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	<title>Brunnenburg Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Ci riconduca allo splendore”. Alla ricerca di Ezra Pound. Ovvero, in gita da Mary</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 04:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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<p><em>Il 9 luglio del 2025 Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, compie cento anni. Un po’ Sfinge, un po’ menhir è lì, memoria stilita, memoria petroglifo, a sigillare lo stigma del padre. Mary, col suo dire fermo, pieno di meli e di vespe, pare un monito. Il padre, ‘Ez’, il poeta che si è fatto carico – come profeta, maestro, pioniere, lottatore – del Novecento (e forse della ‘fine’ della letteratura per come l’abbiamo conosciuta, sfinendola), è nato nell’ottobre del 1885; quarant’anni fa Mary pubblicava la ‘sua’ prima edizione dei “Cantos” nei ‘Meridiani’ Mondadori. L’introduzione – in impeccabile ‘distanza’ – attaccava così: “</em>The Cantos<em>: poema scritto in pubblico, ma anche poesia chiusa. Dai trovatori Pound ha imparato a coprire le proprie tracce. E più i giri si volgono verso il centro di sé e della sua tribù, più si imbozzola. Ma per chi riesce a rompere il guscio è un entrare nella ‘ghianda di luce’, un reggere ‘la sfera di cristallo’”. Un poema che riassuma azione e divinazione, tenacia e teurgia, storia e mito, assiduità e assurdo. Che impresa vertiginosa. I giorni di Mary paiono consustanziali a quelli del padre: qualcosa che ha a che vedere con il patto. Investita del compito di penetrare i “Cantos”, la ragazza ha tremato, tumultuoso il sì, consapevole che ogni investitura è crocefissione. Pound ha unito in sé Provenza e Giappone, Usa e Cina, eppure, di biblica essenza è tale paternità.&nbsp;</em></p>



<p><em>Ad ogni modo. Qui si ricalca il reportage di un viaggio compiuto a Brunnenburg, alla corte di Mary: fu stampato, in origine, tempo fa, sul “Giornale”. Mantiene una sua stremata ‘autenticità’. L’ultima volta, ho sentito Mary lo scorso anno: parlammo di Pound e del Giappone, del desiderio di tradurre i suoi drammi No; lei, la ragazza, citava Aristotele – cento anni sono un soffio per chi levita sui millenni.&nbsp;</em></p>



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<p>**</p>



<p><strong>La fine è una luna enorme, davanti all’autostrada, simile al calcagno di Dio. Rimini-Brunnenburg andata e ritorno.</strong>&nbsp;In un giorno. Agosto luciferino. Oltre novecento chilometri. Abbiamo sorbito il tè con la Storia della letteratura. Tanto basta.</p>



<p>Accompagno&nbsp;<strong>Walter Raffaelli</strong>&nbsp;nel forte dei principi de Rachewiltz, appena sotto Castel Tirolo, dove abita Mary, la figlia di Ezra Pound. Dopo Vanni Schewiller, <a href="https://www.raffaellieditore.com/pound_ezra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Raffaelli è l&#8217;editore poundiano per antonomasia:</a> ha pubblicato testi di Ezra, le poesie di Mary e della figlia Patrizia, i libri del marito di Mary, l’egittologo Boris. Il castello dei de Rachewiltz è arpionato alla roccia come un urlo. La strada per arrivare è ripida, intitolata – vivaddio – a Pound. Pochi elementi, però, entrando nella dimora, arcigna, ricordano il poeta. Un manifesto racconta un ciclo estivo di concerti; l’ingresso è per il Museo agricolo. Da un’aiuola sbuca la faccia di Pound scolpita da Gaudier-Brzeska. Al castello sono ospiti dei musicisti: nastri sonori avvolgono chi entra. Mary sbuca all’improvviso da una porta laterale. Minuta ed energica, classe 1925, un sorriso ampio come un balcone di gerani e quegli occhi, azzurri e spogli, che pietrificano i ricordi. Ci conduce per una scala a chiocciola.&nbsp;<strong>Sulle pareti, schizzi vorticisti tratti da “Blast”, la rivista creata da Pound insieme a Wyndham Lewis. Più tardi sorbiremo il tè su una teca di vetro.</strong>&nbsp;Sotto le tazze, piccolissimi monili egizi, occhi, orecchini, pettini, divinità enigmatiche, che adornavano tombe di tremila anni fa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="672" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-672x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-600x914.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL.jpg 709w" sizes="(max-width: 672px) 100vw, 672px" /></figure>



<p><strong>«Vuole accomodarsi sulla sedia di William Butler Yeats o su quella di Ezra Pound?». Un senso d’inferiorità rende le mie ossa acciaio.</strong>&nbsp;Per il momento resto in piedi. Da una parte c’è il ritratto di Pound fatto da Rolando Monti: il poeta, davanti al mare ligure, cammina in avanti, bruscamente, con la mano sinistra in tasca, ma guarda, severo, indietro. Sotto, libri di Pound in tutte le lingue del pianeta. Una parte della libreria è dedicata alle pubblicazioni di Pound in italiano. Dalla stanza, un bunker in cui si è frenato il tempo, la vista sulla valle di Tirolo è vertiginosa.&nbsp;<strong>«A mio padre non piacevano le case né i nidi», mi dice la figlia, che alternativamente chiama Pound «Pound» o «mio padre».</strong>&nbsp;«Secondo lui le case erano inutili. Un uomo, diceva, non ha bisogno di case, ma di due valigie. Una per i vestiti. L&#8217;altra per i libri». La cassa dei libri di Pound, in legno, c’è anche quella, griffata «Ezra Pound, Rapallo». Su una parete, il calco dei visi del poeta e di Olga Rudge, l’amata, la madre di Mary. Su un tavolo, la copia dell’<em>Ulisse</em>&nbsp;di James Joyce dedicata a Pound. Insieme a Mary, ci accompagna nella discussione la figlia Patrizia. Più tardi, all’uscita, incrocio l’altro figlio, Siegfried, che cavalca la bicicletta manco fosse uno stallone. «Pound qui non stava bene», dice, sibilando, Mary.</p>



<p>Dopo dodici anni di reclusione nel manicomio criminale di St. Elizabeths, Washington D.C., nell’estate del 1958, Pound attracca in Italia, a bordo della “Cristoforo Colombo”. Va a stare da Mary e da Boris, nel castello tirolese, vasta solitudine di campi verdi, rocce in picchiata, gelo. «Mio padre è e resta un americano: aveva bisogno di spazio. Qui sentiva freddo. Questi luoghi gli trasmettevano una certa angustia intellettuale. Cominciò a fare il processo a se stesso, visto che non fu mai processato. Si accusava, si interrogava se avesse sbagliato tutto&#8230; La gente non può immaginare, ma per sopravvivere nel campo di prigionia a Pisa, prima, e poi al St. Elizabeths, Pound ha dovuto concentrarsi totalmente sul suo lavoro. Altrimenti, sarebbe impazzito». Quelli del ritorno sono anni durissimi per il poeta.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Non riconosce più l&#8217;Italia che ha lasciato anni prima. Gli crolla letteralmente il mondo addosso. La morte di Ernest Hemingway e di Hilda Doolittle nel 1961, quella di E.E. Cummings nel 1962, di William Carlos Williams nel 1963, di Thomas S. Eliot nel 1965&#8230; Pound vede morire tutti i suoi amici, vede disintegrarsi un&#8217;epoca».</strong></p>
</blockquote>



<p>Mentre Mary parla appaiono e scompaiono nella stanza i volti di quegli uomini che hanno cambiato la letteratura occidentale. Di fianco a Mary si spalanca una nicchia con la biblioteca consultata da Pound. Mi accompagna. I libri sono coperti da una carta trasparente. Estrae alcuni volumi, una storia della Cina antica, in francese. «Nel 1940 Pound pubblica i&nbsp;<em>Cantos LII-LXXI</em>, quelli relativi all&#8217;epica cinese e agli scritti di John Adams. Vede, Pound a Rapallo, in quegli anni, non faceva il fascista, studiava&#8230;». Che fine ha fatto quel mondo, gli Eliot, i Joyce, gli Hemingway, quella energia? Oggi la cultura è mercanteggio di sciocchezze. «Cosa la stupisce? Dopo l’epoca di Dante sono dovuti passare secoli per avere un Leopardi!». Risposta rotonda. «E poi, io non voglio uscire da questa stanza, sono nel pieno di quell’era, di quegli istanti, lo capisce?». Lo capisco, certo. Anch’io vorrei annegare qui.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-104209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ezra e Mary</figcaption></figure>



<p>Quest’anno, un ennesimo anniversario poundiano. Il rammarico di Mary si percepisce, vivo come un fuoco, sotto pelle. «Spererei che Mondadori pubblicasse un’edizione economica dei&nbsp;<em>Cantos</em>, per rendere più accessibile l’opera di Pound». Invece niente. «Il problema è che per non incorrere nelle accuse di fascismo bisogna sempre mascherare Pound con un involucro sufficientemente grande. Magari parlarne con altri autori, in contesti più ampi». Quando Mary se ne esce, «vorrei fondare una Repubblica poundiana!», ci zittiamo tutti. Parla piano, con accuratezza. «Pretendo che qualcuno, il governo degli Stati Uniti d’America, un gruppo di Università americane, restituisca a mio padre la personalità giuridica. Dal 1945, quando, senza processo, fu internato al St. Elizabeths, Pound non ha più riavuto i suoi diritti civili: e cos’è un uomo privo di diritti?». Più che l’ira, la rassegnazione colora il viso di Mary, sulle cui spalle grava un secolo di grande letteratura. Gli ultimi anni di Pound replicano il silenzio – «che equivale a una dichiarazione di non-colpevolezza» – opposto in quel 1945 alle autorità americane.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Negli ultimi anni mio padre non parlava con nessuno. Una fotografia lo ritrae, magrissimo, davanti a una rosa. Un articolo di Indro Montanelli, che in passato non era stato molto gentile con Pound, lo descrive a Venezia, in un’aula piena di persone, forse un’ambasciata, seduto, che gioca con un gatto».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>L’articolo di Montanelli,&nbsp;<em>Pound</em>, uscì sul “Corriere della Sera” l’11 aprile del 1971. L’episodio ricordato da Mary è raccontato in questo modo dal grande giornalista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«In salotto, si rimise sul divano al suo posto di esule e risprofondò nella sua lignea immobilità. Di vivo, c’erano solo le mani, che continuamente si cercano e auscultano, ma con dolcezza e senza orgasmo. Esse sembravano esercitare non so quale ipnotico potere su Crim, la gattina siamese di Liselotte che, accucciata ai suoi piedi, le fissava con le pupille dilatate da una folle stupefazione. Poi, scalato il sofà con un soffice balzo, cominciò a leccargliele. E infine vi si raccolse facendone la sua cuccia e reclamandone la carezza. Per un poco, Pound subì. Subì anche lo sguardo della bestiola che gli teneva gli occhi negli occhi, unica fra tutti noi a non sentirsene turbata. Poi la prese delicatamente per la collottola e la rimise accanto a sé. Ma Crim non si diede per vinta e ricominciò la sua morbida insinuante ascensione dal cuscino alle ginocchia di Pound e dalle ginocchia alle braccia, fra le quali si accoccolò. Tutti seguitavano a parlare, ma senza distogliere lo sguardo da quel muto dialogo – forse un idillio, forse un duello – fra Ezra e il gatto». &nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(L’articolo è accolto in: E. Pound,&nbsp;<em>È&nbsp;inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972</em>, De Piante, 2021)</strong></cite></blockquote>



<p>Alcuni taccuini mostrano la poesia estrema di Pound, quella dei&nbsp;<em>Drafts and Fragments</em>. Scrittura minima, obliqua, confusa. Orfica. «Oggi finirei i&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;in un altro modo&#8230;».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="605" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-605x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-605x1024.jpg 605w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-600x1016.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral.jpg 638w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /></figure>



<p>Sono venuto fin quassù per capire questo. Dove finiscono davvero, in quella turba di note dalla grafia oracolare, i&nbsp;<em>Cantos</em>? «Le ipotesi più veritiere sono tre. I&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;terminano con la frase “ma la bellezza esiste”, che non è confluita nel poema. Oppure con “Un po’ di luce, come un barlume/ ci riconduca allo splendore”. Infine, ed è la fine che preferisco, il capolavoro di Pound si blocca su questo verso:&nbsp;<em>let the wind speak</em>, lascia che parli il vento». Il poeta, a quel punto, non ha più verbo né voce: è realizzato.</p>



<p><em>*In copertina: Ezra e Homer Pound insieme a Mary&nbsp;</em></p>
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		<title>“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto&#8230;</title>
		<link>https://www.pangea.news/mary-de-rachewiltz-visita-paola-tonussi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 06:35:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Brunnenburg]]></category>
		<category><![CDATA[Cantos]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Mary de Rachewiltz]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Tonussi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la strada asfaltata termina, il sentiero prosegue sotto il sole – sembra in effetti di essere ai Tropici con questa temperatura, più che in Tirolo. Un passo dopo l’altro, lentamente il castello di Brunnenburg si avvicina, con il solido corpo centrale quadrato, i merli rivolti al cielo e i mattoni bruniti coperti d’edera, gli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando la strada asfaltata termina, il sentiero prosegue sotto il sole – sembra in effetti di essere ai Tropici con questa temperatura, più che in Tirolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un passo dopo l’altro, lentamente il castello di Brunnenburg si avvicina, con il solido corpo centrale quadrato, i merli rivolti al cielo e i mattoni bruniti coperti d’edera, gli alberi altissimi che arrivano a sfiorare i cornicioni,</strong> le torri rotondeggianti e lo slargo calcinato che si presenta al visitatore dall’ingresso. D’altronde sono le quattro del pomeriggio e, tranne gli alberi e i fianchi del monte più o meno tutto sembra avvolto in biancore perlaceo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al cancello declino il mio nome alla giovane che accoglie i visitatori (attratti dal castello e dalle tracce poundiane): mi accompagnerà subito, dice, la signora de Rachewiltz mi sta aspettando. Solo un secondo per far entrare due turisti con lo zaino e lo sguardo stordito dal sole. Poi andiamo. Sono molto in anticipo ma so che a Mary de Rachewiltz non dispiacerà, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è la figlia di Ezra Pound, il poeta dei <em>Cantos</em>, e della violinista Olga Rudge:</strong> qualche amico veneziano se li ricorda ancora, seduti al bar Cucciolo alle Zattere. La loro casa era poco distante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70192" aria-describedby="caption-attachment-70192" style="width: 267px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70192" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/bredska-225x300.jpg" alt="" width="267" height="356" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska.jpg 480w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /><figcaption id="caption-attachment-70192" class="wp-caption-text">Ingresso al castello: il faccione di Ezra Pound secondo lo scultore Henri Gaudier-Brzeska</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il cortile con un gelso dai frutti bruni, si arriva al pino gigantesco che sta a guardia dell’entrata principale: sotto, nell’ombra, la celebre scultura di Pound di Gaudier Brzeska sembra dare il benvenuto ai visitatori. Severa, scura, essenziale: già racconta un tratto di storia poundiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mary de Rachewiltz non è ‘solo’ la figlia di Ezra Pound, ne è anche la traduttrice, colei che sola ha potuto orientarsi e dare un ordine alla massa fiammeggiante dei <em>Cantos</em> per renderli in italiano</strong>, lei stessa poetessa, scrittrice, traduttrice e donna straordinaria e cosmopolita, gran dama di un mondo scomparso e genio tutelare di ricordi e lasciti dell’universo di Pound. Parla diverse lingue, sposò molto giovane l’egittologo principe italo russo Boris de Rachewiltz, ha tradotto opere di E.E. Cummings, Robinson Jeffers, Ronad Duncan e Denise Levertow, pubblicato parecchi volumi di versi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oltre a donare gran parte della collezione di manoscritti, libri e oggetti di Pound all’Università di Yale (curò l’Archivio Pound alla <em>Beinecke Library</em> per 25 anni) ha dedicato la propria vita all’opera del padre, anzi, di “Pound” come lo chiama e ancora oggi a quasi 95 anni (“ormai posso dichiarare la mia età tranquillamente”) non smette un solo giorno di leggere i <em>Cantos</em>, di ordinare la mole imponente dei documenti di Pound, di venerarne la memoria. </strong>E poi i <em>Pisan Cantos</em> dalla “musicalità intraducibile”, perché i <em>Cantos</em> non finiscono mai, al contrario, “i <em>Pisani</em> sono infiniti”…</p>
<p style="text-align: justify;">Ha tentato diverse volte di dissociare il nome del poeta dalla famigerata “Casa Pound” – “Pound una vera casa, tra l’altro, non l’ha mai avuta…” – e non ci è riuscita. Come suo padre, riceve chiunque desideri di parlare con lei di letteratura o le chieda un consiglio o un parere su quanto va scrivendo. Da letterata autentica esorta i giovani ad andare dai poeti, dai “maestri”, e parlare con loro prima che sia troppo tardi: “anche Pound sosteneva che bisogna andare a trovare i grandi…”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Io la conobbi anni fa per un mio piccolo scritto sul poeta, che conteneva diverse imprecisioni ma di cui lei notò – se non altro – la serietà degli intenti: quando ci presentarono mi allargò le braccia come rivedesse un’amica da tempo lontana. Negli anni seguenti ci siamo tenute in contatto: lei mi dava consigli su studiosi poundiani, io le inviavo i miei scritti e soprattutto quelli veneziani, pubblicati o da pubblicare. <strong>Sulla poesia e su Venezia ci siamo davvero incontrate: Venezia anche se non ci si sta sempre è una postura dell’anima, un’attitudine della mente e del cuore. E queste non si possono dimenticare: le si ha<em> o</em> non le si ha. Sia Mary sia io le abbiamo. </strong>Un po’ come Croce si era “fatto un’anima dantesca” noi ci siamo “fatte un’anima veneziana”: si ricorda di <em>Calle del paradiso</em>, rivendica a sé alcuni luoghi, alcune tinte di quel libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il personaggio femminile “sono io” mi scrisse, in un biglietto coperto in ogni millimetro della sua grafia irregolare e soprattutto dei suoi pensieri criptici, degni di Pound. Ancora oggi quel biglietto resta per me un enigma, un meraviglioso enigma “alla Pound” che, tra le tante divine qualità, possedeva anche un robusto e sottile senso dell’umorismo: con la genialità, sua figlia l’ha evidentemente ereditato nel proprio patrimonio genetico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il castello dove vive è diviso in varie <em>dépendances</em>: un paio ospitano vari musei dell’agricoltura, in un’altra zona si apre la scenografica sala dei cavalieri, nel cortile interno la bellissima fontana con ippogrifo appollaiato sul piccolo lago verde dell’acqua riceve visitatori casuali, letterati, studiosi, vicini di casa. <strong>Infine c’è la ‘stanza di Pound’, che raccoglie le sedie a sdraio fatte a mano dal poeta – era, tra l’altro, un eccezionale <em>bricoleur</em> –, le tesi di laurea scritte su di lui, le lettere di Hemingway, degli editori e colleghi poeti e scrittori, i manoscritti (alcuni inediti).</strong> Le migliaia di volumi poundiani sono disseminate in questa stanza dalle pareti altissime, nel soggiorno con il divano azzurro dove Mary de Rachewiltz riceve gli ospiti e nel suo appartamento privato, abbarbicato sopra la torre tondeggiante. C’era solo da immaginarlo che questa creatura impavida avrebbe scelto di abitare nel lato più scomodo e impervio dell’intero castello.</p>
<p style="text-align: justify;">Il soggiorno dalle ampie finestre che guardano la valle sottostante e il divano azzurro (“lì mia madre stava distesa e apriva le tende per mostrare il panorama a chi veniva a trovarla”) ospita un’immensa collezione di scarabei egizi, di tutte le forme e colori, ritratti di famiglia alle pareti opera di una nipote e ancora un’infinità di libri: i libri sono ovunque in questa dimora, non solo ricoprono le pareti dal pavimento al soffitto ma stanno accumulati in pile sistematiche, escono da ogni cassetto, occhieggiano da sotto un tavolo, una scrivania, una sedia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70193" aria-describedby="caption-attachment-70193" style="width: 271px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70193" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-225x300.jpg" alt="" width="271" height="361" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351.jpg 960w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /><figcaption id="caption-attachment-70193" class="wp-caption-text">Paola Tonussi insieme a Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound e custode della sua memoria</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo a lungo: dei <em>Cantos</em>, di come Pound scriveva, di come l’hanno trattato (“una ferita ancora aperta” per Massimo Cacciari), di San Michele dov’è sepolto.</strong> Parliamo un poco in italiano e un poco in inglese – molto poundiano tutto questo – e di Venezia, dove Mary torna almeno una volta all’anno per l’anniversario del funerale di Pound.</p>
<p style="text-align: justify;">Verrà anche quest’anno e di certo c’incontreremo di nuovo: Alessandro Rivali (l’amico poeta che ha pubblicato le conversazioni con lei sotto lo splendido titolo desunto da Pound, <em>Ho cercato di scrivere paradiso</em>) e io speriamo di convincerla a venire anche alla presentazione veneziana del libro. Chissà, forse…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sono troppo belli i versi di Pound, per non citarli tutti:</p>
<p><em>I have tried to write Paradise</em><br />
<em>Do not move</em><br />
<em>Let the wind speak</em><br />
<em>that is paradise</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato di scrivere Paradiso<br />
Non ti muovere,<br />
Lascia parlare il vento<br />
Questo è Paradiso (Canto CXX)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mary mi mostra alcune foto rarissime (e inimmaginabili) di suo padre nell’abitino a balze di pizzo del battesimo: ce l’ha ancora e deve tirarlo fuori, lavarlo e inamidarlo per l’ultima nata di famiglia. Fa impressione vedere il mostro sacro del Novecento e della letteratura di ogni tempo abbigliato da pupo vittoriano:</strong> un infante minuscolo sotto le arricciature dei pizzi ma dall’occhio già vivido. Sua figlia gli somiglia in modo sorprendente: negli occhi e nel carattere forte, nella voglia di perfezione che sottende ogni verso tradotto, nella dedizione totale alla poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Mary de Rachewiltz mi offre tè bollente o acqua e menta, posso scegliere, e sorride ancora quando opto per il tè, rigorosamente al latte – “fa caldo, ma pare giovi contro il caldo” – in un servizio di porcellana finissima che avrebbe fatto la gioia di Gozzano. Mi mostra l’archivio, una cassettiera cubica contenente patrimoni: “pare che non lo possa donare a Yale”, che adesso non possa più lasciare l’Italia.<strong> “Ma il governo italiano cos’ha mai fatto per Pound”? Tuttavia alla sua età non vuole più lottare contro schemi, pregiudizi e burocrazia: l’unica cosa che le importa è finire di ordinare l’archivio, avrebbe bisogno di qualcuno che l’aiuti, “ma lavori davvero”. </strong>Già: “Non importa quale sia l’idea di un uomo, ma a quale profondità abbia quell’idea” affermava Pound.</p>
<p style="text-align: justify;">A Brunnenburg lui ha vissuto dal 1958 fino alla morte, con pause a Venezia. In queste stanze ha terminato i <em>Cantos</em>, il poema immenso che ha dato all’America la sua <em>Divina Commedia</em>. <strong>Qui il vecchio dall’aspetto di profeta che quasi non parlava più cercava il “suo paradiso”, la “luce”, lo “splendore del cuore”. </strong>Sì, perché sosteneva che “<em>Beauty is difficult</em>”, “La Bellezza è difficile” e lui alla fine voleva trovare la pace, esser lasciato solo a “contemplare”. Il castello era diventato un rifugio, uno scrigno e un <em>modus vivendi</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">il tempio è sacro perché non è in vendita (Canto XCVII)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho detto a Mary come il frammento che apre il libro di Rivali,</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Hast thou 2 loaves of bread</em><br />
<em>Sell one + with the dole</em><br />
<em>Buy straightaway some hyacinths</em><br />
<em>To feed thy soul.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se hai due pani<br />
vendine uno e con la mercede<br />
compera subito giacinti<br />
per nutrire la tua anima</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>mi ricorda una frase della Campo: “Il destino non è nel campo che si possiede ma nella perla per cui si vende quel campo” e la trova d’accordo quest’analogia nell’anima, quel suo peso specifico con cui veniamo al mondo. </strong>Per alcuni è un dovere, questo “<em>feed the soul</em>”, questo nutrimento dell’anima, o è quasi una predestinazione e poi “parlare più lingue è avere più culture di riferimento”. Così mi versa un’altra tazza di tè, se lo gradisco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti guarda, Mary de Rachewiltz, con gli stessi occhi azzurro cristallo e lo stesso sorriso di Ezra Pound. Poi chiude il libro, “Sì, <em>I have tried to write Paradise</em>” ma non avrebbe voluto vedersi in copertina: c’è un fondo di timidezza in questa donna che ha conosciuto tutti nell’arte del Novecento </strong>e di cui lei stessa fa parte, una discrezione che ha qualcosa di commovente, un raffinatissimo <em>savoir faire</em> che parla sottovoce in un mondo capace solo di travolgere e urlare, un senso di appropriatezza che ti lascia un segno dentro per non farsi dimenticare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le ho portato un manifestino e il programma di un ciclo di conferenze su <em>Pound e i suoi artisti</em> tenutosi alla <em>Tate Gallery</em> a Londra, nell’anno 1985: avevo frequentato assiduamente quegli incontri con la mia amica Anna.</strong> Mary non ce l’ha e glielo offro subito: lei accetta poi rifiuta, meglio lo tenga tu – dice – “qui ho già troppo a cui badare e se dovessi averne bisogno, so dove trovarlo”. Però me lo sigla: “Visto, si tenga! – MdeR.” E non manca con generosità – la stessa generosità del padre – di donarmi un volume di suoi versi con dedica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi versi si legge di una natura amica e misteriosa:</p>
<p style="text-align: justify;">…la vista<br />
Sui monti è tanto vasta che l’orecchio<br />
‘pari suono ampio chiede’ (<em>Anch’io vorrei…)</em></p>
<p style="text-align: justify;">un “regno di fiori” per “condurci a suon di foglia” (<em>Nel regno dei fiori</em>), un grande amore per le montagne intorno alla propria casa:</p>
<p style="text-align: justify;">affinché duri la viva siepe<br />
di musica che cinge<br />
il castello. (<em>La viva siepe</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">E poi sempre nella lingua magica della poesia traluce in filigrana la preoccupazione per l’“opera”, “l’opera di Pound”:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;Ora<br />
chiedo di non spezzare<br />
il filo serico che<br />
mi accingo ad annodare. (<em>Hai forzato la soglia</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Le ore vanno troppo veloci.<br />
<strong>Ci tiene ad accompagnarmi al cancello malgrado il caldo feroce, che non accenna a diminuire: “Mia madre mi diceva: bisogna darsi delle regole <em>and then…</em> <em>stick to it! So I’ll stick to it</em>!”</strong> ossia attenersi alle regole che ci si è dati. Una “regola” di Mary è, dopo lo studio, camminare sempre tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Scendendo, passiamo accanto al tavolo e alla panchina dal sedile inciso con due versi dal Canto CXVI:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A little light, like a rushlight</em><br />
<em>to lead back to splendour</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ di luce, come un barlume<br />
ci riconduca allo splendore</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello “splendore” Mary de Rachewiltz lo offre a chiunque apra la sua traduzione dei <em>Cantos</em>. </strong>Per frammenti di tempo e di luce me l’ha fatto vivere accanto a lei, al castello di Brunnenburg.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">**<em>In copertina: Ezra Pound secondo Wyndham Lewis, 1939</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mary-de-rachewiltz-visita-paola-tonussi/">“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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