<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Beppe Fenoglio Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/beppe-fenoglio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/beppe-fenoglio/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 20 Sep 2022 05:42:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.10</generator>
	<item>
		<title>“Ma egli amò tutto”. Beppe Fenoglio, il più solitario di tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-intervista-lauretano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 04:20:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Lauretano]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=92825</guid>

					<description><![CDATA[<p>I grandi romanzi italiani sono definiti da un sovrappiù, da una perfezione che concima incompiutezza, da una defezione biografica. Levigati per vent’anni, I promessi sposi hanno ridotto al silenzio Alessandro Manzoni; allo stesso modo, Giovanni Verga è insidiato dalle gore dell’abbandono, un lascito di latitanze, lasciando incompiuto il fatidico “Ciclo dei Vinti”. Allo stesso modo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-intervista-lauretano/">“Ma egli amò tutto”. Beppe Fenoglio, il più solitario di tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I grandi romanzi italiani sono definiti da un sovrappiù, da una perfezione che concima incompiutezza, da una defezione biografica. Levigati per vent’anni, <em>I promessi sposi</em> hanno ridotto al silenzio Alessandro Manzoni; allo stesso modo, Giovanni Verga è insidiato dalle gore dell’abbandono, un lascito di latitanze, lasciando incompiuto il fatidico “Ciclo dei Vinti”. Allo stesso modo, i più grandi romanzi del secondo Novecento italiano sono mostruosi abbozzi, quaderni impilati, pieni di revoche, di mute mutilazioni, di ambizioni e reticenze e retrovie: <em>Petrolio</em> di Pier Paolo Pasolini e <em>Il partigiano Johnny</em> di Beppe Fenoglio, imprese perdute, monoliti linguistici, ovviamente postumi. C’è sempre un aggravio di dolore nell’opera: a lei lo scrittore, installato in ambigua solitudine, proteiforme, dona il sangue. In entrambi i romanzi, molossi, gli scrittori s’insinuano tra le forre della storia italiana, inventando un linguaggio, sovvertendo i vocabolari, rifacendosi ai lari – la Divina Commedia, <em>Moby Dick</em> – per esplorare l’ignoto, il terracqueo aldilà. Incomprensioni e fraintesi vengono di conseguenza.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="92301 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Tra tutti, tuttavia, è lancinante la potenza di Fenoglio – coscritto di Pasolini, nato quattro giorni dopo di lui – che scrive a precipizio, consapevole che il suo tempo è poco – l’esordio è del 1952, trentenne; muore undici anni dopo –, che il nostro tempo ansima e che tutto va decostruito per essere ricomposto, amato. Frasi che picchiano come nocche dalle inferriate degli inferi – “Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo” – da invitarci al gioco del fuoco e della memoria. Gli inverni che accerchiano Johnny – “il freddo micidiale, il grande caos ventoso” – sono quelli di oggi, a scotennarci perfino il morso. Tutto è guerra, e l’unico va diviso in mille, spartito, mangiato, perché torniamo salvi, puri, levigati con ossa e issopo. Eccolo, Fenoglio, in un testo teatrale perduto e ritrovato, <em>Atto unico</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce, nel cuore dell’inverno. E che cosa sia! Un groviglio di enormi serpenti, mi pare, gli uni chiari e gli altri neri. Una cosa da dar raccapriccio e&#8230; nausea! Sì! Tutto mi fa nausea, tutto si muove, il cielo e la terra, capisci, si muove&#8230; come un feto!”. &nbsp;&nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Tenerezze primordiali agitano la sua scrittura, lotta elisabettiana – l’arcano affetto per il disordinato Christopher Marlowe – del Dio che si svela, svia, va stanato, ucciso. La biografia di <strong>Gianfranco Lauretano</strong>, che è lavorio di poeta dentro un classico fuori dai canoni, <a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/beppe-fenoglio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Beppe Fenoglio. La prima scelta</em></strong> (Ares, 2022)</a>, è un libro in viaggio. Invita al viaggio – cioè, all’uscita da sé – l’opera di Fenoglio, d’altronde. “Vivere, vedere”, scrive Lauretano, quasi a denudare una poetica. Vita, vocazione, cammino, occhi nel portagioie, in dono.</p>



<p>Abbiamo chiamato al dialogo Lauretano. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="400" height="583" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/copertina-lauretano-fenoglio08062022-400x583-1.jpg" alt="" class="wp-image-92826" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/copertina-lauretano-fenoglio08062022-400x583-1.jpg 400w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/copertina-lauretano-fenoglio08062022-400x583-1-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Fenoglio sembra un avulso nel canone italiano, un lunare, un lunatico, un solitario: come intende il paradigma del Neorealismo, l’ideologia dell’impegno, infine il diktat della letteratura “della Resistenza”?</strong></p>



<p>Fenoglio è un solitario, “il più solitario di tutti” dice Calvino nell’incredibile <em>endorsement</em> letterario che gli concede dopo che ha letto <em>Una questione privata</em>, il libro necessario, che non c’era, e che solo Fenoglio ha saputo comporre. Non mi sembra che Fenoglio parli mai di Neorealismo, neppure nelle lettere scambiate con Calvino e Vittorini. È totalmente estraneo anche all’ideologia dell’impegno e persino al diktat della letteratura della resistenza. Nel 1960, in una sorta di autopresentazione che gli è stata chiesta, rivela i motivi per cui scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>«</em>Scrivo per un’infinità di motivi. Per <strong>vocazione</strong>, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per <strong>spirito agonistico</strong>, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo <em>“with a deep distrust and a deeper faith”».</em></p></blockquote>



<p>Per “vocazione”, per “spirito agonistico”. La vocazione è la ricerca della propria forma, nel mondo e nell’assoluto del tempo; lo spirito agonistico è precedente la battaglia, è l’agòn stesso della scrittura. Nel libro dico che Fenoglio, considerato lo scrittore per antonomasia della Resistenza, sarebbe stato Fenoglio anche senza resistenza (come dimostra nei racconti sulla civiltà contadina delle Langhe, a iniziare dal capolavoro <em>La malora)</em>. Del sorgere della scrittura di Fenoglio mi piace quello che dice il suo biografo, Piero Negri Scaglione quando parla del primo anno del Dopoguerra, quello in cui Fenoglio capisce e decide che sarà uno scrittore: «…e sta comprendendo fino in fondo la maledizione ultraterrena che costringe a raccontare e insieme la benedizione divina che scende sui narratori, il potere che la Parola concede a chi racconta». L’operare di Fenoglio si situa a questi livelli; direi che accidentalmente ha scritto della guerra e durante il Neorealismo. Solo perché ci si è trovato in mezzo.</p>



<p>Dice Francesca Melandri:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Il suo isolamento forse gli permise di andare oltre le contingenze storiche, sia da quelle di cui aveva esperienza sia da quelle in cui operava, e di sottrarsi a quella richiesta di senso esplicito, civile e politico, per sua stessa natura legato alle circostanze, limitato. E così, misteriosamente, con la sua opera disegnò ampi cerchi concentrici intorno a quel ben più abissale perno della condizione umana, non solo delle esperienze estreme come la guerra: la ricerca di senso».</strong></p></blockquote>



<p><strong>La guerra, iliadica, esistenziale, pare essere il cuore della letteratura, per Fenoglio, la guerra ‘civile’ il cardine di quella italiana. È così? Cosa significa?</strong></p>



<p>La guerra per come la guarda Fenoglio è un “evento”, secondo la categoria che i filosofi hanno sempre indagato. Un evento è un fatto epocale, che cambia il passato e il presente e indirizza a un nuovo destino. L’evento della Resistenza ha avuto come conseguenza, in Italia, l’insorgere di un soggetto umano nuovo, il resistente appunto. Dal punto di vista sociale, Pasolini dimostra che la Resistenza e il neorealismo sono l’epoca in cui per la prima volta nella loro storia gli italiani si guardano come un unico popolo e con libertà parlano di se stessi in modo unitario, senza nascondere vizi e difetti, cosa che non era accaduta durante il Risorgimento ottocentesco, o la prima Guerra mondiale o tantomeno il ventennio fascista. Quindi la guerra civile è senz’altro un evento di popolo, secondo la definizione filosofica. A proposito di questo, ancora, nel mio libro ho citato Matteo Cavalleri («solo da un cominciare incarnato nella storia, incastonato nelle sue leve, nei suoi oggetti necessitanti, può celarsi l’inizio, ovvero la messa in discussione, se non la rottura, dell’ordine storico») il quale poi prende le mosse da Jean Starobinski :«occorre (…) che sia successo qualcosa di supplementare rispetto alla situazione presente perché la singolarità dell’individuo vada a comporre un nuovo soggetto (…). Starobinski nomina questa circostanza come <em>evento</em>, come un qualcosa che non c’era e che, nel momento in cui avviene, comporta una concatenazione di mutamenti». E lo stesso Starobinski in<em> Introduction à la poésie de l’événement </em>afferma: «Il rapporto tra evento, testimonianza e produzione poetica <em>è </em>da inscrivere costitutivamente entro un orizzonte di tempo divelto, di eternità, a prescindere dal perdurare della scrittura stessa e al di là della sua frequenza nella produzione artistica di un autore».<strong></strong></p>



<p>Ecco, Fenoglio sta di fronte alla guerra come intravedendo una porta trascendente. Non ci sono mai gli dèi, come in Omero (eccetto forse quando apre squarci potentissimi di natura, come la nebbia nella <em>Questione</em> o la neve nel <em>Partigiano Johnny</em>), ma è come se ci fossero, perché quella è l’altezza. Non sono giunto ad osare tanto nel mio libro, ma ho il segreto pensiero che la guerra in Fenoglio coincida con l’idea stessa di Dio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="602" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92827" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg 602w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-600x1020.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984.jpg 635w" sizes="(max-width: 602px) 100vw, 602px" /></figure>



<p><strong>Cosa ci dice oggi Fenoglio, e da quale lato, da quale libro è bene prenderlo?</strong></p>



<p>Oggi Fenoglio ci dice esattamente da dove dobbiamo ricominciare a leggere, scrivere, usare la letteratura. In questo senso viviamo una grande crisi: non sappiamo che farcene dei libri, della letteratura, a cominciare dagli insegnanti, ai quali soprattutto il mio libro è rivolto (e ai loro studenti). E da ciò deriva il caos, il considerare letteratura tutta una serie di baggianate solo perché vengono pubblicate e ben vendute. Fenoglio, per il gusto moderno, è una lettura difficile (questo credo sia il motivo per cui è poco affrontato a scuola – vergognosamente). Per un motivo molto semplice: scrive divinamente. Non per quello che dice, per le posizioni che sostiene, ma perché la sua lingua, il suo ritmo narrativo, il suo italiano sono stupefacenti, assoluti, infuocati. A mio parere il maggior narratore italiano del Novecento, da cui il titolo del mio libro, “La prima scelta”. Siamo di fronte a un compito preciso, che è rifondare il gusto dei lettori. È un momento epocale per la letteratura, come per la società nel dopoguerra. Rischiamo il disastro. Per questo abbiamo necessità di Fenoglio. Nonostante le più belle pagine di Fenoglio siano nell’ultima parte del <em>Partigiano Johnny</em> (quelle dell’inverno), io credo che si debba iniziare a leggere dai due romanzi brevi, che sono pur essi capolavori assoluti: <em>Una questione privata</em> e <em>La malora.</em> E avere all’inizio pazienza: non per colpa di Fenoglio, che ha fatto in pieno il suo dovere e compiuto la sua vocazione, ma per quelli che siamo noi che abbiamo una Ferrari ma solo la patente per guidare una Panda.</p>



<p><strong>“Ma egli amò tutto”, dice Fenoglio di Johnny, il partigiano, a un certo punto del romanzo; “Io ti seguirò, ti proteggerò sempre”, scrive papà Fenoglio alla figlia Margherita, nel messaggio definitivo. C’è come lo stigma di uno stile, una poetica, un modo di stare al mondo. Dimmi.</strong></p>



<p>La citazione che mi riporti è tratta da un brano brevissimo del <em>Partigiano Johnny </em>che è di una potenza quasi insostenibile:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«E Johnny entrò nel ghiaccio e nella tenebra, nella mainstream del vento. L’acciaio delle armi gli ustionava le mani, il vento lo spingeva da dietro con una mano inintermittente, sprezzante e defenestrante, i piedi danzavano perigliosamente sul ghiaccio affilato. Ma egli amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio, e la lontananza e la meschinità della sua destinazione, perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà».</strong></p></blockquote>



<p>Pensa solo a come parla del vento o al sigillo con cui definisce lo scopo della guerra nell’ultimissima parola del brano. Quando ho letto il testo del biglietto che Fenoglio ha scritto per la figlia, che non aveva più di un anno, dal capezzale dove stava morendo, ho letteralmente, semplicemente pianto. Margherita dice che è il testo più bello di suo padre e il mio sogno è di conoscerla, andarla a trovare, e poter vedere quel biglietto. Fenoglio aveva una forte personalità. Era un grande solitario senza solitudine, che a mio parere è la definizione di scrittore più precisa: un solitario talmente implicato nella ricerca della sua umanità e del senso assoluto della vita, al quale non interessa il lettore, ma da cui il lettore può attingere le più grandi scoperte non sullo scrittore o sulla letteratura, ma su sé stesso. Fenoglio sapeva scegliere senza tentennamenti, con rigore: scelse di fare la guerra, scelse di stare con gli azzurri, scelse di scrivere, e non tornò mai indietro. “Scrittore e partigiano” c’è scritto sulla sua tomba. Anche per questo la parola “scelta” è nel titolo del mio libro.</p>



<p><strong>Come si intreccia in Fenoglio la dinamica politica e quella religiosa?</strong></p>



<p>In Fenoglio non è mai corretto parlare di politica o di religione. Non ha mai fatto politica e non aderì a una religione precisa, tantomeno al cattolicesimo dominante in Italia e ad Alba ai suoi tempi. Eppure Pietro Chiodi, suo professore di filosofia e poi suo carissimo amico, parla proprio di scrittura politica e religiosa. Lo descrive come un soldato di Cromwell con il fucile in braccio e la bibbia nello zaino, e in questa definizione c’è la risposta, infine.</p>



<p>Prendiamo l’esempio del tema maggiore, quello della Resistenza. Personalmente, se avessi in vita mia ascoltato ciò che ne dicono le fazioni avverse, sarei schifato dal tema stesso o più probabilmente indifferente, come lo è la maggioranza degli italiani. Da parte comunista infatti (credo si possa chiamarla così, anche se i comunisti sono pressoché estinti) c’è stato un gravissimo pericolo storico, un tentativo fortunatamente fallito: quello di usare la guerra partigiana come introduzione alla rivoluzione bolscevica in Italia. Se fosse riuscito quel nefasto progetto, oggi saremmo un paese come la Russia o forse un paese balcanico; da non dimenticare, infatti, che il Friuli, dove i partigiani comunisti hanno ucciso persone come il fratello partigiano di Pasolini, doveva essere la porta d’ingresso per una sommossa partigiana di stampo titino. All’opposto, anche provocati da questa appropriazione indebita comunista, quelli che potremmo chiamare negazionisti, comunque persone che sottovalutano fortemente la portata della guerra di liberazione nominata Resistenza. Sono due posizioni sbagliata, che intorno al 25 aprile tornano tristemente a farsi vive.</p>



<p>Io mi sono riconciliato con la Resistenza e con i partigiani solo per merito di Fenoglio (altri scrittori neorealisti non ce n’è, nemmeno il <em>Sentiero </em>di Calvino è un granché). Come ha parlato dei partigiani? In modo molto realistico, “normale”: si veda il racconto <em>I ventitré giorni della città di Alba</em>: scalcagnati, carnevaleschi, i partigiani conquistano la città in 2000 e la perdono in 200 perché al ritorno dei fascisti gli altri 1800 sono alla fiera del paese a giocare e a dar da dire alle ragazze. Questi erano i partigiani, in gran parte, inoltre, adolescenti (il partigiano che in <em>Una questione privata</em> i fascisti fucilano in carcere per rappresaglia ha 14 anni!). Eppure, proprio per questo, sono amabili. Sono come me. Non sono il mito del partigiano che l’ideologia comunista ha tentato retoricamente di creare, e neppure quei combattenti inutili definiti dalla parte opposta. In Fenoglio la loro assolutezza religiosa sta nella loro altrettanto assoluta normalità. Hannah Arendt ha scritto a proposito dei nazisti <em>La banalità del male</em>; potremmo dire che Fenoglio, a proposito dei partigiani, ha scritto la banalità del bene. Ma è proprio questo che mi consente di amarli: se sono stati capaci loro, sgangherati, analfabeti, litigiosi, di fare la guerra di liberazione, forse lo sarei persino io, e persino i nostri ragazzi attuali, che tante volte vediamo così fragili e lontani alla realtà storica (ma chissà se è vero). È per Fenoglio che mi sono recato sulle Langhe, a omaggiare i partigiani, le loro steli e i cippi che ne ricordano nomi e gesta: per questi fratelli normali, per nulla eroici, ma assoluti nella guerra per la libertà, per i quali ho viaggiato, pregato e scritto in questo libro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-intervista-lauretano/">“Ma egli amò tutto”. Beppe Fenoglio, il più solitario di tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Intro_BeppeFenoglio22_Beppe-Fenoglio-Centenario-Alba-1024x780.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“In questa lotta contro il Male”. Per i 100 anni di Beppe Fenoglio</title>
		<link>https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-alessandro-rivali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 05:29:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Il partigiano Johnny]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=89724</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le ragioni della grandezza di Fenoglio sono molteplici, ma forse si può partire considerando Il partigiano Johnny come il romanzo di formazione per eccellenza. È la storia di un ragazzo che diventa uomo attraverso il crogiolo della guerra. Di un ultimo romantico che con il suo bagaglio di poesia e un’inossidabile tempra morale sale sulle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-alessandro-rivali/">“In questa lotta contro il Male”. Per i 100 anni di Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le ragioni della grandezza di Fenoglio sono molteplici, ma forse si può partire considerando <em>Il partigiano Johnny </em>come <em>il</em> romanzo di formazione per eccellenza. </strong>È la storia di un ragazzo che diventa uomo attraverso il crogiolo della guerra. Di un ultimo romantico che con il suo bagaglio di poesia e un’inossidabile tempra morale sale sulle Langhe ghiacciate per combattere, anche a costo di combattere da solo: «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito [&#8230;] in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra» (<em>Il partigiano Johnny</em>, cap. IV).</p>
<p>Contrariamente a tanti altri autori del dopoguerra, Fenoglio non fu retorico, ma soltanto epico. La sua vicenda «è un perpetuo alternarsi di battaglie, eventi rovinosi, fughe vertiginose e stasi felici&#8230; s’alternano sulla collina violenza e pace, fragori, flagelli di piogge, temporali, e silenzi improvvisi». Così Gian Luigi Beccaria (<em>La guerra e gli asfodeli. Romanzo e vocazione epica in Beppe Fenoglio</em>, Serra e Riva, Milano 1984, p. 64) che ha dedicato interessantissime pagine al «grande stile» dello scrittore di Alba. A Fenoglio interessava l’uomo, non l’ideologia: attitudine che gli costerà l’ostracismo della stampa comunista, che lo marchiò a fuoco fin dal libro di esordio definito: «Un gioco di parole, e di brutte parole<strong>». Secondo <em>l’Unità</em> si trattava infatti di una novità che diventava «impudenza» e «pubblicare e diffondere questo tipo di letteratura significa non solamente falsare la realtà, significa sovvertire i valori umani e distruggere quel senso di dirittura e onestà morale di cui la tradizione italiana può farsi vanto» </strong>(29 ottobre 1952).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89725 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg" alt="" width="308" height="525" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg 602w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-768x1306.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-903x1536.jpg 903w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984.jpg 1327w" sizes="(max-width: 308px) 100vw, 308px" /></p>
<p>Questa stampa non poteva perdonare a Fenoglio di impiegare l’espressione «guerra civile» e neppure il fatto di riconoscere dignità anche al nemico e al nemico sconfitto. Esemplare, in proposito, un episodio di <em>Una questione privata</em> (cap. VII). Di fronte al plotone di esecuzione, un caporale fascista rifiuta l’ultima sigaretta per avere la gola completamente libera per gridare a squarciagola: «Viva il Duce!».</p>
<p>Calvino fu il primo a intuire la stoffa del giovane Fenoglio. Leggendo il dattiloscritto de <em>La paga del sabato</em>, gli scrisse: «Il tuo racconto mi ha preso dalle prime pagine e ho dovuto andar sino in fondo. Ti dico subito quel che ne penso: mi sembra che tu abbia delle qualità fortissime&#8230;» (Lettera del 2/11/1950, ora in Beppe Fenoglio, <em>Lettere (1940- 1962)</em>, a cura di Luca Bufano, Einaudi, Torino 2002). Per Fenoglio, Calvino sarebbe stato il naturale contatto con la casa editrice Einaudi, la sua «casa editrice natale», da cui poi si sarebbe allontanato per pubblicare con Garzanti <em>Primavera di bellezza</em>. I motivi della frattura furono i ritardi nei pagamenti dei diritti d’autore, alcune incomprensioni e, soprattutto, la sciagurata quarta di copertina scritta da Vittorini per <em>La malora</em> (33ª uscita dei Gettoni). <strong>In quel testo, l’autore di <em>Uomini e no</em>, offrì il destro a molti futuri detrattori di Fenoglio, scrivendo, tra l’altro: [questo libro] «ci conferma in un timore che abbiamo sul conto proprio dei più dotati tra questi giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile. </strong>Il timore che, appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’Ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena: con gli “spaccati” e le “fette” che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale&#8230;».</p>
<p>Per Fenoglio questa sentenza fu una «frustata in faccia» e mai giudizio critico fu così fuori bersaglio. Fenoglio aveva scelto la guerra (e la «sua» terra, che come ricorda Giorgio Caproni, «rima» sempre con guerra) come periscopio per indagare l’uomo. Esattamente come Omero, di cui voleva imitare la capacità di contenere la realtà nella potenza di un verso. Lo testimonia, tra l’altro, un passo della splendida biografia curata Piero Negri Scaglione (<em>Questioni private – Vita incompiuta di Beppe Fenoglio</em>, Einaudi, Torino 2006): «[Fenoglio] indica le cascine sulle colline intorno e dice: <strong>“Ma io lo so&#8230; che in tutte queste case potrebbe vivere, e forse ci vive, una famiglia come i Braida, o come i Rabino. Qui, là, là. Ma per raccontare tutto questo ci vorrebbe Omero, perché descriverebbe tutto in due soli versi.</strong> E dentro ci saremmo noi esattamente come siamo, e ci sarebbe la luna, ci sarebbero le Langhe, e una notte come questa”» (p. 176).</p>
<p>Della lingua di Fenoglio si è discusso a lungo, come si è battagliato sulle diverse stesure delle opere uscite postume e sulla loro cronologia. Resta insuperata l’opinione di Dante Isella, che con altri ha paragonato la sua forza espressiva a quella di Melville. <strong><em>Il partigiano Johnny</em> è davvero il nostro <em>Moby Dick</em>. Le pareti d’acque e i mostri marini che sferzano il Pequod, in Fenoglio diventano i profili ondulati delle Langhe. La febbre ardente di Achab contro la balena bianca, in Fenoglio diventa sete di libertà e inesausta lotta contro il drago: «In questa lotta contro il Male, il nemico è naturalmente crudele, feroce, esecrabile, ma non mai indegno di rispetto.</strong> È l’angelo caduto, il Lucifero delle schiere infernali, che riesce spesso ad avere la meglio; ma l’eroe non dubita della vittoria finale. Combatterlo, ha valore in sé, conta come testimonianza al di là degli esiti contingenti. Molti devono morire, l’essenziale è che quella testimonianza non venga mai meno» (Dante Isella, “La lingua del partigiano Johnny”, in Beppe Fenoglio,<em> Il partigiano Johnny</em>, Einaudi, Torino 2005, p. 508).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89726 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-174x300.jpg" alt="" width="290" height="500" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-595x1024.jpg 595w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-768x1322.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-892x1536.jpg 892w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata-1190x2048.jpg 1190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/B.Fenoglio-Una-questione-privata.jpg 1308w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></p>
<p><strong>La scrittura di Fenoglio fu profeticamente moderna: dura, tagliente, nervosa, sincopata. E soprattutto dantesca. Questo era il suo canone: «Limpidità del dire, esattezza di termini. Nulla di pleonastico. Oggettività assoluta nel raccontare. Semplicità»</strong> (Piero Negri Scaglione, Questioni private, cit., p. 165). Per sfuggire alle pastoie della nostra tradizione troppo ingessata decise di redigere la prima stesura del <em>Partigiano</em> in inglese: «Ho pensato e ripensato e ho trovato. Questa volta li frego tutti. [&#8230;] Questa volta scrivo prima di tutto in inglese e poi traduco in italiano. Otterrò una lingua nuova, originale, agile, veloce, secca» (Ivi, p. 190). Ma la scrittura di Fenoglio fu anche potentemente cinematografica. Del resto, era un grande appassionato del cinema americano, pensò da subito a riduzioni sul grande schermo del suo lavoro (cfr la lettera a Giulio Questi del gennaio 1960 in cui presentava il «soggetto» di <em>Una questione privata</em>) e amava stringere amicizie con registi come l’allora giovanissimo Gianfranco Bettetini&#8230;</p>
<p>Fenoglio fu profetico anche per i nostri gusti dalle tinte fosche e forti (ma lo fu anche Eugenio Corti quando con il linguaggio allucinato de <em>I più non ritornano</em> descrisse l’anabasi della ritirata di Russia). <strong>Chi ama Cormac McCarthy o Ian McEwan, per esempio, non può non amare Fenoglio, che sa descrivere la crudeltà di una scheggia di mortaio che scucchiaia un occhio a un partigiano («una scheggia di mortaio gli aveva enucleato un occhio ed il globo, simile ad una noce di burro, gli scivolava lenta e gentile sulla guancia»,</strong><em> Il partigiano Johnny</em>, cap. XVI) come i propositi di vendetta di un combattente preoccupato per l’amico prigioniero: «Guardate – diceva –, guardate tutti quel che farò se ammazzano Giorgio. [&#8230;] Guardate. Il primo che beccherò&#8230; mi voglio lavar le mani nel suo sangue. Così -. E si curvava sull’immaginario catino e immergeva le mani e poi se le strofinava con una cura e una morbidità spaventevole. – Così. E non solo le mani. Ma anche le braccia voglio lavarmi nel suo sangue. E ripeteva l’operazione di prima sull’avambraccio e sul lacerto». (<em>Una questione privata</em>, cap. VI).</p>
<p>Per chi volesse conoscere i retroscena del cantiere dello scrittore e l’ambiente piemontese in cui visse, un vademecum essenziale resta <em>Casa Fenoglio</em> (Sellerio, Palermo 1995) scritto dalla sorella Marisa (nar[1]ratrice di vaglia). Ecco un cammeo notturno del nostro «diamante nero»: <strong>«Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me che, sedute in cucina sul tavolo, proprio sotto la lampada, eravamo intente a qualche lavoro a maglia. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare.</strong> Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere. Scriveva ininterrottamente per ore e nel cuore della notte quelle boccate avide e appagate di fumatore impenitente, più silenziose della tosse ma scandite come il battere della macchina da scrivere, mi davano intera la sensazione della sua concentrazione, ma anche della sua infinita lontananza da casa nostra. A un’ora imprecisata della notte, che io quasi mai percepivo da sveglia, veniva a dormire nella camera che a quel tempo dividevo con lui. Quell’altra stanza, dove aveva lavorato, finalmente muta, restava fino al mattino piena di fumo e di quell’odore acre che avevano gli inchiostri di una volta, i suoi fogli sparsi sul tavolo, in quell’apparente disordine che è invece l’ordine imperscrutabile del momento creativo&#8230;» (pp. 120-129).</p>
<p><strong>Naturalmente Fenoglio non è un autore facile. Però sarebbe giusto proporlo finalmente con piena indiscussa convinzione nei nostri licei. Da dove partire? Forse con il «passo breve» di <em>Una questione privata</em>:</strong> racconto esemplare in cui amore e guerra s’intrecciano a perfezione, ma per invogliare i giovani lettori (che poco sapranno di guerra partigiana &amp; C.) si può anche far ricorso alle immagini. Il regista Guido Chiesa, per esempio, ha reso omaggi memorabili a Fenoglio: nel 1998 con l’omonimo <em>documentario Una questione privata </em>(frutto di 10 mesi di lavoro e quasi 200 interviste&#8230;) e soprattutto con il film <em>Il partigiano Johnny</em> (2000) che brilla per fedeltà e dedizione rispetto al romanzo di partenza. Certo, i programmi non lasciano spazio a nuovi inserimenti al «canone». Beh, forse si potrebbe ridurre la quota di partecipazione a qualcun altro. Personalmente assottiglierei qualcosa alle pagine e alle ore (anche se poche) dedicate a Moravia, a Vittorini e, perché no, allo stesso Calvino&#8230;</p>
<p><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>
<p><em>*Si riproduce, pressoché integralmente, l’articolo “Fenoglio, il diamante nero del ’900”, pubblicato nel numero 629/30 di “Studi Cattolici” (Luglio/Agosto 2013). <a href="https://www.pangea.news/alessandro-rivali-intervista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro Rivali, tra l’altro, è autore de “La terra di Caino” (Mondadori, 2021)  </a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-alessandro-rivali/">“In questa lotta contro il Male”. Per i 100 anni di Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/1643715206252_FENOGLIO_lapresse_4549151_72-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Nelle langhe della Malora con Fenoglio. Un racconto di Andrea Caterini</title>
		<link>https://www.pangea.news/racconto-andrea-caterini-langhe-fenoglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 04:27:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Caterini]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Langhe piemontesi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=87501</guid>

					<description><![CDATA[<p>«Sono sicuro che qui, tra queste colline, tra questi campi coltivati a grano, in mezzo a questi noccioleti bassi e fitti, su questi tornanti che non finiscono mai, ci siamo già passati». «Le Langhe sono così» mi aveva detto Federico senza neppure alzare la testa, mi sedeva accanto mentre ci spostavamo in macchina da un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/racconto-andrea-caterini-langhe-fenoglio/">Nelle langhe della Malora con Fenoglio. Un racconto di Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Sono sicuro che qui, tra queste colline, tra questi campi coltivati a grano, in mezzo a questi noccioleti bassi e fitti, su questi tornanti che non finiscono mai, ci siamo già passati». «<strong>Le Langhe sono così</strong>» mi aveva detto Federico senza neppure alzare la testa, mi sedeva accanto mentre ci spostavamo in macchina da un set all’altro e ripassava distratto il copione, «<strong>ti danno l’impressione di conoscerle già, ma perché se le hai percorse una volta, ti sembra di girare in tondo, come non ti fossi mai mosso dal punto di partenza</strong>». Erano le sue terre, quelle delle estati della sua infanzia, e quindi mi fidavo, lasciandomi guidare. Poi, svoltando l’ultimo gomito di curva, appare un cartello che mi commuove. È l’insegna di San Benedetto Belbo. Parcheggio la macchina nell’unica piazzetta, davanti la chiesa. C’è una foto che ricordo benissimo. In fondo il campanile, poi, la strada segue in salita la linea della prospettiva tra un nugolo di case in pietra viva. Su quella strada, verso il centro dell’obiettivo, cammina fiero Beppe Fenoglio. San Benedetto è il suo paese, quello del “parentado” paterno, quello in cui trascorreva tutti i fine settimana e le estati, prendendo una corriera da Alba. San Benedetto è lo spazio dell’immaginazione. Fenoglio non è il solo scrittore ad aver fatto di un paese un intero mondo. Ma forse è il solo che è stato capace di concentrare ancora di più l’attenzione, facendo accadere tutto dentro un’osteria. Oggi la censa di Placido non c’è più. O meglio, non è più un’attività commerciale, quella in cui tutti andavano a comprare beni di prima necessità, o si fermavano a bere nebbiolo o barbera e giocare a carte per interi pomeriggi. Ma la porta d’ingresso è la stessa, con quei tavelloni di legno spesso, con quelle cerniere grosse e cigolanti. Il sindaco ci fa entrare, dice che la stanno ristrutturando e che presto diventerà un luogo turistico, una sorta di spazio letterario per gli amanti di Fenoglio. Insomma il contrario di quello che ha rappresentato nei suoi libri. La vita che si trasforma in marketing. Nulla di sconvolgente. Non stiamo qui a far le verginelle. Eppure entrando chiudo gli occhi, e mi sembra di sentirle ancora le voci del dottore che beve e fuma a scrocco e farebbe di tutto per non curare nessuno, dell’allevatore che si ferma a mangiare un boccone dopo aver passato la mattinata al mercato comprando due vitelli. Sento le discussioni, i pettegolezzi di figli che non sono dei genitori ma di qualche scappatella amorosa che lenisce l’immobile ferocia del tempo, o del prete che dopo il confessionale e i <em>padre nostro</em> si sfila la tunica in canonica, lo schiocco dei ceffoni che partono dopo una partita finita male; le ciniche battute, le risate, la noia; il rumore di «madama corriera» che arriva in alta Langa tutta impolverata, o quello della pioggia e del vento, che quando si incanala tra queste colline fischia da mettere paura; il silenzio dei morti nel cimitero («Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra», leggevo nella <em>Malora</em>), e quello di chi, stanco della vita, s’ammazza, prendendo coraggio da un bicchiere di Barolo, scendendo al torrente, tra boschi accecati di nebbia. Dentro l’osteria accadeva il mondo intero.</p>
<p>La vita di un paese &#8211; non di una provincia, non di una città &#8211; pochi hanno saputo raccontarla come Fenoglio. Se penso ai contadini del nord e del sud Italia di un secolo fa, mi dico che la differenza tra gli uni e gli altri era nel possedere, i secondi, un senso del mito e del sacro &#8211; un mondo di magia &#8211; di cui i primi erano assolutamente privi. <strong>La realtà, qui sulle Langhe, non aveva altro significato che se stessa. E forse proprio per questo è insopportabile. È l’incapacità di immaginare un significato diverso per ciò che accadeva a renderla intollerabile, quasi una prigione.</strong> Quanta rabbia trattenuta, quanti morti ammazzati, quanti suicidi nelle pagine di Fenoglio. E non ci si toglie la vita solamente per la miseria, la disperazione, la povertà. Ma perché lo spazio non ha vie di fuga, è troppo stretto, strozza la gola. Fenoglio è infatti uno scrittore che non conosce metafora, ma questo non fa di lui un neorealista, né tanto meno un narratore didascalico. Questa era davvero la “Malora”. Una realtà uguale a se stessa, che non può, non sa immaginarsi diversa da quello che è.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87502 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/screenshot.5-1-193x300.jpg" alt="" width="331" height="514" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/screenshot.5-1-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/screenshot.5-1.jpg 218w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" /></p>
<p>Fuori da ogni romanticismo, o arcadiche idee pastorali, la nostra storia contadina è una schiena spezzata all’infanzia. <em>La malora</em> le racconta come nessun altro libro le campagne e le colline delle Langhe, quelle intorno la città di Alba e tagliate dal Tanaro all’inizio del secolo scorso. <strong>Quando parliamo di famiglia come radici, dovremmo ricordare che queste, le radici, sono anche una ferita.</strong> Erano i tempi della mezzadria. I mezzadri erano povera gente che chiedeva ai padroni di lavorare la loro terra e di offrirgli un alloggio. In cambio, il padrone riceveva metà della produzione. Era una vera e propria forma di baratto, e sempre con il baratto, e quasi niente con i soldi, ci si procurava ciò di cui si aveva bisogno. Un pollo, un quarto di manzo, un’altra qualsiasi bestia allevata, poteva essere scambiata con un indumento cucito da un sarto. L’Italia è stata fino a poco fa anche questo. Storie di uomini che hanno sacrificato tutta la vita per costruire il paese in cui viviamo oggi. Uomini che hanno saputo anche vedere molto lontano. Quando la terra era poca e poco se ne ricavava, i figli, non i figli a cui si corre dietro col cucchiaio per convincerli a mangiare la minestra preparata, li si rincorreva per prenderli a calci nel culo, o per spingerli, con quel calcio, a lavorare da altri padroni, da altri mezzadri per un tozzo di pane e due soldi da mandare a casa, se avevano già le braccia buone, ancora adolescenti, e la spina dorsale dritta; oppure li si spediva in seminario, perché si era convinti che i preti, di fame, non morissero mai, e un figlio lontano da casa, nonostante il dolore, era pur sempre un figlio di meno a cui dare un piatto di polenta la sera. «I nostri padre e madre ci spiegavano i loro affari non più di quanto ci avrebbero spiegato il modo che ci avevan fatti nascere: senza mai una parola ci misero davanti il lavoro, il mangiare, i quattro soldi della domenica e infine, per me, l’andare da servitore». La memoria a volte mente. Ci si costruisce un immaginario su qualcosa che, non avendolo vissuto, ci pare di poter idealizzare. <strong>La verità è che la campagna, per chi la campagna l’ha vissuta quando non c’era alternativa, era una maledizione. Ma non è vero che la terra non tradisce, solo che anche chi tradisce in realtà si offre in dono, se è vero che “tradire” è pure un “trasmettere”, un “consegnare”</strong>. L’antropologia nazionale passa per questo tradimento, per questa ferita che sono dono e maledizione.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87549 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-177x300.jpg" alt="" width="295" height="500" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-603x1024.jpg 603w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-768x1304.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-904x1536.jpg 904w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora-1206x2048.jpg 1206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-La-malora.jpg 1332w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></p>
<p>Nonostante fossi venuto molte volte e avessi percorso queste zone dalla cime delle Alpi Marittime ai suoi paesi collinari, fino a valle, dove il Tanaro taglia come una cesoia il falso dal vero, l’abito da sera dagli stracci da lavoro, insomma, le Langhe dal Roero, la sensazione che avevo era sempre la stessa. Il Piemonte, anzi, la provincia di Cuneo, erano circondati da un’aurea di morte che mi pungeva il petto, mi metteva addosso il desiderio di fuggire &#8211; «Della malora non se ne sono mai davvero liberati», diceva Federico. Non sarei stato capace di abitare qui, eppure, per caso o per volontà, ci tornavo, attratto come lo si può essere da quei pericoli che non riusciamo a evitare, che addirittura facciamo in modo capitino. Anche Federico sembrava cambiare il suo umore; la sua feroce ironia ligure qui diventava malinconica. A ogni tornante mi ripeteva che tra questi dolci pronunciamenti della terra, in quella borgata che portava il suo stesso cognome, Quaranta, era seppellito, nella cappella di famiglia, suo padre. Chi è rimasto orfano in età adulta come lui e come me, invecchia prima; o addirittura il contrario: sente la necessità di tornare alla propria infanzia, di poterla, almeno emotivamente, rivivere, perché troppo presto ha dovuto trasformarsi in padre del proprio stesso padre. «Voleva riposare per sempre qui, coi piedi sulle Langhe e la testa rivolta al Monviso, che è la nostra montagna, il nostro faro, la prima cosa che si osserva al mattino, quando ci si sveglia prima di una giornata di lavoro per vedere se da lì, da quella cima, il tempo muterà in meglio o in peggio, e l’ultima che si ringrazia prima di andare a dormire, se tutto è andato bene, o si bestemmia, se un temporale ha mandato in malora il raccolto, coprendolo di sassi e fango che come furie si abbattono sui campi quando il Tanaro si gonfia».</p>
<p>Il Tanaro. Il nome forse deriva dal celtico: “Taranus”, o dal britannico: “Taran”, che vuol dire tempesta, tuono, dio del temporale. Ricordo una pagina del <em>Partigiano Jonny </em>in cui Fenoglio restituisce bene un sentimento di paura che questo corso d’acqua può metterti addosso. «Il sole non brillò più, seguì un&#8217;era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso e macerò le stesse pietre della città». Sono convinto però che il vero talento di Fenoglio non sia nella lunga narrazione, nel romanzo, dove la tensione narrativa molto spesso scema, e la costruzione diventa argillosa; e nemmeno nell’epica partigiana, in una visione politica per niente ideologica e tutta esistenziale, ma nella forma breve, nel racconto, dove riesce a centrare l’attenzione su attimi di vita &#8211; appartenga questa alla disperata vita di paese, o all’esperienza di quei ragazzi (i peli ancora morbidi della barba) che imbracciavano il fucile vivendo alla macchia -, anche singoli episodi che spalancano la visione di un mondo intero.</p>
<p>L’incipit di uno di questi ritratti di vita quotidiana è folgorante, «Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo». Tutto si focalizza in un’immagine. «Il gorgo», che ritorna numerosissime volte nelle pagine di Fenoglio e qui proprio come titolo della novella, non è altro che una sineddoche, ma non soltanto di un corso d’acqua, del Tanaro così come del torrente Belbo, che attraversa l’Alta Langa, ma anche di un pericolo imminente &#8211; in definitiva, è l’immagine stessa della morte. Non credo che Federico lo avesse letto, ma parlandomi dei suoi ricordi con quella dolcezza a me tornava in mente quel ragazzino che si rende conto che il padre, annunciando di andare a sistemare delle fascine nei campi vicino al torrente dopo un temporale, in realtà stesse pronunciando il suo addio alla famiglia e alla vita. Il figlio lo segue. Il padre lo respinge a sberle e a calci. Poi, quando arriva davanti al gorgo, il ragazzino è ancora lì, silenzioso e tenace, «Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle di un serpente. Mio padre, la sua testa protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare». È in quel momento che l’uomo comprende che è suo figlio ad avergli salvato la vita, una vita che pure maledice. «Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo». Anche a me adesso veniva in mente mio padre  e i suoi ultimi attimi di vita. Steso, inerme, in un letto d’ospedale. Chiedeva acqua e mi sembrava una violenza indicibile non potergliene dare. Con il braccio buono si era strappato via la mascherina dell’ossigeno. Quando gliel’avevo rimessa sembrava avere già dimenticato il suo gesto, entrato di nuovo in quel buio dentro cui non potevo abitare. Nessuno potrà mai sapere un corpo semicosciente in quale spazio di mistero agisce, quale lingua pronuncia per la prima volta, e chi sia l’interlocutore dei suoi monologhi. Sentiamo soltanto che la vita passa tutta lì &#8211; il suo principio e la sua fine -, ma che non riusciremo mai veramente a trovarle un significato. Aiuto era stata l’ultima parola. Una carezza, poi. Anzi no. Mi aveva poggiato tutta la mano sulla guancia e l’aveva tenuta immobile qualche secondo prima che le forze cedessero. <strong>Capivo che l’eternità passa come una scarica elettrica su gesti come questo: sul pollice di un padre che gratta leggero i nervi del collo del figlio, su una mano che si poggia su una guancia. Un gesto che unisce appunto il principio e la fine. Così, la nostra fragilità può emergere senza alcun controllo mentre le nostre difese crollano. Ci si sente nudi. E vuoti. E troppo uomini; tanto che vorremmo tornare bambini, farci proteggere come un tempo; un tempo che si è capovolto troppo rapidamente.</strong> D’un tratto, il posto che occupava dentro di noi quel bene lo sentiamo esplodere, e noi troppo piccoli per contenerlo. Era questa la sensazione che provavo io, e che molto probabilmente, ora che parlavamo in quello spazio di intimità che si era creato tra noi, provava anche Federico.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87550 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg" alt="" width="307" height="523" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg 602w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-768x1306.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-903x1536.jpg 903w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-1205x2048.jpg 1205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984.jpg 1327w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" /></p>
<p>Seguivamo il ritmo arzigogolato delle colline &#8211; il motore della macchina su di giri, tirato com’era tra seconda e terza -, costeggiavamo il Tanaro anche nelle sue zone più selvagge, in quella parte in cui la terra, milioni di anni fa, era franata, creando una separazione tra Langhe e Roero e mostrando pareti di roccia argillosa, calanchi che si aprivano come una lama di coltello rivelando la loro origine geologica. Un silenzio senza pesantezza, condiviso, era sceso tra me e Federico. Forse per quanto ci eravamo confidati, o per il paesaggio che ci si presentava, o ancora per come le due cose si stessero miscelando nella mia mente, continuava a martellarmi la scatola cranica la parola “principio” e cosa volesse dire esattamente. La utilizziamo con un doppio significato. Nel primo caso parliamo di principio come punto di partenza, origine, causa, fondamenta da cui nasce qualcosa: una forma di vita, sia questa geologica, naturale, umana. Nel secondo caso, invece, diciamo: “è una questione di principio”, a intendere che esiste un’idea basilare e astratta alla quale facciamo riferimento e che ci rende fermi nella nostra posizione. È il cristianesimo ad aver fuso i due significati. Nel Vangelo di Giovanni troviamo scritto: «In principio era il Verbo». <strong>L’origine del tutto, l’origine della vita stessa, è in un’idea, in una visione immutabile e generatrice, in un pronunciamento, in una voce alla quale non sappiamo attribuire alcuna lingua conosciuta. Qualcosa che non conosceremo mai fino in fondo, che resta in uno spazio di mistero ma alla quale ci appelliamo, alla quale facciamo continuamente riferimento. Il principio, mi dicevo, è la necessità che non conosciamo ma che provoca in noi una pulsione di vita</strong>, quasi attingessimo da lì, da quella sorgente sconosciuta, ciò di cui abbiamo bisogno per vivere &#8211; noi che sopravviviamo ai morti e i morenti a cui la morte parla.</p>
<p>Non ero nella predisposizione giusta per incontrare nuove persone, mi bastava il carico emotivo di cui ci eravamo non so se liberati o gravati, e forse per questa ragione Pier Paolo, un imprenditore nel campo delle nocciole, non mi aveva fatto l’impressione che sperava lui e che speravo io, che dovevo farlo parlare davanti a una telecamera. Non faceva che riferirci dei bilanci positivi, della sua visionarietà imprenditoriale, delle innovazioni tecnologiche, di quanto fosse il solo imprenditore delle Langhe a mettere ogni anno sotto gli occhi dei competitor gli utili che aumentavano. Mi ero ritirato, nascosto in quel mutismo che utilizzavo per proteggermi dal mondo, alle volte, respingendolo quando sentivo la necessità di proteggermi, di restare raccolto. Mi domandavo solamente quando fosse avvenuta la trasformazione, il mutamento; quando questa terra maledetta fosse diventata la patria della finanza. Nell’immediato dopoguerra, i noccioleti, i cui coltivatori non sapevano più cosa farne perché nessuno ne acquistava i frutti, diventano una ricchezza nelle mani di un uomo. Un uomo che ha una visione che cambia la vita di molte persone. Nella sua azienda di dolciumi, decide di far lavorare tutti i contadini che vivono di stenti. Li passa a prendere e dopo il lavoro li riporta a casa organizzando un pullman che attraversa ogni giorno tutte le campagne delle Langhe. Quei contadini diventano operai. Ma non si limita a questo. Decide che le nocciole che fino a quel momento marcivano sugli alberi, sarà la sua stessa azienda a comprarle. I contadini, così, oltre a un salario garantito, sono pagati anche per ciò che produco nei loro campi. Operai e al contempo imprenditori, insomma. Quell’uomo era Michele Ferrero, il quale probabilmente non immaginava che la sua azienda diventasse una multinazionale e che i suoi operai si trasformassero da gente semplice a insopportabili gestori di conti. Ma era nella natura del territorio questo tipo di trasformazione, nella sua antropologia intrinseca. Il fatto che non sapessero immaginare una realtà diversa da quella che vivevano, la loro totale estraneità a un mondo di magia, come accadeva ai contadini lucani o pugliesi, il loro rifiuto di qualsiasi metafora non poteva portarli ad altro che questo, a rimuovere dai loro volti, come strofinandoli con un panno severo, la sofferenza e le miserie che erano stati costretti a vivere per troppo tempo. Ma ciò che siamo stati, il dolore che abbiamo patito, per quanto ci si sforzi di mascherarlo, in un modo o nell’altro riemerge, pure se non sappiamo in quale forma.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87551 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/09/20200819131345-iventitregiornidellacittadialbam074-178x300.jpg" alt="" width="316" height="533" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20200819131345-iventitregiornidellacittadialbam074-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20200819131345-iventitregiornidellacittadialbam074-606x1024.jpg 606w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20200819131345-iventitregiornidellacittadialbam074-768x1297.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/20200819131345-iventitregiornidellacittadialbam074.jpg 854w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></p>
<p><strong>«In questa contrada, della mia generazione, che è davvero quella della malora, non è rimasto nessuno. Sono tutti scappati da quella miseria.</strong> E sono scappato anche io, dopo essere riuscito a prendere un titolo di studio, grazie ai sacrifici di mia madre &#8211; che non voglio neppure immaginare come abbia dovuto degradare la sua esistenza per far vivere noi -, facendo per tutta la vita l’assicuratore. Poi il richiamo della terra è stato troppo forte. Tornare, ma da padrone, non da miserabile, era il mio sogno. Sai cosa significa nascere in una famiglia di cinque figli senza un padre &#8211; il mio s’è ammazzato che avevo un anno? Bisogna imparare ad avere subito le spalle larghe, a sgomitare». Avevo lasciato a Federico l’onere di condurre la conversazione, tenendomi un poco in disparte. L’atteggiamento di Pier Paolo continuava a infastidirmi. Eppure, quel cinismo, quella durezza qualcosa pure la rivelavano. Pier Paolo non aveva un briciolo di sentimentalismo, aveva imparato a sputarci sopra fin da subito, eppure, sentivo che in lui si muoveva una forma di pietà, una pietà prima di tutto per se stesso, per l’orfano che era stato, per la colpa che attribuiva a suo padre di aver lasciato solo lui, i suoi fratelli e sua madre; o forse oggi era addirittura capace di ringraziarlo, suo padre, per l’uomo che era stato costretto a diventare, per il vanto che si faceva d’essersi fatto da solo, d’essere diventato insopportabile, di avere la pelle dura. Sentivo che davvero esiste una differenza tra chi resta orfano in età adulta e chi invece lo è fin da ragazzino. Da una parte ci si infragilisce, e non soltanto per come il dolore si somma a tutte le esperienze vissute, ma per come si è capaci, o incapaci, di razionalizzarlo, di vivere la ferita come esperienza non soltanto emotiva ma intellettuale. Dall’altra il lutto non disarma, piuttosto può provocare rabbia, trasformarsi in pragmatismo, in perenne lotta. La realtà, la stessa vita, non ci si può permettere di immaginarle, meno che mai sognarle. Sono un campo di battaglia, una corrida in cui si getta sangue, in cui i vuoti non aprono spazi a  sprofondamenti. La vita è quella che è. Schiacciata su se stessa. Pesante come la nebbia. La malora, pensavo adesso, aveva a che fare con questa condizione di orfanezza che avevano vissuto tutti, qui sulle Langhe, che i padri fossero morti di stenti, si fossero ammazzati o anche solo avessero mandato i figli via di casa per lavorare fin da bambini.</p>
<p>Adesso sentivo solo il bisogno di tornare a casa, o quanto meno rifugiarmi nella mia camera in albergo, e lo avevo detto a Federico, citando le parole di un racconto di Fenoglio, &#8211; «Andiamo via, prima che la nebbia ci ingorghi i polmoni».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/racconto-andrea-caterini-langhe-fenoglio/">Nelle langhe della Malora con Fenoglio. Un racconto di Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/09/141942818-f546ad14-1316-431d-8ef6-090add389a8f-1600x900-1-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Scrittori in guerra: Curzio Malaparte, Tommaso Landolfi &#038; Beppe Fenoglio</title>
		<link>https://www.pangea.news/malaparte-fenoglio-landolfi-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2021 04:10:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Curzio Malaparte]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Landolfi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=86036</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo stato essenziale della letteratura è la guerra – il lettore, in questo caso, ora è un soldato ora è lo storico che redige il conto dei morti dopo il massacro, ricorda le basiliche ridotte a bunker, le vertiginose città falciate come un prato. La Seconda guerra ha costretto gli scrittori italiani a fare i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/malaparte-fenoglio-landolfi-guerra/">Scrittori in guerra: Curzio Malaparte, Tommaso Landolfi &#038; Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Lo stato essenziale della letteratura è la guerra – il lettore, in questo caso, ora è un soldato ora è lo storico che redige il conto dei morti dopo il massacro, ricorda le basiliche ridotte a bunker, le vertiginose città falciate come un prato. La Seconda guerra ha costretto gli scrittori italiani a fare i conti con una Patria sgangherata, in cui cambia la ragione sostanziale – la Repubblica in vece della monarchia – e quella parlamentare – la caduta del Fascismo – con paesi semidistrutti e una strana fedina “etica” – siamo eroi perché i partigiani hanno aiutato l’azione degli Alleati o traditori perché eterni voltagabbana, incapaci di resistere con gli “alleati” tedeschi? La guerra, legge antica e truce, procura soltanto vincitori: non eleva eroi ma scopre assassini. In questa guerra, la più devastante, gli scrittori fanno i conti, anche, con una lingua tarlata, crivellata, disfatta. L’Italia, da Dante in poi, si è fatta coagulando il linguaggio; d’altra parte come parlare a un popolo in cui tutti sono un po’ traditori e un po’ colpevoli? Colpevoli, almeno, di essere sopravvissuti.</p>



<p>Tre opere, per la loro eccentricità assoluta, nel proliferare di romanzi “a tema”, allineati all’esaltazione della Resistenza con le armi del “realismo socialista”, spiccano per forza linguistica e violenza verbale. Segnalano tre modi – da tre diverse latitudini cronologiche – di raccontare la guerra. Di questi, Curzio Malaparte è il più avvezzo alla guerra: nato nel 1898, partecipa alla Prima guerra (uscendone decorato), vive la Seconda da inviato del <em>Corriere della Sera</em>. Questa esperienza emerge in <em>Kaputt</em>, romanzo scritto “sul campo” (una prima versione è del 1942, quelle definitive del 1948 e del 1950), che sgretola ogni forma narrativa “orizzontale”, incastrando sezioni sceniche quasi “cinematografiche” una all’altra, incarnate sulla realtà quasi cronachistica di ciò che Malaparte ha visto, toccato, sentito. Sgorga così un romanzo terribile e visionario, che racconta lo sgretolamento dell’Europa, e il cui termine, <em>kaputt</em>, che, ci viene detto nel romanzo, “proviene dall’ebraico <em>kopparoth</em>, che vuol dire vittima”, è doppiamente cruento: la parola tedesca deriva da quella ebraica, ma sono i tedeschi, atrocemente, ad aver compiuto sterminio di ebrei. Eppure, sono i tedeschi – o meglio, la civiltà europea – le vere vittime del conflitto mondiale. Vittime inermi e inutili, non “sacrificali”, perché non c’è più un dio a illuminare l’Europa. Il romanzo è pieno di scene livide, indimenticabili, come quella del paniere colmo di “frutti di mare, massa viscida e gelatinosa di ostriche”, che si scoprono essere “venti chili di occhi umani”. Al principio del capitolo Ilse dice al narratore che “gli occhi sono uccelli prigionieri”, che “gli occhi di Hitler sono pieni di occhi morti”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="576" height="768" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/5000000272049_0_0_0_768_75.jpg" alt="" class="wp-image-86037" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/5000000272049_0_0_0_768_75.jpg 576w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/5000000272049_0_0_0_768_75-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/5000000272049_0_0_0_768_75-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>



<p>Grosso modo negli stessi anni in cui viene edito <em>Kaputt</em>, nel 1947, lo stesso editore di Malaparte, Vallecchi, pubblica un cupo, ardito, aristocratico romanzo di uno scrittore di una generazione successiva a quella di Malaparte, Tommaso Landolfi (classe 1908). <em>Racconto d’autunno</em> è un romanzo plumbeo, gravemente “gotico”, che adotta una tattica narrativa opposta a quella di Malaparte: piuttosto che accumulare fatti, nomi e circostanze storiche con la disperazione del cronachista, assolutizza. La Seconda guerra è descritta semplicemente come “la guerra”, la “campagna cruenta che parve infinita”, i tedeschi indicati come “l’invasore” e il partigiano protagonista del racconto un “brigante, di continuo braccato” che s’inoltra in un bosco e fa esperienza di una casa disastrata, ma piena di memorie. Lì accade l’esperienza onirica, simbolica, dell’incontro con una donna che è enigma e demone, Patria e fuga, dark lady e luminosa fatalità: un tu-per-tu con il patriottismo, un valzer con l’Italia ammantata di tenebre. Il grottesco adottato da Malaparte non ha quartiere, qui: Landolfi è dominato dall’indole del “manierista”, dell’orafo e del cesellatore. Il romanzo non è una colata lavica, ma un oggetto di superba porcellana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="652" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/71AcZG2iH3L-652x1024.jpg" alt="" class="wp-image-86038" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71AcZG2iH3L-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71AcZG2iH3L-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71AcZG2iH3L.jpg 672w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p>Due sono le strade per narrare la guerra, allora: dall’interno, alternando cinismo a compassione (Malaparte) o dall’esterno, esagerando nel rigore simbolico. La “terza via”, per così dire, è quella epica. Ma epica di verbi a disagio, di aggettivi che rifiutano il “parlar materno”. Sarà uno scrittore di altra generazione ancora, Beppe Fenoglio, nato nel 1922, giovane partigiano e resistente durante la Seconda guerra, a narrare l’orrido, la morte – la morte assurda di soldati in espatrio dal proprio cuore, senza più patria. <em>Il partigiano Johnny </em>ha l’andamento narrativo vasto, omerico – se <em>Kaputt</em> “ha voluto dire per la letteratura quel che <em>Roma città aperta</em> ha voluto dire per il nostro cinematografo”, come scrisse Bruno Romani, è vero che <em>Il partigiano</em>, secondo l’interpretazione di Dante Isella, “è come il <em>Moby Dick</em> nella letteratura marinara” –, un genere mai realizzato in Italia. Ed è per questo, forse, che Fenoglio, gran traduttore degli elisabettiani, soprattutto Christopher Marlowe, e dei romantici inglesi (Coleridge, Hopkins, <em>Cime tempestose</em>), impasta gli italiani con anglicismi, comincia la frase nell’idioma di Dante per terminarla in quella di Shakespeare. Di certo, una scelta di campo etica – l’italiano è lordo di troppo sangue – ma pure la pretesa di far scollinare il romanzo provinciale italiano. Insomma, per narrare la guerra non basta più soltanto un linguaggio, non basta un genere letterario. La guerra moderna – che non è epica, ma odiosa, bastarda, assurda – resta indicibile: Fenoglio muore senza aver terminato la propria opera, pubblicata postuma – ed è questa incompiutezza a renderla leggendaria.</p>



<p>Se Lev Tolstoj in <em>Guerra e pace</em> poteva narrare il conflitto come Omero lo ha cantato nell’Iliade, selezionando i personaggi, tessendo le loro vite come Dio, dall’alto, serenamente, lo scrittore italiano che descrive la Seconda guerra è un dio minore scampato al flagello dei titani. Malaparte, Landolfi e Fenoglio non raccontano la storia di una comunità, ma di un singolo: la guerra non si compie più insieme, ma da soli; non si difende altro che l’integrità del proprio sguardo. Si è in espatrio, in esilio, nessuna patria autenticherà in inno queste narrazioni. Questo è dunque lo scopo della guerra moderna: isolarci. La guerra è sempre dentro di noi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="714" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/71F9oitr8UL-714x1024.jpg" alt="" class="wp-image-86039" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71F9oitr8UL-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71F9oitr8UL-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71F9oitr8UL-768x1101.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/71F9oitr8UL.jpg 900w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" /></figure>



<p>In un passaggio preveggente, di stordente acutezza, Malaparte scrive che “ciò che muove il tedesco alla crudeltà, agli atti più freddamente, più metodicamente, più scientemente crudeli è la paura. La paura degli oppressi, degli inermi, dei deboli, dei malati, la paura dei vecchi, delle donne, dei bambini, la paura degli ebrei”. E poi: “I tedeschi nudi sono meravigliosamente inermi. Sono senza segreto. Non fanno più paura. Il segreto della loro forza non è nella loro pelle, nelle loro ossa, nel loro sangue, ma nella loro uniforme. Sono talmente nudi che non si sentono vestiti se non in uniforme. La loro vera pelle è l’uniforme. Se i popoli d’Europa sapessero quale floscia, inerme e morta nudità si cela sotto il <em>Feldgrau</em> dell’uniforme tedesca, l’esercito germanico non farebbe paura nemmeno al popolo più debole, più disarmato. Un bambino oserebbe affrontare un intero battaglione tedesco”. La guerra, lo sterminio nasce dalla paura dell’inerte: lo scrittore, che si fa misero tra i miseri per descrivere la miseria – ed è per questo nobile – ci esilia dalla paura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/malaparte-fenoglio-landolfi-guerra/">Scrittori in guerra: Curzio Malaparte, Tommaso Landolfi &#038; Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/curzio-malaparte-1-1024x583.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce”. Beppe Fenoglio, il Capitano Achab della letteratura italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 04:37:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Moby Dick]]></category>
		<category><![CDATA[Partigiano Johnny]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=74818</guid>

					<description><![CDATA[<p>La linea la tracciò Cesare Pavese: la letteratura italiana andò a risciacquarsi tra Tamigi e Mississippi, nel mondo anglosassone. Non tanto in quello – vagamente imperialista – d’Albione, in realtà, ma sulle coste statunitensi. Pavese è stato un po’ un Cristoforo Colombo, scoprendo il “nuovo mondo” della letteratura di laggiù. Pur stralunato da una opzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-ritratto/">“Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce”. Beppe Fenoglio, il Capitano Achab della letteratura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La linea la tracciò Cesare Pavese: la letteratura italiana andò a risciacquarsi tra Tamigi e Mississippi, nel mondo anglosassone. Non tanto in quello – vagamente imperialista – d’Albione, in realtà, ma sulle coste statunitensi. <strong>Pavese è stato un po’ un Cristoforo Colombo, scoprendo il “nuovo mondo” della letteratura di laggiù. Pur stralunato da una opzione politica: «Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci»</strong> (3 agosto 1947, “l’Unità”). La prova del nove la offrono i testi: le poesie di <em>Lavorare stanca</em> imitano stancamente le atmosfere di Walt Whitman (su cui Pavese piglia la laurea nel 1930) o di Edgar Lee Masters (l’<em>Antologia di Spoon River</em> fu pubblicata da Einaudi nel 1943, ma la mano dell’amata Fernanda Pivano, la traduttrice, fu impugnata da Pavese); i romanzi non hanno il passo linguistico di William Faulkner o di John Steinbeck né di John Dos Passos, tutti autori tradotti e frequentati da Pavese.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-74819 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12-179x300.jpg" alt="" width="257" height="431" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12-612x1024.jpg 612w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12-768x1284.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12-919x1536.jpg 919w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-12.jpg 957w" sizes="(max-width: 257px) 100vw, 257px" />Diamo a Cesare quel che è di Cesare, cioè l’arguzia dei pionieri, l’atletismo dei visionari, ma l’idea, ripeto, è che la frequentazione statunitense di Pavese sia per lo più una chimera politica</strong> (la vecchia Europa ha partorito i nazionalsocialismi, gli States sono, comunque, “liberatori”, in tutti i sensi). Tant’è che alla fine degli scrittori cowboy non ne può più: nello stesso articolo del 1947 Pavese conclude che «a esser sinceri insomma ci pare che la cultura americana abbia perduto il magistero, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva all’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può non notare che ciò coincide con la <em>tine</em>, o sospensione, della sua lotta antifascista». Discorso che coincide, tra l’altro, con l’intrusione di Pavese nella grecità classica, marmorea, quella dei <em>Dialoghi con Leucò</em>, delle ultime scaglie liriche, delle traduzioni (da lui fortemente volute) dell’<em>Iliade</em> e dell’<em>Odissea</em> compiute per Einaudi da Rosa Calzecchi Onesti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>L’altra faccia di Pavese è <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/beppe-fenoglio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Beppe Fenoglio</a>. Uno di Santo Stefano Belbo, l’altro di Alba, Pavese ci ha insegnato che <em>Middle West e Piemonte </em>sono la stessa cosa, apprestandosi ad essere lo Sherwood Anderson delle Langhe; Fenoglio, invece, negli stessi luoghi linguistici vedeva un’amletica Danimarca, la landa scabra dove Re Lear parla coi topi cercando Dio, e lui è una specie di Beda, «l’ardente spiro», che narra di riti ancestrali e memorabili rese. </strong>Eppure, sorta di sinistro gemellaggio, Pavese traduce <em>Moby Dick </em>di Melville (senza che rimanga traccia di Achab nella sua testa) e <em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-del-novecento/il-partigiano-johnny-beppe-fenoglio-9788806219277/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il partigiano Johnny</a> </em>di Fenoglio, secondo l’ultracelebre definizione di Dante Isella, «è come il <em>Moby Dick </em>nella letteratura marinara». Fenoglio, però, devia dalla rotta oceanica, non si mette la bandana da pistolero, preferisce le bianche scogliere di Dover, dove s’incaglia una lingua allo stesso tempo ancestrale e postatomica, impregnata della “King James” e dell’eroismo di un Oliver Cromwell. La scelta della lingua del Bardo è una fede, un marchio di purezza, fin da subito, dagli anni del ginnasio “Giuseppe Govone” di Alba, perché, insomma, l’Europa non si cede né decade, e il piemontese, per natura aristocratico, trova agio tra le nude, scarne, plumbee colline inglesi. Alba come Albione.</p>
<p>*</p>
<p>La strategia delle scelte è decisiva. Intanto, Beppe<a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/quaderno-di-traduzioni-beppe-fenoglio-9788806141301/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> vuole come maestri di lingua i poeti.</a> <strong>Perciò, <em>Il partigiano Johnny </em>ha il ritmo dell’epica, la sinfonia del poema celeste, possiamo giocare a spezzarlo in versi, reggerebbe benissimo. Gli esperimenti di traduzione sono dentro il corpo di Thomas S. Eliot, di Coleridge, di Robert Browning. La sua predilezione, comunque, è per i “sinistri”, i reietti, gli incompiuti, le torsioni di Christopher Marlowe, i grovigli linguistici di John Donne</strong>, anche quando opta per il romanzo, a vent’anni, sceglie il capolavoro torbido, <em>Wuthering Heigths</em> di Emily Brönte, che diventa <em>La voce nella tempesta</em>, una riduzione teatrale. Che è poi illuminato alla versione cinematografica del romanzo, firmata da William Wyler nel 1939, con un Heathcliff/Laurence Olivier dalla presenza scenica formidabile, sembra un eroe di Fenoglio. Il quale non è un archivista del tempo che fu, ma fa precipitare l’arcano anglosassone nell’epopea pop hollywoodiana, <strong>nel suo <em>Diario</em> del 1954 Fenoglio cita <em>Giungla d’asfalto</em>, il film di John Huston (del 1950), un genio nel trapiantare i grandi libri sul grande schermo (in questo caso, è ispirato al romanzo di William Riley Burnett), il quale, nel 1956, siamo sempre lì, manda in orbita il suo <em>Moby Dick</em>, con micidiale Achab/Gregory Peck, un altro che va bene in un libro di Fenoglio.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74820 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-177x300.jpg" alt="" width="261" height="443" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-603x1024.jpg 603w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-768x1304.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-904x1536.jpg 904w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-1206x2048.jpg 1206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8-1320x2242.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-8.jpg 1332w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" />L’affinità linguisticamente più proficua, comunque, è con il poeta inglese e anglicano Gerard Manley Hopkins (1844-1889), autore del poemetto <em>The Wreck of Deutschland </em>(incipit: «Tu mi domini/ Dio! che dai pneuma e pane;/ riva del mondo, ritmo del mare;/ signore dei vivi e dei morti»), in cui «sottopone un linguaggio, in prevalenza di monosillabi sassoni, quasi a una serie di choc elettrici», scrive Mario Praz, secondo il quale il poeta mescola l’altezza di Pindaro all’arte di Van Gogh. Un po’ come Fenoglio, l’idea è quella di descrivere con il linguaggio un mondo in frantumi, riparandolo, dicendone l’ambiguo e il glorioso. <strong>Detto della tavolozza linguistica, resta comunque la struttura, l’ispirazione fondante. Alle spalle dello sforzo di Fenoglio traluce fosforico il <em>Paradise Lost</em> di John Milton (1608-1674), l’esilio da un mondo di bene a cui nessun esodo potrà più ricondurci.</strong> Riecheggia in alcuni brani di Fenoglio la guerra tra le falangi angeliche contro le orde di Satana, ad esempio in <em>Atto unico</em>, per voce di Bob: «E tu? Tu vedi il mondo allo stato di caos. Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce, nel cuore dell’inverno. E che cosa sia! Un groviglio di enormi serpenti mi pare, gli uni chiari e gli altri neri. Una cosa da dar raccapriccio e… nausea! Sì! Tutto mi fa nausea, tutto si muove, il cielo e la terra, capisci, si muove… come un feto!».</p>
<p>*</p>
<p>La nausea di Fenoglio non è né quella colta di Leopardi né quella “di parte” di Moravia, il suo Bob parla come un angelo ai confini della galassia, come Cratos e Bia, nel <em>Prometeo incatenato </em>di Eschilo, sopra uno sperone roccioso, nella gelida Scizia. Sono parole plumbee e assolute. Proprie di un combattente, Fenoglio come John Milton, militante per Oliver Cromwell, uno dei miti, tra l’altro, di Beppe da ragazzo. <strong>Ma il centro della lotta è – sempre – con il proprio cuore, afferrare il male che lì divampa e dargli un senso, una ragione, una redenzione. Tanto che l’opera di Fenoglio, in fondo, è una sorta di teodicea, soprattutto il libro del partigiano, Johnny, Giovanni, il “Dio ha misericordia”,</strong> l’uomo che scava gloria dalla guerra, che si ostina, nel cuore dell’orrore, a tracciare pietà.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74821 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro3-6-169x300.jpg" alt="" width="266" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-6-169x300.jpg 169w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-6.jpg 250w" sizes="(max-width: 266px) 100vw, 266px" />A differenza di Pavese, ecco, l’intrusione di Fenoglio nella lingua inglese non è formale ma sostanziale. E non lo esilia in un paradiso perduto degli intellettuali, piuttosto, è ciò che lo incolla alla terra, alla stirpe: <strong>«Io sento tremendamente i vecchi Fenoglio, pendo per loro (chissà se un postero Fenoglio mi sentirà come io sento loro)».</strong> Davvero, l’anglosassone, purissimo e puritano, è il Muro del Pianto su cui Fenoglio redige la sua genealogia, un mezzo per compiere la propria opera biblica (d’altronde, anche il decantato Melville diceva di aver letto nella sua vita marinara soltanto Shakespeare e la Bibbia, il resto erano leviatani velocissimi, il libro di Giobbe dispiegato lungo l’oceano), Londra come Gerusalemme, Alba si staglia come le albine muraglie della Sion celeste.</p>
<p>*</p>
<p>Tento di forzare i limiti del caso. Nello stesso anno, il 1954, escono due libri capitali, opposti: <em>Il Signore degli Anelli </em>di J.R.R. Tolkien e <em>Il Signore delle Mosche</em> di William Golding. Agli inizi di agosto nei “Gettoni” Einaudi, sotto lo scettro di Elio Vittorini, un altro, come Pavese, che esplorava gli americani facendo dire a costoro pressoché soltanto ciò che gli era utile, viene pubblicata <em>La malora </em>di Beppe Fenoglio. Una storia dura, semenza di capolavori futuri, che squarcia il velo di pizzo della letteratura italiana, s’immerge nel covo del male, senza l’ansia di uscirne vincitore (la battaglia è ancora lunga). Come nei grandi autori d’Albione, Fenoglio intaglia il male, il tema centrale e definitivo. Così, in Italia, terra di scrittori “minori”, anzi, di scrittori troppo snob per accettare il giudizio di altri oltre la loro stretta cerchia, abbiamo un gigante. Più del declamato <em>Petrolio </em>di Pasolini, dei <em>Fratelli d’Italia </em>di Arbasino, dell’impossibile <em>Horcynus Orca </em>di D’Arrigo, perfino della <em>Cognizione del dolore</em> di Gadda,<strong> il vero Romanzo Italiano del Novecento è <em>Il partigiano Johnny. </em></strong>Pigliatelo così, il mio assunto, come un assioma che non necessita sperimentazioni. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/beppe-fenoglio-ritratto/">“Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce”. Beppe Fenoglio, il Capitano Achab della letteratura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/foto-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo”. Un verso, un incipit. Alejandra Pizarnik e Beppe Fenoglio</title>
		<link>https://www.pangea.news/fenoglio-pizarnik-cettina-calio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 11:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alejandra Pizarnik]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Cettina Caliò]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=72143</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tu mi liberi gli occhi e per favore parlami sempre Alejandra Pizarnik – Poesie * La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo. Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fenoglio-pizarnik-cettina-calio/">“Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo”. Un verso, un incipit. Alejandra Pizarnik e Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tu mi liberi gli occhi<br />
e per favore<br />
parlami sempre</p>
<p><strong><em>Alejandra Pizarnik </em></strong><em>– </em><em>Poesie </em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo. Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le ciliegie nella primavera del quarantadue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Beppe Fenoglio </em></strong><em>– U</em><em>na questione privata</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Note:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alejandra Pizarnik</strong>, ebrea ucraina, nata in Argentina. Creatura insonne. Cercò parole per restare in silenzio in un continuo dialogo con un Tu che era un Io, una meta mai raggiunta. “Affermo che essere nata donna è una sfortuna, come lo è essere ebreo, negro, poeta, argentino… è chiaro che la cosa importante è quello che facciamo delle nostre sventure”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beppe Fenoglio</strong>, torinese delle Langhe, terra di confine. Scrittura forte e vibrante. Una storia, questa, di amore e di inseguimenti “nel fitto della guerra”. E ciò che si insegue è altro, e ancora altro.</p>
<p><strong><em>Cettina Caliò</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Beppe Fenoglio (1922-1963)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fenoglio-pizarnik-cettina-calio/">“Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo”. Un verso, un incipit. Alejandra Pizarnik e Beppe Fenoglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/Fenoglio_G_50039188.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
