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	<title>Australia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Dialogo oceanico con John Kinsella: un bardo anarchico in Australia</title>
		<link>https://www.pangea.news/john-kinsella-dialogo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 05:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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<p>Ha il corpo di Chirone. Il centauro maestro di Achille, che fonde saggezza e ira, bestia dall’intelligenza energumena. Nelle fotografie, si fa ritrarre tra le rocce e il cielo, mai così azzurro. A volte indossa ampi cappelli. Il corpo è taurino: con una selce potrebbe spezzare le redini del cosmo, raccogliere in una sacca le stelle – e mungerle. Da ragazzo, John Kinsella pareva un attore hollywoodiano: accanita la bellezza, in cagnesco. Prenderebbe il complimento per un’offesa. Vive a Ballardong, nel sudovest australiano, “in una terra sacra per i Noongar, dove viveva la mia famiglia di coloni, in una boscaglia ferita, che curiamo da anni”.</p>



<p>Nato a Perth nel 1963, Kinsella è il più eminente poeta australiano di oggi, tra i grandi poeti contemporanei in lingua inglese. Ha pubblicato una cinquantina di libri. Uno di questi, <em>Jam Tree Gully</em> (2011), è dedicato alla sua casa ai piedi della foresta. Mi mostra alcune fotografie. Alberi polipoidi che s’intrecciano formando arcani calligrammi, tarocchi vegetali. Poi: petroglifi, codici rupestri. I colori, radicali: verde, marrone, azzurro. Viene in mente il libro più bello di Bruce Chatwin, <em>Le Vie dei Canti</em>. Scrivere, forse, è una formula incantatoria, seminagione di sogni. Mi viene in mente il film più bello di Peter Weir, il regista de <em>L’attimo fuggente</em>: s’intitola <em>Picnic ad Hanging Rock</em> (1975), racconta di un gruppo di studentesse, siamo ai primi del Novecento, che si smarrisce tra aborigene rocche. La rude vita, priva di premure convenzioni, la vita prima, l’autentica, pretende le loro corolle gonnelle.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-101389" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/AVZ-8172.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Alla parola “acqua”, Kinsella si accende. “È la nostra priorità. Viviamo grazie a serbatoi per il recupero dell’acqua piovana. Abbiamo due pozzi, ma preferiamo non usarli per evitare di corrompere le falde acquifere, già prosciugate dall’abuso costante che ne fanno gli agricoltori. Di fatto, le mie poesie seguono l’andamento delle piogge, sono il nudo regesto di siccità, costanti disboscamenti, avvenimenti d’acque”. Kinsella abita a Ballardong insieme a Tracy Ryan, compagna di una vita, poetessa anche lei; la sua poesia è stata spesso paragonata a quella di Sylvia Plath – lei preferisce citare le due Emily: la Dickinson e la Brontë. In una poesia di qualche anno fa, Kinsella ha messo insieme Emily Brontë e un acquazzone; un paragrafo recita così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io sono appartato &amp; estroverso,<br>mi assicuro che le cose siano<br>sicure. La natura è vita &amp; un turbine<br>di vento forte e scintille ci fa fremere</strong></p>



<p><strong>fino all’attrito</strong><strong> – quel che può<br>essere distrutto deve essere sostenuto<br>con azioni di conservazione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>“Oceanico” è l’aggettivo che ricorre nell’opera di John Kinsella. Lui dice che ha cominciato a scrivere “quando avevo circa cinque o sei anni – a dieci ho iniziato a tenere un diario”. La folgorazione comincia con un libro di filastrocche donatogli dalla bisnonna: “ho passato una giovinezza di complicati vagabondaggi – ho perso tutti i libri di allora”. La vita di Kinsella è stretta tra il mare e il deserto: a Geraldton – quattrocento chilometri da Perth, 32mila abitanti, sulle coste dell’Oceano Indiano, un Eden per i surfisti – nuotava tra le barriere coralline; nella città fantasma di Kookynie, “ai margini del deserto, è cresciuta mia nonna – spesso mi raccontava di suo padre, perduto nel deserto per giorni”. Ritornò con occhi tatuati ovunque, gonfio di visioni. Il suo ultimo libro, <em>The Argonautica Inlandica</em> (2023), è una riscrittura delle <em>Argonautiche</em> di Apollonio Rodio: il viaggio, però, è ambientato tra l’oceano e l’entroterra dell’Australia occidentale. Ne parlano come di un capolavoro. L’anno prossimo, per W. W. Norton &amp; Company, tra i grandi editori statunitensi, è prevista la pubblicazione dei suoi “Selected Poems”; il libro, <em>The Darkest Pastoral</em>, è a cura di Marjorie Perloff, critica letteraria di equinoziale autorevolezza.</p>



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<p>Ad ogni modo, il capolavoro di Kinsella è <em>Divine Comedy: Journeys Through Regional Geography</em>, specie di audace, australe riscrittura del poema dantesco. Kinsella pare uno sciamano avanguardista: alterna moti arcaici del dire al linguaggio di oggi – ragiona, si direbbe, in terzine. Uscito nel 2008, quella Divina Commedia australiana sbalordì i più; alcuni gli avvicinarono, per ampiezza e spavalderia, <em>Omeros</em>, il testo cardine del premio Nobel per la letteratura Derek Walcott. In Italia, una porzione di questa immane <em>Divina Commedia</em> è stata pubblicata, dieci anni fa, da Raffaelli Editore, grazie a Maria Cristina Biggio, traduttrice ed esegeta di Kinsella. A Dante, il poeta ha dedicato altri libri: uno si focalizza sui disegni danteschi di William Blake (<em>On the Outskirts</em>, 2017), l’altro, <em>Musical Dante</em> (pubblicato in Italia da Raffaelli, nel 2021), parte dalla <em>Dante-Symphonie</em> di Franz Listz.</p>



<p>La prima volta che ho dialogato con Kinsella – era il 2017 – ho sciorinato il mio repertorio culturale. Hai fatto come Pound e Eliot, eminenti interpreti di Dante. Il poeta, con ruvidezza d’altro equatore, ha bloccato i miei balocchi lirici. “Quei poeti hanno subito l’influsso della visione di Dante e della sua poetica, senza radicalizzare Dante”. Che vuol dire? “Vuol dire che Dante mi ha cambiato la vita”. Che vuol dire?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che mentre leggevo Dante, avrò avuto vent’anni, ho cominciato a ragionare sull’assidua avidità umana. Dante è stato la chiave per estendere il mio destino. Lasciai la città, mi trasferii in una baracca a coltivare verdure biologiche, vivendo senza acqua corrente né elettricità. Alcuni paesani, soldati di riserva dell’esercito, avvelenarono il serbatoio d’acqua. In quella estrema lotta, Dante era con me”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Qualcosa di straordinariamente ingenuo e di messianico anima il dire di Kinsella. Il sapiente si fonde con il bambino, l’astuzia con la grazia. “Sono sempre stato affascinato dal paradosso, dall’ambiguità, dalla contraddizione e dalla tautologia”, ha scritto da qualche parte. Ovunque, si definisce <em>vegan, anarchist, pacifist</em>. Vive di scrittura, di saltuari corsi nelle università anglofone. Nella sua casa fuori dal mondo furoreggiano i canguri. Il suo animale totem è il “Barnardius zonarius”, un parrocchetto australiano, “con una sorta di anello al collo. Da ragazzo, sparavo a questi meravigliosi uccelli: da allora mi perseguitano. Quando ne vedo uno, gli chiedo perdono. Ho smesso con le armi, mi batto perché non ne producano più”. Nel 2018 ha pubblicato un romanzo, <em>Lucida Intervalla</em>, che s’intitola come la prima raccolta poetica di un internato in manicomio: uscì a Londra nel 1679, l’autore si chiamava James Carkesse, scrisse, nei rari intervalli di lucidità, quel libro, un caso lirico-clinico. Parla di Thoreau, di Milton e di Rimbaud come fossero vicini di casa; mi legge una poesia, <em>Kangaroos Grazing in Fog</em> dove canguri nella nebbia prevedono il “nucleare annientamento”.</p>



<p>Cosa significa dirsi anarchici oggi, per un poeta?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che non credo nelle strutture, nel potere statale come in quello aziendale: penso che ognuno debba poter governare se stesso come meglio crede. Credo che le minoranze abbiano la stessa importanza delle cosiddette maggioranze”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In un video, Kinsella si erge davanti a una ruspa. Comincia a leggere. “I bulldozer lacerano la carne. I bulldozer rendono malvagie/ le brave persone…”. Gli operai lo minacciano. Hanno l’ordine di spianare un’area, abbattere alberi, ampliare il territorio di una miniera. Il poeta continua a leggere, con ostinata pazienza. Mi torna in mente l’icona di Chirone. All’epoca chiamai Kinsella “guerriero poeta”.</p>



<p>Secondo Harold Bloom, il geniale critico del <em>Genio</em> e del ripristino del <em>Canone occidentale </em>contro la moda dei <em>cultural studies</em> e della <em>cancel culture</em>, “Kinsella è una fontana orfica, un prodigio dell’immaginazione. Nonostante il profondo radicamento nella cultura letteraria australiana, mi fa pensare a John Ashbery: fecondità nell’improbabile, talento eclettico, una poetica che tiene insieme populismo ed elitismo” (così l’attacco del suo studio introduttivo a <em>Peripheral Light</em>, antologia di testi di Kinsella del 2003).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="678" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/the-darkest-pastoral-gebundene-ausgabe-john-kinsella-englisch-678x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101390" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/the-darkest-pastoral-gebundene-ausgabe-john-kinsella-englisch-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/the-darkest-pastoral-gebundene-ausgabe-john-kinsella-englisch-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/the-darkest-pastoral-gebundene-ausgabe-john-kinsella-englisch-600x906.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/the-darkest-pastoral-gebundene-ausgabe-john-kinsella-englisch.jpg 715w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></figure>



<p>Da adolescente, Kinsella inventava linguaggi, “ero ispirato da Tolkien… poi venne Rimbaud”. La discussione si protrae a lungo. L’equatore sembra una sedia a dondolo. Forse la parola luce ha la stessa origine della parola falena. Riassumo il dialogo con Kinsella in alcune parole-chiave. È come comporre un erbario.</p>



<p><strong>Acqua.</strong> “In fondo, la mia poesia è una cronaca della cronica diminuzione delle piogge nel mio continente. Il popolo Noongar, a cui abbiamo sottratto le terre, era ed è il custode di questi luoghi, è riuscito a coesistere con il ‘mondo naturale’ con reciproco vantaggio. Se non proteggiamo l’acqua, il mondo deperirà irrimediabilmente”.</p>



<p><strong>Alla ricerca dell’uomo buono.</strong> “Credo che gli esseri umani siano per natura buoni, che l’umanità sia capace di fare il bene. Capitalismo, nazionalismo, colonialismo hanno costretto il mondo su un sentiero distruttivo, ma modificabile. In molti cercano risposte nella religione, ma anche la religione può essere manipolata e sfruttata da chi non ha altro interesse che controllare le vite degli altri. Respingo ogni forma di coercizione e di controllo; ammiro chi compie una genuina ricerca spirituale”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="725" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-05-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101391" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-05-725x1024.jpg 725w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-05-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-05-600x848.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-05.jpg 750w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption"><small>John Kinsella: Dante Bee Angels To the Rose! Paradiso 31</small></figcaption></figure>



<p><strong>Australia, o dello Stato.</strong> “Non credo negli stati-nazione. Credo e rispetto i diritti territoriali degli aborigeni, il primato della cultura. Non credo che il governo si prenderà cura dell’ambiente naturale: non lo ha mai fatto, mai lo farà. Governo e industria mineraria sono profondamente implicati uno nell’altro”.</p>



<p><strong>Dante. </strong>“Dante è lo scrittore più importante della mia vita – ogni scritto di Dante è decisivo. Leggo Dante da quando sono adolescente; da quando ho vent’anni ho cominciato a <em>reagire</em> alla <em>Divina Commedia</em>, scrivendo. Da quando ne ho 23 ho iniziato a illustrarla. Dante contesta i torti inflitti alla vita; la <em>Commedia</em> fornisce un metodo per ‘scomporre’ il mondo e ricostruirlo, secondo le forme di una più profonda comprensione. In fondo, Dante ci apre la via per contestare il sistema”.</p>



<p><strong>Elezioni americane.</strong> “Finché sarà il complesso militare-industriale a governarci, aumenteranno le ingiustizie di massa, lo sfruttamento dei popoli, la corruzione della biosfera. Finché gli uomini saranno trattati come dollari esisteranno abusi. Finché gli stati nazionali vorranno primeggiare sugli altri, ci saranno conflitti. Finché fabbricheremo armi, avremo massacri di massa. Finché il singolo vorrà sopraffare il prossimo, esisteranno rabbia e violenza”.</p>



<p><strong>Elon Musk.</strong> “La grottesca ricchezza di personaggi come Elon Musk rende più acuminata la mia lotta. La poesia permette di dire cose definitive, consegna al lettore la supremazia nel trovare la propria strada in questa contestazione. Ogni ingiustizia deve essere sfidata. Ogni differenza rispettata. Le contraddizioni risolte. Le ipocrisie annientate. Compiti, questi, che un poeta deve sapersi assumere”.</p>



<p><strong>Insegnare poesia.</strong> “Credo che la poesia sia una postura connaturata più che una facoltà da ricercare. Dunque, più che insegnare si tratta di incoraggiare il poeta a ‘emergere’, offrendogli numerosi esempi, dagli strumenti prosodici ai processi di lettura”.</p>



<p><strong>Linguaggio.</strong> “Bisogna liberare il linguaggio dall’abuso che ne fanno i governi, per opprimere i popoli. Il linguaggio non è un possedimento”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="725" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-update-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-update-725x1024.jpg 725w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-update-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-update-600x848.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/JK-update.jpg 750w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption"><small>John Kinsella: Dante Paradiso Canto XIII 24 times Songs times Blessèd Windrose</small></figcaption></figure>



<p><strong>Morale/moralismo.</strong> “Ragiono in termini di etica più che di morale. Il poeta ha un compito etico, altrimenti il suo lavoro non è che mera decorazione, un’effimera grottesca”.</p>



<p><strong>Oceani.</strong> “Scrivo di fiumi, di oceani e di dighe da tutta la vita. Il mio lavoro può dirsi dunque ‘oceanico’”.</p>



<p><strong>Pantesimo</strong>. “Sono un panteista, sento che <em>Dio </em>è in tutte le cose. L’abuso del pianeta è un abuso contro Dio. Non credo nelle gerarchie del controllo. Non credo che gli esseri umani siano più importanti di altre forme di vita, ma che la vita, in sé, sia importante. Quando una società mineraria distrugge un ecosistema in modo che noi possiamo avere le batterie per alimentare i nostri gadget, stiamo distruggendo Dio”.</p>



<p>L’ultima domanda mi viene come un sussurro. I morti. Il tuo rapporto con i morti. Kinsella non si smuove. Ha l’energia di chi afferra i fiumi per la criniera. “I morti sono il sostegno dei vivi. Sono il pilastro dei vivi. Siamo responsabili nei confronti dei morti, come loro lo sono nei nostri confronti”. Silenzio. Il cosmo dilata le froge, il cielo mostra la sua natura equina. “Vuoi sapere di me? Non mi spaventa la mia morte, mi preoccupo della morte degli altri – della morte di chiunque altro”. Poi sorride. Denti augustei, parole come fionde.</p>



<p><strong>Davide Brullo</strong></p>



<p><em>*Si pubblica per gentile concessione la conversazione con John Kinsella, “About Rains, Rivers and Oceans”, edita sul primo numero della risorta rivista della “Biennale di Venezia”. Diretta da Luigi Mascheroni – la direzione editoriale è di Debora Rossi – la rivista, monografica, trimestrale, rinata dopo 53 anni, s’intitola “Diluvi prossimi venturi / The Coming Floods”. Tra gli interventi, si segnalano testi di José Tolentino e di Peter Weir, di Carolyn Carlson e Aziza Chaouni, una conversazione di Stenio Solinas con Orhan Pamuk, un dialogo con Giovanni Lindo Ferretti. In copertina, una fotografia di Yuri Ancarani. Per informazioni ulteriori: <a href="https://www.labiennale.org/it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.labiennale.org/it</a></em></p>
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		<title>“Leggo Dante e continuo a lottare”. Dialogo con John Kinsella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2022 03:53:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Commedia]]></category>
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		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[John Kinsella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivere un’introduzione all’opera composita di John Kinsella significa percorrere una ‘foresta spessa e viva’, da lui stesso ricreataattraverso la brillante rivisitazione della Commedia e la sua dynamis profetica, che assorbe chi l’attraversa nel processo della sua continua genesi. Nel suo personale cammino, Kinsella non dimentica che il telos del poema dantesco sia la salvazione del [&#8230;]</p>
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<p>Scrivere un’introduzione all’opera composita di John Kinsella significa percorrere una <em>‘foresta spessa e viva’</em>, da lui stesso ricreataattraverso la brillante rivisitazione della <em>Commedia</em> e la sua <em>dynamis profetica</em>, che assorbe chi l’attraversa nel processo della sua continua genesi. <strong>Nel suo personale cammino<em>, </em>Kinsella non dimentica che il <em>telos </em>del poema dantesco sia la salvazione del mondo attraverso la salvazione del poeta che prende su di sé questo compito</strong>, nella piena consapevolezza di dover comporre un discorso su quanto accade nella variegata realtà, la cui sostanza sovrasta sempre il singolo e si dà nel molteplice e contradditorio presente. In questo suo ininterrotto discorso complessamente articolato, Kinsella indaga sia la realtà vissuta in Australia Occidentale (Wheatbelt) sia le questioni internazionali e l’etica personale e pubblica, come nella raccolta <em>On the Outskirts</em> (2017) focalizzata sulle periferie politico-economiche ed esistenziali. La molteplicità della sua scrittura, <em>‘in situ’ e ‘a distanza’</em>, spazia tra molti temi, molte forme e diversi continenti, riuscendo così a leggere la pluralità del mondo e a realizzare ‘<em>un’equazione complessa e senza binari’</em>, in cui il vicino e il lontano compongono in un unico soffio vitale quello che Kinsella chiama <em>regionalismo internazionale.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="603" height="922" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/KinsellaCollected_Cover_1024x1024@2x.jpg" alt="" class="wp-image-92139" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/KinsellaCollected_Cover_1024x1024@2x.jpg 603w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/KinsellaCollected_Cover_1024x1024@2x-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/KinsellaCollected_Cover_1024x1024@2x-600x917.jpg 600w" sizes="(max-width: 603px) 100vw, 603px" /></figure>



<p>È fresco di stampa <a href="https://uwap.uwa.edu.au/products/the-ascension-of-sheep-collected-poems-volume-one-1980-2005" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il primo di tre volumi dei suoi corposi <em>Collected Poems</em>,</a> che raccoglie in più di ottocento pagine poesie degli anni 1980-2005, che vanno dalla tarda adolescenza fino ai quarant’anni di Kinsella, riuscendo così a tracciare un prezioso quadro d’insieme dell’evoluzione del poeta, includendo peraltro svariati testi inediti presentati in volume nella loro esatta cronologia ricostruita dallo stesso poeta, oltre alle numerose copie manoscritte dei materiali d’archivio custoditi dall’University of Western Australia. In essi lo spazio bianco tra le diverse raccolte non è certo silenzio della parola quanto, piuttosto, pura tensione <em>in fortissimo </em>di una conoscenza per ardore che riprende fiato e si rivela più onnivora che mai del mondo e della vita (<em>The Ascention of Sheep</em>, UWA Publishing, con introduzione di Tony Hughes-d’Aeth e post-fazione dello stesso Kinsella, 2022). Anche a scorrere velocemente l’indice del primo volume, si resta davvero stupefatti sia della rapidità con cui si susseguono le sempre nuove raccolte sia dell’abbagliante consistenza qualitativa e dell’originalità e musicalità delle sue creazioni.</p>



<p>Kinsella si lascia ormai alle spalle i suoi esordi quale <em>poeta del paesaggio</em>, allora in sintonia con un’emergente critica postcoloniale che aveva fatto del paesaggio un caposaldo della poesia australiana. Tuttavia, ripensando ad alcune sue poesie amate e antologizzate, quali <em>High Noon – A Visitationafter Edward Hopper’ /Mezzogiorno – Una visitazione alla maniera di Edward Hopper </em>(Visitans, 1999, in <em>Nuovi Nuovissimi Mondi</em>, Antologia di poesia americana, canadese e australiana, Raffaelli Ed. 2012, introduzione di Susan Stewart, a cura e trad. di M. Cristina Biggio), si può facilmente rilevare&nbsp; la notevole capacità del poeta di <em>vedere </em>oltre le superfici dell’esistenza i riflessi di riflessi, i brillii di volti, voci, echi, trasportati dalla corrente versale in un’aria di attesa assorta e straniante, senza le lenti deformanti di ideologie o punti di vista costrittivi. [&#8230;]</p>



<p>Nel frattempo, la poesia di Kinsella è diventata un prezioso punto di riferimento nel vasto palcoscenico internazionale, un autentico specchio delle tensioni che l’attraversano, in cui le singole raccolte, pubblicate via via negli anni, finiscono per acquistare un senso sempre nuovo e corale, anche grazie alla relazione che esse intrattengono l’una con l’altra, quando infine cade il velo chericopre l’intima natura delle cose e la<em> physis </em>si rivela abissale fonte di una continua, grandiosa generazione. In essa, la poesia di Kinsella testimonia una convinta speranza, più forte di ogni dramma e ogni caducità, prezioso antidoto all’angoscia del vuoto e del nulla, in una continua tensione verso la luce. Quest’ultima è di certo la vivida azzurrità del cielo degli antipodi ma anche <em>illuminazione</em>, secondo l’accostamento aristotelico tra <em>phaos </em>(luce) e <em>phantasia </em>(immaginazione), quasi che l’immaginazione poetica riesca a illuminare le cose di una luce seconda, diventando costante attraversamento in cui poter tradurre insidie, gioie e fatiche, asperità e miraggi, nel mistero di una <em>‘vita fedele alla vita’</em> (M. Luzi). O, con le parole di Hölderlin, una luce che permette di trovare quella <em>‘misura a tutti comune’</em> che le cose stesse rivelano, se abbiamo la capacità di sottrarle alle nostre stesse valutazioni, dove affondano le radici dei <em>valori </em>utili solo a dividere gli uomini e a contrapporli fino al limite della reciproca soppressione. Una luce che riesce ad attraversare le <em>disiecta membra</em> della poesia e il battito di ogni più piccola creatura vivente, facendosi avvolgente e terso <em>lume</em> fiammingo che fornisce volumi e identità alle più piccole cose e restituendoci una parola che diventa evocazione e insieme capacità di accoglimento e custodia. Una parola che ci aiuta a vedere, fino ai confini del visibile, la ferita del mondo che ci appartiene nel suo transito, nel cammino e nell’attesa dell’accadimento che chiede di essere portato nel nome e con il nome, in quella profondità che è pienezza di significazione fino alla soglia dell’ineffabile.&nbsp; Ma poi, verrebbe da dire, la poesia di Kinsella riesce a veicolare quanto è ormai urgente dal punto di vista della giustizia eco-sociale, grazie a quella indiscutibile <em>forza della natura </em>o <em>talento naturale</em> da cui generosamente, inarrestabilmente scaturisce l’abbondanza dei suoi versi, corroborati dal sempre vivo desiderio di un futuro migliore.</p>



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<p><strong>Tra un Purgatorio ‘da noi stessi creato’ e un Inferno ‘a portata di mano’, tutto si decide ogni volta nell’esatto contrappunto chiaro-scuro, luce-ombra del segno corposo tracciato dalle singole parole nel minuscolo/vasto spazio dei versi.</strong> Nelle loro profonde meditazioni, che ci mettono a nudo nell’intollerabile silenzio della spaziatura che li scandisce, sentiamo sempre fluire – per interiore, ritmica dettatura tra mille lampi abbacinanti – la speranza di <em>‘poterci spostare costantemente verso la luce’</em>. Purché, precisa Kinsella, si riesca a individuare nella drammaticità del danno indotto il prerequisito di ogni realistico tentativo di una ormai urgente inversione di rotta dall’ estesa deforestazione, da incendi, salinità, erosione delle coste, e dalla scomparsa a più livelli di preziose biodiversità, dovuta al diffuso inquinamento e ai ritmi convulsi dell’odierna agricoltura. In questo suo modo di procedere tra la vita e i versi o tra <em>la vita in versi</em> – in cui, in ogni caso, <em>l’essere è più del dire</em> – il territorio d’indagine del poeta di Perth potrebbe ingannevolmente sembrare circoscritto alla realtà a lui più vicina e meglio conosciuta, mentre la sua vera potenza si esprime nell’umiltà e nella costanza con cui preferisce addentrarsi nei modi di procedere apparentemente trascurabili, compiuti marginalmente dagli esseri umani nella variegata realtà del pianeta, eppure capaci di interrogarci più profondamente sul mistero della vita, attraverso il diaframma dell’immaginazione poetica e la sua forza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Un’opera, quella di Kinsella, ormai articolata in svariati volumi di poesia, narrativa, saggistica e drammaturgia, ai quali si aggiunge la luminosa abbondanza delle creazioni di <em>Graphology</em>, la vorticosa grafologia di coloratissimi disegni-poesie sui Canti della <em>Commedia</em>.</strong> Con le parole dello stesso poeta, “si tratta di un progetto molto ramificato, una sorta di esteso poema a colori elaborato nel corso di una vita, iniziato nel 1997 e poi pubblicato su un’ampia gamma di riviste, libri cartacei e online, in cui il testo è apertamente parte delle immagini o le immagini sono un’ortografia—sono come le parole in una riconcettualizzazione” (termine interessante, quest’ultimo, ispirato peraltro all’articolato&nbsp; pensiero di Antonio Gramsci e alla sua idea di dover abolire i privilegi sociali attraverso la piena uguaglianza dei suoi membri; termine che sarebbe utile sviluppare in altra sede in riferimento all’opera di KInsella). Una riconcettualizzazione, aggiunge il poeta, “che è come un rebus, un semaforo, una negazione di ogni primato della lingua scritta. L’intreccio del progetto evidenzia una sorta di nomadismo, in cui il lettore diventa un vagabondo tra i colori di un qualcosa di non lineare e non gerarchico intorno a Dante. Creazioni che esistono come un’estensione di quanto ho iniziato intorno ai 22 anni: cercare di trovare modi diversi di leggere Dante, specialmente quello che io chiamo il Dante ecologico”. [&#8230;]</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="664" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Kinsella_2008Cover-664x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92140" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Kinsella_2008Cover-664x1024.jpg 664w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Kinsella_2008Cover-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Kinsella_2008Cover-600x926.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/Kinsella_2008Cover.jpg 700w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /></figure>



<p><strong>Volumi su volumi, quelli di Kinsella, che si rincorrono l’un l’altro, peraltro pluripremiati e sempre accompagnati da autorevoli e appassionate note critiche quali quelle di Harold Bloom e Susan Stewart.</strong> Quest’ultima, introducendo Kinsella al pubblico italiano, sottolineava della sua vivida reinterpretazione della <em>Commedia</em>, “la notevole capacità di addentrarsi nelle abitudini mentali ed emotive che rendono invisibile il bene”. Il bene di tutti noi e dell’intero pianeta implica un impegno costante nella tutela di veri e propri paradisi terrestri, preziosi scrigni che racchiudono “la bellezza delle foreste, la meraviglia del loro essere terra sacra dei Noongar, lo splendore degli animali e delle piante”. Non un<em> hortus conclusus </em>dunque, ma quell’idea affascinante di giardino che, per Kinsella e la cultura inglese, non c’è dubbio, è da scoprire: una radura in un bosco, una valletta remota, uno spazio segreto. Un giardino cantato da Omero a Virgilio, da Teocrito a Chrétien de Troyes in una linea diretta fino a Keats. Aree boschive come giardino naturale da preservare e da abbellire, dice Kinsella, fondamentali per la conservazione delle specie e per il costante assorbimento di CO2 nel pianeta, sulle quali purtroppo si continuano a concedere licenze per allettanti quanto devastanti perforazioni esplorative, a cui seguono le<em> fruttuose </em>estrazioni di minerali preziosi. Queste feriscono a morte boschi secolari che sono casa e rifugio di specie che stiamo perdendo, ma anche zone che ospitano popolazioni indigene che testimoniano e tramandano importanti culture e preziose tradizioni del passato.</p>



<p><strong>Se questo è importante per tutti noi, lo è in particolare per un poeta pacifista ecologista come Kinsella, che sente il respiro ferito della vicina e amata foresta di Julimar, nella piena consapevolezza che il tema fondamentale della poesia, con le parole di Bonnefoy, resta pur sempre <em>la salvaguardia della presenza</em>&#8230;</strong> Ne consegue il ridimensionamento dei privilegi della parola, che viene rimessa nel circuito delle cose, ed è conforme semmai allo statuto dell’immagine’ […], come mostra la splendida reinterpretazione di<em> Graphology</em> del Canto XXXIII: “ecco allora apparire il mondo sensibile e colorato ed è necessario che la parola gli vada incontro e decifri i segni”. (Letteratura e arti visive. Enciclopedia It. Bonnefoy 1977, p.120]&#8230;</p>



<p>Così, la prima impressione che emerge dello straordinario, immenso affresco – tracciato negli anni da Kinsella – è quella di un misterioso amalgama di luminescenti essenze della natura ferita e attraversata, tra intense <em>giornate </em>di lavoro trascorse su piccole parti del cuore e della mente affacciate su un giardino segreto, e altre giornate affacciate di lato alle figure in movimento lasciate lentamente ad asciugare sulla parete del mondo, il colore che trasuda e goccia di lato, anch’esso incorporato nell’esito complessivo&nbsp; straordinariamente vivo e pulsante. [&#8230;]</p>



<p><em>Ogni variazione della Commedia – </em>grande o piccola, scritta, disegnata, dipinta, forse sognata ad occhi aperti dalla mente colorata di Kinsella – riesce ad esplorare al contempo nuovi aspetti della sua stessa visione e del suo pensiero, diventando in sé un universo da scoprire, mentre sembra seguire un sottile principio sinfonico in una serie di echi e rimandi che ne fanno un autore prolifico quanto irrequieto, capace di rielaborare con originalità i versi danteschi, indagando le risorse del linguaggio e i modi in cui il linguaggio costruisce e interpreta il significato. Nelle sue vibranti raccolte non traspare mai una struttura lineare quanto, piuttosto, motivi che appaiono, scompaiono, si ripresentano nei versi che si rincorrono, restituendo così al lettore la ricchezza sonora e i caratteri peculiari che sono propri della sua originale poetica, che va tracciando con colorata invenzione artistica una nuova mappa del mondo. Ce la offre <em>parlando d’altro</em>, naturalmente, e questa è forse la sublime prerogativa della sua essenza. Tuttavia, per chi traduce Kinsella, per ogni nuova creazione che si affaccia curiosa dallo schermo del computer o dalla pagina, vale forse l’ironica, suggestiva, perfino quasi deliziosa, grande metafora di Francis Ponge, sull’ispirazione (M. Corti, <em>Percorsi dell’invenzione</em>, p.15). O meglio su quel processo per cui un’idea, un’invenzione, si presenta alla mente, scivola via, scompare: è la metafora della lucertola, nella pièce intitolata <em>Le lèzard. </em>Dal muro in fondo al giardino dei versi di Kinsella, esce un piccolo drago cinese, brusco ma inoffensivo, lo si sa, e ciò lo rende simpatico. Un capolavoro della<em> “bijouterie</em> preistorica”, subito amato ed accolto come chi, direbbe Kinsella, “è di casa, molto o poco come noi”.&nbsp;</p>



<p>I versi di Kinsella finiscono per comporre un unico libro che, con le parole di Calvino, si pone come un classico che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, seguendo la necessità di riappropriarsi della parola, trasformandola da segno convenzionale a parola che dice, secondo l’itinerario della scrittura poetica che implica una disposizione a cercare, a guardare, a distinguere come diseguale ciò che pareva uguale, a dissociare per diversamente associare. L’argonauta Kinsella del terzo millennio è pronto a vedere nel reale la possibilità di essere ‘altro’. <strong>Da questo punto in poi, attraverso il mito degli Argonauti, il poeta continua a interrogarsi e a interrogarci sulla pervasività della guerra e i suoi tristi riti all’interno delle società antiche nel mondo greco e romano.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="610" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788867924028_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-92141" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788867924028_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788867924028_0_536_0_75-246x300.jpg 246w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>Eccoci allora a leggere la rivisitazione del poema <em>Le Argonautiche</em> di Apollonio Rodio (295- 215 a.C. circa) attraverso la poesia di Kinsella, che ci conduce con due graditi inediti ad una delle più note, affascinanti narrazioni della mitologia greca, riportandoci tra i cinquanta eroi leggendari che, sotto la guida di Giasone, si imbarcarono sulla nave Argo per affrontare l’avventuroso quanto incredibile viaggio che li condusse nelle ostili terre della Colchide, sulle estreme rive del Mar nero, alla conquista del vello d’oro. Com’era consuetudine al momento di entrare in guerra, sia i singoli individui sia gli Stati coinvolti, tramite i loro rappresentanti spesso designati ufficialmente dalla comunità, per prima cosa consultavano un oracolo, un luogo nel quale si riteneva possibile ascoltare la voce di un dio, direttamente o attraverso un <em>medium</em>. Apollo era il dio della divinazione e dedicato ad Apollo era l’oracolo di gran lunga più antico e importante del Mediterraneo, quello di Delfi, già citato nell’Iliade, la cui fama oltrepassava i confini del mondo greco.</p>



<p>Proprio con un inedito quanto brillante <em>Oracolo</em>,Kinsella ci fa entrare nel cuore delle vicende Argonautiche. Pelia, usurpatore del trono di Esone, padre di Giasone, riceve, com’era allora abituale, un responso dell’oracolo: si guardi da colui che gli comparirà davanti con un solo piede calzato, poiché vuole il destino che per opera sua egli perisca. L’uomo tanto temuto un giorno compare ed è Giasone, ma Pelia se ne libera mandandolo a riconquistare il vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure per la riconquista del vello d’oro e la relazione tra Giasone e Medea, principessa e maga colchiana, permettono ad Apollonio e allo stesso Kinsella di superare la semplice narrazione, per creare un’esposizione che aderisce ed enfatizza fin dal primo Canto i valori di quei tempi. L’antefatto remoto, non esposto da Apollonio, è che il primo dei fratelli Elle e Frisso, figli del re Atamante, per sfuggire ai maltrattamenti della matrigna, fuggono sul dorso di un montone dal vello d’oro che li conduce in volo attraverso il mare; durante la traversata Elle cade e muore. Giunto in Colchide, Frisso sposa la figlia del sovrano locale e immola il montone affidando il vello d’oro a un drago che veglia giorno e notte sulla spoglia…</p>



<p>Resta centrale la figura di Medea che, per amore, impiega le sue arti di maga e rende possibile la vittoria di Giasone. La straordinaria figura di Medea vive un lacerante conflitto tra passioni e convenzioni sociali, tra un amore incerto e difficile che diventa passione incontrollabile tanto da indurla all’uccisione del fratellino Aspirto che viene gettato a pezzi in mare.</p>



<p><em>Maria Cristina Biggio</em></p>



<p>***</p>



<p><strong>Dante sembra un’ossessione. Cosa trova un poeta, attivista ambientalista, nella Commedia di Dante? Com’è nato questo stretto legame con Dante e perché?</strong></p>



<p>Avevo più o meno ventidue anni quando sono iniziati i miei seri approfondimenti su Dante. Avevo letto Dante in precedenza, intorno ai diciotto anni, ma ho iniziato a rileggerlo quando, tornato da non molto da un viaggio all’estero, stavo lottando con le dipendenze.&nbsp; A quel tempo vivevo in una casa condivisa, e c’era una stanza dove le persone facevano “cose d’arte” (anche se io scrivevo poesie nella stanza che condividevo con la mia ragazza di allora), e in quella stanza d’arte ho iniziato a dipingere immagini che illustravano in modo insolito la <em>Commedia.</em> Ho anche scritto alcune “versioni” dei Canti, ma sono andate perdute da tempo. Ad ogni modo, alcune di quelle prime illustrazioni si trovano in un archivio della biblioteca, e restano così la prima documentazione di questo “approfondimento” di una vita intera nell’opera di Dante. A quel tempo della mia vita ero attivista in modo molto concreto (e lo sono ancora oggi), e sono stato spesso coinvolto in azioni di protesta contro il militarismo, le armi nucleari, la deforestazione e l’estrazione mineraria e, <strong>mentre leggevo Dante, parlavo anche contro il danno e l’avidità: era diventato un modo naturale di estendere il mio attivismo in Dante, e che le sue parole ne facessero parte. </strong>Quando lasciammo quella casa in città, ci trasferimmo in una zona rurale un paio d’ore a sud e Dante venne con me. Vivevamo in una fattoria e, già vegetariano, l’orrore della cascina ha portato me (noi) a diventare vegani e ha fortemente influenzato il nostro crescente attivismo per i diritti degli animali. Lasciammo quella fattoria e andammo molto più a sud e finimmo per vivere in una baracca, coltivando verdure biologiche, e vivendo senz’acqua corrente o elettricità. La nostra comune diventò il bersaglio di bulli di estrema destra (soldati di riserva dell’esercito), e fummo infine scacciati (avevano avvelenato il nostro serbatoio d’acqua). E per tutto questo tempo Dante è stato con me, e io progettavo di scrivere una versione della <em>Commedia</em> che raccontasse il mondo mentre lo stavo vivendo. Sarebbe stato facile mappare l’Inferno su questo, ma non sarebbe stato vero—<strong>la bellezza delle foreste, la meraviglia del suo essere terra sacra dei Noongar, lo splendore degli animali e delle piante…mi sembrò che inferno, purgatorio e paradiso fossero un tutt’uno e che avrei dovuto pensare a un nuovo punto di vista. Volevo scrivere una <em>Commedia</em> anti-coloniale e a favore dell’ambiente.</strong> Non entrerò in tutti gli eventi (e i traumi) in arrivo, ma è stato solo vent’anni dopo, nel 2005, quando — seduto a rileggere la<em> Commedia</em> a Mount Vernon, in Ohio, USA — ho trovato un modo per fare quel che volevo. Ma tra questi momenti, alla fine degli anni ’90, ho scritto un’opera autobiografica, <em>Auto</em>, che era parzialmente in dialogo con <em>La</em> <em>Vita Nuova, </em>così Dante (e Beatrice) era sempre con me in qualche modo. Quando abbiamo lasciato l’America e siamo tornati in Australia, abbiamo vissuto appena fuori York in una tenuta di 5.5 acri ai piedi della montagna sacra Walwalinj (Mount Bakewell’ nel nuovo nome dei colonizzatori) nella terra dei Ballardong Noongar. Questa era la terra in cui viveva la mia famiglia di coloni/coloniali, la terra con cui e di cui sentivo il bisogno di parlare, di riconoscere che fosse la terra rubata alla gente Ballardong Noongar, e che fosse stata devastata dal punto di vista ambientale dall’agricoltura coloniale-industriale. <strong>Così, la <em>Commedia</em> diventò quella ‘ravvicinata’ della tenuta di 5.5 acri, attraverso la quale venivano focalizzate le questioni della devastazione ecologica, dell’ingiustizia sociale e della rapacità del capitalismo del mondo</strong>—e, di conseguenza, ho riscritto e distrutto la mia prima versione della<em> Commedia</em>, che ho completato alla fine del 2008, dopo aver impiegato un anno per ogni cantica. Da allora ho composto altre due versioni della <em>Commedia</em> (non l’intero lavoro, ma parti sostanziali di ogni cantica), una basata sulle illustrazioni di Blake (e ‘ambientata’ in Irlanda, Inghilterra, Germania e Australia), e un’altra sulla musica e Dante e, nell’ultimo anno, ho illustrato la <em>Commedia </em>dal punto di vista della giustizia eco-sociale ‘post-visionaria’ e ‘non dimensionale’ (disegni ‘piatti’ colorati che interagiscono con la dimensionalità e la prospettiva).&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Il Novecento anglofono in realtà può essere letto come una più ampia reinterpretazione dell’opera di Dante: dalle opere di Pound ed Eliot fino a quelle di Hart Crane, Robert Lowell ecc. Cosa aggiunge – o toglie – la tua poetica visionaria alla loro stessa visionarietà?</strong></p>



<p>Beh, sono molto colpito da tutti questi poeti, ma la mia versione è dell’estrema sinistra pacifista. La mia interpreta un anarchismo vegano pacifista, quindi non può che essere un incontro profondamente diverso. <strong>Quei poeti non hanno tradotto o elaborato versioni della <em>Commedia</em>, ma hanno subito fortemente l’influsso della visione di Dante e della sua poetica, tuttavia non hanno tentato di radicalizzare Dante nello stesso modo.</strong> E non si tratta appena di <em>adattare</em> Dante, si tratta di tracciare differenti possibilità nell’opera di Dante. Mi è venuto da ridere quando un commentatore arciconservatore ha suggerito che trovare rilevanza ecologica in Dante fosse ‘semplificare’. Incredibile e sciocco. Non ci vuole molta immaginazione (e Dante sapeva ‘politicizzare’ l’immaginazione, secondo me!) per estendere la topografia, la psico-geografia e la cosmologia di Dante all’ecologia. Il conflitto con Dante nel XX secolo faceva parte della crisi del modernismo – del tentare di spiegare il comportamento devastante degli esseri umani collettivamente e anche individualmente, e trovare un modello attraverso cui leggerlo… un modello a distanza che veniva rifocalizzato attraverso il presente. Ma in realtà, tante volte si trattava di una lettura letterale di tutta la deviazione e/o il potenziamento, di tutta l’elisione o la campionatura, e non di una (completa) <em>rifocalizzazione</em>… così, tanta risonanza dantesca sembra essere stata un innesto su certezze di azione e risposta, di punizione che è o diminuita da una ‘macchina’ priva di emozioni o intensificata attraverso la ricompensa umana. Io non lavoro in questi modi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Che cos’è il tuo<a href="https://www.raffaellieditore.com/musical_dante" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Musical Dante </em>(Raffaelli, 2021) </a>in poche parole, e da dove viene e da dove iniziare a leggerlo?</strong></p>



<p>Originariamente <em>Musical Dante</em> è nato dall’ascolto ripetitivo sia di <em>A Symphony to Dante’s ‘Divine Comedy’ </em>sia della <em>Dante Sonata </em>di Liszt. Sono sempre stato interessato alla musica (vengo, per un lato, da una famiglia di musicisti e artisti visivi), e un giorno, dopo il ventesimo ascolto o giù di lì, avevo appena iniziato a riscrivere un canto dell’Inferno a memoria mentre la musica mi risuonava in testa. Poi ho iniziato a scrivere con l’ascolto della musica e ho focalizzato il mio attivismo ambientale di quel tempo in un manifesto che veniva seguito dal canto. Da quel momento in poi ho iniziato a sviluppare una serie di poesie basate sui canti che venivano da Liszt, ma anche da altri compositori classici che avevano affrontato la <em>Commedia. </em>Da lì in poi esso è cresciuto spontaneamente in rapporto a molte forme di musica, dal punk attraverso il jazz, dal rock alla <em>noise music</em>, all’heavy metal degli Indigeni al rock africano di resistenza al colonialismo. Quel che il lavoro è poi diventato era quasi un manifesto attivista ambientalista, ma anche una guida all’attivismo ecologico. L’idea della “guida” è così fondamentale per la <em>Commedia</em> – io sono colui che viene guidato e che impara dall’ambiente, ma sono anche colui che registra informazioni, un testimone, ma anche, purtroppo, colui che partecipa alla distruzione e deve mettere in discussione i propri impatti. In realtà, non si discosta molto da quel che Dante stesso fa implicitamente, e se ricordiamo come la musica e la performance fossero parte integrante della poesia di Dante, specialmente prima della <em>Commedia</em>, allora questo mio lavoro sembra adattarsi. La musica è in Dante e Dante ha scritto sulla musica. Leggere e ascoltare Dante è sempre un mea culpa, e scriverne ancora di più!</p>



<p><strong>Puoi estrarre una terzina, una manciata di versi per te esemplare da <em>Musical Dante</em> e spiegare al lettore italiano perché scegli quei versi tra gli altri?</strong></p>



<p><em>Musical Dante </em>è un <em>discorso</em> ecologico e pacifista sul danno arrecato alla biosfera. Le musiche prescelte assumono in esso una prevalente funzione espressiva, permettendo loro di accompagnare con le diverse<em> “intonazioni”</em> i temi affrontati nei Canti. Al tempo stesso, esse riescono a dare una percezione complessiva dei diversi sentimenti umani e – come sempre accade in poesia – i versi diventano una inestricabile concentrazione di spontaneità e invenzione, logica e naturalezza, equilibrio e fascino dovuti all’ascolto della molteplicità dei significati dei differenti brani musicali e delle differenti realtà accolte nei versi. La poesia riesce così a portare l’etica all’èthos, per trovare un equilibrio tra quel che è giusto fare nella devastazione climatica e il comportamento pratico dell’individuo e delle comunità interessate alla crisi ecologica. <em>Musical Dante</em>, nonostante tutto, cerca un punto di pronunciabilità della parola ferita e della vita ferita. Anche nella devastazione odierna, esso cerca di esprimere quel che l’umano deve essere, e resta un canto di riverenza verso l’esistente e la sacralità di ogni più piccola creatura vivente…</p>



<p>Allora, forse, la terzina che riassume in sé tutto questo, potrebbe essere l’ultima del Canto <em>5,</em> in cui il poeta è il testimone della catastrofe ecologica e vuole avere un ruolo attivo nell’ancora possibile risanamento ambientale…</p>



<p><em>“Liszt è un ricordo evanescente mentre scrutiamo il cielo per Mercurio con la Musica per archi, percussioni e Celesta di Béla Bart</em><em>ók completando Paradiso 5 di Dante: sperando che gli alti alberi strappati trovino tregua e pace”.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“come Tracy mi dice, sebbene lei si svegli presto e io sogni di attraversare<br>la collina, in cerca di mercurio, con tutta la vita ferita che mi segue per avere tregua,&nbsp;<br>rifugio, avida di habitat, e a cui, anche se io non sono degno di conforto,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br></strong></p><p><strong>questa prossima sfera offrirà speranza di vita perduta, ascolterà questo canto deponente”.</strong></p></blockquote>



<p>**</p>



<p><strong><em>Oracolo</em></strong></p>



<p>“Tale fu l’oracolo …” <em>Argonautica</em></p>



<p>Decenni di configurazione. Un oracolo<br>va bene per tutto? Cosa ci aspettiamo dalla<br>montagna della poesia. Mare, agrumi,<br>tonalità serali di sangue e olivi.<br>Qualcuno sta parlando di cosa<br>far stare in una futura sonda spaziale –<br>ricordando la mappa della pulsar<br>del Disco D’oro del Voyager.<br>Il futuro scivola nel passato ed è<br>di questo viaggio che si tratta, no?<br>La natura essenziale delle metriche.<br>Stanno discutendo di poesia<br>nel Quadro Generale e hanno chiuso<br>i punti fatti sul colonialismo,<br>i costi dei centri, quel desiderio<br>che le ‘periferie’ non siano<br>scoperte. Colmi di talento, arance<br>luminose, non dimenticano mai<br>le mani dell’amicizia quando<br>è arduo mangiare tra<br>l’abbondanza. Qualcuno<br>dice qualcosa sulla ‘scelta’<br>e ‘i poveri’ poi enfatizza la <em>cultura</em>.<br>L’oracolo non sembra troppo preoccupato<br>dei poveri. I poveri sono un’idea<br>entro un dibattito sul privilegio<br>delle idee. Ma il dono delle arance<br>significa qualcosa. È un dono<br>dei soli. Non verrà dimenticato.<em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p><em>*</em></p>



<p><strong><em>Lasciando la Colchide: Medea 4</em></strong></p>



<p>La mia arte non mi portava da nessuna parte,<br>e Eete non mi lasciava andare.<br>Lui non si fermerebbe davanti a niente di industriale<br>e il mare è per lui come lo spazio<br>per Elon Musk. È una relazione<br>gratuita con gli elementi.<br>È la campana subacquea in alto mare<br>e i suoi contenuti meravigliandosi<br>che la plastica abbia raggiunto tali<br>profondità. Meravigliandosi senza ironia.<br>Troppo confidente nel tono. La parola<br>è meno della magia del gesto.<br>Giasone ha dato mio fratello in pasto al mare<br>perché l’inseguimento era in corso –<br>il mare lo ha inghiottito avidamente.<br>Sindrome di Stoccolma. Il genere<br>allenta la tensione, la realtà<br>maliziosa. Sono stata cresciuta pensando<br>che il sangue fosse l’unica interfaccia<br>tra la merda della sottomissione<br>e l’aspirazione divina. È un credo<br>concepito dalla classe media,<br>ma questo non significa che mi importi<br>meno di te — interlocutore — sulla natura.<br>Padri con potere assoluto<br>ti porteranno a misure<br>disperate. Ogni cosa è meglio<br>del loro regno. Amavo<br>mio fratello. Lo ribadisco.<br>C’è olio che trascina pesci appena<br>argentati più in profondità delle capacità<br>delle loro vesciche natatorie.<br>Ma anche gli empatici<br>si stancano di sentire le solite<br>vecchie cose. I fatti compiuti.<br>Ma io insisto sugli anacronismi,<br>come angeli timorosi.</p>



<p><strong><em>John Kinsella</em></strong></p>



<p><em>trad. di M. Cristina Biggio</em></p>
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		<title>Diritti sanitari o diritti umani? La storia di Irina, che in Australia non può vedere il corpo di suo figlio, Dmitri, funambolico paracadutista morto in volo</title>
		<link>https://www.pangea.news/didenko-paracadute-australia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 11:34:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[Dmitri Didenko]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del dolore si può dire poco. Nel limite del soffribile, lo si vive. Chiedere a Irina Didenko, chiedere ad Alana Jayde Bertram, rispettivamente madre e compagna del fu Dmitri Didenko, giovane e funambolico paracadutista scomparso poco più di una settimana fa sulla West Coast Australiana. Deceduto dopo un salto andato a finire male nonostante la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Del dolore si può dire poco. Nel limite del soffribile, lo si vive.</p>



<p>Chiedere a Irina Didenko, chiedere ad Alana Jayde Bertram, rispettivamente madre e compagna del fu Dmitri Didenko, giovane e funambolico paracadutista scomparso poco più di una settimana fa sulla West Coast Australiana. Deceduto dopo un salto andato a finire male nonostante la sua nota e minuziosa cura per i dettagli e le situazioni.</p>



<p>Il dolore, dicevamo, lo si vive, non lo si racconta. E il tempo del racconto, in questo caso un racconto ancora da scrivere, un racconto ancora a metà del guado, tra virus e burocrazia ingessata, è quello che stiamo attraversando ora, senza sapere quando avrà fine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/immagini.quotidiano-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-84008" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/immagini.quotidiano-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/immagini.quotidiano-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/immagini.quotidiano-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/immagini.quotidiano.jpg 1320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>La storia.</strong> Per iniziare l’autopsia del corpo, Dmitri deve essere riconosciuto dalla madre.</p>



<p>Dmitri, russo di nascita, italiano d’adozione, cittadino del mondo per vocazione, ci lascia in Australia il 14 marzo scorso. Per vedere la salma, però, la madre, Irina, deve effettuare un test molecolare PCR in Italia, volare in Australia, soggiornare in quarantena in un hotel per 14 giorni e, infine, dopo circa 20 giorni di agonia, uscire per incontrare la tragedia del suo destino.</p>



<p>Ed è questo che vogliamo raccontare. Il dramma del cavillo burocratico nell’era del covid; la disumanizzazione dell’uomo per salvare il suo futuro, contraddizione delle contraddizioni!</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="562" height="750" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/didenko.jpg" alt="" class="wp-image-84009" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/didenko.jpg 562w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/didenko-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/didenko-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 562px) 100vw, 562px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>La richiesta, il consiglio, l’auspicio, detto dall’Italia e spedito all’Australia è quello, semplice e chiaro, di aiutare Irina a vedere immediatamente Dmitri nei limiti della salute pubblica.</strong> Irina ha svolto il test molecolare in Italia il 17 marzo prima di partire, e ne ha svolto un secondo il 22 marzo in Australia.</p>



<p>In un regime come questo, due test effettuati a tale distanza dovrebbero essere più che sufficienti.</p>



<p>Chiediamo che vengano rispettati, accanto a quelli sanitari, i diritti umani. Chiediamo quindi che venga data possibilità a Irina di vedere Dmitri al più presto.</p>



<p>Ogni secondo perso di questa vicenda è una goccia di sangue e pochi ma significativi gesti possono fare la differenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="591" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/dimitri-didenko-1024x591.jpg" alt="" class="wp-image-84010" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/dimitri-didenko-1024x591.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/dimitri-didenko-300x173.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/dimitri-didenko-768x443.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/dimitri-didenko.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Accettiamo la rigidità delle regole, che capiamo essere fondamentali in questo periodo come lo erano per Antigone nell’antica Tebe. Ma sul fatto che non ci sia un briciolo di comprensione, compassione, empatia occorre spendere due parole, <strong>magari facendole arrivare alla Farnesina</strong> (la quale, oltretutto, potrebbe vantare una piccola vittoria politica se sapesse come fare politica, “La Farnesina aiuta madre italiana a ricongiungersi con suo figlio deceduto fuori Patria”. Che sia troppo?). È prima di tutto un fatto umano, una questione di giustizia, quella di accelerare questo processo per lenire l’insopportabile dolore della madre. E in secondo luogo un fatto politico-diplomatico, quello di tutelare i propri cittadini.</p>



<p>*</p>



<p>Stiamo facendo passare la vita attraverso un filtro, sembra rimanga solo l’asettica esistenza. Chiediamo un colpo di umanità.</p>



<p>***</p>



<p><strong><em><a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/incidente-in-volo-paracadutista-russo-muoredurante-campionato-in-australia_29848741-202102k.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La storia di Dmitri Didenko è stata raccontata da diversi giornali; </a>l’articolo che abbiano ricalcato, <a href="https://www.news.com.au/travel/travel-updates/incidents/fly-high-tributes-flow-for-renowned-skydiver-killed-during-competition-in-jurien-bay/news-story/175de9ce9ee28d480e436f0f1b50e4bf#.crkaa|7yq3k" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pubblicato in Australia lo trovate qui.</a></em></strong></p>



<p>Little can be spoken about pain. Suffering is lived.</p>



<p>Ask Irina Didenko, ask Alana Jayde Bertram, respectively mother and companion of the late Dmitri Didenko, a young and acrobatic skydiver who departed just over a week ago on the Australian West Coast. Died after a jump gone wrong notwithstanding his notorious and careful attention to details and situation.</p>



<p>Pain, we said, is lived, not spoken of. And the time of the story, in this case a story yet to be written, a story still halfway through the ford, between viruses and bureaucracy, is now. And we do not know how it ends.</p>



<p>The plot. To begin the autopsy of the body, Dmitri must be recognized by the Mother.</p>



<p>Dmitri, Russian by birth, Italian by adoption, citizen of the world by vocation, departs in Australia on 14.03.21. To see the body, however, the mother, Irina, must do a molecular PCR test in Italy, fly to Australia, stay in quarantine in a hotel for 14 days and, finally, after about 20 days of agony, go out to meet the tragedy of her destiny.</p>



<p>And this is the story we want to tell. The tragedy of bureaucratic quibble in the era of the covid; the dehumanization of man to save his future, the contradiction of contradictions!</p>



<p>The request, the advice, the hope, by Italy and sent to Australia is to help Irina immediately see Dmitri within the limits of public health.</p>



<p>Irina carried out the molecular test in Italy on 17.03 before leaving and carried out a second one on 22.03 in Australia.</p>



<p>In a regime like the one we live in two tests carried out at this distance should be more than enough.</p>



<p>We ask that human rights are respected alongside health rights. We therefore ask that Irina be given the opportunity to see Dmitri as soon as possible.</p>



<p>Every lost second of this story is a drop of blood and a few but significant gestures can make the difference. We accept the rigidity of the rules, which we understand to be fundamental in this period as they were for Antigone in ancient Thebes. But on the fact that there is not a shred of understanding, compassion, empathy, it is necessary to say a few words, perhaps making them arrive at the Farnesina (which, moreover, could boast a small political victory if it knew how to do politics, &#8220;The Farnesina helps an Italian mother to reunite with her deceased son outside the homeland. &#8220;Is that too much?).</p>



<p>It is first of all a human fact, a question of justice, to speed up this process to soothe the unbearable pain of the mother. And secondly, a political-diplomatic fact, that of protecting its citizens.</p>



<p>We are letting life pass through a filter, it seems that only aseptic existence remains.</p>



<p>We ask for a shot of humanity.</p>
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		<title>“La civiltà non c’entra con il denaro, dipende dallo spirito degli esseri umani”. Su Patrick White, il genio ingiustamente sottovalutato</title>
		<link>https://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-andrea-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 10:41:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete letto qui del Nobel 1973 Patrick White. Ho trovato al Libraccio, a questo banco dei pegni contemporaneo, un suo lungo romanzo pubblicato da Einaudi, I passeggeri del carro. Di qui sono sbocciate altre curiosità riguardo le sue due raccolte poetiche – la prima, stampata in proprio e sotto pseudonimo a diciassette anni, è protetta in un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-andrea-bianchi/">“La civiltà non c’entra con il denaro, dipende dallo spirito degli esseri umani”. Su Patrick White, il genio ingiustamente sottovalutato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-del-nobel/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Avete letto qui</a> del Nobel 1973 Patrick White. Ho trovato al Libraccio, a questo banco dei pegni contemporaneo, un suo lungo romanzo pubblicato da Einaudi, <em>I</em> <em>passeggeri del carro</em>. Di qui sono sbocciate altre curiosità riguardo le sue due raccolte poetiche – la prima, stampata in proprio e sotto pseudonimo a diciassette anni, <a href="https://www.smh.com.au/entertainment/books/national-library-secures-patrick-whites-first-book-of-poems-20160512-got6h4.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è protetta in un <em>caveau </em>della biblioteca nazionale australiana</a> perché White voleva che fosse fatta sparire da ogni biblioteca. <strong>La cosa buffa è che esistono solo altre tredici copie di questi suoi esperimenti poetici, o ‘<em>juvenilia </em>romantiche’</strong> come le chiamano in Australia. Le sue altre poesie sono raccolte in <em>Ploughman</em>, edito nel 1935. <strong>Senza vanterie comuniste, alla ricerca di poeti contadini, White nel 1935 compone la sua elegia dedicata, secca, come nella tradizione scozzese, allo zappatore, al <em>ploughman</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<img decoding="async" class=" wp-image-71687 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro2-27-233x300.jpg" alt="" width="259" height="333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro2-27-233x300.jpg 233w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro2-27.jpg 389w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Quando gli diedero il Nobel, dopo inchini sontuosi e mezz’ora di discorso giustificativo del premio, gli svedesi additarono il <em>lupus in fabula</em>: la malinconia dietro White. Ma leggiamo: “<strong>Il suo lavoro creativo, eseguito in solitudine e senza dubbio battendo i denti contro un’opposizione considerevole, tra vari generi di avversità</strong>, si è gradualmente composto raggiungendo risultati durevoli e sempre più apprezzati, nonostante i dubbi che lui stesso può aver nutrito riguardo il valore dei suoi sforzi. <strong>Il lato controverso di Patrick White si spiega con l’estrema tensione dell’autoespressione, col suo assalto ai problemi più complessi: qui ci sono le qualità che costituiscono la sua grandezza assoluta. </strong>Senza queste qualità non sarebbe stato capace di conferire quella vera consolazione che ritroviamo al centro delle sue malinconie: <strong>la convinzione che ci debba essere qualcosa più degno per noi di esser vissuto, qualcosa che offra di più che non sia la nostra veloce civiltà frettolosa</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto White non era un diplomatico nato. Mandò un conoscente a raccogliere il Nobel e dopo un discorso terra terra, tutto autobiografico, senza dichiarazioni di amori o innamoramenti estetici, terminava di punto in bianco così: “<strong>Qui, in Australia, spero di continuare a vivere, e mentre ne ho ancora la forza spero allo stesso modo di popolare il vuoto australiano nell&#8217;unico modo che sono capace di fare</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso anno del Nobel, nel 1973, White straparla sui giornali australiani contro il progresso facile &amp; a ogni costo: prende le difese dei bianchi che si vedono espropriati dalle loro dimore storiche per far posto a inutili grattacieli, nel segno del dollaro mercuriale e della speculazione edilizia degli yankee.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo, oggi sperso in <em>Patrick White speaks</em> (1989) attacca con piglio deciso: “Quel che mi sembra essere continuamente sopravvalutato da chi pianifica lo sviluppo edilizio è la reazione di chi si trova più fortemente colpito da questo sviluppo – sono esseri umani di cui si dispone al pari di pecore e mucche. Questo mi passava per la testa quando vidi anche la strada dove vivo sotto il giogo della demolizione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-71688 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20-194x300.jpg" alt="" width="228" height="353" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20-991x1536.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-20.jpg 1000w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" />Dopo questo attacco da giornalista strapazzato, ecco come si rialza nel finale, aprendo il ventaglio delle ingiurie: “<strong>Questi speculatori, a voler essere perfettamente franchi, sono abili ad afferrare le loro oche diventando milionari nottetempo. Dopo, ottengono il titolo di cavalieri. </strong>E dobbiamo riconoscere che se riescono in queste loro prodezze, lo si deve alla loro controparte australiana che è lieta di sottoporsi ai magheggi del dollaro rapido – doloroso constatare che fino a un decennio fa erano gli immigrati stranieri a rendere la vita australiana più interessante, più fruttuosa ed efficiente, aiutandoci a raggiungere qualcosa che rimane ancora lontano, che forse otterremo col passare del tempo: la civiltà. Perciò puntiamo a questa piuttosto che al ‘progresso’, un termine che potrebbe rivelarsi, contrariamente alle intenzioni di chi lo adopera, come vuoto di senso. <strong>La civiltà non è faccenda di denaro e concretezza. (Guardate cosa è successo agli Stati Uniti!). La civiltà, per come io la vedo, dipende dallo spirito degli esseri umani, dai loro valori</strong>”. E con queste parole White si è consegnato, coerentemente, all’oblio dei posteri… nonostante la sua seconda comparsa nel catalogo Einaudi nel 1976, con <em>I passeggeri del carro</em> (1961) fosse celebrata così sul retro della copertina: <strong>“Dal 1948 White vive in una fattoria non lontana da Sidney.</strong> È scrittore epico e visionario, della razza dei Melville e dei Conrad. È autore di nove romanzi e due raccolte di racconti. Nel 1973 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">O forse no. Se qualche pio gentiluomo, se qualche degna madama entrasse al Feltrinelli lasciando al bancone dodici euro per comprare la ristampa Mondadori de <strong><em>L’esploratore Voss</em></strong>, avremmo fermato per un attimo il disordine dell’universo in espansione che frantuma anche White. Scherzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà White non è mai uscito dalla discussione anglofona sul progresso e, per gli adolescenti australiani che si spostano a frotte sulla <em>Pacific Coast</em>, è ancora un totem. Prendete questo pezzo dello scorso settembre<a href="https://lithub.com/on-patrick-white-australias-great-unread-novelist/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> su <em>Lithub</em></a>, che è il santo Graal degli hipster</strong>. È firmato da una coetanea, Madeleine Watts, che fa rimpallare il pezzo, da brava, anche su Twitter. Devo dire che il suo articolo <em>Su Patrick White, grande romanziere australiano dimenticato</em> invoglia alla lettura, oltre che per il colore locale, soprattutto per la piccante <em>madeleine </em>delle prime righe: <strong>“Quando avevo 22 anni ero innamorata di un uomo che aveva una fotografia di White incorniciata sopra il suo letto.</strong> Sono cresciuta con le copie di libri di Patrick White ‘vissute’ da mio padre, ne ho studiato i libri all’università, ma solo anni dopo sono riuscita a guardare senza astio, con reale interesse, a questo autore – unico Nobel australiano – e alla sua opera”. Quando si dice che la psicanalisi ormai è inutile…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là delle comode amenità di moda, dall’anno scorso è su Youtube <a href="https://www.sydneytheatre.com.au/magazine/posts/2018/october/video-rare-interview-patrick-white" target="_blank" rel="noopener noreferrer">una buona intervista</a> rilasciata da White a caldo, appena saputo del Nobel. Siccome non sono disponibili i sottotitoli, vi riassumo per punti quella chiacchierata di mezz’ora:</p>
<p style="text-align: justify;">“Il paesaggio dell’infanzia, quello che per me è importante sul piano creativo, può apparirmi senza personaggi. Mentre il paesaggio inglese, col suo verdume, non mi ha mai detto molto. Quello dell’infanzia australiana è diventato più tenue nel tempo, ma ho capito che era fondamentale”.</p>
<p style="text-align: justify;">“I giovani possono anche andar via per del tempo, ma devono tornare a casa per avere una sorta di vita intellettuale. <strong>Non mi considero però un intellettuale ma un artista e come artista affermo che anche le persone ordinarie riescono ad avvertire il decadimento attuale, il decadimento materiale, morale</strong>. Non si può credere a nessuno, meno che mai ai politici: rapinano, rapinano più che possono tra case e yatch”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi sento un repubblicano australiano antimonarchico. <strong>Vorrei tornare in Inghilterra solo per i suoi teatri e lascerei l’Australia anche solo per non lasciare i miei soldi ai suoi politici”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-71689 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro3-5-182x300.jpg" alt="" width="200" height="330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro3-5-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro3-5.jpg 362w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />“Per quel che posso dire osservandomi, avrei voluto fare l’attore. Scrissi per il teatro ma proprio volevo diventare attore. <strong>Quando mi siedo a scrivere, per quanto brancoli, rimango solo; mentre l’attore deve collaborare con le altre persone. Le voci di alcuni attori da giovane mi ossessionavano, volevo scrivere per loro</strong>. Sai, quando i critici hanno paragonato <em>L’esploratore Voss </em>a Tolstoj hanno detto un <em>nonsense</em>. In ogni caso, odio Voss – è andato nelle mani di gente sbagliata e tutto è andato a rotoli quando se ne progettò il film. Non vorrei parlarne”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Se mi dicono che afferro la grandezza al modo di Thomas Mann, che ho un grande schema con le sue contrapposizioni: è come per i premi della corona Britannica, non accetterei mai quei complimenti. Li rimanderei al mittente. <strong>È stato già abbastanza difficile essere autonomo. Sono dell’idea di creare un premio in denaro per gli scrittori australiani. Purtroppo l’establishment vorrebbe metterli tutti quanti al museo”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono un pessimista, nell’insieme, ma tento di fare del mio meglio per far qualcosa che rechi più vita al mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Eccovi i passaggi mozzafiato del discorso<a href="https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1973/white/biographical/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> per il ricevimento del Nobel</a>: “Poco prima dei diciott&#8217;anni convinsi i miei genitori a farmi ritornare in Australia per vedere se, almeno, sarei riuscito ad adattarmi alla vita dei campi prima di tornare in Inghilterra per l&#8217;università a Cambridge. Lavorai per due anni come aspirante pecoraio [<em>jackeroo</em>], prima nelle montagne meridionali del Nuovo Galles, che divenne per me il posto più desolato del pianeta, e in seguito su una delle proprietà materne dei Whitycombe, da uno zio che abitava nel nord bollente e piagato alternativamente da siccità e alluvioni. <strong>Riesco ancora a ricordare come conducevo il mio cavallo attraverso sentieri allagati per andare a prendere la posta, mentre mi godevo un piatto di ortiche stufate a causa della penuria di verdure. Una vita simile mi era abbastanza congeniale, ma ogni discorso finiva sempre per ruotare intorno alla lana e al tempo che faceva</strong>. Sviluppai un’abitudine a scrivere romanzi nascosto da una porta chiusa, o al tavolo da pranzo da mio zio. Fatto ancora più grave, dopo esser passato per un colono alla scuola inglese, ora ero un ‘Pom’ per i miei conterranei australiani a causa della pronuncia inglese. Perciò non osavo più parlare e accolsi l&#8217;opportunità di scapparmene al King’s College di Cambridge.<strong> Anche se l’università si fosse trasformata in una nuova scuola dell’obbligo, avevo deciso di perdermi come un’anonima particella nella Londra che già amavo</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Io sono appartato &#038; estroverso, mi assicuro che le cose siano sicure”: John Kinsella dialoga con Emily Brontë. Una poesia inedita da “Insomnia” (con un’autoglossa dell’autore)</title>
		<link>https://www.pangea.news/john-kinsella-poesia-inedita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2019 07:47:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Brönte]]></category>
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		<category><![CDATA[Maria Cristina Biggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una tempesta non prevista dal meteo. Un barometro che segna con precisione millimetrica lo sbalzo costante della pressione atmosferica. Ogni cosa d’improvviso esposta all’oscura minaccia di una fantasmatica tempesta che incombe sulla nostra capacità/incapacità di credere alle potenzialità catastrofiche della sua devastazione. La tempesta che “si sta avvicinando / no, è sempre qui” diventa il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/john-kinsella-poesia-inedita/">“Io sono appartato &#038; estroverso, mi assicuro che le cose siano sicure”: John Kinsella dialoga con Emily Brontë. Una poesia inedita da “Insomnia” (con un’autoglossa dell’autore)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una tempesta non prevista dal meteo. Un barometro che segna con precisione millimetrica lo sbalzo costante della pressione atmosferica. Ogni cosa d’improvviso esposta all’oscura minaccia di una fantasmatica tempesta che incombe sulla nostra capacità/incapacità di credere alle potenzialità catastrofiche della sua devastazione.</strong> La tempesta che “si sta avvicinando / <em>no</em>, è sempre qui” diventa il leitmotiv di qualcosa di umbratile e spaventoso, che continua ad oscillare tra interno/esterno, reale/irreale, affermato/negato, stagnante eppure dirompente come il “turbine di vento forte e scintille” che “ci fa fremere fino all’attrito”. Nel piccolo/grande spazio delle quartine, la tempesta acquista via via lo statuto del perturbante: qualcosa di incontrollato che continua ad accrescersi “sopra e sotto di noi”, qualcosa di percettibile e cumulativo nella sua ripetitività eppure celato, segreto, inconscio, ambivalente. L’<em>unheimlich </em>freudiano-kinselliano-brontiano, con il suo prefisso <em>un</em> anteposto ad <em>heimlich</em>—che ha in sé la radice di tutto quel che è casa-patrio-nativo-abituale-intimo—fa trapassare il noto e il familiare nel suo contrario. Qualcosa che si sottrae alla nostra piena comprensione e tuttavia capace di ingenerare angoscia e terrore per l’orribile furia degli elementi o delle passioni distruttrici che possono abbattersi sulla casa e sull’abitare, su quanto è consueto e ci è noto da tempo. E che è pertanto indagabile sia sul piano dei sentimenti umani e dei fenomeni psichici frutto dell’inconscio, sia in termini di filosofia estetica, giocando un ruolo chiave nella sfera delle emozioni umane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70221 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-17-233x300.jpg" alt="" width="263" height="339" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-17-233x300.jpg 233w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-17.jpg 400w" sizes="(max-width: 263px) 100vw, 263px" />Sotto l’effetto perturbante della fantasmatica tempesta su Jam Tree Gully, lo spazio interno <em>close and warm, </em>senza più asse né centro, trapassa nel suo opposto e in tutto quello che, dice Schelling, doveva restare celato, ignorato, ed è invece affiorato. Il poeta “appartato”, il <em>grande iniziatore</em>, si fa viandante “estroverso”. Mette in atto per tutti una vigilanza insonne e luminosamente umana sulla più vasta fragilità di quanto – cose, persone, animali e luoghi amati – si trova all’esterno.</strong> Lascia entrare nello spazio aperto dei propri versi l’eco della viva <em>phoné </em>di Emily, la cui voce rocciosa continua a scandire il ritmo tempestoso o calmo della vita. I “<em>no”</em> della <em>gigantessa</em> dallo sguardo visionario—più che mai rivolto a <em>un mondo spaccato in due da un gigantesco disordine</em>—si intrecciano alla voce accorata di Kinsella. Il testo si fa intertesto, l’univocità plurivocità, la parola viva dell’oggi diventa coralità che freme più umana grazie all’<em>energia dislocante della poesia</em>, capace di dar voce alla pura presenza delle cose, portate ai nostri occhi in una sorta di cortocircuito fisico ed emotivo. I versi, duttili nel movimento nelle quartine, cercano contrasti, assonanze, sospensioni, tracce segrete che conducano a uno svelamento di più significati e a una moltiplicazione di senso del reale, scardinando al contempo il significato unico e la figura autoriale. Lo spazio <em>terzo</em> intertestuale diventa struttura percettiva, habitat da preservare, <em>locus amoenus</em> o luogo delle delizie dove può ancora svolgersi la trama del mondo naturale circostante. Dove i fili dell’<em>habitus </em>respirante del poeta, che sono strumento di comunicazione e trasmissione della memoria e dell’<em>ethos</em>, possono dipanarsi e riavvolgersi attorno all’altro da sé, colmando la distanza tra il proprio e l’altrui con una parola <em>semi-altrui</em>, in un gioco perpetuo di rimandi, sovrapposizioni, variazioni. Il paesaggio intertestuale diventa luogo dei vincoli umani necessari al canto d’amore e dolore <em>del dire essenziale e più dicente</em> kinselliano, che riesce così a lambire una più umana linea collettiva della profonda relazione  che corre tra la vita, la morte e il linguaggio, intessendo un fragilissimo legame, sempre pronto a spezzarsi, tra poesia e responsabilità individuale e collettiva, tra interiorità ed esteriorità come contrapposizione di quel che è estraneo alla nostra coscienza e quel che le è proprio. Ma anche tra l’apparenza e l’essenza delle cose che si manifestano nella loro ambivalenza in ogni aspetto della vita. Il dire kinselliano, necessario e urgente, si spinge così verso quel cambiamento e quell’azione indispensabili al <em>farsi-mondo</em> della parola per poter rifondare il nostro abitare, dove le cose possono finalmente appartenersi reciprocamente ed è possibile l’identità del non-identico. Le parole diventano via via semplici parole della terra e di una casa comune. Parole separate dalle loro radici numinose, nelle quali il poeta di Perth può vedere cose differenti e opposte entrare in una prismatica relazione originale, vedendo i contrari dissolversi, <em>poesia e verità essendo sinonimi</em> (Char). Dalla china scoscesa di Penistone Crags, la voce di Emily si fa evidenza e percorso. Pronuncia nell’oggi la dura roccia e l’amata brughiera dello Yorkshire, accogliendo nella terra rossa delle fenditure delle cime più alte le acacie spinose di Jam Tree Gully. Intanto, nel lucore dorato della cintura del grano australiano, le radici degli eucalipti kinselliani continuano a ‘velare e a svelare’ il ‘contesto originale di uno scrivere apocalittico’ nell’ancora troppo esteso <em>Purgatorio </em>del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dov’è l’anima della bambola dalle fattezze umane che incute terrore con il suo sguardo sinistro?” si chiedeva Rilke. “Dov’è l’anima del nostro mondo contemporaneo dalle perturbanti fattezze disumane?” si chiede <a href="http://www.pangea.news/kinsella-guerriero-poeta-uso-la-poesia-resistere-donald-trump-allavidita-della-macchina-capitalista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kinsella</a> nella dilagante crisi dell’essere, nel consumismo globale che depreda e consuma dissennatamente spazi e risorse della terra che sono di tutti, lasciando invece miseramente ai margini del superfluo la poesia, l’arte, la bellezza?</strong> Con l’abituale vocazione intertestuale, l’eminente poeta ambientalista australiano scrive nella nuova silloge <a href="https://www.panmacmillan.com/authors/john-kinsella/insomnia/9781529009767" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>INSOMNIA</em> </strong></a>il proprio atto di resistenza contro una compiacente visione del mondo che non vede o non vuol vedere la vanità di un mondo effimero che rincorre, costi quel che costi, mode, fama, successo, prestigio sociale, benessere, e sembra non saper più scegliere tra l’apparire e l’essere. Nell’angosciosa condizione odierna di comoda o incosciente sospensione sulla soglia tra certezze ormai crollate e l’inadeguatezza o l’insufficienza degli interventi necessari a contrastare gli effetti sempre più catastrofici del cambiamento climatico sul pianeta terra, Kinsella chiama a raccolta nella propria arca o arco spaziale (<em>Space Arc and Space Ark</em> è il titolo di una toccante poesia inclusa nella silloge), le amate voci di Emily Brontë e Judith Wright, continuando a trarre sangue poetico e morale dal <em>pan degli angeli</em> dantesco (qui attraverso l’interpretazione di Liszt nella sua <em>Dante Sonata</em>, nella quale il virtuosismo del compositore tenta di trascendere la fisicità del suono, di renderlo un veicolo fluido e trasparente, adatto a trasmettere il lamento delle anime dell’Inferno e la gioia della anime beate secondo il messaggio poetico della Divina Commedia). Con <em>INSOMNIA</em>, non del tutto a sorpresa, Kinsella porta alla nostra riflessione un passo illuminante e commovente tratto dalla <em>Critica della ragion pura</em>, nel quale Kant ci ricorda che <em>al di là delle parole stanno le cose</em> e al limite delle parole accade il mondo. Proprio sulla soglia della parola, nel suo limite, il dire kinselliano sollecita un sapere, una ragione delle cose che è oscillante e vaga, ma c’è. Si interroga su come e cosa possiamo davvero conoscere e sull’al di là del linguaggio che è la storia vivente di questa ragione che ognuno, parlando e vivendo, frequenta e promuove, come sa e come può. “Naturalmente–ci soccorre Carlo Sini—anche questo dire è una storia, un modo per rimodellarsi nel mondo e rimodellare il mondo. A che fine? Per quello che, secondo Whitehead, è il fine di tutte le nostre azioni e di tutte le nostre storie: per vivere, anzitutto; poi per vivere bene; quindi per vivere meglio.” (mcb)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Critica della ragion pura  </em></p>
<p style="text-align: justify;">(Sezione II, pag.36)</p>
<p style="text-align: justify;">[…] “Infatti, se sottraete a poco a poco dal vostro concetto empirico d’un corpo tutto ciò che vi è di empirico, il colore, la durezza, la mollezza, la pesantezza e la stessa impenetrabilità, resta tuttavia lo spazio che esso (che ora è del tutto svanito) occupava, e che non può essere soppresso. Così, se togliete via dal vostro concetto empirico di ciascun oggetto, corporeo o incorporeo, tutte le proprietà che l’esperienza vi insegna, non gli potete nondimeno togliere quella, per cui lo pensate come sostanza, o aderente a una sostanza (sebbene questo concetto abbia una determinazione maggiore che quello di oggetto in generale). Spinti dalla necessità con cui questo concetto vi si impone, dovete dunque convenire che esso ha la sua sede nella vostra facoltà di conoscere a priori”.[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Emily Brontë Storm Poem: Jam Tree Gully</strong></p>
<p><strong>                         January 2018                    </strong></p>
<p>The storm isn’t here,<br />
it isn’t predicted. And yet<br />
the barometer’s<br />
needle has cast its lot —</p>
<p>down past the leaf, even,<br />
down to the floor —<br />
all is stagnant, <em>no</em>, a tremble of door<br />
&amp; window, ants moving in —</p>
<p>I am withdrawn &amp; extrovert,<br />
making sure things are<br />
secure. Nature is life, &amp; a bout<br />
of high wind and sparks stirs</p>
<p>us to friction — what can<br />
be destroyed needs following-<br />
up with acts of conservation.<br />
The storm is approaching —</p>
<p><em>no</em>, it is always here,<br />
building above &amp; below us,<br />
though skies remain clear.<br />
<em>No</em>, the blue slightly feathers.<br />
<strong><em>John Kinsella</em></strong></p>
<p>(from <em>Insomnia</em>, Picador, 2019)</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>Poesia sulla tempesta di Emily Bront</strong><strong>ë: Jam Tree Gully</strong></p>
<p><strong>                                    Gennaio 2018</strong></p>
<p>La tempesta non è qui,<br />
non è prevista. Eppure<br />
l’ago del barometro<br />
ha fatto la sua scelta—</p>
<p>a picco oltre il simbolo-foglia, fisso,<br />
a picco verso il pavimento—<br />
tutto è stagnante, <em>no</em>, un tremito di porte<br />
&amp; finestre, formiche che entrano.</p>
<p>Io sono appartato &amp; estroverso,<br />
mi assicuro che le cose siano<br />
sicure. La natura è vita &amp; un turbine<br />
di vento forte e scintille ci fa fremere</p>
<p>fino all’attrito – quel che può<br />
essere distrutto deve essere sostenuto<br />
con azioni di conservazione.<br />
La tempesta si sta avvicinando—</p>
<p><em>no</em>, è sempre qui,<br />
si accresce sopra &amp; sotto di noi,<br />
sebbene i cieli restino chiari.<br />
<em>No</em>, il blu leggermente si offusca.</p>
<p><em>(traduzione di Maria Cristina Biggio)</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Autoglossa di John Kinsella  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“I have been writing poems &#8216;after&#8217; and &#8216;in response to&#8217; Emily Brontë&#8217;s poems since I was a teenager. <em>Insomnia</em> contains a number of my &#8216;Emily Brontë poems&#8217;. This poem seems to me to be about inner and outer lives. I am very much an &#8216;outdoor&#8217; person, who loves to be in nature, and yet I see so much from my window as I work. I see skies brewing and the storm not breaking, I search for the predicted storm and do not find it, but then I find storms in myself, especially in response to the mistreatment of the natural world. Emily Brontë&#8217;s poems have always struck me as being so visceral, so earthy, so exposed to the elements. They don&#8217;t just described weather, they <em>are </em>weather! Jam Tree Gully is very different from the moors that Emily wandered, and I am cautious not to link them in a kind of ongoing colonialism, but I know the moors, and actually got core work on my ongoing &#8216;Emily Brontë poem cycle&#8217; done when we were staying at Ponden House, West Yorkshire, in 2011, so the landscape the intensity of earth and skies is in there, but not as a displacement of what&#8217;s <em>here</em>, in the Western Australian wheatbelt. Here is here, there is there, but they are linked in terms of the health of the biosphere, and also the harm we do to it wherever we are. Even when the skies look clear, the storm is within us, and even when we are told there&#8217;s a storm, it&#8217;s also not there if we interpret or see it in different ways. I have always been fascinated by paradox, ambiguity, contradiction, and tautology. How different places and times and outlooks can converse, but not overlay and occupy and consume each other”. (J.K.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“</strong><strong>Ho scritto poesie ‘alla maniera di’ e ‘in risposta alle’ poesie di Emily Bront</strong><strong>ë</strong><strong> fin da quando ero un adolescente. <em>Insomnia </em>include alcune mie ‘poesie di Emily’.</strong> Questa (sulla tempesta) mi sembra sia sull’interiorità e l’esteriorità dell’esistenza. Sono davvero una persona che ama stare ‘all’aperto’, in mezzo alla natura, e tuttavia vedo così tanto dalla finestra mentre lavoro. Vedo cieli in fermento e tempeste che non si abbattono, cerco la tempesta prevista e non la trovo, ma poi trovo le tempeste in me stesso, specialmente in risposta alla devastazione del mondo naturale. Le poesie di Emily Brontë mi hanno sempre colpito per essere così viscerali, così terrestri, così esposte agli elementi. Non descrivono appena il tempo metereologico, sono il tempo stesso! Jam Tree Gully è molto diversa dalla brughiera in cui Emily amava vagare, e faccio molta attenzione a non collegarle in una sorta di perdurante colonialismo, ma conosco la brughiera, e in <strong>realtà il grosso del lavoro sul mio ininterrotto ‘ciclo di poesie di Emily Bront</strong><strong>ë’</strong><strong> è stato realizzato quando stavamo alla Ponden House, nello Yorkshire Occidentale, nel 2011. Così il paesaggio, l’intensità della terra e dei cieli sono tutti là dentro,</strong> ma non come una dislocazione di quel che è<em> qui, </em>nella regione wheatbelt dell’Australia Occidentale. Qui è qui, laggiù è laggiù, ma essi sono collegati sotto il profilo dello stato di salute della biosfera, e anche del danno che le arrechiamo, ovunque noi siamo. Anche quando i cieli sembrano chiari, la tempesta è dentro di noi, e anche quando ci viene detto che c’è una tempesta, essa non è davvero qui se la interpretiamo o la vediamo in modi diversi. <strong>Sono sempre stato affascinato dal paradosso, dall’ambiguità, dalla contraddizione e dalla tautologia.</strong> Da come luoghi differenti e tempi e prospettive possano dialogare, ma senza sovrapporsi, occuparsi e distruggersi gli uni con gli altri”. (trad. di mcb)</p>
<p>***</p>
<p>Eminente poeta ambientalista, <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/john-kinsella" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>John Kinsella</strong> </a>(Perth, Australia Occidentale) è Fellow of Churchill College (Cambridge University) e Professor of Literature and Environment (Curtin University). È stato insignito di prestigiosi premi e ha pubblicato svariate raccolte di poesia. Si ricordano:<em> Drowning in Wheat: Selected Poems</em>, <em>Sack</em>, <em>Armour</em>, <em>Shades of the Sublime &amp; Beautiful</em>, <em>Divine Comedy: Journeys through a Regional Geography</em>. In Italia ha pubblicato una selezione di poesie dal volume <em>Divina Commedia: Viaggi attraverso una geografia regionale</em> (traduzione a cura di Maria Cristina Biggio, con prefazione di John Alfred Scott, disegni di Urs Jaeggi, Raffaelli Editore, 2014). Kinsella è inoltre presente nel Blog di poesia della RAI, nella rivista online <em>Pangea</em> e nel Quaderno Lavori (a cura di Maria Cristina Biggio), nell’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (Raffaelli, 2017). L’ultima raccolta di poesia, finora inedita in Italia, di cui qui si presenta un testo, si intitola <em>Insomnia</em> (Picador, 2019).</p>
<p><em>*In copertina: John Kinsella fotografato da Tracy Ryan</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Se sono perduto io, allora, chi può essere salvato?”. Il capolavoro di Patrick White, il Nobel misconosciuto (ed elogio del suo traduttore, il grande poeta Piero Jahier)</title>
		<link>https://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-del-nobel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Sep 2019 04:41:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick White]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Jahier]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Hughes]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Voss]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ‘novità’ più interessante degli ultimi mesi editoriali l’ha pubblicata Mondadori. Si tratta di un romanzo di sessant’anni fa – 1957, per la precisione – pubblicato in Italia da Einaudi nel 1965 e riproposto – al netto di qualche inevitabile correzione – pari pari, oggi, nella traduzione letteraria e sgargiante di Piero Jahier. Il romanzo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-del-nobel/">“Se sono perduto io, allora, chi può essere salvato?”. Il capolavoro di Patrick White, il Nobel misconosciuto (ed elogio del suo traduttore, il grande poeta Piero Jahier)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La ‘novità’ più interessante degli ultimi mesi editoriali l’ha pubblicata Mondadori. Si tratta di un romanzo di sessant’anni fa – 1957, per la precisione – pubblicato in Italia da Einaudi nel 1965 e riproposto – al netto di qualche inevitabile correzione – pari pari,</strong> oggi, nella traduzione letteraria e sgargiante di Piero Jahier. Il romanzo s’intitola <em>Voss</em>, dal nome del protagonista, in Italia fu edito come <em>L’esploratore</em>, a questo giro hanno sintetizzato in <em>L’esploratore Voss. </em>Il romanzo è stato scritto – nonostante il cognome – da un oscuro australiano, uno dei Nobel per la letteratura più misconosciuti della storia: lui si chiama Patrick White, <em>Voss </em>è un capolavoro. (In ambito editoriale, insomma, c’è poco da speculare, basta ‘vedere’ ciò che già c’è, curare il giardino).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-69877 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-3-225x300.jpg" alt="" width="233" height="311" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-3-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-3-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-3.jpg 576w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" />Che fosse ‘difficile’ lo sapeva anche lui – un uomo difficile che scrive in modo difficile. </strong>Thomas Keneally, nell’intro pubblicata in questa edizione Mondadori, recupera alcune parole di White (<strong>“Sono un romanziere antiquato, che quasi nessuno legge, o se lo fanno, la maggior parte dei lettori non capisce di cosa sto parlando.</strong> Certo, vorrei non aver mai scritto <em>L’esploratore</em>, che ha l’aria di diventare una condanna per tutti, come l’albatro ucciso dal vecchio marinaio”), convincendoci che quel romanzo, sgargiante, burrascoso, gnostico, è l’Everest di un genio. “Ecco qui, dunque, l’albatro di White, un uccello che conserva la propria vitalità prodigiosa e irradia luce dalle sue ali”. Naturalmente, l’oscuro White non può che essermi simpatico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di Australia sappiamo quasi nulla – tolta Nicole Kidman, che però è nata a Honolulu, <em>Nemo</em>, i canguri e Russel Crowe. <strong><em>Picnic ad Hanging Rock</em>, di Peter Weir, può essere un ottimo incipit, <em>La riva fatale </em>di Robert Hughes è un libro necessario, ma <em>L’esploratore Voss </em>è il romanzo fondamentale, una specie di Esodo, scritto con il brio linguistico di un Joyce disidratato dalle pietre</strong>, disgregato di luci. La complessità di Patrick White è speculare a quella di Les Murray, solo che il primo è un severo gnostico l’altro un gaudente cristiano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Johann Ulrich Voss è un tedesco, eroe dell’espatrio, folle Artù senza terra e con una landa di pietre per Graal, che va per il deserto d’Australia, in una specie di catabasi, di espiazione. L’unica persona che lo svela, che lo ama, che ne comprende il carisma sotto l’occhio allucinato dall’ambizione, in quell’esaurito Ottocento, è Laura Trevelyan: “Lei è così enorme e brutto… La potrei paragonare a qualche deserto con rocce, rocce di pregiudizi e, sì, anche di odi. <strong>Lei è così isolato. È per questo che è affascinato dalla prospettiva di località desertiche nelle quali potrà trovare la sua situazione naturale o meglio, glorificata. </strong>Lei, a volte, ha qualche parola gentile e un po’ di poesia per gli altri, che presto si rendono conto di quanto si erano illusi. Lei si prende tutto”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’Australia ti evangelizza alla rinuncia, alla deriva tra incubi e perduti, dice il romanzo. La scrittura ha solidità di poema (“Ormai l’erba alta era quasi secca, cosicché ne usciva un sospiro più tagliente quando il vento soffiava… Tutto il giorno cavalli e bestiame nuotavano attraverso questo mare d’erba. Tutta la notte gli animali si satollavano di rugiada e d’erba, ma nei sogni degli uomini onde di erba e onde di sonno diventavano presto un’unica cosa. <strong>I cani acciambellati entro ricoveri d’erba tremavano e arricciavano il pelo mentre galleggiavano sui loro sogni”),</strong> ed è una malia prodigiosa, serrato round di incanti. Tutti, in fondo, vogliamo perderci, situarci tra gli aborigeni, che qualcuno, un estraneo, ci detti sulla schiena il tatuaggio capace di crittografare il destino, l’evidenza di un futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69878 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5-768x1190.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-5.jpg 1000w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" />Uomo difficile, White, nel 1973, non andò a ritirare il Nobel che gli era stato assegnato. Inviò un amico, l’artista Sidney Nolan. </strong>I dotti camerieri di lassù <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1973/ceremony-speech/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">non lesinarono di sottolineare che</a> “Patrick White è un autore piuttosto difficile non solo per le idee e i problemi che immette nei suoi libri, ma anche per l’inusuale combinazione di qualità epiche e poetiche della scrittura”. Nella nota biografica scritta per un volume collettivo sui premi Nobel, White ricorda la genesi di <em>Voss</em>. “Nel 1940 ebbi l’incarico di ufficiale dell’intelligence dell’aereonautica militare, nonostante la mia completa ignoranza in merito. Dopo alcune settimane da capogiro tra i papaveri della RAF, fui inviato a zigzagare tra Groenlandia e Azzorre, in una nave mercantile di Liverpool, zeppa di ufficiali dell’intelligence grezzi quanto me. La parte che ho giocato durante la guerra è stata piuttosto insignificante. Gran parte del tempo lo ho speso in avanzate e ritirate nei deserti, in tende piene di polvere – oppure in quell’altro deserto, il quartier generale. <strong>Ho visto quasi tutti i paesi del Medio Oriente. Bombe e colpi di mitraglia, occasionali, avrebbero dovuto riportarmi alla realtà, ma la rendevano ancora più remota. Non potevo scrivere, ma è in quel contesto, nel deserto occidentale egiziano, che ho concepito l’idea di scrivere un romanzo su un megalomane tedesco, un esploratore nell’Australia del XIX secolo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la guerra, White, che aveva studiato in Inghilterra, prediligendo il vagabondaggio, ritornò in Australia, “acquistai una fattoria nei dintorni di Sydney: durante la guerra avevo pensato con nostalgia al paesaggio australiano. La nostalgia, il cimitero di Londra e l’ignobile desiderio di riempirmi la pancia, mi hanno spinto a bruciare i ponti europei”. Fuori dal mondo, Patrick White fonda, di fatto, la tradizione del romanzo australiano ‘moderno’, con libri, da <em>The Aunt’s Story </em>a <em>The Tree of Man </em>e <em>Voss</em>, più letti altrove che nel suo paese. “I miei libri, ben accolti in Inghilterra e in Usa, erano trattati con disprezzo e incredulità in Australia… <strong><em>Voss</em>, per i critici australiani, era ‘mistico, ambiguo, oscuro’; un giornale pubblicò una recensione dal titolo eloquente, ‘Il romanzo più illeggibile d’Australia’”.</strong> Figlio di proprietari terrieri, White lotta per diventare scrittore – “Essere un artista era impensabile. Come tutti i miei parenti, ero destinato alla terra” – l’asma, di cui soffre fin da piccolo, gli consente tanta solitudine, ricoveri e laute e inattese letture. Anche in Italia, pur ornato del Nobel, Patrick White è un autore pubblicato in modo disordinato, letto pochissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Arroccata nell’attesa, Laura a un certo punto si esaspera. “Ma sapere non è guarire. Era assediata da ogni genere di cupe disperazioni, che potevano diventare ossessioni. Se sono perduta io, allora, chi può essere salvato? era abbastanza egocentrica da chiedersi. Desiderava immensamente scontare le colpe altrui”. Un romanzo bellissimo, crudo – <strong>i lampi lirici saranno ripresi da scrittori come Cormac McCarthy – da assumere più che leggere. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69879 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2-768x1175.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro3-2.jpg 1046w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />Alle spalle di Patrick White, inevitabile parentesi, c’è il suo traduttore, <strong>Piero Jahier, che condivide la stessa bulimia d’oblio. Traduttore di genio, perfino ‘spericolato’, Jahier ha raffinato la lingua di Graham Greene e di Joseph Conrad e di Robert Louis Stevenson, ma ha tradotto anche Murasaki Shikibu,</strong> per Bompiani, la gran dama del romanzo nipponico – su pentagramma inglese, però – e il <em>Chin P’ing Mei</em>, il “Romanzo cinese del secolo XVI”. Per lo più, Jahier, affratellato ai ‘vociani’, fu poeta, e grande, del primo Novecento. <strong>“Figlio di un pastore valdese, Jahier nacque nel 1884 a Genova, dove il padre era venuto per esercitare il suo ministero, finendo poi suicida per essersi reso colpevole di adulterio.</strong> Il figlio del pastore che non aveva potuto perdonarsi il proprio peccato recava nel sangue la tradizione calvinista dei suoi avi e il senso della realtà povera ma dignitosissima dei luoghi d’origine, quella Val Chisone aperta sul Piemonte”, scrive Elio Gioanola. Sostanzialmente, Jahier fu poeta intorno alla Grande Guerra – un secolo fa esce il bellissimo <em>Ragazzo</em> – continuando a meditare i suoi versi – per Vallecchi, nel 1964, cura l’opera smilza delle sue <em>Poesie</em>, morirà due anni dopo – ispirati, anche per misura narrativa, a Walt Whitman, Paul Claudel, Charles Péguy, <strong>costruendo una “esperienza estremamente originale, quasi unica in Italia” (Gioanola), “consegnando di se stesso un’immagine invariata di alta fedeltà” (Mengaldo).</strong> Bisognerebbe ripescare pure lui, sarebbe un’altra ‘novità’. (d.b.)</p>
<p>**</p>
<p style="text-align: center;"><em>L’angelo verderame che benedice la vallata</em><br>
<em>e nella nebbia ha tanto aspettato</em><br>
<em>è lui che stamani ha suonato adunata</em><br>
<em>è lui che ha annunziato:</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Uscite! perché la terra è riferma e sicura</em><br>
<em>traspare cielo alle crune dei campanili</em><br>
<em>e le montagne livide accendono di rosa di benedizione</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Uscite, perché le frane sono tutte colate</em><br>
<em>è finita la vita sicura</em><br>
<em>e sulla panna di neve si posa il lampo arancione</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ingommino le gemme,</em><br>
<em>rosseggino i broccoletti dell’uva</em><br>
<em>e tutti gli occhiolini dei fiori</em><br>
<em>riscoppino nel seccume</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Si schiuda il bozzolo nero alla trave</em><br>
<em>e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Scotete nel vento il lenzolo malato</em><br>
<em>e risperate guarigione</em><br>
<em>scarcerate la bestia e l’aratro</em><br>
<em>e riprendete affezione.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Piero Jahier</em></strong></p>


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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patrick-white-ritratto-del-nobel/">“Se sono perduto io, allora, chi può essere salvato?”. Il capolavoro di Patrick White, il Nobel misconosciuto (ed elogio del suo traduttore, il grande poeta Piero Jahier)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Troppi poeti sono terribilmente obbedienti. Io tento di essere disobbediente, perché la poesia è una festa!”: ode a Les Murray, il “titano gentile” della poesia australiana, che non credeva nella scienza e nella politica ma si affidava a Dio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2019 07:05:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Giano]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[John Kinsella]]></category>
		<category><![CDATA[Les Murray]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’anno scorso, caratura del segno, aveva raccolto i “Collected Poems”, chiudendo il cerchio di un’opera miliare, cominciata nel 1965 con “The Ilex Tree”, ma soprattutto, esattamente 50 anni fa, con “The Weatherborard Cathedral”. Ora il suo editore scrive, “Piangiamo la sua creatività senza limiti, la sua visione originale. La sua poesia ha creato una repubblica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/les-murray-la-morte-di-un-grande-poeta/">“Troppi poeti sono terribilmente obbedienti. Io tento di essere disobbediente, perché la poesia è una festa!”: ode a Les Murray, il “titano gentile” della poesia australiana, che non credeva nella scienza e nella politica ma si affidava a Dio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’anno scorso, caratura del segno, aveva raccolto i “Collected Poems”, chiudendo il cerchio di un’opera miliare, cominciata nel 1965 con “The Ilex Tree”, ma soprattutto, esattamente 50 anni fa, con “The Weatherborard Cathedral”. Ora il suo editore scrive, “Piangiamo la sua creatività senza limiti, la sua visione originale. La sua poesia ha creato una repubblica vernacolare per l’Australia, un luogo dove la nostra lingua è perennemente custodita e rinnovata”. <strong>Les Murray, classe 1938, <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/apr/29/les-murray-australian-poet-and-literary-critic-dies-at-the-age-of-80" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è morto sul calare di aprile</a>, il mese crudele, ed è stato il più grande poeta australiano di sempre, uno dei grandi in lingua inglese. Ha vinto – se vi importano le medaglie – i grandi premi destinati alla poesia anglofona:</strong> il ‘T.S. Eliot Prize’, nel 1996, e la ‘Qeen’s Gold Medal for Poetry’ (vent’anni fa), l’onorificenza regale che è andata, tra gli altri, a Ted Hughes, a Philip Larkin, a Robert Graves, a Wystan H. Auden.  Era cattolico, sposato con Valerie nel 1962, aveva cinque figli. Thomas Keneally ha proposto per lui il Nobel postumo, John Kinsella, che <a href="http://www.pangea.news/kinsella-guerriero-poeta-uso-la-poesia-resistere-donald-trump-allavidita-della-macchina-capitalista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">chi legge questo foglio conosce</a>, lo ha ricordato sul Guardian, <a href="https://www.theguardian.com/books/australia-books-blog/2019/apr/29/les-murray-remembered-by-john-kinsella-a-brilliant-battler-poet" target="_blank" rel="noopener noreferrer">con ferma tenerezza</a>. Ha scritto poesie bellissime, come questa (<a href="http://www.lesmurray.org/transital.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nella traduzione di Mariadonata Villa</a>):</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chiesa<br />
in memoriam Joseph Brodsky</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il desiderio di essere giusti<br />
ha perlopiù tagliato la corda<br />
ma alcuni vengono a Dio<br />
nella speranza di essere sbagliati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alto sulla parete di fondo pende<br />
il Vangelo, da prima che fosse libri.<br />
Tutti i giudizi hanno fine in lui,<br />
tutti, compreso il suo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>È sorto da una evoluzione<br />
giudea, non inglese,<br />
e ha detto che la luce che innalzava<br />
sopra tutte le nazioni era giudea.</em></p>
<p><em>La libertà divora ancora libertà,</em><br />
<em>giustizia divora giustizia, amore &#8211;</em><br />
<em>perfino amore. Un uomo ritardato ha detto</em><br />
<em>la chiesa mi fa venir voglia di essere cattivo,</em></p>
<p><em>ma nudo in una trincea di fango</em><br />
<em>con mille e mille altri, qualcuno sta dicendo</em><br />
il vero dio dà la sua carne e il suo sangue.<br />
Gli idoli a te chiedono il tuo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-67143 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/libro-murray-190x300.jpg" alt="" width="154" height="243" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-murray-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/libro-murray.jpg 240w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Quando l’Italia era un paese editorialmente decente, ci fu data quasi subito notizia del talento di Murray.</em></strong><em> Nella bella antologia sulla “poesia australiana moderna”, “Da Slessor a Dransford. Mito Società Individuo” (Edizioni Accademia, 1977), lo si descriveva così: “Anti-elitista profondamente australiano in tutte le sue espressioni, <strong>Murray è un poeta che non ha perso la speranza nella Terra Promessa”.</strong> Ha avuto un passato editoriale interessante: nel 2004 l’editore Giano pubblica “Freddy Nettuno”, poi Adelphi si premurò di pubblicare l’antologia di culto “Un arcobaleno perfettamente normale”. L’anno dopo, nel 2005, in piena ubriacatura Murray, sempre Giano pubblicò la raccolta di saggi “Lettere dalla Beozia”. Ricordo che fummo galvanizzati da questo poeta libero, liberatorio, narrativo, corrosivo, che non aveva paura di ingarbugliare Dio in versi tonanti. E che vinse anche un Premio Mondello. Poi ce ne siamo dimenticati, lasciando spazio a poeti di ben più modesto talento, di ben più modeste visioni. Lo ricordiamo pubblicando parte di una bella “Conversation with Les Murray” a cura di J. Mark Smith, edita nel 2009 su <a href="https://imagejournal.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Image”</a> (per la cura di Andrea Bianchi).  </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vedi una differenza tra poesia vecchio stile e poesia contemporanea?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Les Murray:</em> Ho scritto da entrambi i lati della barricata, diciamo così. <strong>Ci sono certi effetti che ottieni solo con la poesia ‘classica’, con il suo verso.</strong> È parte dello strumento. Suoni un po’ qui e un po’ lì. Dipende poi da quando intendi con ‘vecchio stile’. Uno dei miei favoriti viene dalla Beozia: Esiodo. Poi ci sono vari latini come Catullo, Virgilio e qualche altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Senti il bisogno di qualcosa che risponda alle condizioni sociali che ci sono adesso rispetto a quelle, per dire, del 1980? O del 1972?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Adesso” sarà obsoleto tra vent’anni. Non puoi farne a meno. Poi cerchi di raggiungere un posto fuori dal tempo, ma ce la fai solo poche volte. Ora mi guardo indietro e dico: quello sembrerà datato per un bel po’, ma se ci sopravvive potrebbe anche andare bene. Altre poesie che pensi siano atemporali ti potrebbero invece sorprendere e dimostrare che non erano così limitate al loro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A partire dall’esperienza con tuo figlio, pensi che l’autismo abbia legami con l’arte moderna? Che sia emblema dei suoi problemi?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi sono avventurato a pensarlo ma probabilmente è vero. Molta arte oggi, perlomeno, è autistica. <strong>Perché si dà per assodato che non devi essere sentimentale, quasi non devi avere sentimenti. Vorrebbero un’arte automatica, diamine se questo è autismo! </strong>Ho appena letto, senti, di questi tizi che scrivono contro il partito conservatore canadese e descrivono, in via di parodia, Harvard come “grande palazzo d’inverno delle moderne élite”. Senti, è tutto intelletto, i sentimenti non sono permessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A volte i miei studenti si lamentano che la poesia li fa sentire stupidi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allora meglio dargli la pappa e nient’altro. <strong>Mi ripugna sentire che la poesia non li diverta. Quando al contrario: poesia è festa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come scopri quel che veramente è sentimentale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente consiste nel non dire menzogne. Vi è sempre del falso nel sentimentale. <strong>Quando è sentimento puro allora spaventa, non è sentimentale</strong>. Quindi è importante per gli studenti che provino qualcosa. Non la stupidità. Questo è bello e impossibile per vittime della Riforma protestante. Anche se poi ti dicono che hanno superato la religione. (&#8230;) Quanto al mio popolo, conosco gente che quando parla si aspetta sempre di essere contraddetta, e allora ripetono le cose due o tre volte perché non sono convinti di essere ascoltati. Non hanno autorità per imporsi, e nemmeno la presenza, così porgono ossequi: mentalità puritana. Il contrario è la confidenza. Ma se scoprissero la differenza tra adulazione e confidenza, sai che disperazione per loro? Gli Australiani sono portati alla codardia morale perché sono un popolo collettivo, lo stesso come i Tedeschi. O gli Irlandesi: è una cosa ancestrale. <strong>Dipendono come disperati dall’accettazione e puniscono chi li domina. Mia moglie Valerie capì da immigrata che non poteva risaltare a scuola.</strong> Le affibbiavano nomignoli come “Shakespeare” e “genietta”, e non erano complimenti… Quindi qui non ci sono eroi, ed è un impaccio per tutta la cultura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua celebre “Preface” Wordsworth parla della poesia che segue a ruota la scienza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io la vedo al contrario. La scienza è arrivata alla fine della corsa, la poesia sta sorgendo. La scienza è una specie di cannibalismo: mangia se stessa e chi la pratica. In certa misura la letteratura ha già sofferto questa fase: poco tempo e le cose muoiono come obsolete; sono divorate mentre sono ancora vive. <strong>Le persone provano la stessa sensazione dei loro <em>smartphone</em> esauriti, ancor prima che muoiano. E la scienza, che è fiera di essere antireligiosa, deve ri-creare il mondo ogni volta. Non può prendere nulla come già dato. Allora ri-crea e divora la vecchia versione con i suoi alfieri. </strong>Arriveranno al punto che metteranno da parte anche Darwin. Questo modo di relegare le cose, mandare a morte le cose perché il meglio deve ancora arrivare, è lo stigma degli ultimi quattrocento anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi che la religione in generale – e il Cristianesimo in particolare – abbia la funzione di un livellamento sociale? Protegge – o potrebbe proteggere – le persone dall’esclusione sociale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Davvero spero che il Cristianesimo redistribuisca la ricchezza, che sia una forza, uno scudo contro inutili primati e classifiche. È ancora possibile un elogio moderato, in giusta misura, della religione e dei suoi santi da adulare come questi lo consentono. Spero in quello che i Cristiani compiono: salvano dall’esclusione sociale, quando si ricordano di farlo. E poi le promesse, mondane e oltremondane, sono le stesse. Il Regno è qui e di là anche se incontra resistenza e sopraffazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-67144 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/CollectedMurray_Medium-196x300.jpg" alt="" width="162" height="248" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/CollectedMurray_Medium.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/CollectedMurray_Medium-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />Ti dici cattolico. Dati i tuoi antenati scozzesi e tedeschi, qual è la loro eredità protestante? Non-conformismo, scetticismo verso la legge? Anche l’immaginazione austera, credo.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì sono un cattolico e convertito prima dei vent’anni, ma non sono lo stereotipo del fanatico neoconvertito. Mia moglie dice che sente ancora puzza di calvinista, specie quando non perdono. Forse ha ragione. Mi fondo sulla Bibbia, la lessi tutta tra i dieci e i dodici anni. Mi sembra che prima del Vaticano II questo fosse impossibile per un bambino cattolico. Io lo feci. Ma l’atmosfera calvinista, la santità personale e competitiva, il gretto vantaggio imposto sui poveri della comunità, la superiorità su loro e sugli sfortunati – questo mi disgustava. <strong>E la dottrina, allora moribonda, della predestinazione, “sei quel che hai avuto in denaro, in sesso e attenzioni”, mi faceva schifo. Eravamo i più poveri, il vento soffiava negli interstizi delle porte della nostra casa. I miei genitori affondavano nell’umiliazione.</strong> Nel cattolicesimo non hai austerità prevaricatrice o grettezza di spirito, hai cielo e terra ben collegate. Mentre i calvinisti che non perdonano sono in realtà degli snob in campo morale, se guardi bene. Molti miei antenati evitavano il peccato perché se ne sentivano indegni. Altri erano irreligiosi e disperati per lo stesso <em>escamotage </em>dell’indegnità. Alcuni si sentivano superiori agli Aborigeni, altri li aiutavano con lo scodellino perché gli sembravano predestinati a sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo poeta cristiano. John Donne o George Herbert?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ammiro Donne per l’esattezza matematica, da piastrellatore, con la quale crea intrecci e rientri. Come una moschea araba. Ma George Herbert mi scuote di più, come certi poeti scozzesi e irlandesi del Medioevo. Amo alcuni inni della Riforma protestante, ma il sommo Milton non mi ha influenzato. Lo lessi nei lunghi finesettimana dei sedicenni e non ci sono più tornato. L’unico tra i suoi miti che mi piaccia è <em>Sansone agonista. </em>Ma Lucifero pare un broker che sia stato incastrato. Meglio Pope<em>, </em>mi ha insegnato la dizione barocca, a mescolare il linguaggio modellandovi le mie composizioni. (&#8230;) Certamente quasi tutto il popolo ha mollato la poesia come ha fatto con la religione. Anzi in modo anche più risoluto. <strong>Pensa però che nella vallata dove abitavo da bambino c’erano solo due persone che leggevano poesie da sobrie. Un eremita scozzese che era legato alla sua tradizione e poteva battere tutti in una notte di bevute [quando si celebra l&#8217;eroe e poeta nazionale a gennaio, Burns]. Poi c’era un allevatore inglese che sapeva tutto Pope e ha trascorso mezzo secolo a recitare mentre guidava il bestiame. Recitava Pope e aveva come panorama il culo delle vacche. Poesia!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia ti ha tirato fuori dalla depressione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso di sì. Anche se dicevo di non usarla come terapia. Ma ti confido che quando stai male tutto è terapeutico. È stata come un pistone per tirar su una vecchia roba ed esaminarla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sogni in direzione politica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>LM:</em> Nessuno, ecco il patema. <strong>Non credo nei politici. Non penso facciano del gran bene, nemmeno quando sono in stato di grazia. Hollywood e le ideologie connesse hanno spodestato la politica, l’hanno ridotta all’obbedienza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Faresti una distinzione tra politica e cultura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì. Politica è mantenimento, tenere tutto fresco e presentabile. Amministrazione. Conservare le cose nei loro limiti e mantenere i privilegi per quelli che già li detengono. <strong>Laddove la cultura lancia in aria tutte le idee che la politica non vorrebbe vedere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il poeta deve seguire il cambiamento culturale?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Sessanta ci fu una rivoluzione <em>bohemienne</em> che era come una pellicola sottilissima in capo a un antico oceano di forze. E questa pellicola cambia sempre la sua forma, si allunga e si distende per le forze che arrivano da laggiù. E manda scintille! Richiama le persone. Pericoloso, ti dico, non ci puoi fare affidamento. Dunque puoi dedurre che non sono mai stato il tipo del carino facilmente avvicinabile. <strong>La gente di successo, di bell’aspetto, notano queste cose. Sono troppi impegnati a cavalcare l’onda. A restare a galla. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi la poesia opera una contro-spinta a tutte le mode?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quasi sempre la poesia è obbedienza, come tutte le forze. Molti poeti sono terribilmente obbedienti. Io tento di essere un poeta disobbediente. Il bello della poesia è che ti lascia fare lo zuccone quando vorrebbero omologarti. Ma se tutti rispettano i valori correnti, questo è un surrogato della poesia. Disobbedire rende tutto più intricato. E più interessante. Non dovrei lagnarmi solo perché so scrivere. <strong>Chi scrive bene si oppone al flusso attuale. È come preparare il riflusso. </strong></p>
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		<title>Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</title>
		<link>https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 11:09:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, la felicità è diventata una condanna. * In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta. La Felicità all’americana ha prodotto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/">Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, <strong>la felicità è diventata una condanna.</strong></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta.</strong> La Felicità all’americana ha prodotto Walt Whitman – canto me stesso perdendomi nello sterminato – e McDonald’s, ingrasso ora perché del doman non v’è certezza. D’altronde, dice Qohelèt, il graffiante cinico biblico, visto che “gli uomini non possono capire ciò che Dio fa, ho capito che per essi non c’è altro che il piacere e darsi la felicità: dono di Dio è per un uomo mangiare, bere, godere del proprio lavoro”. Fosse per lui, saremmo tutti felici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Uccidere la felicità</em>, facendo massacro della cronaca, di indicibile ferocia, potrebbe essere il titolo di un libro. La testimonianza del reo confesso per l’omicidio di Stefano Leo, secondo le parole del procuratore vicario di Torino, è questa. L’omicida ha voluto uccidere un uomo felice, credendo di uccidere la felicità. <strong>Fare filosofia su un fatto efferato – compiuto quando il male cementa il caos in un atto definitivo – è esercizio per giornalisti in babbucce. Di per sé, dovremmo tutti uccidere la felicità</strong> – vegliare nei dintorni della quiete, ricercare il bene (a tratti, la ricerca della felicità personale si attua attraversando il male altrui). Già. Ma che cos’è la felicità?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Felicità</em>, etimologicamente, significa ciò che è fertile, ciò che produce qualcosa. Una terra feconda è felice, rende felice chi la abita. <strong>Anche il deserto può essere fecondo, però: può far fruttificare una consapevolezza diversa in me. L’etimologia ci dice che tutto ciò che nasce è buono: in primavera siamo indotti alla felicità.</strong> Eppure, la nascita di qualcosa coincide con la morte di qualcos’altro, questa è la legge di natura. Così, la felicità di qualcuno è garanzia della mia infelicità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Bibbia felicità è salute e gioia (“Ricchezza più vasta del corpo sano non c’è/ non c’è felicità più vasta di un cuore travolto di gioia”, <em>Sir </em>30, 16). La felicità più grande di tutte, però, è obbedire: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e gli è fedele, non come uno che dimentica ma come uno che pratica, questi trova nella pratica la felicità” (<em>Gc </em>1, 25); “Guidami nella via dei tuoi comandi/ lì è la mia felicità” (<em>Sal </em>119, 35). Come sempre, affascina la giunzione degli opposti: legge e libertà; felicità e obbedienza. <strong>La felicità privata (gioia nel cuore, salute) ci fa capire che questa felicità, propria, è propriamente misera, è privazione della felicità più grande. Si è felici solo obbedendo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se non hai nulla a chi obbedire – fosse anche il futuro, il destino, l’opera, <strong>qualcosa che ti travolge e supera</strong> – la felicità è fobia del poco, fola, inesauribile fame. Infelicità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’Onu classifica la felicità in una bizzarra classifica stilata annualmente, <a href="http://worldhappiness.report/ed/2019/" target="_blank" rel="noopener">il “World Happiness Report”,</a> che miscela soldi, welfare, aspettative di vita, libertà nel compiere ciò che ci pare, percezione della corruzione. <strong>L’idea è quella di sintetizzare un concetto molto personale in un sistema sociale. Al primo posto in questa classifica c’è la Finlandia. </strong>Seguono: Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Israele. L’Italia, al posto 47, è dietro Kuwait, Tahilandia, Uzbekistan, Nicaragua, Malaysia, Colombia, Singapore, Arabia Saudita, Qatar, Cile. Goethe, che pensava che <a href="http://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/" target="_blank" rel="noopener">un napoletano povero ma bello era meglio di un diplomatico russo</a> ricco ma ingrigito dal gelo, non sarebbe d’accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse per spirito di contraddizione, sarei felice di visitare tutti i paesi che secondo la classifica della felicità vivono in truce infelicità: Grecia (posizione 79), Libano (88), Mongolia (94), Nepal (101), Georgia (128), Armenia (129). Nel paese più felice del mondo, la Finlandia, invece, sono stato di recente, <a href="http://www.pangea.news/ma-cosa-ci-fa-robert-louis-stevenson-a-helsinki-reportage-finlandese-dalla-citta-gelida-dove-i-tram-hanno-il-passo-di-un-funzionario-di-partito-e-gli-elfi-ti-servono-la-cena/" target="_blank" rel="noopener">riportando le mie opinioni su <em>Pangea</em>,</a> sono felice di esserci stato, ma non ci vivrei mai.</strong> Certo: ci sono biblioteche meravigliose e molto frequentate, ci sono boschi bellissimi. Eppure, i finlandesi con cui ho parlato (non sono certo l’Onu, ma ho discusso con studenti e con studiosi, con consoli e con colti, con sportivi e con istrioni, con ricchi e con umili, con immigrati e con emigranti) non sono felici. Si sentono sicuri. Che è un po’ diverso. <strong>La loro, voglio dire, è una felicità grigia: cittadine anonime – determinate da struttura architettonica russa o svedese, non autoctona – hobby salutari (bicicletta, caccia alla renna), lavoro sicuro, casetta tra i boschi con seggiolina sul lago. Di solito, sognano l’Italia.</strong> Al di là del viaggiatore estatico ed entusiasta – che bello leggere il <em>Kalevala</em> cavalcando una renna mentre vado a detronizzare Babbo Natale – non ho sentito il bollore della gioia in Finlandia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un paese che garantisce sicurezza ai propri cittadini dalla culla alla tomba, la Finlandia. Questa è la felicità? L’Onu ci vuole tutti così: zitti, addomesticati, addestrati, con inquietudini domestiche, simili a un cagnolino. <strong>Essere felici non è rischiare tutto al vento dell’avventatezza, giocarsi la vita fino all’ultimo bramito, puntellare di conversioni e di capriole i nostri giorni? Disordinare l’idea ordinaria di felicità.</strong> Più che la felicità, mi pare, l’Onu misura l’obbedienza dei cittadini, l’educazione civica – più che di felicità, qui si parla di noia. (d.b.)</p>
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		<title>“Nella rude solitudine dell’arte”: reportage dalla casa-studio di Giancarlo Sangregorio, lo scultore che mutò il Ticino nell’Altaj. In appendice, le sue poesie (e un incontro con Cristina Campo)</title>
		<link>https://www.pangea.news/nella-rude-solitudine-dellarte-reportage-dalla-casa-studio-di-giancarlo-sangregorio-lo-scultore-che-muto-il-ticino-nellaltaj-in-appendice-le-sue-poesie-e-un-in/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 05:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando arrivi, ed è un privilegio, a volte concesso anche ai cinghiali, ai cervi, e ammiri l’incipit del Lago Maggiore, fermo, come argento liquido, pronto a fare il calco al volto di Dio, e il Ticino che serpeggia lento, dolce, su cui viaggiava, una manciata di secoli fa, il fatidico marmo di Candoglia, quello del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nella-rude-solitudine-dellarte-reportage-dalla-casa-studio-di-giancarlo-sangregorio-lo-scultore-che-muto-il-ticino-nellaltaj-in-appendice-le-sue-poesie-e-un-in/">“Nella rude solitudine dell’arte”: reportage dalla casa-studio di Giancarlo Sangregorio, lo scultore che mutò il Ticino nell’Altaj. In appendice, le sue poesie (e un incontro con Cristina Campo)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando arrivi, ed è un privilegio, a volte concesso anche ai cinghiali, ai cervi, <strong>e ammiri l’incipit del Lago Maggiore, fermo, come argento liquido, pronto a fare il calco al volto di Dio</strong>, e il Ticino che serpeggia lento, dolce, su cui viaggiava, una manciata di secoli fa, il fatidico marmo di Candoglia, quello del Duomo di Milano, roccia che vola sulle acque, roccia che bisbiglia, il duro che si fa morbido, cava che diventa cattedrale, pietra che assorbe l’acquazzone di preghiere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Con Angelo Crespi, aristocratico indagatore di cose d’arte, <strong>scaliamo Sesto Calende, via Cocquo, la casa-studio, l’opificio di Giancarlo Sangregorio (1925-2013), e capisci che un luogo può essere consustanziale al genio di un artista. </strong>Tra le prime opere che sorprendono, la <em>Donna nel campo </em>del 1952: immagino l’artista, neanche trentenne, ma evidentemente esperto nel dolore e nella grazia, che scava il noce, finché la donna, di arcaica bellezza – tra l’icona neorealista e la cariatide greca – non gli sfugge, diventa, divampa, è.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66131" aria-describedby="caption-attachment-66131" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66131" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_161323-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-66131" class="wp-caption-text">Tutte le immagini sono state scattate nella casa-studio di Giancarlo Sangregorio a Sesto Calende, ora Fondazione Sangregorio</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Sangregorio fa della scultura l’avvenimento dell’uomo, scolpisce l’attimo, il vento. Scolpire è pensare, sragionare, avvitarsi in carne pietrificata, che ti sovrasta e sopravvive. In un testo del 1979 Sangregorio scrive un pensiero riassuntivo – allora come ora. “Esonerata da pochi decenni dagli umilianti servizi temporali di rappresentare e imitare, la scultura dei nostri giorni è già afflitta dalla noia della libertà. Appiattita fra le pagine bianche viene investita di concetti a lei estranei o si vede programmata e decifrata come un cardiogramma. Qui non è più a casa sua, qui è in casa di cura. <strong>Si può ancora trovarla quasi per caso nelle recinzioni degli orti nella campagna rumena, le stesse che hanno fornito sicuri motivi al contadino Brancusi emigrato a Parigi. Anche se mosse da motori fuoribordo, conturbano ancora le canoe scolpite che viaggiano lungo il Sepik. Non la troveremo fra i pezzi supercalibrati della meccanica più evoluta e nemmeno tra i piacevoli oggetti del design industriale. </strong>Però non sta neppure fra le impressionanti scogliere scolpite dal vento e dal mare. Alle nuove sensazioni forniteci dalla tecnica o al godimento estetico esteso a nuovi mondi naturali, la scultura risponde celandosi in forme e luoghi appartati. Diviene misura e rivelazione della condizione umana fragile ed inesplicabile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La scultura, dice Sangregorio, si cela, perché la sua forma – che non può essere didascalica o, peggio, esornativa – sfugge all’era del rumore, impone una perfezione marziana al quotidiano rollio dei passi. <strong>Anche lui, in effetti, allievo, a Brera, di Marino Marini e di Giacomo Manzù, che trae ispirazioni a Viareggio, a Parigi, tra Brancusi, Giacometti e le grotte di Altamira e di Lascaux, nei recessi dell’Antelami e nei bassorilievi assiri</strong>, che costella di opere pubbliche Milano e Basilea, Gottinga e Friburgo, protagonista in una manciata di Biennali di Venezia, si cela, si ritira. Negli ultimi anni, immaginando onirici Orienti in riva al Lago Maggiore, Sangregorio sa ancora dare forma alla pietra, con la perizia linguistica di chi forgia un sonetto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sepik è un fiume in Nuova Guinea – dal Ticino, Sangregorio si è mosso verso i mondi australi: Africa, Australia, Asia estrema. A cercare se stesso, certo, una nuova forma alle proprie mani – un avvio diverso al mito. <strong>La casa di Sangregorio a Sesto Calende <a href="http://fondazionesangregoriogiancarlo.it/la-fondazione/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(visitabile: ogni informazione è qui)</a> ha un fascino triplo. Oltre alle opere dello scultore, oltre a vedere gli spazi dove ha lavorato, la meraviglia sono, pure, le collezioni d’arte altra.</strong> Così, le maschere indonesiane e i cavalieri Dogon dialogano con i marmi liturgici di Sangregorio, e lo stregone aborigeno, stilizzato, il cranio del Buddha giapponese, la teca dove sono stipate divinità aliene, dei mari del Sud, che rimandano all’alba di Gauguin, alla sua capanna negli altri mondi – reali e fittizi, tahitiani e artistici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La sala è il cuore della casa, dove l’apogeo di innumeri civiltà s’intreccia; davanti al camino, spento, i lavori di Sangregorio; la finestra arde sotto i colpi del lago. <strong>M’inoltro nella biblioteca, per deformazione. Testi di antropologia, i libri di André Malraux sulle pitture rupestri, studi intorno a stirpi perdute, a città sommerse, le Atlantidi dei piccoli popoli</strong>, autorevoli e autoctoni, sterminati; un libro con le poesie di Wystan H. Auden.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66132 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_163937-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Ad accompagnarci nei luoghi nascosti della casa-studio, il presidente della Fondazione Sangregorio, nata nel 2011 per volontà dell’artista, Francesca Marcellini.</strong> Sono affascinato dalla sua sapienza – più tardi userà una parola fatale, che dirò dopo. Mi racconta un dettaglio, per capire i carati da studioso di Sangregorio. <strong>“Sono stati ospiti da lui anche Elémire Zolla e Cristina Campo. Sangregorio era interessato ad approfondire il discorso sullo sciamanesimo siberiano.</strong> D’altronde, le distese infinite dell’Altaj tornano spesso nei suoi scritti”. Nelle opere più celebri di Sangregorio, dove legno e marmo s’incuneano con precisa ferocia, come l’alba è il residuo della notte, e ne è l’alcova, c’è una nitidezza claustrale, un’ambizione spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1999, “giorno del mio 74° compleanno”, Sangregorio rievoca un episodio del 1960. “Quasi a sera, all’ultimo varco dell’Appennino, infine mi giunge ‘il tremolar della marina’, ed Albissola… urbanisticamente intestinale… <strong>Simile ad un uccello migratore, sbatto contro la selva degli ombrelloni ormai chiusi. La sera stessa, su consiglio di Fontana, decido di trovarmi per la mattina dopo, nella stessa stanza della ceramica dove lui aveva appena ultimato le bocce.</strong> Il piccolo locale della Ceas è ricoperto da una coltre di polvere nera (quella delle bocce) – suolo e pareti – e il refrattario è troppo indurito: la lotta per la conquista del totem dura tutto il giorno e comporta l’uso di legni, braccia, mani e soprattutto dei piedi. <strong>Finisco con la pelle incrostata di sudore e polvere nera, completamente nero e nudo come un bantu. Oggi sul totem, anzi sul pezzo residuo, vedo l’impronta del mio piede beduino.</strong> Nostalgia per i sentieri battuti e un po’ di soddisfazione perché ancora questo piede compie agilmente la sua funzione. Il terzo e ultimo giorno godo del fortuito incontro con un certo Yves Klein e compagna, arrivati troppo tardi per trovar posto al ristorante “Pescetto”. Solo io potevo con loro condividere il piccolo tavolo all’ingresso e un po’ in discesa. In quell’ora ci siamo detti molte cose con l’entusiasmo di quegli anni “collettivi” e come se dovessimo fare tante cose insieme. <strong>Non li avrei più rivisti, ma di loro ho il ricordo come  dell’apparizione di una cometa, simile a quella di Klein nell’arte degli anni sessanta”. </strong>Fontana, Yves Klein, una narrazione scultorea: bisognerebbe mettere in ordine gli scritti di Sangregorio, ci sono, scaturirebbero bellezze.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66133 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/IMG_20190308_165251-e1552489888239-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Quando chioso intorno alla dedizione di Francesca, lei mi corregge, “è quasi una consacrazione”. <strong>Da tempo non sentivo una parola così bella. <em>Consacrazione.</em></strong> Non ci si sacrifica a un artista, si è consacrati, si è fatti sacri tramite l’opera dell’artista, a lui ci si consacra, sacrificando, semmai, tutto il resto. L’arte, d’altronde, reclama soltanto consacrati, unti nell&#8217;ardore. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poesia per l’opera  “Vino al vino”, 1988, legno di thuja e di sequoia, donata al Palazzo Viani Visconti di Somma Lombardo (VA).</em></p>
<p><strong>“Una favola vera”</strong></p>
<p>Tuia siberiana secolare<br />
Ti ho conosciuta solitaria<br />
volta al Ticino<br />
quasi torrente sinuoso priva del tuo grande fiume<br />
infinito nelle vallate dell’Altai.<br />
Ho visto le tue fronde estenuate<br />
fremere<br />
all’ultimo vento del Nord.<br />
Ho respirato profondo la tua essenza dal profumo inebriante<br />
che mi ha accompagnato<br />
quando ho cercato di darti nuova vita.<br />
Nella rude solitudine dell’arte<br />
Ti ho nominata<br />
Pane al Pane – Vino al Vino<br />
E ti domando: incontro fatale in cosmiche rotazioni<br />
o genesi di terrestri simbiosi?<br />
ti lascio al fianco del cipresso longobardo<br />
sposa regina dell’Altai.</p>
<p><em>(Giancarlo Sangregorio 2 marzo 2008)</em></p>
<p>*</p>
<p><em>Poesia per la scultura “Lo Sguardo”, 1990-97, marmo di Carrara, donata al comune di Druogno (VB) nel 2010</em></p>
<p><strong><em>“Lo Sguardo” scultura in marmo</em></strong></p>
<p>All’erta della scala<br />
schiocca la danza magra e s’increspa il drago.<br />
La tenda di Sumba<br />
s’agita al vento<br />
Spangensekade<br />
La tua patria perduta<br />
Della scuola malvagia<br />
a me resiste un foglio<br />
Il mare di Giava<br />
Java to Netherlands<br />
Come da vero a vero<br />
rimbalza<br />
la virtù dello sguardo<br />
e non trova il senso<br />
Falsum non datur<br />
Fiori grandi e vermigli<br />
le menti accendono<br />
flettono ai varchi<br />
Moltitudini<br />
Poderose infiorescenze</p>
<p><em>(Passaggio indonesiano 26-07-1993)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Giancarlo Sangregorio</strong></em></p>
<p><em>*In copertina: Giancarlo Sangregorio fotografato nel suo studio milanese, negli anni Cinquanta</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nella-rude-solitudine-dellarte-reportage-dalla-casa-studio-di-giancarlo-sangregorio-lo-scultore-che-muto-il-ticino-nellaltaj-in-appendice-le-sue-poesie-e-un-in/">“Nella rude solitudine dell’arte”: reportage dalla casa-studio di Giancarlo Sangregorio, lo scultore che mutò il Ticino nell’Altaj. In appendice, le sue poesie (e un incontro con Cristina Campo)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“La Divina Commedia è scritta mentre i Templari vengono mandati al rogo…”: dialogo con Pier Luigi Vercesi</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-divina-commedia-e-scritta-mentre-i-templari-vengono-mandati-al-rogo-dialogo-con-pier-luigi-vercesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Dec 2018 05:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prendendolo in giro gli dico che ha “preso per il naso” Dante. In effetti, è così. Il pretesto de Il naso di Dante (Neri Pozza, 2018), un volume che sta in una mano ma squaderna un mondo, scritto con piglio sapido e sapiente da Pier Luigi Vercesi – a me ha ricordato, e non soltanto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prendendolo in giro gli dico che ha “preso per il naso” Dante. In effetti, è così. Il pretesto de <a href="http://www.neripozza.it/libri_dett.php?id_coll=20&amp;id_lib=1218&amp;segn=novita" target="_blank" rel="noopener"><em>Il naso di Dante </em></a>(Neri Pozza, 2018), <strong>un volume che sta in una mano ma squaderna un mondo, scritto con piglio sapido e sapiente da Pier Luigi Vercesi</strong> – a me ha ricordato, e non soltanto per i supporti fotografici, W.G. Sebald e i granitici reportage di Simon Winchester – è proprio il naso. Secondo l’iconografia nota – e resa pop –, infatti, Dante è il tizio con il naso aquilino, arcigno; invece, nel 1840, <strong>Seymour Stocker Kirkup, eccentrico inglese con rendita che gli consente vita ‘artistica’, amico di William Blake</strong> (“anche se, dopo la morte dell’artista visionario… ammetterà di aver trascorso molte ore in sua compagnia semplicemente per sfidare le convenzioni”), scopre che in un ritratto di Dante realizzato da Giotto il divin poeta non ha una nappa uncinata grossa così, ma un nasino dolce, docile. Da questa scoperta, precipitiamo, in gita vertiginosa, tra fedeli d’amore e templari redivivi,<strong> spiamo le alchemiche esegesi pittoriche di Dante Gabriel Rossetti, fondatore dei Preraffaelliti e figlio di Gabriele Rossetti, italiano, dantista effervescente</strong>, per poi passare in Canton Ticino, nel 1944, tra le file antifasciste, spalla a spalla con Luigi Santucci, lo scrittore nato un secolo fa. Nel libro di Vercesi – che esplora, in modo smagliante e narrativo, le diverse e difformi esegesi della ‘Commedia’ – si alterna la quinta medioevale a quella recente, <strong>ci imbattiamo in René Guenon, in Benito Mussolini, nel massone Dmitrij Merezekovskij, dantista all’eccesso.</strong> Tutti – e mettiamoci anche i poeti, da Thomas S. Eliot a Ezra Pound e Osip Mandel’stam, fino a John Kinsella, il poeta australiano che riscrive una ‘Divina Commedia’ nel <em>bush</em> australiano – a cercare di capire il significato segreto e riposto in un poema che supera, evidentemente, i confini del verbo umano. Un inno a Dante e al dantismo spregiudicato (con fitta bibliografia in calce), quello di Vercesi – soprattutto, evviva, una voluminosa avventura culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64393 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante-180x300.jpg" alt="naso dante" width="133" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante-768x1282.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante-614x1024.jpg 614w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante-600x1001.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/naso-dante.jpg 1000w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />Afferrare Dante “per il naso”: come le è venuta l’intuizione di un libro come <em>Il naso di Dante</em>? Qual è stato, intendo, il momento dell’illuminazione, della certezza che una storia così andava scritta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da quasi 800 anni, ogni volta che qualcuno tocca Dante scoppia una polemica. <strong>Dalla Rivoluzione francese in poi, quando accade qualcosa di epocale, Dante viene rispolverato, strumentalizzato e ricollegato a quegli eventi, come se fosse un Nostradamus <em>ante litteram</em>.</strong> La mia “presa per il naso” di Dante, però, parte da una scoperta reale: oltre duecento lettere indite, rinvenute casualmente da un rigattiere, dove Seymour Kirkup, pittore inglese e collezionista di codici danteschi, vissuto per cinquant’anni a Firenze, racconta a un amico milanese come riportò alla luce, nel 1840, il ritratto del Poeta dipinto da Giotto nel Palazzo del Bargello e andato perduto nel Cinquecento. <strong>In quel ritratto realizzato dal vivo, Dante è giovane e ha un naso dolce, non arcigno come era stato disegnato fino ad allora ispirandosi alla sua maschera mortuaria. Una copia venne spedita a Londra a Gabriele Rossetti, lo studioso in esilio di Dante che per primo diede un’interpretazione esoterica della <em>Divina Commedia</em>. </strong>La copia passò poi al figlio di Gabriele, Dante Gabriel, che fondò la Confraternita dei Preraffaelliti, dove quell’immagine di Dante era al centro di tutte le opere. Da quel momento, in Europa si scatenò una gara a chi riusciva a scoprire il segreto che si celava tra le righe delle opere dantesche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dai catari ai partigiani in Canton Ticino, dai templari a Mussolini a Luigi Santucci: che cosa cercano, tutti, da 700 anni, nella <em>Divina Commedia</em>? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cercano quello che Dante scrive nel canto IX dell’Inferno: “o voi ch’avete li ’ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s’asconde/ sotto ’l velame de li versi strani”. Cosa intendeva Dante? Cosa “nascondeva” sotto a versi difficili da comprendere? <strong>La <em>Divina Commedia</em> è scritta mentre i Templari vengono processati e mandati al rogo. Dante spedisce più di un papa all’Inferno e, curiosamente, si fa accompagnare nell’empireo dei Cieli da Bernardo di Chiaravalle, estensore della regola dei Templari.</strong> È anche il tempo dei Fedeli d’Amore, una “setta” che risale ai trovatori e agli eretici catari, distrutti con una crociata indetta appositamente per spazzarli via e occupare le terre di Provenza. Ma poi ci sono i rapporti con l’Islam, gli scontri tra il papato e i monaci spiritualisti, l’eredità di San Francesco. Insomma, una verità da indagare più intrigante di un romanzo d’avventure.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è anche una panoramica sulla “fortuna”, per così dire, di Dante: dal mondo inglese (Byron, Rossetti, ma anche T.S. Eliot, Pound) a quello russo (ricordo, tra l’altro, le interpretazioni di Mandel’štam): perché il poema dantesco continua a evocare le più svariate interpretazioni? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La settimana scorsa <strong>ho incontrato una giovanissima ragazza cinese che ha studiato l’italiano solo per poter leggere la <em>Divina Commedia</em>. Non è incredibile? Così fecero Mandel’štam, Eliot, Pound… Nell’Ottocento Dante era più apprezzato a Londra che a Firenze.</strong> Nel Novecento non c’è stato poeta che non abbia macerato la propria ispirazione tra le righe delle cantiche dantesche. Perché? Perché Dante era un genio e la sua opera è un capolavoro senza tempo che si presta a mille interpretazioni. Nella storia dell’umanità, forse solo Leonardo a Shakespeare possono competere con lui quanto a universalità nel tempo e nello spazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale porzione del libro le è piaciuto di più scrivere, quale personaggio l’ha incuriosita di più? Soprattutto, quale interpretazione del poema dantesco le sembra più affascinante tra quelle di Merejkowsky, del “Dante templare”, del Dante “rivoluzionario e socialista” e le moltissime che cita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Trovo estremamente affascinante tutta la famiglia Rossetti e il mondo che le ruota intorno. Tutti i personaggi che ho incontrato nella stesura di questo libro “avventuroso” su Dante meritano di essere raccontati. <strong>Spesso hanno scritto cose assurde sulla <em>Divina Commedia</em>, ma lo hanno fatto per “troppo amore”, dedicando la loro vita al Poeta, fino a trasfigurarlo. Non dimentichiamo, tra questi, Giovanni Pascoli:</strong> scrisse quattro libri per raccontare la <em>Divina Commedia</em> come un viaggio iniziatico. Credo che in tutti questi “esegeti pittoreschi” di Dante, se letti a fondo, si possa trovare almeno una scintilla interessante su cui meditare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;e oggi, Dante, come dovremmo interpretarlo&#8230; o dovremmo accontentarci di leggerlo come si deve?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dovremmo leggerlo senza pregiudizi, ambientandolo in quel Medioevo per troppo tempo relegato a epoca barbara e oggi reso troppo fantasioso da romanzi trash e serial televisivi senza fondamento storico. La realtà è ben più affascinante delle invenzioni. <strong>Quei due secoli che vanno dai primi Trovatori fino alla morte di Dante, con in mezzo le Crociate, i Templari, le lotte per il predominio del Papato o dell’Impero, sono non solo la fonte di storie meravigliose</strong> ma anche l’origine del mondo attuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un giudizio rapace, da giornalista e da scrittore, sulla cultura italiana, oggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La cultura in Italia è viva ma relegata in ristretti circoli, benché la si metta frequentemente in piazza con festival dedicati.<strong> Il problema è l’intellettuale, chi fa cultura: quello sì che si è perso per strada. Oggi non incide più, è guardato con sospetto e spinto in disparte. Forse perché oggi non vi sono più gli intellettuali “da combattimento” di una volta?</strong> Può darsi, ma la verità è che gli intellettuali non cascano dal cielo come la manna, nascono da una terra concimata a dovere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-divina-commedia-e-scritta-mentre-i-templari-vengono-mandati-al-rogo-dialogo-con-pier-luigi-vercesi/">“La Divina Commedia è scritta mentre i Templari vengono mandati al rogo…”: dialogo con Pier Luigi Vercesi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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