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	<title>canzoni Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Se analizziamo i testi di Franco Battiato ci ritroviamo classicisti a tutto spiano… Ovvero: sui rapporti tra poesia e canzone</title>
		<link>https://www.pangea.news/canzoni-classici-battiato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2020 09:48:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sono suggestioni.  Se analizziamo i testi di Franco Battiato ci ritroviamo classicisti a tutto spiano: Delenda Carthago non solo è la ripresentazione musicale della nota orazione catoniana all’alba della terza guerra punica ma è anche una sua rimodulazione di medesimi sintagmi storiografici (cfr. conferendis pecuniis con Tac. Ann. XV, 45: interea conferendis pecuniis pervastata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non sono suggestioni.  Se analizziamo i testi di Franco Battiato ci ritroviamo classicisti a tutto spiano: <em>Delenda Carthago </em>non solo è la ripresentazione musicale della nota orazione catoniana all’alba della terza guerra punica ma è anche una sua rimodulazione di medesimi sintagmi storiografici (cfr. <em>conferendis pecuniis</em> con Tac. <em>Ann. XV</em>, 45: <em>interea conferendis pecuniis pervastata Italia).</em> Le contiguità non toccano casi isolatissimi: il mito di Odisseo da Omero a Guccini insieme a quello di Orfeo ed Euridice da Ovidio a Carmen Consoli hanno lo stesso pubblico tra ieri ed oggi in un racconto vincente che sfama da sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-72840 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/disco-300x300.jpg" alt="" width="342" height="342" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/disco-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/disco-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/disco-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/disco.jpg 599w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" />Dunque, se è vero che è difficile, in alcuni casi, documentare una volontaria trasmissione diretta di luoghi comuni, è altrettanto evidente che, volente o nolente, la tradizione che ci ha preceduto abbia lasciato tracce di sé in un ventaglio di idee e modi di dire che ad essa comunque riportano, </strong>come ad evidenziare un debito di riconoscenza che, ad un livello più alto, platonico, potremmo aggiungere, è ri-conoscere sul piano cognitivo.  Questione di magnetismo genetico, allora! Si sa poi che tante nostre espressioni camminano senza il nome dei loro autori: non per questo il retaggio culturale è meno forte!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è un autore italiano, <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-melosio_(Dizionario-Biografico)/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Francesco Melosio</a> (Città della Pieve</strong><strong>, 1609-1670), che può entrare a pieno titolo nel vivo di questa modesta discussione: un autore minore del panorama storico italiano che non è passato inosservato ai suoi tempi, malgrado le informazioni su di lui siano piuttosto digiune.</strong>  Delle notizie di cui siamo in possesso, fu colto umanista e profondo conoscitore delle leggi: entrò al servizio dei potenti non solo a Roma, ma anche a Venezia ed a Torino; del resto, era prevedibile questo mecenatismo, a mo’ d’invarianza per traslazione dei tempi! Attraverso le poesie denunciò, pur con apparente amenità, il profondo malessere del tempo. Tra le sue opere si ricordano: <em>Discorsi accademici</em>, <em>Orione</em>, <em>Sidonio e Dorische</em> e <em>Poesie e prose</em>. Un sonetto, per cominciare, sembra il background culturale di qualche canzone di un quarantennio fa. «Donne con carte a mazzo andar potete / mentre alle carte voi vi assomigliate, / che son di stracci, e voi in stracci andate, / elle dipinte, e voi pitture siete. / Voi le spade negl’occhi ogn’or tenete, / i danari di voi son chiome aurate, / i bastoni ne’piedi ognor portate, / e per coppe nel seno i sassi havete. / La fierezza è di voi cavallo fiero, / per re io stimo ognor vostra beltade, / ed ha per fante l’huom vostro pensiero. / Chi serve a voi ben tosto in asso cade, / e per parer di carte un mazzo intiero, / portate in prospettiva il due di spade»; <strong>per la cronaca è il componimento “Si paragonano le donne a un mazzo di carte”, quasi la versione femminile del <em>Re di denari</em> di Nada (1972):</strong> «Non cerco un re di denari / io cerco un fante di cuori / sai la mia reggia dov’è / sotto le stelle con te. / A chi mi offre denari / io gli rispondo picche / a chi mi offre dei fiori / tutto il mio cuore darò. / La vita è un gioco / mischia le carte / ride chi vince / chi perde piange / ma la partita / è solo una / nella vita ci vuole fortuna / una rivincita non ci sarà. / Addio bel re di denari / amo il mio fante di cuori / la tua ricchezza cos’è / quando l’amore non c’è. / La vita è un gioco / mischia le carte / ride chi vince / chi perde piange. / Se muore il sole / nasce la luna / nella vita ci vuole fortuna / io la fortuna l’ho avuta con te».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro testo lirico, intitolato «Grammatica amorosa», poi, è particolarissimo nel suo genere e lo scoprirete a seguire: «Superlativo di bellezze siete / cara Eurilla mia, mio sustantivo, / tra voi, e me non è comparativo, / ma nel mio cor solo il gerundio havete. / Di pene all’infinito mi tenete, /ben che di voi sia sempre all’ottativo, / senza arrivar gia mai al coniuntivo, / e ’l genitivo far, come sapete. / Quando havran fine i mei pensieri patienti. / che la mia vita fan, che omai declini, / per mandarli di morte a’deponenti? / Deh per finir questi crudei latini, / io bramo pur per imitar gl’agenti, / solo con voi un dì fare i supini». <strong>Colpisce l’osservazione sulla comunicazione che è tale nella misura in cui la conoscenza morfosintattica sia anche parente dell’Eros: guai fare strafalcioni quando si cucca, sarebbe imperdonabile! Come non ricordare Lorenzo Baglioni col suo <em>Congiuntivo</em> sul palco Ariston del Festival di Sanremo:</strong> un’irresistibile canzone pop che gioca con ironia e intenti didattici sul tanto bistrattato congiuntivo: «oggigiorno chi corteggia / incontra sempre più difficoltà / coi verbi al congiuntivo / Quindi è tempo di riaprire / il manuale di grammatica / che è molto educativo. / Gerundio imperativo / e infinito indicativo / molti tempi e molte coniugazioni ma / Il congiuntivo ha un ruolo distintivo / e si usa per eventi / che non sono reali / È relativo a ciò che è soggettivo / a differenza di altri modi verbali / E adesso che lo sai anche tu / non lo sbagli più. / Nel caso che il periodo sia della tipologia dell’irrealtà (si sa) / ci vuole il congiuntivo. / Tipo se tu avessi usato / il congiuntivo trapassato / con lei non sarebbe andata poi male / condizionale/ segui la consecutio temporum».</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72841 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/Cop_Congiuntivi_piccola-200x300.jpg" alt="" width="251" height="377" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Cop_Congiuntivi_piccola-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Cop_Congiuntivi_piccola.jpg 300w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" />Addirittura, un po’ di <em>Latinorum</em>, chiosa il cantante, che me lo fa ammirare ancor di più, specie alla luce della considerazione che personalmente ho delle lingue antiche come rafforzamento del linguaggio materno. Certo la sua analisi si ferma a quest’unico modo verbale, emblema del dubbio socratico e della dialettica democratica: di certo si accoda ad una lunga eredità che è andata avanti, portando le proprie idee, pur non riconoscendo ad esse la paternità dovuta. <strong>Oggi corre l’obbligo di curvare sempre più l’attenzione sulla nostra parlata, ridotta ai minimi termini, con un lessico scilinguato e sgangherato, tra modi e tempi verbali scrematissimi rispetto alla nomenclatura con cui, da piccolissimi, li abbiamo appresi tra non pochi sacrifici. A proposito, c’è un romanzo noir interessantissimo, <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/la-strage-dei-congiuntivi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“La strage dei congiuntivi”</a>, di Massimo Roscia, edito da Exòrma Edizioni, che denuncia il decadimento della conoscenza della lingua italiana, l’uso improprio e scorretto che se ne fa sia a livello scritto che orale.</strong> Calzante è un frustulo che sottopongo alla benevola attenzione dei nostri lettori: «soverchiante indicativo che soppianta il congiuntivo schiacciandolo sotto le sue forme grezze ed elementari. Maledetto vecchio che ancora dopo tanti anni non sa distinguere il modo della realtà da quello della possibilità, del dubbio, dell’incertezza. Vorrei acciuffarlo per il bavero e… urlare che il congiuntivo non è un’inutile o aristocratica complicazione da eliminare; il congiuntivo serve per esprimersi meglio, per comunicare correttamente il significato di una frase, farsi comprendere da coloro che ci ascoltano».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La trama!? Provo a sviscerarla senza tramare contro di essa. In tempi di crisi, come questi, un uomo di una Giunta comunale, Gross Donkey (dall’inglese: asino, somaro, zuccone colossale), chiude il luogo in cui essa è ancora custodita: da qui al suo omicidio il passo si fa breve. </strong><strong>Chi ha ucciso l’assessore alla cultura? </strong><strong>Sembra l’eco di “<em>chi ha ucciso Laura Palmer</em>?”, interrogativo che è diventato il mantra degli anni ’90.</strong>  Sul banco degli imputati una spanna di bizzarri personaggi con un grande disegno criminoso a difesa di una lingua quotidianamente vilipesa, deturpata e ferita a morte: tutti pseudonimi di apologisti dell’antichità. Dionisio il Trace (al secolo Renato Scitio), Cratete di Mallo (Eric Vermillon), Partenio di Nicea (Liang Zitian), Eutichio Proclo<em>,</em> (William Popgun), Asclepiade di Mirlea (Maurice Bonnet): doppie personalità nel loro doppione storico. Paladini dell’analisi morfologica, logica e sintattica della nostra <em>langue</em>, potremmo chiamarli tutti <em>in toto</em>!  A perorazione di costoro la grammatica martirizzata come alibi vendicatore: congiuntivi invertiti con i condizionali, verbi intransitivi resi transitivamente, gerundi sfregiati, troncamenti confusi con le elisioni, concordanze e reggenze errate, frasi smangiate da ogni sorta d’errore e d’orrore: insomma, di tutto e di più! <strong>La poesia, a questo punto, può essere terapeutica: in effetti le farmacie letterarie, avviandomi alla conclusione, possono trarci fuori da nebulose indistinte e condurci sani e salvi.</strong> Parlare bene, e mi taccio, è anche sentirsi meglio, sicuramente!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Polopoli</em></strong></p>
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		<title>“Quelle dei Beatles saranno anche canzonette, ma sono perfette. Un sollievo dai problemi del quotidiano”: Franco Zanetti parla del suo ultimo libro sui quattro ragazzi di Liverpool, con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/franco-zanetti-intervista-beatles/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2019 06:01:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché, da qualche decennio, viviamo proiettati nel passato? Ristampe di classici letterari, remake di film intramontabili, riedizioni ampliate della discografia di grandi nomi della musica popolare. Ma cosa accade intorno a noi? Lo sappiamo davvero? Arriva un momento, nel corso dello sviluppo storico, in cui il passato diviene terribilmente ingombrante. Ciò che è stato non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Perché, da qualche decennio, viviamo proiettati nel passato?</strong> Ristampe di classici letterari, remake di film intramontabili, riedizioni ampliate della discografia di grandi nomi della musica popolare. <strong>Ma cosa accade intorno a noi? Lo sappiamo davvero?</strong> Arriva un momento, nel corso dello sviluppo storico, in cui <strong>il passato diviene terribilmente ingombrante</strong>. Ciò che è stato non è più motivo di avanzamento, ma fardello e palla al piede – o, almeno, qualcosa di molto simile sostiene Nietzsche. Secondo altri, invece, ci sono <strong>libri, autori, dischi, ecc., di cui si parlerà per il resto dell’umana esistenza sulla Terra</strong> ed è giusto che sia così. Dal loro punto di vista il presente e i suoi frutti non sono mai fondamentali come <em>ciò che è stato</em>, o, se non altro, necessitano di alcuni decenni per essere assimilati e valutati per così dire “a passioni sopite”. Difficile dire chi abbia ragione. È certo, comunque, che <strong>i Beatles sono, in tal senso per la musica popolare, più o meno quello che Aristotele è per la filosofia e Dante per la poesia</strong>. I quattro ragazzi di Liverpool <strong>piacciono sostanzialmente a tutti</strong>, almeno in un episodio della loro produzione – anzi, sono probabilmente <strong>uno dei rarissimi casi di consenso diffuso a livello planetario</strong>, come Lucio Battisti lo è nella dimensione nazionale. Per tutta questa serie di motivi e non solo, era doveroso dedicare la necessaria attenzione a <strong>Franco Zanetti</strong> con il suo <a href="https://www.giunti.it/catalogo/il-libro-piu-bianco-dei-beatles-9788809880368" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Il libro (più) bianco dei Beatles. Le storie dietro le canzoni</em></strong></a> (Giunti, 2019), un testo arrivato oramai alla settima edizione e ora ristampato con tutta una nuova sezione dedicata a ben centouno canzoni inedite, o riscoperte, della band di <em>Love Me Do</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70571 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro-6-211x300.jpg" alt="" width="226" height="321" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-6-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-6-768x1093.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-6-720x1024.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-6.jpg 1000w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" />Partiamo dalla ratio di questo suo libro: perché è stata richiesta una nuova versione, con l’analisi di ben centouno canzoni in più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima edizione del libro è uscita nel 2012 e, con mia piacevole sorpresa, è andata molto bene rispetto agli standard delle pubblicazioni di argomento musicale. Finora ha avuto ben sette edizioni, praticamente una ogni anno. L’editore mi ha chiesto, pertanto, di pensare a un aggiornamento del testo. Siccome in questi ultimi sei-sette anni non ci sono state rivelazioni straordinarie su nascita, composizione, esecuzione e registrazione dei brani classici, ho pensato di concentrarmi su quanto trascurato in precedenza. Nella prima edizione, il criterio di selezione era stato molto rigido: avevo trattato solo i pezzi pubblicati tra il ’62 e il ’70. Mi sono reso conto però che, negli anni successivi e soprattutto in quelli più recenti, sono uscite diverse canzoni che non rientravano nel novero delle duecentoundici ufficialmente pubblicate dai quattro ragazzi di Liverpool durante la loro attività. Queste tracce, per la gran parte, sono contenute in <em>Anthology </em>e <em>Live at the BBC</em>. Vi sono stati poi altri album ufficiali, con brani inediti che non erano mai stati precedentemente resi disponibili <em>in modo regolare</em>. Uso l’aggettivo “regolare” perché gli appassionati, gli storici e gli studiosi che hanno frequentazione con i bootleg, queste canzoni le conoscevano e le avevano già sentite. In particolare, tra le pubblicazioni successive si segnalano, oltre alle già menzionate, un’antologia di brani del ’63 comparsa solo su iTunes e un’edizione rinnovata dell’album <em>Let It Be</em>. È inoltre uscita una raccolta dei loro pezzi natalizi realizzata per il fan club e la versione ampliata del <em>White Album</em>, con parecchi altri brani inediti. <strong>Ho pensato infine di includere anche due dischi che non sono propriamente ufficiali, ma facilmente reperibili in maniera legittima. Si tratta delle registrazioni effettuate nel 1962 ad Amburgo, allo Star-Club, che racchiudono molte cover e il disco con i provini che i Beatles sostennero durante un’audizione alla Decca, il primo gennaio del 1962.</strong> A quel punto, avendo fatto novanta, ho pensato bene di fare centouno e ho aggiunto le canzoni che Lennon e McCartney, separatamente o insieme, hanno scritto per altri interpreti nel periodo di attività comune. Sono circa una dozzina. E così, ecco qui il <em>Il libro (più) bianco dei Beatles</em> in versione <em>extended</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre avuto un dubbio e vorrei sentire la sua opinione in merito: quelle dei Beatles sono solo canzonette, o c’è qualcosa di più? Il sospetto mi sorge se paragono le loro composizioni, per esempio, a brani di autori coevi o quasi, come i Doors o Simon &amp; Garfunkel.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Premesso che io trovo la definizione di “canzonetta” per niente spregiativa – anzi, credo che questa costituisca un grande sollievo per la vita quotidiana di ognuno di noi –, ritengo che i Beatles siano stati soprattutto un grande gruppo pop, ancor più che rock, e in questo senso potrei dire che sì, i loro brani sono canzonette. Lo sono anche perché quasi tutte facilmente cantabili, per quanto segnate in generale da una qualità molto buona quando non buonissima.<strong> Sono quindi persuaso che loro stessi rivendicherebbero il privilegio di poter scrivere e cantare pezzi <em>leggeri</em>. Prova ne sia un brano di Paul McCartney, successivo al periodo con i Beatles, intitolato <em>Silly Love Songs</em>, ovvero “Sciocche canzoni d’amore”, un vero e proprio elogio della canzonetta scacciapensieri – o, se non scacciapensieri, perché non allegra, comunque emozionante.</strong> I quattro, com’è noto, non hanno mai frequentato la canzone cosiddetta impegnata. Quando hanno trattato argomenti sociali, o tangenzialmente politici, l’hanno fatto sempre in maniera non declamatoria o predicatoria. Pertanto direi che le loro sono sì canzonette, ma molto belle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70572 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/AbbeyRoad-300x225.jpg" alt="" width="360" height="270" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/AbbeyRoad-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/AbbeyRoad-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/AbbeyRoad.jpg 1024w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />Qual è l’aspetto più curioso nella storia dei quattro ragazzi di Liverpool?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi capita spesso di sottolineare il fatto che i Beatles abbiano cominciato come cover band, quindi suonando canzoni altrui. <strong>Sono convinto che questa lunga gavetta nei locali britannici e tedeschi sia stata fondamentale per Lennon, McCartney e Harrison (il terzo autore del gruppo), per imparare a scrivere e comporre brani propri.</strong> Si consideri che loro sono un unicum per quei tempi: nessun gruppo musicale si scriveva i pezzi. Ecco, direi che la caratteristica singolare dei Beatles consiste nell’essere stati tra i primi autori a eseguire le loro stesse canzoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Visto che lei ha studiato approfonditamente tutta la loro produzione, qual è il brano dalla gestazione più laboriosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È una domanda complessa, perché il termine “gestazione” prevederebbe anche che parlassimo del tempo passato tra l’ideazione e la registrazione. Ma questi sono dati che non possiamo ricostruire con esattezza. <strong>Sicuramente, una delle canzoni più complesse da realizzare in studio è stata <em>A Day in the Life</em>.</strong> Ma ci sono anche altri brani, apparentemente più semplici, che hanno richiesto parecchio tempo per la registrazione perché, provando e riprovando, i Beatles non riuscivano comunque a trovare una soluzione che li soddisfacesse. Si ricorre spesso a questo proposito all’esempio di <em>Strawberry Fields Forever</em>, della quale Lennon era l’autore principale. La versione finale del brano è stata il frutto della giunzione fra altre due, ottenuta con un trucco molto ingegnoso in studio: rallentando una e velocizzando l’altra. Il punto d’unione si trova intorno al minuto uno. Ascoltandole, ed essendo a conoscenza di questo artificio, lo si percepisce ma, se lo si ignora, esso passa del tutto inosservato. Questo è stato uno dei tanti felici contributi di George Martin, il loro produttore di studio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei si è mai chiesto in cosa risiedesse l’alchimia tra John, Paul, George e Ringo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Me lo sono chiesto e ho letto tante interpretazioni in merito. La mia idea è che, per quel che concerne il caso di John Lennon e Paul McCartney, cioè la coppia principale di autori, questa sia derivata dal fatto che i due erano molto diversi tra loro – non solo caratterialmente, ma anche per quanto riguarda i gusti musicali. La continua collaborazione e interazione ha fatto sì che l’uno intervenisse sugli abbozzi di canzoni dell’altro, attenuandone gli eccessi – di romanticismo, per quel che concerne McCartney, o di quell’autobiografismo che, da un certo momento in avanti, è diventata la cifra di Lennon –, in modo da ottenere una miscela più equilibrata. <strong>Per quel che riguarda invece l’alchimia tra i quattro, come sappiamo, negli ultimi anni era andata un po’ deteriorandosi. Soprattutto in relazione al ruolo di George Harrison che, essendo il più giovane del gruppo, era sempre stato tenuto un po’ in disparte, senza riuscire a essere considerato l’eccellente autore che in realtà era,</strong> né dagli altri né da George Martin. Invece per quel che concerne l’immagine, la ricezione e l’impatto, che il gruppo ha avuto, questa è dipesa dal fatto che avessero quattro personalità evidentemente diverse – che sono state semplificate negli anni dicendo che Lennon era sarcastico, McCartney diplomatico, Harrison silenzioso e Star simpatico. In realtà, a sentire alcuni dei loro collaboratori, i Beatles erano un mostro a quattro teste. La loro forza come gruppo, comunque, derivava dall’essere tutti e quattro di Liverpool, dall’aver condiviso parte dell’infanzia nel dopoguerra e dalle letture, ma, soprattutto, dalla frequentazione di programmi televisivi e radiofonici comuni. Ciò ha fatto sì che il loro background fosse particolarmente compatto. Anche se non è facile spiegarlo al pubblico, perché non esistono tanti documenti, le loro conferenze stampa, quelle alle quali si sottoponevano quotidianamente durante i tour (soprattutto negli Stati Uniti), sono un bell’esempio di quanto i quattro fossero complici. Ecco, io direi che sembra di avere a che fare con dei commilitoni che abbiano fatto insieme la guerra. Lo si nota anche da come ognuno completi le frasi dell’altro, durante quelle conferenze. E ciò evidentemente può derivare soltanto da una coesione profonda a livello umano, oltre che professionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riuscirebbe a individuare chiamiamoli dei <em>periodi</em> entro la produzione beatlesiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che la cosa è abbastanza agevole. C’è un primo periodo pre-produzione, che è quello appunto delle cover. Questo prosegue idealmente fino al terzo album, poiché nei primi tre lavori vi sono ancora esecuzioni di brani altrui. Segue poi quello d’inizio della produzione discografica, che va da <em>Please Please Me</em> a <em>Beatles for Sale</em>. Il successivo prende le mosse con <em>Rubber Soul</em> e prosegue con <em>Revolver</em>, culminando con <em>Sgt. Pepper&#8217;s Lonely Hearts Club Band</em>. Durante questo i Beatles diventano musicisti da studio, cominciando a considerare quest’ultimo alla stregua di uno strumento vero e proprio. I loro brani risultano più complessi e articolati, sia dal punto di vista della struttura che delle sonorità. <strong>E appunto <em>Sgt. Pepper&#8217;s</em>, che è considerato probabilmente il disco di musica pop rock più importante, anche se non il più bello della storia del genere, è lo zenit di questa appassionata sperimentazione. L’ultimo periodo è quello del <em>White Album</em>, che è una specie di liberi tutti, in cui ognuno dei quattro si dedica particolarmente alle proprie composizioni, mentre gli altri collaborano. Tutto si conclude con <em>Abbey Road</em>, il penultimo disco pubblicato, che in realtà è l’ultimo a essere stato inciso.</strong> Questo è una specie di canto del cigno che si chiude simbolicamente con una canzone breve intitolata <em>The End</em>, in cui tirano le somme di nove anni insieme, salutando il pubblico con quello che è considerato un album epocale – si consideri che è il più venduto dei Beatles negli Stati Uniti e quindi nel mondo. Esso, pur essendo di grande qualità, non dà però più spazio a nuove sperimentazioni, perché i quattro avevano sostanzialmente già realizzato tutto quello che avevano da realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70573 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/white-album-300x300.png" alt="" width="348" height="348" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album-300x300.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album-150x150.png 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album-768x768.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album-1024x1024.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album-333x333.png 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/white-album.png 1200w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" />Tra le centouno canzoni che lei ha voluto aggiungere al novero della loro produzione, quale le sembra la più riuscita e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una domanda molto difficile. E lo è perché centouno canzoni tra cui scegliere sono tante. Escluderei le cover perché non di loro composizione e soprattutto in ragione del fatto che non aggiungono granché all’analisi della loro scrittura musicale. C’è invece una canzone piuttosto graziosa, che secondo me non avrebbe sfigurato se registrata dai Beatles stessi – per quanto loro non l’abbiano mai fatto. <strong>Si intitola <em>World Without Love</em> ed è stata scritta da McCartney per un duo inglese da loro patrocinato. Sceglierei questa, insieme a un’altra della stessa serie, <em>I’ll Keep You Satisfied</em>. Rispetto ai pezzi coevi, del ’63-’64, questi non hanno niente del brano di scarto, quello cioè non riuscito o <em>mancante</em>. Sono invece canzoni complete – peraltro dei successi commerciali –, affidate ad altri interpreti, che probabilmente avrebbero avuto ancora più risonanza se suonate dai loro compositori originali.</strong> Sono canzonette perfette nella forma, con dei testi piacevoli. Infatti, c’è da rimpiangere che non si abbiano dei provini articolati e completi di queste. Ci sarebbe poi una famigerata canzone – in verità, più che altro, si tratta di una composizione sperimentale – intitolata <em>Carnival of Love</em>, che i Beatles incisero, guidati da Paul McCartney, per uno spettacolo d&#8217;avanguardia. Il brano dura venti minuti ed è un po’ il Sacro Graal per i collezionisti. Benché ne circolino delle versioni forse corrispondenti all’originale, questo pezzo non è mai comparso ufficialmente su nessun album. Se decidessero di pubblicarlo, farebbero contenti molti studiosi e cultori. Il brano certo è piuttosto complesso, fatto di rumori e suoni sperimentali. Ricorda un po’ la famosa <em>Revolution 9</em>, o quanto facevano i Pink Floyd degli esordi e forse proprio per questo finora non è ancora venuto alla luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più di uno ha sostenuto che oramai la nostra esistenza sia fondata sulla nostalgia. Abbiamo quindi una compulsiva tendenza alla riproposizione di album storici, o di remake di film che hanno segnato la nostra vita nei decenni andati. Lei crede che l’aura che ancora circonda i Beatles sia dovuta a ciò, all’assenza di valore dei prodotti dell’industria culturale odierna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentichiamo che quando i Beatles pubblicavano i loro dischi, almeno fino a <em>Sgt. Pepper&#8217;s</em>, nessuno ha mai pensato che fossero di particolare valore culturale. Potrebbe anche essere quindi che, fra vent’anni, i nostri figli scopriranno una qualche valenza, che noi non siamo riusciti a scorgere, nella trap o nella elettronica e dance. Solo il tempo potrà dirci se alla musica di oggi sarà in tal senso attribuibile il merito che riconosciamo a quella dei Beatles. Ma tornando al punto, oggi come oggi, chi acquista dei supporti sonori è certamente un pubblico adulto. Se questo va a ricomprarsi per esempio <em>Abbey Road</em>, tanto per menzionare l’ultimo disco appena ripubblicato in edizione rimasterizzata e ampliata, è perché già lo conosce e probabilmente prova una fitta di nostalgia ricordando quando da giovane l’ha ascoltato la prima volta.  In tutto ciò, quindi, la nostalgia ha chiaramente il suo peso. Al di là delle canzoni, ci ricordiamo di come era importante per noi il momento dell’acquisto di un LP, quando lo portavamo a casa, lo mettevamo sul piatto e poi ci alzavamo per cambiare il lato del vinile. Ecco, credo che nella riscoperta attuale dei vecchi dischi giochi molto questo: quegli album non erano per noi semplici contenitori di canzoni, ma oggetti per i quali ci faceva piacere risparmiare, da conservare con cura e far ascoltare agli amici. Di questi tempi, la musica cosiddetta liquida è praticamente gassosa, perché priva di supporto. Viene peraltro ascoltata attraverso strumenti (telefonini e computer) che non hanno grande rispetto della qualità originale. Se fosse possibile restituire alla musica e al cinema – in attesa di doverlo dire anche per i libri – il concetto di un oggetto di cui fa piacere non solo godere, ma anche possedere, forse potremmo immaginare un’inversione di tendenza. <strong>Io, per dire, ho, credo, quattordici copie di <em>Sgt. Pepper&#8217;s</em> e dodici di <em>Abbey Road</em>, ma continuerò come uno stupido a ricomprarle anche quando, tra dieci anni, uscirà un’edizione in occasione del sessantesimo anniversario. Però, il disco che prendo in mano, quando voglio risentire quest’ultimo, è la mia versione comprata nel 1969, quando avevo sedici anni, perché quel vinile lì, con i suoi graffi e i salti di puntine, con quella copertina un po’ smanacciata, ha un valore affettivo.</strong> Per quanto molti non lo comprendano, l’oggetto amplifica il valore del contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franco-zanetti-intervista-beatles/">“Quelle dei Beatles saranno anche canzonette, ma sono perfette. Un sollievo dai problemi del quotidiano”: Franco Zanetti parla del suo ultimo libro sui quattro ragazzi di Liverpool, con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Romina Falconi, la cantautrice psico-pop che passeggia sul ciglio dell’abisso e cita Pavese, Montherlant, Nietzsche (e se stessa). Intervista con gioco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2019 08:32:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“A chi, mentre cade rovinosamente, chiede scusa”. Esistono persone così, e a loro è dedicato Biondologia, il nuovo album di Romina Falconi, da lei stessa definito “una mappa psico-emozionale di tutti gli schiaffi della vita”. Romina è un’artista che il suo pubblico se l’è sudato: nata a Torpignattara, un quartiere popolare di Roma, ha fatto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/romina-falconi-biondologia-intervista-viviana-viviani/">Romina Falconi, la cantautrice psico-pop che passeggia sul ciglio dell’abisso e cita Pavese, Montherlant, Nietzsche (e se stessa). Intervista con gioco</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“A chi, mentre cade rovinosamente, chiede scusa”. Esistono persone così, e a loro è dedicato <strong><em>Biondologia</em></strong>, il nuovo album di <a href="http://www.romina-falconi.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Romina Falconi</strong></a>, da lei stessa definito <strong>“una mappa psico-emozionale di tutti gli schiaffi della vita”</strong>. Romina è un’artista che il suo pubblico se l’è sudato: nata a Torpignattara, un quartiere popolare di Roma, ha fatto <strong>gavetta nei piano bar e tentato anche la strada di Sanremo e X Factor</strong>, ma era già troppo sé stessa per venire incanalata nel mainstream. Poi l’incontro con <strong>Immanuel Casto</strong>, il geniale <strong>inventore del porno groove</strong>, che nei duetti con lei diventa persino eterosessuale, ha iniziato a darle popolarità. Da solista se ne discosta, trova uno stile personale, ma ironia e sensualità rimangono il suo marchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67466 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/foto-1-37.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Cosa significa “Biondologia”? È una scienza? Un reparto psichiatrico? Forse entrambe le cose. “L’arte di passeggiare con disinvoltura sul ciglio di un abisso”, recita il sottotitolo.</strong> L’essere bionda dentro, sorridendo a chi scambia la leggerezza per stupidità. Anche perché nel caso di Romina l’intelligenza è palpabile. È in ogni gesto, in ogni parola, a volte anche tagliente, quasi corrosiva. Nei testi è spesso <strong>politicamente scorretta, non nasconde la rabbia verso l’uomo che l’ha ferita, augurandogli la morte, offendendone addirittura la madre</strong>, non si fa scrupoli nel tentare di rubarlo all’altra, né di chiamare “cozza” o “barbie mignotta” la rivale in amore, e altrettanto è dura nel darsi della cretina, della fallita, senza alcuna pietà verso sé stessa. <strong>Sembra dirci che abbiamo diritto a tutti i sentimenti, anche a quelli negativi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Romina è una coincidenza di opposti, nella sua persona come nell’arte. Sicura e sensuale sul palco, quando parla rivela i tratti della timidezza. È insieme <strong>raffinata e popolare, colta e sboccata, struggente e disincantata, disperata e ironica</strong>. E, pur essendo decisamente bella, i suoi amori sono tutti disastrosi. <strong>Esprime quell&#8217;eterno senso di inadeguatezza che è tipico delle persone che non ne avrebbero alcun motivo.</strong> Per usare una nota citazione di Walt Whitman, si potrebbe dire che contiene moltitudini, ma ancor più mi ricorda un’espressione del greco antico, usata da Euripide nell’Alcesti, “<em>dakruoengelasai</em>”, sorridere tra le lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Biondologia</em> troviamo un pop raffinato e accattivante, ma quel che più di tutto emerge è la <strong>potenza della scrittura</strong>. Oltre alle canzoni, anche il libretto che le accompagna è una vera e propria miniera da esplorare, in cui Romina <strong>mescola citazioni dei grandi della letteratura a conversazioni con le amiche al telefono e perle di saggezza di sua nonna Agata</strong>. Fino ai ringraziamenti finali, tra cui il più sentito, “agli schiaffi che ho preso”. Ognuna delle <strong>dodici tracce</strong> racconta uno stato emotivo, con una <strong>voce narrante che potrebbe essere quella del paziente dall’analista</strong>: non vuole aver ragione né essere giudicato, ma soltanto sentirsi un po’ meglio. Con Romina ho voluto fare un gioco: per ognuna delle dodici canzoni, io ho detto il mio verso preferito, lei il riferimento, letterario o meno, che gliel’ha ispirata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poesia nera</em> è il rimorso, affronta il lato oscuro che è in ognuno di noi.</strong> <strong>Il verso: “crudele è l’innocenza, che uccide solo chi l’ha persa”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non fidarti delle donne quando ammettono il male” (C. Pavese)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le 5 fasi del dolore </em>è il percorso del modello di Elisabeth Kubler-Rossdal rifiuto all’accettazione.</strong> <strong>Il verso: <em>come sbatto la porta io, come sbatto la porta bene, però poi resto lì dietro, sola ad aspettare te</em></strong>. <strong>A me ricorda la Mina di <em>L’ultimo gesto del clown</em>, che quando attaccata al telefono implora “fa che sia lui”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Viva chi mi abbandona! Mi ridà a me stesso” (H. de Montherlant). Ma nelle frasi più grottesche anche la genuinità del signor Carunchio in <em>Travolti da un insolito destino</em>!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vuoi l’amante</em> è la dipendenza affettiva, l’incapacità di fare a meno di una persona. Mi fa pensare a un’altra grande interprete, Mia Martini in <em>Minuetto</em>, ma al suo amore incondizionato aggiungi la rabbia e l’ironia.</strong> <strong>Il verso: “mi dicevi sei speciale, ma poi vuoi quella normale”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ma il peggiore nemico che puoi incontrare sarai sempre tu per te stesso” (F. Nietzsche). E la giovane Anna Magnani in <em>Mamma Roma</em>, mentre scrivevo pensavo proprio a quel personaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <em>Troppo tardi</em> è il rimpianto, la tristezza di coloro che pur amandosi ancora non si cercano.</strong> <strong>Il verso: “che aspettiamo non si sa per non essere lontani, aspettiamo di trovarci forse un giorno al centro anziani”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“L’essere umano più miserabile del mondo è quello che vive nell’indecisione” (W. James). E Massimo Troisi in <em>Pensavo fosse amore invece era un calesse</em>, quell’orgoglio, il bisogno d’amore e al tempo stesso la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Latte+</em> è il desiderio e forse la canzone più sensuale dell’album. Parla di una donna che si lascia andare ai sensi senza remore, ma al risveglio era solo un sogno. Fa pensare che noi della generazione <em>Sex and the city</em>, alla fine, a fare solo sesso come gli uomini non abbiamo mai imparato, se non nella fantasia.</strong> <strong>Il verso: “e non so se te l’ho già detto, so stringerti dentro”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Devi perdere il tuo senso del pudore nell’istante in cui mi pensi” (G. D’annunzio, <em>Il piacere</em>) e tutto <em>Storia di una passione</em>, le lettere di Anais Nin e Henry Miller.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong><em>Cadono saponette</em> è il pessimismo in amore: se uno sembra perfetto, qualcosa deve avere da nascondere, minimo un figlio illegittimo.</strong> <strong>Il verso: “giuro sarò più ottimista di così, ma come con la dieta inizio lunedì”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La differenza tra l’ottimista e il pessimista è che il pessimista l’ha presa in culo prima”. Di chi sarà questa citazione? È mia! Questa canzone è davvero ispirata alla mia vita, che altro dire?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sei mejo te</em> è l’egocentrismo, parla ai criticoni, quelli che ne sanno sempre più degli altri. Sbaglio o nasce da una conversazione reale con un tuo amico?</strong> <strong>Il verso: “c’è chi finge una vita perfetta e ha gli occhi pieni di luce ed invece io c’ho gli occhi di Cristo anche se sono felice”<em>.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa canzone nasce da uno scambio di messaggi vocali tra me e il mio amico Roberto Recchioni, lui è autore e curatore di Dylan Dog ma fa anche un sacco di altre cose. Ma quelle parole le immagino anche dette da Aldo Fabrizi e dalla Sora Lella. Se fosse un film e se fossimo negli anni ’70 chiederei a Monicelli di dirigerlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tienimi ancora</em> è la paura d’amare. E mi torna di nuovo in mente Mina, questa volta con <em>Bugiardo e incosciente</em>.</strong> <strong>Il verso: “abbandonarmi a te non mi va per niente ma ho il corpo pieno delle tue impronte”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non ho paura della morte ma dell’amore” (Alda Merini). È una lettera che nasce per non essere consegnata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sex tape</em> è l’esibizionismo e tratta un tema molto attuale, per il quale si sta muovendo anche la legge: il revenge porn.</strong> <strong>Il verso: “rovinami tutta ma attento al trucco, un sex tape è per sempre”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato alle popstar americane, tipo Madonna, ma l’epilogo è fallimentare. Mi piaceva l’idea di un contrasto, l’esibizionismo mixato alla goffaggine. Ma di farsi fare un sex tape non lo consiglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ringrazia che sono una signora</em> è la rabbia, e qui sei arrabbiata davvero!</strong> <strong>Il verso: “mi incazzo come un’ape, ti buco tutte le ruote”.</strong> <strong>Ci vedo la piccola ape furibonda di Alda Merini, o forse inizio a cercare citazioni anche dove non ce ne sono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è quella e ce ne sono anche tante altre qui di rabbie, c’è Tarantino, c’è <em>Il canzoniere della morte</em> di S. Toma, ma più di tutto quella di Sorrentino in <em>Hanno tutti ragione</em>: “La rissa è oggettivamente una cosa meravigliosa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ci vediamo presto</em> è il lutto, il dolore per la scomparsa di una persona cara, e forse la traccia più seria e triste dell’album.</strong> <strong>Il verso: “ho messo in conto la tua assenza, non mi vedo più intatta, adesso miro alla banalità”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è ancora la tristezza di Pavese, ma la vera musa è mio fratello che non c’è più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Buona vita arrivederci</em> è la rinascita, ma soprattutto una rottura con il passato, in cui mandi al diavolo chi ti ha fatto del male: un padre, un’amica, un ex.</strong> <strong>Il verso: “buona vita arrivederci a chi va via e mi libera per sempre”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato di salutare per sempre le figure importanti della mia vita che non mi hanno fatto bene. La lettera di addio di Pavese mi è stata di grande ispirazione. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”. Ma anche una frase di Eleonora Duse su Gabriele D’Annunzio. “Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto perché ho amato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Intervista di <strong>Viviana Viviani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Editing di <strong>Matteo Fais</strong></p>
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		<title>Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 12:59:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su La Verità. Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/">Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su <em>La Verità. </em><strong>Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: <em>all’aspirante poeta.</em></strong> L’articolo è pieno di buon senso e di alati cliché. Da sempre, in troppi scrivono – perfino romanzi – e troppo pochi leggono.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà, che “dieci milioni” di italiani scrivano poesie non è un problema, anzi. Meglio una poesia, pur brutta, di un mitragliatore, che male c’è? Si appesta l’aria estetica ma non si uccidono innocenti.</strong> Che uno scriva i propri pensieri istoriandoli sul torso del tramonto o sul ghigno della luna senza leggere, studiare, capire, non mi sorprende: tanti giocano a calcio la domenica, con gli amici, senza applicarsi. Più che poesia, quello è sgranchirsi il cuore, notoriamente grave di buoni sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, poi i “dieci milioni” si mettono pure a pubblicare, togliendo il posto al sole ai quattro ‘laureati’, possono farlo, nessuno rifiuta gli stracci in versi al giusto prezzo. Anche in questo caso, chi ha paura dei “dieci milioni”? <strong>La poesia ha natura inafferrabile e bastarda, da sirena con muso di Cerbero: col romanzo puoi fregare il prossimo – per me è ancora un mistero il fatto che uno come Catozzella pubblichi per Feltrinelli, per dire. Con la poesia no. La poesia sceglie i suoi.</strong> Indipendentemente dalle griffe editoriali – che da un paio di decenni, ormai, non hanno alcun ruolo, se non parziale, nell’autenticare un’opera poetica – e dalle gaffe della critica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La natura della poesia è inafferrabile e bastarda. <strong>Nessuno può riconoscere una grande opera poetica perché si riconosce – che ovvietà – soltanto ciò che già si conosce.</strong> Eppure, è vano recitare la parte dell’incompreso: qualcuno che ti comprende c’è sempre. La fama, in poesia, è un paradosso, c’è da averne paura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In poesia, intendo, si è sempre <em>aspiranti</em>, si aspira all’ispirazione – non si è mai <em>arrivati</em>, si è ispirati soltanto a momenti. In fondo non si acquisisce mai lo statuto di poeta – eccolo, il poeta. Non c’è <em>status</em>, ma stato. Lo dice W.H. Auden, uno che, indubitabilmente, riteniamo un poeta, tra i grandi: <strong>“Agli occhi altrui si è poeti se si è scritta una bella poesia. Ai propri, lo si è solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in potenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di far poesia, forse per sempre”.</strong> Un poeta non fa teatro: se gli dicono che è poeta, fugge la didascalia, fa esercizio di contraffazione, si nasconde, agita una mania di ombre, e fa bene, perché la poesia è più importante del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, si è sempre aspiranti: chi fa della poesia una professione sa di mentire. <strong>Si vive poeticamente, semmai, non si è mai poeti. Vivere poeticamente, ad esempio, significa sperare nel successo di un altro e armarsi per aiutarlo più che percorrere il proprio – negarsi la carriera lirica, percorrendo tutte le contraddizioni (senza perpetuare il male altrui) per il gusto di scrivere un bel verso, per regalarlo al primo che passa.</strong> Un poeta non ‘sistema’ la propria opera – la stabilisce. Poi la dimentica – c’è un certo vizio, una malattia maliziosa nei poeti che recitano a memoria i propri versi, una spudoratezza a cui bisogna rispondere domandando a costoro se conoscono a memoria la ‘Commedia’, il <em>Canzoniere</em>, l’opera di Leopardi, quella di Pasternak e di Brodskij, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La necessità di insegnare poesia nelle accademie è di tipo meramente cerebrale. Chi non conosce la poesia resta, nonostante il talento, un sommo cretino. “Dall’incapacità di pensare in modo poetico – ossia di risolvere il discorso nelle sue immagini e nei suoi ritmi originali, per poi ricombinali a più livelli di pensiero simultaneamente, ottenendo una molteplicità di significati – deriva l’incapacità di pensare con chiarezza in prosa”, scrive Robert Graves, consapevole che “in prosa si pensa a un solo livello alla volta”, che la prosa è spesso “un susseguirsi meccanico di gruppi di parole stereotipati”.<strong> Non pensare in modo poetico – anche sul piano ‘politico’ – vuol dire arrendersi ai limiti della grammatica e della visione suprrficiale, non trovare soluzioni sontuose a superare l’impasse, appiattire il nostro destino. Per questo, la necessità di insegnare poesia nelle accademie. </strong>Ma apprendere una tecnica – va da sé – non significa fare un poeta. Il linguaggio ha un destino proprio, per questo la poesia, spesso, accade tra gli incredibili, gli incolti, gli strambi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema, in effetti, non sono i “dieci milioni”, ma le decine di poeti arrivisti e arrapati, famelici di fama, </strong>che fanno i portaborse dei manager della poesia per scavargli la fossa e sostituirli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66320 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg" alt="" width="147" height="226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare.jpg 650w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Undici anni fa la poesia era sputtanata, ieri come oggi come sempre. In un impeto di nitidezza, tentai una sintesi censendo nove poeti che celebrassero la poesia del futuro. L’antologia, pubblicata da Città Nuova, s’intitola <em>La stella polare: poeti italiani dei tempi “ultimi”. <strong>Ultimo</strong></em><strong> s’intendeva, anche, a mo’ di stimolo estetico: il poeta è quello che è al di là, che scrive parole ultimative, non ulteriori. I nove poeti stavano a indicare nove modi della poesia italiana recente</strong>, destinati a durare (ergo: non ho antologizzato chi è prossimo alle mie preferenze liriche, soprattutto chi è diversissimo). I poeti sono questi, e mi pare che siano ancora tra gli eccellenti: Maria Grazia Calandrone, Pierluigi Cappello, Francesca Serragnoli, Riccardo Ielmini, Simone Cattaneo, Isacco Turina, Federico Italiano, Alessandro Rivali, Isabella Leardini. Il più giovane degli antologizzati è più vecchio di me: sono un megalomane della glossolalia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo gesto che mi pare necessario – orientare: il titolo è tratto dal <em>Giulio Cesare </em>di Shakespeare: “fermo come la stella polare/ che per solida fissità e resistenza/ non ha pari nel firmamento” – e di netta ferocia – mi rileggo: <strong>“Quella del baciapile è una categoria dura a morire. Una folta falange di poeti ‘di vent’anni’, che oggi sono uomini di trenta e non più coccolati e vispi Lautréamont del circolo, opera come se dovesse costruirsi la carriera da poeta in cattedra. Hanno trent’anni, ma è come ne avessero ottanta” </strong>– ora se ne associa un altro, altrettanto necessario. Rileggere l’egemonia di un canone di cartapesta, da fette di salame sugli occhi. Lo ha fatto Silvio Raffo, che in una antologia impressionante delle “Poesie del Novecento”, <em>Muse del disincanto – </em>in uscita per Castelvecchi – rovina le sacre premesse dei critici da mausoleo, dei poeti da monastero delle cose consuete. Così l’introduzione di Raffo (sul libro, tornerò più avanti): “Accade spesso, più o meno sempre, che i “mostri sacri” – quelli appunto consacrati dalla tradizione ma anche dalle mode culturali – detengano nettamente il primato, di presenze e di spazi, rispetto a nomi di altrettanto indiscutibile valore, che per diversi e a volte incongrui motivi – di rispondenza o non rispondenza ai canoni e ai gusti della critica militante e delle cosiddette tendenze – vengono relegati a ranghi di insignificante livello. <strong>L ’assenza di certi nomi dalla quasi totalità delle antologie, così come la sproporzione del numero di saggi critici sulle distinte opere di autori di pari valore, mi è sempre parsa una sorta di discrasia lesiva di un’oggettiva valutazione critica in un’area così ricca di sfumature tutte apprezzabili, specie se si pensa alla prima metà del secolo. (Nella seconda alla quantità assai maggiore dei nomi non corrisponde certo la qualità dei risultati).</strong> In quest’antologia è dedicato uno spazio più o meno equivalente a poeti come Montale e Lucio Piccolo, come Ungaretti e Bigongiari, o Quasimodo e Libero de Libero. Insomma, si è cercato di abbattere l’usuale e spesso ridicola barriera che separa i “maggiori” dai “minori”, richiamando l’attenzione anche su questi ultimi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo: la corruzione non è nel gesto di uno dei “dieci milioni” di poeti della domenica – che magari è avventato, magari avveniristico – ma <strong>nel sacrario editoriale di chi pensa che la poesia sia cosa domestica, raggiunta. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Della poesia si dice sempre l’agguato, lo stravolgente, il nudo, la bambina che si alza la gonna e riempie di stupore alcuni e di colpa altri”, ritaglio da una lettera di Silvia Bre, poeta. Cos’altro c’è, appunto? </strong>Agguato, travolgente, nudità, bimba che fa fionda della gonna, l’aggraziato e l’osceno, la gloria e lo scandalo, l’indifeso. Appena l’accarezzi, e la poesia ti è in gola – che differenza parziale c’è tra vipera e vita. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina: W.H. Auden con Benjamin Britten, 1941, National Portrait Gallery, Londra</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/">Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 07:47:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. Paolo Giovanazzi, autore per Giunti di Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nirvana-paolo-giovanazzi-giunti-musica/">Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. <strong>Paolo Giovanazzi</strong>, autore per <strong>Giunti </strong>di <a href="https://www.giunti.it/libri/musica/nirvana-teen-spirit/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni</em></strong></a>, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta e furia seguendo le voraci esigenze di un mercato che non vede l’ora di spremere soldi dal cadavere di uno dei più grandi gruppi musicali di sempre. Giovanazzi racconta <strong>la storia di ogni singola canzone della band di Seattle, da quando fu concepita nella mente di Cobain al mixaggio finale, con il trasporto con cui Bukowski narra di una sua bevuta o Agatha Christie rivela infine il nome dell’assassino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero, raccontare i Nirvana non è semplice. L’autore lo fa prendendo in esame i pezzi in tutte le variazioni, mutazioni, <strong>restituendoci il travaglio di ogni singolo accordo di Kurt o rullata di Grohl</strong>, parlandoci delle chitarre spaccate e dei pezzi di batteria riparati con lo scotch.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo è per gli appassionati, ma può tornare utile a chiunque voglia immergersi nella cupa vitalità di un gruppo che, inconsciamente e suo malgrado, ha fatto da specchio dei tempi. Apatia, instabilità emotiva, difficoltà nello stare al mondo, nel tollerarlo. L’idea che, in ultimo, “non importa”. Giovanazzi, con la sua prosa coinvolgente, ha dato voce a tutto questo, a un passato che ci ha segnati e che inevitabilmente sembra sempre lo si viva ex post. <strong>Anni della nostra vita che ci sono sfuggiti dalle mani, ma dai quali non vorremmo mai distaccarci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66207 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg" alt="" width="184" height="263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28.jpg 1566w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" />Partiamo da una riflessione generale. Non ti sarà sfuggito che, per fare il verso a una famosa canzone, non si esce vivi dagli anni ’80 – ma direi anche dai ’90, come dai ’60 e ’70. Qualcuno ha parlato di sindrome da nostalgia e remake. I giovani vanno ai concerti dei Rolling Stones, ovvero di quattro – non so più quanti siano, in realtà – arzilli vecchietti. I Guns ’n’ Roses sono tornati e stanno sulla cresta dell’onda, malgrado Axl Rose assomigli sempre di più al vecchio zio, ex playboy, oramai alcolizzato e male in arnese. Che opinione ti sei fatto in merito a questa tragica e un po’ grottesca situazione? C’è ancora in giro il fermento di un tempo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà non credo che sia poi così diversa la situazione, rispetto al passato. È il mercato a essere mutato. Una volta per ascoltare la musica si pagava, questa è la differenza più evidente. <strong>Per fare soldi, oggi, bisogna fare concerti. Chi ha una storia, o un nome, rimasti nella memoria ha da spenderli il più possibile e sono pochi quelli che hanno resistito al richiamo – ad esempio gli Smiths, che hanno rifiutato offerte decisamente notevoli. Visti i soldi che ci sono in ballo, non so se al loro posto avrei fatto altrettanto, a voler essere totalmente onesto.</strong> Quanto al fervore, al momento: forse c’è fin troppa produzione, in realtà. Se vai a scavare, al di là del cosiddetto mainstream o della musica indipendente più istituzionalizzata, esiste veramente una quantità impressionante di roba in circolazione. Negli anni ’80 e ’90, arrivare a confezionare un disco era più difficile. Registrare e stampare costava molto di più e ciò, di per sé, determinava una severissima selezione. Chi arrivava al disco aveva già un suo pubblico. Oggi come oggi un album è alla portata di tutti, come poi inserire qualcosa su Spotify. Puoi fare tutto da casa, anche le registrazioni. Dunque, la mole è tale che risulta più difficile orientarsi. Poi, sai, per molta gente subentra la questione dell’età, la stanchezza. Diciamo che la voglia di scoprire cose nuove passa. Direi che, quindi, il fermento al momento è notevole, ma c’è troppo in giro ed è difficile trovare qualcosa che metta d’accordo un po’ tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai, ancora a distanza di venticinque anni, siamo qui a parlare di Kurt Cobain e dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bella domanda, ma rispondere è difficile. Ci sono cose che rimangono, mettiamola così. Potremmo chiederci perché, negli anni ’80, io e i miei compagni di classe compravamo i Doors che, per quanto più vicini, erano già morti e sepolti. Per i Nirvana non ti so dire, non ho la percezione di quanti salti generazionali abbiano compiuto. Vedo in giro tanti giovani con la loro maglietta, ma so che non è più come quando ero ragazzo io. Non significa appartenenza, ma unicamente che ti piace la maglietta. Ai miei tempi, comprare la t-shirt di un gruppo era un segno distintivo. Adesso, non so. Forse per qualcuno. <strong>Insomma, non so quanto i ragazzi abbiano ancora interesse nei Nirvana. Per chi ha la mia età conta la nostalgia, il fatto che ti piacevano e ci sei rimasto attaccato. Tanti, come dicevo prima, dopo una certa età smettono di seguire. </strong>Si sono formati i loro gusti: ciò che gli piaceva è anche quello che continuano ad ascoltare. Poi, ovviamente, chi detiene i diritti dei Nirvana ha interesse a mantenere viva la cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giustamente sta scritto nella presentazione del tuo testo “Sono usciti tantissimi libri sui Nirvana ma nessuno come questo. Si è sempre privilegiato l’aspetto biografico, la drammatica storia di Kurt Cobain e l’impetuosa ascesa della band nei giorni furenti del grunge di Seattle. Si è sempre fatta poca attenzione alla musica, alle canzoni. Qui invece abbiamo un libro che parla di canzoni; in maniera dettagliata, precisa, quasi maniacale”. Come mai hai fatto questa scelta? Volevi riempire un vuoto del mercato, o pensi che il culto del personaggio Cobain abbia finito per mettere in secondo piano la qualità artistica della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe darti una <em>risposta da autore</em>, ma la verità è piuttosto banale. La Giunti ha una collana di libri sui gruppi e le loro canzoni. A me andava bene rientrarci, perché preferisco scrivere dei singoli album e brani, piuttosto che il solito libro biografico. Ho fatto pertanto un lavoro di ricerca, d&#8217;archivio, recuperando tutte le varie riviste, i libri e ricercando sui siti internet. La ratio di tale operazione è che anche l’appassionato più fanatico è difficile abbia voglia di andare a raccogliere tutto quello che si sa su ogni pezzo, sulle sue varie fasi. <strong>Una nuova biografia avrebbe senso solo avendo informazioni di prima mano, magari dopo aver parlato con qualcuno che conosceva bene la band e ti racconta qualcosa che ancora non sia noto alle cronache.</strong> Altrimenti, i fatti più o meno si conoscono. Negli anni precedenti avevo fatto un lavoro simile a questo con Springsteen e i Rolling Stone – due imprese abbastanza complicate, data la quantità di canzoni. Con i Nirvana, che decisamente hanno una produzione ridotta, è stato molto più semplice. Per risponderti, comunque, direi che il mio è, essendo io un giornalista, un libro da giornalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiariscici un punto una volta per tutte, per favore: i Nirvana sono grunge?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un po’ un falso problema, nel senso che, per dare una risposta definitiva, bisognerebbe avere una definizione precisa di cosa sia stato il <em>grunge</em>. Il termine ha iniziato a prendere piede, nella stampa musicale, quando sono emersi una serie di gruppi, con i connotati di quella che solitamente viene definita come “una scena”: area geografica abbastanza delimitata, nella fattispecie Seattle, una o due etichette del posto, come per esempio la Sub Pop. Ci sono, poi, un paio di teorie su come sia nato il nome. La più accreditata è quella secondo cui i Mudhoney, alla domanda su come fosse la loro musica, risposero proprio “grungy”, come dire “sporca”. Questa definizione deve essere piaciuta particolarmente perché, da quel momento, si è diffuso l’uso del termine, fino a divenire distintivo per un certo genere di band. Ci sarebbe però da chiedersi quali siano, in ultimo, i tratti caratteristici del <em>grunge</em>. Sul sito del produttore Jack Enedino, c’era per esempio una polemica contro quelle riviste che lanciano rubriche del tipo “i dieci migliori album grunge”. Lui contestava il fatto di vedervi figurare un disco come l&#8217;<em>Unplugged</em> dei Nirvana, sostenendo che il grunge è una musica da gruppo rock e suona distorta. La definizione, però, è quantomeno vaga. <strong>Infine “grunge” è un’etichetta, un capello messo su una serie di gruppi gravitanti intorno a un certo giro e caratterizzati da un suono duro e aggressivo. Come i Nirvana, che incidevano per la Sub Pop, e, pur non essendo di Seattle, vi abitavano.</strong> In tal senso, sì, lo erano. Per il resto la definizione risulta piuttosto fumosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi delineare le mutazioni più evidenti nella carriera dei Nirvana, quali indicheresti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio più evidente è quello tra il primo album, <em>Bleach</em>, e <em>Nevermind</em>. Mentre in <em>Bleach </em>vi erano molti riff pesanti, con lui che vi urlava sopra, il secondo album presenta melodie e pezzi orecchiabili che suonano ancora duri e cattivi, ma con ritornelli più <em>easy listening</em>. Quello è stato il rivolgimento più evidente e la chiave che ha permesso loro di vendere tanto. <strong>Forse <em>In Utero</em> è stato una mediazione tra le due anime, quella pop unita a quella rock più rumorosa e dissonante. Nell’ultimo disco in studio viene inoltre riservata maggiore attenzione al testo, inseguendo una dimensione narrativa.</strong> In <em>Nevermind </em>le liriche erano invece costituite da frasi slegate tra loro, a volte anche contraddittorie <strong>–</strong> si veda, per esempio, <em>Come as you are</em> in cui un verso contraddice quello precedente, senza intenzione di raccontare alcunché. Rimarrà il dubbio di che strada avrebbero preso dopo <em>In Utero</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso, esistono canzoni palesemente brutte dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Palesemente brutta direi <em>Beans</em>, contenuta nel cofanetto <em>With the Lights Out</em>. In verità, non so nemmeno se la si possa definire una canzone, visto che si tratta semplicemente di Cobain che fa lo stupido con un registratore, velocizzandosi la voce. Di proprio orribili, per il resto, non me ne vengono. Poi, è questione di gusti. Io, personalmente, non sono mai stato un entusiasta di <em>Bleach</em>. Lo trovo abbastanza ripetitivo. Non mi dice granché – non era nelle mie corde e non lo è tuttora. <strong>Conoscevo già qualcosa di quel primo album, quando uscì <em>Nevermind</em>, e il mio scarso amore per esso è anche il motivo per cui non vidi i Nirvana dal vivo, quando per ben due volte passarono qui in Brianza, prima che la fama li travolgesse. A quei tempi stavano girando in Europa, ma suonavano ancora in locali piccoli.</strong> Snobbati i concerti in zona, di lì a qualche giorno, ascoltai <em>Teen Spirit</em>, rendendomi conto che probabilmente avevo fatto una cazzata. Forse quello era il loro momento migliore, l’ideale per vederli dal vivo, quando la formazione si era definita con Dave Grohl alla batteria, il loro stile era già formato, ma loro stavano ancora girando con un furgone. Durante l’ultimo tour, invece, c’era già qualcosa che non funzionava. Lui cominciava a essere stanco, o comunque non era nelle condizioni migliori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piacerebbe che scegliessi la tua preferita tra le canzoni dei Nirvana e introducessi i lettori al suo ascolto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento, sceglierei <em>All Apologies</em>. È una canzone scritta molto prima della sua pubblicazione. Le prime registrazioni risalgono addirittura ai tempi di <em>Nevermind</em>. I pezzi di <em>In Utero</em> nuovi, in realtà, erano veramente pochi. Cobain aveva recuperato diverso materiale precedente e ciò significa che in quel periodo stava scrivendo poco. In una delle ultime interviste aveva detto che sarebbe stato bello vedere cosa sarebbe riuscito a tirare fuori per il disco successivo, visto che non aveva più brani da parte e avrebbe dovuto, per così dire, cominciare da zero. Poteva essere il segnale che, in realtà, il momento magico era già finito. <strong>Il motivo per cui ho scelto questo brano, comunque, è che ne apprezzo la melodia, una delle migliori scritte da Cobain, tant’è che ha addirittura ricevuto l’onore di una cover da Herbie Hancock. Ne parlai anche con lui, quando lo intervistai anni fa. Mi raccontò di aver rifatto questo pezzo perché, in quel suo album, in cui aveva deciso di riprendere brani rock per trasporli in chiave jazz, quello dei Nirvana era veramente la scelta più improbabile. Insomma, si trattava di una sfida. </strong>Al contempo, questo brano gli offriva più possibilità per via della melodia ben definita. Un altro aspetto che mi affascina è che, in una delle prime versioni, il pezzo fosse concepito come acustico, vagamente alla Beatles <strong>–</strong> una parte di tamburello, effettivamente, li ricorda. Infine mi piace il fatto che Cobain la considerasse una canzone dedicata alla moglie e alla figlia, anche se nel testo non vi si fa riferimento. Era la melodia a dargli un senso di pace e ciò lo legava al pensiero delle due. Questo è peraltro indicativo di come desse maggiore importanza alla musica rispetto ai testi. Com’è noto, lui spesso scriveva questi all’ultimo minuto. Chi ama psicanalizzare ti direbbe che ciò significa che tirava fuori quello che aveva dentro senza filtrarlo. In verità, non lo sapremo mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 11:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”. Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/">“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”.</strong> Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali nascosti, alti prelati in odore di pedofilia che esercitano impunemente il ministero della Chiesa. Tutti li additano come indegni, ma nessuno riesce a cancellarli dalla vita pubblica, costringerli a restituire il maltolto o portarli a giudizio e ottenerne la condanna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accanto ai potentoni cui tutto è consentito, esiste un’altra categoria di intoccabili: quelli che godono del favore del popolo, o di una parte consistente di esso.</strong> Sarà un caso, o forse no, ma si tratta, per lo più, di uomini feticcio della sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vi racconto cosa mi è successo poco fa, dopo avere letto su un popolare quotidiano che gli undici milioni di spettatori incollati alla tv a vedere Montalbano sono tutti a favore dell’accoglienza, come il Commissario. <strong>Poiché tale concetto mi è parso risibile e fazioso, ho approfittato del pulpito digitale (l’unico, ahimè, che mi è concesso), obiettando su Facebook che, secondo quel ragionamento, se io guardassi un documentario sul nazismo, sarei un nazista. Osservazione inoppugnabile che ha raccolto solo consensi.</strong> <strong>Il peggio è accaduto poco dopo, quando ho aggiunto il mio parere sui romanzi polizieschi di Camilleri. </strong>Dopo un iniziale entusiasmo dovuto a una parvenza di originalità dello stile, oggi posso dire che la saga letteraria di Montalbano è un’operazione commerciale abilmente costruita da un furbo di tre cotte. Per non metterci del mio ed essere bollato come uno scrittore rosicone, ho citato le parole dello scrittore Fulvio Abbate: “Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un utente, tale Sergio, ha replicato: “Francesco Consiglio, pulisciti la bocca quando parli di una persona come Camilleri e di un attore come Zingaretti, stronzo”.</strong> Certo, è strano che qualcuno mi inviti a pulirmi la bocca mentre tiene nella sua uno stronzo, ma non voglio replicare. Guardo e passo. Però, mi chiedo quale bizzarra patologia mentale spinge un uomo a rischiare una querela per correre in soccorso di un personaggio famoso che saprebbe difendersi da solo, con più grazia, ma molto più probabilmente ignorerebbe il post di un semisconosciuto scrittore di provincia. Dev’essere la stessa malattia che porta un ultras disoccupato a fare a botte per l’onore della sua squadra di calciatori milionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Non capita solo a me di incontrare certi spiriti fumantini. Su questo sito ho assistito giorni fa a una cieca levata di scudi contro Davide Brullo, colpevole di avere scritto che le canzoni di De André (intoccabile trasversale: piace anche a Salvini) non sono poesie ma solo canzonette, e il cantautore genovese non è Mario Luzi né Giorgio Caproni. Apriti, cielo! Sono volati, unilateralmente, insulti e accuse a non finire, perché esiste un’accolita di blateranti fan-fanatici convinta che l’offesa al dio Faber debba essere punita con l’eterna dannazione nel girone dei bestemmiatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, scrive Brullo, “il giornalismo esiste per sfatare i falsi miti e mettere in discussioni i miti vigenti”. Toccare un intoccabile, e ferirlo, diventa un esercizio rivoluzionario solo perché viviamo in un mondo di uomini paurosi che cercano i loro dèi in terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per fortuna, esiste un cimitero degli intoccabili che mi fa sperare nella scomparsa di certi fanatismi. Sul finire degli anni Novanta, appena dopo Tangentopoli, Craxi era il Grande Corruttore e Di Pietro il Salvatore della Patria</strong> (così, in maiuscolo, per rendere la potenza del pensiero che in quei giorni dominava). Oggi l’ex pm, ex ministro ed ex segretario di partito è relegato ai margini della scena politica e l&#8217;antica e sbiadita fama gli procura soltanto qualche ospitata in tv. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ebbe un’aura di intoccabilità ai tempi della Rete (che non c’entra nulla con il web: offro da bere a chi capisce di cosa sto parlando), per poi perderla e ritrovarla recentemente come sindaco dei porti aperti. <strong>La parabola di Matteo Renzi, dal trionfo delle Europee 2014 alla catastrofica sconfitta alle Politiche del 2018, è clamorosa: quando governava, esibendo una personalità autoritaria e poco incline al dialogo, chiunque osasse muovergli una critica veniva preso a pesci in faccia.</strong> Oggi l’ex rottamatore è considerato la causa principale del declino del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse, un giorno, anche gli elettori di sinistra, per merito di una fulminazione paolina, potranno dire male di Saviano, il messia dell’anti-salvinismo, e qualcuno confesserà di essere stato contento quando Domenico Lucano, il sindaco di Riace che distribuiva patenti di legalità a sé stesso dichiarando: “Se serve, vado contro la legge”, ebbe la risposta che si meritava dalla Guardia di Finanza, più o meno questa: “Se serve, ti indaghiamo”.</strong> E chissà, un lettore ghiotto ma non scemo potrà liberamente criticare mr. Eataly, <strong>Oscar Farinetti, la cui ultima opera poetica contiene questa perla di mirabile saggezza: “L’egoismo è come l’odor della merda. Dentro il tuo ci stai pure bene. In quello altrui ci stai… di merda”. Neanche Fabrizio Corona tocca certe vette letterarie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questi tempi di dialettica cruenta, l’intoccabile più intoccabile di tutti non ha parvenze materiali, ma si afferma nelle idee e negli orientamenti delle élite: è l’euro. Inviso, sbeffeggiato, condannato da molti, viene al tempo stesso definito indispensabile. Chi lo mette in discussione è un troglodita economico o un seguace del barone von Masoch.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci si deve però meravigliare se tutto quello che oggi appare un monolite di autorità e imposizioni possa un giorno sbriciolarsi. È caduto l’Impero Romano.</strong> Si è dissolta l’Unione Sovietica. Cadrà anche l’Europa dei banchieri e dei burocrati?</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’attesa, sfido i servi degli Intoccabili e prorompo in un sonorissimo pernacchio contro chi mi insulta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/">“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Elogio spudorato di Massimo Giletti, il giornalista (invidiato dai giornalisti) che passa, con agio funambolico, da Celentano al caso di cosa nostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 08:06:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti. Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta. Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti.</strong> Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della professione. <strong>Nei confronti di Giletti ha avviato diversi procedimenti disciplinari per commistione tra attività giornalistica e pubblicità. E lui, nel 2008, per tagliare la testa al toro, si è dimesso dall’Ordine. Anche in questo caso trovo l’Ordine dei giornalisti inutile e ipocrita</strong> perché la deontologia la valutano i lettori/spettatori e non “colleghi” che non hanno mai scritto un articolo come si deve in vita loro; e perché più un giornalista è ricco – anche grazie al ruolo di testimonial aziendale – e più è probabile che sia libero e indipendente di scrivere-dire quello che reputa veritiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta di fatto che la sera della Befana sono lì a guardare “Non è l’arena”, dove prima si festeggia l’81esimo compleanno di Celentano</strong>, poi l’estro di Fiorello e, nel intermezzo, assistiamo a un momento di assoluta emozione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti davanti alle telecamere si trova piuttosto a suo agio, tant’è che canta – bene ma non benissimo – un paio di canzoni di Celentano, in un duetto con il sorprendente Claudio Santamaria</strong> – sì, l&#8217;attore, bravo anche con la voce e la chitarra. Poi arriva l’intermezzo per informare il pubblico sulle novità del caso di cronaca che la redazione giornalistica sta portando avanti da tempo sulle tre sorelle Napoli, imprenditrici agricole vittime da anni di intimidazioni mafiose a Mezzojuso, nel palermitano, senza protezioni dallo Stato e senza la solidarietà degli altri concittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La novità è che a Salvatore Battaglia, l’unico in paese a difendere le tre sorelle, degli ignoti hanno bruciato la macchina. Il resto, oltre a una vicenda simile a molte altre che le pagine di cronaca, letteratura, cinema e musica hanno raccontato con dovizia di particolari, fa già parte della storia della tv italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti in un istante passa dai sorrisi e dal karaoke a primi piani di rara intensità, infervorandosi, difendendo le sorelle minacciate e il suo lavoro giornalistico</strong>, attaccando questo e quello, elogiando il coraggio civico di Salvatore – eroe borghese di una Italia che ha un disperato bisogno di una nuova generazione di cittadini gramscianamente non indifferenti – con una navigata capacità di gestire il ritmo della trasmissione e il pathos narrativo, tanto che il pubblico parte con una spontanea standing ovation, fino al colpo di scena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il diabolico Giletti – diabolico per la funambolica bravura – fa alzare in piedi Salvatore e lo invita ad avvicinarsi e poi gli consegna le chiavi di un’auto nuova, regalata dal programma, abbracciandolo e piangendo.</strong> Adesso si commuovono tutti, compreso il sottoscritto sul divano. E anche se per tutto il tempo della trasmissione hai un po’ la sensazione che Giletti sia sempre un filo eccessivo, ma soltanto un filo, sopra le righe quanto basta e che alla fine non guasta e anzi, con tutto quel pathos e coinvolgimento personale e fervore che dal singolo diventa collettivo… ti fa sperare in una Italia migliore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Amico di Balthus, teneva in camera da letto un Bacon e inventò “il Giornale” per Montanelli: perché 10 anni dopo nessuno ricorda Giorgio Soavi?</title>
		<link>https://www.pangea.news/amico-di-balthus-teneva-in-camera-da-letto-un-bacon-e-invento-il-giornale-per-montanelli-perche-10-anni-dopo-nessuno-ricorda-giorgio-soavi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 10:10:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nessuno, sulla propria agenda, ha scritto, al primo dicembre, “ricordarsi di Giorgio Soavi”, perché la genialità e la poesia amano l’ombra e le canzoni di Aznavour. Soavi aveva due palcoscenici eleganti dove esprimersi, Ivrea e Milano, le capitali italiane dell’industria e del design negli anni Sessanta; a Ivrea c’era un direttore d’orchestra, Adriano Olivetti che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/amico-di-balthus-teneva-in-camera-da-letto-un-bacon-e-invento-il-giornale-per-montanelli-perche-10-anni-dopo-nessuno-ricorda-giorgio-soavi/">Amico di Balthus, teneva in camera da letto un Bacon e inventò “il Giornale” per Montanelli: perché 10 anni dopo nessuno ricorda Giorgio Soavi?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nessuno, sulla propria agenda, ha scritto, al primo dicembre, “ricordarsi di Giorgio Soavi”, <strong>perché la genialità e la poesia amano l’ombra e le canzoni di Aznavour.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Soavi aveva due palcoscenici eleganti dove esprimersi, Ivrea e Milano, le capitali italiane dell’industria e del design negli anni Sessanta; a Ivrea c’era un direttore d’orchestra, Adriano Olivetti che come Re Mida trasformava gli impiegati in geni, solo adesso i cosiddetti “strumenti di comunicazione” si accorgono di Olivetti, si sciacquano la bocca con “l’etica e morale in economia”, con “l’approccio olistico”, “la sostenibilità sociale” per planare candidamente sul “benefit corporation”… a quel punto abbiamo già puntato la contraerea e cominciato a far fuoco (dalle narici).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64292 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/soavi-197x300.jpg" alt="soavi" width="133" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/soavi-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/soavi-768x1168.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/soavi-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/soavi-600x912.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/soavi.jpg 1010w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />A Milano c’era Indro Montanelli, un blocco granitico di carta vetrata toscana dove tanti strisciavano i loro polpastrelli, tanti, non tutti e Giorgio Soavi no;</strong> in una video intervista su Youtube racconta come fu lui a dare il nome al nuovo quotidiano di Montanelli, “Il Giornale” e quando Soavi disse ad Indro: “senti direttore, non so a che diavolo ti potrei servire io, perché non sono un giornalista&#8230;”, lui gli rispose, “tu scriverai quel cazzo che ti pare, ti va bene?”. <strong>Era dotato di una scrittura e di un eloquio raffinatissimi ed eleganti e poi, uno che passava il tempo nello chalet di Balthus, era amico di Giacometti e teneva in camera da letto un disegno di Bacon era già in Paradiso, aveva l’ufficio in cima all’Everest.</strong> Ho ritrovato suoi articoli degli anni Ottanta usciti su <em>Il Giornale</em>, sono attualissimi e nutrienti come una teglia di lasagne al forno e ci fanno capire come la scrittura è una grande sottrazione, una continua operazione “a sottrarre”, perché, è con poche parole che si deve dire tanto; <strong>quindi ho iniziato a “salvare” i libri di Giorgio Soavi dalle bancarelle dei mercatini, “Un banco di nebbia”, “Un amore a Capri”, “Il Conte”, purtroppo i saggi sul mondo dell’arte costano ancora tanto</strong>, anche se usati e i libri di poesia, data la tiratura, sono rarissimi. L’editoria è una strana idra, gli editori stampano libri e i maceri si nutrono di quelli non venduti. I libri sono come gli alberi, invece di buttarli piantateli, fate una buca, ci mettete un libro e la richiudete (come fanno i soldati israeliani quando fanno la cacca, la ricoprono). <strong>Perché queste parole in onore di Giorgio Soavi?… perché sono dieci anni che il suo corpo non c’è più e nessuno lo ricorda. </strong>La sua delicata sensibilità visiva cammina nei figli, che si occupano di arte e di cinema, i suoi libri cerchiamo di farli continuare a vivere e a leggere, e comunque, come scriveva Borges: “Dureranno più in là del nostro oblio; non sapran mai che ce ne siamo andati”.</p>
<p><strong><em>Silvano Tognacci</em></strong></p>
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		<title>“Sono possessiva, egocentrica, anarchica e non parlatemi di ‘quote rosa’”: Gianluca Barbera dialoga con Elisa Giobbi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 10:58:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Elisa Giobbi è una donna spigolosa e sfaccettata, rockettara ma non solo (ama anche la musica classica), autrice di romanzi ma anche di saggi e biografie musicali. Un passato di editore alle spalle, appassionata di politica, non nasconde di trovarsi meglio con persone dell’altro sesso e di detestare quasi tutto ciò che solitamente piace alle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sono-possessiva-egocentrica-anarchica-e-non-parlatemi-di-quote-rosa-gianluca-barbera-dialoga-con-elisa-giobbi/">“Sono possessiva, egocentrica, anarchica e non parlatemi di ‘quote rosa’”: Gianluca Barbera dialoga con Elisa Giobbi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Elisa Giobbi è una donna spigolosa e sfaccettata, rockettara ma non solo (ama anche la musica classica), autrice di romanzi ma anche di saggi e biografie musicali.</strong> Un passato di editore alle spalle, appassionata di politica, non nasconde di trovarsi meglio con persone dell’altro sesso e di detestare quasi tutto ciò che solitamente piace alle donne. Un po’ anarchica e un po’ borghese, come molti di noi, dopotutto. Un concentrato di contraddizioni. E di fascino. L’abbiamo intervistata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64093 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/la-rete-214x300.jpg" alt="Elisa Giobbi" width="149" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/la-rete-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/la-rete-768x1076.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/la-rete-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/la-rete-600x841.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/la-rete.jpg 1000w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />Cara Elisa, quest’anno sei uscita con due libri. Un bell’impegno, soprattutto per quanto riguarda la promozione. Cominciamo dal romanzo. <em>La rete</em> (Stampa alternativa) racconta di due amiche che crescono insieme condividendo tutto malgrado le profonde differenze, ma poi accade qualcosa&#8230; Puoi raccontarcelo, ovviamente senza svelare troppo? E che cos’è ‘la rete’ del titolo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La rete</em> è la storia di Emma e Nico, due ragazze fiorentine legate da una profonda amicizia, da una relazione urgente e viscerale. Nico è un personaggio affascinante ma borderline, votato alla distruzione, e la rete è quella che tende ai suoi numerosi ammiratori ma anche quella in cui uno di loro farà a sua volta cadere lei. <strong>La rete è anche quella vischiosa delle dipendenze e lo stesso web</strong>, in cui si consuma la vicenda cruciale del romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che forme assume il potere che le donne esercitano sugli uomini? Quali invece quello che gli uomini esercitano sulle donne? I ruoli possono invertirsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo che possono invertirsi. Eppure, se ci pensiamo, capita più spesso che siano gli uomini a perdere la testa per le donne piuttosto che il contrario. Alcuni sono disposti a tutto, finiscono per rovinarsi, addirittura per uccidere, incapaci di accettare il fatto di essere lasciati. I motivi sono evidentemente di natura culturale e sessuale. <strong>Basti pensare al fenomeno del cosiddetto femminicidio</strong><strong>,</strong><strong> ma anche ai tanti esempi di uomini potenti che hanno visto la loro immagine pubblica devastata da passioni inconfessabili e da condotte poco edificanti. Soldi e potere ti permettono di possedere un’infinità di donne, di usarle.</strong> Eppure il rispetto non si può comprare… Il caso Weinstein è emblematico. Però non dimentichiamo che noi donne abbiamo la libertà di dire sì o no: non condivido il vittimismo di certune, soprattutto se retroattivo: prendiamoci, tutti e tutte, la responsabilità delle nostre azioni: l’immagine dell’agnellino inerme nelle fauci del lupo, oltre che falsata, mi pare svilente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fino a che punto si può spingere l’amicizia tra donne? E in cosa differisce da quella tra uomini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non farei differenze di genere. <strong>Per esempio ne <em>La rete</em> quella che lega le due protagoniste è una relazione che esce dai confini dell’amicizia e diventa altro: un’attrazione urgente, in definitiva un grande amore. </strong>Il fatto che siano due donne è forse secondario, accidentale a livello sentimentale, sebbene sia una scelta precisa a livello narrativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pur essendo una veterana della scrittura, con all’attivo diversi saggi (tutti di argomento musicale), questo è il tuo primo romanzo. Da dove nasce l’idea e come hai proceduto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho impiegato pochi mesi a scrivere <em>La rete</em>, è stato un processo relativamente fluido e spontaneo: c’è moltissimo di me dentro. Non avevo una scaletta precisa, bensì un canovaccio piuttosto vago, poi andando avanti nella narrazione la storia e i personaggi mi hanno preso per mano e indicato la direzione. È stata una specie di epifania, <em>qualcosa </em>mi è venuto a cercare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A causa dei fatti di cronaca si parla molto di femminicidio, stupri, molestie. Come vedi il rapporto tra i sessi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che l’unica differenza rispetto al passato sia che ora di certi fatti si parla molto di più mentre prima erano taciuti o tollerati, come avviene tuttora in svariate parti del mondo. <strong>Ma non colpevolizzerei gli uomini in generale, anzi. Mi piace ragionare in termini di responsabilità individuali, non per categorie. </strong>Quando sento parlare di ‘quote rosa’, per esempio, mi viene da sorridere. Mi auguro che in futuro si riesca a vivere i propri sentimenti e la propria sessualità liberamente, senza eccessivi condizionamenti culturali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64094 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/eterni-198x300.jpg" alt="Elisa Giobbi" width="131" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eterni-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eterni.jpg 500w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Veniamo all’altro libro, <em>Eterni. Vite brevi e romantiche di grandi compositori</em> (Vololibero). </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In esso racconti di Purcell, Pergolesi, Mozart, Schubert, Bellini, Mendelssohn, Chopin, Bizet e Gershwin: tutti geni della musica morti prima dei quarant&#8217;anni. Che cosa ci rivelano le loro vite?<br />
</strong>Una cosa che li accomuna tutti è la fiamma che li brucia, tanto intensa da consumarsi rapidamente. <strong>La passione che ha mosso questi grandi compositori è stata così assoluta da consentire loro di superare difficoltà e malattie.</strong><em> Eterni</em> si chiude con un post scriptum di alcune pagine su Michel Petrucciani, che incarna tutto questo in maniera eclatante. Sono esempi altissimi; mi farebbe piacere che questo libro fosse letto anche dai ragazzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le cinque composizioni musicali che prediligi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti dico le prime che mi vengono in mente. <strong><em>Cara</em> di Lucio Dalla, una delle più belle canzoni d’amore di ogni tempo. <em>Life on Mars </em>di David Bowie. <em>Notturno in MI minore</em> di Chopin, pubblicato postumo e scritto durante la travolgente storia d’amore con George Sand.</strong> <em>Gracias a la vida</em> della suicida Violeta Parra, la canzone che vorrei al mio funerale. <em>While my guitar gently weeps</em> dei Beatles, semplicemente un capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che tipo di donna sei, come ti vedi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono una donna complicata, impegnativa, poco accomodante. <strong>Possessiva ed egocentrica, secondo alcuni. Anarchica, secondo altri. Fedele quasi soltanto a me stessa e alle mie idee, alla mia etica/estetica</strong><strong>,</strong><strong> dico io.</strong> Non riconosco come valori cose come la modestia, l’obbedienza, la sincerità a tutti i costi, la moderazione, l’austerità, il decoro, la rassegnazione, lo stare nei ranghi&#8230; Mi inchino soltanto davanti alla bellezza. Ho da sempre uno spiccato ‘lato maschile’: detesto lo shopping, non indosso gioielli, non amo le smancerie e mi trovo perfettamente a mio agio con i miei amici maschi. Penso di aver progressivamente nascosto il mio lato romantico fino a soffocarlo, ma esso riemerge con prepotenza nella scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è qualcosa della tua giovinezza che rimpiangi di avere fatto e qualcosa che invece vorresti avere fatto e non hai avuto il coraggio o l’opportunità di fare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto innumerevoli errori – alcuni sono anche registrati tra le pagine de <em>La rete</em> – <strong>ho perso in maniera sospetta buone occasioni professionali e curato poco la mia carriera pensando più al qui e ora, per anni ho lasciato il mondo dell’editoria per i figli.</strong> Non mi sono mai impegnata in niente. Eppure non ho rimpianti. Come dice Fabrizio De André: “Quel che ho è quel che non mi manca”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei salutista o dissipata? O nessuna delle due cose?<br />
</strong>Provo orrore per gli effetti di alcol e droghe pesanti: <strong>ho rispetto del mio cervello e detesto l’idea di perdere il controllo.</strong> Ma anche i salutisti mi mettono tristezza: non mi imporrei mai una dieta. La morte ci deve trovare vivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensi mai alla morte? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, la morte ha iniziato a spaventarmi quando ero poco più che una bambina e non smette di farlo. <strong>Non riesco a conciliarmi con la natura finita delle cose</strong> e credo che scrivere sia forse un modo per esorcizzarla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torniamo ai libri. Quali sono i tuoi autori di riferimento? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho da sempre un’inclinazione per le scrittrici: Natalie Ginzburg, Simone De Beauvoir, Isabel Allende, Elena Ferrante, Annie Ernaux, Donna Tartt&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come vorresti essere ricordata? Quale epitaffio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Donna libera, amò la vita, riamata.</p>
<p><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sono-possessiva-egocentrica-anarchica-e-non-parlatemi-di-quote-rosa-gianluca-barbera-dialoga-con-elisa-giobbi/">“Sono possessiva, egocentrica, anarchica e non parlatemi di ‘quote rosa’”: Gianluca Barbera dialoga con Elisa Giobbi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ecco le 10 canzoni da imbarcare sull’arca di Noè: da “Space Oddity” di David Bowie ai Pink Floyd passando per Shigeru Umebayashi. Fate il vostro gioco boys…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 08:09:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le lezione americane sono sei, e su questo non ci piove. Le ha dette (e scritte?) Italo Calvino, proprio agli sgoccioli della vita. Il resto – Coca Cola, patate, “Baywatch”, wrestling, basket, tabacco, pomidori, Dan Peterson e il burro di arachidi – è solo un corollario, qualcosa di superfluo. Anche nella poesia, poca roba. Per non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ecco-le-10-canzoni-da-imbarcare-sullarca-di-noe-da-space-oddity-di-david-bowie-ai-pink-floyd-passando-per-shigeru-umebayashi-fate-il-vostro-gioco-boys/">Ecco le 10 canzoni da imbarcare sull’arca di Noè: da “Space Oddity” di David Bowie ai Pink Floyd passando per Shigeru Umebayashi. Fate il vostro gioco boys…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Le lezione americane sono sei, e su questo non ci <em>piove</em>. Le ha dette (e scritte?) Italo Calvino, proprio agli <em>sgoccioli</em> della vita.</strong> Il resto – Coca Cola, patate, “Baywatch”, wrestling, basket, tabacco, pomidori, Dan Peterson e il burro di arachidi – è solo un corollario, qualcosa di superfluo. Anche nella poesia, poca roba. Per non dire della musica: ok Elvis e quattro altri saltimbanchi, ma niente a confronto con quello che è nato in Europa.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è statunitense ovviamente. Né bella né brutta: semplicemente statunitense. È italiana, in realtà, ma per via che fa la musicista, passa diversi mesi all’anno negli USA e quindi i suoi connotati sono cambiati: è yankee.</strong> Ha gli zigomi americani. E mi augura di <em>annegare</em>: non toccategli Elvis, il burro di arachidi, le trasmissioni televisive, Central Park, Broadway e tanto altro ancora che non sono riuscito a tradurre. Perché quando si incazza, quando ci si incazza, si parla velocemente e l’italiano diventa sempre dialetto. Ci si arrabbia in vernacolare, non ci sono santi che tengono. Una crasi tra americano, pugliese e qualcos’altro che non riesco ad afferrare. Un<em> rubinetto</em> aperto, una diga, un Vajont di parole <em>liquide</em>, che scivolano via.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi fa l’artista ci crede, ed è perlopiù permaloso, e spesso poco obiettivo. Una forma di solipsismo incurabile:</strong> la sua verità, le loro verità sono sempre più vere e onniscienti di quelle degli altri. Ho ascoltato il suo cd, eseguito in lingua anglofona. La dovrei intervistare, ma trovo più interessante – sempre – quello che non viene scritto sul bloc notes. Quello che accade nei fuori <em>onda</em>, quando escono le cose più vere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi augura, in italiano, un accidenti meraviglioso: io e la mia Venezia dobbiamo essere sommersi dall’<em>acqua alta</em>.</strong> Sa che ci ho vissuto, due o tre vite fa, più o meno dal 3 al 17 anni. E sa che l’antica Serenissima, assieme ad Asiago, sono le mie due “matrie”. Ma non un <em>temporale</em>: un <em>diluvio</em> vero, tipo quello di Noè. Le dico che i veneziani fanno le regate e vogano. E che, per stringente necessità di sopravvivenza, sanno <em>nuotare</em>. Le chiedo se mi concede un’arca.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo viso si fa acuto, si allunga come quello di un levriero. “Va bene, ma non pensare di occuparla tutta con le tue cose inutili: libri, pieghevoli di spettacoli teatrali che vedi solo te, mug, sciarpe, eccetera”. Concordo per l’indispensabile. <strong>“Un po’ di musica?” le chiedo. Accetta. “Ma solo 10 canzoni” mi dice, con aria di sfida. Ovviamente il suo cd, i suoi cd, non li salvo. Lo sa bene. </strong>Sa che non mi piace quello che fa. “Sei troppo snob, troppo di nicchia per capire certa arte” aggiunge. “Troppo borghese”. Vorrebbe che la chiusa avesse l’effetto dell’iceberg sul Titanic. Mi scanso un poco, ma senza farmi vedere. Mancato in pieno. Ora la priorità è quella di caricare solo l’indispensabile, che in questo caso sarà anche invisibile agli occhi ma deve essere ben <em>sentibile</em> alle mie orecchie. E alle sue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Niente musica americana. Lo sa e glielo ripeto. La tentazione è forte: come lasciare in pasto ai pesci Bob Dylan, Jim Morrison, Bob Marley, i Beach Boys, i Velvet Underground?</strong> Ma mi devo salvare, e soprattutto non voglio che lei mi lanci un salvagente. Ci penso, tergiverso, poi lancio l’àncora. Ancòra una volta a cercare un insulto in più, una provocazione. Perché anche lei, prima o dopo, su un’arca ci deve salire. Per salvarsi, o per andare in America. Tipo il “Virginian” di Alessandro Baricco, “Novecento”, roba buona. Le suggerisco di leggerlo. Lei abbassa gli occhi, cerca su Google qualcosa. Poi mi snocciola una frase: “Io sono nato su questa <em>nave</em>. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una <em>prua</em> e una <em>poppa</em>. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io sulla nave ci devo salire. Mi devo salvare. Sorride, le piace questo gioco. Prendo “Novecento” in edizione cartacea, quello che Eugenio Allegri e Alessandro Baricco mi hanno firmato.</strong> “Il mondo, magari non lo aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il cielo tuona, allampa. Temporale di settembre, Rimini.</strong> Saluto con il fazzoletto in mano e in tasca dieci canzoni. Gliele scrivo in un foglietto. “Leggilo quando torni a casa”. “Lo farò in volo, promesso. Parto tra tre giorni, il tempo non mi manca”. Ci salutiamo in maniera normale, l’intervista gliela farò quando ha finito il suo nuovo cd: prima lo voglio ascoltare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La prima me l’aspettavo: ‘I’m the walrus’ di John Lennon è un gran pezzo.</strong> Te la concedo anche se non mi tolgo dalla testa che ti piaccia per i riferimenti a Lewis Carroll e per il non-sense. Alice è un’invenzione, il tricheco no. Alice è una tua fantasia. Solo una tua fantasia”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Hai giocato facile con ‘Shine on you crazy diamond’ dei Pink Floyd.</strong> Per me puoi portarla sull’arca perché l’hai sentita dal vivo quando i Pink Floyd hanno fatto il concerto a Venezia nel 1989 e poi perché è lunga, così il tempo ti passa meglio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Nick Drake? Insolito. Però ‘Nothern sky’ è bella anche se malinconica.</strong> Io non l’avrei scelta, però quello che si deve salvare sei tu. Un consiglio, Ale: esistono tanti altri posti bella da visitare e ascoltare, oltre (al)la Gran Bretagna”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Appunto: ‘Space oddity’ di David Bowie. Sei per mare, non nell’universo-spazio.</strong> Avrei detto ‘Life on Mars?’, ma evidentemente non ti conosco abbastanza. Apprezzo la scelta comunque, e te la faccio salire sull’arca così puoi immaginare le stelle”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Una scontata, finalmente: ‘Stairway to heaven’ dei Led Zeppelin.</strong> Sai che non l’hanno mai fatta dal vivo? O quasi mai, e se l’hanno fatta io non ero ancora nata. Comunque a calare assi, alla fine in mano ti rimangono le scartine, le carte che valgono poco e che servono per prendere tempo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>“Onesta: ‘Angel of the air, part</strong></em><strong> 2’ dei Popol Vuh non la conosco.</strong> L’ho cercata, e ti dico boh. Nei hai dieci da salvare, e mi scrivi di un pezzo di musica progressive, tedesca perlopiù, degli anni Settanta. Discrete sonorità ma tristi come le stradine d’inverno quando piove. Non è mia ma di Pessoa. C’è di meglio, molto di meglio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Intanto Shigeru Umebayashi non è europeo ma orientale: non barare.</strong><em> ‘</em>Yumeji’s theme’ del film<em> ‘</em>In the mood for love’ è il tuo lato sensuale, che hai quando parli anche se non si vede. Ti servirà sull’arca, credimi: sei a rischio di estinzione”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Jun Miyake è nato il 7 gennaio come te: è un caso?</strong> Anche lui giapponese quindi non sono sicura che tu possa portartelo dietro. È contrabbando allo stato puro, e non pensare che la canzone<em> ‘</em>Lilies of the valley’ possa passare come ‘europea’ solo perché è stata inserita nello spettacolo ‘Vollmond’ di Pina Bausch”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Fabrizio De André è una cosa che ti appartiene</strong>, come le sciarpe che indossi tutto l’anno, o il tuo profumo, ‘Le male’ di Gualtier. A me non piacciono entrambi, però ‘Bocca di rosa’ è una bella storia, come ‘Il gorilla’, che poi, come mi hai spiegato tu, è di George Brassens. Quindi scegli: Sant’Ilario o il giovane giudice con la toga. Tutti e due no, anche perché ti ho detto dieci canzoni, non una di più”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Anche ‘I due fiumi’ di Ludovico Einaudi fanno parte del tuo outfit.</strong> Non sono d’accordo con te sull’interpretazione che gli dai, quella della storia di due innamorati che si cercano ma non si incontrano mai. Ogni fiume arriva al mare, e tu dovresti saperlo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha scritto che è atterrata e che ha sorvolato l’Oceano Atlantico in aereo. Chissà se in volo ha visto un puntino nel mare, un’arca che batte bandiera veneta. “Vedi cara”, la risposta soffia ancora nel vento. E il vento spinge le vele delle barche.</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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