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	<title>Boris Pasternak Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 05:07:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Giacinto]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Velimir Chlebnikov]]></category>
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<p>Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche.&nbsp;<strong>Secondo il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta forma di espressione della Russia.</strong>&nbsp;Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire, nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.&nbsp;</p>



<p>Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova.&nbsp;<strong>Ricordare la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese – con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che ruzzola esuberante in un bosco.&nbsp;</strong>Le biografie di questi poeti sono come traccianti nel cielo scuro.</p>



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<p>Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo, colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive.&nbsp;<strong>Pasternak, anima fraterna di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita senziente</strong>&nbsp;– avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli uomini, in quello animale vegetale e minerale.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="835" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001-1024x835.jpg" alt="" class="wp-image-106676" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001-1024x835.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001-300x245.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001-768x626.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001-600x489.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/001.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908</figcaption></figure>



<p>Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano. Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito.&nbsp;<strong>Dice: “mandate al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare, almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti.</strong>&nbsp;È uno sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo: un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo si scioglie, il fiume trova la sua via&#8230;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Scorderò anno, giorno, data. Solo<br>staro rinchiuso con un foglio di carta.<br>Produciti, magia per nulla umana<br>dei vocaboli che il dolore rischiara!”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Ho sempre pensato che&nbsp;<strong>la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia.</strong>&nbsp;Forse è per questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino” l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità, illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo.&nbsp;<strong>Pasternak “ha avuto in premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”.</strong>&nbsp;Immortale è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta: impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="658" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/boris-pasternak-4-658x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106677" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/boris-pasternak-4-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/boris-pasternak-4-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/boris-pasternak-4-600x934.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/boris-pasternak-4.jpg 694w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /><figcaption class="wp-element-caption">Boris Pasternak (1890-1960)</figcaption></figure>



<p>Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo sferragliare di un treno.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E la notte vince, i pezzi si scansano,<br>io riconosco la bianca mattina del volto”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua.&nbsp;<strong>Chlebnikov ha imparato tutto e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere azzurro come quello di Kandinsky.</strong>&nbsp;Al suo passaggio, nascono margherite ai lati del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo segreto.&nbsp;<strong>Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov.&nbsp;</strong>Fugge, imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano, serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi indovini col dito i contorni di una città fantastica.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="754" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614-754x1024.webp" alt="" class="wp-image-106678" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614-754x1024.webp 754w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614-221x300.webp 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614-768x1043.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614-600x815.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/1920e-1_614.webp 795w" sizes="(max-width: 754px) 100vw, 754px" /><figcaption class="wp-element-caption">Velimir Chlebnikov (1885-1922)</figcaption></figure>



<p>Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un cavallo bianco.</p>



<p>“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.</p>



<p>*</p>



<p>Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel cielo nero.</p>



<p><strong><em>Lorenzo Giacinto</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923</em></p>
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		<title>“C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor Živago”</title>
		<link>https://www.pangea.news/dottor-zivago-film-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 04:41:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane&nbsp;<em>Il dottor Živago.&nbsp;</em>Il mirabile esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice protagonista” per l’altro film in cui compariva,&nbsp;<em>Darling</em>&nbsp;di John Schlesinger – interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente ambizione.&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a&nbsp;<em>Il ponte sul fiume Kwai</em>, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima, con&nbsp;<em>Lawrence d’Arabia</em>. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>che&nbsp;<em>Lawrence d’Arabia</em>&nbsp;sono stati ridotti in partitura cinematografica da Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di&nbsp;<em>Mission</em>, 1986).&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film – del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’, adattando&nbsp;<em>Passaggio in India</em>, il romanzo di E.M. Forster.&nbsp;</p>



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<p><a href="https://www.theguardian.com/film/2025/dec/22/doctor-zhivago-at-60-david-lean-sweeping-romantic-relic-endures"><strong>In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”,</strong> </a>ha scritto, grosso modo, che <em>Il dottor Živago </em>è un film elefantiaco, fuori tempo, “un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da esso scaturisce” – e del fatto, infine, che <em>Il dottor Živago </em>“è il tipico film da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per certi tratti, ricorda Boris Pasternak. </p>



<p><em>Il dottor Živago</em>, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel 1963 Fellini esce con&nbsp;<em>Otto e mezzo</em>; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con&nbsp;<em>Come in uno specchio</em>; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con&nbsp;<em>L’infanzia di Ivan</em>&nbsp;nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto: quando, in modo enigmatico e provvidenziale,&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>viene pubblicato da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de&nbsp;<em>Il salvacondotto</em>, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante.&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per tu, con lo scandalo di una confessione. Le&nbsp;<em>Poesie di Jurij</em>&nbsp;<em>Živago&nbsp;</em>in appendice – non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte al&nbsp;<em>Dottor Živago</em>&nbsp;– anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu,&nbsp;<em>Živago nella tempesta. Le avventure editoriali del capolavoro di Pasternak</em>, Feltrinelli, 2015 – i concetti di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia di cui è fatta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="724" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/il_fullxfull.2449516949_2ie5-724x1024.webp" alt="" class="wp-image-105932" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/il_fullxfull.2449516949_2ie5-724x1024.webp 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/il_fullxfull.2449516949_2ie5-212x300.webp 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/il_fullxfull.2449516949_2ie5-600x848.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/il_fullxfull.2449516949_2ie5.webp 764w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></figure>



<p>Pasternak, come si sa, lavorò al&nbsp;<em>Dottor Živago&nbsp;</em>per dieci anni; ne parlò a tutti, con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor, senza&nbsp;<em>darsi</em>, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come un&nbsp;<em>responso</em>&nbsp;–: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg, filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo durante l’estasi stalinista; a lei&nbsp;<em>Il dottor Živago&nbsp;</em>pareva un capolavoro, un libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro della&nbsp;<em>Genesi</em>” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come&nbsp;<em>Le barriere dell’anima</em>, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta – “La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo –&nbsp;<em>Il</em>&nbsp;<em>dottor Živago&nbsp;</em>è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che compare d’improvviso nel&nbsp;<em>Dottor Živago</em>, in nota critica folgorante: “È come una continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il protagonista de&nbsp;<em>L’adolescente</em>”).&nbsp;</p>



<p>In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta, Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi – adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il tema dominante del&nbsp;<em>Dottor Živago</em>, ben più del contesto storico, da cartolina, e della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della necessità storica. Perché questa scrittura sia&nbsp;<em>efficace</em>&nbsp;è necessario amare, con totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono&nbsp;<em>scritte</em>, inscritte, le cose, le vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma&nbsp;<em>avvera</em>, è vero.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="747" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504-1024x747.jpg" alt="" class="wp-image-105933" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504-1024x747.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504-300x219.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504-768x560.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504-600x438.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/2014122500001504.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine ‘cosmiche’ né quelle metafisiche del&nbsp;<em>Dottor Živago</em>, le più alte – la trama, a conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate, integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a esigere il tributo, a devastare i dintorni”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale?</p>



<p>Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti, infine, del romanzo – in cui Pasternak/<em>&nbsp;</em>Živago tenta di tracciare il senso dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella magnifica poltiglia? Questo, ad esempio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della felicità di esistere”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’<em>Onegin&nbsp;</em>è un poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak di&nbsp;<em>Živago&nbsp;</em>non è diverso dal Pasternak di&nbsp;<em>Mia sorella, la vita</em>, dal Pasternak del magnetico poemetto&nbsp;<em>Le onde</em>. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato – al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura” ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò, all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo&nbsp;<em>Il dottor</em>&nbsp;<em>Živago&nbsp;</em>se Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la corda al collo – messianica Marina.&nbsp;</p>



<p>Nel&nbsp;<em>Dottor</em>&nbsp;<em>Živago&nbsp;</em>appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’. Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe, per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo, come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="790" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH-790x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105934" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH-790x1024.jpg 790w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH-231x300.jpg 231w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH-768x996.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH-600x778.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/12/GIauZKrWoAAJ3DH.jpg 833w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /></figure>



<p><em>Il dottor</em>&nbsp;<em>Živago</em>&nbsp;– vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più importante di altri ben più riusciti (<em>Vita e destino</em>&nbsp;di Vasilij Grossmann, ad esempio, oppure i&nbsp;<em>Racconti di Kolyma</em>&nbsp;di Varlam Šalamov, per non dire dei libri sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”). Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di scarcerare il manoscritto del&nbsp;<em>Dottor</em><em>Živago&nbsp;</em>dall’Unione Sovietica, dove il libro non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia, l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in fondo, doveva&nbsp;<em>spogliarsi</em>. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo. “Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie di Živago,&nbsp;<em>Il vento</em>.&nbsp;</p>



<p>Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta – per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto “cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo&nbsp;<em>angelo</em>&nbsp;era tremendo quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali, immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago</em></p>
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		<title>Un arcipelago di cuori. Incontro con Irina Emelianova, la figlia “adottata” da Pasternak</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2025 04:19:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Il dottor Zivago]]></category>
		<category><![CDATA[Irina Emelianova]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È un sabato pomeriggio d’aprile. Parigi pare celebrare l’arrivo della primavera. La musica della vita invade le strade, la gente affolla i locali della Rive Gauche, forse nascono nuovi amori. In me risuonano le parole di Olga Ivinskaja, la donna che ha condiviso gli ultimi quattordici anni della vita di Boris Pasternak:&#160; “E dirò a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È un sabato pomeriggio d’aprile. Parigi pare celebrare l’arrivo della primavera. La musica della vita invade le strade, la gente affolla i locali della Rive Gauche, forse nascono nuovi amori. In me risuonano le parole di Olga Ivinskaja, la donna che ha condiviso gli ultimi quattordici anni della vita di Boris Pasternak:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E dirò a me stessa sospirando</strong><br><strong>nell’impietosa luce del giorno:</strong><br><strong>sì, sarò stata malvagia, e peccatrice,</strong><br><strong>ma pur con tutto questo m’hai amata.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Tengo strette le sue memorie,&nbsp;<em><a href="https://www.amazon.it/Prigioniero-del-tempo-vita-Pasternak/dp/B009M5I5KG" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Prigioniero del tempo. La mia vita con Pasternak</a></em>, mentre mi appresto ad incontrare&nbsp;<strong>Irina Emelianova</strong>, sua figlia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Mi accoglie sulla soglia di casa, con limpidi e sereni occhi azzurri.&nbsp;<strong>Vedere quello sguardo terso, che ha incrociato quello di Pasternak, Ariadna Efron, Varlam Šalamov… mi commuove nel profondo.</strong>&nbsp;Mi toglie il fiato. Ma la sua gentilezza, il sorriso aperto, mi fanno subito sentire “a casa”, come se ci conoscessimo da sempre. Respiro familiarità, quello stesso calore che emerge dal suo libro&nbsp;<strong><a href="https://www.amazon.it/Légendes-rue-Potapov-Irina-Emelianova/dp/2213613737" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Légendes de la rue</em>&nbsp;<em>Potapov,&nbsp;</em>il leggendario appartamento a venti minuti dal centro di Mosca, dove l’amore, la gioia e la poesia</a></strong>&nbsp;hanno convissuto con le tragedie, le perquisizioni, gli arresti, le separazioni.&nbsp;</p>



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<p>Mentre osservo le fotografie che campeggiano nel suo salotto, mi trovo a pensare che se il verbo ha un potere, è proprio quello di far risorgere la “vera vita”.</p>



<p>Nel momento in cui Boris Pasternak muore, nel 1960, il suo romanzo,&nbsp;<em>Il dottor Zivago</em>, conosce un destino eccezionale, un successo planetario.&nbsp;<strong>Sappiamo che Olga Ivinskaja ha ispirato il personaggio di Lara e Irina quello della piccola Katia. Ecco: ora, davanti a me, c’è Katia, il riflesso di Lara,</strong>&nbsp;non più due eroine, simboli romantici, ma due donne vive, in carne ed ossa, che hanno suggerito a Pasternak la concezione di un’esistenza e di un amore fuori dal comune.&nbsp;</p>



<p>Sul treno che da Torino mi ha condotto a Parigi ho riletto per l’ennesima volta il capitolo finale di&nbsp;<em>Zivago</em>, quello in cui Lara ripercorre la sua storia con Jurij, di fronte alla sua salma, avanti all’inesorabilità della morte. In quelle pagine, Zivago-Pasternak pare anticipare la sua fine, come per donare a Lara-Olga gli strumenti per affrontarla, il diritto di piangere per lui da sola, nella certezza d’un amore unico, fondato sulla più intima conoscenza reciproca, qualcosa “che non veniva dal ragionamento, ardente, mutua. Istintiva, diretta”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="629" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/715ECU67t2L._SL1266_-629x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103549" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/715ECU67t2L._SL1266_-629x1024.jpg 629w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/715ECU67t2L._SL1266_-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/715ECU67t2L._SL1266_-600x977.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/715ECU67t2L._SL1266_.jpg 663w" sizes="(max-width: 629px) 100vw, 629px" /></figure>



<p>Come mi suonano vere, oggi, quelle parole… Irina mi mostra le foto di famiglia e il verbo si fa carne.&nbsp;<strong>“Oh, che amore era stato il loro, libero, inaudito, diverso da ogni cosa al mondo</strong>! Pensavano, come altri cantavano.&nbsp;Si sono amati non perché fosse ineluttabile, non perché ‘travolti dalla passione’, come si dice, falsando i fatti. Si sono amati perché così voleva tutto ciò che li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra alle loro teste, le nuvole e gli alberi… Mai, mai, nemmeno nei momenti della felicità più gratuita, immemore, li aveva abbandonati qualcosa di più elevato e appassionante: il godimento al cospetto della generale armonia del mondo, il sentimento della loro appartenenza a tutto ciò, la sensazione di essere parte della bellezza di tutto quello spettacolo, di tutto l’universo. Da loro emanava questa comunione”.</p>



<p>È una comunione cristiana quella che emerge da&nbsp;<em>Zivago</em>&nbsp;e Pasternak la sperimenta in prima persona con Olga Ivinskaja.</p>



<p>Mentre il poeta ci osserva dall’alto della libreria, Irina mi racconta le loro tribolazioni:&nbsp;<strong>il primo arresto della madre, nel 1949, cui seguirono quattro anni di reclusione nei gulag.</strong>&nbsp;<strong>Lei ha undici anni. Boris la “adotta” e le permette di sopravvivere alla più grande miseria.&nbsp;</strong>In quegli stessi anni lo scrittore è in corrispondenza con Ariadna Efron, la figlia di Marina Cvetaeva, al confino aTuruchansk, nel nord della Siberia. È grazie al suo sostegno morale e finanziario se Ariadna sopravvive a condizioni esistenziali estreme. Irina e Ariadna divengono così le “figlie adottive” del poeta, figlie della sua anima, in un autentico “arcipelago di cuori” che li legherà fino alla fine.&nbsp;</p>



<p>Tutto questo passa attraverso le parole di&nbsp;<em>Zivago</em>, una lezione di vita, un’autentica “attrezzatura spirituale” che affonda le sue radici nel Vangelo, nell’amore per il prossimo&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Queste le parole chiave che mi trovo a condividere con Irina, testimone vivente di quell’amore straordinario</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“l’apice di una reciproca</strong><br><strong>compatibilità di intenti</strong><br><strong>che non ammette gradazioni</strong><br><strong>e in cui nessuno sta sopra o sotto,</strong><br><strong>è un’equivalenza di intenzioni</strong><br><strong>dell’essere pieno nella sua interezza”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ripercorriamo assieme le&nbsp;<em>Tre variazioni sull’amore</em>, là ove Pasternak ne canta la “selvaggia tenerezza”. Su tutto, prevale l’ottica di un “amore superiore” che si stacca dalla terra per elevarsi verso il cielo. Dall’abbandono negli abbracci, la sensualità dei corpi si fa “anima e dolcezza”, veicolo di elevazione:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“ognuno degli istanti,</strong><br><strong>in cui ci viene addosso come un alito</strong><br><strong>d’eternità il fremito della passione,</strong><br><strong>è un momento di&nbsp;rivelazione,</strong><br><strong>di un approfondimento</strong><br><strong>di noi stessi e della vita”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Versi da incidere nel cuore, cui aggrapparsi come a un deltaplano. Rileggendoli, ho sempre pensato: questo è “l’amore come dovrebbe essere” e ora ne sono pienamente consapevole.&nbsp;</p>



<p>Grazie ad Irina Emelianova vivo un momento di autentica rivelazione. La letteratura si fa vita. E quello che emerge è il quadro – umanissimo – di un amore vissuto come “empatia, indulgenza, comprensione, compassione”, così me ne parla Irina. Pasternak era lacerato tra l’amore per Olga e il matrimonio con Zinaida Neuhaus, ma “mia madre lo rassicurava&#8230;”, mi racconta, “era felice con lui, non gli ha chiesto di lasciare la sua famiglia&#8230; perché complicargli la vita? Con la sua età e tutto il resto?”.&nbsp;Ecco un sorprendente&nbsp;<em>sustine et abstine,&nbsp;</em>pronunciato con un tale equilibrio di forze da commuovermi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61KRqhVC9tL._SL1360_-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61KRqhVC9tL._SL1360_-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61KRqhVC9tL._SL1360_-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61KRqhVC9tL._SL1360_-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61KRqhVC9tL._SL1360_.jpg 704w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p><strong>“Mia madre ed io”, continua Irina, “abbiamo vissuto un secondo arresto due mesi dopo la morte di Pasternak. Il potere, l’incarnazione del male, si è vendicato sull’anima del poeta per questa ‘passione illegale’.</strong>&nbsp;Questo è stato il prezzo che mia madre ha dovuto pagare, scontando nove anni in prigione. Il 30 maggio di quest’anno avremo il nostro ‘giubileo’, a 65 anni dalla morte di Pasternak e dal nostro arresto.”&nbsp;</p>



<p>Mi affretto a trascrivere queste parole sul taccuino: Irina le pronuncia in francese e le ripete in russo.&nbsp;<strong>In questa comprensione-compassione, in questo prezzo da pagare (per vivere e amare), c&#8217;è tutto&nbsp;<em>Il dottor Zivago</em>.</strong>&nbsp;Zivago, Lara e Katia&#8230; ma soprattutto: Pasternak, Olga e Irina. Cuori pulsanti, sanguinanti, attraverso cui passa la vita. Quella vera: la testimonianza di una grande luce sulle persone che ne sono state irradiate, a cui essere grati, nel riflesso&nbsp;di una lezione universale.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Marilena Garis</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Boris Pasternak insieme a Olga e alla figlia, Irina</em><em></em></p>
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		<title>“Sono cresciuta tra i tuoi versi”. Vita eroica di Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva</title>
		<link>https://www.pangea.news/ariadna-pasternak-marina-cvetaeva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jan 2025 05:24:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Ariadna Efron]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Irina Emelianova]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Cvetaeva]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La leggenda può essere più autentica della vita? Di certo lo può in via Potapov, a Mosca, a venti minuti dal centro:&#160;è l&#8217;indirizzo dell&#8217;appartamento dove una bambina di nove anni, Irina Emelianova, ha visto per la prima volta il volto di Boris Pasternak, legato alla madre, Olga Ivinskaja, dal grande amore che il mondo avrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ariadna-pasternak-marina-cvetaeva/">“Sono cresciuta tra i tuoi versi”. Vita eroica di Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La leggenda può essere più autentica della vita? Di certo lo può in via Potapov, a Mosca, a venti minuti dal centro:&nbsp;<strong>è l&#8217;indirizzo dell&#8217;appartamento dove una bambina di nove anni, Irina Emelianova, ha visto per la prima volta il volto di Boris Pasternak, legato alla madre, Olga Ivinskaja</strong>, dal grande amore che il mondo avrebbe presto scoperto leggendo&nbsp;<em>Il dottor Zivago</em>. Qui iniziano le peripezie drammatiche connesse al romanzo (che arrivano fino all’arresto e alla deportazione di madre e figlia). Di qui passeranno altre figure leggendarie, tra cui Varlam Šalamov con i suoi&nbsp;<em>Racconti di Kolyma,&nbsp;</em>e Ariadna Efron, figlia di Marina Cvetaeva, sopravvissuta a sedici anni di deportazione.&nbsp;<strong><a href="https://editions-syrtes.com/produit/legendes-de-rue-potapov-irina-emelianova/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ad Ariadna è dedicato un capitolo commovente nel libro&nbsp;<em>Légendes de la rue Potapov</em>, pubblicato in Francia da Syrtes, inedito in Italia.</a></strong></p>



<p>Fu Boris Pasternak ad introdurre Ariadna (Alja) nelle vite di Olga ed Irina: durante gli anni della deportazione in Siberia, Pasternak leggeva loro le sue lettere piene di talento, di cui andava orgoglioso, fin quando fu liberata e riabilitata nel 1955, e poterono incontrarsi di persona. “Era apparsa improvvisamente a casa nostra in via Potapov nel 1955”, racconta Irina Emelianova, “nel nostro piccolo appartamento al quinto piano. [&#8230;] Ariadna apparve bella, abbronzata, con occhi sorprendenti, profondi come un lago, di un blu che non aveva ancora perso la sua intensità. […] Entrò subito nella nostra vita, scegliendo il nostro appartamento come se fosse la sua casa”.</p>



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<p>L’intima amicizia tra Ariadna e Irina durò fino alla morte della prima, nel 1975, e si cementò nelle ore peggiori.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Durante la malattia di Pasternak, era con noi ogni giorno, in tutti i sensi, fisicamente e moralmente; era convinta che sarebbe guarito e cercava di convincerci a fare altrettanto [&#8230;] Aveva preso su di sé e per sé – non è una metafora – la disperazione di mia madre, la portava dentro di sé”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Durante gli ultimi giorni di Pasternak, Irina ed Olga le inviarono un telegramma per chiederle di recarsi alla “grande dacia” e favorire una visita di Olga, esclusa dal capezzale del poeta. Da Tarusa, dove si era costruita una piccola dacia, Ariadna arrivò subito a Peredelkino. Non poteva essere diversamente: nel suo cuore, Pasternak aveva preso il posto dei genitori. L’aveva aiutata a sopravvivere in Siberia: grazie a lui era riuscita a comprare una piccola casetta “dickensiana”, di legno, a Turuchansk, dove aveva vissuto con l’amica Ada Skodina, incontrata nella prigione di Rjazan (e con cui poi condivise il resto della sua esistenza). Come un eremita parla con Dio, Ariadna parlava con Boris nei suoi terribili inverni polari: lettere straordinarie che bruciano di quello stesso amore, unico e irripetibile, che aveva legato per molti anni la madre, Marina Cvetaeva, e Boris Pasternak.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono cresciuta tra i tuoi versi e ritratti, tra le tue lettere, da lontano simili a partiture, tra la tua corrispondenza con la mamma, tra voi due eternamente vicini ed eternamente separati e tu da tempo sei entrato nella carne e nel mio sangue. Prima di te ricordo e amo solo la mamma”</strong>.</p>
<cite><strong>(31 gennaio 1950)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…eravate come due ali di un unico uccello. Care le mie ali, luminose, forti, pure, voi siete anche ora con me, del tutto priva di ali, e non lasciate la mia anima fino allo stesso confine terrestre”</strong>.</p>
<cite><strong>(9 novembre 1951)</strong></cite></blockquote>



<p>Con quelle stesse ali, forti e luminose, Ariadna volò dunque a Peredelkino in quegli ultimi giorni di maggio del 1960. A lei le porte della “grande dacia” furono aperte: sperimentò così per la prima volta l&#8217;agonia di una persona cara. Si ostinava a confidare nel miracolo. Trasmetteva a Boris i messaggi di Olga, sosteneva lei e Irina e, a casa, preparava loro i pasti.&nbsp;</p>



<p>Quando Boris spirò, nella notte tra il 30 ed il 31 maggio, immenso fu il dolore nella “piccola dacia” dove vivevano Olga e Irina. Quel giorno Alja restò con un’ala spezzata. Nell’agosto del 1951, da Turuchansk, gli aveva scritto “finché vivi, respiri e scrivi […] io non mi sento orfana”. Ora, mentre il treno di&nbsp;<em>Zivago</em>&nbsp;(che lei per prima aveva letto in manoscritto nel novembre 1948) partiva verso lo spazio siderale dell’eternità, assieme al suo autore, tutta l’assenza e l’immensa solitudine della morte diventava evidente, tangibile realtà: Alja sentì di dover fuggire.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="644" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102279" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_-644x1024.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_-768x1221.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_-600x954.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/51seK7w5uLL._SL1272_.jpg 800w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p>Ripartì per Tarusa alla vigilia delle esequie di Pasternak, il primo giugno del 1960.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L&#8217;avevo accompagnata alla stazione”, racconta Irina, “le carrozze erano vuote, eravamo così in anticipo. Salì su quel treno di periferia con le sue borse e le provviste [&#8230;] E all&#8217;improvviso questa donna, che negli ultimi giorni aveva dimostrato tanta forza, energia e organizzazione, era crollata: le lacrime le scendevano sulle guance e lei le asciugava alla maniera contadina, con il dorso della mano. No, non voleva restare; non aveva visto il cadavere di nessuno dei suoi e non voleva vedere quello di Pasternak”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Alja non depose alcuna zolla di terra sul feretro: continuò a vivere nei versi di Pasternak e dentro i manoscritti di Marina, così densi della sua presenza. Mantenne fede alla promessa:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Importante [è] che quanto scritto da te e dalla mamma giunga fino alle generazioni che noi ora non possiamo neppure immaginare, e con loro voi vi darete del ‘tu’. Oggi si è costretti a pagare un caro prezzo per avere diritto a vivere nel domani, a vivere per sempre”</strong>.</p>
<cite><strong>(28 agosto 1957)</strong></cite></blockquote>



<p>Alja pagò un prezzo altissimo. Unica superstite di una famiglia schiacciata dagli orrori della storia (la sorella Irina morì per malnutrizione nel 1920, la madre Marina si abbandonò alla morte volontaria nel 1941, il padre Sergej venne arrestato e fucilato nello stesso anno, il fratello Georgij morì al fronte nel 1944, a diciannove anni), passò attraverso due guerre mondiali, la Rivoluzione d’ottobre del 1917, il terrore staliniano, l’esilio e il confino. Tornata dall’inferno, dedicò gli ultimi vent’anni della sua vita a ricostruire i manoscritti materni.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;opera di Marina Cvetaeva si è salvata dall’oblio, lo dobbiamo al suo eccezionale temperamento. La “figlia della sua anima” divenne il suo primo editore. Malgrado le atroci prove a cui fu sottoposta, non abbassò la testa e mostrò una rara fermezza di intenti. Come scrive Irina Emelianova, c’era in lei qualcosa dell’ultimo dei Mohicani. La sua non fu una vita, ma un destino.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Marilena Garis</em></strong></p>



<p><em>*In copertina:&nbsp;</em><em>Olga Ivinskaya, Boris Pasternak e Irina Emelianova, 1959</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ariadna-pasternak-marina-cvetaeva/">“Sono cresciuta tra i tuoi versi”. Vita eroica di Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Il poeta sarebbe risorto”. Varlam Šalamov: memorie della vita contro la morte</title>
		<link>https://www.pangea.news/varlam-salamov-memorie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 05:31:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Varlam Salamov]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I russi scrivono autobiografie straordinarie. Forse perché credono di aver vissuto un’epoca magnifica e terribile; forse perché hanno fede nella loro terra, nella missione della Grande Madre Russa. I russi scrivono autobiografie straordinarie. * L’autobiografia scritta da un russo è l’esatto contrario di un’autobiografia scritta da un francese. I francesi sono eccellenti autobiografi: scrutano l’io [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I russi scrivono autobiografie straordinarie. Forse perché credono di aver vissuto un’epoca magnifica e terribile; forse perché hanno fede nella loro terra, nella missione della Grande Madre Russa. I russi scrivono autobiografie straordinarie.</p>



<p>*</p>



<p>L’autobiografia scritta da un russo è l’esatto contrario di un’autobiografia scritta da un francese. I francesi sono eccellenti autobiografi: scrutano l’io e le sue le sue più analitiche perversioni, sbocconcellano l’anima e le smaliziate ancelle – sono degli avanguardisti dell’ego. Il russo racconta, attraverso se stesso, un’epoca; racconta la Russia: ecclesia incarnata nei suoi cittadini, ubriachi di una sinistra, abbagliante profezia.</p>



<p>Il francese si mette in scena, il russo si fa sacrificale agnello.</p>



<p>Il francese crede nell’individuo, il russo crede in Dio.</p>



<p>Le autobiografie dei russi? Un’appendice all’Apocalisse. Giorno dei Giorni/Rivoluzione.</p>



<p>*</p>



<p>Tutti gli scrittori russi cedono all’autobiografia. Alcune autobiografie sono bellissime, miliari. Pensiamo ai libri di Nadežda Mandel’štam, autentici colossi; a <em>Necropoli</em> di Vladislav Chodasevič; ai libri di Viktor Šklovskij; ai ricordi di Arsenij Tarkovskij, di petroglifica eloquenza. Anna Achmatova era una pessima scrittrice di se stessa – così impregnata nei propri autobiografici, nottambuli versi. Boris Pasternak, sgargiante scrittore di difformi autobiografie – la più bella è la prima, una vera e propria gimkana nel linguaggio, <em>Il salvacondotto</em> – scrisse che di quel “mondo unico, incomparabile… bisogna scriverne in modo da mozzare il fiato, da far inorridire”.</p>



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<p>*</p>



<p>Le autobiografie di Pasternak pullulano di nomi, spessi infinitesimamente ignoti, pullulano di fatti. Come ho detto, il russo, quando scrive la propria autobiografia, si mette da un lato, in alto. È il mozzo sull’albero maestro, è la sentinella nella notte – è incurante di sé perché il mondo gli gonfia gli occhi, gli occhi gli si dilatano in zattere.</p>



<p>*</p>



<p>Forse c’è qualcosa delle cronache bizantine – penso al turbinio di chiacchiere di Michele Psello – e dell’eroismo degli <em>Atti degli apostoli</em> nelle autobiografie dei russi. Dietro il desiderio di salvare un mondo, il sottile gusto per il pettegolezzo. Un candore raggiunto attraverso le sottigliezze della crudeltà.</p>



<p>*</p>



<p>Anche gli scritti autobiografici di <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845939303" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Varlam Šalamov – raccolti da Adelphi nel micidiale <em>Tra le bestie la più feroce è l’uomo</em></strong> </a>– sono gonfi di nomi: poeti, scrittori, politici che appaiono come lumi invernali, come effervescenti effimere. In un cammeo, Šalamov racconta la triste storia di Andrej Sobol’, che a Capri scrisse “il romanzo cui pensava da tempo e che riteneva la sua opera più importante”, <em>Racconto di una quiete azzurra</em>. Fu “una folata di italico scirocco” a vanificare lo sforzo, inghiottendo nell’azzurro partenopeo, per sempre, il romanzo, impilato in fogli, pronto per la stampa. “Sobol’ impazzì”, tornò a Mosca, si uccise, con un colpo di pistola all’addome, “nell’autunno del 1926, in viale Tverskoj, vicino a piazza Nikitiskie Vorota”.</p>



<p>In un’epoca che cancellava il nome degli indesiderati – e faceva dubitare i parenti che quel nome e quel volto fossero mai esistiti –, che giocava ad alterare le date della morte e della nascita, anche il mero riferimento topografico è un atto di resistenza.</p>



<p>Per l’Enciclopedia Treccani, Sobol’ è un “rivoluzionario e individualista”: dida paradossale, quasi un ossimoro.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="942" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/i__id14314_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-101665" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/i__id14314_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/i__id14314_mw600__1x-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Varlam Šalamov amava Boris Pasternak, credeva che <em>Mia sorella la vita</em> – che preferiva di gran lunga al <em>Dottor Živago</em> – avesse “portato in superficie, nel campo poetico, interi nuovi filoni”. Dopo vent’anni di gulag, il 13 novembre del 1953, Šalamov, appena approdato a Mosca, incontra Boris Pasternak. Gli aveva scritto l’anno prima, il 22 febbraio, la prima lettera di un acceso epistolario. Šalamov vi allegava “due libretti, che non saranno mai stampati né pubblicati. È solo una modesta testimonianza della mia sconfinata stima e del mio amore per un poeta dei cui versi sono vissuto per vent’anni” (in: V. Šalamov-B. Pasternak, <em>Parole salvate dalle fiamme</em>, Archinto, 1993; 2009). Pasternak aveva compiuto gli anni pochi giorni prima, gli rispose diversi mesi dopo, con una lunga, accorta, accorata lettera. I versi di Šalamov gli piacquero; utili, scriveva – sibillino –, a un “perfezionamento interiore”.</p>



<p>*</p>



<p>A fare da tramite tra Pasternak e Šalamov (che vite, i russi…) era stata la moglie di quest’ultimo, Galina Ignat’evna Gudz’. Si erano sposati nel 1934; lei non voleva ospitarlo a Mosca, aveva paura di ripercussioni. Lui le scrisse una lettera, qualche anno dopo, nel 1956, “Penso che non valga la pena di vivere insieme”. Si risposò – ridivorziò. Minato da un male incurabile, alla fine degli anni Settanta, tentò di ricontattare la moglie, che aveva continuato ad amare. Tentò di contattare la figlia, Lena: la prigionia li aveva resi estranei, da ragazza, nei questionari, scriveva che il padre era morto. “Non conosco quell’uomo”, disse – e Šalamov morì, solo.</p>



<p>Forse è in questo terribile disconoscimento – la figlia che non riconosce il padre – che si riassume l’estro sinistro di un’era. Più in particolare, perché un legame si stringa un altro deve sciogliersi. La moglie fu il corpo offerto, sacrificale, affinché Šalamov si unisse a Pasternak.</p>



<p>*</p>



<p>In alcuni appunti degli anni Settanta – raccolti in un antico libro: V. Šalamov, <em>Nei lager non ci sono colpevoli</em>, Theoria, 1992 – Šalamov scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io non credo nella letteratura. Non credo alle sue possibilità di educare gli esseri umani… Non credo alla possibilità di prevenire le cose, di evitare che si ripetano. La storia si ripete. Ogni fucilazione può essere ripetuta… La cosa peggiore è che creare per un artista significa disfarsi del dolore, attutire la propria sofferenza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E in un altro scritto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per un racconto ho bisogno di silenzio assoluto, di una solitudine assoluta… Ogni racconto, ogni singola frase è stata preventivamente urlata in una stanza vuota: quando scrivo, parlo sempre da solo. grido, minaccio, piango. E le mie lacrime scorrono ininterrotte”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Scrivere – come pregare.</p>



<p>*</p>



<p>Tuttavia, Šalamov, che nasce poeta – in Italia, <strong><a href="https://www.giometti-antonello.it/scheda_salamov.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le poesie di Šalamov sono state tradotte da Gario Zappi per Giometti &amp; Antonello come <em>Quaderni della Kolyma</em>, 2020</a></strong> – confidava in Pasternak. “Fino a quando ci incontrammo di persona, io l’avevo considerato un dio, un profeta quanto meno”. In realtà, scoprirà un uomo, creatura impura e infida, imbestiata da illusioni e reticenze, “avviluppato nella matassa degli intrighi di qualcuno”.</p>



<p>Secondo Varlam Šalamov è inevitabile la coincidenza tra uomo e artista: un grande poeta deve distaccarsi dagli orrori del tempo, deve essere superiore alle ruberie della Storia, deve farsi scaltro per eccesso di innocenza. Šalamov aveva vissuto gli inferi, aveva visto l’inimmaginabile: il fatto di essere un sopravvissuto gli conferiva attributi eroici. In verità, il poeta può anche essere la più vile tra le persone, la più immatura, un paria: al di là del bene e del male (chi può davvero dire di non vivere compromesso?, chi può dire di non essere colpevole?), è un puro dono – sapore di sangue in bocca, quando leggiamo i suoi versi.</p>



<p>*</p>



<p>Alla discepola Irina P. Sirotinskaja, Šalamov, “fronte alta, capelli gettati all’indietro, occhi azzurro-chiari e uno sguardo intenso, penetrante, tutta la sua figura alta e possente” da “eterno cavaliere, Don Chisciotte che voleva salvare gli uomini, le loro anime deboli e i loro deboli corpi”, Varlam Šalamov disse: “Come vivere? Con i dieci comandamenti. Lì è detto tutto” (in: V. Šalamov, <em>I racconti di Kolyma</em>, Einaudi, 1999).</p>



<p>*</p>



<p>Eppure, Šalamov non può che fare continui riferimenti al numinoso quando parla di Pasternak. Nel lungo scritto a lui dedicato, raccolto nel volume Adelphi, Šalamov scrive che “Pasternak era davvero il poeta di cui avevo cara ogni parola”, scrive di leggere Pasternak come fosse il Vangelo. Infine, fa un riferimento al mondo buddista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho sempre pensato, e lo penso tutt’oggi, che nella vita ci devono essere delle persone, persone vive, nostri contemporanei, delle quali possiamo fidarci, con un’autorità morale senza limiti. E che debbano essere necessariamente persone che abbiamo accanto. Allora sarà più facile vivere, sarà più facile continuare a credere nell’uomo. È questo bisogno a generare la religione dei buddha viventi. Per me quell’uomo è stato Pasternak”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La frase è meravigliosa, vagheggia ambiguità. I grandi poeti sono come i bodhisattva, gli illuminati che rinunciano al nirvana, si spogliano del fine, per tornare al mondo, reincarnarsi e salvare gli uomini, uno ad uno, tutti. Šalamov mirava a essere uno di questi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="659" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-1024x659.jpg" alt="" class="wp-image-101666" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-1024x659.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-300x193.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-768x494.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-1536x988.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov-600x386.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/salamov.jpg 1679w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Varlam Šalamov&nbsp;(1907-1982)</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p>Eppure, il racconto più bello dei <em>Racconti della Kolyma</em> – in questo caso, cito dall’edizione Adelphi, a cura di Marco Binni, 1995 –, <em>Cherry-Brandy</em>, è dedicato a Osip Mandel’štam, il poeta morto nei Gulag. In alcuni passi memorabili, si legge una sorta di poetica – una poetica scaturita dal fondo dell’uomo, dalla più fosca paluda, dal disumano, dal luogo della disperazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Scrivere, pubblicare – tutto ciò non è che <em>vanitas vanitatum</em>. Tutte le cose che nascono in modo non disinteressato non sono le migliori. Il meglio è ciò che non viene annotato, che è stato creato e scompare, che si scioglie senza lasciare traccia…”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Šalamov fa riferimento al raggiungimento supremo, quando:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutto l’universo intero era poesia: il lavoro, lo scalpitio dei cavalli, una casa, un uccello, una roccia, l’amore – tutta la vita entrava facilmente nei versi e ci si installava comodamente. E doveva essere così perché i versi sono la parola”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Scrivere è un atto troppo umano, degno di svanire, volgare; creare è un gesto divino. Gesù e Buddha non hanno scritto – hanno vissuto <em>poeticamente</em>. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>In questo afflato religioso – poesia: addestramento al Verbo; poesia: pittura di icone – si rivela la genia di Šalamov: il padre, Tichon Nikolaevič, era un prete ortodosso, missionario. Amava cacciare. Varlam Šalamov si fa vanto del contrario:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Vado fiero di non aver ucciso di mio pugno un solo essere vivente in tutta la mia vita, soprattutto fra gli animali. Non ho distrutto un solo nido, non ho mai imparato a tirare con la fionda, non ho mai tenuto in mano un fucile da caccia o un’altra arma”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Per questo, da bambino lo prendevano in giro. Ricorda il padre che sventra la capra e che apre il corpo di un luccio con un coltello. Šalamov teneva le bestie, “mio padre aveva delle capre, io ero il pastore”. Era un ragazzo “abituato a rispondere colpo su colpo”. Più volte, aveva lavato le gambe alla madre, malata.</p>



<p>Al funerale di Pasternak – a cui partecipa quasi di soppiatto, evitando la fanfara dei curiosi – Šalamov esplora una frase di geniale ingenuità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Avevo come l’impressone che il miracolo si sarebbe compiuto, che il poeta sarebbe risorto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>È implacabile questa necessità del poeta di affrancarsi dai vivi per inseguire il corpo di un altro poeta, morto. Iosif Brodskij che scorta il corpo morto di Anna Achmatova. Boris Pasternak che ricorda il corpo morto di Marina Cvetaeva, l’assoluta sola, e quello di Vladimir Majakovskij, il divino cantore della Rivoluzione. Eccola, l’eredità del poeta: corpo enfiato da morte. Corpo, tuttavia, che può, che <em>deve</em> risorgere.</p>



<p>C’è qualcosa di giusto nel poeta che si vanta di non aver ucciso essere vivente, di non aver imbracciato arma e confida nella resurrezione del suo maestro. È inutile dire che i poeti non muoiono mai – <em>il</em> poeta <em>deve</em> risorgere.</p>



<p>Io non ho ucciso alcuna creatura perché il poeta risorga – urla Šalamov, risalendo alle origini sciamaniche del suo dire.</p>



<p>Il poeta <em>deve</em> risorgere, il poeta deve vincere la morte e salvarci.</p>



<p>Non c’è gratitudine, ma giustizia in questo.</p>



<p>Immagino Šalamov che sorride, davanti al feretro del suo maestro, assediato dagli incensatori e dagli incensieri. Torna a casa danzando. Sa che quella notte dialogherà a lungo con l’ombra del poeta – lo convincerà a risorgere. In forma di betulla o di rospo, di tigre o di nenia, non è poi importante. </p>
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		<item>
		<title>“Scrivo solo per la mia anima”. Il romanzo dell’amore e del riscatto: “Il dottor Živago”</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-dottor-zivago-significato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2024 03:37:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Il dottor Zivago]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Peratoner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Per la prima volta in vita mia voglio scrivere qualcosa di veramente autentico”, scriveva Pasternak, la vigilia di Natale del 1945, ad Olga Fréjdenberg, sua cugina paterna, cui era legato da un intenso epistolario. Studiosa di filologia classica, Olga fu per Pasternak una figura di inestimabile rilevanza, di incentivo ed apertura alla sua opera, fino [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Per la prima volta in vita mia voglio scrivere qualcosa di veramente autentico”, scriveva Pasternak, la vigilia di Natale del 1945, ad Olga Fréjdenberg, sua cugina paterna, cui era legato da un intenso epistolario.</p>



<p><strong>Studiosa di filologia classica, Olga fu per Pasternak una figura di inestimabile rilevanza, di incentivo ed apertura alla sua opera, fino al capolavoro de <em>Il dottor Zivago.</em></strong><em> </em>Alla corrispondenza con Olga, <em>Le barriere dell&#8217;anima, </em>dobbiamo infatti un contributo fondamentale alla comprensione della genesi e del significato del grande romanzo per il suo stesso autore. &#8220;La mia prima vera opera&#8221; è definita da Pasternak stesso in una lettera alla cugina del 13 ottobre 1946:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In esso voglio raffigurare un&#8217;immagine storica della Russia negli ultimi quarantacinque anni e, nello stesso tempo, attraverso tutti gli aspetti della vicenda – una vicenda dolorosa, triste, elaborata in ogni particolare come, secondo il mio ideale, in Dickens e in Dostoevskij –, voglio esprimere le mie vedute sull&#8217;arte, sul <em>Vangelo</em>, sulla vita dell&#8217;uomo nella storia, e su molte altre cose ancora [&#8230;] L&#8217;atmosfera di quest&#8217;opera è costituita dal mio cristianesimo che nella sua ampiezza di vedute differisce alquanto da quello dei Quaccheri o da quello di Tolstoj, perché si basa anche su altri aspetti del <em>Vangelo</em>, oltre a quelli morali”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Con <em>Il dottor Zivago </em>Pasternak si propone di rappresentare la sua più intima realtà interiore &#8220;l&#8217;ampia libertà dei [suoi] rapporti con la vita&#8221;, in un linguaggio che si vuole voce del cielo e della terra.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="633" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/il-dottor-zivago-633x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100971" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/il-dottor-zivago-633x1024.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/il-dottor-zivago-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/il-dottor-zivago-600x970.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/il-dottor-zivago.jpg 668w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>La volontaria evasione dai canoni letterari classici, sia nelle strutture espositive (spesso lasciate sospese), che nello stile (colloquiale e discorsivo), spinge Pasternak in un territorio inesplorato. L’opera d’arte <em>si fa vita</em>: le vicissitudini della grande storia, in cui la madre Russia era tratta, in tempi straordinari e terribili, si mescolano alla piccola storia dell’uomo, costretto ad improvvisare soluzioni rocambolesche, in risposta alla vita che preme e alla tragedia che espone agli eventi. Sul crinale, ad osservare le due rive scoscese su cui scivolano, inesorabilmente, i destini di un grande paese e quelli che coinvolgono la famiglia e gli amici, sta seduto, pensoso, il poeta. Da quell’alta prospettiva trasfonde nel romanzo la sintesi di un’epoca e degli uomini che l’hanno abitata. Dota il racconto di un valore altamente simbolico, scolpisce sulla pietra un epitaffio invisibile all’eroismo dimenticato di mille vite nascoste.</p>



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<p>Il registro dei testi che cantano la sintesi di molte vite e molte morti non sono né epopee né, tanto meno, autobiografie. Celebrano l’eterno fardello che devono reggere i sopravvissuti, per il ricordo di chi s’è immolato anche per loro: una vertiginosa metafora del sacrificio che le Sacre Scritture raccontano sul Salvatore e su come si sia lasciato crocifiggere a remissione dei peccati – dell’uomo. Una resurrezione dei giusti, dunque, eternamente declamata a monito degli imperdonabili delitti della storia, una silenziosa riflessione sul peccato (originale e involontario) di non esserci stato per tutti, quando era necessario, del senso di colpa che affligge chi non ha commesso errori, ma sente di esserne responsabile, del senso di pena per l’inclemenza degli eventi che ferisce a morte – certe grandi anime. Di tutto questo narra, dunque, <em>Il dottor Zivago</em>.</p>



<p>Confessa Pasternak ad Olga:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“non mi propongo affatto di scrivere un’opera d’arte, benché questa sia la cosa più letteraria che abbia mai scritto. Però vi sono persone (assai poche) che mi amano molto e il mio cuore è in debito nei loro confronti. È per loro che scrivo questo romanzo, lo scrivo come se fosse una lunga lettera in due volumi a loro indirizzata”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’intento è celebrativo, remuneratorio e denota una fede nella letteratura che si pone al di sopra delle vicende umane. Il verbo, per il poeta Pasternak, ha la consistenza e il peso di una giustizia sovrumana – che non può essere tra le cose – umane. Mentre si interroga sulle ragioni che lo sorreggono nel monumentale sforzo di completare <em>Zivago</em>, nella quasi certezza di un fallimento editoriale, sgorgano parole che appartengono al linguaggio religioso, pregne di fede: “bisogna”, “lo desidero, con una irresistibile intensità”.</p>



<p>A Boris non manca la mistica fiducia nel sacrificio che accompagna i grandi artisti nelle fasi più dure di gestazione dei loro capolavori. Vacilla, soffre, si ritrova spesso con la schiuma alla bocca, come un Dostoevskij redivivo, ma crede nel suo compito e infine consegna il suo romanzo alla storia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/IMG_20211227_173926_compress88-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100972" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/IMG_20211227_173926_compress88-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/IMG_20211227_173926_compress88-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/IMG_20211227_173926_compress88-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/IMG_20211227_173926_compress88.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Consapevole di aver maturato in sé qualcosa che si è posto in controtendenza al gusto e alla sensibilità di molti, in ottica retrospettiva, opera un bilancio del percorso e prende atto che “alla maggioranza, esso [il libro] non è piaciuto e quasi tutti sollevano obiezioni. Si possono contare sulle dita di una mano le persone alle quali è piaciuto. <strong>Se a ciò si aggiunge che questa è un’opera che scrivo solo per la mia anima, che non vedrà la luce mai, oppure solo in un lontano futuro</strong> […]” – dice, rivolgendosi a Olga – “comprenderai che la trasformazione di questo sogno in realtà può avvenire solo a prezzo di forzate misure di temporanea rottura con tutto ciò che mi circonda, misure che non hanno nulla a che fare con la presunzione”.</p>



<p>L’allusione allo stato di clausura in cui deve ritrarsi il cuore del poeta, a suffragio dello spirito, per produrre l’opera, pare quasi quello di una gatta gestante, che si nasconde agli occhi del mondo per divorare nella solitudine i dolori del parto. Anche in spregio ai buoni rapporti con famigliari e amici, la rivoluzione che cova nel <em>Dottor Zivago</em> con ammette deroghe.</p>



<p>Ci si aspetterebbe di leggerne qualcosa che abbia solo a che fare con l’autore, ma ogni sacrificio narrato da Pasternak nel suo grande romanzo non ha mai il tono patetico del solitario lamento, né ricorda in alcun modo l’assolo di uno strumento nel silenzio dell’orchestra, semmai risuona come la melodia di un inno, un coro unificatore dell’informe popolo degli sconfitti e dimenticati dal tempo. In alcune sue parole è ritratta quella metà dell’anima dell’intero popolo sovietico che ha attraversato la rivoluzione nella sofferenza e nella pena e ha pagato il suo tributo alla storia con la rinuncia e la perdita.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Spesso la vita accanto a me è stata buia e ingiusta in un modo oltraggioso e sconvolgente, e ciò ha fatto di me una sorta di suo vendicatore o di difensore del suo onore, zelante e puntiglioso, dandomi reputazione e rendendomi felice, sebbene, in sostanza, non facessi altro che soffrire per loro [gli amici perduti] e prendere la rivincita per loro”, scrive ancora alla cugina.</strong></p>
</blockquote>



<p>Olga non poté vedere pubblicato <em>Il dottor Zivago</em> (morì infatti a Leningrado il 6 luglio 1955), ma lo lesse in manoscritto ed ebbe notizia della candidatura del cugino al Nobel per la letteratura.&nbsp;</p>



<p>Dopo la lettura del primo volume, in uno degli omaggi più commoventi e acuti a lui dedicati, il 29 novembre 1948 ebbe a scrivergli:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Qual è il mio giudizio? Difficile dirlo: qual è il mio giudizio sulla vita? E questa è vita, nel senso più vasto e più grande del termine. Il tuo libro è al di sopra di ogni giudizio [&#8230;] Ciò che da esso spira è grandioso. [&#8230;] È una variante tutta particolare del libro della <em>Genesi</em>. La tua genialità si rivela qui in tutta la sua profondità. Mi sono corsi i brividi per la schiena leggendo i passaggi filosofici: avevo paura che da un momento all&#8217;altro mi fosse svelato il segreto ultimo, quello che rechi dentro di te e che per tutta la vita cerchi di esprimere [&#8230;] e nello stesso tempo sei spaventato a morte che ciò avvenga, perché esso deve rimanere un eterno enigma. [&#8230;] Tutto ciò va posseduto, non semplicemente letto, come non si legge una donna ma la si possiede. [&#8230;] Ciò che scrivo non è però ciò che sento. Non avrei dovuto rispondere con una lettera, ma con un lungo bacio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Profondamente toccato da quelle parole, Pasternak le rispose che quella lettera era mille volte migliore del suo manoscritto. Olga aveva infatti toccato il cuore del cuore di quanto Pasternak si era proposto di realizzare &#8220;non un&#8217;opera d&#8217;arte”, bensì una lunga lettera (di vita) alle persone a lui care. Definitivo e irrevocabile è infatti il messaggio che conclude il romanzo, quando Pasternak chiude per così dire le figure, e Zivago canta in versi il senso ultimo dell&#8217;esistenza. Tutt&#8217;altro che un&#8217;Appendice, bensì il fiore del fiore della sua produzione.</p>



<p>Il capolavoro gli valse l&#8217;altissima considerazione di Giangiacomo Feltrinelli:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Grazie per <em>Il dottor Zivago</em>, per tutto quello che ci ha insegnato. In un&#8217;epoca in cui i valori umani vengono accantonati, gli esseri umani vengono ridotti a robot e la maggior parte delle persone pensa soltanto a fuggire da sé stessa e a risolvere i problemi del proprio ego [&#8230;] Zivago ha impartito una lezione indimenticabile. Ora so che ogni volta che non saprò come andare avanti potrò tornare a Zivago e imparare da lui la più grande lezione di vita”.</strong></p>
<cite><strong>(5 settembre 1958)</strong></cite></blockquote>



<p>Non possiamo che essere d’accordo con Feltrinelli nel riconoscere al romanzo l’eco e il potere di una lezione universale. Forte di un compito che va oltre la breve vita dell’essere umano, un giorno, Boris ebbe a dire “Bisogna che la morte si limiti alla nostra persona e non coinvolga anche il ricordo che lasciamo di noi. Bisogna dunque che porti a termine il romanzo e qualcos’altro ancora”.</p>



<p>Con queste sue parole, il poeta impartisce una lezione esistenziale che può essere d’ispirazione per chiunque sia combattuto tra il riconoscere un valore a tutto ciò che si costruisce e si consegna come un’eredità al futuro e l’annichilire ogni azione nella carenza di senso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-100973" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/Pasternak-Boris_Doctor-Zhivago_12139-2.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Ripensando al terribile epilogo terreno dell’amata Marina Cvetaeva, alla prematura malattia mortale di Rainer Maria Rilke, ad Olga stessa, come a qualcosa che è lì – quasi ad eterno indizio di un onnipresente senso di colpa (specchio di un’inesorabile bontà) – Pasternak si interroga su quale sia il modo per riscattarli e dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“ecco, allora il romanzo è un parziale risarcimento di questo mio debito, la dimostrazione che, perlomeno, mi sono <em>sforzato”</em>.</strong></p>
</blockquote>



<p>La rinuncia al Nobel, per il divieto impostogli dal regime, risuona oggi in tutta la sua grandezza, alla stregua d’un minimo frammento di un premio più grande, non solo letterario, bensì umano: il riconoscimento (postumo) ad un’intera generazione di russi, martiri della rivoluzione. Forse Pasternak avrebbe voluto che fosse proprio Marina Cvetaeva a ritirarlo, a compensazione della più ingiusta delle morti. Ancora una volta avrà certamente sentito tutto il peso d’una mancata giustizia terrena, che sempre, in vita, cercò in nome e per conto altrui. Pur non trattenendo niente per sé e – di nulla – volendo appropriarsi, la statura umana, etica ed artistica di Boris Pasternak, il pilastro su cui si ressero le fatiche di <em>Zivago</em>, ebbe a risuonare <em>altrove</em>, quando nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, il figlio Evgenij si recò in Svezia a ritirare il premio, con trentuno anni di ritardo. Quel premio fu ritirato da molti altri, insieme a lui, quel giorno.</p>



<p><strong><em>Riccardo Peratoner e Marilena Garis</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Geraldine Chaplin nel film di David Lean tratto da “Il dottor Živago” (1965)</em></p>
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		<title>“Vaga, eroina, negli abissi della leggenda”. Larisa Rejsner, o della Rivoluzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 03:03:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Maria Ripellino]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Achmatova]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Larisa Rejsner]]></category>
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		<category><![CDATA[Nikolaj Gumilëv]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’immagine domina per eccesso di fascino. Una donna, d’irritante bellezza, che vaga per l’Afghanistan, come una principessa rea di un lignaggio pieno di pantere e paltò. I briganti non osano assalirla; il volto è leonino, saprebbe trarre latte da quelle rupi a ghigno. “Girava a cavallo per contrade primitive, lottando con la calura, la stanchezza, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/larisa-rejsner-vita-poesia/">“Vaga, eroina, negli abissi della leggenda”. Larisa Rejsner, o della Rivoluzione</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’immagine domina per eccesso di fascino. Una donna, d’irritante bellezza, che vaga per l’Afghanistan, come una principessa rea di un lignaggio pieno di pantere e paltò. I briganti non osano assalirla; il volto è leonino, saprebbe trarre latte da quelle rupi a ghigno. “Girava a cavallo per contrade primitive, lottando con la calura, la stanchezza, la febbre tropicale”. Da quel “romantico viaggio” intrapreso “per studiare i costumi e la natura” dell’Afghanistan, la donna, <strong>Larisa Rejsner</strong>, trasse un reportage, <em>Afghanistan</em>, appunto, che ebbe un abile fan in <strong>Angelo Maria Ripellino</strong>. Il libro, costituito da otto frammenti lirici, è stato in parte tradotto su “L’Europa Letteraria” (n. 3, giugno 1960); Ripellino ne parla con sfarzo, in un articolo (<em>Rivalutata Larisa Rejsner</em>), come sempre, pieno di meraviglie. Uno dei frammenti resi in fiammeggiante gergo italico da Ripellino, s’intitola <em>Le vette</em>, eccolo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le vette. Le loro spalle inclinate, coperte di fiori appena visibili, ma fortemente e soavemente odorosi. I loro declivi luccicano di mica, malachite e marmo. Il vento che passa di qui è puro e freddo come acqua di sorgiva. Ma esse sono indescrivibili. Non ci sono parole nel linguaggio degli uomini per indicare come esse si levino di colpo in cielo, più temerarie di vessilli, più tranquille di tombe; gigantesche separatamente, e più grandi di un oceano, più grandi di tutto ciò che v’è di grande sulla terra, quando sono insieme.</strong></p>



<p><strong>Forse un grande poeta, trovandosi ad una di quelle altezze senza nuvole, sulle quali tranquille spaziano le aquile, vedrebbe ed esprimerebbe tutta la luce effusa sulle corazze metalliche delle pietre, questi veli leggeri di colore opalescente, perlaceo e cenericcio, dai quali la calura ed il sole si innalzano verso l’eternità, come fiori inauditi, e più lievi di meduse. Oppure un selvaggio, un eroe, un vincitore: guarderebbe emettendo il suo grido di guerra, questo ridente ruggito, incorporeo e voluttuoso, nel quale è tutta l’ebbrezza di chi vede una terra che si può possedere e tutto il rimpianto insaziabile di non poterla dominare in eterno”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Eccelle nell’esagerazione e nella scrittura marziale, la Rejsner. In Afghanistan sarebbe dovuta andare con Osip Mandel’štam, l’antico amico, messo al giogo del suo fascino; scrisse che Larisa era, al contempo, determinata “come artiglieria pesante” e sinuosa, “danzava tra noi come un’onda marina”. La moglie, Nadežda, stranamente, parla di lei per sibili e sussurri.</p>



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<p>Dal viaggio in Afghanistan, comunque, va tolto l’inclito romanticismo: Larisa aveva sposato Fëdor Raskol’nikov, comandante delle flotte del Volga, del Caspio e successivamente del Baltico durante la guerra civile, plenipotenziario in Afghanistan per conto dell’Unione Sovietica. Di fatto, Larisa agiva come alto membro dei servizi russi. Fu il marito a suggerirle di fare a meno di Mandel’štam, poeta già compromesso, nel tour afgano – quanto a lei, maldisposta ad accettare consigli, possedeva una certa astuzia <em>politica</em>.</p>



<p>Ha ragione – come sempre – Ripellino, però, quando pittura lo scarno ritratto della Rejsner, figura di immedicabile potenza, tutta ruggiti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La rivoluzione fu il suo elemento: il fuoco della lotta diede un’aureola di leggenda a questa donna giovane, bella, elegante, cresciuta nell’atmosfera idillica della casa d’un professore. C’era in lei il bisogno di rompere con le consuetudini, di vivere generosamente e senza paura in un’epoca che trasformò la Russia dalle fondamenta”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nata a Lublino nel 1895, studi a Tomsk, dove il padre, Michail Rejsner, insegnava diritto, aveva nobili ascendenze per parte di madre, Ekaterina, imparentata, alla lontana, con il mitico generale (e principe) Kutuzov. Ereditò da lì, probabilmente, Larisa, il carattere guerriero: bolscevica dal 1918, durante la Guerra civile fu soldato e commissario politico nell’Armata Rossa, con compiti di intelligence. Fiorirono favole sulla sua screanzata bellezza, usata per fini di partito: nel 1923 entrò illegalmente in Germania a fomentare le rivolte dei proletari tedeschi (che raccontò in <em>Amburgo sulle barricate</em>), diventando l’amante del rivoluzionario Karl Radek. In Cina si legò a Liu Shaoqi, sodale di Mao, futuro Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Nella sua autobiografia, <em>La mia vita</em>, Lev Trockij la ricorda come</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la magnifica giovane che affascinò tanti cuori e passò come una meteora di fuoco sul cielo della Rivoluzione… Voleva sapere e vedere tutto, partecipare a tutto. In pochi anni diventò una scrittrice di vaglia. Dopo essere passata illesa attraverso il fuoco e l’acqua, questa Pallade della rivoluzione soccombette improvvisamente al tifo nei tranquilli dintorni di Mosca”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non ricorda, Trockij, gli inizi della sua Pallade pupilla. Larisa Rejsner amava la poesia, amò i poeti; credeva, probabilmente – idea non peregrina a leggere i fragorosi proclami di Vladimir Majakovskij e di Aleksandr Blok – che la Rivoluzione, in sé, fosse l’assalto dell’assoluto nella Storia, la possibilità di una vita autenticamente (cioè: violentemente) <em>lirica</em>. <strong>Idolatrata un po’ da tutti, giovanissima, la Reisner si unì a Nikolaj Gumilëv, formidabile <em>tombeur</em>, marito di Anna Achmatova.</strong> Pare che Larisa avesse un debole anche per la Achmatova (“Darei assolutamente tutto, tutto, per essere come lei”); in entrambe, nelle finiture del sangue, d’altronde, ricorreva lo stesso lignaggio marziale, da eredi di re guerrieri e di generali – probabilmente, avere ragione del marito le pareva una vittoria. Ma Gumilëv, d’indole indomita, fece presto a sostituire l’amante con molte altre; quanto ad Anna, i tradimenti la lasciavano indifferente. Quando la Achmatova le offrì la mano, un giorno come tanti, per conoscerla, Larisa pianse. “Perché mai, poi?”, ricorderà, più tardi, la poetessa, “Non sapevo che avesse una relazione con Nikolaj. E anche se l’avessi saputo, perché non darle la mano, a che pro?”. Quanto al resto, restò superiore: “Essere come me? Che idiozia. E per avere cosa? Tre finestre sulla Neva?”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="617" height="900" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/Larisa_Reysner_-_Red_rose_of_the_Revolution_by_V.Shukhaev_1915_Dom_Bryusova.jpg" alt="" class="wp-image-100692" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/Larisa_Reysner_-_Red_rose_of_the_Revolution_by_V.Shukhaev_1915_Dom_Bryusova.jpg 617w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/Larisa_Reysner_-_Red_rose_of_the_Revolution_by_V.Shukhaev_1915_Dom_Bryusova-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/Larisa_Reysner_-_Red_rose_of_the_Revolution_by_V.Shukhaev_1915_Dom_Bryusova-600x875.jpg 600w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Larisa Rejsner Rosa Rossa della Rivoluzione</em>: un ritratto di Vasili Shukaev</figcaption></figure>



<p>Quando i bolscevichi fucilarono Gumilëv, nel 1921, ne fu distrutta – per la viltà e i sotterfugi, più che tutto. L’anno prima, Larisa fu “l’ultimo invaghimento fuggevole” (Ripellino) di Blok. Voleva conquistarlo al partito, ma il poeta era disilluso, inerme, malato. Morì l’anno dopo, era agosto: i poeti lo portarono a spalle, “in una bara scoperta, inondata di crisantemi”. Pochi mesi prima, aveva detto ciò che bisognava dire ai colonnelli della rivoluzione, durante la cerimonia solenne per fare memoria della morte di Puškin:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non fu la pallottola di D’Anthes ad uccidere Puškin. Lo uccise la mancanza d’aria… <em>Pace</em> e <em>libertà</em>. Sono necessarie al poeta, perché egli possa disciogliere l’armonia. Ma ti tolgono anche la pace, anche la libertà. Non la pace esteriore, ma quella creativa. Non la libertà dei bambini o dei liberali, ma quella creativa, la libertà segreta. E il poeta muore, perché l’aria si fa irrespirabile; la vita ha perduto senso”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Larisa non capì queste parole, Larisa non ebbe tempo di capire <em>la generazione che ha dissipato i suoi poeti</em>, come ha scritto Roman Jakobson. <strong>Morì di tifo, a Mosca, il 9 gennaio del 1926, ancora giovane – aveva trent’anni –, ancora bella, dunque in favore di leggenda. Il giorno dopo Boris Pasternak compiva 36 anni.</strong> Alcuni dicono che la Lara del <em>Dottor Živago</em> è calcata sull’ombra di Larisa Rejsner: la mente dei poeti è troppo labirintica per farne banale tassonomia e un libro non è una raccolta di figurine. Ad ogni modo, il poeta dedicò a Larisa una poesia, un suo personale esercizio di ammirazione, questa:</p>



<p><em>Alla memoria di Larisa Rejsner</em></p>



<p>Questo è il tempo del lamento, Larisa,<br>perché io non sono la morte, nulla sono<br>al suo cospetto. Avrei capito dai frugali frammenti<br>di questi giorni senza cemento come si consolida una storia.</p>



<p>Con quanta cura ho esaminato i materiali!<br>Gli inverni crollavano in truppa, le piogge scalciavano<br>e le nevi, nei loro vasti cappotti, cullavano<br>le città come bambini attaccati al seno.</p>



<p>Vagabondi squarciano la fatica del tempo.<br>Carri segnano scie sulla strada. Gli anni<br>affondano, hanno l’acqua alla gola, altri<br>anni sbarrano il guado, sono inondazione.</p>



<p>Intanto, i nidi alambicco si vanno formando<br>e la vita ribolle ostinata come sempre:<br>i lampioni vegliano su chi lavora<br>illuminano le parole, le stelle e la ragione.</p>



<p>Dimmi, ora: chi non è fatto di fiocchi<br>di neve e di segreti di nebbia? Tutti<br>siamo allevati da una bellezza<br>in rovina: soltanto tu sei al di là di ogni lode.</p>



<p>Meraviglia modellata dalla lotta, soltanto<br>tu sei balzata in avanti, come uno sparo, piena<br>del tuo fascino. La vita può dimenticare un incantesimo?<br>Tu sei la soluzione senza difetto, la cosa che va dritta al punto.</p>



<p>Fluttuavi come fumo, sei stata tempesta di grazia.<br>Ogni singolo istante, fuoco che vive:<br>e ogni cosa imperfetta perse il favore<br>e ogni mediocrità allevò disgrazie.</p>



<p>Vaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.<br>Quel sentiero non stancherà la tua corsa.<br>Dilaga, alta, sopra i miei pensieri. Nella vastità<br>della tua ombra l’opera respira con facilità.</p>



<p><strong><em>Boris Pasternak</em></strong></p>
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		<title>“Perdona il mio delitto”. Le lettere di Boris Pasternak a Evgenija</title>
		<link>https://www.pangea.news/boris-pasternak-lettere-moglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jul 2024 03:53:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Evgenija Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ponendo mano all’epistolario dei suoi genitori, Evgenij Pasternak è consapevole di trovarsi di fronte al compito “più intimo, e di conseguenza, il più difficile” da assolvere. Ripercorrere la loro storia significa riaprire una porta segreta sulle luci ed ombre del loro vissuto, non senza parentesi dolorose anche per lui “poiché il problema di fondo non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ponendo mano all’epistolario dei suoi genitori, Evgenij Pasternak è consapevole di trovarsi di fronte al compito “più intimo, e di conseguenza, il più difficile” da assolvere. Ripercorrere la loro storia significa riaprire una porta segreta sulle luci ed ombre del loro vissuto, non senza parentesi dolorose anche per lui</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“poiché il problema di fondo non era il fatto che la vita in comune, per due artisti come i miei genitori, esigeva da quello più giovane e meno dotato sacrifici che mia madre, all’occorrenza, non ebbe la forza di imporsi. Non era neppure il fatto che entrambi soffrirono molto per la separazione e che mia madre continuò ad amare mio padre per tutta la vita. Né che lui, tormentato da un eterno senso di colpa nei nostri confronti, era consapevole di essere incapace di superare le difficoltà psicologiche e materiali del suo primo matrimonio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>No, prosegue Evgenij, alzando il velo dal cavalletto e svelandoci la tela ormai ultimata “il punto essenziale era che mio padre individuò la causa di questo fallimento nella scarsità del suo amore per mia madre, ritenendo che avrebbe dovuto capirlo fin dall’inizio e non mettere su famiglia, non lanciarsi in qualcosa per cui, come scrisse nella postfazione di <em>Il salvacondotto</em>, ‘non aveva stoffa a sufficienza’”.&nbsp;</p>



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<p>Cosa si può dire davanti a una simile disarmante autenticità? Evgenij stesso si interroga sull’opportunità di evocare questo tema, udito e vissuto in prima persona attraverso la viva voce di suo padre e le cui ragioni più profonde risiedono nelle leggi della creazione artistica. A lungo rimanda la trascrizione dell’epistolario familiare, ritenendo più importante completare dapprima la biografia e la raccolta delle testimonianze su suo padre. Poi comprende che il compito sarebbe stato ancora più difficile per chi vi si fosse applicato dopo la sua morte, posta la difficoltà di decifrare e comprendere il contenuto di quelle lettere: decide di pubblicarle. Ne parla con Ariadna Efron, la figlia di Marina Cvetaeva, e lei ammette di comprenderlo e di invidiarlo per la sua apertura.&nbsp;</p>



<p>L’edizione italiana del carteggio <strong>esce per Feltrinelli nel 2001 come <em>Il soffio della vita</em>, <em>Corrispondenza con Evgenija (1921-1931)</em></strong> per la cura di Dasa Silhankova Di Simplicio, cui dobbiamo un ammirevole apparato bibliografico ed un’accurata selezione di versi che ripercorre alcuni momenti della vita coniugale di Boris e Zenja.&nbsp;</p>



<p>I due si incontrarono nell&#8217;estate del 1921 alla festa di compleanno del comune amico Sura Stich. <strong>Decisa a realizzarsi come pittrice, Zenja si era da poco trasferita da Pietrogrado a Mosca </strong><strong>“traboccante di vitalità e gioia di vivere”,</strong> pronta a condividere con slancio i suoi progetti. L’idillio <em>bohémien</em> sfociò velocemente nel matrimonio che venne registrato a Pietrogrado il 24 gennaio 1922. I coniugi si stabilirono a Mosca, in un appartamento sulla Volchovka dove ricevevano gli amici artisti, tra cui, Majakovskij e Aseev.&nbsp;</p>



<p><strong>Con la nascita del figlio Evgenij, il 23 settembre 1923, avvenne il primo distacco. Spossata dall’accudimento del bambino, gracile di salute, nella primavera del 1924, Evgenija partì per Tajcy, nei pressi di Pietrogrado, dove affittò una dacia per l&#8217;estate, cercando di recuperare le forze.</strong> Nella commovente lettera dell’8 maggio 1924, Pasternak immortalò questa partenza, vedendo la moglie e il figlio come &#8220;modelli&#8221; di bellezza assoluta, che lo spingevano a sua volta a diventare un &#8220;padre modello&#8221;, quasi una &#8220;consacrazione della vita&#8221; e del suo &#8220;inconsapevole sentimento religioso&#8221;. L’ideale di un amore alto, non mediocre, fedele “lo tratteneva e lo elevava a prezzo di sofferenze e sacrifici”, sottolinea Evgenij.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="840" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600-840x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600-840x1024.jpg 840w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600-246x300.jpg 246w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600-768x936.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600-600x731.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/s-l1600.jpg 886w" sizes="(max-width: 840px) 100vw, 840px" /></figure>



<p>L’atteggiamento idealista doveva nondimeno scontrarsi con la realtà&#8221;, con l’impetuoso “torrente delle contraddizioni quotidiane&#8221;, con le “rivendicazioni” della moglie. Ben lungi dal sentirsi un angelo del focolare, Zenja aspirava a realizzarsi come artista, al pari del marito. Come camminare all’unisono, uniti contro le tempeste? Come “reggere” il rapporto esclusivo – incardinato nei fili di un destino più grande – che dal 1922 legava Pasternak a Marina Cvetaeva? I morsi della gelosia angustiavano Zenja: <strong>“Non ti nascondo che anche solo di sfuggita i nomi ‘Cvetaeva’, ‘Marina’ pungono al cuore, legati come sono a ricordi e lacrime amare”, leggiamo in una sua lettera di fine giugno 1924, </strong>cui seguirono diversi chiarimenti di Boris, talmente sinceri da risultare disarmanti (e toccanti) e che raggiungeranno i vertici nel 1926, l&#8217;anno memorabile del triangolo epistolare tra Pasternak, Cvetaeva e Rilke.</p>



<p>La gelosia provocò una frattura destinata ad accentuarsi, tra fughe e ritorni, silenzi, dubbi e sofferenze, a tratti monologhi amletici sull&#8217;essere o non essere del loro matrimonio, fino alla crisi, alla paralisi, alla resa, dove anche la “disciplina della volontà” si rivelerà vana (e che di fatto coincise con l’ingresso di Zinaida Neuhaus nella vita di Pasternak, nell’estate del 1930).</p>



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<p>I toni disperati dell’ultima, lunghissima, lettera sono la testimonianza d’un amore che ha attraversato per un decennio la vita di Pasternak per poi virare verso un legame di profonda amicizia, ed i cui motivi rivivranno, rivisitati alla luce dell’arte, nelle pagine del <em>Dottor Zivago</em>.&nbsp;</p>



<p><strong>“<em>Mosca, dicembre 1931</em></strong></p>



<p><strong>Amica mia cara!</strong></p>



<p><strong>Perdona la mia ultima breve lettera. Perdona la mia colpa, perdona l’amarezza che ogni giorno ti porta il pensiero di me, perdona il mio delitto. Perdona, trova cioè la forza di riconoscerli in quanto fatti, per vivere e liberarti un poco dal loro potere. Trova questa forza […] Tutto quanto mi succede si compie contro la mia volontà, da sé, non per o a causa tua. Sto in pena, perché in pena stai tu, e tu sei parte della mia vita. </strong><strong>[…] Non ti separare da me nel tuo tormento: siamo stati colpiti tutt’e due. </strong><strong>[…] E preferirei piuttosto rompere la mia che piegare la tua, di volontà, tanto vivi sono i tuoi diritti su di me, tanto riconosco il loro potere naturale su di me e, nel mio cuore, il loro posto legittimo. […] È il terzo giorno che ti scrivo. Scrivo a pezzetti […] Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto! </strong><strong>[…] Vivo nella speranza di incontrarti, nella speranza di un’altra vita, che non conosco e non so come chiamare, ma che nascerà piano piano non dalle cose terribili come i tuoi ultimi tormenti e i miei umori; che ti porterà tranquillità e salute, ci vestirà di calore e di luce e restituirà a noi tre il sorriso perduto. </strong><strong>[…] Com’è successo che io, non un mostro o un imbecille, con la mia sensibilità e – credo – bontà -, abbia reso infelici due esseri che avrei dovuto e senza dubbio voluto rendere felici, io, che la vivo così male ora, io, un uomo di casa e di famiglia? E allora mi prende una tale paura, Guliuska, un terrore tale che potrei soffocare se ogni volta, sempre di nuovo, non mi ricordassi che per una fortuna immeritata e straordinaria siamo tutt’e tre sempre vivi e ci rivedremo. E ciò è già così tanto che viene voglia di parlare solo di questo, solo di questo. </strong><strong>[…] Finisco laddove ho incominciato. Perdonami per tutto, ti prego, perdona, mia cara […]”.</strong></p>



<p>Leggendo queste parole di speciale, intimo, valore comprendiamo che la lettera d’addio che Tonja scrisse a Jurij Zivago era già stata scritta, o meglio vissuta nella carne della vita reale, tanti anni prima. Era l’inverno. Era la sera. Fuori dalla finestra nevicava. Pasternak guardava cadere i fiocchi di neve, piccoli intervalli bianchi tra piccole lettere nere, gli occhi assenti, senza lacrime, asciugati dal dolore.</p>



<p><strong><em>Marilena Garis</em></strong></p>
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		<title>Bella Achmadulina, la regina della poesia sovietica. Una storia tra Patti Smith e Anna Achmatova</title>
		<link>https://www.pangea.news/bella-achmadulina-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jul 2024 03:31:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Maria Ripellino]]></category>
		<category><![CDATA[Bella Achmadulina]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per capirne la regalità, bisogna partire dalla fine. La poetessa morì alla fine di novembre, era il 2010; in aprile aveva compiuto 73 anni; a presiedere la Federazione Russa c’era Dmitrij Medvedev, che elargì elogi funebri – per i russi, la poesia è una questione identitaria, è il pilastro. Il “New York Times” la esaltò [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per capirne la <em>regalità</em>, bisogna partire dalla fine. La poetessa morì alla fine di novembre, era il 2010; in aprile aveva compiuto 73 anni; a presiedere la Federazione Russa c’era Dmitrij Medvedev, che elargì elogi funebri – per i russi, la poesia è una questione identitaria, è il pilastro. Il “New York Times” la esaltò come <em>Bold Voice in Russian Poetry</em>; sul “Guardian” il ‘coccodrillo’ mostrava fauci politiche: <a href="https://www.theguardian.com/books/2010/dec/01/bella-akhmadulina-obituary" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bella Achmadulina era definita <em>poet and liberal dissident</em>.</a> L’attacco del pezzo – puro menù british – è folgorante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per più di quarant’anni, Bella Achmadulina, poetessa, è stata la regale, santificata presenza della scena letteraria moscovita. La sua singolarità non aveva eguali: nessuno diceva male di lei, qualunque fosse la sua posizione nelle gerarchie, ufficiali o meno. Possedeva un’aura, un carisma, verso cui tutti erano deferenti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’asserzione corrisponde al vero. Precocissima, dotata d’ineguagliabile bellezza, l’Achmadulina esordisce nel 1962 con una raccolta, <em>La corda</em>; fece scalpore. In molti videro in lei l’erede – che rimbomba perfino tra i tratturi del cognome – di Anna Achmatova; lei, piuttosto, si sentiva la figlia araldica di Boris Pasternak. In vita, la sua fama non subì scricchiolii: nominata un paio di volte al Nobel, ottenne i massimi premi conferiti dal suo paese. Energumena prestanza dello Stato stigmatizzata, va da sé, dagli inglesi (i quali, per riguardo delle forme, sono assai più rigidi…): “Verso la fine della sua vita, più imperatrice che regina, fu ufficialmente celebrata e ricoperta di onori”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="635" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/37514-635x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100131" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/37514-635x1024.jpg 635w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/37514-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/37514-600x967.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/37514.jpg 670w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></figure>



<p>In sostanza: fu un mito. Insieme a Evgenij Evtušenko – che, incidentalmente, sposò – e ad Andrej Voznesenskij fu l’eroina della <em>nouvelle vague</em> della poesia russa. Insieme, i tre riempivano – letteralmente – gli stadi, erano famosi come rockstar. Bella, talentuosa, capace nei versi di screanzata tenerezza – “Io andavo, le strettoie dei corridoi/ mi attiravano nelle profondità/ di altrui dolori, nozze, assurdità,/ nel pianto dei gattini, nel balbettio di labbra infantili” – la Achmadulina faceva la parte di Anita Pallenberg e di Jane Birkin, con un sovrappiù di lirismo; fu un ineguagliabile incrocio tra Marina Cvetaeva e Patti Smith.</p>



<p>È vero: prese posizioni urticanti, spesso aliene ai rigori dell’ufficiale letterario sovietico. Ragazzina, appoggiò senza remore Boris Pasternak, rifiutandosi di allinearsi alla retorica delle iene quando scoppiò il ‘caso Pasternak’. Il suo ciclo di versi e prose <em>Ricordi di Boris Pasternak</em> ha la spavalderia della giovinezza, la sapienza di chi sa i meandri della riconoscenza. Il testo, concluso nel 1962, uscì quasi in diretta, pur in parte, su “L’Europa Letteraria”. Nella pagina attigua del bimestrale, Paolo Chiarini, germanista, traduttore di Brecht, onorava Hermann Hesse, morto quell’anno, in agosto, a Montagnola.</p>



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<p>La scena si svolge a Peredelkino, nella dimora di campagna, imposta, di Pasternak: la ragazza non osa fissarlo in volto, si accorge delle sue mani, “fiamme bianchissime”. Si direbbero mani d’angelo, mani serafine, non fosse che il poeta indossa “un ruvido e lindo abito da cacciatore”: sono mani, le sue, che possono sanare e uccidere, suturare la lebbra e squartare una bestia. Il poemetto della Achmadulina si intreccia a una <em>Lettera a Bella</em>, indirizzata alla poetessa dal suo traduttore, Angelo Maria Ripellino. Come estasiato dalla concretezza <em>umana</em> di questa scrittura – da re taumaturgo –, Ripellino si rivolge alla Achmadulina così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Cara Bella, esiste ancora la dolcezza? Oppure la scrittura dei poeti è ormai solo una tavola di aspri congegni manovrati dalla musa Entropia? I tuoi versi provano che la dolcezza è ancora viva, e il calore umano, la soavità, la meraviglia, le piccole scoperte d’ogni giorno, i prodigi della natura possono essere ancora incentivo alla poesia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Era alle porte il Gruppo 63 – che avrebbe accolto in seno diverse poesie di Ripellino, tra l’altro –, la poesia in vitro, la lirica impegnata, la disgregazione del verso in verbosità cinematica, l’alchimia poetica che non ha nulla della lallazione profetica, è pura ingegneria catodica. Ripellino aveva onorato la Achmadulina tra i lari dei <em>Nuovi poeti sovietici</em> (Einaudi, 1962).</p>



<p>Ma i miti, si sa, spesso sono imposture, tengono la postura verso l’alba oblio. Per un po’, Bella Achmadulina sedusse l’editoria nostra: nel 1971 esce per Guanda, a cura di Serena Vitale, <em>Tenerezze</em>; in copertina spicca il suo viso, da cerbiatto che all’occorrenza sa farsi carnivoro. Nel 1993, per la Fondazione Piazzolla, Donata De Bartolomeo – da cui abbiamo tratto le traduzioni in calce – cura una antologia di <em>Poesie scelte (1956-1984)</em>, inserendo Bella Achmadulina nel lignaggio che le è proprio: “Le radici della sua poesia affondano nel migliore humus della grande tradizione russa: l’Achmatova, Marina Cvetaeva, Mandel’štam, Pasternak sono i referenti più chiaramente individuabili, ma su tutti si profila la figura di Puškin”. Ancora, si indulge sulla leggenda, ci si abbevera al mito: “La folgorante bellezza, le tumultuose vicende amorose, le coraggiose prese di posizione in favore di Sacharov e del mondo del dissenso, nonché l’innegabile talento hanno contribuito, nel corso degli anni, a creare intorno alla poetessa un mito che resiste ancora ai giorni, nonostante l’Achmadulina si sia da tempo ritirata in una dacia lontana da Mosca, in rigoroso ‘isolamento’”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="637" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Белла_Ахмадулина1-637x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100132" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Белла_Ахмадулина1-637x1024.jpg 637w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Белла_Ахмадулина1-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Белла_Ахмадулина1-600x964.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Белла_Ахмадулина1.jpg 672w" sizes="(max-width: 637px) 100vw, 637px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bella Achmadulina (1937-2010)</figcaption></figure>



<p>Che alla fama, impressionante, immacolata, faccia seguito l’alterigia della solitudine conferma l’inarginabile il genio della Achmadulina. Nel 2008 l’editore Interlinea pubblicò come <em>Lo giuro</em> una ulteriore antologia di poesie della Achmadulina – il libro è fuori commercio, da allora non è stato pubblicato nulla.</p>



<p>Bella Achmadulina proveniva da una famiglia ben incapsulata nel sistema sovietico: il padre era alto membro del partito, la madre, assunta nei gangli del Kgb, era la nipote del rivoluzionario bolscevico Aleksandr Stopani. Vantava ascendenze tartare e italiane – il bisnonno materno faceva di cognome Stoppani. Collezionò quattro matrimoni, l’ultimo, nel 1974, con lo scenografo teatrale Boris Messerer.</p>



<p>Anche Anna Achmatova, nel 1936, aveva scritto una poesia su Boris Pasternak, un dono tra pari, però, in cui spicca questa quartina:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“ha avuto in premio un’eterna fanciullezza,<br>la perspicacia magnanima degli astri;<br>la terra tutta è stata suo appannaggio,<br>ed egli l’ha divisa con tutti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>I poeti hanno discendenze strane, che non dipendono dagli evi né dagli avi, dal cronometro della cronologia: ad alcuni stringono le ginocchia, altri li sfidano, in serrata, viso dentro viso. Anche per Bella Achmadulina – come per la Achmatova, come per la Cvetaeva prima di loro – Boris Pasternak dominava sulle stelle e sugli alberi, “se la intendeva con l’abisso”. Forse era un cacciatore di astri.</p>



<p>Nel 1998, sulla rivista “Poesia” (Anno XI, Luglio/Agosto, n.119), Fabiola Giancotti pubblica un bel dialogo con Bella Achmadulina, che, tra l’altro, dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La responsabilità, o l &#8216;assenza di responsabilità, di fronte a un foglio è un senso che è nato in me tanto tempo fa, anche nelle mie primissime poesie. In una, non ricordo precisamente quale, scrivevo qualcosa del genere: sono timida di fronte a un foglio bianco così come lo è un pellegrino davanti alla soglia di un tempio, così come lo è una vergine quando abbassa gli occhi di fronte all&#8217;amante. È un modo di dire che la carta può accogliere tutto. La limpidezza del foglio è sempre stata per me il simbolo della purezza dell&#8217;anima”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La copertina del servizio – “Nel fitto dei secoli” – vede bella di fianco a Nadežda, la vedova di Osip Mandel’štam. A dire che la <em>limpidezza</em> si ottiene tramite la grazia, tramite la durezza – che resiste la rosa come resiste la pietra. &nbsp;</p>



<p>Anche lei, comunque, finì per abitare a Peredelkino, nel luogo dove aveva conosciuto Pasternak, ergastolana di boschi. “Ho vissuto nel mondo ed ho cercato di essere migliore”, disse – e che altro si può dire? Il resto, è la transumanza nel numinoso.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Ricordi di Boris Pasternak</strong></p>



<p>Comincerò da lontano, non da qui ma da là<br>comincerò dalla fine ma è anche l’inizio.<br>Il mondo era come il mondo. E questo significava<br>tutto quello che in questo mondo desiderate.</p>



<p>In quel luogo c’era un bosco, come un orto,<br>così piccolo e tuttavia ampio.<br>Là, per un capriccio di errori infantili,<br>tutto era così e tutto al contrario.</p>



<p>Su una piccola distesa di silenzio<br>c’era una casa come una casa. E questo significava<br>che in essa una donna dondolava il capo<br>e le lampade venivano accese presto.</p>



<p>Là il lavoro era leggero come un compito di scrittura<br>e qualcuno – noi stessi ancora non lo sapevamo –<br>da solo faceva perdonare, a furia di preghiere innanzi ai cieli,<br>il nostro peccato di un imperfetto intelletto.</p>



<p>Di quell’equilibrio tra il bene e il male<br>egli era colpevole. E la terra volava<br>sconsideratamente, come voleva,<br>mentre la candela ardeva sul tavolo.</p>



<p>Si perdonavano e l’ignorante e il bugiardo<br>– qual è la differenza? – davanti a tutto il mondo<br>poiché, avendoci permesso di non occuparci di ciò,<br>egli espiava la colpa universale.</p>



<p>Quando il vuoto da lui lasciato<br>apparve davanti al mondo, verso oriente,<br>con una scossa la natura spossata<br>spostò la gravità dei nostri corpi.</p>



<p>Riuniti in un povero cerchio,<br>l’immensità ci colse di sorpresa<br>e dallo squallore delle nostre indegnità<br>ormai nessuno si riscattava.</p>



<p>In quella casa andavano in molti. E quei<br>due ragazzini con le camicie a strisce<br>senza timidezza comparivano nel giardinetto<br>tra il lampone, che diventava scuro nell’oscurità.</p>



<p>Io mi trovavo per caso lì vicino<br>ma sono estranea all’abitudine moderna<br>di stabilire un rapporto impari,<br>d’essere in amicizia e chiamare per nome.</p>



<p>Di sera avevo l’onore<br>di guardare la casa e rivolgere una preghiera<br>alla casa, al giardinetto, al lampone:<br>quel nome non osavo pronunciarlo.</p>



<p>Era l’autunno ed era soltanto<br>una conseguenza e non un pegno dell’estate.<br>Allora ancora nessuno sapeva che questo<br>circolo dell’anno non sarebbe stato chiuso.</p>



<p>Sfuggendo rigorosamente agli incontri con lui<br>io andavo tra gli alberi, verso l’ineluttabilità dell’incontro,<br>verso la spaziosità del suo viso, verso la cantilena del parlare…<br>Ma fare rime in tuo nome?<br>Oh, no.</p>



<p>Egli all’improvviso uscì dalla povera boscaglia di Peredelkino di sera tardi, in ottobre, più di due anni fa. Indossava un abito da cacciatore grezzo e pulito: mantello azzurro, stivali e guanti lavorati ai ferri. Per delicatezza nei suoi confronti e per orgoglio verso me stessa quasi non vedevo il suo volto: soltanto le bianco-luminose vampate delle sue mani nell’oscurità mi abbagliavano gli occhi. Egli disse: “Oh, salve! Mi hanno raccontato di voi e vi ho riconosciuta subito. – Ed all’improvviso, avendo messo in questo una inaspettata carica di sofferenza, implorò: – Per carità! Scusatemi! Proprio adesso devo telefonare!” Fu sul punto di entrare nel piccolo edificio di un ufficio ma di scatto ritornò e dal buio pesto mi colpì in viso, traboccò la chiara luminosità del suo volto, con la fronte e gli zigomi luminescenti sotto la pallida luna. A causa sua mi avvolse un dolce, gelido frescolino shakespeariano. Egli chiese con spavento: “Non avete freddo? Ormai è quasi novembre” e, tutto confuso, goffamente entrò retrocedendo in una porta bassa. Addossata alla parete, lo ascoltavo con il corpo, come un sordo, parlare con qualcuno: come diffondendosi con insistenza dinanzi a lui, lo avvolgeva con l’inquietudine e la passione della voce. Con la schiena e le palme assorbivo i singolari processi del suo modo di parlare: il canto crescente delle frasi, il caro borbottio orientale trasformato in tremito indistinto e rombo di assiti. Io e la casa e i cespugli intorno, senza volerlo,&nbsp;finimmo nei copiosi abbracci di questa intonazione tenerissima, mestamente delicata. Poi egli uscì e facemmo alcuni passi lungo il terreno coperto di ceppi, ramoscelli, siepi per nulla adatto ad una camminata. Ma egli chissà come con facilità ed alla buona se la intendeva con l’abisso diseguale che si era addensato intorno a noi, con le stelle in mostra che brillavano a buon mercato, con la fossa al posto della luna, con gli alberi poco accoglienti disposti rozzamente. Egli disse: “Perché non venite mai a trovarmi? Da me capitano a volte delle persone molto care ed interessanti: non vi annoierete. Venite! Venite domani!” A causa di un capogiro che mi prese, io risposi quasi con alterigia: “Vi ringrazio. In qualche modo verrò senza fallo”.</p>



<p>Dal bosco, come un attore da dietro le quinte,<br>egli trasse all’improvviso la magniloquenza della posa,<br>senza ricavarne per questo alcun profitto<br>presso lo spettatore: e distese le braccia.</p>



<p>Egli fu subito il teatro e se stesso,<br>quell’antica scena, dove ci sono mirabili parole.<br>Ecco l’inizio! Si spegne la luce! Alle sue spalle<br>già balugina il fosforo azzurro.</p>



<p>“Oh, salve! E’ quasi novembre<br>non avete freddo?” ed è tutto, nulla di più.<br>Come recitava quell’unico ruolo<br>di universale dolcezza verso gli uomini e le bestie.</p>



<p>Ecco recitare così il proprio ruolo: scherzando!<br>seriamente! fino alle lacrime! per sempre! senza malizia!<br>Come egli recitava, come, tracannando il latte,<br>gioca col mondo la bestia ed il bambino.</p>



<p>“Addio!” Cantare così tra la gente<br>non si usa. Ma così cantano sulla ribalta,<br>così si conclude il monologo di quel dramma<br>in cui si parla della morte e dell’amore.</p>



<p>Già il sipario! Già si illumina l’oscurità!<br>Ancora non è tutto: “Dunque, passate domani!”<br>Oh, tono di trasporto ospitale,<br>noto solo ai georgiani, come a lui.</p>



<p>Ma doveva esserci al mondo una casa simile<br>dove andare: non lo so! non è possibile!<br>E dunque, per sempre sconsideratamente,<br>io non andai né l’indomani né dopo.</p>



<p>Io piangevo tra le stelle, gli alberi e le dacie,<br>dopo uno spettacolo nella platea spenta,<br>sul primo assaggio della perdita<br>come piangono i bambini ed è sommo il loro pianto.</p>



<p>**</p>



<p>Egli asseriva: “Tra le serre ed i ghiacci,<br>appena più a sud del paradiso,<br>suonando uno zufolo da bambini,<br>vive un secondo mondo<br>e si chiama Tiflis”.</p>



<p>Ustione per gli occhi, per la mani infreddatura,<br>mio amore, mio pianto: Tiflis!<br>La cornice concava della natura,<br>dove un dio capriccioso, abbandonandosi al capriccio,<br>sistemò alla meno peggio questo miracolo sulla terra.</p>



<p>La nebbia si levò ai miei occhi,<br>il mio errore prese la rincorsa,<br>quando quella città dondolando-dondolando<br>si stese in semicerchio, come il sorriso<br>delle labbra benedette di Tamara.</p>



<p>Non so per quale divertimento<br>egli serrò su di me l’ovale,<br>baciò, fece fatture sulla vita,<br>sulla morte ed in punto di morte –<br>essere l’eterno prigioniero di Metechi.</p>



<p>Se soltanto non dovessi bere<br>dall’acqua di Kura!<br>E dall’acqua di Aragvi<br>non bere!</p>



<p>E le dolcezze del veleno<br>non conoscere!<br>E con il viso in quelle erbe<br>non cadere!</p>



<p>E restituirti i doni<br>che tu, Georgia, mi hai donato!<br>Ma è tardi! Ormai il sorso è bevuto<br>ed è eterna l’ebbrezza e dio vede<br>che il sogno su di te è profondo<br>come la valle dell’Alazani.</p>



<p>(1962)</p>



<p><em>Traduzione di Donata De Bartolomeo</em></p>



<p>Da: <strong>Bella Achmadulina</strong>, <em>Poesie scelte (1956-1984)</em>, Fondazione Piazzolla 1993</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bella-achmadulina-ritratto-poesie/">Bella Achmadulina, la regina della poesia sovietica. Una storia tra Patti Smith e Anna Achmatova</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Un acquazzone di luce”. Marina Cvetaeva legge Boris Pasternak</title>
		<link>https://www.pangea.news/boris-pasternak-marina-cvetaeva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2024 03:34:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Cvetaeva]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Partiamo dalla fine: “Non si tratta di una recensione: è il tentativo di trovare una via d’uscita, di non finire soffocati. È l’unico scrittore contemporaneo per il quale la mia cassa toracica sia risultata insufficiente. […] Si tratta unicamente di gelosia del Mestiere, per non cedere tra un cinquantennio alla prima penna disinvolta questo intimo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Partiamo dalla fine: “Non si tratta di una recensione: è il tentativo di trovare una via d’uscita, di non finire soffocati. <strong>È l’unico scrittore contemporaneo per il quale la mia cassa toracica sia risultata insufficiente.</strong> […] Si tratta unicamente di gelosia del Mestiere, per non cedere tra un cinquantennio alla prima penna disinvolta questo intimo elogio smodato, sudato col sangue. Signori, questo è un libro per tutti. E occorre che tutti lo sappiano. È un libro per le anime.”</p>



<p><strong>Siamo nel luglio del 1922, a Berlino, e a vergare queste parole è l’immensa Marina Cvetaeva, all’epoca trentenne. Da due giorni – diventati due anni per intensità – si trova dinanzi alla raccolta più importante di Boris Pasternak, <em>Mia sorella la vita, </em></strong>che lui stesso le ha recapitato, a seguito d’una lettera piena d’entusiasmo e una cascata di “Perdonatemi”. Si scusa per non aver compreso il suo talento poetico quando camminavano a fianco: ora vi si vede riflesso con affinità sorprendenti, la voce rotta da un’ondata di singhiozzi che gli salgono in gola. “Com’è stupida e strana la vita!” le scrive nel giugno del 1922, da Mosca, dopo aver letto la sua silloge <em>Verste I</em>. “Un mese fa avrei potuto trovarvi a cento passi di distanza, ed esisteva già <em>Verste </em>[…]”.</p>



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<p><strong>Di fronte a quella voce, così simile alla sua, per la prima volta nella sua vita, Marina esita: frena il suo solito slancio, consapevole del <em>peso</em> di quello che sta accadendo: una scossa tellurica di altissimo grado.</strong> Nel giro di qualche giorno ripercorre la sua storia con Pasternak e si prepara a recensire <em>Mia sorella la vita</em>. Con quel libro in mano (invero un vertice della poesia russa del Novecento), Marina vola. Lo porta con sé in tutti i suoi passi berlinesi, lungo i viali, in metropolitana, allo zoo. Non può più staccarsene:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono precipitata […] come sotto un acquazzone. L’acquazzone: tutto il cielo sopra la testa, come filo a piombo: acquazzone diritto – di sbieco – che penetra – corrente d’aria, disputa di raggi di luce e di pioggia […] <em>Un acquazzone di luce</em>”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così titola il contributo che uscirà sulla rivista berlinese “Epopeja”, con il sottotitolo “<em>Poesia di eterno valore</em>”: un’eco moltiplicata all’infinito, una grande pagina di letteratura – e di Vita, con la lettera maiuscola.</p>



<p>L’accostamento all’opera, per Marina, è folgorante, impetuoso, rapido, ripido. Non può che derivarne un volo d’aquila sulle vette, quasi oltre il cielo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Pasternak è il pieno spalancarsi: degli occhi, delle narici, degli orecchi, delle labbra, delle braccia. Prima di lui il nulla. È tutte le porte scardinate: nella Vita! E nondimeno, lui più di chiunque altro è da <em>svelare </em>(Poesia degli Intenti. Così Pasternak si comprende malgrado Pasternak seguendo le sue fresche, freschissime tracce. Fulmineo per tutti i suoi cieli che si sgravano dell’esperienza. La tempesta – come unica espirazione del cielo, così come il cielo è l’unica possibilità d’<em>essere</em> della tempesta: l’unica sua arena!)”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Prima di addentrarsi nelle “sobrie secche delle tesi delle citazioni”, Marina indugia sull’uomo: chi è davvero Pasternak? Non lo conosce che di vista: tre o quattro incontri fugaci a Mosca, tutto qui. Ma ora lo vede splendido:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nel suo viso vi è qualcosa di contaminato tra un arabo e il suo cavallo: la diffidenza, la tensione dell’ascolto, e da un momento all’altro&#8230; la più totale prontezza della corsa. Un’immensa e insieme equina, selvaggia e timida mobilità degli occhi. (Non degli occhi, ma dell’occhio)”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Con un tocco magistrale, attraversando quell’occhio, Marina entra nel mistero del poeta-volto: scorge una memoria d&#8217;antiche ascendenze caucasiche e va a fonderle con i tratti equini, così creando un essere magico, fusione metamorfica d’un cavallerizzo arabo ed il suo cavallo, un “cavaliere quasi cavallo” (una figura che ritornerà nella sua opera e nel suo epistolario: “cavaliere non è colui che cavalca, cavaliere sono tutti e due insieme” scriverà a Rilke nel 1926 a proposito di San Giorgio).</p>



<p>Bisogna supporre che abbia pensato al purosangue arabo – le cui origini si perdono nella leggenda, veloce quanto il vento, agile, resistente, nevrile, gli zigomi sporgenti e il mento volitivo, lo sguardo acuto, profondo, a tratti sofferto – giacché quei tratti fisici trovano perfetta corrispondenza con lo spirito di Pasternak: la diffidenza, la tensione, la più totale prontezza della corsa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="753" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169-753x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99886" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169-753x1024.jpg 753w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169-768x1045.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169-600x816.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/31019880169.jpg 794w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></figure>



<p>Sul cavalletto di Marina Cvetaeva c’è Boris Pasternak poeta-volto del Novecento: un essere etereo e visionario, reale e onirico, sospeso e stirato tra la terra e il cielo, in un perenne fremito di timore e coraggio, stato di ascolto e tensione esplosiva. Su quella tela c’è la sua scrittura</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“della luce: la definirei così. Egli è il poeta delle <em>luminosità </em>(così come altri lo sono, per esempio delle tenebre). La luce. Eterno valore. – Luce nello spazio, luce nel gesto, tagli di luce (correnti), esplosioni di luce, festini luminosi. Trafiggono, inondano.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Cvetaeva insegue l’enigma-Pasternak e la sua cavalcata “in sella” alla vita (dei giorni), al giorno (della rivoluzione), nella pioggia. Con acutezza assoluta esamina <em>Mia sorella la vita</em> secondo questi tre nuclei tematici, che nella sua magica penna diventano tre topografie – tre mappe geografiche interiori – con cui ci svela il cuore del poeta.</p>



<p>La sua vita, per Marina, è aria aperta: pochi istanti di presa e poi distacco, movimento – così scorrono i suoi versi sul temporale, sulla siepe, sulla pioggia, sulla dacia, sulla steppa, sulle grondaie, nel silenzio velato di polvere, nella sala da tè, a Kiev, a casa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La vita quotidiana per Pasternak è freno, tanto quanto per l’indizio terrestre (l’aderire) è trattenere (trattenersi). Poiché l’atavica attrazione per anime come la sua è senza dubbio – in tutto il suo fulgore – la Fine.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Cvetaeva si chiede come Pasternak abbia accolto la valanga delle valanghe: la rivoluzione. Non vi sono che pochissimi riferimenti al Diciassette nel suo libro. Solo questo le è chiaro: “Pasternak non si nasconde alla Rivoluzione in nessuna delle cantine degli intellettuali […] L’ha scorta per la prima volta lontano tra le nebbie in un covone che s’impenna, l’ha udita nei gemiti di strade in fuga. Essa si dava a lui (si è data), come tutto a lui nella sua vita, attraverso la natura.”</p>



<p>La natura, per Pasternak, è un dono; in particolare la pioggia. Tutto il libro gronda di pioggia. “Ma non la pioggia-pioggerellina autunnale, sottile! La pioggia-<em>džigit </em>– impetuoso cavallerizzo [del Caucaso] – e non la pioggerella!” Finora – ragiona – i poeti russi hanno scritto della natura attraverso se stessi, hanno scritto <em>sulla</em> natura, ma nessuno ha scritto <em>la </em>natura: per se stessa. “Ed ecco Boris Pasternak. E ci fa meditare su chi scrive che cosa. Una rivelazione: la penetrazione.” È un incanto respirare la solitudine della pioggia pasternakiana: la pioggia della vita (e non dell’uomo sotto la pioggia), attraversarla col <em>doppio-occhio</em> Boris-Marina, e proseguire con i versi sulla pioggia primaverile, le malattie della terra, il nostro temporale, la notte afosa, l’erba. Si coglie la responsabilità d’ogni passo, si colgono gli indizi terrestri d’un sublime dio dei dettagli:</p>



<p><strong>“Mi domanderai chi disponga</strong><br><strong>che l’agosto sia tanto grande,</strong><br><strong>chi trovi una minuzia non da poco,</strong><br><strong>chi si perda nell’ornatura</strong><br><strong>di una foglia d’acero</strong><br><strong>e dai giorni dell’Ecclesiaste</strong><br><strong>non abbia mai smesso</strong><br><strong>il taglio dell’alabastro.</strong></p>



<p><strong>Mi domanderai chi disponga</strong><br><strong>che siano le labbra di astri e dalie</strong><br><strong>a soffrire in settembre.</strong><br><strong>Che la fine foglia del cìtisi</strong><br><strong>dalle canute cariatidi</strong><br><strong>si posi sulle umide autunnali</strong><br><strong>lastre degli ospedali.</strong><br><strong>Mi domanderai chi disponga.</strong></p>



<p><strong>&#8211; L’onnipotente dio dei dettagli,</strong><br><strong>l’onnipotente dio dell’amore.</strong><br><strong>Degli Jagelloni e delle Edvigi”.</strong></p>



<p>In Pasternak il pensiero scava continuamente tunnel sotterranei e di colpo assistiamo ad un’esplosione di luce, epifania “(dall’interno) Ma noi morremo/ con l’oppressione della ricerca nel cuore. In questo distico è insita forse tutta la tragedia dell’essere pasternakiano: l’impossibilità di dissipare […]”</p>



<p>Tutto va elaborato, tutto va rimeditato fino in fondo. Sopraffatta, Marina ripercorre la raccolta, ci esorta a controllare le citazioni, riprende i versi, ci confessa che le fremono le mani dalla voglia di riportarli per intero e fare a brandelli le sue considerazioni affinché <em>Mia sorella la vita</em> possa circolare libera e da sola per i mercati editoriali dell’Occidente. Si sbarazza dagli inutili orpelli, lascia ad altri il compito di esaminare</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“gli inconfutabili pregi della poesia di Pasternak (dei metri, del ritmo e così via)</strong><strong> </strong><strong>[…] è cosa che riguarda gli specialisti della poesia. La mia specialità invece è la Vita.”</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Marilena Garis</em></strong></p>
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