali, e che per primo, per primo!, parla di bruciare dei lasciti, il 21 dicembre del 1918, in seguito alla morte imprevista dell’amica Bertha Fanta. Brod scopre che può morire tramite la morte di una amica. Kafka l’ha scoperto trovando il morbo e la promessa della morte sulla via del suo stesso respiro. Kafka torna sul tema del fuoco, come chiedendo a Brod di reciprocare il favore a casi invertiti, con un bigliettino che si pensa risalga all’autunno/inverno 1921, ripiegato e indirizzato, e lo ribadisce per bene il 29 settembre 1922, quattro anni dopo la richiesta del fuoco di Brod, il Brod delle prime teatrali, delle composizioni musicali, l’uomo degli affari di Praga e di Berlino, con i suoi avatar da casella postale: Max Koschel, Martin Salvat. Brod è l’uomo della doppia vita, delle doppie doppie-vite, che continua a scrivere a Franz Kafka, l’amico che aveva mancato l’unica vita che avesse disperdendola, e appiccandola, tra un romito luogo di cura e l’altra. Max Brod a Franz Kafka ripete continuamente la domanda più oscena perché la più intima: Franz, come stai? Una domanda che, a partire da Zürau, equivale a domandare: Franz, a che stadio della tua morte ti trovi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Franz Kafka scrive a inizio marzo 1921: “<em>Quando si fa buio si accenderà ancora una candela e quando sarà bruciata sino in fondo si rimarrà quieti al buio. Proprio perché nella casa del Padre ci sono molte dimore, non bisogna far chiasso</em>”. Kafka lo scriveva in un mondo appena uscito dalla Prima Guerra Mondiale e che aveva fretta di precipitare nell’orrore del nazifascismo, del genocidio degli ebrei, della Seconda Guerra Mondiale.</strong> A quale universo si deve appartenere per avere la forza di scrivere, con l’origine del male che risale dal polmone per venire detto assieme alle parole scritte, che di fronte al buio si accenderà una candela e che quando la candela sarà bruciata resteremo quieti nel buio? Come si può ripeterlo oggi, con il mondo che sembra venir di nuovo aspirato indietro nel polmone malato di Kafka che il 6 febbraio 1914 scriveva: “<em>È l’inquietudine, l’onda di inquietudine che non terminerà finche la storia della creazione non verrà percorsa a ritroso</em>”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Max Brod ha tradito Franz Kafka ma anche Franz Kafka ha mentito a tutti, fin dall’inizio, come quando in una delle prime lettere del 1904 ha scritto a Max Brod: “<em>non voglio farti nulla di male</em>”;</strong> invece ne ha fatto a tutti, e a che serve dire: era soltanto per prepararci a quello che stava per avventarsi ferocemente sull’universo più fragile, quello extraletterario, il nostro?</p>
<p><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vado-molto-in-motocicletta-appunti-sul-carteggio-tra-max-brod-e-franz-kafka-ovvero-la-teoria-della-coesistenza-dei-big-bang-e-la-doppia-vita-di-k/">“Vado molto in motocicletta”: appunti sul carteggio tra Max Brod e Franz Kafka (ovvero: la teoria della coesistenza dei Big Bang e la doppia vita di K.)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Régis Debray: l’ennesimo ex rivoluzionario che piange sul ’68 perduto. Non ne possiamo più. Lasciateci fecondare il prossimo millennio con una vigna di albe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 May 2018 13:13:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/regis-debray-lennesimo-ex-rivoluzionario-che-piange-sul-68-perduto-non-ne-possiamo-piu-lasciateci-fecondare-il-prossimo-millennio-con-una-vigna-di-albe/">Régis Debray: l’ennesimo ex rivoluzionario che piange sul ’68 perduto. Non ne possiamo più. Lasciateci fecondare il prossimo millennio con una vigna di albe</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un uomo non si può discutere né giudicare. Almeno finché è a riparo del respiro. Però posso dire che mi sono rotto le palle. Il grande fuoco d’artificio del Sessantotto, cinquant’anni dopo, ci ha regalato una bibliografia pirotecnica. Fatene ciò che vi pare. Mandatela in cenere. <strong>Tra i personaggi più interessanti di quel tempo perduto c’è Régis Debray. Il suo personale Sessantotto, Debray l’ha fatto arruolandosi, a Cuba, tra le falangi di Che Guevara, nel tentativo di portare la rivoluzione in Bolivia.</strong> Il ‘Che’, come si sa, muore nell’ottobre del 1967 e Debray è accusato di essere il delatore, quello che ha fatto la soffiata giusta per beccare il guerrigliero. Con gli anni, Debray è diventato un pensatore sottile, un saggista di genio (leggetevi, tradotti in Italia, <em>Dio, un itinerario </em>e <em>Il dialogo delle civiltà</em>), ha collaborato con il governo Mitterand, è stato membro dell’Académie Goncourt, fino al 2015, quella che partorisce il premio letterario più prestigioso di Francia. <strong>Poligrafo, Debray, l’anno scorso, ha pubblicato <em>Le nouveau pouvoir, </em>in cui ragiona sul successo elettorale di Macron – in Italia l’ha da poco pubblicato Franco Angeli come <em>Il nuovo potere</em></strong> – e <em>Civilisation</em> <a href="http://www.pangea.news/leuropa-finita-ubriaca-coke/" target="_blank" rel="noopener">(di cui abbiamo già parlato su questo foglio digitale)</a>, in cui schianta il mito americano comparato alla decrepitezza dell’etica europea. I libri di Debray, mente raffinata, un nipotino di Montaigne, sono quasi sempre ispirati. Questa volta, però, il saggista un tempo ‘guevarista’ inciampa nella tautologia nostalgica. <strong>Fa quello che fanno tutti quelli della sua età. Si guardano indietro. Frignano sul latte versato. Rimpiangendo l’infanzia. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-60658 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro-191x300.jpg" alt="debray libro" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro-768x1204.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro-600x941.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/debray-libro.jpg 1115w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />“Il bilancio della mia generazione non è molto brillante, quello per cui ci siamo impegnati esiste nel regno del fantomatico e dell’irreale.</strong> Noi giovani politicizzati degli anni Cinquanta e Sessanta ci siamo esauriti in uno spettacolo di fuochi d’artificio, e ‘artificio’ è la parola centrale del Sessantotto”. Eccoci ancora qui. L’ennesimo sessantottino che ha creduto nella ‘rivoluzione’, ritrovandosi, ora, nel peggiore dei mondi possibili. Il nuovo libro di Debray s’intitola <em>Bilan de faillite </em>(Gallimard, pp.160, euro 15,00), ed è redatto secondo l’abusato cliché della ‘lettera al figlio’ (“Tu hai sedici anni, io settantasei. Un abisso”). <strong>“Siamo sempre in difetto rispetto alle nostre attese, c’è sempre un divario tra ciò a cui miriamo e ciò che raggiungiamo. </strong>Nel mio caso, lo scarto è tale che ho pensato di doverlo descrivere”. La vita, tuttavia, non è mai raggiungere ciò a cui si mira, è una ricerca, una rincorsa continua: il savio Debray potrebbe evitarci tali pensieri da scatola di confetti. Il tema centrale, attraversando Debray, è questo. <strong>La nostra società, dal Parlamento alle aziende ai panettieri alle accademie, è in mano agli ex-Sessantottini. A intelligenti frustrati che sognavano un mondo di fancazzismo per tutti, a tutti i livelli</strong>, con la guerriglia fatta per noia all’altro capo del mondo e la religione cercata sempre altrove, tra utopie buddhiste, morali confuciane, albe tolkeniane. “<strong>Non eravamo pronti al culto del vincitore. Non eravamo preparati al tempo in cui i calciatori sono semidei d’oro come i Budda birmani; né che cantanti, attori, attrici da Oscar, con i loro matrimoni e funerali sarebbero stati il faro delle nostre estati, i mentori dei nostri inverni”.</strong> Bella frase. Bravo Debray. Ma a questo punto. Meglio le analisi che fecondano i tempi di Elias Canetti o la scrittura al napalm di Cioran. <strong>Sono cattivo? No. Sono figlio di mio padre. Allievo di Mario Capanna, con il manifesto di Mao nella cucina di casa, Franz Kafka e i <em>Saggi sul Buddismo zen </em>di Suzuki sul comodino, un discreto disprezzo verso gli stilemi ‘borghesi’ </strong>– il matrimonio ad esempio, contratto per distruggerlo – e una perpetua inquietudine nel corpo. Spesso hanno svenduto l’ideologia per un lauto stipendio. I vecchi sessantottini. Oppure, predati dall’angoscia, sono fuggiti verso Est. O si sono uccisi. Gli altri restano. A ripercorrere e a vomitarci addosso un’epoca che va studiata con le armi della scienza, non con quelle della nostalgia. <strong>Continuano a farci bere il Novecento come olio di ricino. Ma noi. Noi. Disperati e incolti. Senza padri. Senza rispetto. Vogliamo conficcare una vigna di albe nel prossimo millennio.</strong> Lasciateci in pace. Lasciateci stare. Dei vostri ricordi – un peso immeritato – non sappiamo che farcene. (d.b.)</p>
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		<title>“L’evasione fiscale è un dovere morale”: Alberto Forchielli firma il manuale bombarolo “per fare la Rivoluzione in un Paese di vecchi”</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 06:53:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Segnatevi questa data: 12 aprile 2018. Esce Muovete il culo! È il nuovo, commovente, divertente, rivoluzionario, trascinante e imperdibile libro di Alberto Forchielli. Lo pubblica Baldini Castoldi che ha vinto l’asta con i soldi sganciati da Elisabetta Sgarbi, che l’ha voluto fortemente in catalogo nonostante Forchielli sia il nemico pubblico numero uno del fratello Vittorio. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Segnatevi questa data: 12 aprile 2018. Esce <em>Muovete il culo!</em> È <strong>il nuovo, commovente, divertente, rivoluzionario, trascinante e imperdibile libro di Alberto Forchielli. Lo pubblica Baldini Castoldi</strong> che ha vinto l’asta con i soldi sganciati da Elisabetta Sgarbi, che l’ha voluto fortemente in catalogo nonostante Forchielli sia il nemico pubblico numero uno del fratello Vittorio. E <em>chapeau</em> a lei e a Luca Ussia, di Baldini Castoldi, che hanno avuto il coraggio di pubblicarlo, titolo compreso, con il rischio querele che seguirà.</p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60203 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli-216x300.jpg" alt="21-mengoli-forchielli" width="216" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli-768x1066.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli-738x1024.jpg 738w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli-600x833.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/21-mengoli-forchielli.jpg 1583w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Nel testo sono citato diverse volte e ciò mi riempie di orgoglio ma è più utile arrivare subito al dunque e già il sottotitolo mi è d’aiuto: <em>Lettera ai giovani per fare la rivoluzione in un Paese di vecchi</em>. Non posso svelarvi troppi dettagli perché anche se è un saggio si sviluppa con una trama in crescendo che arriva a un finale esplosivo. Posso però riproporvi alcuni stralci, per capire il tono:<strong> “<em>I cittadini devono tornare a fare i partigiani contro le folli regole istituzionali. Con una regola semplice. In sostanza bisogna prendere il presidente Mattarella come stella polare e fare sempre il contrario di quello che dice</em>”.</strong> Perché: “<em>Bisogna avere il coraggio di dire che l’Italia è sotto la dittatura dei partiti. Per un colpo di Stato perpetrato, a nostro danno, da poveretti senza nessun ideale politico e/o rivoluzionario, che se Che Guevara o Borghese potevano essere criticati, questi nostri «rappresentanti», per intenderci, sono degli scappati di casa. Una dittatura morbida, quindi, che…</em><em> legifera per i propri interessi che non collimano mai con quelli dell’Italia</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così, per Forchielli, i cittadini devono tornare a fare i partigiani: <em>“In questo senso l’evasione fiscale potrebbe anche diventare un dovere morale per smettere di mantenere quelli che infilano la Boschi in un seggio sicuro per rimetterla in parlamento nonostante tutto…</em></strong><em> Prendiamo la cittadinanza a Tonga o a Palau. Si può fare anche online, se avete la connessione a Internet. Con l’Italia a perenne rischio default serve sempre un «piano B».</em> <em>Lo capite, vero<strong>? Si stanno mangiando tutto senza combinare un cazzo! Altrimenti non ci sarebbe stata la corsa per l’ultimo seggio disponibile in parlamento, tra vip o presunti tali e cialtroni di ultima categoria</strong>, tutti in fila nelle segreterie di partito per il loro seggio sicuro in parlamento, per diventare il prossimo «Turista per sempre», come li chiama Mengoli</em>… <em>Quindi, forza, non perdete tempo, buttate su un capannone abusivo e votate per chi ve lo condonerà. La scaltrezza è l’unica arma per sopravvivere ai dittatori parlamentari… Fatevi pagare in nero, sempre e comunque. Se non siete evasori totali non valete un cazzo. <strong>Quando comprate qualcosa, esigete di non pagare quella cazzo di Iva!!! Altrimenti che si fottano.</strong> Intestate tutto ai prestanome e comportatevi da banditi, l’avrete sempre vinta, anche perché se vi portano in tribunale pagherete tutto e pagherete caro – see, magari! – ma tra vent’anni, quando farete i bisnonni a Tonga e Palau”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Provocazione o esortazione reale? Sta di fatto che <strong><em>Muovete il culo!</em></strong> è una bomba che esplode nella coscienza di tutti noi. <strong>Anzitutto è una feroce esortazione ai giovani: “<em>voglia di studiare, voglia di lavorare (anche usando le mani, anche sporcandole) e poche pugnette in testa vi porteranno lontano, nonostante i populisti-fancazzisti che avrete sempre intorno alle balle.</em></strong><em> E, soprattutto, per tutti, smettete di lagnarvi e guardate al futuro, che sarà migliore anche grazie al vostro contributo</em>”. Con un indimenticabile decalogo sulle cose da fare per i giovani italiani, il libro è anche un’analisi circonstanziata sull’Italia odierna in un confronto – drammatico – con il resto del mondo che corre fortissimo, con soluzioni concrete – rivolte al singolo e al sistema – per affrontare il divario.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, Forchielli ha scritto le regole della nuova Resistenza. Accettandone i rischi, conclude: <em>“Muoviamo il culo&#8230; e per l’inizio della lotta armata riceverete presto nuovi comunicati!”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto inizia leggendo il libro: <em>“Davvero e per sempre viva l’Italia”.</em></p>
<p><em>Michele Mengoli</em></p>
<p><em>www.mengoli.it</em></p>
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		<title>In mostra la biblioteca del &#8216;Che&#8217;. La sua lotta? Influenzata da Emilio Salgari</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-biblioteca-del-la-sua-lotta-influenzata-emilio-salgari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 14:52:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Negli appunti dal Congo, il ‘Che’ denuncia due debolezze “fondamentali: il tabacco e la lettura”. Figlio di buona donna, cioè di mamma borghese e di papà abbiente, ‘Che’ Guevara ha avuto la fortuna di leggere tanto, molto e bene. I curatori della mostra aperta il 18 ottobre alla Biblioteca National di Buenos Aires, Che, lector, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Negli appunti dal Congo, il ‘Che’ denuncia due debolezze “fondamentali: il tabacco e la lettura”. Figlio di buona donna, cioè di mamma borghese e di papà abbiente, ‘Che’ Guevara ha avuto la fortuna di leggere tanto, molto e bene. I curatori della mostra aperta il 18 ottobre alla Biblioteca National di Buenos Aires, <em>Che, lector</em>, in atto fino al 31 marzo, sono piuttosto radicali:<strong> “sono le letture dell’infanzia, Julio Verne, Emilio Salgari e Jack London, ad aver forgiato lo spirito battagliero del futuro combattente”</strong> (così Emiliano Ruiz Dìaz). Come sappiamo, il ‘Che’ non si limiterà a sognare l’azione. Esauriti i sogni estetizzanti, il ‘Che’ si nutre di altro: nella sua biblioteca ricostruita emergono <em>Il Capitale</em> di Marx, il <em>Trattato di economia marxista</em> di Ernest Mandel, un <em>Manuale di economia politica</em> stampato dall’Accademia delle Scienze sovietica. “Nei momenti di pura azione, di privazione, di violenza, durante la guerriglia, la letteratura è vestigia del passato”, scrive Ricardo Paglia. Nel repertorio allestito dalla biblioteca argentina appaiono anche testi di Georg Lukàcs e di Lev Trockij. La passionaccia per la letteratura persiste nel ‘Che’ anche nei momenti eminentemente ‘politici’: si ricordano alcuni discorsi del 1965 in cui il guerriero cita una poesia di Pablo Neruda (“Ora i miei occhi non si addolciranno più nei tuoi/ e non si allevierà il mio dolore sommato al tuo”), una lettera ai genitori in cui il ‘Che’ si descrive come un nuovo Don Chisciotte, “sotto i miei talloni si agita un Ronzinante, vago per la strada con lo scudo sul braccio”. La mostra è <a href="https://www.bn.gov.ar/agenda-cultural/che-lector" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-biblioteca-del-la-sua-lotta-influenzata-emilio-salgari/">In mostra la biblioteca del &#8216;Che&#8217;. La sua lotta? Influenzata da Emilio Salgari</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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