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	<title>Cesare Cavalleri Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 13 May 2025 04:20:32 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Buon proseguimento”. Chiacchiere intorno a Caproni, un maestro</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-caproni-francesco-napoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 May 2025 04:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cavalleri]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Caproni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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<p>Tra le varie testimonianze utili a perimetrare la vita – e dunque, l’opera, sempre ‘battesimale’ – di Caproni, ne preferisco due. La prima è la lunga intervista concessa a Ferdinando Camon, raccolta in&nbsp;<em>Il mestiere di poeta</em>&nbsp;(Lerici Editori, 1965; magistrale ovvietà: un’intervista funziona, al di là dell’intervistato, se c’è del genio nell’intervistatore). Caproni – che ha sempre quel “viso affilato e severo” – è già l’autore di&nbsp;<em>Stanze della funicolare</em>&nbsp;e de&nbsp;<em>Il passaggio di Enea</em>; con&nbsp;<em>Il seme di piangere</em>&nbsp;ha vinto un ‘Viareggio’, ha da poco pubblicato&nbsp;<em>Congedo del viaggiatore cerimonioso</em>. Tra le tante cose – necessarie a designare una poetica; ad esempio, l’importanza dello “studio del violino, uno studio duro, egoistico, che richiede otto, dieci ore giornaliere d’applicazione”, che significa, “lenta conquista” e assidua dedizione all’arte, sempre&nbsp;<em>artigiana</em>&nbsp;– scelgo questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’unica certezza che c’è nei miei versi è quella della vita e della morte. Oggi come oggi, sento che tutte le strutture (le ‘istituzioni’) <em>classiche</em> e ottocentesche <em>non reggono più</em>. Oggi non viviamo più in un mondo geometricamente perfetto, anche se pieno d’orrende ingiustizie, come all’età di Pericle o nel Medioevo o nel positivista e progressista Ottocento. Oggi dobbiamo rifare tutto da capo, oserei dire Dio stesso, se questa non fosse, per credenti e miscredenti, una boutade. La mancanza di <em>una</em> certezza, più che mia, mi sembra dell’epoca”. </strong></p>
</blockquote>



<p>L’intervista termina con un&nbsp;<em>coup</em>&nbsp;di quelli di Caproni: il poeta si augura la venuta del “poeta nuovo capace di farci invecchiar tutti quanti d’un colpo… con la sola forza della sua poesia”. Che meraviglia questa fede nella sempiterna giovinezza – cioè: nella sempiterna&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;– della poesia. Va detto che la&nbsp;<em>novità</em>&nbsp;della poesia di Caproni continua, da anni, a far invecchiare d’un colpo poeti ben più giovani di lui, ignari di cosa sia la giovinezza, il suo sentore di animale in sangue.&nbsp;</p>



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<p>Forse perché era ossessionato da Dio – o dalla sua eco, o dalla sua eminente assenza, o dalla sua carnivora presenza – credo che il più arguto esegeta di Caproni sia stato Cesare Cavalleri. Erano amici, legati dallo spudorato pudore proprio ai maestri, ai grandi: lo testimonia un epistolario cominciato nel 1972, di cui Cavalleri ha svelato, sorvolando, alcuni brani&nbsp;<strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/letture/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(trovate il tutto alla voce “Caproni” in: Cesare Cavalleri,&nbsp;<em>Letture 1967-2022</em>, Edizioni Ares, 2023</a></strong>, libro necessario quant’altri mai per orientarsi tra eden e paludi della letteratura italiana e non). I due si sfiorarono nel 1982, alla ‘Piccola Scala’: Caproni, “visibilmente frastornato”, vinceva il Premio Montale; Cavalleri gli chiedeva “il testo della poesia che aveva letto in quell’occasione” (<em>Oh cari</em>, per la cronaca). In un’intervista pubblicata su “Studi Cattolici” l’anno dopo, in ottobre, Caproni gioca a spezzare tutti i vetri.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io ho sempre pensato che nella vita ci sono tante cose da fare, oltre ai versi. Poi, se vengono i versi, uno li scrive. Ora come ora vorrei non averne mai scritti. Vorrei aver speso meglio quella che Machado chiamava la&nbsp;<em>monedita del alma</em>”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Aveva da poco pubblicato&nbsp;<em>Il franco cacciatore</em>. Poesie gnomiche, profezie incise in acciaio.&nbsp;<em>Palingenesi</em>, per dire:</p>



<p><strong>Resteremo in pochi.<br>Raccatteremo le pietre<br>e ricominceremo.</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A voi,<br>portare ora a finimento<br>distruzione e abominio.</strong></p>



<p><strong>Saremo nuovi.<br>Non saremo noi.<br>Saremo altri, e punto<br>per punto riedificheremo<br>il guasto che ora imputiamo a voi.</strong></p>



<p>Non credo sia un caso che per le Edizioni Ares, consustanziali all’intelligenza ferina di Cesare Cavalleri, sia uscito uno ‘strumento’ importante per capire Caproni. Lo ha firmato&nbsp;<strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/giorgio-caproni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Napoli, critico di implacabile acume, s’intitola&nbsp;<em>Giorgio Caproni. Scrittore in versi</em>&nbsp;(2025).</a></strong>&nbsp;Tra le altre cose, Napoli parla in quel libro di un incontro organizzato dall’Università di Salerno: Caproni fumava, scavato, segaligno, lucido. Esatto come un endecasillabo. Si dice – va da sé – degli anni della Resistenza, dell’amicizia con Pasolini e con Betocchi, di Sbarbaro e Ungaretti. Poeti importanti, è vero, ma che si riconoscono per piccole cose, per baluginii e reticenze, per inciampi; si&nbsp;<em>odorano</em>, preferiscono la macchia. Anche il corpo di Caproni è epigrafico, è un petroglifo – ambone di un’opera autentica.&nbsp;</p>



<p>Insomma, ho contattato Napoli.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="699" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71Pt72NTDyL._SL1500_-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71Pt72NTDyL._SL1500_-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71Pt72NTDyL._SL1500_-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71Pt72NTDyL._SL1500_-600x879.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71Pt72NTDyL._SL1500_.jpg 737w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p><strong>Qual è l’evento centrale – o gli eventi – nella vita di Caproni, quello che forgia il suo dire?</strong></p>



<p>Non è facile, a mio avviso, individuare uno o più eventi che hanno forgiato un dire che è stato costantemente in ascesa verso un fare poetico e di pensiero sempre più affinato e incisivo. Mi piace indicare però due fatti, che avvengono durante la sua formazione, di natura diversa. Il primo è l’incontro con la poesia di Ungaretti. E ce lo racconta molto bene lo stesso Caproni quando ne parla come di una illuminazione. Frequenta già la poesia, è andato a pescare Carducci da qualche parte per saltare D’Annunzio e lo stesso Pascoli, forse anche per una vicinanza sanguigna e toscana. Ebbene: viveva a Genova e lavorava come fattorino presso l’avvocato Ambrogio Colli. Nella biblioteca dello studio, nella centralissima via XX Settembre, scova una copia dell’<em>Allegria&nbsp;</em>di Ungaretti. Il suo “sillabario” poetico lo definì sin da subito e questo incontro segna il suo dire una parola poetica adeguata, nella ricerca del “sapore perduto della parola” per dirla come l’ha detta lui. “Perduta”,&nbsp;<em>amissa</em>. L’altro episodio, anche questo raccontato da lui, è l’abbandono ‘fisico’ e ‘violento’ del violino. A 18 anni, sempre a Genova, dopo aver suonato per balere e dintorni, gli tocca sostituire un primo violino in un concerto con musiche di Massenet. Nonostante si fosse ben preparato e avesse studiato la parte, la tensione dell’esibizione pubblica lo stravolge. Non vive be­nissimo questo passaggio e il confessato “fallimento” si concretizza d’improvviso, seguendo quasi le sue spigolosità caratteriali, quando una sera, dopo tanto studiare, abbandona trauma­ticamente il violino, spezzandolo di ritorno a casa. Da lì un continuo seguire la musica nella parola.</p>



<p><strong>Pur al centro del canone della letteratura italiana, Caproni mi sembra un poeta defilato, uno che ha percorso una sorta di ‘via oscura’ della lirica, totalmente propria. È davvero così a suo giudizio? Qual è il libro emblematico di questo percorso?</strong></p>



<p>Una via lirica tutta sua senz’altro, una parola originale in una tramatura musicale di straordinario equilibro metrico-ritmico e sonoro. Ma aggiungo, un percorso intellettuale unico. Eppure, proprio lui, traendo forza e ispirazione anche dalla lirica duecentesca, non petrarchesca, e vivendo nell’imperante verbo ermetico (a prevalenza petrarchesca peraltro) degli anni Trenta, amico fraterno di Alfonso Gatto, rompe con questa linea provando a ricondurre la poesia verso l’Allegoria allontanandola dal Simbolo (proprio dell’ermetismo). Libro emblematico credo sia a questo proposito&nbsp;<em>Il passaggio di Enea</em>&nbsp;del 1952. Qualche anno prima, nel 1948, descrive in un articolo sull’“Avanti!” l’eroe virgiliano come se parlasse di sé e del suo lavoro poetico:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non potendo più appoggiarsi a nessuno (nemmeno al pa­dre, vale a dire alla tradizione ch’ormai cadente grava fra­gilissima sulle sue spalle) egli deve operare, del tutto solo, non soltanto per sostenere sé stesso ma anche per chi l’ha sostenuto fino a ieri (il padre e la tradizione) e chi al suo fianco lo segue.”</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Perfeziono: “Res amissa” è secondo lei il culmine della poesia di Caproni o piuttosto una ‘deviazione’?</strong></p>



<p>La pubblicazione postuma di questo libro è stata curata da Giorgio Agamben e dai figli davvero al meglio, restituendo pressoché pienamente il lavoro di Giorgio Caproni. Questo capita di rado. In genere frettolosi eredi e ben più animati editori rovistano a man bassa nei cassetti e curiosano sulle scrivanie degli autori e sui loro lavori in corso finendo per lo più per tradirli. Per fortuna con&nbsp;<em>Res amissa</em>&nbsp;questo non è accaduto. Detto questo voglio ricordare come l’intero lavoro poetico di Caproni si contraddistingue per riprese e ricuciture, di plaquette come di versi pubblicati in rivista, ricomponendosi poi in un libro (non una raccolta, attenzione) coerente e coeso. Ora non so bene se&nbsp;<em>Res amissa</em>&nbsp;sia un “culmine” o una “deviazione”, quello che so è che è capronianamente in continuità di pensiero poetico e poetante, con variazioni sui temi già sviluppati, con rinnovati congedi che sembravano già definitivamente esauriti, per giungere all’estremo del&nbsp;“congedo dal congedo stesso, per inoltrarsi in regioni di sempre più estrema disappropriazione fra l’uomo e il Dio”&nbsp;come ha scritto Giorgio Agamben. Il pensiero di una cosa perduta, che per Caproni sembra, azzardo un paradosso, essere una sensazione che si prova sin dalla nascita, mi sembra molto pertinente alla condizione dell’Essere.</p>



<p>Il poeta ha subito per questo suo nuovo libro le idee molto chiare. Infatti, la poesia eponima della nuova opera,&nbsp;<em>Res amissa&nbsp;</em>appare su “Lengua” (gennaio-giugno 1987), la rivista di Gianni d’Elia e Katia Migliori, accompa­gnata da una illuminante nota del poeta che attacca così: “Questa poesia sarà il&nbsp;<em>tema&nbsp;</em>del mio nuovo libro (se ce la farò a comporlo)”. Credo che mai Caproni abbia iniziato con le idee così chiare. Mi sembra inoltre che l’intero cammino poetico di Giorgio Caproni si svolga secondo una linearità fatta anche di scarti e deviazioni. Sembra un ossimoro, ma a ben vedere non lo è. Basta solo ricordare il suo metodo di costruzione dei libri pubblicati, basato su un continuo riesame e ravvicinamento dei testi. Per&nbsp;<em>Res amissa</em>&nbsp;vale lo stesso discorso: il libro prosegue il pensiero del&nbsp;<em>Conte di Kevenhüller</em>&nbsp;e da questo se ne discosta e poi si riavvicina.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="640" height="963" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61yvaat7nel-_sl1270_.jpg.webp" alt="" class="wp-image-103440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61yvaat7nel-_sl1270_.jpg.webp 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61yvaat7nel-_sl1270_.jpg-199x300.webp 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61yvaat7nel-_sl1270_.jpg-600x903.webp 600w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p><strong>Quali sono state le amicizie decisive, autenticamente feconde per Caproni?</strong></p>



<p>Sono diverse e in diversi momenti della vita e con gradienti differenti d’intensità. Certo, dalle patrie storie letterarie Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni, tra i poeti, e Giuseppe De Robertis tra la critica sono stati i suoi amici più vicini. Ma c’è un altro poeta, oggi poco frequentato anche da noi critici, sbagliando, che più sembra consuonare con Caproni e di cui in qualche modo il poeta di Livorno riconosce un magistero umano e di pensiero: parlo di Carlo Betocchi. Invito ad andare a leggerlo con attenzione, e io per primo lo farò, provando a liberarlo dall’ombra imponente e importante di Mario Luzi.</p>



<p><strong>Ritagli dalla sua memoria i versi memorabili di Caproni, quelli che a suo dire ne distinguono la poetica.&nbsp;</strong></p>



<p>Tre citazioni, senza commento.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutti riceviamo un dono.<br>Poi, non ricordiamo pi<br>né da chi né che sia.<br>Soltanto, ne conserviamo<br>– pungente e senza condono –<br>la spina della nostalgia.” &nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(<em>Generalizzando</em>&nbsp;in&nbsp;<em>Res amissa</em>)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho provato a parlare.<br>Forse, ignoro la lingua.<br>Tutte frasi sbagliate.<br>Le risposte: sassate.” &nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(<em>Sassate</em>&nbsp;in&nbsp;<em>Il muro della terra</em>)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ora che più forte sento<br>stridere il freno, vi lascio<br>davvero, amici. Addio.&nbsp;<br>( Di questo, sono certo: io<br>son giunto alla disperazione<br>calma, senza sgomento.</strong></p>



<p><strong>Scendo. Buon proseguimento.” </strong></p>
<cite><strong>(chiusa del&nbsp;<em>Congedo del viaggiatore cerimonioso</em>, nell’eponima raccolta)</strong></cite></blockquote>



<p><strong>Che rapporto esiste, a suo avviso, tra la vita di Caproni e l’opera, tra il ‘corpo’ fisico e il ‘corpo’ lirico?</strong></p>



<p>Ho avuto un incontro, folgorante, all’Università di Salerno con il poeta, e lo racconto nel libro. E se vado con la memoria a quell’incontro, a quando ci ha detto che l’italiano ha il suo naturale respiro nell’endecasillabo, a quando fumava e non poco anche in aula, ebbene più come una sensazione che come certezza, secondo me, l’identità tra corpo fisico e lirico in Caproni è molto stretta.</p>



<p><strong>Chi si muove nei solchi di Caproni? Intendo dire: Caproni ha aperto una via lirica percorsa da altri o è un inascoltato pioniere?</strong></p>



<p>Molti hanno letto e amato, incontrato e frequentato Caproni, anche tra i viventi. E penso a Cucchi come a Mussapi, i primi che mi vengono in mente. Ma non sono stati i soli. È un poeta di spessore, con un pensiero intenso anche quando sembra facile da leggerlo o quando pensiamo di averlo capito. E tra le due opzioni che chiudono la sua domanda penso che dobbiamo averlo sul nostro comodino, accanto al letto, come lui aveva Dante. Un maestro.</p>



<p><em>*In copertina: Giorgio Caproni in un ritratto fotografico di Dino Ignani</em></p>
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		<title>“E l’anima? Ci pensi all’anima?”. Ricordo di Cesare Cavalleri a un anno dalla scomparsa</title>
		<link>https://www.pangea.news/cesare-cavalleri-antonio-soldi-ricordo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jan 2024 05:07:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Soldi]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cavalleri]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Raboni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sedeva pensieroso, guardandosi intorno con l’altero distacco che avrei imparato a conoscere. Quell’anziano signore, velato da un’ombra di stanchezza e protetto nel suo autoisolamento, mi intenerì. Fu questo il motivo per cui gli rivolsi parola. Così, trovandomi per caso a una presentazione di un libro presso la Ares di Milano e ignorando il peso che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Sedeva pensieroso, guardandosi intorno con l’altero distacco che avrei imparato a conoscere. Quell’anziano signore, velato da un’ombra di stanchezza e protetto nel suo autoisolamento, mi intenerì.</strong> Fu questo il motivo per cui gli rivolsi parola. Così, trovandomi per caso a una presentazione di un libro presso la Ares di Milano e ignorando il peso che quell’incontro avrebbe avuto, <strong>conobbi Cesare Cavalleri</strong>. Conversammo di poesia, dacché alla mia domanda su chi fosse e di cosa si occupasse rispose – guardandomi interrogativo – di essere un critico letterario (non disse subito che ruolo avesse per la casa editrice dove ci trovavamo, lasciandomelo scoprire diversi minuti più tardi, non senza mettermi in lieve imbarazzo per la mia inappropriatezza).</p>



<p><strong>Spinto dall’entusiasmo di averlo letto da poco, gli parlai di Giovanni Raboni, poeta che Cesare aveva ben conosciuto.</strong> Commentammo <em>Dolore</em>, scambiando qualche parola su quei versi così immediati e indugiando sulla scelta di figure basse: banali elementi di vita quotidiana che, non senza il magico elemento dell’ironia, sublimavano in un’efficace sostanza poetica: “ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo/l’osso del tuo dolore.”. Fu poi il turno di <em>Stanco della vita</em> in cui Raboni, negando orgoglioso di non esserlo (“Stanco della vita, io? Non scherziamo…”) confessa l’inizio di un amaro congedo identificato nella dissimulata malinconia di un’orchestra che smonta. Poi la conversazione scivolò, non ricordo come, su Vincenzo Cardarelli e Cesare, con la commossa partecipazione di chi non concepisce distinzione tra poesia e vita, recitò <em>Adolescente</em>. Mentre il brusio allegro del rinfresco cresceva, ci spostammo nel suo ufficio. Ungaretti, Montale, Pound, Buzzati, questi e altri nomi, per me solo di carta e inchiostro, presero forma, divennero vivi nel ricordo di Cesare che questi autori conobbe e con cui aveva intrattenuto rapporti più o meno intensi. Così, inaspettatamente e per la prima volta, come poi sarebbe successo in molte altre occasioni, parlammo di poesia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/61sfszSaSbL._SL1500_-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/61sfszSaSbL._SL1500_-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/61sfszSaSbL._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/61sfszSaSbL._SL1500_-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/61sfszSaSbL._SL1500_.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Un’estate lo aiutai a sistemare la sua biblioteca, ricevendo in cambio libri e preziosi racconti. Il lavoro doveva essere piuttosto breve, ma le continue divagazioni lo fecero prolungare per giorni, dando a quei pomeriggi il sapore di un seminario.</strong> Capitava, mentre inventariavamo il contenuto di uno scaffale, che Cesare si fermasse per leggere dei versi. Allora mi faceva cenno di interrompere, si sedeva aspettando che mi sistemassi nella sedia di fronte e, dopo una breve e puntuale introduzione critica non di rado condita da qualche aneddoto personale, iniziava a scandire le parole dell’autore. Fu dalla sua voce che imparai ad apprezzare poeti che mi restavano indifferenti o che guardavo con sospetto per il loro ostico sperimentalismo. Indimenticabile quella volta in cui lesse la più bella poesia di Antonio Porta, <em>Dialogo con Herz</em>, con la crudele chiusa che veniva accesa dall’anziana e inconfondibile voce di Cesare: “Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”; o quando decise che era giunto il momento di Saint-John Perse, sua grande passione da sempre. Ho provato spesso a rileggere le alchemiche pagine di <em>Esilio</em>: “…Chi erra, a mezzanotte, sopra le gallerie di pietra per stimare i titoli d’una bella cometa; chi veglia, fra due guerre, sulla purezza delle grandi lenti di cristallo; chi s’è alzato prima dell’alba per spurgare le fontane, ed è la fine delle grandi epidemie…”, ma non ho ritrovato la forza abissale di quelle formule che Cesare leggeva con voce salmodiante e commossa e in cui bizzarre occupazioni, epicamente trasfigurate, assurgevano a cosmogonia iridescente e universale.</p>



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<p><strong>Irraccontabili le sue lezioni su Eliot o su Eugenio Corti, assi portanti del suo sistema letterario. A volte, invece, Cesare si divertiva con i migliori aforismi di Karl Kraus o di Oscar Wilde o, nella levità della sua intelligenza, mi distraeva con pettegolezzi e aneddoti molto poco poetici:</strong> il dileggio di Manzoni, all’occorrenza persino triviale, era uno dei suoi cavalli di battaglia. Un pomeriggio spendemmo ore nel suo ufficio ascoltando la Callas – Cesare la adorava – e bevendo whisky (bevanda per me disgustosa ma che, in quella occasione, finsi di apprezzare). Mi ero appena laureato e dovevamo festeggiare, mi disse. Sulla Callas tornammo poi altre volte, come anche alla sua amata Édith Piaf, di cui cantava le canzoni in perfetto francese. In quei momenti potevo intuire nella sua voce e nel suo sguardo una dolorosa commozione.</p>



<p>Un giorno Cesare decise che avrei dovuto scrivere piccoli articoli che sarebbero apparsi su <em>Studi Cattolici</em>, la rivista che dirigeva insieme all’instancabile Alessandro Rivali, scrittore e suo fedele discepolo. A conclusione di una mail di tutt’altro argomento Cesare scrisse – riporto le parole precise – «Allego anche i nostri criteri redazionali ai quali scrupolosamente ti atterrai nella collaborazione a <em>Studi Cattolici</em>». Non me lo aspettavo e non ne avevamo mai parlato prima, ma questo era il suo imprevedibile modo di stupire. Inizialmente mi spediva i libri da recensire, poi mi concesse il privilegio di sceglierli tra quelli che gli venivano inviati. Era un esaminatore attento e severo, ma non poneva limitazioni di contenuto; esigeva immediatezza e semplicità nella scrittura; la sua, del resto, levigata fino all’essenziale, era temprata nella lunga frequentazione con la poesia. Una mattina, entrando nel suo ufficio, senza darmi il tempo di salutarlo mi guardò severo: «sembra! Non sembra essere!». Da principio non capii: <a>«</a>hai scritto “sembra essere”. È inutile. È una ripetizione inutile, basta scrivere “sembra”». Si riferiva all’ultimo articolo che gli avevo inviato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="593" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/81PSUdXPOML._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/81PSUdXPOML._AC_UF10001000_QL80_.jpg 593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/81PSUdXPOML._AC_UF10001000_QL80_-178x300.jpg 178w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /></figure>



<p><strong>Amava Milano e, nonostante l’età avanzata non lo stancava spostarsi a piedi o con i mezzi pubblici per la città. Un giorno di luglio vagammo tra i meravigliosi palazzi liberty milanesi, entrando per androni e ammirando decorazioni e dettagli.</strong> Nel valutare le lettere il suo rigore analitico poteva farsi addirittura spietato e le sue elegantissime stroncature sono capolavori di classe e arguzia (raggiunte soltanto da quelle, più scanzonate e corrosive, di Davide Brullo). Tuttavia, nell’arte figurativa era diverso e la sua propensione diventava fatua e capricciosa: qua Cesare trovava la leggerezza che nella sua attività di critico letterario gli era spesso impedita. Adorava il citofono con l’orecchio in bronzo di Adolfo Wildt, così come i fenicotteri rosa di Villa Invernizzi. Ricordo una entusiasmante gita alla Cappella Portinari, capolavoro del rinascimento lombardo, e al ricco museo diocesano Carlo Maria Martini. Così come una visita al Sacello di Sant’Aquilino della chiesa di San Lorenzo che, da poco riaperto, Cesare volle visitare, compiacendosi del Cristo imberbe della decorazione musiva. Aveva un’ottima conoscenza dei principali luoghi artistici di Milano e non gli ho mai sentito dire niente di neanche lontanamente banale. Cesare preferiva tacere piuttosto che dire qualcosa di scontato. Talvolta poi celiava, ed era divertente sentirlo commentare Leonardo con il suo ostentato cinismo: «è l’artista più sopravvalutato della storia e il <em>Cenacolo</em> ormai è una larva illeggibile, non si capisce perché abbia tanti visitatori»; e ancora: «le invenzioni di Leonardo sono curiose, non c’è dubbio, ma non ne funziona neanche una…».</p>



<p>Trasferitomi a Roma cominciammo a vederci più raramente, anche se ci sentivamo spesso. Un giorno, rispondendogli al telefono, Cesare attaccò la chiamata inanellando parole perfette:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Qui dove il grillo insidioso buca</strong><br><strong>i vestiti di seta vegetale</strong><br><strong>e l’odor della canfora non fuga</strong><br><strong>le tarme che sfarinano nei libri,</strong><br><strong>l’uccellino si arrampica a spirale</strong><br><strong>su per l’olmo ed il sole tra le frappe</strong><br><strong>cupo invischia. Altra luce che non colma</strong><br><strong>altre vampe, o mie edere scarlatte”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Era il suo Montale, maestro di stile che Cesare conosceva alla perfezione e a cui spesso tornava. Lo affascinava il mistero della metrica e come le sue logiche determinassero effetti singolari sul piano della creazione immaginifica. Nella metrica trovava il punto di contatto tra la misteriosa intelligenza dei numeri e l’energia dionisiaca degli intrecci di parole da cui scaturiscono immagini. Del resto, il mondo matematico non gli era estraneo e, diplomato in un istituto tecnico, si era laureto con una tesi in statistica sulla frequenza del fonema “ZZ” nei <em>Pensieri</em> di Leopardi. In un’occasione mi donò una copia di <em>Sintomi di un contesto</em>, la raccolta dal titolo apologetico che conteneva i suoi esperimenti poetici giovanili: prove che non trovarono mai più seguito, derubricate dallo stesso Cesare – con aristocratica e autolesionistica intransigenza – a ingenue frivolezze. Nella dedica al libro si legge: “Ad Antonio, iniziato alla poesia”. Non era del tutto vero, e già da tempo leggevo i poeti che, del resto, resero possibile la nostra amicizia ma, cionondimeno, mi rese orgoglioso.</p>



<p><strong>Il tempo passava e la malattia insisteva. Un giorno gli dissi che lo vedevo in forma: «le apparenze ingannano», rispose sornione. &nbsp;Abbiamo consumato insieme svariati pasti, pranzando in un bar vicino alla Ares. Offriva sempre ed era impossibile impedirlo.</strong> In ottobre del 2022 mangiammo in un bistrot a pochi metri dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie; al momento di pagare Cesare si accorse di aver dimenticato il portafogli e così, per la prima volta, riuscii a pagare io per entrambi «per questa volta va bene, ma non dovrà mai più succedere<a>»</a>, mi disse. Così fu, quello sarebbe stato l’ultimo pranzo consumato insieme. Gli telefonai pochi giorni dopo e lo sentii diverso dal solito; per la prima volta da quando lo conoscevo stava abbassando le difese: arreso ma non sconfitto, con la voce tremante, mi disse che stava morendo, «sto morendo, e tu non te ne accorgi». Mi fece una grande impressione. Era vero, non me ne accorgevo e fino a poco prima della sua scomparsa non avevo seriamente preso in considerazione un simile epilogo.</p>



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<p><strong>Di lì a poco la situazione degenerò. L’ultima volta che lo vidi era sdraiato sul suo letto e parlava a fatica. La sua prima domanda fu quella di sempre, la prima con cui ogni nostra conversazione iniziava: «cosa stai leggendo?». Seguiva poi: «e l’anima? Ci pensi all’anima?».</strong> Poi altre domande, mai di circostanza o di cortesia, sempre con la curiosità e l’attenzione di chi ti vuole bene <em>veramente</em>. Prima di andarsene Cesare prese congedo dal mondo con la lettera apparsa su <em>Avvenire</em>, in cui annunciava che gli restava poco tempo «I medici mi hanno graziosamente comunicato che mi restano nove settimane di vita. Non immaginavo simile conclusione, ma prendo volentieri atto e mi tuffo nella preparazione immediata al grande salto (quella remota è iniziata, con alti e bassi, nell’adolescenza». In quel comunicato c’era tutto ciò che lo rendeva un uomo straordinario: fede, responsabilità, orgoglio e umorismo. Sarebbe morto il 28 dicembre 2022.</p>



<p><strong>Ora, a distanza di un anno la sua scomparsa inizia a mostrare ciò che per me è il suo valore di evento. Del resto, sono proprio episodi come questo che ci svegliano dal nostro torpore, restituendoci improvvisamente il senso del cambiamento: un sinistro oste ci presenta lo sconveniente conto del tempo a cui non possiamo sottrarci. </strong>Capita di identificare parti della nostra vita con qualcuno che, scomparso, trascina con sé lo spazio che con lui condividevamo, costringendoci a cercare altra superficie dove muoverci. Così, la scomparsa di Cesare, oltre a farmi sentire un più solo, ha rappresentato il calare del sipario su un’importante parte della mia vita. Ora che non c’è più, di lui sopravvive l’esempio, il ricordo e la gratitudine per averlo frequentato così intensamente. Resta anche l’amicizia con Alessandro Rivali, incrociato spesso quando raggiungevo Cesare nel suo ufficio, e quella con Davide Brullo, scrittore a cui era particolarmente affezionato e di cui mi parlò diverse volte preparando il terreno per il nostro incontro. Rimane, forte, il ricordo della sua apparente durezza, contrapposta alla sua evidente fragilità, in una irrisolvibile contraddizione di diamante. Poi, come spesso accade, resta anche qualche senso di colpa, per le parole non dette, per i treni non presi e per gli sforzi non fatti.</p>



<p><strong><em>Antonio Soldi</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cesare-cavalleri-antonio-soldi-ricordo/">“E l’anima? Ci pensi all’anima?”. Ricordo di Cesare Cavalleri a un anno dalla scomparsa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il mio desiderio di bellezza era troppo al di sopra delle mie forze”. Pierre Reverdy, il grande solitario della poesia</title>
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		<pubDate>Sat, 27 May 2023 04:13:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cavalleri]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Reverdy]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Forse è tutto lì, il destino, in quella didascalia – a mano, incisa con sicurezza burocratica –, deposta nei registri dell’ufficio civico di Narbonne. <strong>Il 13 settembre del 1889 Pierre Reverdy è catalogato come <em>né da père et de mère inconnus</em>. </strong>In realtà, nato in una famiglia di scultori, nato due giorni prima di quanto asserisce il genio comunale, Reverdy sa chi sono i genitori – ostia di indecise identità. Il padre è un viticoltore, emigrato in Argentina senza successo; la madre, in disastro, preferisce lasciarlo a cure altrui: il bimbo, fin da subito, frequenta l’<em>inconnu</em>. Scagliato nell’ignoto, ignoto a se stesso, senza porzione di parentela da spartire sul desco del tempo. L’<em>inconnu</em> è la cifra incantatoria di Pierre Reverdy: scalfire lo sconosciuto, disconoscerlo, disfarsene – incitare le sconfitte.</p>



<p>Mollò presto gli studi, da adolescente capisce che deve donarsi alla letteratura, fino all’ultima stilla verbale; nel 1910 è a Parigi, a Montmartre, sodale di Apollinaire, Aragon, Tristan Tzara. Il ragazzo, di avveniristica precocità, è la dinamite delle avanguardie: intuisce il cubismo, lavora con Picasso, Amedeo Modigliani ne fa l’oggetto di un suo ritratto, si appassiona all’opera di Georges Braque. Durante la Prima guerra, debilitato dagli stenti, è costretto a vendere “un piccolo Braque, che per lui era molto più di un quadro: prima di abbandonarla all’acquirente, pari al gesto che precede l’esecuzione, afferrò la tela con ferocia per baciarla”, ricorda Aragon.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95725" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/lot.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>I dada lo adoravano; “nel <em>Manifeste du surréalisme</em> del 1924 André Breton lo esalta come precursore e profeta della nuova poesia”</strong> (François Livi). Nel 1917 fondò la rivista “Nord-Sud”: i fascicoli, per lo più mensili, durarono sedici numeri: tra i collaboratori, figura la ‘crema’ avanguardista, puro banditismo artistico; Breton, Max Jacob, Apollinaire e Tristan Tzara, Vicente Huidobro, Philippe Soupault e Alberto Savinio fanno la parte dei leoni a tre teste. Per tutti, Reverdy – che per un po’ va dietro a Coco Chanel, sua amante, muso da musa – è il cardinale della nuova lirica, il papa-re, il poeta più grande di Francia, <strong>“uno dei quattro o cinque, in Francia e fuori di Francia, meritevoli di onori”, precisa Giuseppe Ungaretti</strong>, un fan. I suoi libri – <em>Les Ardoises du toit, Les Jockeys camouflés, La Guitare endormie</em> – sono realizzati con gli amici artisti, Matisse, Juan Gris, Braque. Nel 1921, per le Éditions du Sagittaire di Simon Kra – che pubblicano, tra i tanti, Thomas Mann e Pirandello, D’Annunzio e Scott Fitzgerald – scrive <em>Étoiles peintes</em>, con un’opera di André Derain (da lì, abbiamo tratto i testi che leggete in calce all’articolo); nel 1924 Gallimard si aggiudica <em>Les Épaves du ciel.</em></p>



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<p>Ma l’<em>inconnu</em> azzanna Reverdy ovunque, ancora, sempre, non gli dà pace. L’arte, in sé, è una gabbia che il fedele crede un castello, una voliera di uccelli esotici che soltanto l’egotista scambia per il mare aperto. In una delle sue riflessioni più potenti, Reverdy scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il mistico si dà a Dio senza riserva e acquista così una libertà incomparabile. L’artista si dà all’arte e vi si trova come invischiato. Lo vedrebbe meglio se potesse, di tanto in tanto, sciogliersene. Il legame con Dio libera perché stacca dalle cose del mondo e perché è l’unico a dare uno spirito veramente disinteressato. L’artista è incatenato al mondo da un doppio interesse. Quello di attingervi la materia della sua arte e quello di creare al di sopra del mondo qualcosa di più elevato. Ma l’artista ricade sempre e più pesantemente sul mondo poiché l’opera da lui realizzata è un nuovo legame che egli stesso si è forgiato”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Secondo la leggenda, “l’evento decisivo” accade quando Max Jacob interpreta la Passione di Cristo per Reverdy, per gioco. Il poeta, affine, semmai, a una ‘religiosità dell’arte’, non ha mai affrontato il Vangelo, è, per quel che ne sa, ateo. Cristo gli appare pura avanguardia – purificata dal livore dell’utopia, dalla patetica ipotesi dell’uomo-creatore. Il 2 maggio del 1921, nella basilica del Sacro Cuore, Pierre Reverdy viene battezzato; Max Jacob gli fa da padrino. “Conversione immediata, folgorante per un uomo di trentadue anni educato nella più completa ignoranza della religione cristiana… Conversione che non tollera dilazioni e che spinge prepotentemente Reverdy alla ricerca della santità” (Livi).</p>



<p>Scoscendere in Cristo chiede dedizione totale, animalesca: Reverdy, spirito irto, ipersensibile, si chiude a Solesmes, l’abbazia benedettina rifondata da Prosper Guéranger, dal 1926. Con lui, la moglie Henriette, che lo ha seguito nel percorso di conversione. Primo esito della vita reclusa è <em>Il guanto di crine</em>, edito da Plon nel 1927, quaderno di “Appunti scritti per sbarazzare lo spirito privo della facoltà di ragionare dalle idee che lo ossessionano, come gli insetti notturni inquietano le splendide penne del lofoforo. Queste idee sono infilzate sulla pagina come la farfalla sulla panoplia”, scrive il poeta. Gli <em>appunti</em> – stillicidio di parole-stilita – precisano lo stile di Reverdy, cristallino fino alle porte d’avorio del sogno, che procede per scintille. Alcuni di questi <em>appunti</em> – genere letterario da affiancare agli scolii, <em>escolios</em>, di Nicolás Gómez Dávila – sono micidiali:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il mio desiderio di bellezza era troppo al di sopra delle mie forze”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il poeta è un palombaro che va a cercare nelle più intime profondità della sua coscienza i materiali sublimi che si cristallizzeranno quando la sua mano li avrà portato alla luce”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La mano di Dio ci sembra sovente ruvida perché tratta i suoi amici deboli con un guanto di crine”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In arte i grandi spesso divorano i piccoli. Da soli non creiamo nulla: assorbiamo e assimiliamo. I piccoli forniscono spesso ai grandi buona parte della materia che questi ultimi consumano. E i piccoli, troppo deboli, non sanno nutrirsi a loro volta degli esempi che i grandi danno loro”.</strong></p>
</blockquote>



<p><em>Il guanto di crine</em>, per altro, è uno dei rarissimi libri ancora reperibili in Italia di Pierre Reverdy, poeta tradotto troppo poco (nel 1966 Guanda pubblica <em>La maggior parte del tempo</em>, a cura di Franco Cavallo; nel 1972 Antonio Porta traduce, per Einaudi, <em>Il ladro di talento</em>) rispetto all’immensità del valore lirico. <strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/il-guanto-di-crine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il guanto di crine</em>, per la cura di François Livi, è edito da Ares nel 1993, nella collana ‘Ossidiana’.</a></strong> Me ne donò copia, molti anni fa, Cesare Cavalleri: lo diceva necessario alla mia formazione, “uno dei libri più importanti del secolo, scritto da uno dei poeti più grandi di sempre”. Non era ostile il suo dire, non osteggiava la mia ignoranza – ero un ragazzo, stupefatto come tanti – parlava come se stesse parlando a un’ombra, a un consesso di anime simili. All’epoca capii poco Reverdy – mi colpì moltissimo, invece, Saint-John Perse – ma l’asserzione di C.C., così perentoria, spadaccina, mi costrinse, negli anni, a tornare a quel libro, un breviario spirituale che non consola, intimorisce.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="590" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/0139031dbb377d3e14.paperback.750x1300@2.5-590x1024.png" alt="" class="wp-image-95726" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/0139031dbb377d3e14.paperback.750x1300@2.5-590x1024.png 590w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/0139031dbb377d3e14.paperback.750x1300@2.5-173x300.png 173w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/0139031dbb377d3e14.paperback.750x1300@2.5-600x1042.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/0139031dbb377d3e14.paperback.750x1300@2.5.png 622w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></figure>



<p>D’altronde, l’<em>inconnu</em>, lo sconosciuto, trafigge proprio quando credi di averne circoscritto l’infinito mistero. Ti getta fuori di casa quando credi di abitarne la stanza regale, o di averne intuito il sottoscala, le vie di fuga. Ti toglie la sedia da sotto, ecco.</p>



<p>Secondo la critica, Reverdy scrive i libri più belli in quella solitudine: <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Poesie-Gallimard/Le-Chant-des-morts" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Le Chant des morts</em>, ad esempio, uscito nel 1948 con venticinque litografie di Picasso.</a> A volte tornava a Parigi – già fuori dal tempo, senza bordeggiare le fiumane della malinconia. Secondo alcuni, Reverdy fu così a lungo al cospetto dell’<em>inconnu </em>da perdere la fede, da non sapere più cosa fosse. <strong>Morì a Solesmes il 17 giugno del 1960, “dopo trentaquattro anni di una caparbia ricerca e di una solitudine che adombra non pochi drammi” (Livi). </strong>Dei postumi proclami, delle liturgie in onore, se ne sarebbe fatto poco – una vita è a sua volta una nota, una falena verbale, qualcuno che si inchina, prende l’acqua e te la offre.</p>



<p><em>**</em></p>



<p><strong>Pierre Reverdy, Étoiles peintes</strong></p>



<p><em>La meccanica verbale e il dono di sé</em></p>



<p>Nessuna parola potrebbe esprimere meglio, è indubbio, la sua gioia.</p>



<p>Lo disse e quelli che attendevano, contro il muro, tremarono.</p>



<p>Al centro: una grande nuvola – una testa enorme e gli altri che fissano i miseri passi sul sentiero.</p>



<p>Non c’è niente e nel silenzio gli atti si fanno difficili. Un treno passa dietro le barriere e fa brillare nell’oblio le linee che serrano il paesaggio.</p>



<p>Poi tutto scompare, mescolato all’ininterrotto brusio della pioggia, del sangue perduto, del tuono e delle parole meccaniche pronunciate dal più importante dei personaggi.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’ombra e l’immagine</em></p>



<p>Se rido non è per il mondo luminoso e gioioso che mi passa davanti.</p>



<p>Le teste che pendono come quelle diritte mi fanno paura e la mia risata risorge in una smorfia.</p>



<p>Le gambe che corrono tremano e i piedi, troppo pesanti, mancano il passo.</p>



<p>Non rido del mondo che mi passa davanti – ma sono solo, più tardi, nei campi, davanti all’enorme foresta placata e ci sono voci che, nell’aria che dorme, si rincorrono.</p>



<p>*</p>



<p><em>Movimenti all’orizzonte</em></p>



<p>I cavalieri tengono la strada, di profilo. Non sappiamo quanti siano. Contro la notte che blocca il sentiero, tra il fiume e il ponte una sorgente che piange – un albero che ti segue.</p>



<p>Se guardassi la folla che passa, non ti vedrebbero. È una vera armata in marcia oppure un sogno – sullo sfondo, una nuvola.</p>



<p>Il bambino piange o dorme. Ci guarda o sogna.</p>



<p>Il cielo è affollato da tutte queste armate. La terra trema. I cavalli scivolano nell’acqua.</p>



<p>Anche i cortigiani in processione scivolano dentro quest’acqua che cancella tutti i colori, tutte le lacrime.</p>



<p>*</p>



<p><em>Memoria dell’uomo</em></p>



<p>Ha le spalle larghe contro l’ombra che danza sul muto, occupa il posto dove potrebbero passare altre teste.</p>



<p>Lo strumento è una chitarra le cui note non sono abbastanza alte.</p>



<p>Nessuno sente la musica, eppure le dita pizzicano sulle corde; sta giocando e i piedi battono incessantemente il ritmo.</p>



<p>Un occhio chiuso, l’altro perso dietro il sipario plissettato, quando l’aria si dilata e la folla balla, tutto il mondo balla, tutti gridano e infine due braccia bianche emergono dal fumo della sua pipa e gli cingono il collo.</p>



<p>Sullo sfondo, i ballerini non guardano più il tappeto.</p>



<p>*</p>



<p><em>Tra due crepuscoli</em></p>



<p>È in questo cubo di cielo, più chiaro, che si accenderanno le stelle per i fuochi d’artificio.</p>



<p>Sopra il profilo degli alberi – moti del vento, brusii di temporali – appelli minacciosi. Qui è dove si spalanca il cancello.</p>



<p>Raggi si staccano dal muro: un’ombra obliqua sulla strada – corre troppo veloce.</p>



<p>Aspettiamo. Presso il bosco, dove sorge il padiglione, un rumore – certamente di passi tranquilli – nello stesso tempo in cui si alza una preghiera e, più in là, una canzoncina gioiosa.</p>



<p>Poi il giorno entra tra noi del tutto, e i cuori si ristabiliscono.</p>



<p>Dopo tutto, tutto è ancora rimandato.</p>



<p><strong><em>Pierre Reverdy</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Dalla lotta armata alla conversione. In memoria di Cesare Cavalleri</title>
		<link>https://www.pangea.news/cesare-cavalleri-arrigo-cavallina-testimonianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2023 05:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
		<category><![CDATA[Arrigo Cavallina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Mi chiamo Cesare Cavalleri» le prime parole che gli ho sentito pronunciare, dopo che era entrato in classe e si era seduto in cattedra. Anno scolastico 1963-64, classe quinta dell’Istituto tecnico commerciale “Pindemonte” di Verona. Non avevamo più l’insegnante di Ragioneria che ci aveva accompagnati fino alla quarta. Forse era andato in pensione, non ricordo. [&#8230;]</p>
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<p>«Mi chiamo Cesare Cavalleri» le prime parole che gli ho sentito pronunciare, dopo che era entrato in classe e si era seduto in cattedra. Anno scolastico 1963-64, classe quinta dell’Istituto tecnico commerciale “Pindemonte” di Verona. Non avevamo più l’insegnante di Ragioneria che ci aveva accompagnati fino alla quarta. Forse era andato in pensione, non ricordo. Il Preside era venuto a presentarci uno studente universitario, che era stato suo allievo e che aveva i suoi appunti da dettare. Così ha fatto, e solo questo, nelle lezioni successive. Fino a che, con manifesto rammarico, ci ha informato che si era presentato “un laureato” con diritto a occupare il suo posto.</p>



<p><strong>Il prof. Cavalleri non dettava ma spiegava come le tecniche di registrazione del dare e avere, perfino le aride pratiche della partita doppia o del sistema del reddito, trovassero fondamento in un pensiero, in una visione dei rapporti economici.</strong> Questo non garbava al Preside, già seccato per l’estromissione del suo pupillo e convinto che bisognasse imparare cosa scrivere senza chiedersi il perché. Così in altra ora è venuto in classe a dirci: “Quello non fa Ragioneria, fa filosofia della Ragioneria, si mette a spiegare cos’è un conto invece di farvelo scrivere, non posso mandarvi all’esame in queste condizioni”, e ci ha informato di aver chiesto e ottenuto la disponibilità dell’insegnante di un’altra sezione, in fama (meritata) di bravissimo, di darci lezioni integrative il pomeriggio. Sarà che con le lezioni di Cesare mi sembrava di respirare in mezzo alle registrazioni, sarà che era già scattata una molla di simpatia, sarà che quello screditare e sostituire l’insegnante a sua insaputa mi appariva gravemente scorretto, fatto sta che sono andato a trovarlo nella sua residenza, alla Fondazione Rui, che allora era Ponte Navi non solo di nome ma anche di prossimità, per riferirgli l’incursione del Preside. <strong>Tornato in classe, Cesare ha sconfessato l’operazione, ha fatto un po’ di ironia sul pregiudizio antifilosofico, ha affermato di essere in grado di presentarci preparati all’esame («So quello che valgo») e che se fossero state utili lezioni integrative sarebbe venuto lui stesso gratuitamente il pomeriggio.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61ywwe-fjL-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94656" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61ywwe-fjL-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61ywwe-fjL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61ywwe-fjL-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61ywwe-fjL.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Il Preside ha dovuto rinunciare al suo piano e, per quel che ricordo, all’esame siamo andati tutti bene, qualcuno molto bene. Intanto ci eravamo conosciuti in altro territorio e avevamo reciprocamente scoperto di essere molto più appassionati alla letteratura che alla contabilità. Io scrivevo sul giornalino di Gioventù Studentesca <em>Cinque più</em>, che aveva per motto <em>Fremant omnes, dicam quod sentio</em>. Cesare aveva fondato e dirigeva, a tutt’altro livello («A livello di assistente universitario», diceva) <em>Fogli</em>, e mi ha chiesto addirittura di collaborare, pubblicandomi poi un articolo che, riletto dopo quasi sessant’anni, direi decisamente brutto, e immagino adesso che non me l’abbia cestinato solo per desiderio di incoraggiare un giovane. Però una delusione me l’ha data. Quando, fiero del mio concittadino poeta dialettale Berto Barbarani, ero felice di regalare a Cesare il volume delle sue opere complete. Ma lui non l’ha apprezzato, non lo considerava un grande poeta. So che un giorno riprenderemo la discussione.</p>



<p><strong>Vent’anni dopo la scena è molto, molto cambiata: all’aperto è rigorosamente delimitata da perimetri di mura, all’interno non c’è una finestra senza inferriata.</strong> E quante altre scene erano rapidamente cambiate in precedenza. Quattro anni a fare il ragioniere alle macchine contabili del Comune di Verona, gli stessi anni per laurearmi in un’Università mai frequentata, l’insegnamento prima in Abruzzo, poi a Verona, poi in provincia di Milano per stare nel cuore delle lotte del sogno rivoluzionario, che la violenza stava trasformando in incubo. <strong>Dal quale non mi hanno svegliato tre anni di carcere, anche per la reciprocità di violenza che ho dovuto subire. Tanto che, una volta libero, ho costituito un gruppetto responsabile dei più gravi reati. </strong>E quando finalmente me ne sono separato e ho sperato di riorganizzarmi la vita, il nuovo arresto mi ha riportato in quella scena che, con sfondi cangianti, nell’aprile del 1984 frequentavo ormai da quattro anni.</p>



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<p><strong>Avevo avuto tutto il tempo per criticare radicalmente le scelte alle quali avevo dedicato la vita, addirittura per ritrarmene inorridito, così come molti altri detenuti coinvolti come me nella cosiddetta “lotta armata”. Avevamo promosso un “movimento della dissociazione” per chiedere che il nostro cambiamento fosse riconosciuto.</strong> Ma non era nemmeno questo il mio problema più profondo. Era l’insanabile scontro, dentro di me, tra quello che sentivo di essere e quello che ero stato. Cesare legge il mio nome in una cronaca giudiziaria e mi scrive a Rebibbia. <strong>Diffidavo, in genere, di questi approcci di appartenenti a organismi religiosi, era scoperta l’intenzione di catturare chi, in pieno fallimento esistenziale, poteva restare affascinato da tutt’altra collocazione.</strong> Ma evidentemente il tono dell’offerta di aiuto da parte di Cesare e il ricordo della qualità dell’antica relazione mi ha spinto a rispondere confidandomi con fiducia, come con nessun altro. Ringrazio ancora quell’intuizione.</p>



<p>Non voglio ripetere cose già pubblicate. In <em>Il terrorista &amp; il professore</em> abbiamo raccolto tutta la nostra corrispondenza. Voglio solo indicare alcune tracce di quello che Cesare ha rappresentato per me a partire da quei momenti. Il senso della parola più fraintesa, il perdono. <strong>Cesare mi ha spinto e progressivamente convinto a non considerarlo solo come lo stato d’animo benevolente di una vittima, ma la più necessaria condizione di cambiamento, di ritrovamento di senso.</strong> Io guardavo indietro, alle persone offese, distrutte dalle nostre scelte, la mia stessa vita devastata, con un rancore feroce verso me stesso e la prospettiva di trascinarmelo per sempre. Con Cesare ho capito che con il perdono la dolorosa assunzione di responsabilità del male fatto e delle sue conseguenze avrebbe potuto trasformarsi in nuova progettualità, in un rovesciamento di significato dell’esperienza. E subito me ne proponeva alcuni passaggi concreti.</p>



<p>Questo tema è diventato talmente centrale e sempre più approfondito nelle mie riflessioni che ho dedicato la tesi di criminologia al rapporto tra rieducazione del condannato e perdono. Cesare è riuscito poi a testimoniarmi due aspetti apparentemente in contraddizione. Da un lato la sua fede convinta, vissuta, decisiva: non mi avrebbe voluto bene se avesse rinunciato a propormela, perché è il bene più grande che si possa raggiungere; <strong>dall’altro la conferma dell’affetto del tutto indipendente dalla mia risposta, il valore che ho sentito attribuito alla mia persona come persona, incondizionatamente.</strong> Pensare agli ambienti sempre frequentati da Cesare, alle sue competenze, <strong>c’è da restare sbalorditi per come si è immerso in questo mondo di pena per lui ancora sconosciuto, di costrizioni, dolori, procedure, bisogni.</strong> Com’è riuscito a capire in quali modi la sua amicizia poteva rendersi efficace. Sia mettendo il suo mondo giornalistico in comunicazione col mio penale, dando voce alle ragioni della dissociazione e della tutela dei diritti (e credo che gli interventi su <em>Studi cattolici</em> abbiano svolto un ruolo importante nella promozione di una cultura che porterà al riconoscimento legislativo della dissociazione), sia sprofondando direttamente tra avvocati, incontri con i giudici, istanze, colloqui in carcere, le buone cose da mangiare che mi portava.</p>



<p><strong>Era dicembre ’84 la prima volta che ci siamo rivisti. Avevo un processo a Verona, è venuto apposta, è rimasto tutto il tempo e ha ottenuto il permesso di incontrarmi.</strong> Ci siamo ritrovati nella corrente di reciprocità. Veniva poi a colloquio in carcere, ai lunghi processi, a un convegno a Rebibbia che avevamo organizzato per conoscere l’associazionismo cattolico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="636" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/CAVALLINA-636x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94657" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/CAVALLINA-636x1024.jpg 636w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/CAVALLINA-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/CAVALLINA-600x966.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/CAVALLINA.jpg 671w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></figure>



<p><strong>Faccio ora un salto a una scena meravigliosamente diversa, mi basta nominarla perché resta per sempre dentro di me: è maggio 1992, nella chiesa di Sant’Eufemia a Verona, alla mia sinistra Elisabetta, mia moglie da quel momento, alla mia destra Cesare, testimone della decisione più bella della mia vita.</strong> Un modo per rendere utili, non solo a me, le mie vicende poteva consistere nel raccoglierle per raccontarle in un libro. Quando l’editore che si era impegnato e mi ha tenuto in sospeso per molto tempo ha fatto voltafaccia, ho chiesto a Cesare di consigliarmi a quale altro editore avrei potuto rivolgermi. Non immaginavo proprio di poter entrare nel catalogo Ares. Dopo qualche giorno, con mia grande sorpresa e gioia, Cesare mi dice: «Possiamo pubblicarlo noi». È nata così nel 2005 <em>La piccola tenda d’azzurro</em> <em>che i</em> <em>prigionieri chiamano cielo</em>.</p>



<p>Nel libro di Cesare del 2018, <em>Per vivere meglio</em>, ho letto con stupore a p. 92 che, alla domanda di Jacopo Guerriero su Benedetto XVI, risponde: <strong>«Avevo conosciuto il card. Ratzinger a Castelromano [&#8230;]. In quell’occasione gli raccontai la storia di Arrigo Cavallina, che lo impressionò». Mi ritrovo per un momento accanto a entrambi, che poi hanno fatto il grande passo negli stessi giorni. </strong>Poco prima avevo telefonato un paio di volte a Cesare, quando ho saputo che la sua morte era imminente. Con tutto l’imbarazzo di questi momenti, che non so cosa dire perché il pensiero e l’emozione sono tutti intorno alla morte, ma non riesco a pronunciare la parola con chi (devo usare questa frase assurda) la sta vivendo. E non far trasparire il groppo. Ma ancora una volta è stato Cesare a emanare la luce della sua fede, perfettamente consapevole e sereno, con umorismo perfino; mi ha recitato a memoria tutta la poesia <em>Blu turco</em> di Raffaele Carrieri. Allora ho cercato di dirgli che, indipendentemente da quello che poi troverà, anche qui lui continuerà a vivere nel bene che ha fatto, in noi che l’abbiamo conosciuto, nel nostro affetto e riconoscenza.</p>



<p><strong><em>Arrigo Cavallina</em></strong></p>



<p><em>*Nell’anno scolastico 1963-1964 Arrigo Cavallina fu allievo di Cesare Cavalleri presso l’Istituto tecnico commerciale “Pindemonte” di Verona. Le loro strade si divisero per anni fino a quando Cavalleri apprese che il suo ex alunno era a processo per la sua partecipazione alla Lotta armata: gli scrisse una toccante lettera che riallacciò l’amicizia e fu l’inizio del percorso di conversione di quello che era stato il fondatore dei Pac (Proletari armati comunisti). Per approfondire, ricordiamo il memoir di Cavallina “La piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo” (Ares 2005) e il carteggio tra i due amici “Il terrorista &amp; il professore. Lettere dagli Anni di piombo &amp; oltre” (Ares 2021). Per gentile concessione si pubblica in anteprima la memoria di Arrigo Cavallina, “La mia conversione grazie a Cesare”, raccolta nell’ultimo numero di “Studi Cattolici” (744, Febbraio 2023), interamente dedicato a Cesare Cavalleri.</em></p>
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		<title>Alessandro Spina, il visir della letteratura italiana che nessuno pubblica</title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-spina-letteratura-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 05:22:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Spina]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cavalleri]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La formula va ripetuta fino all’eccesso: Alessandro Spina, uno straniero, ha scritto la più bella prosa italiana degli ultimi decenni. Eleganza levantina, occhi profondissimi, statuaria severità, Alessandro Spina dimorava in Franciacorta ma pareva un sapiente dei deserti, un satrapo della letteratura. Nato a Bengasi nel 1927, da famiglia originaria di Aleppo, maronita, Spina, cresciuto in [&#8230;]</p>
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<p>La formula va ripetuta fino all’eccesso: Alessandro Spina, uno straniero, ha scritto la più bella prosa italiana degli ultimi decenni. Eleganza levantina, occhi profondissimi, statuaria severità, Alessandro Spina dimorava in Franciacorta ma pareva un sapiente dei deserti, un satrapo della letteratura. Nato a Bengasi nel 1927, da famiglia originaria di Aleppo, maronita, Spina, cresciuto in Libia e studi a Milano, ha celato il suo vero nome fino alla morte, accaduta nell’estate del 2013. <strong>“Definitivamente al riparo da non immaginarie ritorsioni di Gheddafi che aveva nazionalizzato l’impresa di famiglia a Bengasi, costringendolo all’esilio (peraltro dorato) in Franciacorta in una villa seicentesca di cui gli eredi, alla sua morte, si sono sbrigativamente sbarazzati”, nel 2015 Cesare Cavalleri,</strong> che fu uno dei suoi editori più fedeli – l’altro era Vanni Scheiwiller –chiamò Alessandro Spina col nome di battesimo, Basili Khouzam.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="644" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71xVHhkUzvL-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94457" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71xVHhkUzvL-644x1024.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71xVHhkUzvL-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71xVHhkUzvL-600x954.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/71xVHhkUzvL.jpg 679w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p>Discreto, custode di rapporti esclusivi e di una mondanità ‘da camera’, mai esibita, autentico visir della scrittura, Alessandro Spina / Basili Khouzam nasce alla letteratura nel 1954 con <em>L’ufficiale</em>, racconto accolto da Moravia e Carocci per “Nuovi Argomenti”. <em>Giugno ’40 </em>– pubblicato nel 1960 da “Paragone” – inaugurò il legame epistolare con Cristina Campo <strong>(“Ho letto un suo racconto… Mi è sembrata una cosa di qualità molto rara, come da tempo non mi accadeva di leggere”, attacca CC, entusiasta, il 13 febbraio del 1961, avviando uno scambio che durerà fino al ’75).</strong> La Campo intuì in quello scrittore la qualità ineffabile del genio. Aveva ragione. Nutrito di letture astrali, estranee al comune canone italiano – tra tutti, Thomas Mann, Hugo von Hofmannsthal, Hermann Broch, mescolati alla poesia araba che patina i fatti di un’aura fatale –, Spina arrivava a noi con una potenza esatta, una voragine cristallizzata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“<em>La guerra, se può spingere al suicidio, può anche sostituirlo</em>, commentò sobriamente il tenente Cossa ripiegando il giornale che dava la notizia della morte di una grande scrittrice. Il pensiero che la guerra fosse a suo modo una risoluzione lo aveva sfiorato più volte. Si era più volte sorpreso, lui che aveva orrore della guerra, a desiderarla: <em>per seppellirmici, come la scrittrice nel fiume</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>Autore impeccabile, austero aristocratico della forma, Alessandro Spina ha compiuto una delle opere più possenti della nostra letteratura: raccontare, in un ciclo di romanzi e di racconti pubblicati tra il 1954 e il 1999, la storia della Libia – meglio, Cirenaica – dalla conquista italiana del 1911 fino alla Seconda guerra e l’indipendenza, dichiarata nel 1951. In sostanza, undici libri, originariamente pubblicati per editori di pregio – Mondadori e Rusconi – <strong>raccolti nel 2007 in un volume leggendario, edito da Morcelliana, <em>I confini dell’ombra. </em>Una sola, immensa, polifonica opera di oltre 1200 pagine, il Sahara costellato di specchi.</strong> Qualcosa, in effetti, di inaudito. Uno straniero che narra un pezzo di storia d’Italia in un italiano di nitida bellezza. L’unico paragone europeo possibile è con Joseph Conrad: l’epopea marinara scritta in inglese da un polacco. &nbsp;</p>



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<p>La ‘colpa’ di Alessandro Spina, piuttosto, fu di aver sfidato due capisaldi della nostra letteratura. Intanto, sostituire il mito/dogma della Resistenza con il tema del colonialismo. Così ne scrive nel <em>Diario di lavoro</em> (Morcelliana, 2010):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“L’Italia ha&nbsp;<em>gonfiato&nbsp;</em>la Resistenza, se ne parla ogni giorno, e&nbsp;<em>sgonfiato&nbsp;</em>il colonialismo, non più di moda. Ci&nbsp;si vanta della Resistenza, ignorando ciò che la precede, tacendo che gli stessi uomini hanno&nbsp;<em>servito</em>&nbsp;il fascismo, sia pure, chissà, nolenti – e&nbsp;<em>non ci si vergogna&nbsp;</em>del colonialismo, senza accorgersi&nbsp;<em>che è lo stesso atto, l’esaltare la Resistenza e il vergognarsi del colonialismo</em>, soffocatore spietato di un’altra Resistenza. L’italiano rifugge dal senso di colpa (quel che ha pure impoverito il romanzo del dopoguerra)”.</strong></p></blockquote>



<p>Infine, rompere con l’ideologia dell’impegno, dello scrittore di parte, nutrito dal trogolo del partito: “Ho fatto l’errore negli anni Settanta, forse, di lavorare troppo per la Libia (per un supposto pubblico libico): libri che pubblicavo in Italia. Come se Sartre avesse edito i suoi libri non a Parigi, ma in Afghanistan, in quattro copie. Ma c’è forse un secondo errore:&nbsp;i libri&nbsp;<em>engagés&nbsp;</em>invecchiano presto, vedi il caso di Sartre.&nbsp;Il&nbsp;<em>Doctor Faustus&nbsp;</em>(lasciamo da parte il talento dell’autore, ben più grande e complesso)&nbsp;<em>si rivolge a un lettore ignoto</em>, non tenta cioè di operare nella realtà. Per quella, c’erano i suoi famosi appelli alla radio durante la guerra (che si rileggono non senza turbamento)”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/41745631-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94458" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/41745631-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/41745631-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/41745631-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/41745631.jpg 730w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p><strong>Il tutto, insaporito da una sagace devozione per l’inattualità – <em>Elogio dell’inattuale </em>è un libro ‘da comodino’, ‘di culto’, edito da Morcelliana nel 2013, che raccoglie diversi articoli di Spina</strong> –, la perentoria distruzione dei falsi miti della letteratura italica (“Elio Vittorini, proconsole delle lettere, del romanzo italiano in particolare, apriva una nuova strada ai romanzieri invitandoli a occuparsi dell’industria… che sciocchezze”), e una sibillina poetica che propone “l’estraneità come metodo”. Il bello è che questa azione – possente perché avanzata da una che non aveva bisogno di essere accolto dal bel mondo dei letterati – la portava avanti un industriale, che aveva guidato l’azienda tessile di famiglia fino al 1979, finché Gheddafi non era diventato pericolo autentico. <strong>“Nella mia memoria non saprei in alcun modo dire dove finisce l’Oriente e dove l’Occidente e una mente è l’immagine totale di un mondo”,</strong> scrive Spina, “nella più nobile casa della città islamica comparivo come un familiare perché tale mi sentivo e come tale accolto”. Quando i giornalisti lo cercarono, in estro, per avere un giudizio sulle ‘primavere arabe’, lui s’era schermato, “Mi occupo di storia, non di cronaca… A questa età non c’è più tempo per orizzonti lunghi, non è più possibile incominciare alcunché”.</p>



<p>Era un eccezionale scrittore di lettere; a Cristina Campo pareva una specie di Lawrence,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Non abbiamo mai parlato di Lawrence (T.E. naturalmente). Ho pensato a lui quando mi ha scritto della sua villa, di quella ‘militare eleganza’. Lawrence si costruì una casetta quand’era aviere. Un camino, nessun mobile, cuscini di cuoio in terra dappertutto. Librerie, s’intende. E dischi. Sull’ingresso aveva fatto incidere un piccolo motto greco: Ou frontis? (che vale? che importa?). Enormi fuochi ecc.”.</strong></p></blockquote>



<p>Nel numero di “Paragone” dell’agosto-dicembre 2010 vengono pubblicati i carteggi di Spina con Anna Banti, Elémire Zolla – a cui i racconti di Spina ricordano “la sicurezza del Lampedusa” –, Carlo Coccioli. In una lettera a Mary de Rachewiltz, Spina ricorda un pranzo con Ezra Pound, “bellissimo, immobile e muto”.</p>



<p><strong>“I vecchi parlano da lontano”, mi aveva scritto, Spina, qualche anno fa. Era il solo scrittore che avrei voluto conoscere ‘dal vero’; non poteva apprezzare i miei libri; mancai l’appuntamento.</strong> Mi diceva, in un suo mondo per orafi dell’anima, da una Libia libraria, di Camillo Togni, insigne musicista, dei <em>Mistici musulmani lettori degli scritti cristiani</em>, uno studio di Sabino Chialà, delle lettere di Flaubert e di “un libretto di Edmond de Goncourt su Algeri”. Chi si era dato al mondo e ne aveva colto i frutti – cioè, le vaste economie – poteva permettersi, intendo, quell’elitismo d’acciaio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="734" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL-734x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94459" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL-734x1024.jpg 734w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL-768x1072.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL-600x837.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61HRGakoaWL.jpg 774w" sizes="(max-width: 734px) 100vw, 734px" /></figure>



<p><strong>“Dovrei strappare la lettera e scriverne un’altra. Cosa cambia? Sono le otto e mezza del mattino, mi sono svegliato&nbsp;<em>al buio</em>”:</strong> così terminava la lettera, come se mi scrivesse da Vienna, ai primi del secolo scorso, come se fossi una Anna Karenina, come se lui fosse donna.</p>



<p>Oggi i libri di Spina – è pazzesco –, miliari nella letteratura italiana del secondo dopoguerra, sono pressoché introvabili. “È mancata a Spina quella continuità e fedeltà editoriale di cui lui come pochi altri avrebbe avuto bisogno, vista la complessità dei suoi temi. È mancato, infine, un editore forte e continuo, forte per autorevolezza culturale o per penetrazione commerciale. È mancato, infine, un Adelphi, che avrebbe dato un’immediata riconoscibilità a una concezione e risultanza narrativa idealmente consona, per lo meno nel segno di alcuni numi tutelari, Elémire Zolla, e più ancora Louis Massignon e Henry Corbin”, ha scritto Piero Gelli in un numero di “Humanitas” dedicato monograficamente ad Alessandro Spina, era il 2010 (e presentato, con parole argentine, da Enzo Bianchi). Questo è vero, ma ciò che è accaduto pare una vendetta. Pare una sommossa di iene. Pare che di certi temi – la Libia italiana – non si possa parlare e in certi modi – di aurorale eleganza – non si possa scrivere.</p>



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<p>Nel 1963, per Scheiwiller, Alessandro Spina traduce <em>Storia della Città di Rame</em>, una favola delle <em>Mille e una notte</em>; <strong>Cristina Campo scrive un saggio memorabile, poi raccolto da Adelphi in quel libro assoluto, <em>Gli imperdonabili. </em>“Dalle città torbide e insonni si è usciti nel deserto, regno di Dio”, scrive la Campo;</strong> e Spina ricorda, in un appunto, “Il lettore stia in guardia, la Città di Rame ha venticinque porte: il racconto si può leggere in venticinque maniere diverse e si è sempre ben lontani dall’averle scoperte tutte”. Ne deduco che la nostra vita può essere interpretata in venticinque modi, che il più veritiero è quello occulto – in uno di questi, dopo i veli dell’invidia, si giunge nella stanza del giusto. Lì, Alessandro Spina pare una torcia: è uno dei rari fari che inchiodano il canone alla sua veggenza.</p>
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		<title>Ti voglio bene. Omaggio a Cesare Cavalleri, un maestro</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 05:34:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi studiò per un semestre. Avevo diciannove anni, venivo dalla cupa periferia torinese. Lui si chiamava Sebastiano, abitava a Saronno, il papà era di Catania, faceva il panettiere. Passavamo il tempo, in Università, a parlare di poesia. Si convinse che la mia passione non era estemporanea ma autentica. Non l’ho mai più rivisto: la vita, [&#8230;]</p>
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<p>Mi studiò per un semestre. Avevo diciannove anni, venivo dalla cupa periferia torinese. Lui si chiamava Sebastiano, abitava a Saronno, il papà era di Catania, faceva il panettiere. Passavamo il tempo, in Università, a parlare di poesia. Si convinse che la mia passione non era estemporanea ma autentica. Non l’ho mai più rivisto: la vita, si sa, procede per tuoni, agnizioni improvvise, pestilenze, trasalimenti. <strong>Fu lui a portarmi a “Fogli”: non sapevo che la rivista era stata fondata da Cesare Cavalleri, scrivevo brevi recensioni di libri per bambini.</strong> Il responsabile, Andrea Beolchi, sembra ancora oggi un “Rebbe”, il personaggio di un romanzo di Chaim Potok. Fu lui a parlarmi per la prima volta di Ezra Pound – sarà stato il 1999. Le Edizioni Ares, all’epoca, stavano in via Stradivari, in prossimità di piazzale Loreto, a Milano. La casa editrice era, per lo più, l’antro di un alchimista: stretta, buia, odorosa, labirintica come i meandri di un dio notturno. Cesare Cavalleri era un’evanescenza: l’ombra cristallina, l’inaccessibile.</p>



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<p><strong>La prima volta che ho conosciuto Cavalleri è stato, in sostanza, leggendolo.</strong> Vent’anni fa, per il rocambolesco fiuto del caso, fui arruolato nella redazione de “Il Domenicale”, settimanale di cultura che ancora doveva nascere. Cesare Cavalleri vi collaborò dal primo numero, uscito il 26 ottobre del 2002, occupando la rubrica “La stroncatura”. <strong>Si siglava C.C.: nel primo numero decise di occuparsi del “simil-romanzo” di Alessandro Baricco, <em>Senza sangue</em>.</strong> Micidiale il finale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“E, come accade nei film deboli di sceneggiatura e diretti da mestierante, non sapendo come rispondere alle grandi domande, lo scrittore se la cava mandando a letto insieme i due protagonisti in una camera d’albergo. E la letteratura? La letteratura è altrove”.</strong></p></blockquote>



<p>Nel secondo numero, C.C. sculaccia Roberto Calasso, sua antica preda – nel 1989 aveva giudicato i suoi romanzi, dal palco di “Studi Cattolici”, il mensile che dirige dal 1966, “simulacri di simulacri”. L’ultima frase del pezzo che stronca <em>K.</em> è da ricalcare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il lettore ammira la buccia lucente della mela che Calasso ha confezionato e, se non si accorge del baco che contiene, contribuisce a diffondere un <em>état d’esprit</em> che affretta la dissoluzione”.</strong></p></blockquote>



<p>Giornalista dalla crudeltà salvifica, di cardinalizia raffinatezza, Cavalleri, è noto, eccelle nell’arte orafa della stroncatura: i suoi pezzi critici – raccolti nel 1998 in un volume edito da Ares, <em>Letture</em> – sono il naturale abbecedario per chi vuole imparare il mestiere. In un pezzo col bisturi, uscito nel 2010, scrisse, a proposito di Eugenio Scalfari, che “La cultura di Scalfari denuncia un’origine manualistica, cioè formata su manuali scritti da professori di liceo che, a loro volta, si basavano su manuali scritti da altri professori di liceo”.&nbsp;Letale.</p>



<p><strong>Di recente, il nome di Cesare Cavalleri ha raggiunto una diversa notorietà. Merito della sfrontatezza – secondo gli atei – o della tenerezza – secondo i cattolici – con cui ha affrontato la morte, quasi fosse un gatto affusolato sul comò.</strong> Il 23 novembre, poco dopo aver compiuto 86 anni – nasce a Treviglio il 13 novembre del 1936 – Cavalleri ha preso congedo da “Avvenire”, quotidiano con cui ha collaborato dalla fondazione, scrivendo una lettera al direttore, Marco Tarquinio, dai toni serafici e dunque sconvolgenti: “Carissimo direttore, i medici mi hanno graziosamente comunicato che mi restano 9 settimane di vita. Non immaginavo simile conclusione,&nbsp;ma prendo volentieri atto e mi tuffo nella preparazione immediata al grande salto…”. Il dieci dicembre scorso, su “Robinson”, inserto de “la Repubblica”, Antonio Gnoli ha intervistato Cavalleri, sulla soglia del “grande salto”. È curiosa l’etica di questa morte annunciata, ritardata, osservata come fosse un giaguaro di ceramica. Pulita con il panno. I giornalisti vorrebbero scorgere un ago di timore nel morituro, la grana del tremore dietro la fede imperturbabile. “So già come andrà a finire”, si è limitato a dire Cavalleri. </p>



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<p><strong>Presentiva la morte – accaduta ieri, il 28 dicembre – da tempo, C.C., e, per così dire, ha sistemato le sue carte:</strong> la lunga intervista biografica con Jacopo Guerriero, nel 2018 (<em>“Per vivere meglio”. Cattolicesimo, cultura, editoria</em>); la fatale raccolta di poesie, sempre citata, tra il vezzo e lo scherno, e segregata per decenni nel cassetto, <em>Sintomi di un contesto</em> (Mimesis, 2019), la raccolta di stroncature e recensioni, <em>Letture 1967-2020</em>, attesa da anni, che uscirà tra qualche mese. Nel 2021 si era deciso a pubblicare, come <em>Il terrorista &amp; il professore </em>(stampa Ares), l’implacabile epistolario con un suo ex allievo finito in carcere, Arrigo Cavallina, ateo, fondatore dei Proletari Armati per il Comunismo (tra le varie gesta, ha arruolato Cesare Battisti). A cui, prima di tutto, scriveva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Hai bisogno di sentirti perdonato. E chi può perdonare, se non Dio solo? Questo è il punto, carissimo Arrigo. Occorre riannodare, ripristinare il tuo rapporto con Dio, perché è Lui che tu hai colpito, direttamente o in te stesso o negli altri”.</strong></p></blockquote>



<p>La spietata pietà di Cavalleri traluce dal suo portamento: sempre elegante, come se ogni giorno fosse l’ultimo, quello definitivo; un’indole che spiazzava l’interlocutore con frasi lapidarie, spesso spinate. Turbava i luoghi comuni, ti portava al di là di te, come i rari maestri – conosceva il tempo della provocazione e il momento di abbracciare. Nel suo studio – immacolato, a cui hanno accesso tutti ma accedono in pochi – una fotografia, nascosta dietro la porta, lo ritrae con Ornella Vanoni, fluente vanità; uno scaffale è dedicato ai suoi poeti cardinali, Arthur Rimbaud e Saint-John Perse; d’altra parte, ha polemizzato con Eugenio Montale; Dino Buzzati e Giovanni Raboni hanno scritto sulle sue riviste, un epistolario sancisce l’amicizia con Giorgio Caproni; era amico di Ennio Flaiano. Ha scoperto il talento epico di Eugenio Corti e accolto il genio di Alessandro Spina. Preferiva le scritture che non rassicurano. Allievo di Josemaría Escrivá, non è raro trovare l’edizione di <em>Cammino Solco Forgia</em> sulla scrivania di inattesi uomini di potere, cioè di servizio. “Che la tua vita non sia una vita sterile – Sii utile – Lascia traccia”, è il primo apoftegma di <em>Cammino</em>. &nbsp;</p>



<p><strong>In un’intervista che mi ha concesso per “Pangea”, mi ricordò che in campo giornalistico non aveva avuto maestri – “La cultura è sempre di autodidatti”</strong> –, che amava Ezra Pound ma anche tale Raffaele Carrieri – “La sua “Civetta” è il primo libro di poesie che ho acquistato su una bancarella. Avevo quattordici anni. Sono ostinatamente fedele” –, che i poeti, ad ogni modo, è meglio leggerli che frequentarli e che praticava l’I-Ching, l’antico libro di divinazione cinese, “una cosa seria, non un passatempo giocoso”. In un’altra intervista mi ha detto che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Dio nessuno lo conosce, ci arriviamo – imperfettamente – attraverso Gesù, uomo come noi. Ma la ricerca è lunga, dobbiamo metterci continuamente in discussione”.</strong></p></blockquote>



<p>Non so perché sia entrato nell’amicizia di Cavalleri. <strong>Era incuriosito, credo; non potevo corrispondere alla sua generosità, non gli piaceva sentirsi dire grazie. Nel 2005 mi portò – mi impose, presumo – al Premio San Pellegrino.</strong> Molto tempo prima vi erano passati Ungaretti e Comisso, Piovene, Montale, Zanzotto e Parise. A dirigere il tutto, con pugno zarista, era Raffaele Crovi, all’epoca un nume dell’editoria, oggi chi se lo ricorda. Come mio solito, ero galvanizzato, credevo di spaccare il mondo, di avere finalmente la mia rivalsa. L’orfano che diviene re. Avevo pubblicato il primo libro di poesie, un poemetto, <em>Annali</em>, con le Edizioni Atelier. Cavalleri, con cauta cattiveria, mi ricordò che avrei dovuto accontentarmi: il premio sarebbe andato a Milo De Angelis, che con Mondadori aveva pubblicato <em>Tema dell’addio</em>. Così andò.</p>



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<p>In qualche modo, Cavalleri mi ha fatto suo, seguendo tutto quello che ho pubblicato, con attenzione non scevra dal rigore. Nel 2008 – il tempo è tale da aver sconfitto ogni pretesa – scriveva, su “Avvenire”: “La trascinante affabulazione di Brullo, che non conosce cedimenti, è una speranza per la poesia del Terzo Millennio”. Mi ha fatto credere di essere davvero un poeta, me ne ha dato lo scettro e la stola, dunque la responsabilità. La grazia non va meditata, ma assunta.</p>



<p>Era sbrigativo quando gli facevo una improvvisata, ma con nitida delicatezza e sorrisi di perentoria infanzia; si scostava, quasi, dandoti a intendere che c’era un altro a cui dedicare pene e gioie, una luce. L’ho visto così di rado in questi anni tentacolari, ma i rimorsi sono cani carnivori, un lusso impari, in fondo inutile. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Di recente mi ha scritto “Ti voglio bene” e ne sono orgoglioso. (d.b.)</p>



<p>*</p>



<p><em>Si ricalca la nota biografica di Cesare Cavalleri divulgata dalle Edizioni Ares.</em></p>



<p><strong>Cesare Cavalleri, una vita nel segno della fedeltà</strong></p>



<p>Dopo aver frequentato i Salesiani e l’Istituto tecnico commerciale di Treviglio, Cavalleri iniziò a lavorare presso la Banca Nazionale del Lavoro di Milano (1955-1959). Si iscrisse ai corsi serali di Economia e si laureò in Cattolica con una tesi sui “Processi stocastici e le loro applicazioni”, in cui studiò, come spesso ricordava, la frequenza del fonema zeta (<em>zz</em>) nei&nbsp;<em>Pensieri</em>&nbsp;di Leopardi.</p>



<p>In quegli anni universitari conobbe l’Opus Dei ed entrò a farvi parte il 23 giugno 1959 scegliendo la via del celibato apostolico come numerario. Conobbe di persona san Josemaría Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei, di cui serbò un ricordo indelebile.</p>



<p>Nell’autunno del 1960 Cavalleri si trasferì a Roma per collaborare alla Rui (Residenza Universitaria internazionale) inaugurata l’anno prima. Nel contempo, si diplomò in Sociologia presso l’Istituto Luigi Sturzo. È del 1961 il trasferimento a Verona, dove divenne assistente alla cattedra di Statistica del prof. Luigi Vajani, iniziò quindi a collaborare alla terza pagina dell’<em>Arena</em>&nbsp;e fondò la rivista&nbsp;<em>Fogli</em>, “Rivista di cultura, attualità e di problemi giovanili”; di quell’esperienza, ricordava con un sorriso una polemica con Eugenio Montale a proposito del rapporto tra generazioni.</p>



<p>Nel 1966 prese il timone di&nbsp;<em>Studi cattolici</em>, mensile di “studi e di attualità”: è stata una direzione record durata ininterrottamente sino a oggi, così come la collaborazione al quotidiano&nbsp;<em>Avvenire</em>, su cui scrisse sin dal primo numero (4 dicembre 1968), prima come critico televisivo e poi come osservatore culturale. Nei decenni chiamò alla collaborazione con&nbsp;<em>Studi cattolici</em>&nbsp;<a>personaggi come Joseph Ratzinger, Vittorio Messori, Maria Adelaide Raschini, Vittorio Pomilio, Gianfranco Morra e Eugenio Corti</a>, il cui romanzo&nbsp;<em>Il cavallo rosso</em>&nbsp;(1983) divenne un long seller delle Edizioni Ares, tradotto in diverse lingue e amato dalle generazioni più giovani.</p>



<p>Gli articoli di Cavalleri per&nbsp;<em>Avvenire</em>&nbsp;della rubrica “Persone &amp; parole” sono stati raccolti in quattro volumi antologici delle Edizioni Ares, mentre i contributi della sua critica letteraria sono confluiti nel libro&nbsp;<em>Letture</em>, personalissimo e controcorrente canone del Novecento: Cavalleri è stato un critico letterario libero e severo, fedele alla massima di Rilke: «Bisogna attenersi al difficile» o a quella poundiana «la bellezza è difficile».</p>



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<p>Tra gli autori prediletti: Dino Buzzati, Eliot e Quasimodo (di questi tre aveva incorniciato gli autografi in ufficio), Ungaretti (che frequentò nella casa del poeta all’Eur e da cui ebbe in dono&nbsp;<em>Un grido e paesaggi</em>), Campana, Montale (di cui difendeva il&nbsp;<em>Diario postumo</em>), Flaiano, Pound (cui dedicò una collana Ares), Rimbaud, Carrieri, Cardarelli, Pomilio (di cui elogiava il mimetismo linguistico), Caproni (con cui avviò un intenso carteggio sulla ricerca di Dio), Alessandro Spina (considerato un maestro di stile come Cristina Campo e di cui pubblicò&nbsp;<em>Nuove storie di ufficiali</em>&nbsp;e&nbsp;<em>L’oblio</em>), il premio Nobel Saint John Perse. Proprio da un’intervista del 1955 di quest’ultimo trasse una delle espressioni più amate: «Alla domanda sempre riproposta: “Perché scrive?”, la risposta del Poeta sarà sempre la più breve: “Per vivere meglio”».&nbsp;<em>Per vivere meglio</em>&nbsp;è anche il titolo della sua autobiografia in forma di conversazione con Jacopo Guerriero uscita nel 2018 per La Scuola.</p>



<p>Oltre alla letteratura, Cavalleri amava la moda, il Liberty e la musica in ogni sua espressione, con una speciale predilezione per Maria Callas: «Sono monotematico. Adoro Maria Callas, solo la Callas». Nella sua biblioteca si alternavano scaffali dedicati alla Sindone, alla Semiotica e all’Estetica ma anche ai Ching e al Bon Ton.</p>



<p>In gioventù reputò determinante l’incontro con lo scoutismo (1949): ricordava a memoria la legge scout dal primo dei suoi “comandamenti”: “lo scout considera suo onore meritare fiducia”.</p>



<p>In ufficio Cavalleri aveva incorniciato le foto dei suoi incontri con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nonché con i successori di san Josemaría alla guida dell’Opus Dei. Tra i libri della Scrittura più amati figuravano&nbsp;<em>Giobbe</em>,&nbsp;<em>Il cantico dei cantici</em>&nbsp;e il&nbsp;<em>Qoelet</em>.</p>



<p>Nei suoi lunghi anni di direzione Cavalleri ha voluto che le Edizioni Ares si distinguessero per la difesa della vita, dal concepimento fino alla sua naturale conclusione, e per la promozione di un’autentica cultura cattolica, che ponesse la sua attività al di sopra delle contrapposizioni tra modernisti e tradizionalisti, tra conciliari e anticonciliari. Nel 2004 fu insignito del Premio Internazionale al merito della Cultura Cattolica e nella Motivazione il suo impegno venne paragonato al&nbsp;<em>pater familias&nbsp;</em>evangelico che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche: «La cultura cattolica di Cavalleri non si è mai posta al rimorchio della modernità, ma ha saputo coglierne le attese e i fermenti per condurla alla riscoperta di una dimensione di verità e di speranza».</p>



<p>Con l’avanzare della malattia avviò una ristrutturazione organizzativa e gestionale della Casa editrice, con l’inserimento di nuove figure manageriali e di diversi giovani, uno sviluppo iniziato dal passaggio dalla sede storica di via Stradivari alla nuova di via Santa Croce, nel cuore di Milano, (significativamente affacciata sul parco “Giovanni Paolo II”) e con l’apertura di nuove collane editoriali, dalla narrativa alle vite dei santi, dai Classici di spiritualità al teatro.</p>



<p>Da sempre interessato alle nuove forme di comunicazione, non mancava di intervenire sui Social e il 13 di ogni mese, il giorno del suo compleanno, dava appuntamento ai lettori della sua pagina Facebook per una “lezione di poesia”. Le sue ultime lezioni sono state dedicate a Pavese e Ungaretti.</p>



<p>Nel 2019 in&nbsp;<em>Sintomi di un contesto</em>&nbsp;(Mimesi) aveva raccolto le sue poesie giovanili, che si concludevano con questo “Congedo”:&nbsp;«Se me ne sono andato, me ne vado, / è perché non ho mai smesso / neppure per un momento di amarti».</p>



<p>Tra i suoi lavori più recenti, la curatela della nuova edizione del&nbsp;<em>Fumo del tempio</em>&nbsp;di Eugenio Corti (Ares 2022) e l’Invito alla lettura del volume&nbsp;<em>Per Salvatore Quasimodo</em>&nbsp;(Ares 2022).</p>



<p>Cesare Cavalleri aveva preso congedo dai suoi lettori con una toccante&nbsp;<a href="https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-amico-e-grande-firma-si-congeda-e-da-cristiano-prepara-il-grande-salto" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lettera</a>&nbsp;a Marco Tarquinio, direttore di&nbsp;<em>Avvenire</em>, cui sono seguite due lunghe interviste in cui aveva parlato della fede con cui stava vivendo la malattia, la&nbsp;<a href="https://edizioniares.us16.list-manage.com/track/click?u=3f5ee5c0532e8a49917509978&amp;id=ae399cabc8&amp;e=36d86b0755" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prima</a>&nbsp;con Antonio Gnoli per “Robinson” di&nbsp;<em>Repubblica</em>, la&nbsp;<a href="https://edizioniares.us16.list-manage.com/track/click?u=3f5ee5c0532e8a49917509978&amp;id=edef8cedc1&amp;e=36d86b0755" target="_blank" rel="noreferrer noopener">seconda</a>&nbsp;con Francesco Ognibene, ancora per&nbsp;<em>Avvenire</em>.</p>



<p>Per Cavalleri<em>&nbsp;Cammino</em>, il più celebre testo di san Josemaría, fu un riferimento costante: “un libro veramente indispensabile… Esprime un’energia così forte che aiuta la conversazione con Dio, e quindi la conversione”.</p>



<p>E forse non c’è proprio miglior compendio della vita di Cavalleri che l’<em>incipit</em>&nbsp;di&nbsp;<em>Cammino</em>: “Che la tua vita non sia una vita sterile. – Sii utile. – Lascia traccia. – Illumina con la fiamma della tua fede e del tuo amore…”.</p>
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		<title>Il terrorista di Dio. Un dialogo con Cesare Cavalleri</title>
		<link>https://www.pangea.news/cavalleri-cavallina-anni-di-piombo-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 05:29:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Arrigo Cavallina è uno dei fondatori dei Proletari Armati per il Comunismo: il suo cursus honorum, per così dire, è micidiale, tragico per la militare irreggimentazione della giovinezza. Prima la Federazione giovanile comunista, poi il maoismo, il Sessantotto, Potere operaio, il primo arresto, nel 1975, la creazione dei PAC, nel 1977. Insieme alle Brigate Rosse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Arrigo Cavallina è uno dei fondatori dei Proletari Armati per il Comunismo: il suo cursus honorum, per così dire, è micidiale, tragico per la militare irreggimentazione della giovinezza. Prima la Federazione giovanile comunista, poi il maoismo, il Sessantotto, Potere operaio, il primo arresto, nel 1975, la creazione dei PAC, nel 1977. Insieme alle Brigate Rosse e a Prima Linea, i PAC sono la formazione della sinistra estrema più feroce: l’emblema degli “Anni di Piombo” è la fotografia che ritrae Giuseppe Memeo, membro dei PAC, in via De Amicis, Milano, in mezzo alla strada, che punta la pistola, ha il passamontagna, contro le forze dell’ordine. “Fine di ogni spazio umano, pura bestia politica, in assoluta solitudine al di fuori del tempo del ‘dovere’”, ricorda, anni dopo, Cavallina.</p>



<p>Mai implicato in fatti di sangue, è Cavallina a reclutare nei PAC Cesare Battisti, “un delinquente di non grande calibro”, che conosce in carcere, “scuola di rabbia e di odio, scuola di impotenza di fronte a ingiustizie atroci”. <strong>“Trent’anni fa, nel corso di uno sciagurato 1978, la banda Pac&#8230; ha compiuto&nbsp;reati gravissimi. E io mi porto addosso tutta la responsabilità di averla, con altri, fondata e di averne condiviso le azioni fino a quando me ne sono separato”, scrive, in un articolo pubblicato nel 2009 su “Studi cattolici”, <a href="https://archive.ph/kYfm7" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Quello che penso di Cesare Battisti</em>.</a></strong> Dal ’79, “sempre più convinto del fallimento dei nostri sogni rivoluzionari”, Cavallina si separa dalla violenza armata, sceglie la dissociazione: viene arrestato nel settembre di quell’anno, condannato a ventidue anni, poi ridotti a dodici. Nell’aprile del 1984 inizia per Cavallina, stritolato dal passato, una vita nuova: gli scrive, inaspettatamente, il “tuo vecchio (allora giovane) professore della quinta ragioneria”, <strong>Cesare Cavalleri</strong>. Intellettuale cattolico di spicco, numerario dell’Opus Dei, critico sulfureo, direttore di “Studi cattolici”, all’epoca Cavalleri ha sfidato il tiepido mondo culturale italico pubblicando per la casa editrice che dirige, la Ares, <em>Il cavallo rosso</em> di Eugenio Corti. Dopo un biglietto preliminare, affettuoso, Cavalleri ‘attacca’ Cavallina:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La tua lettera è intrisa di dolore, e il dolore non è mai vano&#8230; il dolore che provi è già purificazione, ma hai bisogno di sentirti perdonato. E chi può perdonare, se non Dio solo? Questo è il punto, carissimo Arrigo. Occorre riannodare, ripristinare il tuo rapporto con Dio, perché è Lui che tu hai colpito, direttamente o in te stesso o negli altri”.</strong></p></blockquote>



<p>La perentoria certezza di Cavalleri, la violenza d’amore, sorprende Cavallina, curioso ma reticente: in carcere studia musica, “il flauto dolce contralto”, vuole laurearsi in Legge, “mi è diventato molto importante lo yoga”. Crede nell’uomo e non nell’Altro, nella Storia e nei suoi reflussi più che nel miracolo; forse, pensa che convertirsi sia codardia. Eppure, “Dio c’è, indipendentemente da che tu lo senta o meno. C’è ed è buono, ti vuole bene non perché tu sei buono, ma perché Lui è buono”. Cavalleri non guarda la colpa – che lacera gli uomini tutti – ma il riscatto, non rammenda ciò che è stato, si protende verso il possibile – che è poi l’impossibile. “Noi abbiamo l’esperienza di reali terroristi che si sono convertiti e che sono diventati dei grandi santi: è ovvio, ma evidentemente san Paolo è di questi”, dice, nel corso di un’intervista, nel 1985. Studia il caso di Cavallina, e quello di tanti ragazzi sconfitti dall’ideale rivoluzionario; ragiona sul sistema punitivo italiano, sull’abisso del carcere:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La qualità morale di una società viene misurata proprio nel trattamento che essa assicura a coloro che stanno ai margini. Chi ha compiuto delitti va punito, ma l’equità deve informare la risposta (e non la vendetta) della società”,</strong></p></blockquote>



<p>scrive in un articolo pubblicato su “Avvenire” il 5 novembre del 1986. Insomma, oltre la crisi della lotta armata, senza fatui happy end, con la costanza degli estremisti esistenziali, si setaccia una via: il piombo può, per raffinazione, per rarefazione e altezza, rivelarsi oro. <strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/il-terrorista-il-professore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il carteggio tra Cavallina e Cavalleri, pubblicato come <em>Il terrorista &amp; il professore. Lettere dagli Anni di piombo &amp; oltre</em> (Edizioni Ares, 2021),</a></strong> è l’atto finale di un’amicizia, è quasi una regola di vita, di certo non è un regolamento di conti. Soprattutto, è un modo per leggere gli Anni di Piombo – di cui è fornita una precisa <em>Cronologia</em>, tra i tanti documenti che punteggiano il carteggio – alle viscere del problema, sfasando la cronaca in intimità, l’ideologia nell’uomo che la professa, l’avventatezza in avventura spirituale (“Ecco perché è importante l’esperienza religiosa”, scrive Cavalleri, “Perché di Dio ci si può fidare senza residui, a lui ci si può abbandonare senza riserve”), ricavando tra le tenebre una mandorla di luce.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61ywwe-fjL-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93632" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61ywwe-fjL-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61ywwe-fjL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61ywwe-fjL-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61ywwe-fjL.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Dunque, abbiamo fatto alcune domande a Cavalleri.</p>



<p><strong>La cella, che paradosso, sembra essere lo spazio privilegiato dove si accuccia Dio. Nel libro scrive di “reali terroristi che si sono che sono diventati dei grandi santi”, citando San Paolo. Sembra che l’esperienza del sottosuolo, dello smarrimento, della totale perdizione siano decisivi: o vivi o muori, insomma. È così?</strong></p>



<p>Dio è dappertutto anche dentro di noi, ed è lì che dobbiamo cercarlo con i mezzi sacramentali che Lui stesso ci ha dato. Gesù ha detto di essere venuto non per i giusti, ma per i peccatori. Essere peccatori, però, non è un privilegio per essere amati da Lui, altrimenti la Madonna, nata senza peccato originale e vissuta senza peccati personali, sarebbe la creatura meno amata. Il realismo e la conoscenza di noi stessi ci fa convinti di essere peccatori. E proprio perché ci ama, Gesù ci parla di conversione. In ogni caso non dobbiamo dimenticare che Dio ci ama non se o quando siamo «buoni», ma perché Lui è buono.</p>



<p><strong>Che idea aveva, all’epoca, degli Anni di Piombo e che idea ne ha avuto dopo il lungo colloquio epistolare con Arrigo Cavallina?</strong></p>



<p>Durante gli Anni di Piombo costatavo che effettivamente c’erano buoni motivi per ribellarsi a situazioni di ingiustizia e di emarginazione che erano sotto gli occhi di tutti. Ma la risposta di «scendere in piazza», come si diceva e si dice tuttora, l’ho sempre trovata inutile e ridicola. Particolarmente irritante trovavo le «mobilitazioni» alla Camilla Cederna che scendeva in piazza, in pelliccia,&nbsp;per vedere i cortei accompagnata dalla domestica alla quale aveva prestato una sua pelliccia più bruttina. Indignante il “Corriere della sera” di Piero Ottone, e risibile Giulia Maria Crespi, proprietaria del “Corriere”, che offriva il tè a Mario Capanna. Il dialogo con Arrigo mi ha confermato che il terrorista o il poliziotto è pur sempre un uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, e quell’immagine è incancellabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="685" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/CESARE-CAVALLERI-2012-685x1024-1.jpg" alt="" class="wp-image-93633" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/CESARE-CAVALLERI-2012-685x1024-1.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/CESARE-CAVALLERI-2012-685x1024-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/CESARE-CAVALLERI-2012-685x1024-1-600x897.jpg 600w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /><figcaption>Cesare Cavalleri in un ritratto di Giorgio Scano</figcaption></figure>



<p><strong>A Cavallina, quasi subito, scrive: “purtroppo tendiamo a farci di Dio un’idea approssimativa, che non corrisponde al vero”. Cosa vuol dire?</strong></p>



<p>Dio nessuno lo conosce, ci arriviamo – imperfettamente – attraverso Gesù, uomo come noi. Ma la ricerca è lunga, dobbiamo metterci continuamente in discussione.</p>



<p><strong>Cosa significa, ad esempio, Dio con la rivalsa sociale, con la lotta civile?</strong></p>



<p>Dio c’entra sempre: ogni rivalsa sociale, ogni impegno civile senza Dio è fallito in partenza. La presenza di Dio dà il significato della vita.</p>



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<p><strong>A un certo punto, lei afferma che “La qualità morale di una società viene misurata proprio nel trattamento che essa assicura a coloro che stanno ai margini”. Cosa significa rispetto al sistema detentivo, alla punizione da espiare per reati effettivamente commessi?</strong></p>



<p>Il sistema carcerario vigente è indignante, indegno. Il discorso è troppo lungo per farlo qui, ma almeno va detto che la pena deve essere redentiva, riabilitativa. Ed è intollerabile una detenzione che non rispetta la dignità dell’uomo, anche se ladro o assassino.</p>



<p><strong>Che cos’è la colpa?</strong></p>



<p>La colpa è la nostra incapacità di corrispondere all’amore di Dio che ci ha amato per primo. Nessuna nostra corrispondenza sarà mai «adeguata», ma non dobbiamo stancarci di ricominciare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cavalleri-cavallina-anni-di-piombo-intervista/">Il terrorista di Dio. Un dialogo con Cesare Cavalleri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Gertrude Stein, la cubista</title>
		<link>https://www.pangea.news/gertrude-stein-la-cubista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 04:36:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Autobiografia Alice Toklas]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cavalleri]]></category>
		<category><![CDATA[Gertrude Stein]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due nuove edizioni italiane quasi contemporanee dell’Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein sono una bellissima notizia. Eccole qui: l’edizione Lindau, tradotta da Massimo Scorsone, con prefazione di Marzia Capannolo (Torino, pp. 360, euro 26) è del settembre 2020; quella di Marsilio, traduzione e cura di Alessandra Sarchi (Venezia, pp. 312, euro 18) è dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Due nuove edizioni italiane quasi contemporanee dell’<em>Autobiografia di Alice Toklas </em>di Gertrude Stein sono una bellissima notizia. Eccole qui: <a href="https://www.lindau.it/Libri/Autobiografia-di-Alice-B.-Toklas" target="_blank" rel="noopener noreferrer">l’edizione Lindau, tradotta da Massimo Scorsone, con prefazione di Marzia Capannolo (Torino, pp. 360, euro 26) è del settembre 2020</a>; <a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2970900/autobiografia-di-alice-b-toklas" target="_blank" rel="noopener noreferrer">quella di Marsilio, traduzione e cura di Alessandra Sarchi (Venezia, pp. 312, euro 18) è dei primi mesi di quest’anno</a>. <strong><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/autobiografia-di-alice-toklas-gertrude-stein-9788806202866/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La domanda è: c’era proprio bisogno di nuove traduzioni, dopo quella di Cesare Pavese (Einaudi 1938)</a>, con la quale siamo cresciuti, ed è tuttora nel catalogo non solo di Einaudi? </strong></p>
<p>«Bisogno» è parola inappropriata. In letteratura niente è necessario, è il regno della gratuità, ognuno scrive e traduce chi, come e quando gli pare, senza timori reverenziali. Do per scontato che le due nuove traduzioni siano fedeli, senza dimenticare che alle traduzioni si può adattare quello che Karl Kraus diceva delle donne: «Mai fidarsi di una donna fedele: oggi fedele a te, domani fedele a un altro». Il proverbio dice che i confronti sono sempre odiosi e Oscar Wilde (o chi per lui) aggiungeva: «Per questo bisogna farli». Dunque confrontiamo due assaggi delle tre traduzioni. Cominciamo dalla prima riga. Pavese: «C’erano pure a Firenze Haweis e la moglie, che fu più tardi Mina Loy». Scorsone: «Si trovavano a Firenze anche Haweis e sua moglie, poi Mina Loy». Sarchi: «Anche Haweis e sua moglie, che in seguito divenne Mina Loy, si trovavano a Firenze». Che cosa vuol dire? Evidentemente, Stein riteneva che tutti sapessero che Stephen Haweis, pittore e foto[1]grafo, e la poetessa Mina Loy si erano sposati nel 1903, divorziando nel 1917. E così, quando Gertrude parlava di loro nel capitolo dedicato agli anni 1907-1914 Haweis e Mina Loy erano marito e moglie. Perché dire che la moglie «fu più tardi Mina Loy», o che «sua moglie, poi Mina Loy», o ancora «sua moglie, che in seguito divenne Mina Loy»? Mina Loy è sempre stata Mina Loy, nubile, sposata e divorziata.</p>
<p>Nel capitolo dedicato al dopoguerra, Stein porge un indizio. Scrive: «Fummo liete di rivedere Mina, che avevamo conosciuto a Firenze come Mina Haweis». Dunque, a Firenze Mina Loy era conosciuta come moglie di Haweis; dopo il divorzio riprese il suo cognome Loy. Questo il semplice lettore può non saperlo, ma un traduttore avrebbe dovuto informarsi. Per non impantanarsi, bastava dire «C’erano pure a Firenze Hawei e la moglie Mina Loy (Pavese); «Anche Haweis e sua moglie Mina Loy» (Scorsone e Sarchi). Che dopo il divorzio Mina Loy sarebbe stata conosciuta con il suo nome da nubile, lasciamolo a Stein e agli studiosi di araldica.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86555 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/71Cg1REIfL-200x300.jpg" alt="" width="347" height="521" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71Cg1REIfL-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71Cg1REIfL-768x1150.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71Cg1REIfL.jpg 1000w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></p>
<p>Più sotto: nella casa disastrata di Firenze, gli Haweis ce la misero tutta per «offrirci una deliziosa colazione» (Pavese): «un pranzetto squisito» (Scorsone); «uno splendido pranzo» (Sarchi). Stante la signorile sobrietà di Stein e dei suoi ospiti, lo «splendido pranzo» di Sarchi appare esagerato; meglio la «deliziosa colazione» del settentrionale Pavese, o il «pranzetto squisito di Scorsone. A proposito di sobrietà e per dare un’ulteriore idea dello stile di Gertrude/Alice, riporto questo aneddoto su Matisse – verso il quale Stein fu sempre fredda, mentre il suo entusiasmo per Picasso non venne mai meno – in cui l’autrice si nasconde nell’opinione della cameriera: «Hélène aveva le sue opinioni, ad esempio non le piaceva Matisse. Lei diceva un francese non dovrebbe fermarsi inaspettatamente a mangiare in casa d’altri in particolare se prima s’informava con la servitù su che cosa c’era per cena. Diceva gli stranieri avevano l’assoluto diritto di fare cose così, ma non un francese e Matisse una volta l’aveva fatto. Perciò, quando Miss Stein le disse, Monsier Matisse si fermerà da noi stasera, lei avrebbe detto, in questo caso non farò un’omelette ma delle uova in padella. C’è bisogno dello stesso numero di uova e della stessa quantità di burro ma rivela meno rispetto, e lui dovrà ben capire». Ho riportato il confronto delle tre traduzioni del brano sulle virgole per ricordare l’uso particolare (cioè il non uso) della punteggiatura in Gertrude Stein. Nell’<em>Autobiografia </em>ne fa solo un cenno, che verrà sviluppato in una conferenza durante il trionfale viaggio negli Stati Uniti dall’ottobre 1934 al maggio 1935, dove non parla solo della virgola come «un punto mancato», ma anche di tutto il resto. La si può leggere in italiano nelle <em>Conferenze americane </em>a cura di Caterina Ricciardi e Grazia Trabattoni (Lucarini, 1990).</p>
<p>Il secondo brano nella sinossi traduttoria alla pagina precedente riguarda Basket, il barboncino entrato cucciolo in casa Stein e poi diventato un barboncione. Resta da capire come facesse Gertrude a distinguere i paragrafi dalle frasi «ascoltando il ritmo di quando [Basket] beve» (Pavese), oppure «ascoltando gli intervalli che lui fa quando beve l’acqua dalla sua ciotola» (Scorsone), o anche ascoltando «il ritmo con il quale lui lecca l’acqua» (Sarchi). Misteri del cubismo in pagina. Per tornare alle nuove traduzioni, quella di Scorsone (Lindau) ha l’incommensurabile pregio di avere un indice analitico, utilissimo anche per chi, come me, segna con un tratto verticale a matita i brani che lo interessano del libro che sta leggendo ma poi, per ritrovarli, deve risfogliare tutte le pagine. Nella <em>Prefazione</em>, Marzia Capannolo invita il lettore «a tuffarsi, senza salvagente, fra le onde vorticose di questo bizzarro memoriale e lasciarsi trasportare dai flutti letterari della Stein», consiglio che anch’io condivido. La <em>Prefazione</em> non troppo velatamente antipatizzante di Alessandra Sarchi (invidia femminile?) rimarca lo «snobismo autoreferenziale» di Gertrude, ma le riconosce il merito «di rendere accostabili e domestici artisti che invece svettano nel loro titanico isolamento di padri della rivoluzione culturale del primo Novecento».</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86556 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL-198x300.jpg" alt="" width="354" height="536" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL-675x1024.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL-768x1165.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/714uOiS1xvL.jpg 1000w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></p>
<p><strong>Quale traduzione preferire? Ricordo che l’<em>Autobiografia</em> fu pubblicata nel 1933 e che Pavese la tradusse già nel 1938. Dunque la prosa pavesiana risente di qualche rigidità di quell’epoca, ma è pur sempre aderente alla contemporaneità dell’originale.</strong> Ribadendo il diritto dei traduttori a godersi la loro libertà, preferisco Pavese, senza gli inevitabili «aggiornamenti» emulativi del nostro tempo. A buon conto, per misericordia verso il lettore italiano, sia Pavese, sia Scorsone, sia Sarchi hanno usato le virgole, grazie.</p>
<p>Ma chi era Gertrude Stein? Non «la madre di tutte le avanguardie», come talora si sente dire. Lei è legata all’irripetibile stagione cubista, e non ha creato una sua scuola. Ha generosamente aiutato e incoraggiato molti artisti, a cominciare da Hemingway che le fu irriconoscente. Nell’<em>Autobiografia</em> ci sono giudizi ingiusti come quello <strong>su Ezra Pound, liquidato come «un cicerone da paesucolo, ottimo nel caso di un paese, ma altrimenti no» (Scorsone);</strong> «un volgarizzatore per paesani, eccellente se eri un campagnolo» (Sarchi); «un volgarizzatore da villaggio, ottimo per chi è un villaggio, ma se non siete un villaggio, no» (Pavese). Eppure, al netto del tono spregiativo, anche in quel giudizio c’è del vero, perché la sterminata curiosità culturale di Pound si estende per sterminate geografie orizzontali, e quindi Ezra non poteva approfondire ogni singolo punto. Resta il fatto che l’appartamento al n. 27 di rue de Fleurus fino all’inizio della Grande guerra, durante la quale Gertrude e Alice si prodigarono coraggiosamente come crocerossine, fu il crogiolo artistico più vivace e ambìto dell’epoca. I famosi salotti del sabato sera nei quali Gertrude, spalleggiata da Alice (oltretutto ottima cuoca. Nel 1954 pubblicherà un libro di ricette, <em>I biscotti di Baudelaire</em>, uno dei quali è alla marijuana) concentrava le visite sono entrati nella mitologia culturale. Woody Allen ha saputo ricreare quell’atmosfera nel suo magnifico film <em>Midnight in Paris</em> (2011).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86557 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE-217x300.jpg" alt="" width="365" height="505" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE-742x1024.jpg 742w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE-768x1060.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE-1113x1536.jpg 1113w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/AUTOBIOGRAFIA-DI-ALICE.jpg 1409w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Gli ospiti di quei salotti rivivono nell’<em>Autobiografia</em>, ciascuno con il proprio ritratto. Parecchi, come Henry Matisse, Georges Braque, André Salmon, Tristan Tzara non si riconobbero nello specchio di Gertude, e nel 1935 scrissero sulla rivista <em>Transition</em> una <em>Testimonianza contro Gertrude Stein</em>. Ma Gertrude ha sempre sostenuto che la storia si fa con quello che si ricorda, e quelli erano i suoi ricordi. L’ingrato Hemingway, inviandole nel 1932 il suo <em>Morte nel pomeriggio</em> arrivò a parodiare volgarmente, come dedica, il motto circolare che Stein usava nella sua carta da lettere, <em>A rose is a rose a rose is a rose a rose is a rose</em> (quattro volte: una rosa è una rosa, una rosa è una rosa, una rosa è una rosa, una rosa è una rosa). Molto ci sarebbe da dire sul ruolo di Leo, il fratello maggiore di Gertrude critico d’arte e collezionista, negli anni in cui abitarono insieme in rue de Fleurus. Si divisero nel 1914 e si divisero anche i quadri. Gertrude si tenne i cubisti; Leo, con altri capolavori fra cui <em>La Donna con ventaglio</em> di Cézanne, se ne andò a Firenze diventando collaboratore di Bernard Berenson.</p>
<p>**</p>
<p><em>Gertrude Stein morì a 72 anni nel 1947. Alice Toklas, di tre anni più giovane, morirà a 89 anni nel 1967. Nel 1947 si era convertita alla Chiesa cattolica. Entrambe sono sepolte nel cimitero parigino del Père Lachaise. Il nome di Alice è inciso sul retro della lapide di Gertrude. </em></p>
<p><strong><em>Cesare Cavalleri</em></strong></p>
<p><a href="https://www.edizioniares.it/it/contents/Studi-Cattolici/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>*Per gentile concessione si pubblica in anteprima l’articolo di Cesare Cavalleri, “Inarrivabile Gertrude”, pubblicato sul numero di luglio-agosto di “Studi Cattolici”</em></a></p>
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		<title>“Scrivo contro i libri sfrontatamente consumistici, i libri inventati dall’industria, insomma le monete false”. Sulla salutare ferocia di Giovanni Raboni</title>
		<link>https://www.pangea.news/giovanni-raboni-stroncature/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2020 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
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		<category><![CDATA[critica]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Una stroncatura, pur che abbia un minimo di fondamento, serve alla buona salute della letteratura cento volte di più, non solo del silenzio, ma anche di un elogio infondato». Così scriveva Giovanni Raboni sul Corriere della sera il 25 luglio 1998, e questa convinzione ha guidato anche Luca Daino nel confezionare l’antologia di stroncature raboniane, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>«Una stroncatura, pur che abbia un minimo di fondamento, serve alla buona salute della letteratura cento volte di più, non solo del silenzio, ma anche di un elogio infondato».</strong> Così scriveva Giovanni Raboni sul <em>Corriere della sera</em> il 25 luglio 1998, e questa convinzione ha guidato anche Luca Daino nel confezionare l’antologia di stroncature raboniane, pubblicata da Mondadori con il titolo <em><a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/meglio-star-zitti-giovanni-raboni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Meglio star zitti?</a> – Scritti militanti su letteratura cinema teatro</em> (Milano 2019). Giovanni Raboni poeta (1932-2004) è monumentalizzato nel <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/lopera-poetica-giovanni-raboni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Meridiano Mondadori</a> del 2006 e in <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/tutte-le-poesie-giovanni-raboni-9788806220990/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Tutte le poesie 1949-2004</em></a> (Einaudi 2014), ma non era soltanto un grande e talora grandissimo poeta: sommo traduttore dell’intera <em>Recherce</em> proustiana, è un esemplare forse irripetibile di critico militante, ed era giusto rendere accessibile anche questo versante della sua multiforme attività.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73917 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-194x300.jpg" alt="" width="304" height="470" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-991x1536.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-5.jpg 1000w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />L’orizzonte culturale di Raboni è segnato dalla scuola fenomenologica milanese di Enzo Paci, dove ha appreso, come dice Daino, «l’attitudine a “far apparire l’oggetto”, cioè ad ascoltare i testi, a interrogare l’incontro con essi muovendo da una vigorosa attenzione osservatrice e descrittiva».</strong> E il criterio di Raboni critico è di distinguere il vero dal falso: nel caso, i libri autenticamente originali dalla profluvie cartacea immessa dall’industria culturale e sollecitata dalle mode. Per esempio, a proposito del bestseller <em>La Compagnia dei Celestini</em> di Stefano Benni, «annoverato fra gli autori che una parte non irrilevante della critica si ostina a considerare barocchi o neogaddiani», <strong>a Raboni tali autori «sembrano soltanto mediocri falsari che tentano di dissimulare sotto roselline di stucco, incrostazioni di finta madreperla e glasse colorate la superficie di una scrittura non meno piatta e desolata del retro di un casamento popolare».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi trovo quasi sempre d’accordo con le valutazioni di Raboni, con due eccezioni importanti. La prima riguarda Milan Kundera, del quale Raboni giustamente considera capolavoro <em>Lo scherzo</em>, ma poi avrebbe «abbandonato la strada maestra dell’implicito cioè della metafora narrativa, per il viottolo asfaltato dell’esplicito, cioè dell’aforisma e della struttura a vista». <em>L’insostenibile leggerezza dell’essere</em> segnerebbe poi «la sua resa definitiva alla confezione di lusso, all’esibizione del paradosso, allo smercio dell’intelligenza in pillole». <strong>Troppo severo. E dire che Raboni era amico di Kundera fin da quando era ostracizzato a Praga: ma succede di essere più esigenti con gli amici che con gli estranei. L’altra eccezione riguarda nientemeno che Jorge Luis Borges. Raboni ritiene capolavori <em>Finzioni</em> e <em>L’Aleph</em>, ma poi «la produzione di Borges si è fatta smisurata e ripetitiva e, da ultimo, decisamente insignificante».</strong> Al punto che «il nostro tempo verrà ricordato, con grave e (speriamo) compassionevole stupore, come quello in cui si è potuto credere che Jorge Luis Borges fosse un grande scrittore». Eh, no. Personalmente, continuerò a rileggere Borges fino alla (lontanissima) fine dei miei giorni, e, del resto, uno che ha saputo definire la guerra tra Gran Bretagna e Argentina per il possesso delle isole Falkland (o Malvinas, 1982) «la lotta di due calvi per un pettine», merita comunque il Nobel. <strong>Pienamente d’accordo, invece, con il drastico ridimensionamento di Italo Calvino e di Stefano D’Arrigo, di Gibran e anche di Guareschi. Doveroso (e divertente) lo smantellamento di Umberto Eco romanziere: «<em>Il nome della rosa</em> è l’ingegnosa imitazione in legno di balsa o in polistirolo dei grandi romanzi che una volta si costruivano in pietra e mattoni»</strong>; e «un’autentica patacca è l’ultimo romanzo di Eco» (la stroncatura è del 24 febbraio 1990, quindi è da riferirsi a<em> Il pendolo di Foucault</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73918 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/image002-216x300.png" alt="" width="325" height="451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/image002-216x300.png 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/image002.png 324w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" />Quanto al cinema, «lo stile registico di Alberto Bevilacqua [nella <em>Califfa</em>] appartiene (come d’altronde la sua prosa) al peggior dilettantismo, quello di chi non ha il coraggio d’essere un dilettante e cerca di nascondere la propria insipienza linguistica fingendo ambizioni che non ha». <strong>E non si salva neppure le musica di Morricone, che «sembra tolta di peso da un documentario sulla pesca delle anguille». In <em>Aprile</em>, di Nanni Moretti, oltre a «qualche banalità antidiluviana sull’omologazione della stampa, nient’altro che la più trita liturgia della delusione e del disimpegno, la più scontata celebrazione dell’impotenza</strong> (il documentario “civile” che si vorrebbe fare e non si riesce a fare), il più infantile, dispettoso, insignificante rifugiarsi nelle delizie del privato». Nella recensione al <em>Satyricon</em> di Federico Fellini, Raboni esprime una sentenza che vale per tutto il lavoro del grande regista: «Un poeta può anche ignorare il significato e la portata della propria visione del mondo; ma non può “impedirsi” di averne una. Mentre con questo film si direbbe che Fellini abbia cercato, più o meno consciamente, proprio questo: “impedirsi” di avere una visione del mondo. Di qui la sua scelta di oscurità, il suo optare per una rappresentazione ciecamente materica, priva di qualsiasi “chiave” e di qualsiasi possibilità di decifrazione».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni teatrali, ecco che cosa Raboni pensava di <em>Zitti! Stiamo precipitando</em>:<strong> «L’ultima commedia di e con Dario Fo in scena al Nuovo, mi è parsa così sconclusionata, così priva di senso e di mordente da risultare, alla fin fine, persino indescrivibile</strong> (…) Va da sé che qualche momento mimico di Fo (affiancato come di consueto da Franca Rame) è comunque godibile; ma è davvero poca cosa in oltre due ore e mezzo di approssimative, farraginose e innocue scempiaggini». La stroncatura di Raboni è del 3 dicembre 1990. Il 9 ottobre 1997 Dario Fo ricevette dal Re di Svezia il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si deve immaginare che Raboni abbia scritto solo stroncature: Luca Daino, che ne ha scelte 170, nelle pagine finali dell’antologia ha compilato una corposa bibliografia dei testi critici raboniani. Quando nacque il quotidiano <em>Avvenire</em> – dalla fusione del bolognese <em>Avvenire d’Italia</em> con il milanese <em>L’Italia</em> – Raffaele Crovi, che curava il coordinamento culturale del nuovo giornale fortemente voluto da Paolo VI, <strong>decise che Giovanni Raboni fosse il critico cinematografico, e io il critico televisivo, mansione che mantenni per oltre quindici anni, cioè fin quando ci fu la televisione, non l’amalgama di immagini, notizie e pubblicità che a tutt’oggi scorre sui teleschermi.</strong> Il primo numero di <em>Avvenire</em> uscì il 4 dicembre 1968 e Raboni oltre che di cinema, si occupò di letteratura e di altri argomenti culturali. Daino ha antologizzato diversi articoli extra-cinematografici di Raboni pubblicati su <em>Avvenire</em>, e mi piace ricordarne due sull’industria culturale e sull’editoria di poesia. Il 22 febbraio 1969 aveva scritto: «I libri da stroncare – ammesso che la stroncatura sia l’arma giusta e sufficiente – non sono i bei libri che non ci piacciono, i bei libri diversi da quelli che scriviamo o vorremmo scrivere; <strong>ma i libri sfrontatamente e starei per dire scientificamente consumistici, i libri “inventati” dall’industria, insomma le monete false – gli Arpino, i Bevilacqua, i Castellaneta, tanto per citare le prime tre lettere dell’alfabeto – che l’industria vuole imporci (e di fatto, con il prezzolato e colpevole avallo della critica, ci impone) per vere e sonanti».</strong> Tornò sull’argomento il 25 luglio 1971, sempre su <em>Avvenire</em>. A proposito della riluttanza degli editori a pubblicare libri di poesia, accampando motivi e/o scuse come la scarsa vendibilità, la ristrettezza del mercato eccetera, Raboni osservava: «Francamente, credo che i motivi siano più profondi, e ideologicamente più pregnanti. <strong>La poesia è, da sempre, uno strumento di conoscenza “oppositiva”, di messa in discussione della realtà costituita, insomma (se mi si vuol perdonare l’uso di una parola così logorata dall’uso) di “dissenso”.</strong> Ebbene, le industrie editoriali, che evidentemente fanno parte integrante, come strutture, di un sistema che rispecchia e tende a conservare l’esistente, non hanno certo interesse a favorire la diffusione di ciò che può essere portatore di anticorpi, di dubbi, di elementi non epidermici di discussione. Meglio insomma, dal loro punto di vista, un tranquillo, solido romanzo – magari “di sinistra”, magari “sulla contestazione – che non un libro di poesia dove può darsi che la contestazione sia presente, invece, “all’interno”, come progetto linguistico e come visione del mondo».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73919 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-7-180x300.jpg" alt="" width="265" height="442" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-7-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-7.jpg 303w" sizes="(max-width: 265px) 100vw, 265px" />La collaborazione di Raboni con <em>Avvenire</em> si interruppe nell’autunno del 1971, quando il poeta e critico cinematografico, inviato alla Mostra di Venezia recensì con entusiasmo il film <em>I diavoli</em>, di Ken Russell, film profondamente anticristiano, inadatto al pubblico del quotidiano della CEI. Fu una decisione credo consensuale, e comunque inevitabile. Nell’Antologia curata da Luca Daino c’è <strong>anche l’intervento di Raboni, sul <em>Corriere</em> del 6 marzo 1994, in mia difesa nella polemica che divampò dopo una mia stroncatura dell’ultima stesura dei <em>Fratelli d’Italia</em> di Alberto Arbasino. Scrisse Raboni: «Sebbene (l’ho letta e posso testimoniare) la sua [cioè mia] stroncatura palesasse intenzioni e motivazioni esclusivamente letterarie</strong>, è probabile che in Cavalleri non si sia visto il critico del quale si mette in dubbio la competenza o non si condividono le opinioni, ma il censore cattolico del quale bisogna respingere l’invadenza: equivoco che, se fosse vero, la direbbe lunga sui complessi di superiorità e insieme di inferiorità di cui la cosiddetta cultura laica continua ad essere alquanto comicamente infarcita». Ho ricordato quel lontano episodio, anche se direttamente mi riguarda, perché dimostra la libertà di spirito di Raboni e denuncia un andazzo della «cosiddetta cultura laica», a tutt’oggi non tramontato.</p>
<p><em>*L&#8217;articolo qui pubblicato è edito sull&#8217;ultimo numero di <a href="https://www.edizioniares.it/it/contents/studi-cattolici/?id=159" target="_blank" rel="noopener noreferrer">&#8220;Studi Cattolici&#8221;</a> (Febbraio 2020, n.708) come &#8220;Giovanni Raboni: non solo stroncature&#8221;</em></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giovanni-raboni-stroncature/">“Scrivo contro i libri sfrontatamente consumistici, i libri inventati dall’industria, insomma le monete false”. Sulla salutare ferocia di Giovanni Raboni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Addio ad Annalisa Cima, la musa di Montale che stava antipatica a troppi. Il &#8220;Diario postumo&#8221; fu uno tsunami. Lei si diceva così: “Vivo la contraddizione d’essere angelo ed Erinni”</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Sep 2019 05:56:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nata nel 1941, a Milano, il 20 di gennaio, Annalisa Cima fu per alcuni musa inesorabile per altri donna detestabile. Ne era consapevole anche lei, per altro. In una fosforica Autopresentazione poetica si declinò così: “Vivo la contraddizione d’essere angelo ed Erinni…/ Amo Driadi e Silvani, non i poeti nani/ e le loro orme che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/annalisa-cima-ritratto-diario-postumo/">Addio ad Annalisa Cima, la musa di Montale che stava antipatica a troppi. Il &#8220;Diario postumo&#8221; fu uno tsunami. Lei si diceva così: “Vivo la contraddizione d’essere angelo ed Erinni”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nata nel 1941, a Milano, il 20 di gennaio, Annalisa Cima fu per alcuni musa inesorabile per altri donna detestabile. Ne era consapevole anche lei, per altro. <strong>In una fosforica <em>Autopresentazione poetica</em> si declinò così: “Vivo la contraddizione d’essere angelo ed Erinni…/ Amo Driadi e Silvani, non i poeti nani/ e le loro orme che chiamano versi./ Odio chierici e conversi, predatori e untuosi lodatori”. </strong>Visse da artista, con la spavalda eleganza, appunto, delle muse del primo Novecento, con l’attitudine austera e sagace delle muse di sempre. Sapeva ammaliare, dicono. <strong>Akira Kurosawa “presentò una sua mostra di disegni a Tokyo”, frequentò Manzù e Marini, Max Ernst e Picasso, “nel 1967 conosce Murilo Mendes, poeta e critico brasiliano, il musicista Gian Francesco Malipiero, Marianne Moore, Jorge Guillén, Aldo Palazzeschi, Giuseppe Ungaretti, Ezra Pound”.</strong> Il sodalizio con Vanni Scheiwiller si concretizza nella elaborazione di diversi “volumetti della collana ‘Occhio magico’”. Fu lui, Vanni – che vado citando – a redigere la biografia sommaria della Cima e a ricordarne l’incontro fatale (ordito dall’editore, per altro): <strong>“Nel 1968 incontrò Eugenio Montale ed ebbe inizio una grande amicizia basata su una profonda stima reciproca”.</strong> <img decoding="async" class="size-medium wp-image-69946 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-4-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-4-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-4-768x1260.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-4-624x1024.jpg 624w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-4.jpg 1000w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" />Di quella amicizia lunare – lei 27 anni, lui 72 – è esito <em>Diario postumo</em>, raccolta di poesie sparse (dal 1969 in poi), una specie di controcanto poetico, di canto obliquo come bluff ai critici, affidate – con la promessa d’essere opera postuma, dunque <em>posteriore</em> al poeta, cioè <em>altro</em> più che canto ultimo – alla Cima. Mondadori stampa il tutto nel 1996 e si scatena lo tsunami: davvero è Montale? Ma quanto Montale c’è lì dentro: un grammo, un brufolo, una sberla? I critici si sono messi, nonostante i dati in dote, a misurare Montale, filone aureo della poesia italica, in carati. <strong>Per alcuni, il <em>Diario postumo </em>è puro ottone, è fasullo, lo dice anche Wikipedia, l’enciclopedia dei tiepidi (“<em>Diario postumo </em>è, <em>secondo alcuni</em>, l’ottava e ultima raccolta di poesie di Eugenio Montale”; corsivo mio). In ogni caso, Annalisa Cima, “ultima musa di Montale” (così la nota Ansa) è morta, a Lugano, a 78 anni. </strong>Anche gli scarsi indizi che ho allineato fornirebbero il destro per una specie di romanzo. Invece, <a href="https://www.corriere.it/cultura/19_settembre_08/addio-all-ultima-musa-montale-verita-segreti-diario-5c4c7658-d194-11e9-be10-239c488c3af6.shtml" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il ‘coccodrillo’ del ‘Corrierone’</a>, per dire, firmato da Paolo Di Stefano, torna sul tema, negando, sostanzialmente, l’autenticità del <em>Diario</em> <strong>(si capisce fin dal sottotitolo: “avevano fatto discutere le liriche che la donna sosteneva fossero state composte per lei”),</strong> accennando che “nel 2014, il dibattito fu riacceso da nuove ricerche filologiche (di Federico Condello, Alberto Casadei, Paola Italia e altri) che confermavano la tesi di Isella: si tratta di un «falso <em>in toto</em> o in gran parte, frutto di collage o di registrazioni audio». Annalisa Cima ha assistito pressoché in silenzio al ritorno di fiamma dell’affaire attributivo”. A me resta da ricordare la lunga dichiarazione di Maria Corti (su “la Repubblica”, 4 settembre 1997, titolo: <a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/09/04/montale-dopo-il-parapiglia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Montale dopo il parapiglia</em></a>), consapevole del lavoro ultimo di Montale <strong>(“Mi rivelò allora che stava scrivendo una raccolta di poesie che non avrebbe mai consegnato al Fondo, sia perché sarebbe uscita postuma e per di più in ondate successive a distanza di anni,</strong> <strong>sia perché esecutrice testamentaria sarebbe stata la giovane amica Annalisa Cima, a cui la raccolta era dedicata”),</strong> pure per testimonianza diretta (“alla mia presenza Montale consegnò alla Cima un notevole gruppo di fogli manoscritti”). In questa vicenda, Cesare Cavalleri – che conosceva bene sia la Cima che Montale – fu tra chi lottò per avvalorare l’autenticità del <em>Diario postumo</em>. Senza fanfare da fanatico, per carità, riconoscendo che “il meglio di Montale è prima, altrove, anche se per la conoscenza di un poeta grandissimo come lui è necessario leggere tutto” (“Studi Cattolici”, n. 424, giugno 1996), studiando la vicenda fin dagli esordi, optando, all’epoca, per questa ipotesi: “L’autorevole dubbio di Isella è che la Cima avrebbe colto a volo certe frasi, certe battute, di Montale, provvedendo poi lei a dar loro forma ‘poetica’. Può darsi. Ma non può darsi per tutte le poesie ‘postume’” (su “Avvenire”, 26 luglio 1997). In questo caso, ribatto la sua prefazione al libro di Annalisa Cima, <strong><em><a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/altrilibri/le-occasioni-del-diario-postumo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Le occasioni del “Diario postumo”.</a> Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale</em></strong> (Ares, 2012), libro che per altro, piuttosto, testimonia il brio narrativo della fatidica musa. Alcuni ricordi, risolti in forma di sketch, sono cammei mirabili, da romanzo, come questo: <strong>“Qualche mese dopo, quando cominciammo a frequentarci, Montale volle sapere tutto del mio incontro con Marianne Moore a New York.</strong> Nella sua casa al Village, viveva attorniata da animali in miniatura, soprammobili quasi animati che facevano parte del suo mondo poetico. La prima volta che andai a trovarla, al 35 West 9th St., trovai la porta dell’appartamento socchiusa: lo era per lasciar passare i cavi della televisione. Ogni giorno, infatti, Marianne Moore leggeva, in diretta, poesie e racconti per ragazzi. <strong>La poetessa, occhi azzurri, testa circondata da un’aureola bianca, un po’ trasognata e un po’ realista (come quando diede uno schiaffo sulla mano del fotografo Ugo Mulas che aveva osato spostare uno dei suoi animaletti di vetro), non provava alcun timore a vivere con la porta aperta, in una zona della città allora abbastanza a rischio. Diceva: «Ho i miei angeli neri per custodirmi»</strong>, e infatti, di lì a poco, chiamò due ragazze che l’accudivano, in veste di governante l’una, e di segretaria l’altra. Due sudamericane scure come l’ebano e alte come palme”. Anche questo, a onor dei fatti, bisognava dire, della Cima, del suo talento per il cammeo letterario. Ma, si sa, le muse, figure ineffabili, stanno sulle scatole a troppi, lieti di metterle sotto i tacchi anche <em>post mortem</em>. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-69947 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-8-207x300.jpg" alt="" width="216" height="313" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-8-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-8.jpg 400w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />«Ho vissuto e vivo in un mondo elitario, nel quale non sono riusciti ad avvilirmi né calunnie né falsità, abituata sempre a considerare solo le persone speciali alle quali ho dato e do affetto e amicizia. Tutti gli altri, il sottobosco e tutti quei discorsi tendenziosi, non mi toccano, ma non perché sia stoica, solo perché non m’interessano. </strong>Ho una buona considerazione di me stessa e quindi tutto ciò che infanga e corrompe lo lascio lontano dal mio vivere». Così Annalisa Cima parlava di sé a Montale, nel 1979, su richiesta del poeta. Bisogna partire da questa nativa sprezzatura per capire come mai <strong>il legame di amicizia fra un sommo poeta di 72 anni e una poetessa, pittrice e musicista di 27, sia durato per tredici anni, e con un Nobel di mezzo. Montale aveva visto in Annalisa l’alter ego che avrebbe voluto essere, scoprendo in sé un sentimento di paternità e, addirittura, di maternità poetica, impensabile anche per i più fedeli ammiratori del poeta</strong> che «spesso», tra il 1920 e il 1927, aveva incontrato «il male di vivere». Annalisa Cima che, dopo averla letta, aveva pregato Montale di non pubblicare sul <em>Corriere</em>, nel 1969, la lusinghiera prefazione al suo primo libro di versi («Lo pregai di lasciarmi camminare sulle mie gambe») era, per il poeta, la persona giusta per accogliere quel nuovo sentimento di paternità/maternità, e alla quale affidare, anche in sede testamentaria, la propria fama attraverso la cura dell’Opera omnia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al Montale «privato», bastano poche citazioni. <strong>Montale, 1968: «Non appartengo ai paradisi artificiali di Palazzeschi, né agli inferni lussuriosi di Ungaretti; sono un uomo che ha vissuto al cinque per cento. Appartengo al limbo dei poeti asessuati e guardo al resto del mondo con paura»</strong>. Questa autodefinizione fa giustizia definitiva delle illazioni (becere) non solo sul legame Montale/Cima, ma anche sui rapporti del poeta con le altre sue ispiratrici, Volpe compresa. Di Annalisa Cima è questa definizione, esistenziale e letteraria, monito per i critici futuri: «Uomo del non-possesso, della fantasia resa realtà, è corso sino alla fine verso immagini che materializzava o, meglio, verso persone che smaterializzava». Dalle pagine di Annalisa Cima emerge un Montale affettuoso e scherzoso, sensibile all’amicizia al punto da condividere quell’ipotesi stravagante di «comune» di artisti che avrebbero lavorato e vissuto insieme. E scopriamo, sotto la maschera burbera del poeta che ci è stata tramandata, un uomo che si diverte a organizzare burle agli amici, Gianfranco Contini compreso, senza rinunciare a permali perfino verso Vanni Scheiwiller, fedelissimo amico e complice, che lo andava a trovare quasi quotidianamente. <strong>Certamente la «burla» più riuscita è però quella verso i critici e i lettori futuri, che sta appunto all’origine del <em>Diario postumo</em>.</strong> Annalisa Cima ne accenna in breve, ma non si può dimenticare che il <em>Diario postumo</em> è stato oggetto della polemica più aspra e pretestuosa dell’ultimo scorcio del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che l’autenticità del <em>Diario</em> sia stata messa in dubbio da Dante Isella (1922-2007) è ormai solo il ricordo del più clamoroso abbaglio da cui un critico montaliano sia stato accecato, e spiace che, nella successiva campagna mediatica, si sia distinto anche Giovanni Raboni (1932-2004), amico e poeta da me stimato a diversissimo titolo.</strong> Sull’autenticità del <em>Diario postumo</em> non può nutrire dubbi chi abbia un minimo di raziocinio. Ci sono le testimonianze di Maria Corti, di Giuseppe Savoca (che ha perfino pubblicato<em> Le concordanze del Diario postumo</em>), di Rosanna Bettarini, Guido Bezzola, Piero Bigongiari, Marco Forti, Emerico Giachery, Oreste Macrì, Alessandro Parronchi, Silvio Ramat, Andrea Zanzotto, per non parlare della mostra degli autografi allestita a Lugano dal 24 al 26 ottobre 1997. Questo nuovo libro, da cui ricevono luce molte poesie del <em>Diario postumo</em>, non si iscrive come ulteriore e ormai innecessario tassello in quell’antica polemica, bensì va letto come utile commento e, ancor più, come «Occasione» (la parola è inevitabile) per rileggere a mente riposata le poesie dell’ultimo Montale. Certo, ci sono interessanti spunti biografici e metatestuali: per esempio, la completa identità della misteriosa Adelheit, citata da Montale nel D<em>iario del ’71 e del ’72</em>, e nel <em>Quaderno di quattro anni</em>, e che le scarne note di Annalisa Cima al <em>Diario postumo</em> (1996) lasciavano nel mistero. <strong>Ci sono i tic e le consuetudini del Montale quotidiano, e la straordinaria complicità dell’amicizia con Annalisa: ma, quel che più conta, è la possibilità di verificare lo stacco letterario che metabolizza «l’occasione» in poesia. </strong>L’autocommento affidato da Montale ad Annalisa Cima è un caposaldo inamovibile per i critici presenti e futuri: <strong>«I primi tre libri [<em>Ossi di seppia</em>, <em>Le occasioni</em>, <em>La bufera</em>] sono scritti in frac, gli altri in pigiama, o diciamo in abito da passeggio. Forse mi sono reso conto che non potevo continuare a inneggiare a Clizia, alla Volpe, a Iride, che del resto non esistono più nella mia vita.</strong> Quando scrivevo i primi libri non sapevo che avrei raggiunto gli ottant’anni. Passati gli anni, guardandovi dentro ho scoperto che si poteva fare altro, l’opposto anche». Da qui il tono colloquiale, aforistico, ironico e «occasionale» da <em>Satura</em> in poi. Ma c’è di più. Montale prosegue: «Poi c’è un fatto di orecchio, di orecchio musicale (i critici non ne tengono abbastanza conto): <strong>ho voluto suonare il pianoforte in un’altra maniera, più discreta, più silenziosa». </strong>L’orecchio assoluto di Montale gli consente una spontaneità metrica tanto più stupefacente quanto più sommessa. Prendiamo, per esempio, la seconda strofa di <em>Mattinata</em>:</p>
<p>Ad ogni apparizione<br />
fai rifiorire vegetazioni nuove.<br />
Non hai un cliché:<br />
emergi singolare. È il segno<br />
che travalica gli umani.<br />
A noi, in questo anfiteatro<br />
di brutture, non resta<br />
che ricordo e dulia<br />
qual duplice ristoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso per verso abbiamo: un settenario / un quinario e un settenario / un quinario / un altro quinario (<em>emergi singolare</em>) / seguito in enjambement da un intero endecasillabo (<em>È il segno / che travalica gli umani</em>) / ancora due quinari / e tre settenari in chiusura. <strong>L’apparente «semplicità» del dettato è in realtà un’abilissima e spontanea elaborazione dell’endecasillabo, il metronomo della poesia italiana, nelle sue due componenti (quinari e settenari).</strong> È questa l’«altra maniera» di suonare il pianoforte dell’ultimo Montale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito di pianoforti, è inevitabile il confronto tra <em>Tentava la vostra mano la tastiera</em> degli <em>Ossi</em> (<em>Opera in versi</em>, p. 42) e <em>Il ritratto</em>, con la differenza che là la giovane Paola Nicoli era colta in un attimo di smarrimento, mentre qui Annalisa Cima è «pronta a spiccare il volo». Ma, per tornare al metabolismo fantastico di Montale («immagini che materializzava, persone che smaterializzava»), esemplare è <em>Il caffetano bianco</em>, in cui la figura della giovane poetessa sulla spiaggia di Forte dei Marmi è meno delineata dalla testimonianza visiva del poeta, che non dalla descrizione che gliene fece Carmelo Bene. Analogamente, la volpe azzurra indossata da Annalisa Cima diventa, per misteriose ragioni di metrica, «muflone blu cobalto» (settenario) nella dedica <em>20 gennaio o 30 anni</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un cenno, sia pure in sede impropria come questa, è tuttavia doveroso per la poesia di Annalisa Cima, la cui opera finora pubblicata è racchiusa in <em>Di canto in canto</em> (Longo, Ravenna 2007), con prefazione di Paolo Cherchi. Per la qualità, è sufficiente leggere la poesia tradotta in castigliano da Jorge Guillén (p. 67); ma quel che preme sottolineare <strong>è la diversità di tono e contenuti rispetto alla poesia anche dell’ultimo Montale: astratta e «filosofica» la poesia di Cima, gnomica e di cronaca quella di Montale. Del resto, è Annalisa Cima a dichiarare allo stesso Montale che i suoi poeti preferiti sono Ungaretti e Zanzotto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Resta da sottolineare la centralità della poesia <em>Il clou</em> nel <em>Diario postumo</em>. Annalisa Cima ne riconduce il significato alla «conversione» di Montale da Spinoza a Leibniz, ma Oreste Macrì è andato oltre, in due lettere che ho pubblicato nella <em>Revue des Études italiens</em> (n. 3-4, 1998). In data 5 agosto 1997, Macrì mi aveva scritto: «L’approssimarsi di Montale al cattolicesimo fu lungo e graduale; per molti anni di “non praticante”. La Mosca era cattolica ebrea, affine alla Brandeis, motivo per il quale Montale rinunziò all’invito di recarsi in America. La poesia<em> Il clou</em> del <em>Diario postumo</em> termina: “E fu così che il tuo parlare / timoroso e ardente, mi rese / in breve da ateo credente”. La resistenza “gnostica” fu lunga e duratura; la conversione si operò a mio parere nella seconda dimora in via Bigli a Milano. <strong>Rammento che ivi andò a trovarlo il Fabiani, che ne scrisse su <em>Oggi</em>, se non ricordo male. Salito al piano dell’appartamento del poeta trovò la porta socchiusa e scorse Montale inginocchiato davanti alla televisione che ascoltava la Messa».</strong> E ancora, il 29 agosto 1997: «Mi confermo nell’idea che l’ultima sua donna, Annalisa Cima, celebrata nel <em>Diario postumo</em>, costituisce per lui la liberatrice e salvatrice. Nella poesia <em>Il clou</em>: “<em>Ratio ultima rerum&#8230; id est deus</em>. E fu così che il tuo parlare / timoroso e ardente, mi rese / in breve da ateo credente”. E nella poesia di p. 67 la chiama “voce di salvazione”, vocabolo specificamente spirituale cristiano». Lasciamo impregiudicata, nel segreto delle coscienze, l’ipotesi macriana (che tuttavia condivido), e concludiamo con Montale che, nella poesia di risposta al rimprovero di Annalisa per aver accettato il Nobel, scrisse: «Il tempo degli eventi / è diverso dal nostro».</p>
<p><strong><em>Cesare Cavalleri</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Eugenio Montale e Annalisa Cima. Si conobbero nel 1968</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/annalisa-cima-ritratto-diario-postumo/">Addio ad Annalisa Cima, la musa di Montale che stava antipatica a troppi. Il &#8220;Diario postumo&#8221; fu uno tsunami. Lei si diceva così: “Vivo la contraddizione d’essere angelo ed Erinni”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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