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	<title>Blu Temperini Archivi - Pangea</title>
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	<link>https://www.pangea.news/tag/blu-temperini/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 14 Jul 2025 03:35:01 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Ufficio delle tenebre”. Intorno a un libro di Blu Temperini</title>
		<link>https://www.pangea.news/blu-temperini-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2025 04:22:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Nel principio infondato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Debellati gli aggettivi con la corazza, quelli che piacciono alla critica – a ciò che ne rimane, a ciò che razzola tra la cenere –: finalmente, la scoperta di un poeta primigenio, senza lignaggio. Un poeta senza paladini né palafreni né padrini in parata.&#160; Un poeta, cioè, che comporta l’abbandono delle norme ortografiche, delle grammatiche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/blu-temperini-poesie/">“Ufficio delle tenebre”. Intorno a un libro di Blu Temperini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Debellati gli aggettivi con la corazza, quelli che piacciono alla critica – a ciò che ne rimane, a ciò che razzola tra la cenere –: finalmente, la scoperta di un poeta primigenio, senza lignaggio. Un poeta senza paladini né palafreni né padrini in parata.&nbsp;</p>



<p>Un poeta, cioè, che comporta l’abbandono delle norme ortografiche, delle grammatiche cattedratiche, di ogni forma di subdola tattica; alieno all’abbondanza dei retori del quieto vivere e del quieto amare. Non dovrebbe fare così un poeta: interrare il vocabolario, pio stendardo, e sfoderare l’ascia del verbo? “Insegnaci a pregare”, implorano gli inebetiti discepoli al maestro: Gesù sbriciola per loro le scarne parole del&nbsp;<em>Pater</em>&nbsp;– mai un dio è stato così prossimo, così grano e spada, e noi fummo il suo pasto, il suo desco, il suo desinare e il suo destino a morire di sete.&nbsp;</p>



<p>Insegnaci a parlare, dovremmo chiedere ai poeti.&nbsp;</p>



<p>Ricorda: si prega nei luoghi desolati, dove vagano, in tormento, gli spiriti impuri, dove appaiono in Appalachia di zampe gli angeli. Non altrove si deve scrivere.&nbsp;</p>



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<p>Così, questo libro di Blu Temperini va letto insieme ai trattati di falconeria, ai bestiari medioevali, alle carte celesti dove gli astri, con strenua pazienza, indossano il volto del leone e del cavallo, dell’eroe e della vergine.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Questo libro – un esordio mai così antichissimo – è requie e cinghia, nuovo culto al di là dai cultori dell’odierno lirismo. Potremmo chiamarlo – come si diceva una volta, senza essere iniziati ad alcunché che all’obbedienza – “ufficio delle tenebre”.</p>



<p>Non c’è linea di continuità, intendo, tra questo poeta – d’indecente precocia, di sfiancata facondia – e la quadrupede tradizione dei poeti recenti, altra è la sua biada, altitudine diaccia, propria di chi frequenta i ghiacciai, le inimmaginabili alture.&nbsp;</p>



<p>Hanno gli artigli, il becco e le cangianti penne queste poesie.&nbsp;</p>



<p>A esasperare lo spaesamento, una lista di avi e di archivi costruiti a casaccio, in casa, da autodidatta, piccoli idoli di legno: Sergio Solmi e Guido Ceronetti, Giovanni Boine ed Egle Marini, Maria Maddalena de’ Pazzi, Tommaso Landolfi, Maria Banuș, che tanto piacque ad Andrea Zanzotto. La formula, cioè, di addobbarsi estranei al proprio tempo, di ancheggiare in un altrove di trine, come se l’Eden, in fondo, non fosse altro che un decalogo di candele.&nbsp;</p>



<p>Nella più piena spoliazione – tolti dalla bocca gli ultimi nutrimenti, la particola poetica che ci rende soddisfatti del ‘buon lavoro’ – Blu Temperini reca l’estremismo di Alejandra Pizarnik, la premura oracolare di una visionaria dell’anno mille. Poesia, cioè, come frammento mesolitico e contrafforte in selce; turba del toro primordiale da cui estrarre il corallino per aggiornare a luce le latebre grotte.&nbsp;</p>



<p>Lingua che ci precede, da assumere tenendo l’orecchio confitto al tronco e alla nubile nube. Parola impareggiabile, allora, nel senso che neppure il poeta – scriba senza arte di concia – sa dire da dove quel dire provenga, da quale piaga o plaga.&nbsp;</p>



<p>Da qui, l’ostinato cicaleccio dei morti, l’orma bivalve del verbo penitente, i celesti fatti paglia. Tutto un sistema divinatorio per costringere le stelle, ancora, a brucare nella brocca delle nostre mani, a bruciarci. Il resoconto di questa ecchimosi: poesia.&nbsp;</p>



<p>Che a Torino – città d’elezione di Blu – sia custodita la Sindone e si celi, tra cunicoli a forma di serpe e di capra, il Graal (o la sua ombra, è lo stesso), è sintomatico di una scrittura che non si coagula nell’iride né nella mente, che restituisce il sangue degli andati in statura di rosa, in sutura.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Si sarebbe tentati di sussurrare la parola&nbsp;<em>sacro</em>; semplicemente, come accade nella poesia autentica, rarissima, si tratta del cuore Lancillotto, del cuore cavalleggero, senza cavilli, di cui, a fine lettura, non resta che la brace, un bronzeo da primo giorno del mondo, il santo pudore.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="424" height="700" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9788883064722_0_0_424_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-104136" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9788883064722_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9788883064722_0_0_424_0_75-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></figure>



<p>**</p>



<p>La violenza è maestosa, nel suo presente<br>anche il domani, prima del tempo;<br>e la brama si ostina laddove<br>non può essere disimparata,<br>nel filamento partecipe e<br>non partecipe dell’attenzione.</p>



<p>Il futuro è nell’oltrepassare<br>le cose vedute alla fine.</p>



<p>*</p>



<p><em>Miracolo</em></p>



<p>Da falce e creta è nutrito il tuo<br>corpo in questo abbraccio e<br>vedi solo il prestito del cuore<br>compiere un arco nel risveglio.</p>



<p>Una colomba trasvola nella stanza:<br>migrano da parete a parete<br>– vuote – le coordinate del miracolo.</p>



<p>*</p>



<p><em>Non più vincitori vorrebbe il cielo</em></p>



<p>Sul nome d’oggi termini la fabula,<br>l’opera che nell’amichevole cuore<br>nasconde il rifiuto ad ogni benevolenza,<br>tragitto di ambedue – vincitori<br>e vinti – per gli annali di innocenza.</p>



<p>Ma solo i vincitori trapassano sulla<br>più violenta sponda che si inclina;<br>di ogni vittima innamorati sono<br>i primi a sommare il fuoco con la frode.</p>



<p>Giustizia stessa si reca su uno solo<br>e con gli altri vagabonda.</p>



<p>*</p>



<p>Ogni ultima cosa la chiamo notizia<br>ed è sadico dover dire sì alla vita<br>che miete le sue vittime, dire sì<br>all’agnello distrutto nel coro,<br>all’insetto fratello della perdita,<br>ma più sadico è festeggiarne l’indolenza,<br>più sadico è restare attesi nell’ordinario sangue.</p>



<p>Tra le voci perdenti dell’effimero<br>nell’effimero lume del mondo<br>il torto è fatto, ogni ultima<br>cosa la chiamai vantandomi<br>e fui punita, puniti i miei anni.</p>



<p><em>– Umiliati! –</em></p>



<p>*</p>



<p>Non ho altra volontà<br>– dicono gli innocenti –<br>che ardere su due paragoni:<br>prima schiavi, poi trasparenza<br>dovunque riletta, trafugata<br>da ospiti tutti attesi, tutti danneggiati.</p>



<p>In uno scrigno di irriconoscibili<br>difetti d’amore è possibile trovarli,<br>fedeli alla doppiezza del gesto;<br>e se il mondo non potrà morire<br>sarà un innocente a vivere.</p>



<p>*</p>



<p><em>I tonni o della fame di forme</em></p>



<p>Non esiste l’uscita materna,<br>tutto è contorta fluttuazione;<br>nessuna immagine e nessun<br>disegno, tutto è somigliante<br>nel branco e non ha difetto.</p>



<p>Poi l’artificio pesante dell’azzurro<br>accomuna la fame di forme.</p>



<p>*</p>



<p><em>La serpe o della degradazione</em></p>



<p>Forse prima celebrava messe<br>col capo sollevato ed era attrezzo<br>di individuo contrariato dallo spirito,<br>sola tolleranza che esibiva il sangue.</p>



<p>Ora intransigente si inchina<br>a questa sospensione e si<br>arricchisce dell’ombra sua<br>come di ogni oggetto spezzato.</p>



<p>*</p>



<p><em>Gli uccelli o dell’esilio</em></p>



<p>Gli uccelli abitano alte impressioni<br>e nel tornare alla fonte si contorcono:<br>la terra brucia per quelli che volano.<br>Sotterrano con l’unica lastra<br>di sguardi ogni rivalsa:<br>nel cielo una radice sfigurata,<br>la prova di un altro mondo che ripugna.</p>



<p>*</p>



<p>Da&nbsp;<em>Elemento (Uno studio)</em></p>



<p>(VII)</p>



<p>Nella caccia segnali di rupe,<br>le terre già improntate:<br>lusinghe, bestiame.</p>



<p>Il cacciatore, la ricerca<br>e l’estinzione gettata in questi obblighi:<br>operazione, opere di rinuncia.</p>



<p>Le carni fedeli al carnefice,<br>i sensi alla vittima:<br>un prodigio i doppi umori.</p>



<p>*</p>



<p>(XIV)</p>



<p>Dove è passata la terra<br>fu niente l’immagine, il suono;<br>fu il lavorio delle cose interminabili,<br>dei mattini impietositi.</p>



<p>Da nulla è lasciato intendere<br>quale sole, quale tempo inganna<br>e sulle tavole non le scritture, i gesti.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/nel-principio-infondato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*I testi, pubblicati per gentile concessione, sono tratti da: Blu Temperini, “Nel principio infondato”, Crocetti, 2025</a></em></p>



<p><em>**In copertina: Frida Kahlo, &#8220;Il cervo ferito&#8221;, 1946</em></p>
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		<item>
		<title>“I morti cagano, pisciano come i vivi”. Fiori e parole intorno a una poesia di Gabriele Galloni</title>
		<link>https://www.pangea.news/gabriele-galloni-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2023 04:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Galloni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Sapete quale sensazione deve provare il suo contemporaneo?Che solo per un puro caso non è stato lui a scriverlo,che lui stesso era lì lì per scriverlo e gliel’hanno strappato di mano…». Anna Achmatova Ecco che diviene doveroso, irresistibile appartenere al mondo dei morti, alle lunghe distese dove trapassano le nostre stesse fatalità, dove forse vagano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>«Sapete quale sensazione deve provare il suo contemporaneo?<br>Che solo per un puro caso non è stato lui a scriverlo,<br>che lui stesso era lì lì per scriverlo e gliel’hanno strappato di mano…». Anna Achmatova</em></p>



<p>Ecco che diviene doveroso, irresistibile appartenere al mondo dei morti, alle lunghe distese dove trapassano le nostre stesse fatalità, dove forse vagano ininterrotte fino al disconoscimento. Arrivano voci e qualcuno tenta di trovare il suggello, di allestire l’involucro, eppure è nel tempo d’altro tempo quel richiamo. <strong>Quel tempo è <em>l’estate del mondo</em>, la casa ormai sconosciuta dove le stagioni più cocenti spalancano i giardini e vi entrano loro, i defunti.&nbsp;</strong></p>



<p>Il fare dei morti è un fare misterioso, un perpetuare il muso indolente sulla strada ferrosa delle ossa, un’ostinata ragione del futuro. Il corpo è per loro, come per noi, uno strumento stremato che transita ancora, vuole soccombere e stregare; si intende di sparire, di eccesso e vanità. Nei loro occhi sono ancora invincibili le immagini ed è scoperto il tradimento dello spazio: le iridi gonfie e sazie, i palmi irriconoscibili, aperti, con una serie di ultimi gesti pretesi. Ma la vera innocenza è quel grido sovrapposto alla voce, quella conca gelata che una volta era labbro, ora più somigliante ad un puntello. <strong>Le mani di tutti si innamorano sopra i cadaveri e sono ferite che si conciliano</strong>, sani avvelenamenti, battiti appena appassionatisi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I morti cagano, pisciano come<br>i vivi. Solamente che faticano<br>a rispondere a tutte le domande<br>che gli vengono fatte. Preferiscono<br>ricordarsi di un nome,<br>scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.</strong></p>
<cite>Da <em>In che luce cadrann</em>o (Sulla riva dei corpi e delle anime, Crocetti Editore, 2023)</cite></blockquote>



<p>Il gesto di questi è insolito, da atto ad atto, mai davvero concluso; è il gesto di chi diventa argomento, studio, «<em>ultima didascalia del mondo conosciuto</em>». Sono in molti, sono soli, si accoppiano prima di tirare i dadi, prima di scommettersi a vicenda le provviste, l’epidermide seccata o ricucita malamente. La loro usanza è giocosa, ironica, atletica, incivile, mentre sradicano la più scaltra saggezza e giocano a decomporsi. Giocano? Si ritirano dal gioco, sfregano le carte, forse le macchiano, non si fissano certo sulla regola. Se codesti morti dovessero dividersi in gruppi, come capita altrove, avrebbero almeno l’ultimo rimasto fuori da scomporre ancora, in cento altri gruppi.&nbsp;Ma i morti, va ricordato, qui muoiono, e progettano di morire ancora, se ci giungeranno da soli.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="620" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/galloni-620x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97043" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/galloni-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/galloni-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/galloni-600x991.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/galloni.jpg 654w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p><strong>Le loro cianfrusaglie, i loro bottini di re, di miserabili, di amici e amanti, dove finiscono? Usano quelle degli altri, imparano a non appassionarsi; imparano l’uso, dimenticano il costume.</strong> Magnifico potersi addentrare senza denti, prendere una vanga, un mulinello e fare quel che si può. Perché questa civiltà può attraversare le stanze senza divieto e impossessarsi di frigoriferi, altalene, giardini, fontane. Ogni strumento è spiegazzato e scomposto nei suoi scopi: possono telegrafare con la sabbia e palleggiare da un foro nel muro. Sono oggetto e cercano caricatura, ritratto. Vegliano pure sulla lingua e sembrano attorniare i vocaboli, farne a poco a poco rapida ascesa. Qualcuno ci si confida ma l’unica accortezza possibile è lasciar loro la moltitudine, intanto che cercano l’erogeno, il fine già ritrascritto delle pelli. Difficile sarebbe però affibbiar loro il culto della memoria, ingenui come palafitte vanno avanti e indietro, e se sentono sulle spalle il peso di qualcuno lo fanno scendere. Non sanno sempre come apparire, perché essi esistono.&nbsp;</p>



<p><strong>Verrà da chiedersi se si tratti di spiriti, mutilati, di fantasmi, se si parli di gentaglia errabonda, smemorata, di creature morbose che prolificano, che attaccano briga a chi è meglio collegato, sensibile; </strong>paiono i più igienici o i superflui nell’opera di comprensione; cercando pretesti, note introduttive, finiscono sempre sull’ultima parola e applaudono gli inizi. Gli distingue un’incoscienza nell’apparire, nel soffiare a vuoto sulle cene imbandite, nell’inventare i compagni che li annusano, i sogni che li sognano.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I morti hanno fiducia nella sorte.<br>A notte fonda salgono sugli alberi <br>del tuo giardino; li trovi che all&#8217;alba<br>non sanno come scendere dai rami.<br>Li vedi; non ti vedono. Li chiami <br>e non ti sentono. Li aiuti – scendono.<br>Ogni notte ritornano e dimenticano.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mi giunge alla mente la naturalezza con cui&nbsp;parlò un amico rumeno del trasferimento mortuario. I suoi nonni – per pochi da dove provengo tutto è intrapreso con rilassamento nelle cose del trapasso – saranno seppelliti dove sono seppelliti i suoi bisnonni, i suoi bisnonni saranno estratti e la loro casa della morte sarà generata come la loro casa della vita;<strong> passeranno alla crescita, passeranno e lasceranno la loro corrente al prossimo figlio che deve resuscitare. Perché anche la morte è nel tempo, allunga i capelli e le ciglia, anche la morte finisce, se viene la premura. </strong>Dove finisce la morte, e sappiamo che finirà, c’è ancora parentela e non ci si può distaccare, non scavare nuove buche, ma occuparci di questa adolescenza o infanzia che giungerà alla fine e tornerà a chiedere un disseppellimento, un futuro di ossa ancora sul cammino che non sono come rubate.&nbsp;</p>



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<p><strong>Nel modello dei versi questa stessa tenerezza di un’ospite sincero che ora può parlare, per non parlare più. Minimo uso, minimo spazio:</strong> il poeta sembra sapere dover interrompersi, dove festeggiare la forma, e con la sua attenzione rende lo schema impalpabile. Poesia sgusciata, bianca di un principio che attendeva il colpo dello svezzamento, da cui sembrano fuoriuscire figure vive, non chiazzate; non c’è serpente e non c’è peccato, perché là, nel mondo dei morti, «<em>l’albero è solo radici.»</em></p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong><strong><em></em></strong></p>
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		<item>
		<title>“La gioia nell’annientare”. Friedrich Nietzsche contro i puri di cuore</title>
		<link>https://www.pangea.news/nietzsche-ecce-homo-blu-temperini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2023 04:23:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[compassione]]></category>
		<category><![CDATA[Ecce homo]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si passa davanti a questa superficie, a questa stanza imprescindibile, come per voler assistere all’eccentrico, oppure alla perdita di fermezza, a quel siparietto sbottonato che lascia intravedere la suggestione. Si resta forse delusi, se si è abbastanza ingenui, perché c’è qualcosa di perfetto tenuto sotto chiave, qualcosa che nel binomio non riesce a liberarsi. Non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si passa davanti a questa superficie, a questa stanza imprescindibile, come per voler assistere all’eccentrico, oppure alla perdita di fermezza, a quel siparietto sbottonato che lascia intravedere la suggestione. Si resta forse delusi, se si è abbastanza ingenui, perché c’è qualcosa di perfetto tenuto sotto chiave, qualcosa che nel binomio non riesce a liberarsi. Non è imminente, non è profetico ma cerca sue soluzioni, suoi canti, è una smania. <strong>In questo e in nessun altro libro di Friedrich Nietzsche si assiste ad un fare disinvolto come di opera umana, di romanzo, luogo di oggetti e coperture;</strong> dovrebbero uscirne volti, dialoghi, ambienti, ma la pretesa non vuole in alcun modo scomporsi, si arresta sull’offesa più grande. È questo il perfetto spazio, tra chiuso e atteso, di un’ossessione lasciata abitare, senza una sua propria proposta; e tra quelle più immedesimate e oblique nella voce, quelle scagliate violentemente, c’è la questione del prossimo, della compassione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per me tutto questo è solo debolezza, un caso di incapacità a resistere agli stimoli – […] Rimprovero i compassionevoli perché perdono facilmente il pudore, il rispetto, la delicata sensibilità alle distanze, perché basta un niente e la compassione puzza di plebe e somiglia alle cattive maniere fino a confondersi con esse”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Questo vorrebbe dire che Friedrich Nietzsche si sia precocemente concentrato su di sé oppure che abbia maledetto con forza l’assistenza che gli veniva dall’esterno, da quelli che lo adocchiavano; che sia soltanto l’ennesima trasvalutazione dei valori; che abbia analizzato lui stesso i doni e i premi e si sia genuinamente trincerato nel ribrezzo, ribrezzo autentico di chi non può sentire mani appiccicose toccare il gesso; che si sia soprattutto avvelenato nell’osservare quelli che con aria indaffarata gestiscono i traffici, perché di traffici si parla, della bontà?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="785" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A-785x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95458" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A-785x1024.jpg 785w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A-768x1002.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A-600x783.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/CAE23528-367E-4A3C-9781-1184E809C73A.jpg 828w" sizes="(max-width: 785px) 100vw, 785px" /></figure>



<p><strong>Un uomo, come davanti ad un lazzaretto di chiacchiere, ad un immenso padiglione di storture e finzioni, tocca con viscere e patemi ma anche con scintille d’albore</strong>, di scoperta matura, la carne dell’altruismo, la torre di sangue, e avverte quel senso di peste, di contagio, di strana e assoluta morbosità che infiacchisce e si eleva a seconda dell’infermità; e lo fa con lena di discepolo e maestro insieme, prima con la mite sorpresa, poi con il traguardo in tasca, con i diritti tutti in asse.</p>



<p>Tutto ciò non deve però stare a significare che solo l’interesse e l’utile spingono le certezze di chi si prodiga anzi spesso la colpa è essere gratuiti occupatori, vite che si intromettono nell’unica vita e osano pensarsi gradite prima che benefiche. Già pensare al prossimo come una corrente di infermi, di mani tese a convogliare nell’aiuto non è un buon inizio <strong>e Nietzsche arriva a domandarsi se sia effettivamente necessario sperperare le nostre forze nello sperperio generale delle forze, dove tutto è spendibile a vuoto; se si possa essere compassionevoli ma non languidi, se si possa usare la forza senza l’abuso.</strong>&nbsp;</p>



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<p>In questi ultimi istanti sembra dimenticarsi anche delle vecchie e nuove imprecazioni, si dimentica del Cristo, il Buddha manicheo, del corno, il cielo e la terra rubati alla nascita, e quelle palpebre scese, zigomi stretti, affossati nella notte, nella noia, nel sonno. Parla lentamente, avvolto, lo si può benissimo immaginare seduto, in una posa raccolta, ad accendere e spegnere qualcosa con abitudine. <strong>Tutto indugia e oscilla per effetto di una rassicurazione: <em>la gioia nell’annientare</em>. Ma se la storia è un passatempo riprenderanno vita solo icone non protette</strong>, si vorrà sfigurare tele e simboli senza curarsi di assassinare il cherubino che le veglia; non si penserà allo spirito, ci saranno distruzioni col pestaggio, con la folla, senza veleni o balsami di malattia e guarigione: oggetti informi e frammenti vorranno bruciare e prendersi la materia.&nbsp;</p>



<p>Nel frattempo sembra che moltitudini di mendicanti e confessi abbiano bussato alla porta e lui svogliato, ma ancora crudo, non abbia voluto aprire, si sia messo in un angolo a protestare con calma e operandosi macchinosamente un braccio abbia alzato la testa senza somigliare all’animale. Questi bussano e sembrano tutti isolati, non giunti fin lì per un tracollo ma ognuno per suo conto, ognuno col proprio risentimento: si perdono i nomi e nessuno ode se stesso o gli altri. Sono cellule di sconforto, linearità senza stranezze, polsi legati alla giusta corrente, trascinati dalla verosimiglianza. <strong>Il prossimo, i prossimi, sono molti, stanno fuori ad ansimare? Chi sono e quanto roventi, quanto accalcati? Da chi è sospinta la corrente, chi vuole un guarito senza un combattimento, chi vuole chiamare prossimo ciò che è vicino a mutare, a diventare d’argilla meschina?</strong> Un battello statico di ombre tutte disegnate e infelici, tutte succubi e asimmetriche; ridono, piangono, portano in piena armatura i loro vizi, sono contenti, accontentati, e alla vita non devono nulla, neppure il loro macigno di disapprovazione.</p>



<p><strong>La salute non è una ricostruzione postuma, delicata delle disintegrazioni, un affratellamento con i sobborghi insensati, puerili del corpo e della coscienza; non un maledire l’avvenuta ustione, il calcio, la fregatura; non vi si pone rimedio perché non si può completare.</strong> La malattia non è sua antipatia e neppure suo giogo. Malattia è arrivare in alto, scarnificarsi, senza mai farsi semplici o più degradati.&nbsp;Salute è sovrabbondanza, eccessivo mutamento. Malattia è ritiro, eccessiva unzione. Da entrambe si disperdono donatori, ingannatori, gestori, predicatori. Urtare un pezzo unico, un cuore, diventa sempre più infinito, esclusivo e le piaghe si aprono generose per ciascuno che non contenga e voglia crearne una catena, una sequenza, una consanguineità di meticcio, di gemiti e silenzio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="807" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161-807x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95459" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161-807x1024.jpg 807w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161-236x300.jpg 236w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161-768x975.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161-600x761.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/31415418161.jpg 851w" sizes="(max-width: 807px) 100vw, 807px" /></figure>



<p>Colui che dona, che si prodiga, conserva sempre il gesto donato, nulla viene totalmente annullato. Non può chiedere indietro il dono ma può conservarne la soddisfazione indiretta, può usufruirne al contrario o in ogni altra direzione e curarsene sempre più, sempre meno, finché non sarà traviato, rimosso. Questo accade al gesto rozzo, forzato, al recupero di forze ammalate e rimesse in azione ai lati del vero riconoscimento. Così si subiranno altri gesti, si troverà un altro donatore, non perché sia avvenuta una perdita ma perché si è aperto e chiuso il controllo, si è alternato, lasciando scogli, sponde e altre basi solide dove il turno è continuo. Di questo passo un altro donatore avrà già i suoi moti di conservazione e lo scarto resterà, resteranno aspetti contriti e insoliti, vi resteranno schiacciati il bene e il male.</p>



<p>Ma se si chiedesse ad uno di questi una richiesta in più al suo spargimento, se si desse lui un impegno virtuale di salvezza, come si comporterebbe? Mettiamo caso che dovesse aiutare un’anima e per giungere alla sua posizione percorrere molte strade e affaticarsi, percorrere un cammino tutto interiore di sofferenze e debiti. <strong>Sarà davvero in grado di salvare? Certamente no, giungerà stremato, tutto intimorito dai suoi nuovi triboli e potrà a malapena riconoscere il proprio lucore. Allora cosa lo spinge a partire, istintivo per questa missione, pure se impreparato?</strong> Forse troverà maggiore agio nel perdere e ritrovare se stesso più volte sul cammino che immaginare qualcosa di integro all’arrivo. Quella sua fatica vale già come un aiuto, aiuto senza risonanza, donato come svenimento, come ultimo spasimo di debolezza.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong><strong><em></em></strong></p>
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		<title>“Non dovrebbe essere fulgido ciò che è mostruoso?”: negli abissi di Tommaso Landolfi</title>
		<link>https://www.pangea.news/tommaso-landolfi-blu-temperini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Mar 2023 05:26:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommaso Landolfi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so raccapezzarmi e vorrei a prestito, ora più che mai, una delle sue trovate, dei suoi “mezzucci” per essere facilmente fraintesi, anzi direi proprio per farsi fraintesi, da soli, così che non debbano far altro che saltare al rigo seguente quegli altri. Dirò comunque che mi è indispensabile e oscura la stessa ragione di [&#8230;]</p>
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<p><strong>Non so raccapezzarmi e vorrei a prestito, ora più che mai, una delle sue trovate, dei suoi “mezzucci” per essere facilmente fraintesi,</strong> anzi direi proprio per farsi fraintesi, da soli, così che non debbano far altro che saltare al rigo seguente quegli altri. Dirò comunque che mi è indispensabile e oscura la stessa ragione di scrivere, di scrivere di lui, di <strong>Tommaso Landolfi</strong>, autore da non definire sofisticato, né elegante, di fantascienza o aristocratico, per suo stesso volere; per suo volere nulla, assolutamente nulla, soprattutto se si tratta di lodi o connotati enfatici, spesso drammatici in effetti per chi ne riceve, chi tenta anche solo di vederci un ciuffo dei propri capelli. Rispetto e comprendo, forse farò di peggio.&nbsp;</p>



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<p>Dire che la letteratura russa lo pervade è dare una notizia, per altro diffusa, e poco resta da aggiungere. <strong>Basta un’immagine di attesa, in abulia, di pensieri quasi non pensati eppure febbrili, dubbi e ipocondrie da dubbio, reazioni avverse alla realtà, a sproposito, viltà e violenza che scema, scemando allucina.</strong> In più l’unico vanto che può permettersi la realtà, quello di non essere verosimile, con le conseguenti creazioni involutive.&nbsp;Ma l’irrimediabile tecnico, il cruccio è la parola e quel vezzo temuto di usarla, farne un uso, spossandosi e privandosi. Senz’altro Landolfi definirebbe patetico, appena ne aveva occasione andava difatti confessandolo, ogni suo giro di parole, quell’intrigo alla ricerca delle cause prime, <strong>il solo fatto di darsi delle cause prime, di non fluire ma opporsi, inimicarsi anche le formule più convinte</strong>, più familiari che la penna sperimenta, avere ad odio questa familiarità e incupirsi alquanto dello sforzo commesso. Così, spesso tra amorevoli parentesi, si lamenta che non era esattamente quello che voleva esprimere l’appena espresso, che l’aggettivo dovrebbe manifestare altri sensi oltre ai suoi più scolastici, che non basta una definizione, si accetti ora come più tardi l’insolita formula, ché è sempre insolito dover fingere una formula in vece di una cosa, che la scelta di una congiunzione o di un appunto si ferma qui, per mancanza di passione, di voglia a terminare il giro. Tutti modi di dire per non dire, tutto il possibile per non dire, dire il poco che avanzerebbe lo stesso; poi quell’Io pronunciato con intolleranza, senza farne per forza un’esperienza; e il lettore, chissà se ascoltatore o trasmittente, che nominato si fa inanime, qualcosa che suona, dunque esistente lì per lì, per necessità di una qualche vocazione ma non ambito, non educato, anzi troppo chiassoso a volte e condannato a divenire incoscienza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="688" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/img20220722_12465808-688x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94917" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/img20220722_12465808-688x1024.jpg 688w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/img20220722_12465808-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/img20220722_12465808-600x893.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/img20220722_12465808.jpg 726w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></figure>



<p><strong>Verrà forse di credere che sia unicamente una maschera, un capriccio da scrittore beffardo e incompiuto, un giochetto teso all’abbocco. Qualcuno si fiderà ciecamente di questa convinzione e sopporterà meglio la tragedia della lingua.</strong> Per gli altri invece valga quanto segue. La lingua non è il luogo delle opportunità, dei tentativi, il luogo dove chiunque passi si sveste e riveste perché chi riveste obbedisce e chi sveste pencola; quello che è non può mai essere costatato attraverso quello che è, i mezzi non sono attributi della cosa ma la cosa non è un attributo a sé. Ne deriva l’incubo di una lingua incestuosa, con i relativi utilizzi e rigetti che vi si operano, dove la compostezza delle frasi impavide e la pulizia di quelle sciatte condividono una consanguineità provinciale; come se il linguaggio fosse a priori osservanza fissata con una certa incuria e soffrirne in fondo un pretesto da “impotenti”, codardi.</p>



<p>Inoltre risulta grottesco – e il nostro autore tenta regolarmente denunciarlo – arbitrare, trarre termini morali, anche solo informare di questo o di quello. Se nella frase un pensiero vi resta inglobato, trova esaltazione o ripiego ad essere così espresso, ne uscirà infine dell’altro, per vie tutte deformate, e di nessun risultato si potrà all’unanimità constatare la resa.&nbsp;E se il linguaggio non è strumento di conoscenza, semmai di intrappolamento o fuoriuscita, chi è che non sa e chi invece sa? Resta il dubbio che vi sia nella lingua un tale favore riservato a questi ultimi.</p>



<p><strong>Da questa promessa di incomunicabilità Landolfi ne escogita un’altra, fatta di vocaboli riesumati, di luoghi comuni senza comune accordo</strong>, di rituali desueti o presunti, per chiunque sappia riceverne il giusto conforto, il disincanto enorme che serve ad ogni regola, ad ogni gioco.</p>



<p><strong>Che invenzioni il grande Landolfi, che esseri bizzarri e situazioni sgradevoli, bieche; mette orrore, attrae!</strong> Mi è capitato di sentire che la pretesa fantastica funga da mezzo in Landolfi, che alla maniera dei grandi prosatori dell’Ottocento insinui in questa realtà un’altra, che ne nasca una metamorfosi, orrorifica quanto voluta. L’insicurezza però, di questa tesi in parte accettabile, viene nel momento in cui la totale amoralità, il compendioso stile e soprattutto quell’insana e soffocante incapacità a sostituire, a sublimare, non permettono di realizzare un’immagine rivelatoria, allegorica del suo narrare. <strong>Forse le invenzioni che più gli premevano erano proprio le interruzioni, le sfiducie, le umiliazioni, oppure le catene di errori che incuriosiscono per la loro fallacia</strong>, i saggi della vita, i dati più prolissi e marginali che necessitano ironicamente di sintesi ancora più incomprensibili e finiscono poi per testimoniarne la volgarità, il valore improprio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="661" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/landolfi_bur-661x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94918" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/landolfi_bur-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/landolfi_bur-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/landolfi_bur-600x930.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/landolfi_bur.jpg 697w" sizes="(max-width: 661px) 100vw, 661px" /></figure>



<p>Ciò sta segretamente a reggere i suoi personaggi, suoi perché realmente ospitati, accasati, non per questo meramente autobiografici – di per sé sarebbe una riduzione agevole di perplessità, in più nessuna apparenza può dirsi tale, se non quelle frugalmente riproposte, dunque sfatate –; mai del tutto centrati, una stirpe anatomicamente o mentalmente scheggiata, tutti portatori di tare genetiche, in segreta parentela. Figure realizzate in seno all’astiosa realtà, finalmente fatte cozzare con il dato, che trastullano un passato, goffamente non aderiscono al presente, che stornano bellamente il futuro, si curano dell’esaurirsi, del seccare i liquidi e pure i dolori. <strong>Avventurieri in tempo di vergogna, spiriti reduci da un brutto tiro o da una dispersione</strong>, scopritori improduttivi dell’umano mistero e vuoti a contenerlo; magici nell’atmosfera della loro derelizione evocano spettri, millantano di annullarsi ma l’ombra li riavvolge.</p>



<p>Le donne invece, se mai ebbero fisionomia o positura reale, patteggiano con altri mondi, stanno con le apparizioni e non coi discorsi, conoscono questa forma di rincretinire e nel limbo della dolcezza, del desiderio si lasciano soverchiare, quanto basta per rendere banale e fiacco il soverchiatore. <strong>Dimostrano così una certa praticità, un uso nel non essere maneggevoli, quasi zelo.</strong><strong> Materialmente si affliggono ma quello che possono è superiore al proprio stadio, superiore anche alla possibile vuotezza o verità loro</strong>; come mostrarsi possono pure istituirlo o lasciarsene corrompere, dando arie vagheggiate, infanzie irresistibili, ma il duro debito lo scontano troppo misteriosamente, presso luoghi che non si incontrano. Hanno maggiori ragioni per vivere? Forse ne trovano più facilmente eppure mistificano, con la stessa facilità, il diritto di morire, di esistere.&nbsp;</p>



<p>Senz’altro è il caso di accennare alla tanto riconosciuta fantascienza, che vale quasi la metà della fama concessa a Landolfi, quella del racconto lungo <em>Cancroregina</em> o dei brevi come <em>Un concetto astruso</em>, <em>S.P.Q.R</em>, <em>Roboto accademico</em> e molti altri.&nbsp;</p>



<p><strong>Nei diari appare l’interesse ludico per la lettura di testi fantascientifici, romanzetti di basso rilievo e assai economici le cui disposizioni non sono difficili da immaginare: viaggi stellari, materie criptiche e sfavorevoli, presagi apocalittici, invasioni aliene</strong>, macchine affrancate dall’umana intenzione e naturalmente distopie, con quel fine sottendere ad un potere tanto rassomigliante a quello comunista, o meglio alla sua estensione galattica.&nbsp;Nel landolfiano caso non c’è da aspettarsi nulla di simile, anzi <strong>più che di fantascienza potremmo parlare di bislacca scienza, una scienza di maniera</strong>, di comodo, come noi aliena e omeopatica, un fatto psicofisico nella macchina perfetta. Potrebbe trattarsi di medicina, astronomia, scienza sociale, galanteria, come metafisica e addestramento. Si tratta di blaterare su un’astronave, di condurre docili signorine al trapasso amoroso, di indugiare ancora e ancora nelle veci dell’umanità; spesso voci ridondanti, comunità in possesso di presupposti, stilano danni e nominazioni infinite, senza verso; si tratta magari di fare scuola, conferenziare; come qua insomma, o altrove, una riproduzione infinita, un metodo annoso e ormai proverbiale di scienza.</p>



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<p><strong>Si prospetta un’eternità disperata di studio, un’atmosfera parlante di studiosi e tecnici, una grande operazione di civiltà volta a non intervenire</strong>, ad analizzare il superstite;&nbsp;quasi un’epopea archeologica di plagio, di indicazioni sempre meno chiare su vissuto e vivente. Non più chiare le fonti, né la provenienza di chi parla, chi trascrive o scrive addirittura, partendo da un insulso e danneggiato movimento di vita. Nessuno sa se sia stato un abbaglio, qualcuno si attacca pure al fatidico atto, non senza previa specializzazione.</p>



<p>Tutto ciò è più dello scongiurare un progresso tecnico che ci deformerà, più che lanciare un allarme, perché l’imminenza è oziosa, lenta, a tratti impercettibile, siamo già su Marte oppure non lo siamo ma quel che procede è in circolo ed è un atteggiamento d’amare, di imbrogliare i fili maledetti, di sperare, un automatico connubio, provvisorio, che è inutile eppure non osa gettarsi a vuoto.</p>



<p><strong>In fondo tutto quel suo fingersi privi di sapienza, esser solo capaci di scommettere, di sognare il buio e la variegatura del buio</strong>, di bruciare con ogni atto le combinazioni, dunque sostarne al principio, all’abbrivio ideale; questa scaramanzia, questa frivolezza del sublime rivela un tormento di fenditure, di spaesata pietà («[…] <em>uno dei miei temi fondamentali, benché mai affrontato francamente</em>.»), che è nel dissimulare come nel proferire eccessivamente, nel passare da un incubo ad un freddo sentore di spada, da un minimo meccanismo di tortura quotidiana ad una massima trafila scettica; <strong>creature abusate, temporeggiamento sinuoso nell’abuso; pietà nel denudare e nel distorcere</strong>, voluttà dell’intenerimento e a seguire immediata suggestione di abominio.&nbsp;</p>



<p><strong>Basti pensare ad un uomo con la gamba di legno e con un malanimo verso l’intero genere femminile (<em>L’eterna provincia</em>)</strong> che nella volontà di scegliere una vittima, sedurla e poi atterrirla mostrando improvvisamente, al culmine dell’intimità, quel segno disamorevole e raccapricciante, si trova innanzi tutta la generosità di lei, tutta la condiscendenza malefica, snaturante, che non solo distrugge il proposito ma rende innocua quell’unica arma, la sua indisposizione stessa alla realtà. Questa devozione persa e insensata è già pietà, senza che nessuno ne sia direttamente coinvolto o addirittura graziato. Così la giovinetta dai capelli meravigliosi (<em>L’eclisse</em>) che una volta sciolti possono sostituire completamente il di lei vestito, tanto si dilungano. Sarà menomazione, insulto o grazia, codesta sua parvenza, senz’altro necessaria al pudore? Quale mostra è priva di rinuncia, di rammarico per l’incerta presenza? In una sera di eclisse spogliarsi, mostrare tutto ciò, sotto richiesta, a due affascinati può rivelarsi incauto, febbrile quanto basta ad una mortificazione.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81oLMRZlvPL-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94919" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81oLMRZlvPL-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81oLMRZlvPL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81oLMRZlvPL-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81oLMRZlvPL.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p><strong>Spesso bestie o esseri a metà, fantocci, spiriti, fantasmi, sono al centro di questi atti fobici e martellanti; l’animale che spezzato ritorna</strong>, pestato ingigantisce e i suoi tratti sono sensi imprescindibili, i corpi presi e mal ponderati, solo sembrando si esprimono.&nbsp;Nell’accudire come nel turbare è il medesimo viluppo, un misto di scoramento e terribile protervia. In ogni stanza, sala, salone, andito, con codesta smania, quasi caricatura d’affezione, si inebriano certi falsi segnali: quello che era un attimo prima in procinto di trascendere le sue forze e l’indice di creatura mancata.</p>



<p>Sullo sfondo di qualsivoglia predilezione non può che esserci la provincia, luogo di rinuncia all’interrogatorio, alla dimostrazione; in cui ogni colloquio è un’intromissione, un vizio mal gestito di ricerca, ogni visitatore uno spronatore solitario, al massimo un venditore o relitto; luogo in cui inesorabilmente al presentito non segue mai un incoraggiamento, uno sviluppo.&nbsp;</p>



<p><strong>Insomma «<em>non dovrebbe essere fulgido ciò che è mostruoso e mostruoso ciò che è fulgido?</em>».</strong> Le cause, così come il nobile e saggio scopo, sono pressoché inammissibili, per volere dell’autore ovviamente, per volontà che non ha voluto e non vuole.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Viviamo nell’epoca del prenotato – e attendiamo l’apocalisse”</title>
		<link>https://www.pangea.news/prenotato-categoria-lettera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 05:29:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[antimodernismo]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Grasso]]></category>
		<category><![CDATA[politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[prenotato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=93648</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cara Blu, pareva di assistere alle linee di uno sguardo caduto da inizio Novecento fino a raggiungere un tempo distante un secolo. Una geometria di rabbia, un pudore di stupore. Inizierò là dove tu termini. Le puttane di stampa senza regime. Ogni cosa oramai si regge da sé; il loro corpo ne è macchinalmente cosciente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cara Blu,</p>



<p>pareva di assistere alle linee di uno sguardo caduto da inizio Novecento fino a raggiungere un tempo distante un secolo. Una geometria di rabbia, un pudore di stupore. Inizierò là dove tu termini. Le puttane di stampa senza regime. Ogni cosa oramai si regge da sé; il loro corpo ne è macchinalmente cosciente mentre lo spirito è lasciato al reggicalze delle loro asserzioni. Ed è lì che altri assertivi, ma capovolti, vedono il complotto, lo urlano inseguendo la vanità della lungimiranza, perseguendo la fede nell’uomo. Il complotto prevede, come sai, un lotto di uomini rinneganti lo spirito della lotteria, le contingenze del caso. <strong>Tutti, nessuno escluso, dimenticano che un tempo poteva darsi la trama occulta, il conciliabolo illuminato. Sì, sto parlando del mondo delle trame, dell’essenza analogica in cui i racconti avevano premura di intrecciarsi. </strong>Uno strato sopra l’altro, macerie di coscienza, di classe e d’impudicizia. In quel mondo si tramava, oggi resta un tremolio all’oscillare di un patos agitato nell’attesa della mossa finale.</p>



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<p><strong>Dimenticano Mattei e parlano di democrazia. La colonizzazione del popolo, la decolonizzazione dell’immaginario. Come osano? Semplificare per essere, essere stati per non capire. Il potere nella transazione: denaro formale.</strong> Sospensioni, azioni differite, attraversate per essere certificati. Ecco sopraggiungere il prenotato, come tu lo chiami. Questa buffa figura di uomo saltellante e fermo. Uno che usa il dito come monopattino silenzioso tra l’intenzione e l’atto. Pre-notato: prima dell’attenzione, a pochi minuti dalla rilevanza, a pochi metri dagli occhi di una spia silenziosa. Il prenotato ha risolto le possibilità, le ha sciolte in un infinito anticipo in cui a svelarsi resta soltanto l’esecuzione. Un’esecuzione solitaria, depressa, capace di vedersi anticipata, timorosa del sapersi svelata. <strong>Il prenotato costituisce la cellula fondamentale della bolla burocratica di certificazioni lasciate al consulente digitale. Ente senza consulto.</strong> Gridano all’ordine, alla vendetta contro le disfunzioni, all’umiliazioni delle perdite di tempo. Non osano chiamarlo, ma è chiaro da tempo oramai. Il loro nemico è l’attesa, lo sversamento di un atto nel suo prossimo, quella lieve emorragia di spazio che deve pur determinare l’essenza del tempo. Ebbene il prenotato ce l’ha fatta. La testa che rotola reca il nome di attesa e attizza le telecamere dei manifestanti senza manifesto. Quei cartelli, di cui parla la letizia delle tue parole, da decenni erano diventati cartelloni, grafici pubblicitari. Oggi sono schermi, barriere, scudi individuali a cui si affida la presenza con l’unico sottostante, onnipresente obiettivo di rimuovere l’attesa.</p>



<p><strong>E qui si arriva al paradosso o forse all’ironia. Coloro che hanno eletto a diritto la democratica uccisione dell’attesa, si piegano ad aspettare l’evento decisivo, l’apocalisse dell’umano.</strong> Con le spalle coperte e le ginocchia poggiate a terra, si fa strada uno starnuto, poi due, la tosse, gli occhi rossi, il catarro riversato dall’anima. L’influenza infine! Si diffonde, sulla sua strada incontra avvocati e preti, braccio a braccio in una breve passeggiata domenicale. I popoli si ammalano, hanno freddo. La colpa è dei soliti irresponsabili. Dei vecchi imperialisti, del potere che osa ancora incarnarsi nei lineamenti di un uomo. Il potere personificato, quale affronto per i seguaci della democrazia gassosa&#8230; L’impersonalità ha da regnare, sempre e ovunque. L’atomica minaccia è la migliore difesa dell’atomica separazione, dell’individualità al di sopra di un qualunque principio di individuazione. L’uomo ancora una volta si è rinviato.</p>



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<p><strong>Mi dicevi: conservare, restaurare oppure tendere, sperare? Si parla a migliaia, si scrive a milioni, si digita a miliardi. Silenzio. </strong>Eppure pochi devono scrivere, attendere e scrivere, vivere e scrivere. E tu tra questi pochi; questa è l’unica certezza che posso offrirti.</p>



<p>In attesa di personali e più profonde ispirazioni</p>



<p>Ti abbraccio</p>



<p><strong><em>Paolo Grasso</em></strong></p>
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		<title>“Non più malati ma contagiati, un destino venereo…”. L’Europa ospedalizzata. Una lettera</title>
		<link>https://www.pangea.news/lettera-blu-temperini-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 05:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[De Maistre]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[polemica]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro, Leggo Cioran, leggo i suoi Esercizi di ammirazione. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un [&#8230;]</p>
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<p>Caro,</p>



<p>Leggo Cioran, leggo i suoi <em>Esercizi di ammirazione</em>. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un pensiero rinfacciato. E siamo di nuovo catapultati nel qui, noi, senza approssimazioni. Tu conosci certamente, così come Maistre, <strong>quel gusto del macabro che è di tutti i progressisti o rivoluzionari, un fiuto irresistibile di cadavere pulsante che attende un derisorio sparo, una fine ironica, desiderosa.</strong> Se il sovrano è un sanguinario lo è anche l’utopia, col suo utile e il suo buono. Sanguinaria perché non solo avverte la fine ma biasima chi la scongiura, poi si accanisce sul fantoccio per prima e non uccide mai.</p>



<p>Due partite dunque che non osano: una (quella reazionaria) che si anima di paradosso, di grottesco, l’altra (quella rivoluzionaria) che osa solo nel momento in cui osare non è più compromettersi ma trionfare. Così la politica, la storia: dal discorso al dato, cronologia di senso, gioco che ha trovato alterco, dai mercanti alle risorse, aroma industriale di un tumore, sano languore che avevi nel cuore.</p>



<p><strong>Oggi voglio tornare indietro. Noi c’eravamo e non c’eravamo. Ho assistito e continuerò ad assistere senza nessuna regola.</strong> Mi pare che se ne possa cavare qualcosa di improprio, di ripercorribile a caso e senza freni. Forse ti diverto. Non che mi venga in mente di tirarne fuori un funesto predicatore. So che le tue intenzioni ci sono e assai buone. Io ti lascio come sempre la mia disponibilità alla paura dell’umano, al suo impotente sogno d’essere indisturbato, appena la morte volge un solitario ululato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="716" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-93439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-768x537.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1536x1074.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-600x420.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y.jpg 1544w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In ombra al via vai di certezze e studi, tarocchi e abati, tu mi capisci… poi tutto è passato. Ora c’è dell’altro e sempre altro, non il Diverso. Non c’è da appellarsi al Dio che ormai si è defilato, neppure al diritto che inscena il calvario, ma un male impunito doveva essersi svegliato dal letargo di un bene inventato: la peste. Questa parola così desueta, parola d’occasione, mai volta ad altra intenzione, se non: contagio – prossimo – in – azione. La chiamarono epidemia.&nbsp;</p>



<p><strong>Non più malati ma contagiati, un destino venereo: dare ad ognuno la presenza come di un caso, una disciplina fortuita.</strong> Non più cittadini ma esseri nella decisione casuale, piena di gente, che rimette ad ognuno i sintomi della propria paura, della propria indecisione. Decisamente simmetrici però, tutti percentuali di un incontro sbagliato, di una trasmissione.</p>



<p>Quello che mi preme, e mi premeva anzitempo, se dovesse tutto ciò destare aria di testimonianza, è la salute. La salute ignora se stessa, ha abiti scambiati, perché nella molteplice fatalità di una malattia si annida una sola salute, che è un caso dissipato, una lontana curiosità della vita che si approssima; <strong>rovista il caos digestivo dell’istituzione come intromettendo nel fallimento l’abbaglio di una chiamata, ma nessuno risponde</strong>, di un altro uomo si sono perse le tracce.&nbsp;Medici e infermieri ne ricostruiscono asetticamente il labirinto intubato, ma resta uno spessore, una verità che rigurgita pene. La malattia costipa il corpo e cuce tra i suoi leganti minimi sforzi: tutto diviene interiora fuoriuscita dal tempo, attimo sopraggiunto ad infinito attimo. Ma il tempo della morte? La sacra celebrazione delle inferriate? Come saranno addolciti i violacei nidi di asfissia?&nbsp;La luce rubata all’uscio mortale sempre merita trascrizione e occhi attenti, che abbiano cura di scacciare le ombre.&nbsp;Forse quando il diritto alla morte scompare nel suo predecessore (il diritto alla salute) non v’è giustizia alcuna, solo arretratezza di menti diffuse in fumo.&nbsp;Ma la bestiale necessità di essere fuorviati in pace si consegna al patto. Anche a costo di perdere le vertebre si annuncia la verità del diritto, che si regge da sola.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il diritto alla morte è oramai contemplato solo dal concetto di eutanasia: il bene inflitto come auto disciplina, scarica furente sull’animo solo.</strong>&nbsp;– Non è una pratica diffusa, un’umanità universale, la scoperta di un principio vitale, la dignità dei pazienti. Forse non lo sai ma è una facoltà, scegli tu. Quindi, per ricapitolare, non si è certo scoperto dove inizia il morire ma dove si prolunga il diritto, oltre la morte, oltre il patimento. –</p>



<p><strong>Ma il cadavere lo si riconosce ancora come aggregato di atomi costretti in una morsa? No, ormai è sola carne scarica di dolori, libera programmazione della cenere.&nbsp;</strong>Chi può ancora temerlo e sentire fatalmente elettrizzare il tocco?&nbsp;Forse i preti, ancorati alla loro vacillante fede di estinti? Oppure i medici, acquietati nel solco eroico del proprio mestiere? Altrimenti gli psicologi, inetti e ciechi visitatori dell’umano inerme? Nessuno di questi può, contro i vetri paludosi di un occhio varcato dalla falce.</p>



<p>Un funerale formale, giostrato tra vecchi antiquari e croci infestate di smog non è un degno appiglio per un’anima appena spirata, anzi più che un rito di avvicinamento sembra una notte di distruzione, il netto confine finalmente issato.&nbsp;Dove sono i morti e quali cataclismi si forsennano tra di loro? La quantità di membra sbattute dalla prova è insolente e il soffio richiede un traguardo. Chi potrà restituire alla morte la precisione di una linea, la sua discendenza stimata d’erede dell’intimità? Forse qualcuno si aggira… ma no.</p>



<p><strong>Tutto è ospedalizzato, l’ospedale ha ingurgitato tutto l’urbano, si parla, si dice ospedale, si piange ospedale, si spera ospedale. Tutto l’igienico è egemonico, tutto il soffribile solito.</strong> Si distribuiscono noiose sfide, stracci da masticare sotto al dente. Poi ad un tratto il morire recide e si trovano nuove branchie, nuove orecchie per la nuova pressione. Non la Morte ma il rifiuto chiude il discorso, l’ospedalizzazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="827" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg 827w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-768x951.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-600x743.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011.jpg 872w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p>Dobbiamo però assolutamente ricordare colui che puntualmente si presentò, a render tutto questo una farsa: il prenotato, un essere accolto ma pizzicato qua e là da uno scrupolo: esser soddisfatto del turno, del suo orario da cartellino.</p>



<p><strong>La precedenza, la prenotazione, la prevenzione, il premio. Ovunque si può prenotare la propria presenza, essere anticipati dal codice e dal numero. L’imprevisto non può più neppure essere dannato anzi definitivamente censurato.</strong> <strong>Non si arriva più primi ma prevenuti. </strong>Senza sforzo si possono vedere uomini e donne che non hanno ancora scritto, prima di trovarsi dinanzi all’elettronico foglio, il proprio nome, che hanno scordato o non hanno voluto prestarsi alla lista. Sono tutti là nella fila, puniti, rallentati; si guardano intorno e si grattano, hanno prurito. Prima degli anziani, dei fragili, delle donne incinte e dei disabili, c’è lui, il prenotato. Si lancia, si impunta, si sorprende che ci sia tanta gente ancora così lenta, così burocraticamente assente. Non vuole certo che ti avvicini di un passo all’entrata, già il pensare d’essere superato lo irrita, lo indispettisce a tal punto che con fare modesto ti scaglia addosso la sua attesa, ti avverte che non per cattiveria ma per giusta condotta si deve seguire la coda. Ha sempre l’immotivata ansia d’essere in ritardo, di non essere primo, o addirittura di non essersi curato abbastanza d’essere il primo; pensa e ripensa cosa ha specificato allo sportello, chi ha salutato prima di entrare dal cancello, se ha scritto giusto il dato numero otto; se ha davvero l’aria da prenotato, se la dose di gentilezza e gratitudine è trasparita. Insomma non si può sbagliare, questo è un debutto.</p>



<p>Sarà come dicono ma nonostante piagnucolassero qua e là il godimento era e resta molto. Dammi retta, la testa è pesante sopra al coltello, la malattia tutta da scoprire e le cure un palato greve, non lineare. Tornato a complicarsi il dito rotto con la tosse, tornati i gesti civili, le istituzioni, i piccoli strumenti, controllo: mascherine, tamponi, pistole, nucleari, chi se ne importa! L’oggetto e la causa: un chiodo e si può riapparire, una pena e tornare coesi.&nbsp;</p>



<p>Ecco, mi sono fatta venire in mente dell’altro – ti avevo avvertito d’altro ma non il diverso – tanto per equivocare ancora Maistre, che in questa storia c’entra poco o niente, vedici quello che ci vuoi vedere. Forse per farcelo entrare dovrei allungare ma ne riparleremo.&nbsp;Mi sorge infatti il posticcio delle odierne manifestazioni, col volto combattuto tra il cellulare e il cartello. – Uno schermo senza un altro non è oramai più possibile issarlo.&nbsp;– Manifestazioni videosorvegliate, vigilate, teletrasportate.</p>



<p><strong>Sappiamo che in questa mediateca del consenso, piazza di virtualità, è impossibile tentare un corpo a corpo con il reale. Chi scende per strada lo fa per apparire, per essere conosciuto dalla conoscenza. </strong>Lo sforzo non è quello di essere retribuito, farsi udire nel mantra di una o l’altra ripetizione, ma incarnarsi. Il sapore delle nuove sommosse è confessionale, redenzione e rito della massa che cerca un nemico di carne mentre torna carne. Il non poter essere davvero afferrati per la camicia da questo tutto sapere e tutto trasformare, esserne piuttosto soggiogati, rivalutati prima ancora che se ne possa presagire lo scopo. E se noi non ne fossimo lo scopo? Chi parla? C’è qualcuno? Dall’altra parte sembrano rispondere i dipendenti, le controfigure. Piuttosto dove sono i dirigenti, i direttori, i capi? Il complotto è mancanza di un interlocutore, l’aria satura senza statura. E dove la storia attraversabile?&nbsp;Lo stato, il sindacato, il partito, l’Europa?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /></figure>



<p><strong>L’Europa che cercava un paradiso nel decorso della malattia e se ne stava iperattiva tra virus cognitivi; una grande miopia di gesti e conflitti, un tormentare a caso i segni di salute</strong>, una smorfia di successo a reperire cause, effetti; la sua riluttanza è diventata di fabbrica, stampata; nessuna traccia del proibito, tutto simulato nello sdoppiamento, puro ordinamento di similitudini rimescolate insieme a farne un affare, una copertina. Ma un semplice antagonismo non è più palese, non fa più da modello la morte.&nbsp;</p>



<p>Il campanello è suonato dai molti esiliati, scontenti, marginalizzati, nella lotta all’intelligenza, al nuovo sapere. <strong>Questi non saranno forse dei reazionari, (mantenendosi almeno in questo fedeli alle categorie sopracitate) sono gli scarti che restano di quella elaborazione, frammenti che si biforcarono e tornano a neutralizzarli.&nbsp;Complotto? Che sia questa la nuova scala di valori, la nuova parabola di onestà o disprezzo?</strong> Più in alto si sta e più si è compresi, malcelati, più in basso si resiste e più si è fraintesi. Sono scale di giudizio, rotelle, ritmi e torture da ordinare nel gioco, altrimenti non può esserci salvezza, con tutti i suoi incurabili.</p>



<p>Lo so, qua spetterebbe un posto d’onore alle parole. Lo pretendi da me. Ma non voglio neppure metterci uno spazio, andare a capo, tanto con quelle ci si acquieta, chi ci disturba? Si aggiunge o si castra la coda. <strong>Fascismo o Discriminazione? – Discrimine? Niente. – Parole anziane, forse più bambinesche, buone per una filastrocca, da redigere col caffè caldo. Forse redente? Ridicole.</strong> La schiena non la possono di certo alzare ma c’è sempre qualcuno che si diverte a farle risalire su e giù per il giornale.&nbsp;Ce ne sono anche di nuove, inglesissime o altrimenti italiane, quelle che si scoprono con la traduzione, alcune non sono male. Molti oggi dicono che le parole fanno male, sono importanti, sono “pietre”, scorgono la vendetta anche su un corpo puro. Nelle caverne butterei l’idioma!</p>



<p><strong>Altro non è se non un grande ospedale che mangia un piccolo ospedale, un intero quartiere.</strong>&nbsp;Non è mai la solita storia occidentale ma intanto è qualcosa ed ognuno si rincuora: si può ancora morire in Occidente e pure il male è peggiore, peggiore che altrove.</p>



<p><strong>Ti saluto adesso, anche se dicono di una guerra, di una furia di giornalisti senza diplomazia,</strong> giornalisti fuori da stanzone vuote che rimandano ad un giornale e ad una notte d’orrore. È un reportage?&nbsp;</p>



<p>Ti abbraccio, aspetto tue.</p>



<p>Blu Temperini</p>
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		<title>“Ci resta poca vita, viviamo allo sbaraglio”. Elogio di Giovanni Boine</title>
		<link>https://www.pangea.news/giovanni-boine-ritratto-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 04:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[frantumi]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni boine]]></category>
		<category><![CDATA[La Voce]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marinetti]]></category>
		<category><![CDATA[Sibilla Aleramo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il viso è coperto dal rogo, da una nube di cui non si può aver paura, è fermo nella dose di bontà, nella commozione infante e forse ricercato nella malvagità, attore che infierisce e abusa, conscio di fallire, di potersi sconfiggere. Sono felici gli amici e infelici i nemici, folla anch’essi che può diradarsi. Sono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il viso è coperto dal rogo, da una nube di cui non si può aver paura, è fermo nella dose di bontà, nella commozione infante e forse ricercato nella malvagità</strong>, attore che infierisce e abusa, conscio di fallire, di potersi sconfiggere. Sono felici gli amici e infelici i nemici, folla anch’essi che può diradarsi. Sono i giorni bui e le correnti, un salto e si è come ieri, sempre nello ieri.&nbsp;Così l’opera di <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-boine_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giovanni Boine</a></strong>, l’urto tra disinteresse e assolutezza, la festività intransigente del suo frammento, il fatto della parola senza ufficio, la critica scriteriata di un risorto, non certo ordinaria, critica affabile o pallidamente battagliera, ma vera promessa di letteratura la cui lettera processa, combatte sul suolo totale della voce. Basti stringersi attorno ad una sua lezione di scavo e reclusione, di puntiglioso schema che si rompe nei punti, nei suoi assiomatici punti.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Dove l’opera è viva, la critica se non vuol essere oscenità di stupro, limaccioso sbavamento di chiocciola su rose, rifacimento, contraffazione da scempie bertucce, deve umiliarsi ad esser commento dilucidatorio, a fornir, secondo i casi, dati eruditi o chiavi, grimaldelli limati e netti a penetrar il misterioso congegno dell’anime. […] L’intimità dell’opera d’arte me la godo da me; che sono buon maschio e non c’è bisogno di paraninfi o di eccitanti cantaridi”.</strong> </p><cite><strong>“Plausi e Botte”, 86 recensioni uscite sulla rivista <em>Riviera Ligure</em> e poi raccolte postume, come quasi tutta l’opera di Boine, nel 1918</strong></cite></blockquote>



<p>Quasi una volgarità celata di bestemmia udita di lontano e risolta in impegno, logora benedizione. Dogmatico ferirsi nelle carte altrui in pochi minuti combattuti, col sentore di venirne stritolati, ripagati o spesse volte restandosene sulla porta con un bastone, col fascino potente di chi perde l’appetito.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="720" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-720x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-720x1024.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine-600x854.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/giovanni-boine.jpg 759w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Giovanni Boine (1887-1917), poeta</figcaption></figure>



<p>Gli applausi concessi sono fragorosi, fraterni e le stroncature miserere innocui, ironici cedimenti, quasi dispiaceri perché la carta non è gerarca ed ogni vicenda ha il suo orrore. Insomma una conoscenza spesa in incoscienza, gettata come dono, come ubiquità di uomo senza storia, ora qui a citare ora là a dire l’originale. Boine si accanisce spesso, saggiamente anche dove non ce n’è reale traccia, contro le “marinettiane parole in libertà” perché il futuro non sarà mai una maniglia e “tutti i secoli sono in fondo gli stessi, anche se Marinetti ci fa dentro il futurista”. Di tutto quello scandagliare il verbo per fuoriuscirne più vacui, di tutta quella violenza muscolare restano troppe pretese e poche risate; non c’è lo scomparire, solo lo scoppio, il boato.&nbsp;</p>



<p>In realtà ad irretirlo ancora di più sono le polemiche, lo sterile opporsi, dire sì o dire no mentre si è alla guida della propria paura, del proprio scoraggiamento. Pure contrariarsi dinanzi al futurismo è un freno, meglio rovistare in basso, in alto, di lato, lasciare nelle mani disperse il proprio obolo. <strong>Uno fra i non molti scogli cui naufragare per assistere al miracolo Boine è quello di Sibilla Aleramo, che fu sua amante per un breve periodo.</strong> La vita di Sibilla fu più arcana della sua letteratura, purissimo lo scandalo, vizioso forse il suo scrivere ma per nostra fortuna traboccante di un credito, un trattatello che potremmo estrarre col guanto, scansando il gioco. Queste righe di salvezza sono raccolte più che altro nel suo ultimo romanzo, dal titolo esatto come mai n’ebbe a rivelare in precedenza: <em>Il frustino</em> (Mondadori, 1932). Nelle trame estenuanti del solito materiale affresca la figura di Giovanni Boine. Il frustino, regalatole da Rebora, rischiara il volto di questi amori e con un colpetto di certezza parla, per amor di spregiudicatezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ti ho detto il male e il bene. C’è qualcosa fra me e te per cui non è possibile la gioia della fusione. Ci legheremmo d’abitudine e di rispetto. Soffriremmo mutilati. Di sacrifici infecondi, basta. Ci resta poca vita, viviamo allo sbaraglio. Gemevo ma non ero povero”.</strong></p></blockquote>



<p>Non puoi sparare all’inaccessibile preda, i suoi denti come di inganno ti traversano e innumerevoli sono le sorti da carnefice,&nbsp;innocui i tradimenti della vittima. <em>Gemevo ma non ero povero</em>: non si fatica ad impaginare questa confessione con le altre tra quelle di Boine, nel sussidiario della sua povertà ricca, magnanima; povertà o siccità di un delicato che lacera, riscuote sapore di gengive rotte, sangue, colluttazione. Il sorpreso abominio di una possente unione: il desiderio, la voglia – battitura concessa ai nostri istinti – e poi un taglio alla gola del racconto, la fine sbracciata di chi si prende cura e osa ingannare.&nbsp;Della medesima offesa si macchia, ingigantendo il marchio, la parola di Boine.</p>



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<p><strong>La sua poesia è però poesia senza spazi, fatta di mugolii, vibrazioni, languori, totalmente riluttante alla decifrazione e compiuta nello spoglio di una sola opera:</strong> <em>Frantumi</em>, 1918. Una poesia di chi commenta e si augura ad ogni passaggio di ricomparire esatto, più esatto che non il verso precedente, quello posteriore; un essere pieni dell’attimo e di se stessi. Forse sapeva, nel suo accrescere, che dove non arriva il nostro occhio e l’orecchio la parola attraversa i territori turriti e non è più una pietra menzionata la sua ma l’accoglienza di un olocausto, l’avvenire che già inizia a incenerirsi.</p>



<p>Il colore di Giovanni Boine è il giallo, il giallo melassa, “ambiguo giallore”, “l’ardentissimo giallore” del tenore tisico, del bruciante piumaggio, allucinazione in più tocchi e più ritiri; giallo dilagato e umido, macchia non di sole ma di unto.&nbsp;La decrepitudine è snodo per chi disfa, dismette, emargina i metodi vivi per ospitarne di morti, nuovi morti. La palude è il luogo di questo giudizio capovolto, “finché l’anfratto verde, nero si fa”. Le cellule sono nel limite e crepitano scrosci, pozze, alghe, vi si tuffano non le mani ma le prese, i morsi, le ferite; la morte lascia il suo segno ma non si intrattiene e la vita si spreca, balena.&nbsp;</p>



<p>I suoi quaderni sono correzioni e ripetizioni, attività mista di risposte allo scrivere più che naturale scrivere. <strong>Scrivere un bisogno o torturarlo? Esigerlo. Cancellature, linee, chiose, sfregi, sono la zona bianca del foglio ma quella nera è più segretamente sollevata, un arbitro dell’interrompersi: </strong>a destra l’irreparabile della frase, a sinistra lo sgomento o meglio la volontà.</p>



<p>Fatalmente uno dei testi più abissali dei <em>Frantumi</em> è tra quelli ritrovati tra le carte dopo la sua morte dall’amico e editore Mario Novaro che si è occupato di consegnarne due versioni, entrambe battute col legno duro ma brucianti di schegge&nbsp;poste all’ombra una dell’altra, similari solo dal desiderio di opporsi, di parere estranee. Entrambe perfette, rissose nell’espressione dei contrasti, nel sogno di agonia; ora orali ora scritturali, ora apocrife ora scritte di pugno per quel che sapevamo, quel che era da sapere.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ed ora, dentro dentro, il denso è impenetrabile! Nessuno più saprà (nessuno!) che mostro vi si celi né in che antro. Il fiato di caverna, respiro muto, esala: farà d’intorno un abbandono secolare. Il volo cauto degli uccelli passerà lontano ratto, come dall’albero tropicale dei veleni: – lo starnazzo triangolare delle spettrali giù, le frecce nere-stridule delle fughe dei rondoni, come il sonnifero ronzio delle mille api quando a cerca fanno l’estate elementare”.</strong><em>&nbsp; </em></p><cite><strong>I cespugli è bizzarro, <em>Frantumi</em>, versione A</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ed ora dentro dentro, ora dentro, – il denso è impenetrabile! Nessuno più saprà (nessuno!) che mostro vi si celi né in che antro. Questo fiato di caverna, respiro di terrore che ne esala, farà d’intorno un abbandono secolare. Il volo cauto degli uccelli passerà lontano ratto, come dall’albero tropicale dei veleni: il sonnifero ronzio delle mille api quando fanno a cerca l&#8217;estate elementare sarà agli orizzonti di paura lo starnazzo in fuga delle spettrali grù”.</strong></p><cite><strong>I cespugli è bizzarro, <em>Frantumi</em>, versione B</strong></cite></blockquote>



<p>Il ritmo e il corpo scoordinato nel microgrammo del frantumo sono per Boine elemento e vita vissuta, fame accatastata e risospinta al di dentro, alla medesima foce. Nella <em>repetitio</em> le valvole possono sembrare quelle di una macchina ma è l’animale atletico, l’animale nel fosso o nella partita, le carni che si riallacciano alla babele dei gesti.&nbsp; </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="759" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-759x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-759x1024.jpg 759w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-222x300.jpg 222w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-768x1037.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957-600x810.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/31018757957.jpg 800w" sizes="(max-width: 759px) 100vw, 759px" /></figure>



<p><strong>Un fatto però urge, non sa risolversi, ed è il Boine mistico o meglio il Boine privo di patti chiari con la mistica. Quello seduto sulla sedia senza sapere quando alzarsi a gridare,</strong> quello che si bacchetta da solo con senso d’orgoglio e di colpa, che si pente senza schizzar via da quella sua opacità. Parla e non pare esserne fortificato, è scontento del discorso, di ogni dibattito, ma si perde volentieri, sa dove sono la fine e l’inizio, gira e rigira umile nel tanto, troppo ragionamento. Cresce però l’insofferenza quando salta l’accordo col tempo. Che basti scrivere “mistico” sopra un oggetto, “sacro” sopra un concetto per compiere il rinnovamento? Ma quale rinnovamento e da quale stazione? Decide così di non muoversi dalla sua angoscia e scrivere di cose disperate che lo fulminano. Non bastano San Giovanni Della Croce, Calvino, Pascal, non basta quel considerare tutto un romanzo, un idillio, uno sfarzo, e il politico arenarsi nella parola insopportabile di chi operò nel silenzio. Che si preferisca insomma il rimasuglio e le asprezze al <em>religio</em> da strombazzata che diventa da borsetta. La tradizione è meglio non rinnovarla che è tutto un <em>conato di novità</em>, resta sempre rozzo il dogma, non si può affinare. Questa forse fu la sua più intima morale – quella che in fondo non rigetterà mai nel tutto rigettare –, morale di antidiluviano con le doglie, pratica solo per uomini di sogno, netti, semplici, con tra le mani veri strumenti e oggetti; una morale di ordine <em>tutto polposo</em>, fatta più che di rinunce di colpi al mondo e a se stesso.</p>



<p><strong>Se l’azione è peccato e resta l’esperienza, l’opposta scorribanda al fare, la città è il luogo dei dadi lanciati, un fato concreto che è fatto per sciogliersi.</strong> La città dove si leggono nuove correnti, si stampa la carta e gli amici non sono mai ignoranti. Ma sull’ultimo libro stampato, un certo impedimento tutta questa ronda lo lascia e l’origine, il ripiego del cuore, restano gli ulivi, la casa antica dei padri ormai svenduta, Porto Maurizio, quella Liguria montana che intuisce il mare, lo sconfina dall’alto e che comincia proprio con lui, per immalinconirsi ancora più nell’ostile Montale.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché sì, Boine è forse l’erede sacrificale di tutto il Novecento, volto mappato maldestramente nell’albero genealogico</strong>,&nbsp;trasferito da un padre vociano ad una madre espressionista; con voce esile nominato ma sempre riproposto, palpato segretamente. Sono molti, troppi i suoi discepoli per essere richiamati, essi stessi inconsapevoli d’averlo ereditato. Quasi che gli eventi, più che i poeti, peregrinarono per lui, gli eventi rotti della parola poetica, nel suo lento pentirsi durante il secolo. Sono trenta gli anni da contare, esattamente conclusi nel maggio 1917, e un’infinità di bocche ancora da sfamare, orecchie ora qui incollate ad ascoltare Giovanni Boine.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ce l’ho coi libri ora che ingrasso. Che senza libri non si sia uomini? E se io ingrasso non sarò più un uomo? Basta libri, basta libri dico (e questa la è una cosa banale, da scolaro in vacanza), dico lo stesso che non voglio più leggerne, che rinunzio a farne, ch’io mi ribello a questa coltura di libri, a questa serra calda di libri a cui s’è ridotta l’intelligenza nostra. […] Facciamo dunque l’uomo una buona volta. L’uomo intelligente, non l’intelligente tecnico il tecnico dell’intelligenza”. </strong></p><cite><strong>Ragionamento al sole, 1912</strong></cite></blockquote>
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		<title>“Fecero scempio di cose vere”: le poesie di Egle Marini</title>
		<link>https://www.pangea.news/egle-marini-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 04:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Egle Marini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Marini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancavano la strada, una salita, in realtà mancava lo schermo. Lei lo aggiunse non improvvisando ma sedendosi su una delle sedie padronali, assistendo, sorella del tiranno, con l’inquietudine e la mestizia di un precipitoso regno, scavando la fossa più profonda e austera, che serve ad un tiranno. Essere al fianco, essere secondi, i commensali, volenterosi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mancavano la strada, una salita, in realtà mancava lo schermo. Lei lo aggiunse non improvvisando ma sedendosi su una delle sedie padronali, assistendo, sorella del tiranno, con l’inquietudine e la mestizia di un precipitoso regno, scavando la fossa più profonda e austera, che serve ad un tiranno. <strong>Essere al fianco, essere secondi, i commensali, volenterosi secondi, secondogeniti, o i doppi, come quegli esseri intimi, più svegli del padrone, più lucidi, che ad esser ricondotti non pensano un secondo; si pensa ad essere gemelli, servitori più in alto, senza normalizzarsi, scalando e discendendo per ritrovare il viso, il visame del gemello.</strong> Questa pratica è degna di un’aristocrazia labirintica e ristretta, privata, ai confini del familiare, del famelico; un controllo ed una distesa dove nascere e morire all’unisono è un disorientamento lieve della scelta, una congiunzione. Non si pensi però ad una rivincita, non si cerchi il premiato o il perdente tra i due, andando a caccia dell’Abele buono, del Caino buonissimo. <strong>Egle la gemella impicciona, Marino il geniale fratello che le lascia guardare la tela. Egle e Marino sono i due frutti e l’albero è giusto, agli altari spettano spolverature d’oro.</strong>&nbsp;</p>



<p>Alla domanda sul perché di questo emblema ossessivo, cavallo e cavaliere,&nbsp;Marino Marini risponde sbuffando:&nbsp;<em>Oh, un vecchio problema!</em>&nbsp;Una cosa di famiglia insomma, siamo cavernicoli noi Marini, passanti medievali, amorfi e cavallereschi nell’armonia di un araldo, ritratti tutti quanti in questo e affondati, se mai affondati, nello stesso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92782" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Marino-Marini-Idea-e-Spazio_DSC8641.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /></figure>



<p>Vuoi tu prendere questo cavallo e rovinarlo? Vuoi tu prendere questo cavaliere e destreggiarlo? Non sono più manipolabili, non più rintracciati ed Egle sembra esserne felice, sembra averne visioni più celate dei due in viaggio, più in pellegrinaggio lei anziché in viaggio, a spedire altrove i rottami e le derisioni che ricevono, a pronosticare una radice informe, una ghiaia fangosa. <strong>Al rintocco non fa seguire lo squillo <em>(«ad un chiuso pulsare è il rintocco di uno squallore»</em>) ché lo squallore viene prima dello squillo in una fanfara.&nbsp;Delicatissima pare aver perso un mucchio di tempo dietro alle razze pesanti, alla strage dei due, frenati in ginocchio, allungati, a metà delle fatiche.</strong> Entrambi assorti, a piedi o con i piedi sollevati; uno tasta la durezza, l’altro la mollezza, entrambi digiunano; e le sole orecchie son rimaste alla vittoria, ha la vittoria bocche di sconfinamento. Anche l’aulico richiamo, l’udito, ora è audio, uno stoico strumento; echi attorno ed una prostrazione illecita tra le file, un disarcionare le discipline, i compiti che modellavano.&nbsp;</p>



<p>Il cavaliere si esercita, non promette nulla all’addio, neppure alla strada pensosa del ritorno, perché è dell’esercizio lasciar soli i migliori, i precoci, sui gradini o sulle fosse dei risorti. Il cavallo impenna senza fruste, il contorsionismo terribile viene da una mutata uniforme, il corpo ritto e nudo del padrone: materie organiche e scarti lo compongono, è stato strattonato come una statuetta. Il disincanto del fantoccio, la retorica del suo cavallo, la <em>«disperata fierezza».&nbsp;</em></p>



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<p>Lo spettro della cavalcata diventa rotazione nelle mani, tra le cinghie; il rispetto è ora un’aggraziata tortura ma per nessuno dei due c’è vita, nel fuori campo di un destino tragicomico, ma sopravvivenza. L’istinto di sopravvivenza è più forte perché è oltre la vita, è oltranza; l’istinto di sopravvivenza è più forte e come ogni cosa più temeraria di quelle della terra, non è divino; è roccia, plasticità, è nell’arma e fuori dell’arma, può usare quest’arma e farsi forte scartandola, uccidere e ferire possono compromettervisi anche guarendo, offrendo una cura. <strong>Perché sopravvivere a volte è sovrastimare, come oggetto del coraggio; fraintendere ferocemente l’abuso di amore, le circostanze ossequiose della paura.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>L’umiliazione, i soprusi, le vendette di un’intera civiltà nel merito dei due, il loro imbarazzo e convincimento. Si profana così la vita, si alimenta e non è mai mediata, non è questa voce che media, non è commento, suggestione poetica, è la voce che serviva, che accompagnava da molto i ribelli e le armi, una voce di esortazioni, di dubbi, voce anche deludente, fratricida. Non si sa dove andranno i due a deturparsi ma questa voce resta, restano i margini per galoppare e non scegliere mai il piedistallo, la tragedia che tutti sperano di applaudire alla fine dei giochi, delle contese.</p>



<p><strong>Non può terminare così la vita di Egle, non si interrompe con questi due complici, si sistema, con la sua personale premura, torna ai suoi esordi. La vita provinciale, la vita, la sua Pistoia, il fratello-gemello e il gioco sempre domenicale di accompagnarsi a lui quasi fingendo una parentela autodidatta</strong>, poi appagandosi enormemente scoprendo, finito lo starnutire e il colorare sui grembiuli, d’averla innata, d’averlo, e tutta questa particolare fusione, e lo sfondo bianco e le tele.&nbsp;La rincorsa lenta e prevedibile verso Firenze, sempre col gemello, nel 1917, per studiare assieme al Regio istituto di Belle Arti; la conoscenza e poi lo sposalizio con Alberto Giuntoli; l’allestimento di uno studio assieme ai due, liberazione e distinzione, in Via degli Artisti; la nascita, in età avanzata, della figlia Donatella, anch’essa artista, ultima a portare la nomea, il portamento dei Marini.</p>



<p>Il tutto vissuto negli agi, nelle fuorvianti cure di certe famiglie borghesi, consapevoli di un umore formale che brilla, che prefigurano sempre il loro carattere collaterale e in questa suggestione si riscaldano, nel marchio o tipo che poi diseredano con tenacia, nel sacrificio dell’estinzione. <strong>Restano opere, ritratti, fotografie di uomini e donne negli studi, nel salone, presso un irreale globo balneare dove si mirano bianchi cappelli, veli, e un certo scadere delle ore</strong>, certa modernità solo in quei pantaloni, assai alla moda, che si allungano e si accorciano sui ginocchi; o quelle gonne limpide, mai snervanti, gli scialli modesti su una modestia già pressata, le spalle serrate e i gomiti scesi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="304" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/marini.jpg" alt="" class="wp-image-92783" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/marini.jpg 304w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/marini-152x300.jpg 152w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" /></figure>



<p>Poi sembra che Egle si sia ritratta in quella sua affabilità con lo strascico, ritirata nell’ombra, senza menzogne; trionfatrice di un’arte sull’altra (difatti fu pittrice prima che poeta), con un’evasione morale che non poteva uscire legittima dal coro, doveva arrovellarsi. <strong>C’è un dilettantismo, un nascere inascoltati che sgomina, che sceglie da sé le provvigioni e si regola con giocosità e sdegno, che sostantivizza, disincanta, poi di nuovo teme, si abbaglia; ed un azzardo abitudinario, una smorfia di liberissimo uso sull’abuso</strong>, con una fantasia dura a scollarsi dalle grandi imprese linguistiche, anzi diseducativa (avvalendosi di un senso come di esonero, di diversa corrente impraticabile per altri e sconsigliata, scelta quasi assolutamente per fastidio, per intolleranza verso suoni e immagini allettanti, per qualunque duetto) nell’imporre un trattato di parole alle parole.&nbsp;</p>



<p><strong>Le sue scritture, le prose, l’intero corpo poetico, tra il consunto e il furtivo: la vecchiaia, la fanciullezza che <em>folleggia</em>, le cronache di un giardino e vaste rovine in attesa di uno smantellamento.</strong> Nessuno accorre e le cose susseguono a capitolare, a durare nel disprezzo, satiricamente. Questo l’unico cammino ovvio tra il ricordare e il sopportare. In mezzo ci stanno il pomeriggio, il mattino ed una sempre sleale sera, un focolaio, il telaio ardente; queste magioni condivise nell’infanzia e nell’anti-mondo, questa veglia che è solo un particolare-mondo del risveglio.</p>



<p>L’opera è compiuta ma non diventerà un’opera d’arte, se si intendono i lettori, i critici. Rimarrà non letta, non riletta, rimarrà e neppure sapremo, con sgomento, perché fin qui si è parlato di una sconosciuta, di un’ennesima da “ riscoprire ” col cucchiaino, centellinando grazia e bellezza.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong></p>



<p>*</p>



<p>Le poesie qui pubblicate sono tratte dal volume <em>La parola scolpita</em>, Artout Pistoia, 2001, a cura di Maura del Serra.</p>



<p><strong><em>Miracolo</em></strong></p>



<p>Era stato un lungo andare ritmando<br>l’uno l’altro assieme, il passo,<br>con l&#8217;ansima e il silenzio.<br>L’orrido intorno, sconfinata pista<br>e il vuoto, e l’epilogo.<br>Si vide l’animale come un’antenna<br>in cielo Angelo teso tremare<br>lungo lo scheletro, scivolarvi l’altro<br>&#8230; e deporsi.<br>L’urlo della gran bestia, sola,<br>trascinò il collo ancora,<br>verso un indizio, ansioso d’altro…<br>Il sole bruciò la pupilla che lo fissava.</p>



<p><em>1956</em></p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Marcia di cavaliere</em></strong></p>



<p>Il rintocco del passo martella il tempo e il male<br>calato nei pugni, il crollo e il peso in groppa all’animale:<br>soccombono assieme.<br>Giostra e tragedia – l’una intesa per l’altra –<br>fecero scempio di cose vere senza distruggerne il seme:<br>rigerminazioni grame adornano la marcia del Cavaliere,<br>cullano l’inganno in cui non sa se sogna<br>quando sogna.</p>



<p><em>1962</em></p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Forse ricostruzione</em></strong></p>



<p>Una folgore morse la terra e impallidì sulla strage<br>nell’attimo in cui le ossa si composero a sarcofago di se stesse<br>e il deserto si allargò al di là del labbro dei mari,<br>e gorgogliò l’ultimo sorso in gola ai baratri.<br>…Ma non è cascato il sole sopra al silenzio<br>e all’inerzia impegolata nei fanghi,<br>sulle notti appiattite dalle aurore senza risveglio,<br>sul bagliore seppellito,<br>sulla larva risparmiata,<br>sul seme che mugola dentro al pertugio<br>l’ultima protesta, o un Annuncio.</p>



<p><em>1962</em></p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La Canonica&nbsp;</em></strong></p>



<p>Cipressi in processione salmodiano quieti,<br>incupiscono densi contro la facciata chiara spenta<br>della casa antica e il suo silenzio.</p>



<p>Ombra e profumi baciano la soglia col sospiro di un tempo,<br>ma dentro, fra l’età dei muri, stagna il ricordo;<br>il mazzo di rose vere sembra un prodigio finto<br>ed inchina il candore al candore stanco delle cose andate:<br>non cose ormai, ma senso ostinato di cose.</p>



<p>Forse una dama di altro tempo<br>ogni notte ricompone un colloquio<br>e spande odore di pagine chiuse.<br>I cani latrano, guardiani del tempo avvogliati di cose vive</p>



<p>depressi dall’eco di se stessi.<br>L’aria ha sapore arsiccio.</p>



<p><strong><em>Egle Marini</em></strong></p>
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		<title>“Invece piansi in anticipo”. Sulla tomba di Guido Ceronetti</title>
		<link>https://www.pangea.news/guido-ceronetti-tomba-gita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2022 04:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Andezeno]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Ceronetti]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Decido di partire finalmente. Sono mesi che astraggo e punzecchio il mio desiderio di unione, la naturale faccia dei vivi. Ogni volta camminavo sopra quell’ideale processione e spegnevo il cero. Devo questa forza all’amico P., alla sua macchina, al suo silenzioso trasporto. Non ho carte o dati che mi riportino la cifra esatta, il calendario [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Decido di partire finalmente. Sono mesi che astraggo e punzecchio il mio desiderio di unione, la naturale faccia dei vivi.</strong> Ogni volta camminavo sopra quell’ideale processione e spegnevo il cero. Devo questa forza all’amico P., alla sua macchina, al suo silenzioso trasporto. Non ho carte o dati che mi riportino la cifra esatta, il calendario non può essere disturbato più di quanto abbia già tentato, per questo mi servirò dell’anno, colosso già di per sé nascosto ai giorni.&nbsp;Il giorno zero dell’anno 2020 <strong>siamo andati ad Andezeno, sulla tomba di Guido Ceronetti.&nbsp;</strong></p>



<p>Andezeno, dove Guido è voluto tornare, dopo la sua morte a Cetona. Andezeno è l’origine minore, il luogo mai comunicato e già pronto forse, nella sua pace, a compiangere il più inaspettato dei viventi, venuto a chiarire tutta la sua discrezione. Torino fu spesso dichiarata insoffribile da Guido ma Andezeno mai, mai scomunicata. In questa preferenza l’insospettato sogno di calarsi dove non si era già più da molto tempo oppure dove non si nacque e si rimase ombre.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="644" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/71YivP4kykL-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91882" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/71YivP4kykL-644x1024.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/71YivP4kykL-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/71YivP4kykL-600x954.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/71YivP4kykL.jpg 679w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p><strong>Per raggiungere il cimitero si attraversa tutto il paese costeggiando in cerchio la chiesa di San Giorgio fino a che, imboccando una strada sterrata, si giunge alle porte sibilline e spopolate.</strong>&nbsp;Le sepolture sono poche, come si conviene ad un luogo di poche anime che resistono ad abitare, le porte si chiudono al suono dello stesso fischio. Le croci non sembrano pregate, non illuminate, solo rimesse qua e là ad altro sguardo, rimesse allo spazio, all’estremo rendimento. Potremmo definirlo un cimitero di campagna per la sua monacazione e le chiavi inesistenti, per il suo essere in alto e quasi non essere al servizio del basso ma soprattutto per quel senso tutto pagano della fede, come di cicatrice, di gergo immolato che lentamente rapprende.&nbsp;</p>



<p><strong>Le radici vi crescono e trapelano siepi, piccoli arbusti o grandi anime come alberi ma dietro al cortile sono i fiori gli interpreti, riversi in insolite inclinazioni del capo;</strong> con quei petali sazi e tumefatti non hanno quasi espressione, anzi sembrano tutti falsi, ruvidi, ridotti in vesti degne di morenti instanti.&nbsp;Al di fuori del cancello macchine sparse di uomini che non si aggirano, che non puoi incontrare, a causa dei pochi stradelli, intimi e infiniti.&nbsp;</p>



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<p><strong>Quando i campisanti sono così modesti sembra che i morti ci si siano recati in branco, oppure a coppie, alcuni forse senza una spalla ma insomma tutti pronti, tutti sempre pronti e da sempre.</strong> Troppo piccola e perfezionata, anche se distrutta o oscillante, la fossa perché casuale; i fiori, le catene, i gingilli esposti a corredo e pure i vuoti di memoria non rovinosi ma volutamente sfocati, cancellati dal tempo che li comanda e che viene a servire le scritte, le voragini. Si erano mossi pare, avevano premuto le fronti ma una volta accomodati nulla più che un violento misurarsi con le pietre, nulla se non questo prendere i cocci, i residui e far trapassare le voci nei materiali; spaccare gli oggetti, tenerne solo alcuni pezzi e usare il resto del loro labiale; serrarsi le bocche, i vocaboli, non avere nulla da dire; riposare ancora e poi ripoggiare la fronte, cominciare.&nbsp;</p>



<p>La sepoltura di Guido era un lenzuolo, letto coniugale, una cava onoraria, una stigmate d’aria buona, l&#8217;ultimo sangue dell&#8217;amore. Le date apparivano e scomparivano, non c’era da fidarsi di quell’ordine: 1927-2018-1297-1108-1792, troppi echi e amici che contano ancora, pure senza mani.</p>



<p><strong>“<em>Poeta e teatrant</em>e”. Il vero encomio va però a questo abbinamento di parole giuste, assolute, inderogabili, scelte per non frammentare il caso, la sorte di chi sceglie. </strong>Al principio di questa tavola un libro segreto, aperto, vuoto, un dizionario di parole essenziali con più riflessione, e sotto di esso l’angolo formatosi quasi naturalmente, il vuoto della testa, la decapitazione. Avrei voluto lasciare in questo cantuccio i compiti, quelli che mi ero ripromessa di eseguire, le cianfrusaglie raccolte nei secondi prima, nei secondi dopo la nascita, le pagine, le penne, i recapiti; ma non poggiai altro, sotto l’arco del libro di marmo, che un piccolo amuleto sottratto al fuoco latino della chiesa di Sant’Anselmo. In quel lascito tutta l’apparenza di una fede, <strong>la scristianizzata sofferenza degli addii e delle maledizioni, il non poter più o non poter ancora degli uomini che non si sono incontrati, non si sono difesi, mai nessun gesto tra di loro, nessuna ora.</strong> Un amuleto e la strada esigente di chi si inchina, discepolo o maestro.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="679" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/tumblr_b5059d75d78de6fdca139604fd2ccc54_cf87ee90_1280-679x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91883" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/tumblr_b5059d75d78de6fdca139604fd2ccc54_cf87ee90_1280-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/tumblr_b5059d75d78de6fdca139604fd2ccc54_cf87ee90_1280-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/tumblr_b5059d75d78de6fdca139604fd2ccc54_cf87ee90_1280-600x905.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/tumblr_b5059d75d78de6fdca139604fd2ccc54_cf87ee90_1280.jpg 716w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" /></figure>



<p>Avrei voluto soprattutto esibire una certa commozione teatrale, una lacrima che rigenera, che lascia al miracolo il suo andirivieni comico e ride dentro sé senza amarezza del contatto caldo, soporifero con l’acqua buia.&nbsp;<strong>Invece piansi in anticipo, quasi più per nervosismo, nel sospetto di un incontro, di un’apparizione; piansi per paura di non morire mai più, di non essere sotterrata abbastanza in fondo, di non trovare un fondo;</strong> piansi perché la morte non era là e non c’era verso di trovarla, tutto brillava e la ricognizione era impossibile.</p>



<p><strong>L’attesa contraeva le ombre e l’aria, come d’argilla, prendeva misure, tastava i visi, le forme; un’aria di abbraccio, di colpa, di rifugio</strong>, un non voler andarsene dal pericolo, dalla paura e una necessità accesa e spenta, ora vera ora nuova preghiera; un colpo da ogni parte del corpo, un non sentire più il corpo; un grande sole nel cielo, nuvole, strade e voci umane senza sapore di bocca, senza masticar di saliva. </p>



<p>Infine il tornare indietro, verso le cose riposte, nelle nuove città.&nbsp;Sono finalmente in pace.&nbsp;<br><br></p>
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		<title>“Sì, un coltello è essenziale”. Un saggio di Marianne Moore</title>
		<link>https://www.pangea.news/marianne-moore-il-coltello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2022 04:10:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[coltello]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Marianne Moore]]></category>
		<category><![CDATA[Marius Ghencea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il coltello” è un breve saggio della poetessa statunitense Marianne Moore (1887-1972), scritto nel 1963 e apparso per la prima volta sul numero 123 della rivista “House and Garden” (ora raccolto in “The complete prose of Marianne Moore”, Viking Penguin, 1986). Lo scritto, finora inedito in Italia, è stato menzionato per la prima volta da [&#8230;]</p>
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<p><em>“Il coltello” è un breve saggio della poetessa statunitense Marianne Moore (1887-1972), scritto nel 1963 e apparso per la prima volta sul numero 123 della rivista “House and Garden” (ora raccolto in “The complete prose of Marianne Moore”, Viking Penguin, 1986). Lo scritto, finora inedito in Italia, è stato menzionato per la prima volta da Cristina Campo nel suo “Gli Imperdonabili”:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em><strong>“Meticolosa, speciosa, inflessibile come tutti i veri visionari la poetessa Marianne Moore scrive un saggio sui coltelli. […] &nbsp;Uno solo, comunque, è l’affar suo, la sua lode e il suo salmo: l’ardua e meravigliosa perfezione, questa divina ingiuria da venerare nella natura, da toccare nell’arte, da inventare gloriosamente nel quotidiano contegno”.</strong></em></p></blockquote>



<p><em>Il saggio è qui tradotto e proposto nella versione di Marius Ghencea.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="715" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-715x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91632" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL-600x859.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/A1HTcRs5AQL.jpg 754w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p><strong><em>Il coltello</em></strong><strong><em></em></strong></p>



<p>Ho un coltello tenuto da due chiodi piatti sull’involucro dell’armadio delle porcellane in cucina. Ha una lama lunga circa 8 pollici, acciaio di alta qualità, unita da un manico in ebano con collare in ottone – il marchio registrato è Encore, Thomas Turner, Cutler a Sua Maestà – comprato a Oxford nel 1911 per tagliare pane e formaggio, da me e mia madre che alloggiavamo in Magpie Lane, ex Grove street, non lontano dalla Bodleian. Su una rampa di scale, sopra la sala di lettura della Biblioteca, tra le teche contenenti oggetti congruenti d’interesse per gli studiosi, c’erano i <em>trencher</em> su uno dei quali recitava il motto:</p>



<p><em>If thou be young then marry not yet.</em><br><em>If thou be olde, then no wife get</em><br><em>For young men’s wives will not be taught</em><br><em>And olde men’s wives be good for naught.</em></p>



<p>Penso che questo motto possa aver avuto una parte nella mia antipatia per l’ordine inverso delle parole in versi che pretende d’esser poesia.</p>



<p><strong>Il mio coltello Turner è così affilato da tentarne l’uso per tagliare più che del pane — per sezionare il pompelmo, per affettare un limone, un&#8217;anguria:</strong> per liberare il favo quale si è cementato quasi permanentemente al telaio. Il risultato: macchie che accusano mani troppo frettolose a strofinare un coltello con il bagliore d’acciaio Bon Ami – indicazione dello stato di casalinga, indiscutibile come i diamanti e i rubini che incrostano le enormi spade d’oro fornite dal re per ogni contentino, invitato al battesimo di sua figlia, la principessa nel racconto di Perrault <em>La bella addormentata</em>.</p>



<p><strong>Una massiccia spada d’oro, come un tagliacarte, tuttavia, è meno pratica del guscio di una tartaruga, dell&#8217;avorio, o del coltello da scrivania in acciaio, fabbricato da alcuni produttori tedeschi con testa in Mercurio sull&#8217;elsa e la parola Vittoria.</strong> Il metallo ovviamente non può competere esteticamente col tagliacarte giapponese in ebano&nbsp;smussato, venduto da Takahashi a San Francisco: o con l&#8217;avorio cinese – tipo di tagliacarte che mi regalarono una volta – il manico che diminuisce di diametro a causa di una corta coda d&#8217;animale ben arrotondata che sembra tuffarsi nell&#8217;avorio da un lato, mentre naso e orecchie passano dall&#8217;altro. L&#8217;avorio sembra la dentina migliore per la carta indiana, piuttosto che un bordo affilato di fitte rughe che potrebbero virare sul margine o strappare un angolo in diagonale. Sì, un coltello è essenziale. Come osservò l&#8217;ammiraglio Roscoe Fletcher Good: “Un uomo di mare senza un coltello non è un marinaio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="787" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-1024x787.jpg" alt="" class="wp-image-91633" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-1024x787.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-300x230.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-768x590.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884-600x461.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_MET_24884.jpg 1406w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Per i corrispondenti con complessi di sicurezza che sigillano un lembo chiuso all&#8217;ultima traccia del bordo gommato, un minuscolo negozio a Venezia ha esattamente la lama: Andrea Ferigo, Coltelleria Arrotinaria, in S. Marco 2358 Calle delle Ostreghe.</strong> La cassa dell&#8217;osso bianco è lunga da 11 a 16 pollici, fissata da tre rivetti in ottone con un punto rosso vicino alla cerniera. La lama, con scanalatura per il pollice, ha un anello e un apice abbastanza sottile da entrare in un&#8217;apertura dalle dimensioni d&#8217;una punta di spillo. Con una graffetta attaccata all’anello, questo “bino” (bambino) non deve smarrirsi. Il negozio considera i coltelli da scuoiatura come la loro specialità, ma hanno anche coltelli da frutta e forchette a due punte in acciaio inossidabile, ciascuno con manico in composizione bianca. Usandoli come sostituti di giganteschi strumenti offerti dalle navi e dagli hotel, si può competere con il cameriere che prepara una pesca o una mela dura senza appoggiare un solo dito sulla parte che si mangia. Ne ho comprate un paio; poi mi è stato presentato subito dopo un coltello greco con lama in acciaio da 2 pollici in una presa da 2 pollici e la lama incisa con un fiore a quattro petali su un lato e sull’altro da un pesce che porta via un po’ di lenza. Simmetricamente verrucato dalle teste dei rivetti che stabilizzano la lama, il manico in ottone del coltello ha dei cerchi lavorati a sbalzo che racchiudono tre piccoli gioielli in pasta; quella che sembra essere una pietra di sangue tra due granati. In termini di dimensioni e non di fascino, la mia spada greca è superata, naturalmente, dal coltello da anguria che dominava il racconto di P. Papakoukas nel notiziario di Atene dal “fronte di anguria” di mezza estate in città, che era più o meno come segue:</p>



<p><em>Ancora una volta ho a che fare con strumenti facilmente maneggevoli… che in questi giorni ho raggiunto un picco di attività. Due venditori di angurie si sono arrabbiati con un cliente che non aveva trovato le fette abbastanza rosse, e li trattava come un’anguria in attesa del coltello. Ogni estate il colore di questo delizioso frutto crea una moltitudine di incomprensioni che culminano nel distretto di polizia. La scena è qualcosa del genere: il venditore di angurie col suo carretto in mano… ed il cliente innocente.</em><em></em></p>



<p><em>“Sono rosse?”</em><em></em></p>



<p><em>“Se non lo sono non prenderne…” ed il coltello balenò in avanti… “Il fuoco non potrebbe essere più rosso”.</em><em></em></p>



<p><em>“Non è rosso”.</em><em></em></p>



<p><em>“Non è rosso?”. </em><em></em></p>



<p><em>Segue un argomento su chi è daltonico… a volte vengono chiamati esperti: “Mi scusi, signore. Un minuto per favore del suo tempo, quest’anguria è rossa?”. In tre minuti circa si riuniscono venti esperti, gridando ciascuno la propria opinione.</em><em></em></p>



<p><em>“È rossa.”</em><em></em></p>



<p><em>“No, non lo è, è rosa”.</em><em></em></p>



<p><em>“Bianca”.</em><em></em></p>



<p><em>“Sono vent’anni che vendo angurie e so cosa sto dicendo”.</em><em></em></p>



<p><em>“Mangio angurie da quarant’anni”.</em><em></em></p>



<p><em>“Giacché l’ho tagliata, devi comprarla”.</em><em></em></p>



<p><em>“Se non è un cocomero ma un midollo, che cosa ci faccio? Dallo alle galline no?&#8230;”</em><em></em></p>



<p><em>“Anche tu sei un midollo… lo sembri”.</em><em></em></p>



<p><em>Non c’è bisogno di tutto questo. Lascia che l’ipotesi sul colore sia una questione di tecnica, fortuna e percezione extra-sensoriale. Un ordine della polizia sulla questione potrebbe risolverla una volta per tutte.</em></p>



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<p><strong>Diciamo che chi vive di spada morirà di spada. I Romani, i Fiorentini e gli Etruschi non ne erano convinti. Potrebbe un guerriero superare in forza un Etrusco che impugna uno scudo da 20 chili e una lunga spada, sotto un elmo lungo un metro e mezzo circa dalla cresta alla punta del caudel?</strong> <em>Un soldato</em> di Giorgione, in cremisi e spada verticale guardando in avanti come un filosofo o un magistrato, implica l’opposto dello spargimento di sangue. I voti contro Ippocrate quando fu nominato per l’esilio non furono mai sufficienti per esiliarlo, come dimostrano i cocci nel museo di Agora di Atene. Piccoli attrezzi e frammenti trovati dove Fidia aveva la sua bottega ad Olimpia così come il trionfo della chirurgia di Charcot, appartengono alla mitologia dell&#8217;abilità in cui l&#8217;immaginazione creativa – diciamo l&#8217;anima – sminuisce qualsiasi esempio di trionfo in combattimento. Il fatto che l&#8217;Hermes di Prassitele dovesse sembrare sorridente&nbsp;da sinistra e riflessivo da destra, confonde&nbsp;l&#8217;analisi. Il taglio manuale del marmo sta diventando un&#8217;arte perduta; come dimostrato nel David di Michelangelo e nel Mosè che doveva far parte della tomba di Papa Giulio II. <strong>Il Mosè – alla destra delle catene che legavano l&#8217;apostolo Pietro nella chiesa a lui intitolata, San Pietro&nbsp;<em>in</em> Vincoli – è un&#8217;altra prova che gli scultori di Santi sono spesso ostacolati dalla non-santità dei contemporanei. Per la loro cupidigia, i cavatori di Carrara contrastarono il sogno di Michelangelo portando il marmo per la tomba del Papa Giulio II dal Monte Borla.</strong> Michelangelo con due servi e dei cavalli, come ci spiega il suo amico Condivi, trascorsi otto mesi alla ricerca della giusta venatura di marmo per il monumento sepolcrale, fu poi costretto – con i marinai genovesi e la loro barca – a spostarsi a sud di Serravezza, da dove il marmo sarebbe stato caricato per il trasporto ad Ostia lungo il Tevere fino a Roma. La tomba non fu mai terminata.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="721" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-721x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91634" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-721x1024.jpg 721w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610-600x853.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_201610.jpg 760w" sizes="(max-width: 721px) 100vw, 721px" /></figure>



<p>Un uso più rude – diciamo meno euforico – del cesello è offerto dall’architettura:&nbsp;le Cariatidi dell’Eretteo e le loro repliche con le braccia&nbsp;(realizzate prima che le originali venissero danneggiate), accanto al lago di Villa Adriana; <strong>il padre Tevere,&nbsp;in rapida erosione, benignamente sorridente&nbsp;in fondo al lago, con Romolo e Remo accoccolati nel suo grembo; l’alligatore in pietra, che giace con una naturalezza senza pari a formare una S appena accennata, sul lago di fronte alle Cariatidi, le sue mascelle dentellate&nbsp;ferocemente spalancate, o forse aperte in un sorriso? </strong>La&nbsp;realisticità&nbsp;dell’alligatore ha una controparte nelle dissimili teste di gargolle che sporgono dalla fascia di pietra che sormonta le porte del Palazzo del Re a Sintra – lo stesso cancello dal quale si sporgono&nbsp;una testa di leone che aggrotta le sopracciglia e una che sorride; la soglia avvolta alla base da una fitta felce capelvenere, nonostante&nbsp;i terreni agricoli arsi&nbsp;dal sole. I leoni, simbolo ricorrente sotto molti Re, li incontriamo di nuovo&nbsp;a bocche aperte&nbsp;in fila&nbsp;di cinque o sei, davanti a quello che era il Palazzo di Delos; ma anche nelle fontane leonine italiane e nel leone di San Marco, sulla colonna accanto la banchina che costeggia Piazza San Marco.</p>



<p>Un uso del cesello, apparentemente più funzionale rispetto al ritratto, è quello del lavoro d&#8217;intarsio italiano raffigurante fiori, api e farfalle – come nel tavolo degno di nota, presente nelle stanze da disegno del castello di Montegufoni, appartenuto alla famiglia Sitwell; o come negli intarsi severamente geometrici del paravento color oliva, bianco e nero che divide la cappella in memoria dell’arcivescovo Pantaleone, fondatore della chiesa di Ravello. A guardia dal pulpito stanno sei leoni a zampe incrociate, ognuno con una faccia differente; tre maschi e tre femmine.</p>



<p><strong>Lo scalpellino in Italia ha portato alla perfezione l’arte della pavimentazione, come vediamo in quasi tutte le città italiane: un concentrico ventaglio di ciottoli stradali, il cordolo che sporge a semicerchio mortasato a mezza eclissi in quello adiacente; per non parlare dell’utilizzo di pietre da muro, singolarmente sporgenti a intervalli, formando una scala che rinforza il rivestimento murale su per la strada di collina – quasi verticale – che porta a Cortona;</strong> e ancora nelle persiane in pietra alte due o tre metri, tutt’ora in uso nella chiesa di Torcello – ogni singolo pezzo di pietra originariamente a protezione contro i pirati. Questa passione per la lavorazione in pietra si può vedere nei mosaici di Ercolano al Museo Nazionale di Napoli: motivi nero su bianco – a muro di Troia – oppure forme ad otto interconnesse, che racchiudono simboli quali la X, l’ascia, la scatola, la croce, il cerchio, l’ovale. Caso a sé stante rappresenta una variante realizzata in Grecia in ciottoli bianchi e neri: la scala eleva il percorso verso la cittadella di Lindo, abbellendo con uno spruzzo di eliotropo, bianco su nero, la soglia di una formale dimora a Santorini.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="582" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1024x582.jpg" alt="" class="wp-image-91635" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1024x582.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-300x171.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-768x437.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-1536x874.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686-600x341.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Knife_MET_DP292686.jpg 1899w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>In Italia la lavorazione della pietra va di pari passo con la costruzione di gallerie rettilinee o talvolta a mezza serpentina; con l’espediente per combattere l’erosione; la freccia di pietra impiantata su un ripido pendio;</strong> con il precipizio di una roccia tranciata sulla strada che va da Perugia a Roma dove, burrone dopo burrone, è intersecato da anfratti minori ricoperti di viti come i verticali vigneti di Ravello. <strong>La casa e l’uva sono spesso custodite da un cancello in ferro battuto in cima a una scalinata scavata nella roccia. Tali trionfi del lavoro manuale sono tuttavia una miniatura se confrontati con tredici anni di lavoro di 300.000 schiavi nell’innalzare il tempio di Zeus a Olimpia.</strong> Anche la manodopera dei migliori tagliapietre si presenta sminuita dallo spirito, come simboleggiato dal tumulo erboso che commemora i morti a Maratona, vicino alla stele del soldato ateniese associato a Fidippide che, troppo entusiasta per deporre scudo, spada e protezioni per le gambe, alterava combattimenti a Maratona – corse le ventisei miglia e mezzo fino ad Atene in un’ora per annunciare mentre cadeva esausto: “abbiamo vinto”.</p>



<p>Nel valore, vi è poco spazio per l’egotismo. Come dice Confucio: “Se c’è un coltello di risentimento nel cuore, la mente non riesce ad agire con precisione”.</p>



<p><strong><em>Marianne Moore</em></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="488" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-1024x488.jpg" alt="" class="wp-image-91637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-1024x488.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-300x143.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-768x366.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947-600x286.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Design_for_Two_Knife_Handles_MET_DP806545-e1656576125947.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Marianne Moore: in sede finale</strong></p>



<p>La mestierante, la virtuosa dello slogan, perché lo slogan è sì rubato dalla bocca, è sì un americanissimo contro canto yankee alla sentenza, ma non è da deridere, debutta senza proverbialità, è retorica, omaggio, ironia che satura tutte le superfici e non trova ostacoli, né interlocutori; l’allenatrice di una squadra, una squadra o un gruppo per ora in costruzione, dove si stringono le prime amicizie, le leggi sono in mano al carisma e come nessuno ancora si sente gratificato, nessuno si costituisce parte lesa; <strong>promotrice di arti e sale da ballo, purché sia una specie di pugilato o di concorso, di rampe di scale che portano ad appartamenti provinciali nel mezzo della city, a nidi di rondine abbelliti durante la disfatta, il trascinamento;</strong> zoologa dei becchi e degli artigli, delle zampe e dei denti, non per forza manierista del dettaglio, del solubile ritrattino che si scioglie nella composizione, ma del corpo atletico, attualmente ancora in uso, un corpo intero – certo non quello intero da macello, da vivisezione, perché ci vuole fortuna o crudeltà per cadere in quelle reti grandi quanto tutto l’animale, reti fabbricate a dismisura, testate con l’acqua e il riempimento e non con le mosse, per issare anche il ciuffo d’erba rampicante, l’ultimo suolo su cui camminavano uomini e animali, sbarbato assieme all’ombra gigante –; etologa di mestieri, ricercatrice tra questi animali di ingegni e fionde precisissime che sfiorano non selvaggiamente il bersaglio ma lo centrano proporzionale al bisogno, all’altezza; spesso animali cui nessuno può credere (gerboa, basilisco, pangolino), detti quasi per convincere, socraticamente, dell’esistenza di sconosciuti patti tra maestri e allievi; esistenze che si realizzano prima ancora di scegliere il luogo della caccia o dell’approvvigionamento; e viene prima la teoria della pratica, viene una teoria acquattata, prima daltonica poi sempre più colorata, pratica; si affonda nel dettaglio con un ragionamento parlottato da conferenza, una conferenza che vissuta in piedi procura solo frustrazione, nell’abuso, nel consumo di fatti, fonti, dati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="586" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1024x586.jpg" alt="" class="wp-image-91636" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1024x586.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-300x172.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-768x439.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-1536x879.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098-600x343.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/Hunting_Knife_Sharpener_and_Sheath_MET_DP102098.jpg 1888w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Dove gli entomologhi (o i fabbri, i critici, i conciatori, altri mestieri tutti in uno) in ginocchio raccolgono escrementi e scaglie, lei raccoglie impartizioni, dogmi di animali e vice-animali, ruoli e indicazioni di impugnature, di essiccamenti, di lunghe lavorazioni istantanee</strong>, perfette per quel verso lungo e diagonale, suo lavoro esplicativo, quasi mai didascalico si intende ma tollerante dei riferimenti che entrano, necessario confezionare. E se l’animale suo è teoremico, così come l’arma, il ventaglio, la pelliccia, un sistema permette di riprodurlo in vetro, in pietra, di farne chissà quale oggetto da mansarda o da adorazione, ma all’oca resteranno sempre « <em>le zampe da gondoliere</em> », la purezza della strategia, del fondale, dunque un remo e un’autorità temuta da tutti, visto il costume e la drenante mossa che si impara sul fianco destro e su quello sinistro, agitando la superficie e restando scorbutici, in posa: così l’oca, così il veneziano.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei è l’unica che gira in uniforme in mezzo alle bandiere e alle spillette, sulle tavole delle università e dei collegi; e qui le sentinelle, che sono come spiriti ma più piantate e più debitrici, la seguono; ché le sentinelle, i veri custodi, le girano attorno e non si presentano mai, si prestano al favore, alla parola perfetta; </strong>l’avvocatessa, l’unica difensora ad accusare e accusatrice che demorde, di parti incontrollabili tra loro, tra vincitori, eroi, atleti, anche due personaggi e due scrittori semmai, senza usare mai i nomi reali, a meno che non si tratti di nomi scientifici (Jubal e Jabal? Bach e Brahms?); due parti, due bellezze e non si contano le differite ma se lei sceglierà, sceglierà sempre il meglio attrezzato, il meglio vestito si intende, quello con lo straccio che tonfa quando cade, non con la maglia che si infila. Tutto quello che sceglie è quello che appare infine, l’unico non omesso; il resto lo castra, lo tiene a mo’ di malocchio appeso alle finestre, dietro a due tendine fiorate, un potpourri di lavaggi, e scaccia la vigliaccheria, il pretesto; non le restano, anzi le abbondano le manualità, i suoi princìpi, lo stile.</p>



<p><strong><em>Blu Temperini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marianne-moore-il-coltello/">“Sì, un coltello è essenziale”. Un saggio di Marianne Moore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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