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	<title>Beat Generation Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Il cuore di un lupo mannaro”. Viaggio in Oriente con Kenneth Rexroth</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2025 03:53:35 +0000</pubDate>
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<p>Nel 1978, per la Christopher’s Books di Santa Barbara, piccola editrice eletta all’anticonformismo, esce un libro di spregiudicata bellezza.&nbsp;<strong>S’intitola&nbsp;<em>The Love Poems of Marichiko</em>; in copertina spiccano aerei, ermetici calligrammi. <a href="https://www.ndbooks.com/author/kenneth-rexroth/#women-poets-of-japan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Kenneth Rexroth</a>, il traduttore</strong>, ha settantatré anni, è nato tre giorni prima del Natale del 1905, a South Bend, Indiana. Il padre, venditore di farmaci, alcolizzato, muore che Kenneth è un ragazzino, nel 1919; la madre se n’era andata tre anni prima. Cresciuto con gli zii, a Chicago, reso spregiudicato dalla solitudine, Kenneth a diciannove anni prende la strada, gira il paese in autostop, si dà a diversi lavori – quello più proficuo sembra essere stato la guardia forestale. “Trovai lavoro a Marblemount. Zaino in spalla, mi presentai presso il Forest Service. Mi aprì Tommy Thompson, un tipo meraviglioso. ‘Vieni a cena con noi. Forse ho qualcosa’. Era uno dei paesaggi più selvaggi degli Stati Uniti: non sapevo nulla di scienze forestali, non conoscevo le ruvide vertigini delle montagne. Da bambino, ero stato nelle Alpi. Tommy mi disse di aprire un sentiero, oltre il bosco, verso il ghiacciaio. Partii con una sega, un’ascia, cibo nello zaino per una settimana”. Così scrive Kenneth in uno dei suoi reperti autobiografici; che sono, poi, l’autobiografia di un paese, tra vendemmia di vento e metropoli nell&#8217;urlo.</p>



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<p>Fronte ampia, baffi geroglifici, occhi pieni di pietà. Kenneth Rexroth pubblica il primo libro importante nel 1940, s’intitola&nbsp;<em>In What Hour</em>. Introdotto alla poesia da Louis Zukofsky, diventerà amico di Lawrence Ferlinghetti.&nbsp;<strong>A San Francisco, il 7 ottobre del 1955, è Rexroth il gran cerimoniere del leggendario “Six Gallery reading”, quello in cui Allen Ginsberg legge&nbsp;<em>Howl</em>, specie di Pentecoste dei Beat.</strong>&nbsp;Quando qualcuno gli dice di essere stato il profeta dei Beat, il Giovanni Battista di quella generazione di imbestiati e ‘battuti’, Rexroth si ribella – li credeva, Kerouac, Ginsberg &amp; Co., tumefatti dalla fama, affratellati ai santi, in fondo, dei traditori. Lui era rimasto ciò che era: un uomo docilmente ribelle ai canoni imposti, un anarchico, un ulisside cercatore. Più prossimo al medianico Ezra Pound che al mediatico ribellismo di quella&nbsp;<em>generation</em>, Rexroth aveva tracciato da tempo la sua via verso Oriente: autodidatta, avventuriero dalla mente Bucefalo, per la New Directions aveva tradotto&nbsp;<em>One Hundred Poems from the Japanese</em>&nbsp;(1955) e&nbsp;<em>One Hundred Poems from the Chinese&nbsp;</em>(1956).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="689" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-103077" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_-600x871.jpg 600w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>Implacabile poligrafo, animato da una curiosità, si direbbe, animalesca, Rexroth ha tradotto García Lorca e Machado, Pierre Reverdy e Antonin Artaud, Basho e Wang Wei, Saffo e Leopardi (<em>L’infinito</em>&nbsp;attacca così: “This lonely hill has always/ Been dear to me, and this thicket&nbsp;/ Which shuts out most of the final/ Horizon from view…”). Nella prefazione a&nbsp;<em>The Phoenix and the Tortoise&nbsp;</em>(1944) dichiarò di rifarsi “a fonti ellenistiche, bizantine e tardo romane – e a Marziale”. La poesia si sviluppava secondo “un più o meno sistematico, più o meno preciso punto di vista”; il poeta dichiarava il proprio “senso di disperazione e di abbandono di fronte al collasso di un intero sistema di valori culturali”. La raccolta era dedicata a David Herbert Lawrence – “morto nel tentativo di rifondare una famiglia spirituale” – e ad Albert Schweitzer, “l’uomo che, in questi tempi, ha realizzato il sogno di Leonardo da Vinci – Leonardo, che morì impotente, lasciando i suoi progetti a metà, che ha dimostrato che la volontà umana è una porta troppo stretta perché una persona possa forzarla verso l’universale”.&nbsp;</p>



<p>Infaticabile ‘molestatore’ culturale, nel 1949 Rexroth firma un’antologia che raduna il meglio dei&nbsp;<em>New British Poets</em>, dedicata, in parti uguali, a James Laughlin, il suo editore, e, “come sempre”, alla moglie, Marie. Lì, senza tema di discepoli, sono stivati i poeti che seguono il dominio di Eliot e di W.H. Auden: George Barker e Hugh Macdiarmid, Lawrence Durrell e David Gascoyne, Stephen Spender e Denise Levertov. Il cuore dell’antologia è Dylan Thomas (“Non c’è dubbio che sia lui il giovane poeta più influente che scriva oggi in Inghilterra. L’unanimità con cui tutti, tranne gli irriducibili stalinisti e i versificatori domestici, da rivista, lo indicano come il più formidabile fenomeno della poesia contemporanea è semplicemente sbalorditiva”); mirabili le pagini introduttive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dylan Thomas è sfacciato. Non si mostra mai a cuore aperto. Ti prende per il collo. Ti incunea il cuore in gola. Ti colpisce il muso con un cuore sanguinante e odoroso, un cuore pieno di vermi e di aghi, di nerosangue, spinato, il cuore di un lupo mannaro… Dylan Thomas scrive come se non avesse mai incontrato essere umano, come se non conoscesse lo spazzolino da denti. Non c’è nulla di male in questo. Egli è un capo selvaggio che guida la sua spedizione di cacciatori, per fare lo scalpo ai visi pallidi. Appartiene a una stirpe di eroi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In fondo estraneo ai patronimici della fama, ai club, alle combine dei premi, spesso disperso in piccole edizioni d’arte, Rexroth ha scritto di William Blake e di Rimbaud, dei canti dei nativi americani e del jazz, di Isaac B. Singer e della controcultura americana, dell’Ecclesiaste e della Cabbala. Un suo saggio sonda i legami tra Coleridge e lo Zen; un articolo pubblicato sul “San Francisco Examiner” – di cui era editorialista – s’intitola&nbsp;<em>The Tao of Fishing</em>, esce nell’agosto del 1960: il mese prima si era occupato del teatro Kabuki e di Samuel Beckett. È difficile, intendo, trovare un poeta dagli interessi tanto poliedrici ed eterogenei: leggere Rexroth è una gioia del cervello, obbliga a una perpetua gimkana tra comodità e convenzioni, è un poeta sempre in allarme, Rexroth, è un poeta-sentinella, alle pendici di un evo appena intuito. Ha scritto, con la stesso assiduo, generoso genio, con l’audacia del perpetuo dilettante, del bambino eterno, di Simone Weil e degli haiku, di Matteo Ricci, il gesuita nato a Macerata che partì nel Cinquecento ad evangelizzare la Cina, e delle lettere di Van Gogh.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="579" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624.webp" alt="" class="wp-image-103078" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624.webp 579w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624-174x300.webp 174w" sizes="(max-width: 579px) 100vw, 579px" /></figure>



<p>In Italia, tuttavia, Rexroth è per lo più un paria. L’ho conosciuto grazie a Flavio Santi: nel 1999, per Marcos y Marcos, ha curato l’antologia&nbsp;<em>Su quale pianeta</em>; esiste, ormai, nel mercato secondario.&nbsp;<strong>InternoPoesia, per la cura di Francesco Dalessandro, pubblicherà un mannello di “poesie scelte” come&nbsp;<em>Lasciati celebrare</em>.</strong>La celebreremo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Cristina Giorcelli ha scritto che Rexroth, “Tenace oppositore del materialismo contemporaneo, nutrì palingenetiche speranze nelle filosofie orientali e nella poesia. Nella sua visione, mistica e sensuale a un tempo, la poesia costituisce l’atto comunicativo, ‘sacramentale’, per eccellenza: in poesia, infatti, il suono, il ritmo, l’attenzione alla calligrafia (quale si rivela nella resa grafica delle traduzioni di Rexroth di poesia cinese e giapponese), la cura tipografica del testo, devono partecipare all’‘estasi del senso’”.&nbsp;</p>



<p>In appendice, diamo minimo conto dell’affinità tra Rexroth e il mondo orientale: le sue traduzioni dicono – poundianamente – di un’armonia da lotofago, l’ingordigia della bellezza. Il poeta che traduce divorando.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-1024x1024.webp" alt="" class="wp-image-103079" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-1024x1024.webp 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-300x300.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-150x150.webp 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-768x768.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-600x600.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-100x100.webp 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1.webp 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Rexroth morì a Santa Barbara nel giugno del 1982. Poco prima, si era convertito al cattolicesimo; nel 1978 aveva pubblicato come&nbsp;<em>The Burning Heart</em>&nbsp;una selezione di “poetesse giapponesi”. Fu una raccolta di successo, poi ripresa da New Directions: per la prima volta, si squarciavano i paraventi di un’era remota, di una femminilità irredenta.&nbsp;<em>The Love Poems of Marichiko</em>&nbsp;pareva un’appendice a quell’assiduo lavoro di ricerca. Le poesie sono delicatissime, scritte su veli di carta, da mollare ai venti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Fare l’amore con te<br>è come bere acqua di mare.<br>Più bevo<br>più sete mi setaccia<br>niente può placarla, se non:<br>bere il mare per intero”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E un giorno, sei pollici di<br>cenere sarà ciò<br>che resta del nostro incendio<br>mentale, di tutto il mondo creato,<br>di questo amore, l’origine<br>la dissipazione”</strong></p>
</blockquote>



<p>Dietro il volto della giovane poetessa contemporanea Marichiko, si nascondeva Kenneth Rexroth. Estremo gioco d’ombre di un cannibale del linguaggio. Rexroth eccelleva nella poesia d’amore; l’arte dei famelici.</p>



<p>**</p>



<p><strong>GIAPPONE</strong></p>



<p><strong>Yosano Akiko</strong></p>



<p>(1878-1942)</p>



<p>Neri i capelli<br>in mille rivoli annodati<br>annodati i capelli annosi<br>annodati nodosi ricordi<br>delle nostre infinite notti d’amore.</p>



<p>*</p>



<p>L’autunno sfiorisce:<br>nulla dura per sempre.&nbsp;<br>Il fato sfata le nostre vite.<br>Accarezza i miei capezzoli<br>con le tue mani da manovale.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Cogli i miei seni<br>squarcia ogni mistero<br>un fiore esplode<br>è cremisi e profuma.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Fukao Sumako</strong></p>



<p>(1895-1974)</p>



<p><em>Casa luminosa</em></p>



<p>Che casa luminosa:<br>nessuna stanza è resa al buio.</p>



<p>La casa si erge alta<br>sulle scogliere, scandita<br>come un faro.&nbsp;</p>



<p>Quando arriva la notte<br>depongo una luce<br>una luce più grande del sole e della luna.</p>



<p>Pensa&nbsp;<br>al mio cuore che si flette<br>quando con dita tremanti<br>accendo un fiammifero nella sera.</p>



<p>Sollevo il petto<br>inspiro ed espiro al rumore dell’amore<br>come la figlia del guardiano del faro.&nbsp;</p>



<p>Questa è una casa luminosa.<br>Voglio creare un mondo<br>che nessun uomo può costruire.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Noriko Ibaragi</strong></p>



<p>(1926-2006)</p>



<p><em>La mente di una bambina</em></p>



<p>Ecco cosa aveva in mente una bambina:<br>perché la schiena delle mogli<br>odora così forte di magnolia<br>o di gardenia?&nbsp;<br>Cos’è&nbsp;<br>quel futile velo di nebbia<br>sulle spalle delle mogli?<br>Ne voleva avere&nbsp;<br>quella meravigliosa cosa<br>che alle vergini è vietata.&nbsp;</p>



<p>La bambina crebbe<br>divenne moglie – fu madre.&nbsp;<br>Un giorno capì:<br>la tenerezza<br>che si ammucchia sulle spalle delle mogli<br>non è che fatica<br>di amare – amare giorno dopo giorno.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="609" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-103080" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_-600x985.jpg 600w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>CINA</strong></p>



<p><strong>Huang O</strong></p>



<p>(1498-1569)</p>



<p><em>Sopra la melodia “Nuvole imbizzarrite”</em></p>



<p>Hai tenuto il mio fiore di loto<br>tra le labbra, hai slabbrato<br>il pistillo. Abbiamo rubato<br>un frammento del magico corno<br>del rinoceronte: insonni<br>per tutta la notte – per tutta<br>la notte la cresta leonina del gallo&nbsp;<br>si è fermata. Per tutta la notte l’ape<br>si è incuneata tremando tra gli stami<br>del fiore. Oh mio dolce gioiello!<br>Soltanto il mio signore domina<br>sul sacro stagno di loto:<br>ogni notte fa esplodere in me<br>i suoi fiori di fuoco.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Sun Yün-Feng&nbsp;</strong></p>



<p>(1764-1814)</p>



<p><em>Sulla strada, attraversando Chang-te</em></p>



<p>L’anno scorso ho attraversato questo luogo:<br>mi è piaciuto e sono felice di esserci ancora.&nbsp;<br>Il mercato del pesce si inabissa tra ombre blu.<br>Da una locanda con il tetto di paglia<br>si snoda il fumo del tè.&nbsp;<br>Le sabbie, a riva, interrano<br>la bianca luna: il fiume sussurra.<br>I salici attendono il verde<br>della ventura primavera.<br>I versi di una poesia mi lacerano.<br>L’ho preteso: fermi per un po’, destriero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Viaggio tra le montagne&nbsp;</em></p>



<p>Il vento occidentale invita alla nostalgia:<br>la polvere del carro sale fino alle nubi – è sera.&nbsp;<br>Le cicale fischiano tra le foglie ingiallite.&nbsp;<br>Al tramonto l’ombra di un uomo è spaventosa<br>come una montagna – gli uccelli si ritirano tra i greti del sonno.<br>Vago senza fermarmi – ho perso la via di casa.<br>Mentre ammiro il fiume, un brivido<br>d’invidia per il pescatore che siede<br>in solitudine: pensa pensieri eleganti, senza peso.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Qiu Jin</strong></p>



<p>(1875-1907)</p>



<p><em>Una lettera alla Signora T’ao Ch’iu</em></p>



<p>Sono sola con la mia ombra<br>mormoro e scrivo strani&nbsp;<br>caratteri nell’aria, come Yin Hao.&nbsp;<br>Vino e malanni non mi spezzano<br>non soffro per chi non c’è più:<br>per avere ragione del mio cuore<br>Li Ch’ing-chao ha messo sotto&nbsp;<br>torchio una città intera.<br>Nessuno può capirmi:<br>le mie visioni superano quelle<br>degli uomini che mi stanno al fianco –&nbsp;<br>ma sopravvivere è impossibile.&nbsp;<br>A cosa serve il cuore di un eroe<br>in abiti femminili?<br>Il mio destino è il rischio:<br>imploro il Cielo – le eroine<br>del passato hanno mai&nbsp;<br>conosciuto l’invidia?</p>
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		<title>“Realizzare l’individualità sommersa dal conformismo”. Pop/Beat: il lato rivoluzionario dell’arte italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/pop-beat-roberto-floreani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 03:55:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Pop Art]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Floreani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra – a dirne l’aspetto meno spettacolare, bensì brutale – un viaggio in ciò che avrebbe potuto essere. A vincere, sappiamo, sono state le ragioni del conformismo e del consumismo – cioè, in fondo, quelle strettamente ideologiche –, del turista teleutente, dell’intellettuale onnisciente, ben impiegato nell’impegno. La mostra Pop/Beat Italia 1960-1979, in atto alla Basilica [&#8230;]</p>
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<p>Sembra – a dirne l’aspetto meno spettacolare, bensì <em>brutale</em> – un viaggio in <em>ciò che avrebbe potuto essere</em>. A vincere, sappiamo, sono state le ragioni del conformismo e del consumismo – cioè, in fondo, quelle strettamente ideologiche –, del turista teleutente, dell’intellettuale onnisciente, ben impiegato nell’<em>impegno</em>.</p>



<p>La mostra <a href="https://www.mostrapopbeat.it/la-mostra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Pop/Beat Italia 1960-1979</strong>, <strong>in atto alla Basilica Palladiana di Vicenza</strong></a>, si muove entro due confini-totem (1960: esce <em>La dolce vita</em> di Federico Fellini; 1979: a Castelporziano va in scena l’orgasmo lirico del “Festival internazionale di poesia” con, tra i tantissimi, Ferlinghetti, Ginsberg, Burroughs e vari guru beat) e mette in chiaro tre cose di sgargiante <em>inattualità</em>:</p>



<p><strong>A.</strong> L’autorevolezza ‘adamitica’ della Pop italiana – Mimmo Rotella, Enrico Baj, Pino Pascali &amp; Co. – rispetto ad analoghe esperienze, compresa quella (mondialista) americana;</p>



<p><strong>B.</strong> I legami indiscussi tra la Pop italiana e il Futurismo (tanto da poter definire i suoi eroi Neo-futuristi);</p>



<p><strong>C.</strong> Il genio autarchico (e anarchico) della Beat ‘all’italiana’, che si muove entro esperienze spesso volutamente (per voluttà politica) obliate, tra Gianni Milano, Andrea d’Anna e Eros Alesi, e l’Antigruppo siciliano di Nat Scammacca, siciliano nato a Brooklyn cent’anni fa, autore di un’esistenza picaresca, straordinaria.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="773" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005-1024x773.jpg" alt="" class="wp-image-99328" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005-1024x773.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005-300x226.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005-768x580.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005-600x453.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240306-WA0005.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La mostra – che, va detto per non funestare la visita, folgora di curiosità il passante anche se ne togliamo il ‘clima’ culturale, è bella di per sé – racconta, per chi ha voglia di ascoltare, una storia ‘altra’ della nostra cultura. Ad esempio, si diceva, quella dell’Antigruppo siciliano che a suon di manifesti teorici in ciclostile (in mostra) osteggiò – con anarchica genialità e coraggio – l’empito neoavanguardista (cioè, nei ranghi del tempo presente) del Gruppo 63. Erano più avanguardisti i banditi dell’Antigruppo: leggere per credere. Locale, underground, con uno sguardo sugli strati sonnambuli e sotterrati della cultura italiana, l’Antigruppo ebbe anche una sua drittura internazionale (in Scozia e negli Usa, per dire), accoglierà testi sparsi di Sciascia, Danilo Dolci, Ignazio Buttitta.</p>



<p>Altro documento a suo modo esemplare: il romanzo lisergico del beat milanese Andrea D’Anna, <em>Il paradiso delle uri</em>, uscito per Feltrinelli nel 1967, introdotto da Fernanda Pivano (potete leggerlo, per cura di Alessandro Manca, nelle edizioni Strade Bianche di Stampa Alternativa), di cui la ‘quarta’ dice ciò:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A questo tipo di costruzione fantastica, basata sull’ambiguità e frutto dell’immaginazione alterata dalla droga D’Anna aderisce fino in fondo, sino ad aprire un filone praticamente finora inventato. Alle proprie spalle l’autore non ha un vasto curriculum letterario, ma nonostante la giovane età, ha un passato movimentato e avventuroso; allontanatosi da scuola e famiglia a diciassette anni, a diciannove era già nel cuore dell’Africa, dove ha vissuto in zone diverse per lunghi periodi, facendo esperienze di cui si trova il segno in questo romanzo, ambientato in una Africa allucinata, surreale e indimenticabile”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Una meraviglia; da usare come scorno e antidoto alle stregonerie letterarie odierne da Premio Strega.</p>



<p>Ma questi sono meri spunti, quelli che al primo nostro tocco incantano.</p>



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<p>La mostra, polimorfica – catalogo Silvana Editoriale –, è ideata da <strong>Roberto Floreani</strong>, artista di lunga e vasta esperienza (è tra i grandi concettuali in Italia), teorico dell’arte <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/roberto-floreani-astrazione-come-resistenza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(<em>Astrazione come Resistenza</em>, De Piante, 2021)</a>, studioso, tra l’altro, del Futurismo (ricordiamo <em>Futurismo antineutrale</em>, 2010, e la biografia programmatica <em>Umberto Boccioni. Arte-vita</em>, 2017). Da sempre affascinato dal legame tra prassi artistica e teoria – potremmo dire: la disciplina che presiede il gesto, che ne indirizza l’esito – Floreani conferisce alla mostra l’estro della propria ricerca personale. Non è dunque, questo, il risultato musivo di un critico che <em>studia</em> l’arte ma di un uomo che l’arte la <em>vive</em>, artista che si prende cura di altri artisti.</p>



<p>Dunque, lo abbiamo interrogato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="643" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-1024x643.jpg" alt="" class="wp-image-99329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-1024x643.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-300x188.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-768x482.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-1536x964.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037-600x377.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0037.jpg 1721w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lui è Roberto Floreani</figcaption></figure>



<p><strong>All’ingresso della mostra troneggia un tabellone con una frase di Carmelo Bene: “Per capire un poeta, un artista, a meno che questo non sia solo un attore, ci vuole un altro poeta e ci vuole un altro artista<em>”</em></strong><strong><em>. </em></strong><strong>Pare una frase che sottintende il senso dell’intero progetto Pop/Beat?</strong><strong></strong></p>



<p>La frase di Carmelo Bene è una dichiarazione d’intenti in quanto artista che parla di altri artisti, riprendendo quella funzione teorica dell’artista che ha precedenti decisivi in tutta l’arte moderna e contemporanea. Le figure di Umberto Boccioni, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Emilio Villa, Ettore Colla, Piero Dorazio e moltissimi altri sono infatti risultate decisive per l’interpretazione del cammino dell’arte: senza i quattro manifesti di Boccioni su pittura, scultura e architettura il Futurismo sarebbe restato un esercizio di rinnovamento sociale, senza i manifesti dello Spazialismo di Fontana e i due numeri della rivista <em>Azimuth</em> di Manzoni e Castellani non ci sarebbe stato accesso al Concettuale rispetto alla pittura. <strong>Da parte mia l’approfondimento teorico, votato spesso al Futurismo, rappresenta un’occasione di crescita individuale che si riverbera sempre positivamente sulla mia ricerca in ambito artistico</strong>. Nel caso specifico di questo progetto, ho voluto dare voce a ciò che i 35 artisti selezionati raccontavano della loro ricerca e ciò che ne è risultato è una visione diversa del fenomeno Pop italiano, o meglio del Neo-Futurismo italiano, secondo un’intuizione del critico americano Alan Jones, già nel 1963: “L’energia dell’arte italiana non aveva paragone in nessun altro paese d’Europa […] Come una co-produzione tra Cinecittà e Hollywood, l’arte Pop si stabilisce come una joint venture tra Roma e New York. Peccato che non si poteva chiamarlo, all’epoca, neo-Futurismo”, alludendo alla sua improponibilità politico/ideologica in quel periodo. Incredibile che i pur non-generosi americani si accorgessero di una statura autonoma dell’arte italiana, nell’ottusità colpevole (e complice) della critica italiana.</p>



<p><strong>L’abbinamento della Pop con il Beat è già stato proposto in Italia?</strong></p>



<p>L’abbinamento Pop-Beat è inedito per l’Italia. All’insegna di quella multidisciplinarietà tanto cara alle avanguardie, ho voluto analizzare quel sentire comune di artisti, poeti, cineasti, musicisti in quel periodo di grande euforia generata dal <em>Boom</em> economico. La data di partenza del 1960, al di là di oggettivi riferimenti storiografici rispetto alle opere, è anche l’anno di uscita del film <em>La dolce vita</em> di Fellini: un autentico manifesto del clima di euforia positiva che attraversava l’Italia in quel periodo. Ma all’interno del racconto sulla misconosciuta beat italiana di Gianni Milano, Aldo Piromalli e molti altri, c’è anche la scoperta definitiva dello sconosciuto Antigruppo siciliano di Nat Scammacca. <strong>Pop e Beat italiani non sono mai stati proposti insieme perché la beat italiana e l’Antigruppo in particolare, sono stati semplicemente oscurati: la prima per ignoranza ed esterofilia congenita nazionale, il secondo per motivi politici, osteggiato dalla sinistra <em>cool </em>e potente del Gruppo 63,</strong> criticato violentemente da una sinistra marxista-leninista di stampo populista (nella sua accezione positiva). Dalle pagine di “Trapani Nuova”, l’Antigruppo sarà consapevole di essere: <em>La freccia contro il carro armato</em>, ma, nonostante l’alta probabilità dell’inevitabile cancellazione, continuerà imperterrito il suo ruolo di emancipazione delle fasce più deboli della società: dai campi, dalle piazze, dalle sagre di paese, dalle scuole. Quanto alla Beat del nord di Gianni Milano, la stessa Fernanda Pivano, mentore riconosciuta della beat americana, orienterà l’attenzione in Italia presentando <strong>e pubblicando nel ’67 con Feltrinelli <em>Il paradiso delle Urì </em>di Andrea D’Anna, l’unico romanzo psichedelico italiano</strong>: <em>Psichedelico sincretico cristiano islamico beat lisergico</em>, come lo definirà Gianni Milano. Decisione tardiva perché la controcultura di quegli anni già identificava in lei la promotrice della cultura americana giudicata imperialistica, contestandola pubblicamente. Quindi abortirà sul nascere proprio quell’antologia beat italiana che pare giaccia da allora nelle segrete di Feltrinelli. Pivano nella lunga prefazione al <em>Paradiso delle Urì</em> annuncerà l’uscita del romanzo successivo <em>Il danno permanente</em> che non avrà mai luce e negl’incontri prima dell’uscita del libro, definirà D’Anna il nuovo Kerouac e Gianni Milano il nuovo Ginsberg, seguendone la via:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Liberarsi dal condizionamento della meccanizzazione, ritrovare la perduta comunicazione tra gli uomini, sganciare la mente per sollevarla verso la Verità, sforzarsi di raggiungere la realtà interiore, realizzare l’individualità sommersa dal conformismo”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Proviamo ad approfondire vita &amp; virtù dell’Antigruppo</strong></p>



<p>Fino ad oggi collocata territorialmente soprattutto al nord, la Beat italiana avrà invece uno sviluppo significativo anche in Sicilia, grazie all’attività dell’Antigruppo di Nat Scammacca, realtà collettivista che si doterà fin dagli esordi di un corposo Manifesto fondativo in 21 punti. La valorizzazione dell’Antigruppo rappresenta un tassello fondamentale per dotare la tendenza beat italiana di un respiro nazionale fino ad oggi mai considerato, di riconoscere ad un nutrito gruppo dell’estremo sud uno spessore teorico pressochè sconosciuto al nord e colpevolmente mai incluso compiutamente nel racconto di quegli anni. <strong>Nat Scammacca redige i <em>21 punti di polemica aperta</em> dove: <em>Chi non è del nostro gruppo è falso</em>, ovvero schiavo di quelle case editrici che si sono allontanate dal popolo, autocelebrandosi nei salotti dorati del capitalismo.</strong> L’Antigruppo di nome e di fatto si oppone al monopolio del Gruppo ’63 di Eco, Pagliarani, Sanguineti, di cui vale ricordare l’atto fondativo proprio a Palermo, egemonico e distante dalla realtà di quella base che avrebbe dovuto invece rappresentare: <em>La loro verità è bugia</em>, quindi. Non casualmente, animato da componenti palermitani, nascerà immediatamente dopo anche l’Antigruppo Palermo, per ribadire le distanze tra due modi opposti di porsi nei confronti del proletariato. <strong>Due saranno i principali obiettivi della polemica: Edoardo Sanguineti, il coordinatore e Umberto Eco, l’affabulatore.</strong> Il documento successivo: <em>Antigruppo 1971. Esistenza</em>, integra il primo con l’estensione della posizione ideologica del gruppo, riportando l’azione poetica al centro con i tre testi seminali: <em>Esistenza Antigruppo</em>, <em>Capogruppo d’Avanguardia</em> e <em>Anno Uno</em>, dove emerge con forza il tenore sociale di ribellione, che si conclude con un significativo: <em>Guai a chi vuol essere padrone! </em>Attività che sarà corroborata dall’uscita lo stesso anno anche della rivista <em>Anti</em>, indispensabile per alimentare il dibattito. Quella dell’Antigruppo sarà una feroce contestazione marxista alla sinistra imborghesita, nonché un’opposizione assoluta al fascismo, ma con evidenti reminiscenze verbali e strutturali riconducibili alla comunicazione dei gruppi futuristi, pur molto attenti all’emancipazione delle estreme periferie nazionali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="608" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0022-608x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0022-608x1024.jpg 608w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0022-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0022-600x1011.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0022.jpg 641w" sizes="(max-width: 608px) 100vw, 608px" /></figure>



<p>Guidati da Nat Scammacca, gli affiliati Crescenzio Cane, Gianni Diecidue, Ignazio Apolloni, Antonio Cremona, Santo Calì, Pietro Terminelli, Emanuele Mandarà, Ugo Minichini, Giuseppe Addamo e molti altri saranno ricevuti nell’aprile del ’73 da Lawrence Ferlinghetti nella libreria City Lights a San Francisco, dove verrà loro attribuito un importante tributo culturale: <em>POPULIST MANIFESTO – for poets with love […] they are a fantastica production!</em> Nonché riconosciuto Scammacca come il più rilevante poeta beat italiano. <strong>Rispetto alla Beat conosciuta fino ad oggi, l’Antigruppo si doterà, negli anni, di testi teorico-popolari d’importante rilevanza sociale</strong>, primo fra tutti <em>Estetica Filosofica Populista dell’Antigruppo siciliano</em>, che supportato dai ciclostilati <em>Antigruppo 1971 – Esistenza</em> e <em>Antigruppo – 21 punti di polemica aperta</em>, rappresentano la testimonianza più concreta dell’autonomia espressiva, sociale e movimentista della poetica beat italiana, rispetto a quella americana. Nat Scammacca e i suoi sodali s’identificano in un movimento che vuole intervenire nel sociale per una sua evoluzione/rivoluzione espressiva e culturale, guardando (consapevolmente o meno) in modo significativo al Futurismo, unica avanguardia autenticamente rivoluzionaria italiana.</p>



<p><strong>Rispetto alla tua attività artistica, quali sono le priorità che ti sei dato per realizzare questo progetto?</strong></p>



<p>Ho voluto fortemente che fosse una mostra spettacolare, che privilegiasse i grandi formati e che includesse il numero massimo di artisti possibile negli oltre 1000 metri quadri dell’incredibile spazio della Basilica Palladiana. <strong>Priorità assoluta è stata data alle dichiarazioni degli artisti, al “non detto” dai libri di testo e mai raccontato dalle molte altre mostre sulla Pop italiana realizzate in Italia.</strong> Da questo “non detto” emergono risvolti chiarificatori che la critica non ha affrontato, come la dichiarazione che Schifano farà a Moravia, che lo punzecchiava sul contrasto tra la militanza dichiarata e la sua ricchezza personale: “Ma io non sono comunista! Non sono mica Guttuso”. Dichiarazione che non sminuisce certo la sua condivisione col Movimento, le sue opere farcite di bandiere rosse, le falci e i martelli, riproposte anche nel suo film <em>Umano non Umano</em>, con la performance di Franco Angeli che ne tratteggia con la calce una enorme sul versante di una collina: non sono che tributi all’immagine e non al suo significato. Così le opere che replicano la Esso sono segnali di energia e non tributi ad un’americanità vissuta solo come interesse culturale, senza alcuno spirito di emulazione. <strong>Conformi a quel provocatorio Neo-Futurismo evocato da un americano testimonia la serie infinita di Schifano dedicati al Futurismo rivisitato, al dinamismo di Balla, alla figura di Boccioni;</strong> c’è Fabio Mauri, che, pur di religione ebraica, riproporrà una spettacolare Serata Futurista nel 1980: <em>Deciso a sfidare un certo oblio storico che non cessava di stupirmi</em>; Renato Mambor citerà più volte lo spirito futurista: “Voglio fare tutto, ballare, cantare, scrivere, recitare, fare il teatro, il cinema, la poesia […] ma voglio farlo da pittore, perché dipingere non è un modo di fare, ma un modo di essere”; c’è l’omaggio di Aldo Mondino al suo maestro futurista Gino Severini, la dichiarazione inequivocabile di Titina Maselli: <em>Voglio dipingere energia</em>; la costruzione dell’immagine di Giosetta Fioroni e molto altro. Neo-futurismo di fatto, quindi, anche se ci si trova per forza d’accordo sul fatto che il neologismo, oltre a evidenti problemi di natura ideologica, sarebbe stato una <em>diminutio</em> inaccettabile rispetto ad un gruppo tanto esteso quanto spettacolare, sicuramente non accettabile ma sicuramente migliore dello scialbo Neo-Oggettivi, coniato dalla critica <em>illo tempore</em> e infatti evaporato, sostituito dalla sudditanza Beat cui gli artisti si dovranno rassegnare, pur rifiutandola espressamente. Oggi non è certo compito mio coniare un termine comune che, ad ogni modo, risulterebbe pietoso e fuori tempo massimo. Ma rilevare oggi l’enorme occasione perduta (o concordata…) dalla critica è cosa buona e giusta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-99331" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG-20240416-WA0032.jpg 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Quel</strong> <strong>che infine ne scaturisce presenta dunque caratteristiche diverse rispetto ai progetti sulla Pop realizzati finora…</strong></p>



<p>Come si diceva, per decenni si è preferito collocare la Pop italiana in una zona di sudditanza artistica rispetto alla Pop americana, seccamente rifiutata dai protagonisti, quando gli stessi americani avevano riconosciuto dignità paritaria ai cinque artisti italiani presenti alla Galleria Sidney Janis di New York nel 1962 (Baj, Rotella, Schifano, Festa, Baruchello) quando i futuri pop americani si chiamavano ancora Nuovi Realisti. La presenza italiana rappresenterà quasi il 50% degli artisti invitati: gli altri sei saranno i celeberrimi: Warhol, Lichtenstein, Oldenburg, Dine e Rosenquist. Dopo la campagna museale massiccia sulla nascente Pop americana del ’63 negli Stati Uniti, la Biennale del ’64 si presentava come un’occasione irripetibile per la critica nazionale di accreditare la formidabile ricerca italiana nella sua legittima autonomia. <strong>Gli americani approdavano nell’Europa delle Avanguardie storiche, di Matisse, Cézanne, Fontana, ancora con la valigia di cartone: serviva loro un riconoscimento culturale europeo, al resto ci avrebbero pensato da soli. Puntualmente, disciplinatamente, la Biennale di Venezia conferirà il Leone d’oro a Robert Rauschenberg</strong>, inserito fuori concorso e le cui opere approderanno in laguna con una nave militare, ignorando del tutto i nostri artisti e relegandoli, lo stesso anno, in una insulsa rassegna alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna etichettata come Neo-oggettività. Il resto è storia, con l’italiano sempre pronto a omaggiare e a servire lo straniero di turno.</p>



<p><strong>Quali sono gli aspetti distintivi in questo racconto?</strong></p>



<p>La priorità della mostra è quella reclamata da pressoché tutti gli artisti esposti che dichiarano i loro intenti in modo inequivocabile. La Pop italiana declinerà l’immagine riferendosi anche ai nuovi media, al cinema, alla televisione, alla pubblicità, al prodotto, ma con una forte attenzione alla tradizione rinascimentale, <strong>declinando le intuizioni del Futurismo, citando le bellezze architettoniche e paesaggistiche nazionali e approdando al movimentismo del Sessantotto in modo esplicito, distantissimo dalla mercificazione della Pop americana.</strong> Del resto lo stesso Roy Lichtenstein, star della Pop Art americana, già nel 1963, dichiarerà: <em>La Pop Art non è americana, è l’arte della Rivoluzione Industriale.</em></p>



<p><strong>Quanti artisti, quante opere e che provenienza hanno?</strong></p>



<p>Disponendo di tempi ristretti e quindi temendo ritardi non rimediabili, ho privilegiato le collezioni museali che includono già le mie opere: provengono dalle collezioni di Intesa/Gallerie d’Italia, dal Mart di Rovereto, dal Mambo di Bologna, nonché da fondazioni, gallerie, privati e pressoché da tutti gli archivi dei rispettivi artisti, che hanno aderito con entusiasmo al progetto avendovi ritrovato un’apertura diversa rispetto alle singole ricerche.</p>



<p><strong>Dopo il Futurismo la Pop e il Beat, cos’altro ti piacerebbe proporre? Rispetto alla tua ricerca, invece, cosa stai preparando?</strong> </p>



<p>Considero i progetti riguardanti altri artisti incursioni periodiche che vivo come un processo di crescita culturale e personale. Per questo motivo la mia ricerca individuale d’artista rimane la priorità assoluta. Da oltre un anno sto lavorando ad un nuovo sviluppo del mio lavoro che considero basilare nella mia ricerca ormai ultra-quarantennale. Le nuove opere rappresentano una sorta di sintesi artistica che proviene da lontano, dalle origini dell’Astrattismo, ma riformulata con suggestioni filosofiche e teologiche, <strong>sempre attento all’assunto che ogni opera possa veicolare un messaggio di natura spirituale</strong>, <strong>organico ai presupposti fondativi dell’Astrazione e al suo orientamento originario di natura spirituale.</strong> Ogni svolta significativa della mia ricerca è sempre stata presentata con una mostra museale: al Museo Revoltella di Trieste nel 2003 per la nascita del <em>Concentrico</em>, tutt’oggi mia “sigla” distintiva; così per l’introduzione delle grandi installazioni al Centro Internazionale di Palazzo Te a Mantova; per <em>Alchemica</em> al Museo MaGa di Gallarate; per l’inserimento del Klein Blu alla Gran Guardia di Verona. Le nuove opere hanno un retroterra teorico altrettanto importante che sottende il progetto pittorico: lo sto delineando nei dettagli per poterlo proporre a qualche istituzione museale.</p>



<p><em>*In copertina, per concessione della mostra Pop/Beat: Tino Stefanoni, Imbuto, 1971, Archivio Tino Stefanoni</em></p>
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		<title>“Non moriranno mai”. Elogio – con poesie – di Gregory Corso</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2022 04:18:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È il 1956 quando a San Francisco Gregory Corso ritrova Allen Ginsberg – conosciuto nel 1950 al Village, dove si era trasferito uscito dai tre anni di carcere che lo convertirono alla poesia</strong> – e, dopo che «Ferl – cioè Lawrence Ferlinghetti – mi chiese un libro», parte con lui per il Messico. «Là», dice Corso, «scrissi la maggior parte di <em>Gasoline</em>», che esce nel ’58 e che dopo più di sessant’anni – gioia delle librerie dell’usato – mi torna tra le mani in una vecchissima edizione di poco più tarda.</p>
<p><strong><em>Gasoline</em> è, con <em>Howl</em> di Ginsberg e <em>A Coney Island of My Mind</em> di Ferlinghetti, uno dei libri seminali della poesia beat – del suo farsi nel tempo tradizione, passando da mezzo di rottura a patrimonio linguistico comune.</strong> Ma se proprio l’oggettiva importanza storica, unita al tempo trascorso, ne suggeriscono l’acquisizione al novero delle opere più citate che lette, che effetto fa invece a <em>leggerlo</em> oggi? A leggerlo davvero, quando la tradizione linguistica che ha contribuito a fondare è già a sua volta sorpassata e fatta maniera?</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90282 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/gasoline-gregory-corso_1_1e2ab5af60ec65e0437f7370bf63175f-300x198.jpg" alt="" width="606" height="400" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/gasoline-gregory-corso_1_1e2ab5af60ec65e0437f7370bf63175f-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/gasoline-gregory-corso_1_1e2ab5af60ec65e0437f7370bf63175f-1024x675.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/gasoline-gregory-corso_1_1e2ab5af60ec65e0437f7370bf63175f-768x506.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/gasoline-gregory-corso_1_1e2ab5af60ec65e0437f7370bf63175f.jpg 1487w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></p>
<p><strong>Beh, per cominciare mantiene integra una sensazione di freschezza. Sembra incredibile, ma anche uno come me – che poco o male traffica coi versi da venticinque anni e qualcosina, poco e male, ovvio, ne conosce</strong> – ecco, anche uno come me cui il grido post-adolescenziale «ODIO I VECCHI POETI» (<em>I am 25</em>) non farebbe alcun effetto se non una gran noia, non può non restare ammirato e travolto dalla freschezza che questo grido, o meglio i suoi esiti, ancora promana. Perché se a dire <em>odio i vecchi</em> qualunque adolescente o tardoadolescente è buono, sono invece rari quelli capaci di prenderne il posto, di diventare cioè i <em>nuovi vecchi</em> senza consumare la verità profonda della propria e altrui giovinezza. E <em>Gasoline</em> è sì l’opera di un giovane uomo che odia i vecchi poeti, ma la prova del tempo ci mostra come sia stata capace di diventare vecchia senza monumentalizzarsi: istituzionalizzata, certo, ma ancora in grado di farsi pietra di paragone, insegnamento, compagnia viva a chi voglia imparare a leggere e scrivere poesia oggi. E non tanto per quella giusta dose di storicità che ogni lotta con la lingua richiede – storicità, si badi, <em>non</em> storicismo; non per quello, ma per la vivezza delle sue proposte linguistiche, della sua architettura immaginativa. Per la sua capacità, insomma, di offrire strumenti espressivi a quanti bramino catturare un brandello di realtà, di inoltrarsi in quell’impossibile ma necessaria caccia alla verità di se stesso che l’uomo è.</p>
<p><strong>In mezzo a questa gamma di strumenti c’è un trittico, in particolare, che ispirandosi a tre dipinti – la <em>Primavera</em> botticelliana, una <em>Crocifissione</em> di Teodoro di Praga e <em>La battaglia di San Romano</em> di Paolo Uccello – ci fa vedere una volta di più come l’arte, la grande arte, sia, se non un fattore di con-creazione della realtà, quanto meno una sua incarnazione, un suo fattore disvelante. </strong>Il primo pannello, <em>Botticelli’s «Spring»</em>, ci presenta un’annoiata Firenze in cui la primavera tarda ad arrivare o anche solo a dare un cenno – un’annoiata e nervosa Firenze in cui con licenza spazio-temporale converge l’intero Rinascimento coi suoi prodromi e la sua maturità – finché Botticelli «apre la porta del suo studio» e noi sappiamo – Corso non lo scrive ma ce lo lascia immaginare – noi sappiamo che da quello studio uscirà una primavera più reale di ogni primavera, la primavera-archetipo che l’esperienza fa intuire presente ma che solo l’arte può fissare. Un’eternizzazione, un’universalizzazione che anche Teodorico di Praga, in <em>Ecce homo</em>, opera. Il suo è uno dei «molti dipinti» sul soggetto visti e «tutti scordati»: «le stesse inflizioni, / (…) / la stessa faccia triste»; ma questo diversamente dagli altri non si scorda, qui il miracolo dell’arte eterna e disvela, «i frammenti di vecchie ferite (quasi sanate) / (…) / rispondono a sufficienza», arrivano a farci vedere come «i chiodi attraversarono l’uomo fino a Dio».</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90283 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/benzina-184x300.jpg" alt="" width="335" height="546" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina-627x1024.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina-768x1254.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina-941x1536.jpg 941w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina-1255x2048.jpg 1255w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/benzina.jpg 1536w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /></p>
<p><strong>È il miracolo ipostatico dell’arte – <em>maxime</em> della poesia: di una realtà invisibile che viene catturata, come in negativo, e che si fa presente, viva, eterna.</strong> Quella stessa invisibile realtà per cui alla vista della <em>Battaglia di San Romano</em> – ed ecco <em>Uccello</em>, ultimo pannello del trittico – la prima cosa che viene in mente è che nessuno su quel campo di battaglia potrà davvero mai morire. Perché se il tempo consuma, l’eternità salva: e quel dipinto è già eternità, imperativo estetico e perciò morale – attrattiva, desiderio di comunione con l’essere, dentro il tempo, al di là del tempo: «Quanto vorrei unirmi a una tale battaglia / un uomo d’argento su un nero cavallo con rosso stendardo e lancia / striata per non morire ma essere eterno / un principe d’oro di una guerra dipinta».</p>
<p><strong><em>Daniele Gigli</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Botticelli’s «Spring»</em></strong></p>
<p>Di primavera nemmeno un cenno!<br />
Sentinelle fiorentine<br />
da campanili ghiacciati<br />
cercano un segno –<br />
Lorenzo sogna di svegliare uccelli azzurri,<br />
Ariosto si succhia il pollice.<br />
Michelangelo è seduto in mezzo al letto<br />
…niente di nuovo lo sveglia.<br />
Dante si tira indietro il cappuccio di velluto,<br />
ha gli occhi scuri e tristi.<br />
Di primavera nemmeno un cenno!<br />
Leonardo misura coi passi la sua stanza insopportabile<br />
…butta un occhio arrogante sulla neve dura a morire.<br />
Raffaello entra in un bagno caldo<br />
…i suoi lunghi capelli di seta seccati<br />
per il poco sole.<br />
Aretino ricorda la primavera a Milano; sua madre,<br />
che adesso, sulle dolci colline milanesi, dorme.<br />
Di primavera nemmeno un cenno! Nessuno!<br />
Ah, Botticelli apre la porta del suo studio.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Ecce homo</em></strong></p>
<p><em>– dipinto di Teodorico – </em></p>
<p>Nelle mani e nei piedi feriti<br />
i frammenti di vecchie ferite (quasi sanate)<br />
come mandorle nere incrostate<br />
rispondono a sufficienza –<br />
i chiodi attraversarono l’uomo fino a Dio.</p>
<p>La corona di spine (che idea superba!)<br />
la ferita al costato (che atrocità)<br />
penetrano soltanto l’uomo.</p>
<p>Ho visto molti dipinti di questo;<br />
le stesse inflizioni,<br />
soggetto di prova: <em>ecce signum</em>,<br />
la stessa faccia triste:<br />
li ho tutti scordati.<br />
O Teodorico, giovinezza, incertezza, mia colpa – ma tua!<br />
Che pena! Questa,<br />
impossibile da scordare.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Uccello</em></strong></p>
<p>Non moriranno mai sopra quel campo<br />
né l’ombra dei lupi chiamerà a raccolta le loro orde come spose di grano<br />
da ogni orizzonte      lì aspettando che si consumi la fine della battaglia<br />
Non ci saranno morti a tendere le loro pance molli<br />
né mucchi di cavalli inamidati a scheggiare di rosso i loro occhi lucenti<br />
o accrescerne il pasto di morte<br />
Morirebbero di fame con lingue impazzite<br />
prima di credere che su quel campo nessun uomo muore</p>
<p>Non moriranno mai – questi che combattono così abbracciati<br />
fiato per fiato     occhio nell’occhio     impossibile morire<br />
o muoversi     nessuna luce s’infiltra     nessun braccio massacrato<br />
nient’altro che cavalli ansanti     scudo brillante su<br />
scudo tutti fatti brillanti dal raggio appuntito di un occhio con l’elmetto<br />
oh    quant’è difficile cadere tra quelle lance intrecciate<br />
E quei vessilli! Arrabbiati da far scorrere le insegne in quel cielo cancellato<br />
Si direbbe che dipingesse le sue schiere presso i fiumi più freddi<br />
hanno file di teschi di ferro che lampeggiano nel buio<br />
Si direbbe che è impossibile per chiunque morire<br />
la bocca di ogni combattente è un castello di canti<br />
ogni pugno di ferro un gong sognante     mazza riecheggia mazza<br />
come grida dorate<br />
quanto vorrei unirmi a una tale battaglia<br />
un uomo d’argento su un nero cavallo con rosso stendardo e lancia<br />
striata     per non morire ma essere eterno<br />
un principe d’oro di una guerra dipinta</p>
<p><em><strong>Gregory Corso</strong></em></p>
<p><em>*La cura e la traduzione sono di Daniele Gigli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Dietro le nebbie dell’innocenza”: Jan Kerouac, la figlia sconosciuta di Jack</title>
		<link>https://www.pangea.news/jan-kerouac-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 04:18:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Beat Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Kerouac]]></category>
		<category><![CDATA[Jan Kerouac]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Janet ‘Jan’ Michelle Kerouac, figlia del padre della Beat Generation Jack Kerouac, muore a 44 anni, nel giugno del 1996, ad Albuquerque, nel New Mexico, per lo più ignota al mondo letterario americano, sostanzialmente ignorata. Era bella, la copia capovolta del padre; nacque il 16 febbraio del 1952 da Joan Haverty, seconda moglie di Kerouac, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/letteratura/jan-kerouac-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Janet ‘Jan’ Michelle Kerouac, figlia del padre della Beat Generation Jack Kerouac, muore a 44 anni, nel giugno del 1996, ad Albuquerque, nel New Mexico, per lo più ignota al mondo letterario americano, sostanzialmente ignorata.</strong></a> Era bella, la copia capovolta del padre; nacque il 16 febbraio del 1952 da Joan Haverty, seconda moglie di Kerouac, che proprio intorno alla sua nascita, nel ’51, scrive <em>On the Road</em>. La ‘bibbia’ dei Beat diventerà pubblica soltanto nel ’57, per Viking Press: Kerouac aveva abbandonato, da anni, Joan, si rifiutava di riconoscere Jan come figlia. Secondo Anne Charters, autrice di <em>Kerouac. A Biography</em> (1973) e curatrice delle <em>Selected Letters</em> di JK (1995; 96), durante il processo intentato da Joan Haverty, Jack negò di essere il padre di Jan, “Per tutta la vita ha continuato a negare, ma in privato, ad Allen Ginsberg, scrive che la bambina gli assomiglia moltissimo”.</p>
<p>Jan ha visto il padre soltanto due volte nella sua vita: la prima volta, nel 1962, in ospedale. Le analisi appurarono che Jack avrebbe potuto essere suo padre; lui acconsentì a pagare 52 dollari a settimana per il suo mantenimento. A 12 anni Jan prova l’Lsd, a 13 si dà all’eroina; saltuariamente, per soldi, si prostituisce; è registrata negli istituti penitenziari di New York. La sua vita, che ricalca quella degli “angeli della disperazione” descritti dal padre, è una corsa sfrenata verso il nulla. Quando, nel 1967, a Lowell, va a trovare Kerouac, Jan ha 15 anni e un ragazzo, un piccolo spacciatore, appresso. Vuole andare in Messico, è incinta, ma al padre non dice nulla. Kerouac guarda la tivù, “The Beverly Hillbillies”, una serie di successo; è ubriaco, bofonchia, “Scrivi un libro… e usa il mio nome”. Il figlio di Jan nasce in Messico, morto. Il viaggio in America Latina si muta in un vortice alcolico, tra droga, prostituzione, rischio, desiderio di nuova vita, di schianto. Quando torna negli States, si stabilisce in Colorado.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86461 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1-194x300.jpg" alt="" width="357" height="552" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1-768x1189.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/s-l1600-1-1.jpg 915w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" /></p>
<p>Si è sposata due volte, due volte ha divorziato. <strong><a href="https://www.ebay.it/itm/154481483280" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nel 1981 pubblica il primo romanzo, <em>Baby Driver</em>, tradotto in Italia in tempo record, nel 1983, da Bruno Oddera, per Rusconi.</a> La foto di Jan in quarta è bella e dolente;</strong> l’editore spinge sui rapporti con il padre nobile – “Nacque quando i genitori erano già divorziati, e il padre la riconobbe solo dopo un esame del sangue. Quell’incontro davanti al giudice è il primo ricordo che lei ha del ‘mitico’ padre a cui questo libro, nonostante tutto, è dedicato” – sperando, probabilmente, di ottenere un congruo successo commerciale, che non ci fu. Jan Kerouac resta scrittrice da sottosuolo, tra i meandri del dharma, che vuole essere raccolta da terra, accolta. Nel 1988 esce <em>Trainsong</em>, che insieme al primo romanzo è, di fatto, la sua autobiografia: <em>Parrot Fever</em>, scritto poco prima di morire, è stampato postumo, nel 2000. <a href="http://www.geraldnicosia.com/html/geraldframeset2.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Gerald Nicosia pubblica nel 2009 la sua biografia,<em> Jan Kerouac: A Life in Memory</em>.</strong></a> Gli ultimi anni della sua vita – rosi da una grave malattia renale – Jan li passa tentando di appropriarsi dell’eredità del padre, che all’unica figlia nulla ha lasciato. Ma la lotta legale contro la famiglia di Stella Sampas, la terza moglie di Kerouac, finisce in niente, né sono accanto a Jan i ‘beat’, Ginsberg e Ferlinghetti.</p>
<p>La poesia che qui si traduce, <em>Hey, Jack!</em>, è stata scritta e in parte improvvisata da Jan Kerouac per il programma radiofonico di Marjorie Van Halteren, “Captured Voice”, in onda sulla WNYC di New York nel 1989. Jan legge la poesia mentre in sottofondo si sente la voce di suo padre che sussurra “Origins of the Beat Generation”, su nastro registrato all’Hunter College nel 1958. Pare quasi un abbraccio, una condanna.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86464 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/JanKerouacFrontCover_lg-199x300.jpg" alt="" width="367" height="556" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/JanKerouacFrontCover_lg-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/JanKerouacFrontCover_lg-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 367px) 100vw, 367px" /></p>
<p>**</p>
<p><strong><em>Ehi, Jack!</em></strong></p>
<p>Ehi, Jack! Ehi, Jack! Sei tu?</p>
<p>Qui c’è Jan Michelle, tua figlia.</p>
<p>Ricordi?</p>
<p>Questa è tua figlia, ricordi?</p>
<p>Credo che ci siamo incontrati un paio di volte.</p>
<p>Sì, sono io.</p>
<p>Vorrei parlare col gatto che mi ha messo al mondo, capisci?</p>
<p>Ho sentito la tua voce varcare la linea</p>
<p>Là fuori, nel telefono scuro dell’universo</p>
<p>Mi sentivo come il cane della RCA Victor.</p>
<p>Già.</p>
<p>Oh, sei un allegro Folle Ragazzo dietro le nebbie dell’innocenza</p>
<p>Un Beat incubato dal grembo immacolato dei Beatnik</p>
<p>Dove i soli spettri del destino sono “due idioti calvi</p>
<p>Che potrebbero premere un pulsante e farci saltare tutti fuori di qui, bello!”.</p>
<p>Ora quelle buffonate oniriche di Krusciov e Ike</p>
<p>Si sono dissolte nel siero della storia.</p>
<p>Immortalato da Mad Magazine</p>
<p>Mentre rubavo dal negozio di caramelle all’angolo</p>
<p>Bombe H disegnate sui cartoni</p>
<p>Anche lui è diventato un cartoon, la più piccola misura</p>
<p>Del potere nucleare della terra.</p>
<p>Nessuno lo sa, ti svelo un enigma:</p>
<p>La Bomba H credo sia il segreto del successo del Giappone.</p>
<p>Già.</p>
<p>Se uno di quei dolci Bimbi della Beatitudine di un tempo</p>
<p>Si fosse alzato profetizzando tre decenni dominati</p>
<p>Da un fanatico iraniano che tiene in ostaggio l’editoria mondiale</p>
<p>Se avesse detto</p>
<p>Che ci sarebbero state gang di haitiani pieni di droga chiamati posse a Kansas City</p>
<p>Preservativi promossi in tivù</p>
<p>Virus informatici</p>
<p>Siringhe spacciate agli angoli della strada</p>
<p>Se almeno uno avesse saputo profetizzare</p>
<p>Che alla fine degli Ottanta</p>
<p>I sovietici sarebbero stati più pacifici degli americani</p>
<p>Che un enorme buco avrebbe squarciato l’ozono</p>
<p>Sarebbe finito in una camicia di forza</p>
<p>Sganciato in manicomio</p>
<p>E lì, nella casa dei matti,</p>
<p>Avrebbe scritto un’opera mostruosa di fantascienza</p>
<p>Da far apparire <em>1984</em> di Orwell una roba come <em>Il Mago di Oz</em></p>
<p>a confronto.</p>
<p>Ah, povero padre</p>
<p>Grande Bimbo Zuccavuota</p>
<p>Troppo smidollato per esistere in questo mondo di geometrico orrore</p>
<p>Animale dalla testa santa</p>
<p>Animale dalla testa santa</p>
<p>Tanto santo da non strisciare nei labirinti di cemento dove vagano topi dal pensiero sconnesso.</p>
<p>Io lo so.</p>
<p>Sono lo stesso calco di Bimbo Zuccavuota.</p>
<p>Lo sento nelle mie ossa.</p>
<p>Lo conosco.</p>
<p>Conosco il Piccolo Ragazzo Blu da dentro.</p>
<p>Corro attraverso la folla folle</p>
<p>Da Madison Avenue a Manhattan</p>
<p>Il freddo è crudele e mi assidera, come un Arabo mi avvolgo</p>
<p>Tra i veli della sciarpa blu, corro</p>
<p>Sono un bagliore tra le vetrine dei negozi.</p>
<p>Sembro un pazzo Tuareg, il guru dei berberi del Sahara</p>
<p>Sfreccio a tutta velocità su un cavallo</p>
<p>O forse è un cammello</p>
<p>Sudari turchesi e veli che volano al vento caldo del deserto.</p>
<p>Solo questa spirale gelida di città</p>
<p>Sull’altro lato dell’Atlantico</p>
<p>Che mi ricorda l’antica casa sommersa</p>
<p>di legna continentale</p>
<p>pasto per l’infanzia oceanica.</p>
<p>Ah, gli umani sono piuttosto resistenti</p>
<p>Per sciamare su questo povero vecchio globo, nei secoli</p>
<p>Forti come le dinastie di scarafaggi</p>
<p>Che assediavano le case in cui ho vissuto.</p>
<p>Ricordi, Jack?</p>
<p>Mi hai fatto visita in un condominio.</p>
<p>Ma tu non hai visto nessuno scarafaggio</p>
<p>No, eri troppo ubriaco.</p>
<p>Nulla, non importa.</p>
<p>Dunque,</p>
<p>Dici</p>
<p>Tutti i padri indossano cappelli di paglia come W.C. Fields</p>
<p>Bene,</p>
<p>Avrei dovuto dirtelo</p>
<p>Ma, vedi,</p>
<p>Mio padre era l’Uomo Invisibile</p>
<p>Ma non te lo rinfaccerò.</p>
<p><strong><em>Jan Kerouac</em></strong></p>
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		<title>“Nell’amore: e sto saldo davanti ad esso”. Michael McClure, l’Apollo Beat. Storia del poeta preferito di Jim Morrison, che ha scritto per Janis Joplin e letto William Blake a Bob Dylan</title>
		<link>https://www.pangea.news/michael-mcclure-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 11:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Beat Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Kerouac]]></category>
		<category><![CDATA[Jim Morrison]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Michael McClure]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75853</guid>

					<description><![CDATA[<p>Effettivamente, era bellissimo – e la bellezza, si sa, è un attributo degli dèi felici, terreni, e spesso è confusa con quell’altra parola, sinistra, immortalità. Michael McClure era più giovane di Jack Kerouac di dieci anni, ma c’era anche lui, poco più che ventenne, al “Six Gallery Reading” di San Francisco, nel 1955, quando Allen [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-mcclure-ritratto/">“Nell’amore: e sto saldo davanti ad esso”. Michael McClure, l’Apollo Beat. Storia del poeta preferito di Jim Morrison, che ha scritto per Janis Joplin e letto William Blake a Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Effettivamente, era bellissimo – e la bellezza, si sa, è un attributo degli dèi felici, terreni, e spesso è confusa con quell’altra parola, sinistra, immortalità. <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/michael-mcclure" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Michael McClure</a> era più giovane di Jack Kerouac di dieci anni, ma c’era anche lui, poco più che ventenne, al “Six Gallery Reading” di San Francisco, nel 1955, quando Allen Ginsberg detonò l’<em>Urlo </em>che fece esplodere la Beat Generation.</strong> Diventò una specie di Apollo underground, McClure: in una fotografia, mani in tasca, fronte ampia, elegante, in doppiopetto, sta alla destra di Bob Dylan – a cui dedicherà alcuni saggi, tra cui l’opuscolo <em>Bob Dylan The Poet’s Poet</em>. Alla sinistra, barbuto e discinto, titano brutale, c’è Ginsberg. <img decoding="async" class=" wp-image-75854 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-14-172x300.jpg" alt="" width="276" height="481" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-14-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-14.jpg 574w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /><strong>“Quando conobbi Bob Dylan, per me la sua poesia era importante tanto quanto gli scritti di Kerouac: niente da imitare né assunzione d’influenza, era l’espressione di un individuo, unico, e delle sue percezioni”,</strong> scrive McClure in un lungo articolo <a href="https://www.rollingstone.com/music/music-news/bob-dylan-the-poets-poet-190445/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">pubblicato da “Rolling Stones”</a> il 14 marzo 1974. “Bob Dylan è un poeta: che abbia cherubini nei capelli, ali da fata o piedi d’argilla, è un poeta. Tutti gli altri, i ‘poeti rock’, i ‘poeti folk’, come li chiamano i critici, andrebbero giudicati meglio come semplici cantautori. A una festa, dopo un concerto al Berkeley Community Theatre, era il 1965, in dicembre, Bob Dylan mi disse che non aveva mai letto William Blake. Mi sembrava incredibile. Gli recitai alcuni testi… <strong>Dylan è un poeta puro. Con una essenza da elfo, era perfetto e feroce nella sua perseveranza alla perfezione. Esiste un punto di rabbia, in lui, capace di superare ogni ostacolo”.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Jack Kerouac eterna McClure in <em>Big Sur </em>(1962), sghemba bibbia generazionale, nella figura di Pat McLear – lui, Jack, ovvio, è Jack Duluoz, Neal Cassidy è Cody Pomeray, Lawrence Ferlinghetti è Lorenzo Monsanto. Eppure, sarà in Michael McClure che Jim Morrison ipotizza l’altro se stesso, il poeta sciamano, l’esteta col peyote, l’erede di William Blake. <strong>“Dove sono gli Uomini Leone che camminano nei miei sogni/ mentre io sono un bimbo grasso che dorme/ in una stanza dove i muri sono miracoli?”, canta McClure in <em>The Child</em> (1963), visionario elogio della perpetua giovinezza.</strong> In Jim Morrison, più giovane di lui di dieci anni, McClure vede ciò che aveva visto in Dylan. Il poeta. <strong>È McClure che convince Jim Morrison a pubblicare i suoi versi, dopo aver letto <em>The New Creatures</em>: “Nella sua generazione, non c’è poeta migliore di Jim. In pochi sono apparsi con questa capacità lirica e seduttiva, forse soltanto Vladimir Majakovskij</strong>, nella Russia degli anni Venti; ma nessuno di questi ha avuto una parabola così breve e intensa”. La prima volta, Jim Morrison e McClure si incontrano a Ne York. McClure sta provando <em>The Beard</em>, lavoro teatrale di allucinata potenza, dove Billy the Kid, il bandito bambino, si scontra con Jean Harlow, la superstar del cinema, morta a 26 anni. Sono entrambi ubriachi. Non si stanno simpatici. Si rivedono nel 1969: Morrison è attratto da un testo di McClure, <a href="https://michael-mcclure.com/work/books/the-adept/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>The Adept</em></strong></a>, che racconta le vicende di una sorta di Baudelaire americano, tra Greenwich Village e Arizona, in delirio psichedelico<em>. </em>I due si ritirano in una casa, a Hollywood, per ridurre il testo in una sceneggiatura e farne un film. Morrison ne parla in una intervista (“Sarà la storia di un paio di spacciatori di droga che si ritirano nel deserto… sarà il mio progetto cinematografico”), ma il progetto –<strong> i cui scritti sono ostentati come una reliquia <a href="https://recordmecca.com/item-archives/doors-st-nicholas/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dalla Record Mecca</a></strong> – si arena. Il film si sarebbe intitolato <em>Saint Nicholas. </em>L’amicizia tra McClure e Ray Manzarek, produce due dischi: <em>Love Lion</em> (1993) e <em>The Piano Poems</em> (2012).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75855 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-15-209x300.jpg" alt="" width="295" height="423" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-15-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-15-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-15-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-15.jpg 946w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" />Ha scritto tantissimo, McClure, come tutti i beat, per cui la parola è gesto, il sonetto un atto. Dalla prima raccolta, <em>Passage</em> (1956) all’ultima, <em>Mephisto and Other Poems </em>(2016): una quarantina di volumi in 60 anni di scrittura poetica, nel segno di Arthur Rimbaud (a cui dedica un libro) <strong>e di Janis Joplin, per cui scrisse <em>Mercedes Benz. </em>“Erano gli anni Cinquanta, c’erano le foreste lungo la costa, l’Oceano Pacifico e Big Sur: in auto e in moto molti artisti e pensatori si ritirarono lì, da San Francisco. Abbiamo capito che eravamo cittadini del Pacifico, che avevamo punti in comune con la Cina, il Giappone, l’Asia.</strong> La natura ci dava una nuova consapevolezza: ci pareva di essere nella Cina dell’epoca T’ang”, ricordava McClure nel 2008 in un articolo pubblicato <a href="https://www.theguardian.com/books/booksblog/2008/may/29/whywestillneedthespirito" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dal “Guardian”,</a> intimando, “Abbiamo ancora bisogno dello spirito della Six Gallery”.</p>
<p>*</p>
<p>Ha recitato in un docufilm di Martin Scorsese, <em>L’ultimo valzer </em>(1978) e nel <em>Ritorno di Harry Collings </em>(1971), di Peter Fonda. <strong>Naturalmente, non era immortale – ma è morto, immagino, nella sua San Francisco, con lo stupore serafico di un bimbo. Di Michael McClure, in Italia, non troverete nulla, se non sporadiche poesie nel magma web.</strong> Io lo traduco da me, altrimenti lo leggo in <em>Poesia degli ultimi americani</em> nella traduzione di Fernanda Pivano – ho la copia che apparteneva al grande fotografo Marco Pesaresi. “Distinto ma non scisso dal dolore”, canta, con ritmo ipnotico, in <em>La colonna. </em>“Nell’amore/ E sto saldo davanti ad esso”. Così finisce la poesia. Un gran finale. Il sigillo sulla faccia dell’Apollo beat – un passaporto per il Nirvana dei poeti. (d.b.)</p>
<p>***</p>
<p><em>per Jack Kerouac</em></p>
<p>IN UNA CAMERA CHIARA IN UN INFERNO OSCURO NELL’OMBRA<br />
Mi siedo sentendo come si gonfiano le nuvole al ritmo del mio movimento</p>
<p>di braccio gamba lingua. Riflessi d’oro<br />
leggeri. Toni e folgori d’oro e ambra che s’infilza<br />
luccicando. Vetro brunito… vetro blu,</p>
<p>telefono nero. Il fiammifero è una viola e carne<br />
appurata nella netta luce intensa. Non è notte</p>
<p>neppure la notte. Ci sono stelle all’Inferno<br />
e profondi rumori di macchine. Ombre marroni sui muri<br />
nella luce della stanza. Mi siedo, mi alzo</p>
<p>voglio l’immensa realtà del tatto – e l’amore.<br />
Nella stanza tramutata. Ricordo il sogno molto tempo fa</p>
<p>animali di peluche (gufo, volpe) in un negozio buio. Voglio<br />
solo la purezza di colori nitidi e nuove forme e sentimenti.<br />
VORREI PIANGERE INUTILMENTE</p>
<p>ho dieci anni ancora per adorare la giovinezza<br />
Billy the Kid, Rimbaud, Jean Harlow<br />
NELL’INFERNO OSCURO NELLA STANZA CHIARA ALL’OMBRA sento<br />
il fumo che si gonfia e scola e il moto d’esaurimento e i languidi suoni delle macchine<br />
ombre marroni sul muro. Mi siedo o mi alzo. Catturato nella rete dei riflessi sul tavolo all’angolo</p>
<p>angoli di luce piatta, raggi come pugnali. Fissando la faccia dell’amore.<br />
Il telefono nella luce catalettica. Fiamme di marzo rosse e blu</p>
<p>nella chiarezza del grano.<br />
Mi vedo – siamo insieme – nell’Inferno privo di splendore. Non siamo che riflessi.</p>
<p>Le lunghe macchine emettono suoni e ombre marroni sul muro.</p>
<p>Sono reale e tu sei reale – ti parlo.<br />
Alzo la testa, vedo oltre il bordo del naso. Mi accorgo</p>
<p>che non è cambiato nulla. Nessuna luce<br />
nei miei occhi. Nessuna mutazione nella stanza.</p>
<p><em>Vita Nuova </em>– No! Il mondo morto, morto.<br />
La tensione del desiderio è solo un gesto eroico.<br />
Un’agonia perché questo è un dolore senza scampo</p>
<p>quando amore è una parola o un bacio.</p>
<p><strong><em>Michael McClure</em></strong></p>
<p><em>*La poesia è tratta da: Michael McClure, <a href="https://www.ucpress.edu/book/9780520272736/of-indigo-and-saffron" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Of Indigo and Saffron.</a> New and Selected Poems”, 2011</em></p>
<p><em>**In copertina: Michael McClure è alla destra di Bob Dylan, l&#8217;altro è Allen Ginsberg; l&#8217;articolo riprende e amplia quello uscito su &#8220;il Giornale&#8221; il 7 maggio 2020</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-mcclure-ritratto/">“Nell’amore: e sto saldo davanti ad esso”. Michael McClure, l’Apollo Beat. Storia del poeta preferito di Jim Morrison, che ha scritto per Janis Joplin e letto William Blake a Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 09:24:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Certo, ci vuole cu*o. Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria. * Sul “Washington Post” Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kerouac-recensione-on-the-road/">La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, ci vuole cu*o. </strong>Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.washingtonpost.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sul “Washington Post”</a> Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, come l’incipit, da giornalismo narrativo: <strong>“Inizi di settembre, 1957. Jack Kerouac realizza il sogno di ogni scrittore. È mezzanotte, lui e la sua ragazza, Joyce Glassman, lasciano l’appartamento di New York City</strong>, quell’alto edificio in pietra arenaria, si fermano a un’edicola sulla 66ma, vicino a Broadway. Il tizio taglia lo spago che tiene insieme la pila dei giornali, è l’edizione mattutina del ‘New York Times’. I due aspettano. Prendono il giornale, lo sfogliano. Kerouac legge la recensione del suo libro, <em>On the Road. </em>‘Bastò il primo paragrafo… aveva le vertigini’, ricorda la Glassman”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_72183" aria-describedby="caption-attachment-72183" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-72183" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg" alt="" width="303" height="358" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg 254w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione.jpg 339w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-72183" class="wp-caption-text">5 settembre 1957: sul &#8220;New York Times&#8221; Gilbert Millstein scrive la recensione che cambia la vita letteraria di Jack Kerouac</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima frase di quella<a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/97/09/07/home/kerouac-roadglowing.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> fatale recensione:</a> “<em>On the Road </em>è il secondo romanzo di Jack Kerouac, la sua pubblicazione è un’occasione storica per capire l’epoca attraverso un’autentica opera d’arte”.</strong> Secondo paragrafo: “Questo libro richiede esegesi e studio del contesto. Certamente, questo libro sarà condannato o maledetto dai critici ‘ufficiali’ e dai critici dell’avanguardia, oppure trattato superficialmente come opera ‘intrigante’ e ‘picaresca’ o con altri aggettivi di dozzinale banalità. In realtà, <em>On the Road </em>è l’espressione più alta ed eloquente di ciò che qualche anno fa è stata chiamata generazione ‘Beat’”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ronald K.L. Collins, a cinquant’anni dalla morte di Kerouac, è piuttosto perentorio: “Senza quella recensione, Kerouac sarebbe rimasto uno scrittore minore</strong> e la Beat Generation non sarebbe fiorita affatto. D’altronde, sette anni prima, il primo libro di Kerouac, <em>The Town and the City</em>, non aveva attratto che modeste recensioni, incapaci di spingerlo alla fama”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il retroscena che ha portato a quella recensione – ergo: il cu*o – è divertente. Millstein “era il recensore giusto al momento giusto: conosceva la cultura bohémiennes degli anni Cinquanta nata intorno al Greenwich Village e aveva già recensito il romanzo d’avanguardia del 1952, <em>Go</em>, di John Clellon Holmes, oggi ritenuto il primo romanzo ‘Beat’”. Soltanto che&#8230; Il caporedattore cultura del ‘Times’, Orville Prescott, è in vacanza e <em>On the Road </em>giace muto sulla scrivania di Charles Poore. Poore non voleva occuparsi del libro, disprezzava la controcultura, allora lo passa a Millstein, l’unico collaboratore disponibile. Millstein scrive. La recensione è fiammante. <strong>Poore manda il pezzo a Prescott, che si incazza. “Odiava quel libro, quel movimento, gli pareva che la recensione fosse eccessiva”, ricorda Millstein.</strong> Alla fine, non c’è molta roba per quel numero del ‘Times’ e scelgono comunque di pubblicare la recensione. Paradosso: l’esplosione critica di Kerouac, la sua consacrazione, sancì la fine del rapporto tra Millstein e il “New York Times”. “Fu la mia ultima recensione nella mitica sezione del ‘Books of the Times’. Amen”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Kerouac e la Beat Generation non hanno beneficiato soltanto dei ritmi culturali del tempo, ma anche della recensione di Millstein: era eccezionalmente pensata e scritta in modo superbo, elegante, profonda, consapevole”. In effetti, alcuni cliché critici sono intercettati immediatamente. Ad esempio questo: <strong>“Come, più di ogni altro romanzo degli anni Venti, <em>Fiesta </em>è diventato il testamento della Lost Generation, è certo che <em>On the Road </em>diventerà l’emblema della Beat Generation. Per altro, non c’è alcuna somiglianza tra i due: formalmente e filosoficamente, Hemingway e Kerouac sono divisi, almeno, da una depressione e da una guerra mondiale”.</strong> Millstein riconosce i caratteri ‘formali’ della scrittura di Kerouac: il jazz, l’etica Zen, lo stile oceanico e involuto di Thomas Wolfe. “La ‘Beat Generation’ è nata disillusa: dà per scontata l’imminenza della guerra, l’inutilità della politica, l’ostilità del sistema sociale. Non è impressionata dal benessere, non sa in quale antro rifugiarsi, è in ricerca”. Millstein intercetta il cuore del romanzo in questa frase di Sal Paradise: “Le sole persone, per me, sono i matti, i pazzi per la vita, i pazzi che vogliono la salvezza, quelli che vogliono tutto in un istante, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai cose banali, ma che bruciano, bruciano, bruciano, come favolose, gialle, candele romane”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72184 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg" alt="" width="208" height="349" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14.jpg 609w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />In climax vertiginoso – ultimo capoverso: <strong>“Ci sono sezioni di <em>On the Road </em>dove la scrittura è di una bellezza mozzafiato… Ci sono dettagli memorabili, teneri, divertenti.</strong> Ci sono alcune considerazioni sul jazz che non anno eguali nella narrativa americana, per intuizione, stile, virtuosismo tecnico. Insomma, <em>On the Road </em>è un capolavoro” – la recensione proiettò Kerouac nell’empireo. Ne parlarono tutti. Oggi, una intervista sul ‘Corrierone’, spalmata su due pagine, sposta forse una decina di copie e chi se la ricorda più, domani, se non ci sei tu, aureo intervistato, a incorniciarla sotto vetro?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È la stessa riflessione di Collins: oggi una ragionata riflessione sui ‘giornaloni’ è sconfitta da un cinguettio sui social, che è sommersa da altri migliaia di latrati.<strong> “Per gli scrittori che sperano di esplodere e di brillare di una luce simile, nel groviglio caotico dei nostri media, oggi è più difficile che ieri. </strong>Tutto è possibile, ma è necessario un raro allineamento del destino e della creatività, un Kerouac, un Millstein…”. Insomma, ci vuole cu*o. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Jack Kerouac a Milano, 1966, photo Massimo Vitali</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kerouac-recensione-on-the-road/">La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ho indole sgualdrina, io vivo per sentito dire. A Céline preferisco Pelè e Maradona è meglio di Proust”: dialogo con Cataldo Dino Meo</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 05:31:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un poeta d’altro schianto, eventualmente canonico – a patto che esistano ancora i compilatori di antologie già postume –, Giancarlo Pontiggia, dieci anni fa, scriveva che “siamo confinati – da troppo tempo – nell’ansa di un fulminato, sospeso, stupefatto quattrocentodieci della storia del mondo; ciò che sarà, della poesia e dell’uomo, ancora non sappiamo”. Nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-indole-sgualdrina-io-vivo-per-sentito-dire-a-celine-preferisco-pele-e-maradona-e-meglio-di-proust-dialogo-con-cataldo-dino-meo/">“Ho indole sgualdrina, io vivo per sentito dire. A Céline preferisco Pelè e Maradona è meglio di Proust”: dialogo con Cataldo Dino Meo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un poeta d’altro schianto, eventualmente canonico – a patto che esistano ancora i compilatori di antologie già postume –, Giancarlo Pontiggia, <strong>dieci anni fa, scriveva che “siamo confinati – da troppo tempo – nell’ansa di un fulminato, sospeso, stupefatto quattrocentodieci della storia del mondo; ciò che sarà, della poesia e dell’uomo, ancora non sappiamo”.</strong> Nel 410 i Visigoti, come si sa, prendono Roma, era agosto, sbeffeggiarono le statue dei Cesari, uccisero gli dèi occidentali – ma una strana paura impedì ai ‘barbari’ di predare e disintegrare i templi. <strong><em>Vandalica</em>, questo libro-non-libro scritto a precipizio da Cataldo Dino Meo, </strong>in qualche modo, parte da quel “quattrocentodieci della storia” – siamo ancora qui, trapanati in una fine che ghigna, che non ci degna – <strong>per schiantare ogni afflato di verità, ogni affiliazione al liturgico, ogni fratellanza con l’uomo. Fin dal gesto ‘oggettivo’ <em>Vandalica </em>si pone in obliquo, a obliare la ‘cultura’, ad archiviare la ‘poesia’ come atto vacuo, arcano al niente:</strong> prodotto da Video Alok in Milano nel 2018, in copie numerate, senza prezzo, è connesso a un “Indice video” che dilata la parola scritta in esperienza musicale, catatonica, si spera. <strong>Ad ogni modo, la vandalizzazione lirica di Cataldo Dino Meo, grave di spine filosofiche (“Se proprio deve essere vita, che lo/ sia davvero, senza esclusioni/ di colpi, digrignando i denti, contro/ leggi impresse nel sopruso dalla/ mente <em>lapidea riflettente</em>”</strong>; “Non siamo attrezzati per/ la <em>visione univoca</em>, per noi è impossibile/ vedere la vita tutti quanti per/ quella che è, anche perché <em>ciò che è</em>,/ non sappiamo cosa sia”, è scritto in <em>Acatalepsia</em>, in devozione allo scetticismo di Pirrone), è buona anche da leggere, corroborante e corrosiva (gli sketch dedicati a <em>Ipazia,</em> <em>Eliogabalo</em> e alla <em>Visione di Lev Jascin</em> hanno stigma di bellezza). Data la visione radicale <strong>della poesia come maglio per provare la tensione dell’uomo</strong> che ne abusa, ho invitato al dialogo Cataldo Dino Meo. Ecco l’esito. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. “Vandalica”. Come se la poesia fosse atto vandalico, fosse la vandalizzazione della poesia, i Vandali che prendono d’assedio Roma, che assaltano l’Africa sotto la tiara di Sant’Agostino. Dimmi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non solo la Poesia dovrà manifestarsi come atto vandalico ma, senza farsi travolgere da facili  isterismi iconoclasti, credo debba fare molto di più: <strong>creare <em>scandalo</em> intorno alla concezione della <em>centralità umana</em> a tutti i costi, affrontare a spada tratta il <em>dogma</em> della procreazione, il suo indiscutibile e assoluto <em>valore</em> nel generare morituri. </strong>La Poesia si occupi del crudele narcisismo da testosterone. Questo è il vero assedio di Roma: <em>Consiglieresti la vita a chi ancora non è venuto al mondo?</em> Dopo Teognide di Megara, Esopo, Erodoto, Leopardi, Nietzsche, Cioran, l’arte tutta non può continuare a eludere lo <em>shock primigenio</em>, deve trovare la forza e il coraggio di guardare negli occhi la nostra realtà allucinata, affrontare il mostro tremebondo che si annida negli anfratti della nostra prosopopea, penetrare con lama affilata l’assurda superstizione che la vita generi vita. Nello splendore tragico della sua totale incoscienza la vita fornisce solo animali alla greppia, produce la follia dello <em>schiavismo euforico</em>.  Dostoevskij sostiene che “La filosofia è la stessa cosa che la poesia”. Siamo alla resa dei conti, la questione ci assedia, ci mette con le spalle al muro: è possibile vivere in questo mondo senza essere pazzi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito. Che rapporto ha la tua poesia con la Storia. Sembra scaturire dal sottosuolo del tempo presente, ma poi scrivi di Ipazia, di Pericle, di <em>Apocalypse Now</em>, di Lev Jascin..</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Storia è tavola apocrifa incisa dai prepotenti i quali ogni volta vorrebbero farci credere che l’umanità può trarre beneficio dall’esperienza di fatti accaduti, salvo poi ritrovarci tutti insieme senza aver capito la lezione e a commettere sempre gli stessi orrori. <strong>Io sono appassionato di personaggi. Li utilizzo a partire dalla loro biografia, intorno a questa però creo uno sviluppo inventivo tutto mio, uno spazio che possa liberare l’attitudine per la visione psichedelica, surreale</strong>, immaginifica, in cui il protagonista s’incrocia e si espande come fosse sceneggiatura cinematografica o composizione da concerto Rock.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65767 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/VANDALICAcopertinalow-207x300.png" alt="" width="181" height="264" />Quale ispirazione anima il tuo scrivere, infine – e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non scrivo per ispirazione, ma per ricerca. Nel senso dei <em>Vandali</em> <em>Coltivatori di Rose</em>: creando scenari blasfemi, scongiurando imbarazzanti complicità, <strong>consapevole che la vita è cripta vuota, senza ossigeno, vivendo da disadattato. Sono bagascia beffarda infatuata d’inconcepibile.</strong> Fango su fango, senza compenso, senza ritorno. Ho fulgori onnipotenti , capaci d’aizzare il pitbull in agguato nella mia rabbia suburra.<strong> Il fine è quello di scrivere da <em>nemico pubblico</em>, ricreare adrenalina pericolosa sugli argomenti, diffondere sabotaggi nel prevedibile, cercare di reinventare la mente logica scagliandola nel delirio. Per me la scrittura deve creare il terrore dal punto di vista del pensiero, essere giostra di morte per pendagli da forca. </strong>Scrivere non sia più <em>salario dei docili</em> alla tavola del collaborazionismo culturale. Il mio scetticismo mi ha salvato da Cultura, esecutrice testamentaria d’ogni fanatismo. Nello scrivere nessun harakiri da artisti incompresi, esangui piscia letto postumi.  <strong>Ma la scrittura non è l’aspetto più singolare della mia attività, molti scrivono.</strong> Dove mi distinguo invece è nella collaborazione con Video ALOK Milano, fondato e diretto da mio fratello Antonio Meo, che nel 2004, con il Video &#8220;<em>Caravaggio</em>&#8220;, girato a Chicago, dà inizio a una nuova possibilità per la Letteratura pur non avendo mai scritto un solo rigo, un solo verso. Egli realizza una serie di produzioni che prendono spunto dai video clip musicali inserendo nel loro specifico linguaggio la Poesia. Per cui, non più video poesie con la voce narrante fuori campo, ma il poeta prende il posto del cantante, dice il testo di persona, con musica e immagini costruite e strutturate con lo stesso criterio dei video clip musicali. Occorre sottrarre la Poesia all’<em>insufficienza</em> della parola stampata. L’originalità del mio libro <em>Vandalica</em> è quella di essere la sola raccolta poetica che contiene anche un Indice Video.Per chi fosse interessato al libro, ai video e anche alle mie esibizioni live, suggerisco di visitare, gratuitamente, il mio sito: <a href="http://www.cataldodinomeo.it/" target="_blank" rel="noopener">www.cataldodinomeo.it</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Denomina le fonti. Detto di Lautréamont e di Cioran, che hai denunciato spesso, hai parlato, in altre interviste, di Benjain Fondane e di Lev Sestov. Cosa ti accomuna all’eccentricità di questi pensatore, dove li hai scoperti e sperimentati?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Impossibile elencare tutte le fonti ispiratrici di una vita lunga come la mia. Posso dire di non aver frequentato alcuna scuola. Ho conseguito la licenza media inferiore all&#8217;età di diciotto anni per manifesto straripamento anagrafico. <strong>Per cui mi sono arrangiato come ho potuto. Comunque sin da ragazzino ho sempre avuto la passione per la Letteratura e la Poesia. Ovviamente il testo letterario per me era anche la canzone, quindi Bob Dylan, The Doors, Jimi Hendrix, Billie Holiday, ma anche Leo Chiosso con Fred Buscaglione, Luigi Tenco. </strong>Nel campo letterario invece quando avevo quattordici anni una ragazza di cui ero innamorato, e che aveva più anni di me, mi mise in mano l’edizione in due volumi dell’<em>Idiota</em> di Dostoevskij, per non fare brutta figura con lei lo lessi tutto. Avevo rotto il ghiaccio. Anche la mia famiglia iniziò a vedere, per la prima volta, dei libri in casa. Trascorso un inutile periodo d’infatuazione per la Beat Generation, sono giunto ai Filosofi, alle Tragedie e alla Mitologia Greco-Romana, quindi Shakespeare, Jeane Genet, Sade, Isidore Ducasse, Rimbaud, Nietzsche, Leopardi, Cioran, il solo di cui ho letto tutto, e poi Pessoa. Di Benjamin Fondane non ho letto nulla, lo conosco come amico ebreo-romeno di Cioran, il quale cercò di salvarlo in tutti i modi dal Campo di Sterminio di Auschwitz. Di Lev Sestov ho letto un solo libro. Con questo capirai che non sono autori che mi appartengono. Invece <strong>mi appartengono influenze cinematografiche come il Neorealismo Italiano, il grande Cinema francese, il Cinema leggendario americano con i suoi grandi attori a cominciare da Gary Cooper, Marlon Brando, James Dean.</strong> Ma anche stimoli che potrebbero sembrare meno attinenti col plasmare una coscienza e che invece per me possiedono la medesima valenza di ciò che normalmente siamo abituati a riconoscere come formativo. La Rovesciata Cielo di Pelè mi ha sedotto più dei libri di Céline. <strong>L’epica magia di Maradona che, partendo da centro campo, s’invola verso la porta avversaria saltando tutti i giocatori inglesi è un miracolo più esaltante dell’intera Recherche di Proust.</strong> Per come la vedo io i cento rigori parati in carriera da Lev Jascin dovrebbero apparire splendenti nella volta della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo. L&#8217;indimenticabile fremito che mi ha davvero modellato il carattere al cospetto del maratoneta Abebe Bikila che vince la Maratona a piedi scalzi nella notte romana illuminata appena dalle torce, egli avanza col suo passo felpato negli <em>Annales</em> di Tacito. Così come l&#8217;incedere divino di Fausto Coppi proiettato lungo le suggestioni interstellari dei bastioni di Orione. E poi come trascurare il lubrifico fervore, il brivido smisurato, la feroce idolatria, che il corpo femminile ha sempre scatenato nelle mie vene in subbuglio. Il Corpo Femminile è la sola, autentica prova che, anche privi di fede, si può assurgere a preghiera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65768 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494-300x175.jpg" alt="" width="391" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494-300x175.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494-768x448.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494-1024x597.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494-1320x769.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/FOTO-DI-GRUPPO-2017-2-e1547550445494.jpg 2037w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />“Non so cosa farmene di me”; e poi “Sono equivoco impeccabile, embolia/ subdola/ abiura sfibrata/ verve/ cauterizzata nel capestro”: cosa intendi? Intendo: non c’è il rischio, in questa poesia senza scuse, della posa da ‘maledetto’, da radioso radicale, da unico che dilapida l’ego?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come indicare con precisione il confine tra vanità, posa, radiosa radicalità? Penso di essere tutto questo e, con ogni probabilità, anche qualcos&#8217;altro. Vorrei essere Proteo che non solo cambia immagine ogni giorno, ma anche idea, pensiero, convinzione. Sono un intransigente <em>trattabile</em>. Pirrone di Elide mi ricorda però che non siamo in grado di stabilire e di conoscere come stanno le cose nella loro radicale, insita natura. Egli la chiama <em>acatalepsia</em>. <strong>Noi ignoriamo la corretta realtà, non condividiamo alcun dato pragmatico. Ciò che c’è tra di noi accade per <em>convenzione</em>. Ognuno osserva, vede le cose della vita dal <em>suo</em> punto di vista. Non ne abbiamo un altro.</strong> Per cui l’<em>oggettivo</em> diventa esercizio di dure controversie, sistematici muri contro muri invalicabili, sappiamo vivere soltanto asserragliati nei bunker asimmetrici delle nostre verità. È una maledizione, non sappiamo nulla di noi, di certo possiamo dire che siamo fatti della stessa sostanza dell&#8217;odio e che siamo incompatibili gli uni con gli altri, l&#8217;ambiente circostante ci è ostile, l&#8217;esistenza stessa non ci vuole. Della mia vita mi è sembrato di aver potuto percepire solamente la sua <em>probabilità</em>, il vago sentore. Ringraziando il cielo ho indole sgualdrina. Io vivo per sentito dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che rapporto hai con la letteratura del tempo presente? Ti interessa? Cosa leggi, come ti muovi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura del tempo presente non la cerco nei libri, la scovo nei film, nella musica, nelle serie televisive, su Internet, oppure You Tube, sui Social. Lo so molti storcono il naso quando sentono parlare di Social. Io non ho preclusioni, sono convinto che si debba sempre utilizzare qualsiasi mezzo a disposizione. Si obietta che i Social moltiplicano l’invadenza degli imbecilli. Dato che gl’imbecilli sono in maggioranza ovunque, comprese le Accademie e le Biblioteche, niente di più facile che trovarseli davanti. Anche il telefono è un mezzo di comunicazione se io lo uso per sparare cazzate è colpa del telefono o mia? <strong>Non leggo romanzi da anni, mi ammorbano, troppe parole, il prolisso mi devasta. Ho necessità di sintesi, stringere i tempi, scoccare la parola come freccia dritta al bersaglio. L&#8217;ultimo romanzo che ricordo mi abbia fulminato è stato “Il Profumo” di Patrick Süskind, </strong>racconto dall’atmosfera dark che riporta a Sade e a Isidore Ducasse. Leggo principalmente biografie. In questi ultimi tempi qualcosa di poesia. Il libro per me non ha più l’attrattiva di un tempo, proprio in questo periodo sono stato ben felice di lasciare a giovani amici i volumi accumulati negli anni. Ai Narratori chiedo la cortesia di non scrivere romanzi fiume, ma di attenersi, rigidamente, allo stesso numero di pagine che servirono a Kafka per <em>La Metamorfosi</em>. Se avete davvero qualcosa da scrivere sono certo che basteranno. <strong>I libri non li vuole più nessuno, serve il gesto eclatante per incuriosire, incrementare le vendite, trattenere l’emorragia di lettori in fuga: gli Autori potrebbero organizzare finte fucilazioni di massa nelle maggiori Piazze</strong>, anche i tentati suicidi in Streaming sarebbero utili alla causa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-indole-sgualdrina-io-vivo-per-sentito-dire-a-celine-preferisco-pele-e-maradona-e-meglio-di-proust-dialogo-con-cataldo-dino-meo/">“Ho indole sgualdrina, io vivo per sentito dire. A Céline preferisco Pelè e Maradona è meglio di Proust”: dialogo con Cataldo Dino Meo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Portavi croissant caldi a Pound, internato tra le urla dei dissennati”. In memoria di Piero Sanavio, avventuriero della letteratura. Martino Cappai racconta il suo Maestro e gli scrive dal Giappone</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2019 08:30:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In ricordo di Piero Sanavio, avventuriero, giornalista, romanziere e antropologo. Classe 1930, si è bevuto il Novecento con Gombrowicz, Dominique De Roux e Ungaretti come suo testimone di nozze. Intervistò Ginsberg, Pasolini, Robert Lowell, Man Ray, Thomas S. Eliot. Fu amico di Ezra Pound durante e dopo l’internamento al St. Elizabeths. Dormiva in un garage [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/portavi-croissant-caldi-a-pound-internato-tra-le-urla-dei-dissennati-in-memoria-di-piero-sanavio-avventuriero-della-letteratura-martino-cappai-racconta-il-suo-maestro-e-gli-scriv/">“Portavi croissant caldi a Pound, internato tra le urla dei dissennati”. In memoria di Piero Sanavio, avventuriero della letteratura. Martino Cappai racconta il suo Maestro e gli scrive dal Giappone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>In ricordo di Piero Sanavio, avventuriero, giornalista, romanziere e antropologo. Classe 1930, si è bevuto il Novecento con Gombrowicz, Dominique De Roux e Ungaretti come suo testimone di nozze. Intervistò Ginsberg, Pasolini, Robert Lowell, Man Ray, Thomas S. Eliot. Fu amico di Ezra Pound durante e dopo l’internamento al St. Elizabeths. Dormiva in un garage di Washington e faceva il lavapiatti per mantenersi, pur di portargli i cornetti caldi a colazione. La sua vita è stata una danza in giro per il mondo, tra letteratura e giornalismo. Come al solito apprezzato e valorizzato molto di più all’estero (Francia e Stati Uniti) che nello stramaledetto Bel Paese.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Addio caro Maestro, ieri ti hanno fatto il funerale a Santa Maria in Trastevere. Mi fa male non poter venire a Roma per darti l’ultimo saluto.</strong> Da qui, dal <em>finis terrae</em> d’Oriente, non posso far altro che ritirarmi in religioso silenzio di fronte all’Oceano che, oggi, ha lo stesso colore turchese dei tuoi occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei sempre stato in prima linea, sempre in trincea con tutto te stesso, faccia al sole e orecchio alla musica. Quei democristianucci unti di gelatina, traditori della vita, venduti e rivenduti, astiosi, inaciditi, pidocchiosi lillipuziani dell’intellighenzia manichea, camaleontici tarzanelli occhialuti, ammanicati come tenie al potere di turno, che per decenni ti hanno ostracizzato, sabotato, messo in disparte, denunciato, tradito e censurato, non sono mai riusciti minimamente a piegarti o a scalfirti. <strong>“Erano il minestrone privato della moglie di Feltrinelli”, come mi dicesti tu una volta. “Ombre di un’ombra, sono e saranno per sempre irrilevanti. Il nulla”.</strong> Mi dispiace avere la sicurezza che molti di loro (o i loro eredi intellettuali), verranno al tuo funerale.</p>
<p><figure id="attachment_64901" aria-describedby="caption-attachment-64901" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64901" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/sanavio1-300x195.jpg" alt="sanavio" width="300" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/sanavio1-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/sanavio1.jpg 700w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64901" class="wp-caption-text">Alcuni scatti in cui Piero Sanavio è con Ezra Pound</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi si parla e si scrive in abbondanza di Pound e Céline, sino alla nausea.</strong> Ogni giorno spuntano strafalcioni di articoli, collage di video, scoperte del già scoperto, documentari con le grafichette, le musichette e le petulanti faccette da stronzi in pashmina che appaiono per commentare la foto, la frase, la citazione, per la gioia di tutte le pulci 2.0. che vivono per questo, riducendo il discorso critico al solipsismo d’un pendolare moderatamente bibliofago, in moto perpetuo tra Roma, Milano, Palermo e Forte dei Marmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei stato il primo, in questo dannato paese, a investire su Ezra Pound. Non soldi, non energie, non tempo, ma l’intera vita. Nel 1951, la tua tesi sui <em>Cantos </em>fu la prima in Italia. </strong>Da lì in poi i lillipuziani ti dichiararono una guerra vile e silenziosa, che certo vinsero, ma unicamente perché tu eri solo e loro tanti, troppi. L’Italia di allora, o meglio la società italiana di allora, era un posto tremendo.<br />
Il prosieguo fu un susseguirsi di dispetti e colpi bassi. Dalla Spagna inviasti l’intera traduzione dell’opera di Henry David Thoreau, che rimase buttata negli archivi della casa editrice per anni. Smarrirono pure un infinito numero di saggi e articoli su Pound che tu mandasti da Washington (dove andavi a portare i croissant caldi al poeta internato tra le urla dei dissennati del Saint Elizabeth’s e il pezzo di cervello sotto formalina di Mussolini), da Madrid, da Londra, da Parigi, perché, come ti dissero, “un fascista non poteva essere un grande poeta”. I resoconti dei tuoi incontri londinesi con Thomas Eliot stanno marcendo negli archivi romani della rivista <em>Il Mondo</em>.<br />
<strong>Nella capitale francese – che diede i natali a tua madre – eri di casa. Ci scorrazzavi con personaggi come Witold Gombrowicz, Kateb Yacine e Dominique de Roux.</strong> Con quest’ultimo condividevi lo studio e la passione per le opere dei grandi reietti della letteratura. Eri con lui quando, insieme a Giancarlo Marmori e Jean-Edern Hallier, partecipasti alla compilazione del secondo volume dedicato a Céline nei suoi <em>Carnets de L’Herne</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È giusto ribadire che oggi è molto semplice scrivere e parlare di certi autori, lo fanno tutti, persino in Italia, ma certamente non era così sessant&#8217;anni fa, quando il solo pronunciarne il nome evocava gli spettri di un passato mai del tutto digerito. Anche la Pivano, il “Caronte” della letteratura anglosassone in Italia, da bravo agente letterario quale era, evitò di occuparsi di Pound. Ripiegò sui suoi figliastri della Beat Generation, tanto di moda e tanto venduti (per te il vero fascista e razzista era Kerouac, non Pound!).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti accusarono di tutto! Dallo spionaggio filo-americano al fascismo e al nazismo. Si dimenticarono che tuo padre era stato il braccio destro di Matteotti</strong>, con una pallottola squadrista conficcata nella coscia e tuo zio Italo fu, a Cartura (nel padovano), l’ultimo sindaco socialista prima dell’avvento del Fascismo. Si scordarono tutto e tu, da raffinato cavaliere, non glielo ricordasti. Che ognuno muoia nell’arroganza della propria umana miseria.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, c’è sempre stato questo diktat di matrice politica a delimitare i parametri di ciò che si poteva o meno discutere. Questa è l’Italietta. Non vorrei chiamarlo bigottismo, piuttosto una forma di silenziosa “inquisizione letteraria”. Coloro che sfuggono alle reti della catalogazione, sono temuti come la peste. Tu non li sopportavi gli inquisitori e anche la tua seconda moglie, la bellissima Anuskha Palme, prima traduttrice di Knut Hamsun, era un manifesto di guerra contro il loro monduccio accomodante e servile. La poesia non ha nulla a che spartire con le cabine elettorali.<br />
<strong>Andasti lontano, caro Maestro, eleggendo gli Stati Uniti come tua seconda patria. Occupasti la cattedra ad Harvard, la stessa che un tempo fu di Eliot. Poi il Benin e la Guiana Francese per approfondire i tuoi studi di antropologia, in Sud America per insegnare letteratura.</strong> Seguirono gli ingaggi come inviato di varie testate giornalistiche e così via. Vent’anni fa il definitivo ritorno nella tua Itaca, l’Italia, sempre più ingrata, sempre più esangue. E le varie congiure editoriali non cessarono assolutamente. Non te lo perdonarono mai, caro Maestro. Le iene non dimenticano quanto è dolce e profumato il sangue del leone. La Destra non ti perdonava le appartenenze socialiste, ma ti ha dato comunque più spazio di quanto non te ne abbia dato questa Sinistra arrogante e presuntuosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64902 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/sanavio2-219x300.jpg" alt="sanavio" width="185" height="253" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/sanavio2-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/sanavio2.jpg 361w" sizes="(max-width: 185px) 100vw, 185px" />Le miserie di questa Italia ingrata le hai vissute e raccontate tutte, dagli impiccati in giro per le strade di Salò, alla sciocca frenesia del Dopoguerra, per passare agli Anni di Piombo sino all’attuale tirannia scemocratica. <strong>Al tuo rientro, il panorama era rimasto pressoché identico: l’ostracismo degli intellettuali nostrani, i tabù, i giochi di potere editoriale, l’egemonia culturale di una certa Sinistra organica, gattopardesca, il poter contare su pochissime persone fidate, su tutti lo scrittore Mario Lunetta (venuto a mancare lo scorso anno).</strong> Sullo sfondo di una Roma sempre più pesante, consunta, moribonda, come unico antidoto vi era per te l’eremo a Sperlonga, la luce del Tirreno, il rinchiudersi nella scrittura. L’alchimia della parola come unico baluardo di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta veramente arduo stilare in poche righe una panoramica il più esaustiva possibile su di un uomo del genere. Il rischio di un risultato scolorito è davvero troppo alto. Sanavio è stato tante, troppe cose: romanziere, saggista, antropologo, giornalista, traduttore, documentarista, avventuriero. Qualsiasi epiteto non renderebbe alcuna giustizia, solo i tuoi libri possono farlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo come se fosse ieri, caro Maestro, il nostro viaggio in taxi mentre ti lasciavo parlare indisturbato dell’importanza che ebbero, per la letteratura mondiale, le seghe che Nora Barnacle fece al suo futuro marito James Joyce in un pub di Dublino.</strong> Ancora rido, se penso alla faccia dell’autista che ascoltava. Come un aedo greco invasato, saltavi da un argomento all’altro come si salta sui sassi per guadare un fiume. Era l’urgenza della vita che finisce. La malattia c’era e io non ne sapevo nulla. Dal cristianesimo inconfessato di Rimbaud passasti alle visioni di Santa Teresa d’Avila, da Von Salomon al futurista Giovanni Korompay, dai romanzi di Guimarães Rosa alla tua litigata con Pasolini. In un baleno mi trasportasti nel ’45 parigino, tra le fucilazioni sommarie della Francia liberata: Brasillach con un proiettile in testa, mentre quella vecchia volpe di Céline – arroccata a Meudon – si crogiolava nel suo vittimismo trasformando l’odio in virtù. Conservo ore e ore di registrazioni dei nostri incontri, le custodisco insieme alle cose più care e preziose che ho, in attesa di trovare modo (e tempo) per sistemarle in un volume.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora mi piace immaginare la tua salma messa al centro della grande sala in Via Arenula. La “testa romana”, come la chiamò Pound, poggiata su un cuscino verde</strong>, con vicino i tulipani rossi da te tanto graditi, le finestre spalancate verso la tua dirimpettaia: la chiesa barocca di San Carlo ai Catinari. Per anni, dal terrazzo ne hai osservato i marmi bianchi piegati e ripiegati sull’insensata bellezza del cielo d’Italia. Il tuo corpo riposa, inerme, trafitto dal plumbeo sole romano, mentre dalle finestre, spalancate, filtra il profumo dei limoni, di quell&#8217;albero su cui ti arrampicasti rompendoti una caviglia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Siamo luci. Tutte le cose che sono, sono luci”: così mi scrivesti nella dedica del tuo libro</strong>, quello che, dopo innumerevoli solleciti, la Marsilio pubblicò aggiungendo la bellezza di ottantasette refusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Buon viaggio Maestro Sanavio, bentornato nella grande luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Martino Cappai</em></strong></p>
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		<title>50 anni senza Jack Kerouac! Ipotesi per un Dizionario Kerouachiano. Parte prima: dalla A di Alcol alla L di Lowell</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2018 09:44:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A cinquant’anni dalla pubblicazione di <em>Satori a Parigi</em>, resoconto del viaggi in Francia di Jack Kerouac, a trenta dalla traduzione edita da Mondadori, e <strong>per ricordarsi anche che l’anno che viene segnerà il cinquantennale della morte del grande romanziere d’origine <em>quebecuoise</em>, tanto famoso quanto male incasellato autore di <em>Sulla strada</em>, <em>I sotterranei</em>, <em>Big Sur</em>, <em>Il dottor Sax</em>, <em>Angeli di desolazione</em>, <em>Visioni di Gerard</em></strong> e di versi come quelli di <em>Mexico City Blues</em>, un abbozzo di dizionario, una ventina di spunti per riscoprirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64797 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg" alt="Kerouac" width="131" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori1.jpg 220w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Una sincopata esplorazione di temi <em>standard</em> su cui è bene tornare, aspetti più o meno noti di un autore vittima dei <em>cliché</em> ideologici imposti dalla sua prima, pur meritoria, promotrice, Fernanda Pivano, e dallo spirito del tempo, degli anni che certo incarnò ma da cui volle anche prendere risolutamente le distanze, e in cui scrisse, fu letto e si appropriarono della sua poesia, delle sue visioni, fino a farne un santino <em>hippie</em>, sinistrorso, rivoluzionario, progressista. Una cantonata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non che ne sia stata l’unica vittima. La lista è lunghissima e prestigiosa. Tra gli altri Hemingway e Chatwin. E un altro <em>beat</em>, William Burroughs, di cui Kerouac scrive che: “aveva un debole sentimentale per l’America dei vecchi tempi, soprattutto degli anni Dieci, </strong>quando [&#8230;] il Paese era selvaggio, rissoso e libero, libertà di ogni genere in abbondanza per tutti. La cosa che odiava di più era la burocrazia di Washington; subito dopo venivano i progressisti; poi i poliziotti.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kerouac non solo generazionale ma anche eterno. Kerouac non solo stelle e strisce ma anche francese. Kerouac non solo <em>beat</em> ma anche proustiano. Kerouac non solo nomadista ma anche sedentario. Kerouac non solo droghe e alcol ma anche cattolico.</strong> Kerouac non solo scrittore ma anche pittore. Kerouac non solo celibe in macchina sulle strade d’America. Kerouac anche a scrivere nella casa di sua madre. Kerouac anche alla ricerca del padre nelle chiese di Francia. Kerouac da rileggere, riscoprire e ridefinire, dalla A alla Z&#8230;</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Dizionario Kerouachiano (parte prima):</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcol –</strong> La ricerca di paradisi visionari per via artificiale finì male per Jack. La prossimità con la madre, a sua volta alcolista, non gli fu d’aiuto. Ciò non toglie che pagine apocalittiche come ultime di <em>Big Sur</em> non possono esser lette solo come un episodio di delirio alcolico. Lo attestano le immagini, simili ma ben più lucide, de <em>Il dottor Sax. </em>Si tratta di testimonianze di visioni che sono pari a quelle di Dostoevskij, l’epilettico&#8230; Che ne <em>L’eterno marito</em> scriveva: “Uno beve la propria tristezza e quasi se ne ubriaca”. Nel caso di Jack si tolga il quasi. Tra Parigi e la Bretagna, cognac. Proprio in <em>Satori a Parigi </em>scrive: “E io, a volte detestabile, so essere dolce. Invecchiando divenni un ubriacone. Perché? Perché amo l’estasi della mente. / Sono un Disastro. / Ma amo l’amore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beato –</strong> Kerouac era un <em>beat</em>. Anzi inventò il <em>beat</em>. Da non confondere con <em>beatnick</em>, illegittima appropriazione da parte di gruppetti <em>hippie </em>di una parola che il romanziere aveva radici antiche, medievali, chiaramente cristiane, nella “beatitudine”. Quella dei santi cattolici. Non dei guru New Age&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cattolicesimo – </strong>Tutta la vita, l’opera, le idee, le radici, le ricerche, le visioni di Kerouac sono profondamente permeate dal Cattolicesimo dei padri, a tratti sincreticamente fuso con meditazioni, affermazioni, letture, episodi legati alle discipline d&#8217;Oriente, zigzag attorno alla linea cui fu sempre fedele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Droga –</strong> Morfina, anfetamine, marijuana, funghi allucinogeni. Oltre a bere, Kerouac provò molte sostanze tossiche. Passò d’altronde gran parte della vita con dei drogati. Fu una delle ragioni delle sue crisi e della sua morte. Lui che a destra seppe farsi soltanto acerrimi nemici. (Verso la fine della sua vita, in uno show televisivo raccontò ridendo d’essere appena stato fermato da dei poliziotti per <em>decay</em> e vale a dire “decadenza”). Lui che non ebbe remore a dirsi avverso alla sinistra. (Altro aneddoto, negli Cinquanta si divertì a guardare in televisione la “caccia alle streghe” fumando marijuana e tifando per il senatore Joe McCarthy). Lui che, come molti cattolici, rimane inclassificabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Europa –</strong> Viaggiando sulle strade degli Stati Uniti: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” – “Dove andiamo?”<br />
– “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Così in <em>Sulla strada.</em> E in <em>Satori a Parigi</em>: “Insomma stavo cercando di scoprire qualcosa della mia famiglia, io fui il primo Lebris de Kérouack che mai tornò in Francia in 210 anni e meditavo di andare in Bretagna e poi in Cornovaglia Inghilterra”. (Pierre Drieu La Rochelle in una recensione ad <em>Addio alle armi </em>di Hemingway, tradotta ne <em>L’eroe da romanzo</em>, parla di “dolente bisogno dell’Europa”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francia e Francofonia – </strong>La Francia, e più precisamente Bretagna e Normandia, era la terra d&#8217;origine degli antenati di Jack, il cui vero nome era d’altronde Jean Louis, e Kirouac il cognome originario, modificato dal nonno Jean Baptiste quando sbarcò nel “Nuovo Mondo”. La lingua madre di Kerouac non era dunque affatto l’inglese americano bensì il francese dei canadesi spregiativamente detti <em>canuck</em>, ovvero francofoni del Quebec. Il soprannome che si dette, “&#8217;Ti Jean”, è poi la forma contratta di “Petit Jean”, Piccolo Jean. Anche la parola <em>beat </em>è meglio comprensibile se si pensa alla sua versione francofona, <em>béat</em>. Jack era solito chiamare in francese, <em>mémêre</em>, ovvero mammina, la madre Gabrielle Ange. Tra i francofoni che ha letto, Pascal, Voltaire, Balzac, Chateaubriand, Céline, Montherlant. La sua prima raccolta di versi, ancora inedita, l’ha scritta in francese, in contemporanea a <em>Sulla strada</em>, e s’intitola <em>La Nuit est ma femme [La notte è la mia donna]&#8230; </em>In <em>Satori a Parigi</em> afferma che il suo nome originale sarebbe Jean Louis Lebris de Kérouac, e di recarsi in Francia proprio per trovare, senza riuscirci, né alla Nationale né alla Mazarine, delle prove a questo proposito (“Sicuramente de Kérouack dovrebbe esistere in Francia visto che è registrato nel British Museum di Londra”) e in particolare del fatto di essere un discendente dai principi di Bretagna e di un ufficiale di stanza a Montcalm, Quebec, a metà Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64798 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg" alt="Kerouac" width="142" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/satori2.jpg 316w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Gerard, Gatti e Gargolle – </strong><em>Visioni di Gerard</em>, l’esile romanzo dedicato alla figura del fratello maggiore morto a soli quattro anni, è assieme a <em>Pic</em> uno dei libri più struggenti e misconosciuti delle lettere nordamericane. Appunti a riguardo: – La visione compassionevole di Kerouac verso il mondo e le creature ha accenti francescani. – La compassione di Kerouac è inscindibilmente connessa a un profondo senso di malinconia. – L’amore dello scrittore è universale, nei confronti del fratello come dei gatti, e su tutti Tyke. – I più grandi autori moderni sono stati fotografati con gatti, quando non ne hanno pure scritto. – Ricordarsi di Poe e Baudelaire, Twain e Lovecraft, Eliot e Neruda, Drieu e Céline, Nimier e Bukowski, Kerouac e Burroughs. – Necessario sarebbe un fotoritratto di ogni grande scrittore moderno in contemplazione delle <em>gargouille</em> delle cattedrali francesi. Tra gatti e gargolle: – Leggendo di Gerard si ha l’impressione che il romanziere più che un gatto tra le braccia abbia una gargolla distesa sul ventre, a fargli vibrare di fusa il ventre, a piantargli gli artigli nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Holmes, Hipster, Huncke –</strong> John Cellion Holmes, poeta e docente universitario americano, considerato uno degli iniziatori del genere <em>Beat </em>(con <em>Go </em>e con l’articolo <em>This is Beat Generation</em>, entrambi del 1952), in un saggio intitolato <em>The Name of the Game</em> sottolinea la grande capacità che Kerouac ebbe di descrivere lo stato mentale dei giovani <em>hipster </em>(nulla a che vedere con gli ininteressanti <em>hipster</em> degli anni Duemila), che come lui camminavano lungo le strade di New York, “guardinghi, come dei gatti, rasenti ai palazzi, nella strada ma non della strada”. Un po’ dei Gesù Cristi. <em>Cf. </em>Giovanni 15,15-19. Nel suo articolo Holmes attribuiva la paternità del nome <em>Beat</em> allo stesso Kerouac, il quale l&#8217;attribuì invece a Herbert Huncke&#8230; Altro figlio del Massachussets trasferitosi a New York, dove alla Columbia University incontrò Kerouac, Burroughs e Ginsberg.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Icone – </strong>Grande appassionato d’arte, lo scrittore studiò tanto la pittura degli informali newyorkesi quanto l’arte europea dei secoli passati. Di suo realizzò, in forme tra l&#8217;astratto e il figurativo, una serie di ritratti di personaggi famosi, da Joan Crawford a Truman Capote. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò in particolare a ritrarre uomini di Chiesa, tra i quali anche il cardinal Montini, Paolo VI. Sue opere sono state esposte presso il Museo d’Arte di Gallarate, in provincia di Milano, in occasione della mostra <em>Beat Painting</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lowell – </strong>Leggere <em>Il dottor Sax</em>: Kerouac lo considerava il suo miglior romanzo. Questo è il suo incipit: “L’altra notte ho sognato che mi trovavo seduto sul marciapiede di Moody Street, Pawtucketville, Lowell, Massachusetts, con carta e matita in mano e mi dicevo: ‘Descrivi l’asfalto grinzoso di questo marciapiede, e anche i paletti di ferro dell’Istituto Tessile, oppure il portone dove Lousy e tu e G. J. vi mettete sempre a sedere, e non soffermarti a pensare alle parole quando ti fermi, soffermati solo per immaginare meglio la scena – e lascia vagare libera la mente in questa storia’”. Guardare in rete qualche fotografia della cittadina in cui Jack nacque e visse tutta la sua infanzia. (I fiumi, il canale, gli alberi, i ponti, le strade, gli edifici di mattoni rossi, la neve). Sognare della propria. A Lowell è ambientato anche il romanzo <em>Maggie Cassidy</em>, che dà conto della partenza dalla città. (Sempre a Lowell sono nati anche l’attrice Bette Davis e lo scrittore Tom Sexton).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong><em>continua</em></p>
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		<title>Quando Allen Ginsberg disse a Gianni Milano: “Mi fate tenerezza, siete i nostri nipotini, ma il Beat è morto”. Storia degli “angeli fo**uti” della beat generation de’ noantri</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Oct 2018 04:00:45 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Anche il disordine è arte, la dissipazione un delirio estetico, precipitare nell’iride crudele di un verso, infiammarsi nell’effimero. Dei Beat sappiamo tutto o quasi: il fenomeno letterario – che poi divenne ‘sociale’ e stabilmente ‘pubblicitario’ – che ha per paladini – nella difformità degli esiti estetici – Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, esplose con la pubblicazione di <em>On the Road. </em><strong>In Italia, fu ‘Nanda’ Pivano a divulgare il verbo Beat; eppure, c’è stato un fenomeno del tutto nostrano, quasi alieno agli Usa, di alienati dalla società, di poeti alieni, di “randagi agnelli angeli fottuti” – così un ‘manifesto’ del 1967 firmato da Gianni Ohm alias Gianni De Martino – le cui “coordinate letterarie… erano state Pavese, Fenoglio, Sartre, Céline, Joyce” (Francesco Tabarelli),</strong> prima di subire l’ipnotico, lisergico fascino dei <em>beatnik</em>. Gianni Milano fu uno dei cavalieri della beat generation de’ noantri, ed è emblematico il suo aneddoto: quando incrociò Allen Ginsberg, il guru di <em>Howl </em>gli urlò in faccia, “Mi fate tenerezza, siete i nostri nipotini, ma il beat è morto”. Alessandro Manca – studioso che si è formato su Pier Vittorio Tondelli – ha curato un repertorio molto interessante sulla “beat generation italiana”, <strong><em>I figli dello stupore</em></strong> (Edizioni Sirio, 2018; con film di Francesco Tabarelli in allegato), che finalmente mette in ordine un movimento disordinato di cui molto s’è detto, poco si sa e che fu storicamente annientato dal magma del Sessantotto. Alfonso Gatto li guardava con simpatia <strong>(“I beats hanno, quasi tutti, occhi chiari e fieri, cercano l’essere dal parere… Io li rispetto: è un fenomeno che ha dato e darà vita a nuovi erranti, a nuovi necessari errori”)</strong>, e con inattuale simpatia vanno letti i proclami politici espressi attraverso la rivista ‘dis-organica’ <em>Mondo Beat</em>, pregni di una radicalità e ingenuità spesso salutare <strong>(“Votare significa scegliere le etichette intercambiabili… tutto è sempre uguale, perché tutti in fondo rappresentano un padrone”,</strong> scrive Agor nel 1966, e dire che ha visto giusto è tautologia). A chi s’interessa di fatti letterari più che ‘storici’ – eppure, che bello il mito ricorrente di una vita sotto le stimmate della poesia, nei sotterranei, di un mondo stigmatizzato dal bello, dalla rapinosa, a volte tragica, rinuncia a tutto – sorprende vedere – ad esempio, nel poema <em>Guru </em>di Gianni Milano – certi stilemi che furono di Piero Jahier e di Giovanni Boine, oppure quella trasandatezza lirica, da ‘anti-’ costanti, che fu degli Scapigliati. Di certi testi che sono puro ‘gesto’ – ad esempio, <em>Is </em>di Vincenzo Parrella, una sfilza di parole sincopate – non resta che la testimonianza di un tempo perduto, altri, invece, risuonano ancora oggi, e andrebbero ripescati (<strong>più che l’istintuale Eros Alesi, benvoluto da Antonio Porta, alfiere di “un contatto che si fonda sulla verità”, come scrisse Giuseppe Pontiggia</strong>, che si uccide neppure ventenne nel 1971, sigillando per sempre l’esperienza beat nostrana, <strong>va letto il romanzo psichedelico di Andrea d’Anna, <em>Il Paradiso delle Uri</em>, che passò per Feltrinelli nel 1967)</strong>. Gli ‘angeli della desolazione’ di casa nostra, straccioni Rimbaud, metropolitani Siddharta, furono stritolati dai vezzi intellettuali del Gruppo 63 e dalla retorica preconfezionata della letteratura ‘d’impegno’, politicizzata. Anche in questo fallimento sta la differenza con gli Usa: qui da noi i ‘ribelli’ radicali non hanno via. D’altronde, in Italia, siamo abituati al triclino mica all’autostop. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63544 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/I-FIGLI-DELLO-STUPORE-copertina-214x300.jpg" alt="Beat" width="148" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/I-FIGLI-DELLO-STUPORE-copertina-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/I-FIGLI-DELLO-STUPORE-copertina-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/I-FIGLI-DELLO-STUPORE-copertina-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/I-FIGLI-DELLO-STUPORE-copertina-600x840.jpg 600w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />Intanto: quanto dura il fenomeno del ‘beat’ italiano, intorno a quali riviste e autori, sotto quale magistero o ispirazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il ‘beat’ nostrano si materializza negli anni dal 1965 alla fine del 1967. Come ricorda in un’intervista con Luigi Bairo uno dei ‘papà’ di quel fenomeno, il poeta e pedagogista Gianni Milano (classe1938), a partire dal 1965, gruppi di giovani della marginalità metropolitana, si ritrovarono nei parchi, nei giardini pubblici, nelle metropolitane delle principali città italiane. <strong>Li univa non la conoscenza della scena americana o una qualche ideologia specifica, quanto l’asfissìa per il sistema di vita nostrano, il desiderio di verità, di espressione, di pace, l’antimilitarismo, il rifiuto del consumismo e delle mode, l’anarchismo. La parola d’ordine di quegli anni fu ‘Non contate su di noi’.</strong> E la stessa cosa avveniva a Milano, a Torino a Genova, a Lucca, a Firenze, a Roma. E anche in provincia, come a Monza e a Cinisello Balsamo, per fare due esempi lombardi. Furono tempi di capelli lunghi e minigonne, di letture poetiche in pubblico fischiate e minacciate da lancio di ortaggi, di fame viscerale, di fughe da casa di minorenni innamorati, di comunità povere ed estasiate. Anni in cui lo scrivere e il fondare riviste e fanzine fu visceralmente legato alla possibilità e alla speranza di ambire a nuove fratellanze, al conoscersi nel magma delle profondità e da condizioni iniziali di grande solitudine ed emarginazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In quell’Italia – ricorda Milano – si viveva in un bolla illusoria ed illudente: la chiamavano ‘boom economico’ che riguardava, come sempre, i soliti e non coloro che più ne avrebbero avuto bisogno. Vero è che le merci giravano e il loro acquisto diveniva uno status symbol ma altrettanto vero è che questo non ampliava l’area di auto-liberazione ed emancipazione. I “più” divenivano “clienti” e consolidavano un sistema repressivo-paternalistico con la benedizione del Vaticano, a volte sornione, a volte corrucciato. Insomma: <strong>si era, in Italia, come ranocchie in uno stagno, senza grandi visioni, senza ampi respiri culturali e politici. Mancava, insomma, la percezione della vita come esistenza irripetibile e si preferiva recitare, male, il paludoso dramma d’una rivoluzione abortita nel “tutti a casa”.</strong> Anche le contestazioni, in Italia, scivolavano lungo canovacci già praticati: quasi si temeva di volare. Il moralismo, poi, che annichiliva in una burletta il senso dell’etica, ungeva i giorni. Si pativa la mancanza di “vere” prospettive e di vere domande. Alcuni – inizialmente non molti – non si trovavano a casa in questo orizzonte e l’unica possibilità, faticosa e pericolosa, era nuotare controcorrente, tagliandosi fuori dallo stagno dei ranocchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questi ragazzi si mescolava a un’insoddisfazione politica e sociale una passione per la letteratura, organizzavano reading pubblici, fondavano club e si dedicavano a pubblicazioni che andavano dai semplici ciclostilati a riviste più strutturate.</strong> Per quanto riguarda le pubblicazioni si possono ricordare le poesie di Poppi Ranchetti, curatore del periodico ‘I lunghi piedi dell’uomo’, il romanzo di Silla Ferradini ‘I fiori chiari’ che racconta la Milano beat, il poeta Aldo Piromalli, poi migrato verso la scena alternativa di Amsterdam e il poeta con iniziale base a Roma Carlo Silvestro. Forse tra le numerose pubblicazioni periodiche di quegli anni, la più nota è <strong>‘Mondo Beat’, pubblicata tra il 1966 e il 1967, rivista che non fu esclusivamente dedicata alla letteratura, bensì anche alla politica e alle questioni sociali. </strong>A causa di un articolo «sull’adulterio maschile e femminile», la rivista fu ostracizzata dal Vaticano e sequestrata dalla polizia. In un manifesto redatto insieme a un’altra organizzazione controculturale, ‘Onda Verde’, la redazione invocava libertà sessuale, obiezione di coscienza contro la leva militare e «la libertà di divorziare». Non c’è da stupirsi se le istituzioni furono immediatamente allertate e, dopo l’ennesimo sequestro, la rivista chiuse i battenti (cf. De Martino, Grispigni 1997). <strong>Pur non occupandosi solo di poesia, altre riviste dichiaravano nel titolo la filiazione diretta con il poema di Ginsberg, ovvero ‘Urlo Beat’ e ‘Grido Beat’.</strong> Anche l’esperienza lucchese fu significativa, con due riviste come ‘Esperienza 2’ (numero unico, 1967) e ‘Noi la pensiamo così… e via’ (numero unico, 1967). In quegli anni fu attiva anche la casa editrice Pitecantropus di Torino, da considerarsi come il primo esperimento editoriale di poesia dal basso e di matrice ‘beat’, tra gli altri libri di poesia portò alla luce ‘Guru’ (1967) e ‘Prana’ (1969) di Gianni Milano, ‘Comprami’ (1967) di Antonio Russo, ‘Illuminazione’ di Paolo Cerrato e ‘Qzearas’ (1969) di Piergianni Curti. La stessa Pivano lavorò a un periodico in collaborazione con Ginsberg. Intitolato ‘Pianeta Fresco’. Ebbe vita breve (chiuse dopo due numeri), ma segnò un alto livello di originalità artistica ed è un significativo prodotto delle fertilizzazioni transculturali dell’epoca. ‘Pianeta Fresco’ segnò un apice delle attività di stampa alternativa in Italia direttamente collegate alla Beat Generation. Ma fu una rivista elitaria e non a buon mercato.</p>
<p><figure id="attachment_63545" aria-describedby="caption-attachment-63545" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-63545" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/milano-ginsberg.jpg" alt="milano ginsberg" width="201" height="250" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/milano-ginsberg.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/milano-ginsberg-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /><figcaption id="caption-attachment-63545" class="wp-caption-text">Allen Ginsberg con Gianni Milano</figcaption></figure></p>
<p><strong>Poi: che rapporti ci sono con i beat americani, da cui tu segnali comunque, una distanza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, la traduzione e la diffusione della letteratura Beat si deve principalmente a Fernanda Pivano, alla quale la Mondadori chiese, nel 1957, un parere sull’opportunità di pubblicare in traduzione ‘On the Road’ di Kerouac. La sua risposta affermativa fu il primo passo verso un impegno a contrastare l’ostilità che, come lei stessa ribadì, percepiva negli operatori culturali italiani dell’epoca. <strong>Mentre quotidiani e rotocalchi presentavano i Beat in un misto di sensazionalismo e curiosità pruriginosa condita di droga e sesso, la Pivano tentava di rivolgersi direttamente a un pubblico intellettuale.</strong> Detto ciò non andrebbe dimenticato che la Beat Generation fu a lungo percepita in Italia come fenomeno sociale e in quanto tale si prestò da una parte alle forze dell’ordine e all’establishment in generale come facile etichetta nei confronti dei giovani ribelli degli anni ’60. <strong>A dire il vero alcuni ragazzi non li avevano nemmeno letti inizialmente, i beat americani, e ciò rende tutta la vicenda probabilmente ancora più interessante e non smaccatamente derivativa.</strong> Altri invece furono spinti dalla lettura del primo Kerouac, dal primo Ginsberg e dal volume ‘Poesia degli Ultimi Americani’ curato sempre da Fernanda Pivano (Feltrinelli, 1964). <strong>Gianni Milano ha ricordato spesso come il ruolo di ‘Nanda’ Pivano fu decisivo. </strong>Lei, con la sua cocciutaggine, senso della bellezza e amabilità, riuscì a introdurre nell’orto letterario italiano queste esotiche ed esuberanti, irriverenti ed oscene piante d’oltreoceano. Ma l’effetto non fu immediato. <strong>Gianni Milano mi raccontò di quando Ginsberg venne in Italia nell’autunno del ’67 in occasione dell’uscita del primo numero di ‘Pianeta Fresco’ (dicembre ‘67) e lui ebbe modo di incontrarlo il poeta americano gli disse:</strong> “Mi fate tenerezza, siete i nostri nipotini, ma il beat è morto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inoltre: come mai sfinisce, finisce il ‘beat’ italiano, travolto, scrivi, dal Sessantotto. Che idea estetica propugnava quel movimento in relazione, per dire, al Gruppo 63, o alla pamphlettistica ‘politica’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel documentario curato dal regista Francesco Tabarelli e prodotto dalla Sirio Films, che è allegato al volume di ricerca di cui mi sono occupato, l’editore Marcello Baraghini (Stampa Alternativa, Strade Bianche) e Gianni Milano ricostruiscono con brevi ma acutissimi pensieri proprio il rapporto tra i beat e i sessantottini: <strong>il movimento studentesco si muoveva su linee prevedibili, rigide e confessionali, era figlio di una società che stabiliva rapporti con i suoi membri a muso duro. Repressione, illusione, mistificazione, conformismo.</strong> I giovani di cui ho approfondito la parabola poetica fecero scelte, a volte ingenue e pericolose, di totale rifiuto dell’allora nascente Villaggio globale, miravano a divenire santi. <strong>Parevano alieni, erano visti come matti, derisi, perseguitati, rinchiusi nelle patrie galere, processati, giovani che avevano come soprannome Scheletrino, Saigon, Ombra e non possedevano che la loro vita.</strong> Gianni Milano ricorda anche come, non essendo missionario, il cosiddetto “movimento beat” visse della sua vita, per tutto il tempo possibile tra un respiro e l’altro, tra un digiuno e l’altro, tra un foglio di via e l’altro, straccione, e povero. Se non è del tutto morto è perché era ricerca. Quei ragazzi ruppero il guscio d’una realtà ch’era sempre stata presente, ma non la si era voluta vedere, indagare. Nel momento in cui si superò la separazione e si rigenerò l’unità di pensiero, di visione e di azione, ebbe inizio la diaspora. <strong>Quel movimento – se di movimento vero e proprio si può parlare – fu, di fatto una terza via alla poesia, ponendosi al di là della linea tradizionale (vedi i vari Montale) e della via iper-intellettuale dei neoavanguardisti.</strong> Non vi furono contatti significativi tra questi percorsi. Furono anni di relazione con la politica, intesa però non come partitica, ma come Vita, bensì di aperture e lacerazioni esistenziali. <strong>Una grande parte di quei ragazzi scrittori erano scappati di casa, avevano abbandonato Chiesa, partiti e istituzioni che consideravano morte o insensate</strong>, anche la famiglia fu tra queste.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63546 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Il-paradiso-delle-urì-184x300.jpg" alt="Il paradiso delle urì" width="138" height="222" />Infine: quali sono le personalità artistiche di maggior spicco secondo te, e che senso ha riesumarle oggi. Intendo, oltre a un senso immediatamente storico (e forse nostalgico) c’è anche un significato estetico, di fatti letterari da recuperare e far risorgere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti faccio tre nomi: Gianni Milano, Andrea d’Anna ed Eros Alesi. <strong>Gianni Milano con il suo poemetto psichedelico ‘Uomo Nudo’, scritto nel ’66,</strong> con dedica ‘alla storia del movimento’ e pubblicato per la prima volta nel ’74. La scrittura di Milano è erede delle migliori intuizioni visionarie e stilistiche di Allen Ginsberg: “uomo nudo / esclamazione del cielo che in principio era il Verbo / tu disceso dall’albero con la banana in culo ed un gettone / ansioso da infilare nel vuoto tu scala di caverne pulsanti / d’infiniti anfiteatri di sangue terapie sotterranee / di veicoli impazziti grande ululato caos di sangue (…)”. <strong>Andrea d’Anna ha scritto il capolavoro della nostra ‘beat generation’: il romanzo ‘Il Paradiso delle Urì’ (Feltrinelli, 1967).</strong> Libro praticamente introvabile e probabilmente l’unico romanzo genuinamente psichedelico della nostra tradizione letteraria. D’Anna, fu poeta e traduttore che prese parte alla scena beat milanese e collaborò alla rivista ‘Pianeta Fresco’. Tradusse ‘Tarantula’ di Bob Dylan e ‘Arte Psichedelica’ di Robert E. L. Masters e Jean Houston; e poi vari libri di canzoni di Peter Tosh; ha tradotto ‘Vita ed arte di veggente’ di Francoise Robin; e soprattutto ‘LSD: la droga che dilata la coscienza’ di David Solomon. Il romanzo ‘Il Paradiso delle Urì’ fu scritto da febbraio a luglio del 1966 tra Verona, Formentera e il Marocco, <strong>D’Anna scrisse: “Non saprei proprio come definirlo. È un romanzo autobiografico, psichedelico, di fantareligione? So solo che l’ho scritto perché dovevo scriverlo”.</strong> Gianmaria Rizzardi afferma: “<em>Il Paradiso delle Urì</em>, scritto sotto l’effetto delle sostanze allucinogene, è un atto d’amore per l’Africa e il suo crogiolo di razze, culture e religioni”. Il romanzo ebbe l’introduzione di Fernanda Pivano. <strong>Eros Alesi: di lui il critico Manacorda scrisse: “Le sue poesie sono preghiere. Forse le uniche preghiere laiche della letteratura italiana degli ultimi decenni”. Alesi, è uno di quei ragazzi che rimase ragazzo, infatti morì a soli 19 anni, </strong>‘volando’ come Icaro verso l’Assoluto, ci ha lasciato un testamento di poche pagine ma di tale forza e intensità da provocare in chi lo legge un turbamento profondo, quasi un’esperienza di “viaggio mistico”. Per i tipi di Stampa Alternativa si può rintracciare il libretto ‘Che Puff’, che però ebbe un percorso difficile. Il nome di Alesi vide per la prima volta la luce in una pubblicazione nel 1973, quando fu inserito all’interno di “Almanacco dello specchio”, rivista di letteratura allora pubblicata da Mondadori. <strong>Stroncato da Pier Paolo Pasolini (“Non ho nessuna particolare pietà per questo disgraziato ragazzo, debole e ignorante, che è morto per la stessa ragione per cui si fanno crescere i capelli”), fece di nuovo capolino sei anni più tardi tra le pagine dell’antologia ‘Poesia degli Anni Settanta’, curata da Antonio Porta con prefazione di Enzo Siciliano (Feltrinelli, 1979).</strong> Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, come accennavo, ha diffuso recentemente questo scritto – nella collana Millelire – intitolandolo ‘Che Puff – Il profumo del mondo’ (2015). È il racconto poetico on the road di un giovane ribelle dei primi anni ‘70, quando una generazione invase le strade in corteo, in coppia, da soli, conquistando, senza chiedere il permesso al potere degli adulti padri e padroni, il diritto di parola e di canto. Marco Lodoli, recensendo il volumetto ricordò come <strong>“Il 31 gennaio del 1971, Eros Alesi si lascia cadere dal muraglione del Muro Torto: era tossicodipendente, sbandato, confuso, viveva nelle grotte di Villa Borghese insieme ad altre anime perse, ed era un vero poeta”.</strong> Eros, attraverso una sorta di diario lirico, “racconta e canta la sua vita estrema. Racconta i suoi viaggi in Oriente sulla rotta dell’eroina, i suoi ricoveri negli ospedali psichiatrici, le amicizie, il percorso sempre più trafelato verso il nulla”. Possiamo dunque ora rileggere quella sua lunga lettera-poema al padre, ex fantino alcolista, odiato e amato, “che è un grido indimenticabile, una pagina che deve trovare posto nella letteratura italiana. Alesi è stato veramente un angelo caduto sul selciato della vita, un’anima pura distrutta dalla smania di trovare un senso alla propria disperata esistenza. Costa solo un euro questo libretto curato con affetto da Enzo Lavagnini: contiene una storia che fa male, ma che dobbiamo conoscere”. Giuseppe Catani sottolinea le “tracce di Allen Ginsberg, di Arthur Rimbaud, di scrittura automatica, tracce di una vita intensa, vissuta con la foga di un ragazzo anticonformista e visionario”. <strong>Eros Alesi conobbe bene la forza di impatti, i richiami alla droga e all’autodistruzione, le urla liberatorie, l’invito a cogliere (e bruciare) ogni attimo di vita, la realtà che non esiste. </strong>Tutti questi sono gli elementi di una poetica presa a schiaffi da un ritmo incalzante, percorso da invettive feroci come da improvvisi momenti di tenerezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi a tuo avviso esistono dei ‘beat’, e cosa significa essere ‘beat’, forse cugini eccitati degli scapigliati di metà Ottocento?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, filologicamente disquisendo oggi non ci sono beat. Facendo mie le parole introduttive di un’intervista fatta al poeta Gianni Milano (da Luigi Bairo), come ho ricordato, uno dei ‘papà’ di quel ‘movimento’, credo che si parli spesso, “troppo spesso di Beat. Se ne parla e straparla da molte parti, soprattutto di questi tempi babbei in cui rivive superficialmente il modo di vestire e di suonare degli anni sessanta. Si sa. <strong>Così procede la macchina del business, che nulla sa inventare, ma solo riesumare e riciclare le culture passate, riproponendole nella loro più fatua esteriorità, dopo che queste sono state opportunamente sterilizzate, come in un vaccino, di ogni contenuto eversivo, destabilizzante”. </strong>Il termine beat risale all’incirca al 1955, ed era un modo di dire musicale, jazzistico. Indicava la battuta, il ritmo. Fu Kerouac che con un istrionismo intenzionale volle tradurre la parola come una sincope di <em>beatus</em>. Essenzialmente fu un movimento furtivo, metropolitano e notturno, che coltivava la depressione, ma anche l’entusiasmo esibiva con orgoglio il proprio anticonformismo e la propria agitazione, aveva abolito il sonno, era terrorizzato dalla possibilità di un olocausto nucleare. Con questa mia ricerca che si è concretizzata nel volume ‘I figli dello stupore. La beat generation italiana’ ho scoperto che anche nel nostro paese, e stiamo parlando di un periodo precedente al ’68, vi furono dei ragazzi che provarono a superare con un sol balzo la frontiera che separa il desiderio dall’azione. Un ultimo aneddoto: <strong>Gianni Milano ricorda che, nell’inverno del 1966, quando fu invitato da Fernanda Pivano a Milano, lesse, sui muri della Metropolitana di Cordusio, ‘W i veri beat’. Era la fine. Anche tra i ‘capelloni’ era arrivato il virus del confronto, della competizione, del modello.</strong> Era ora di morire per rinascere. Alcuni di quei ragazzi non arrivarono all’età adulta. Nel Giardino dei Randagi ci sono le loro tombe.</p>
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