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	<title>Aristotele Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Per svelare l’imbroglio degli azzurri che fingono la grandezza, fingono l’infinito”. Scrutando il cielo: da Aristotele a Patrizia Cavalli</title>
		<link>https://www.pangea.news/cielo-cavalli-polverini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 09:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una costante proiezione comune: la lingua del cielo, cerulea o biava, che autostradale ognuno si percorre a suo piacimento. In questi giorni il contrappunto collettivo è un ricatto ottico a cui tutti siamo sottoposti: la pulsione a scrutare la variazione nel cielo, a caccia di un indice che decifri la muscolatura di quest’epoca immobile. Ci [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cielo-cavalli-polverini/">“Per svelare l’imbroglio degli azzurri che fingono la grandezza, fingono l’infinito”. Scrutando il cielo: da Aristotele a Patrizia Cavalli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una costante proiezione comune: la lingua del cielo, cerulea o biava, che autostradale ognuno si percorre a suo piacimento. <strong>In questi giorni il contrappunto collettivo è un ricatto ottico a cui tutti siamo sottoposti: la pulsione a scrutare la variazione nel cielo, a caccia di un indice che decifri la muscolatura di quest’epoca immobile.</strong> Ci perseguita l’analisi del mutamento sullo schermo in cui cambia per tutti, quotidianamente, la puntata. Dalle case, dai terrazzi, dalle finestre: continua ad accadere. <strong>Per Aristotele, il cielo, non è altro che la sostanza naturale, incorruttibile, collocata nell’ultima orbita dell’Universo (<em>De caelo</em>, 278 b 11). Come tale, non essendo sottoposto alle leggi imperiture di generazione e corruzione che afferiscono alla materia sublunare, il cielo lungamente ha designato ciò che non muta. </strong>L’<em>aeternus </em>imperniato nell’immutabilità poteva essere decriptato, nell’Antica Roma, solo dall’augure, decifratore del volo degli uccelli, la variazione nell’identità azzurra. Perfino Tito Livio, nell’<em>Ab urbe condita libri</em>, riporta che nessuna decisione prebellica poteva essere intrapresa senza l’analisi del cielo e dei suoi segnali da parte di questi sacerdoti.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-76627 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-24-174x300.jpg" alt="" width="254" height="438" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-24-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-24-595x1024.jpg 595w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-24-768x1321.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-24.jpg 850w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" />Caro ad una tradizione che va da Tasso a Leopardi, il cielo, fuoco centrale, viene sbobinato in mille pellicole da <a href="http://www.pangea.news/patrizia-cavalli-caterini-di-consoli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Patrizia Cavalli</strong> </a>che gli consacra, nel 1981, un libello dal titolo omonimo. Questa silloge (<em>Il cielo</em>, Einaudi, 1981) si inserisce in una strana <em>koiné</em> poetica post-avanguardista, quella degli anni Ottanta. Fra strascichi e fantasmi, piombo fuso e altri libertini, hanno visto l’esordio, fra i vari, Magrelli con <em>Ora Serrata Retinae</em>, Pagnanelli con <em>Dopo </em>e Patrizia Valduga con i suoi <em>Medicamenta</em>. In questa raccolta, sin dalla poesia proemiale, entra in campo <em>ex abrupto </em>un lessico inequivocabilmente avviluppato ad una certa tradizione filosofica: “quella nuvola bianca nella sua <em>differenza</em>/ insegue l’azzurro sempre uguale:/ lentamente si straccia nella trasparenza/ ma per un po’ mi consola del vuoto universale”. In quattro versi sono compendiati tre lemmi come <em>differenza, uguale e universale</em>. La raccolta dunque è inaugurata da una dialettica che oscilla tra permanenza e stabilità, tra il cielo fisso e la nuvolaglia incastonata (ma passeggera) che animerà il corso dell’intera storia del libro che si consuma nell’andamento repentino, quasi sempre monostrofico, di sessantasette componimenti. Fin da subito Cavalli sembra puntare sull’inganno dell’identità di cui si fanno portavoce gli azzurri, denunciandone l’ingannevole sembianza d’eterno:</p>
<p>fra tutte le distanze la migliore possibile<br />
è quella di un tavolo di normale grandezza<br />
di ristorante per esempio o di cucina<br />
dove è possibilmente io possa raggiungerti<br />
ma in verità non lo farò.<br />
E fuori la stessa luce di ieri, lo stesso azzurro<br />
aprono altre distanze<br />
e chiedo alla gentilezza delle nuvole<br />
di intervenire, meglio grigie che bianche,<br />
per svelare l’imbroglio degli azzurri<br />
che fingono la grandezza, fingono l’infinito,<br />
la luce effimera – la ladra.</p>
<p>(<em>Ivi, </em>p.87).</p>
<p>*</p>
<p>Gli azzurri delatori camuffano sotto mentite spoglie il giogo dell’infinito e, per questa ragione, Cavalli non cede alla tentazione parmenidea di allegorizzare il cielo con l’identità immutabile dell’essere, riconducendolo alla natura corruttibile e mutabile delle nuvolaglie. <strong>Questa mobilità che nega la possibilità di predicare la stabilità identitaria del soggetto-cielo è il contraltare della volatilità metereologica degli amori convocati a corte da Patrizia Cavalli: “ti ho appena toccato e ti ho già tradito. / Non incolpare me, incolpa il mio vestito”.</strong> Questione d’acquazzoni, di piogge torrenziali: il passaggio contingente di due corpi, l’uno nell’altro, eppure causato da una necessità liquorea e di ambigua normatività, si tratteggia bene in questi versi:</p>
<p>Che orrore immaginare due corpi<br />
che fanno l’amore presi da necessità<br />
che qualche cosa avvenga<br />
si compia e poi sfilacciati<br />
da una soddisfazione si ricompongono<br />
nella loro apparenza.<br />
Preferisco quel metro di distanza<br />
Dove vedevo l’eterno mare scuro<br />
calmo silenzioso.</p>
<p>(<em>Ivi, </em>p.79)</p>
<p><strong>Patrizia Cavalli, con una certa perentorietà, rifugge qualsiasi gioco ontologico che abbia a che fare con la permanenza dei corpi, denunciando all’occorrenza la falsa identità fosse anche di una sedia: “Ah smetti sedia di essere così sedia! / E voi, libri, non siate così libri! / Come le metti stanno, le giacche abbandonate./ Troppa materia, troppa identità./ Tutti padroni della propria forma”.</strong> (<em>L’io singolare proprio mio</em>, p.193). Scaltra in questo, il poeta non è padrone della propria forma, ne è consapevole. Straborda ed esonda dai <em>limites </em>di ciò che genericamente si indica come soggetto: “sto qui ci sono e faccio la mia parte. / Ma io neanche so cos’è questa mia parte./ Se lo sapessi/ potrei almeno uscire dalla parte/ e poi sciolta da me godermela in disparte”. (<em>Pigre divinità e pigra sort</em>e, p.6). Per questa ragione, in tutta la raccolta <em>Il cielo</em>, non si fa altro che sovvertire il principio di mobilità universale, corrodere “la replica ossessiva degli uccelli”, non badare così a nessuna promessa di luce: “Questa volta non lascerò che l’azzurro intravisto/ e visto da dietro la finestra, dal margine di un tetto/ all’altro, nell’unico grandioso spiegamento/ della ripetizione, trasportando lo sguardo oltre/ ogni limite oltre la visione delle distanze/ tentazione e ricatto di leggerezza o movimento/ questa volta/ <em>non lascerò che mi corrompa nella promessa della luce</em>”. (<em>Ivi,</em> p.97). Se viene spodestato, il cielo, dalla sua possibilità di essere cifra dell’immobile, quindi portatore augurale di segni e destini, si svuota irreversibilmente di qualsiasi meteorologia semantica: la dialettica tra cielo e nubi non viene risolta, non può essere riportata a nessuna chiarezza di evidenza. A noi, in questa nuova quotidianità, rifunzionalizzati scrutatori del cielo, appollaiati sul bordo della finestra, Cavalli lascia la possibilità dello sguardo cavo (“a metà strada fra grazia e disgrazia/ il mio sguardo non spazia/ oltre i tetti di ogni mattino/ oltre lo stupido celestino”) o, al massimo, la postura strafottente e andante del gatto di cui parla il poeta:</p>
<p>Ha preso un’aria strafottente<br />
come chi ormai conosce<br />
altri mondi e a questa vita<br />
comoda e tranquilla<br />
non ci crede più.</p>
<p><em>(Ivi,</em> p.89)</p>
<p><strong><em>Pietro Polverini</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><u>Edizioni citate:</u></p>
<p>Patrizia Cavalli, <em>Poesie (1974-1992), </em>Torino, Einaudi, 1997. (Questa edizione contiene rispettivamente le raccolte: <em>Le mie poesie non cambieranno il mondo </em>(1974), <em>Il cielo</em> (1981), <em>L’io singolare proprio mio </em>(1992)<br />
Patrizia Cavalli, <em>Sempre aperto teatro</em>, Torino, Einaudi, 1999<br />
Patrizia Cavalli, <em>Pigre divinità e pigra sorte</em>, Torino, Einaudi, 2006</p>
<p>*<em>In copertina: planisfero celeste di Frederik de Wit, XVII secolo</em></p>
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		<title>L’Anticristo in un hamburger. Sul veganesimo, nato come una pratica utile a proteggere l’ambiente ed evoluta in ideologia elitaria e autoritaria</title>
		<link>https://www.pangea.news/veganesimo-francesco-consiglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2019 07:50:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa: amo la cucina vegetale e, anche se dopo avere letto questo articolo penserete che sono un cannibale pronto a divorare una bistecca a colazione e un vegano a pranzo, non è vero. Se prendo a sberle i pasdaran del cibo verde è perché non sopporto gli isterismi, il furore ideologico e lo scarso esercizio del dubbio. “È [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/veganesimo-francesco-consiglio/">L’Anticristo in un hamburger. Sul veganesimo, nato come una pratica utile a proteggere l’ambiente ed evoluta in ideologia elitaria e autoritaria</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa: amo la cucina vegetale e, anche se dopo avere letto questo articolo penserete che sono un cannibale pronto a divorare una bistecca a colazione e un vegano a pranzo, non è vero.</em></strong> <em>Se prendo a sberle i pasdaran del cibo verde è perché non sopporto gli isterismi, il furore ideologico e lo scarso esercizio del dubbio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“È salutare?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace cucinare, e questa è la domanda che mi sento rivolgere sempre più spesso da chi assaggia un mio piatto.</p>
<p style="text-align: justify;">E non finisce qui.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Mi farà perdere peso?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Uffa, uffa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Mi farà vivere più a lungo?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tris di uffa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“È senza zucchero, senza grassi, senza panna, senza lievito, senza glutine, senza olio di palma, senza carne, senza insaccati, senza lattosio?” </em></p>
<p style="text-align: justify;">Poker.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>L’ossessione salutista sbanca il tavolo, e a me rimane il dispiacere di scoprire che il mondo è popolato da persone che vedono il diavolo in un hamburger</strong> e, in preda a un fervore credulone acceso come fuoco, hanno incenerito la passione per il buon cibo, gli odori, il gusto. Sono certo che sarebbero disposti a tracannare un cocktail di feci e urina, se solo un mediconzolo imperito nell&#8217;arte del tweet ne decantasse i benefici. D’altra parte, l’urinoterapia che il medico dell’antica Grecia Galeno prescriveva ai suoi pazienti ha ancora qualche manipolo di cultori convinti che quel giallo elisir possa curare ogni malattia, dalla semplice influenza sino all’asma, l’emicrania e persino il cancro.</p>
<p style="text-align: justify;">Urina sì, ma un tiramisù neanche per idea. Così va il mondo: esistono i Pantagruel, i Nero Wolfe che nessuna poltrona riesce a contenere, i seicento milioni di obesi, <strong>ma ci sono anche persone che si ammalano di ortoressia, un comportamento alimentare che trasforma l’idea del mangiare sano in un’ossessione patologica.</strong> Per loro, la paura che un cibo faccia ingrassare è sempre più importante del piacere di mangiarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Medici e nutrizionisti invitano giustamente a evitare le grandi abbuffate, ma questo nuovo approccio all’alimentazione, meno godereccio e più orientato alla ricerca di uno stile di vita sano, ha scatenato un esercito di laureati all’università della strada che sproloquiano sui social elencando i cibi da mangiare e quelli da evitare per diminuire il rischio di ammalarsi. <strong>L’uomo, sostengono questi pasdaran delle mille rivoluzioni nutrizionali, si ammala esclusivamente a causa della sua alimentazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato è che il cibo viene visto come un nemico, una necessità obbligatoria che nasconde troppe insidie, e chi cede alla seduzione del piacere gastronomico è un peccatore stolto, un autolesionista, un irresponsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Per quel che mi riguarda, detesto i fanatismi. La mattina, appena alzato, mi vesto in fretta e vado al bar dove faccio colazione con un cornetto ai frutti di bosco, il mio preferito. <strong>E se mi passa sotto il naso un bignè, l’afferro al volo. Soltanto gli idioti non sono buongustai</strong>, diceva Guy de Maupassant.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piacere della gola è gioia di vivere, allegria, pace, fonte di felicità. Rinunciarvi vuol dire rinunciare a essere uomini, ma non è possibile: è possibile negarsi un cibo, non il suo desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse bisognerebbe tornare a leggere Aristotele o almeno ricordare una delle sue locuzioni più famose: <em>In medio stat virtus</em>, un saggio invito a considerare la virtù come espressione dell’equilibrio fra l’eccesso e il difetto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Equilibrio! Non le esagerazioni di quell’altra calamità concettuale che è il veganesimo, nato come pratica utile a proteggere l’ambiente e rispettare gli animali, ma ben presto trasformatosi in un’ideologia elitaria e autoritaria </strong>per la quale un uomo che passeggia per strada mangiando un cheesburger è un assassino a piede libero da dare in pasto ai leoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un regime alimentare diventa un fatto politico, succede che di colpo la scelta tra una frittata di piselli e un filetto arrosto assume i contorni di una guerra tra chi vuole decidere quale sia lo stile migliore. Essere vegetariani è una scelta sana e profonda, ma andare nei ristoranti a trafugare le aragoste mi sembra un’eversione dagli sviluppi indecifrabili. Arriverà il giorno che qualcuno sparerà ai macellai?</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Per assecondare le paturnie dei vegani, sono nati prodotti come il NotMilk, il latte che non è latte ma contiene un pasticcio di elementi di origine vegetale che grazie all’alchimia di qualche camice bianco con la pipetta in mano hanno assunto il sapore del latte. Nel nostro mondo globalizzato disponiamo di materie prime diversissime tra loro, eppure la parola chiave dell’industria alimentare vegana è imitare. <strong>Basta curiosare nel reparto dei prodotti vegan di un supermercato per avere l’impressione di trovarsi a una festa di Carnevale:</strong> burro di cocco mascherato da grasso bovino, wurstel a base di verdure, salami di lenticchie, mozzarelle di riso e tanta soia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>No, non ho detto gioia, ma soia, soia, soia… maledetta soia!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Guardando una bistecca non bistecca, rifletto: come mai un vegano ha il desiderio di mangiare un cibo che assomiglia a ciò che egli stesso definisce un cadavere? <strong>C’è del gusto? Sì, ma assai perverso. Come essere dei serial killer di manichini del supermercato.</strong> E a questo punto chiedo l’aiuto di uno strizzacervelli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinto che prima o poi arriveremo al punto di produrre degli animali robotizzati costruiti con materiali commestibili. Allora anche i vegani imbracceranno il fucile senza sensi di colpa.  <strong>Ieri, mentre stavo sorseggiando un latte macchiato in un bar, una bionda adoratrice del dio Tofu si è avvicinata con aria minacciosa e mi ha suggerito di smettere di bere, preannunciandomi un futuro da obeso.</strong> Ha detto: “Hai presente i vitelli? Bevono tanto di quel latte che in poco tempo si trasformano in bovini adulti da 400 chili”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Giuseppe Arcimboldo, &#8220;L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno&#8221;, 1591</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/veganesimo-francesco-consiglio/">L’Anticristo in un hamburger. Sul veganesimo, nato come una pratica utile a proteggere l’ambiente ed evoluta in ideologia elitaria e autoritaria</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</title>
		<link>https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 15:11:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per la barba di Tolstoj. Proprio così. Fu la barba di Tolstoj. Poi dalla barba di Tolstoj passammo alla punta per le incisioni di Giorgio Morandi. Poi mi raccontò di quando un giovane Pasolini, addobbato alla fascista, portò in gita una scolaresca bolognese. Tra i pupi – incantato dall’eleganza e dall’elegante oratoria di PPP – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/">Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per la barba di Tolstoj. Proprio così. Fu la barba di Tolstoj. Poi dalla barba di Tolstoj passammo alla punta per le incisioni di Giorgio Morandi. Poi mi raccontò di quando un giovane Pasolini, addobbato alla fascista, portò in gita una scolaresca bolognese. Tra i pupi – incantato dall’eleganza e dall’elegante oratoria di PPP – c’era anche lui. Giancarlo De Carolis, classe 1923, era un uomo d’altri tempi?</em></strong><em> Macché. Era un uomo che ad ogni parola inventava un futuro ancestrale. Proprio così. Era un esteta nell’arte del paradosso. D’altro canto, incisore eccellente, sapeva che per far vedere una cosa devi scavare, vedi ciò che non c’è, vedi il vuoto. Devo dire che fui incantato. Per la barba di Tolstoj. Nel 2015, con l’editore Raffaelli, pensiamo di pubblicare una parte dei magnifici, miliari “Diari” di Tolstoj. Raffaelli fa le cose in grande e affida l’illustrazione di Tolstoj a Giancarlo De Carolis. <strong>La xilografia proposta dal grande De Carolis, ‘Deca’ per gli intimi, è un capolavoro: dopo svariati bozzetti l’artista opta per un Tolstoj dalla barba immane. Difficilissima da realizzare, opera di raffinatezza nello scavo.</strong> ‘Deca’ ha vissuto, nell’anima, da artista, a Rimini è stato un medico ortopedico indimenticato, di fama: <strong>ha preso lezioni, a Bologna, da Giorgio Morandi e ha sposato una sua talentuosa allieva, Giuliana Mazzarocchi, pittrice assai apprezzata da Francesco Arcangeli, tra gli altri.</strong> Una vita segnata da un destino d’arte – lo zio, Adolfo De Carolis, è stato il massimo incisore del Novecento italiano; il papà, Dante, tra le altre cose, ha dipinto i velivoli di D’Annunzio quando il Vate ha fatto l’impresa aerea su Vienna – e di dolore – il figlio, Mattia, muore imbarcato sul ‘Parsifal’, nel 1995, durante una delle tragedie nautiche più gravi della storia recente – quella del ‘Deca’, interrotta questa notte, forse mentre dialogava con i suoi avi pittori. <strong>I suoi “Aforismi e noterelle” sono libri formidabili – esempi: “Ci sono scrittori che scrivono per essere letti ed altri per leggersi” – che non trovate nelle grandi catene librarie; le sue incisioni sono speciali, ma non le trovate alla Tate o nelle gallerie di arte contemporanea; la sua verve, la sua vibrante intelligenza sono irriproducibili.</strong> In un articolo l’ho definito come uno jedi, un antico maestro, uno che non sta nelle enciclopedie, ma nelle encicliche del cuore, uno che ha fatto davvero la storia. <strong>L’ho conosciuto grazie al grande architetto Fabio Mariani, che è riuscito in una impresa straordinaria: quest’anno la Biennale del Disegno di Rimini ha dedicato una mostra alle <a href="http://www.biennaledisegnorimini.it/mostre/giancarlo-de-carolis-xilografie/" target="_blank" rel="noopener">“Xilografie e Carte” di De Carolis</a></strong>, mentre in altro contesto erano esposte opere dello zio Adolfo. Finalmente l’opera del ‘Deca’ messa in mostra insieme ai grandi artisti di ieri e di oggi, lui, giovane incisore di 95 anni! <strong>Gli ero simpatico e un giorno tirò fuori da una cartellina un breve memoriale. Ricordava il suo incontro con Pier Paolo Pasolini.</strong> Fui sorpreso e commosso. Ne scrissi qualche articolo. Ora, in memoria, e anche per tentare un po’ di ‘archivio’ intorno a un personaggio tanto luminoso da preferire le zone d’ombra e i flutti del pudore (ma visitarlo nella sua casa-studio era una festa delle intelligenze e del buon umore), ricalco alcuni articoli pubblicati negli anni. Il primo è stato pubblicato il 17 agosto 2017 su ‘Rimini 2.0’ e ripreso dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia; gli altri, precedenti, sono stati editi da “La Voce di Romagna” e proposti, in forme diverse, a ‘il Giornale’. &#8216;Deca&#8217; era una personalità eccentrica, imprevedibile, aliena al noto, inafferrabile; l&#8217;anima elettrica di un bimbo lo percorreva. Ci vuole genio per vivere così, altro che Picasso. (Davide Brullo)</em></p>
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<figure id="attachment_64636" aria-describedby="caption-attachment-64636" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64636" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png" alt="Deca" width="300" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-768x555.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-1024x740.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2.png 1159w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64636" class="wp-caption-text">Alcune opere di Giancarlo De Carolis per il Club Nautico di Rimini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Se non sei un artista, pazienza”: incontro con il ‘Deca’, l’ultimo maestro</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>11,30, Bar Embassy, arriva il maestro</strong>. Un tempo per incontrare un ‘maestro’ si facevano chilometri, si viaggiava per mesi. Non c’è bisogno di andare all’Atene di Aristotele. Negli anni Sessanta a valanghe atterravano a Parigi ad ascoltare Jacques Lacan e Roland Barthes. Che sia stato tempo ben speso, lo dirà il tempo. <strong>Quanto a noi, basta andare al Bar Embassy, Rimini, ‘marina’, intorno alle 11,30. Di solito, al tavolino, siede un tipo baffuto, d’incomparabile eleganza – spesso indossa indimenticati papillon – con bastone fedele al fianco.</strong> Occorre farsi ghermire dalla qualità della chiacchiera – un’arte antica e tramandata – di costui, che è un viaggio nel tempo, così piena di arguzia e di dolce cinismo. <strong>Giancarlo De Carolis, classe infinita, è una specie di ruspante Mosè di questo lato di mondo. Già medico di pregio, ha vissuto immerso nell’arte: suo zio, Adolfo De Carolis, è il massimo incisore del secolo scorso, ha illustrato le opere di Gabriele d’Annunzio – compresa la <em>Francesca da Rimini</em> – e di Giovanni Pascoli, è autore che si studia nelle scuole d’arte. </strong>La moglie di De Carolis, invece, Giuliana Mazzarocchi, già amata insegnante, è pittrice di valore, scoperta da Giorgio Morandi – alle cui lezioni partecipava pure il ‘Deca’, come è battezzato amichevolmente – di cui Francesco Arcangeli ha scritto, “è in lei una costanza, una necessità, una incapacità alle deviazioni dannose che fanno della sua opera qualche cosa di felicemente acquisito; qualche cosa cui ci si può riferire con sicurezza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Osservavo Pasolini con un misto di ammirazione e antipatia”</strong>. Artista ‘esploso’ in veneranda età, notevolissimo incisore – da collezione le cartoline per il Club Nautico riminese, fatte, per altro, anche in memoria di Mattia De Carolis, scomparso tragicamente nel 1995, in mare, a bordo del ‘Parsifal’ – il ‘Deca’ ha una conoscenza eccentrica della storia dell’arte. Quanto a me, io lo amo anche come scrittore. <strong>Le sue storie, delicatamente rètro, con un retrogusto di irosa malinconia – ad esempio, la placca <em>Le mamme ai Giardini Margherita</em> – hanno le cadenze di un mondo perduto, perciò bellissimo. Tra i testi che conservo con una certa gelosia c’è un dattiloscritto del 1985 in cui il ‘Deca’ ricorda “l’inverno 1938/1939, un tempo così lontano per situazioni e cultura che vien da rabbrividire a pensarci”.</strong> Che ha di bello quella storia? Che il ‘Deca’ incontra, in una gita studentesca, <strong>Pier Paolo Pasolini, “in perfetta divisa del Guf (Gioventù universitaria fascista): sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri”. </strong>A causa “di una mostruosa attitudine allo studio”, Pasolini, a 17 anni, è già all’Università. “Io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, lo confesso. Questo ‘enfant prodige’ che si permette di andare all’Università a 17 anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del Guf, l’<em>Architrave</em>”. La scena in cui il giovane Pasolini prende con sé i liceali e racconta loro le “storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di lavoro duro e di poco pane, di solitudine” del suo Friuli, e i ragazzi sono lì, “presi, affascinati (…) per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata”, è bellissima. Il racconto, che dura 15 pagine dattiloscritte, insolito rispetto alla bibliografia pasoliniana ‘ufficiale’, mi sembra straordinario. Ho tentato – finora inutilmente – di farlo pubblicare a un editore che sappia valorizzarlo. Ritenterò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Street Art? Una degenerazione</strong>. La bibliografia personale del ‘Deca’, artista instancabile e polimorfico, aforista quasi di professione, è ormai faraonica. Solo per l’editore riminese Raffaelli, stampate per gli amici in copie risicate, ha pubblicato cinque libretti. L’ultimo, ancora in forma di taccuino, s’intitola <em>Piccolo zibaldone sull’arte moderna e contemporanea </em>ed è un tesoro di ispirazioni. De Carolis s’è messo in testa di ricapitolare l’ultimo secolo artistico, dall’Art Déco (“Il Liberty è una forma di arte signorile, patrizia anzi. Per questo, non fu popolare”) alla Pop-Art, con una intelligenza icastica, sarcastica <strong>(“La Street Art è una contumelia contro ogni ‘distinzione’ e una ‘degenerazione’ artistica dell’Arte”; “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”; “Se non sei un artista, pazienza. Cerca però di gestirti come tale”)</strong> che ricorda il Witold Gombrowicz del <em>Corso di filosofia in sei ore e un quarto</em>. Il manoscritto, è in attesa di editore pure quello. Sentirlo leggere dal vivo dal suo autore, è una rara esperienza in una città nota e risaputa come Rimini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vogliamo un catalogo dei ‘grandi vecchi’ riminesi. E una mostra</strong>. Sintesi dell’articolo. Andrebbe stilato un catalogo dei ‘vecchi maestri’ di Rimini, come il ‘Deca’. Sono monumenti viventi più utili dell’Arco d’Augusto. Bisogna rincorrerli, registrarli, metterli a disposizione dei riminesi come un ‘bene pubblico’. I vecchi maestri, quando non sono rimbecilliti dal contemporaneo, sono molto più interessanti dei comuni mortali, afflitti dalla vita, frastornati dal sistema dei consumi costi quel che costi – e quanto costa… Quanto al ‘Deca’, artista di prestigio, ho un’altra idea. Alla prossima Biennale del Disegno bisogna metterlo in mostra, in scena. No, non intendo le sue opere – l’Assessore alle arti attuale non sa andare oltre il perimetro tribale dei propri pregiudizi. <strong>Bisogna mettere in mostra lui, il ‘Deca’. Una stanza. Una poltrona. Una scrivania piena di fogli. Una libreria. E la gente. <em>Mezz’ora con Giancarlo De Carolis detto ‘Deca’, artista riminese d’altri tempi</em>. Ecco il titolo della mostra. </strong>Si varca la stanza, ci si siede di fronte a lui. Si parla, si condivide un caffè. Soprattutto, si ascolta. Che bello. <em>(17 agosto 2017)</em></p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pasolini fu giovane e fu fascista. Ricordo intriso di “luce notturna”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gioventù fascista. Nella recente e improvvida santificazione di Pier Paolo Pasolini, nessuno ha voglia di ricordare la pagina nera. <strong>Già, anche Pasolini è stato fascista. Come tutti, per carità. Allievo modello al Liceo Galvani di Bologna, PPP brucia le tappe (nel 1939, a 17 anni, per meriti gli è concesso di discutere la maturità e poi di iscriversi all’Università bolognese) collabora ad “Architrave”, foglio della Gioventù Universitaria Fascista</strong> (in cui, a dirla tutta, si sono sgranchiti la penna anche Enzo Biagi, Roberto Roversi e Francesco Arcangeli, per dire di alcuni), e su “Il Setaccio”, rivista della Gioventù Italiana del Littorio. Una memoria di quegli anni, anzi, un <em>Ricordo di Pier Paolo Pasolini studente</em> ci proviene, come un sontuoso fossile, da Giancarlo De Carolis, figlio d’arte (lo zio Adolfo è tra i massimi artisti liberty del Novecento, illustrava i libri di Pascoli e di D’Annunzio; il padre, Dante, ha decorato i velivoli con cui D’Annunzio ha volato su Vienna), d<strong>i un anno più giovane di Pasolini, compagno al Liceo Galvani, che nel 1939 incontra il poeta</strong> (nel 1941 comincia la scrittura delle <em>Poesie di Casarsa</em>, subito notate da Gainfranco Contini) in un Campeggio invernale a La Villa in Val Badia. Un ricordo, in realtà, che ha preso forma di fascicolo dattiloscritto di 16 pagine, redatto in origine nel 1985, per far memoria dei primi dieci anni dalla morte di Pasolini. <strong>De Carolis tira fuori lo scritto oggi, dopo lo scotto di allora: “inviai la mia memoria al Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma. Nessuno mi ha mai risposto, probabilmente giudicarono lo scritto di scarso interesse”.</strong> Ma cosa dice questo scritto di tanto urtante per la vulgata?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Niente. De Carolis, narrando con saggia delicatezza il «campeggio invernale» promosso, «nell’inverno 1938-39 a cavallo fra Natale ed Epifania», dal GIL, «l’organizzazione giovanile fascista», non dice niente di strano, ma qualcosa di ovvio e nello stesso di rimosso: che tutti a quel tempo non potevano non dirsi fascisti.</strong> L’incontro con Pasolini accade a La Villa, appunto, in Val Badia, all’ora di pranzo. «Manca qualcheduno, lo denuncia la sedia non ancora occupata. Aspettiamo. Ed ecco che, quasi ad arte, fa la sua entrée Pier Paolo Pasolini». Con i quasi coetanei (De Carolis ha un anno meno di lui) Pasolini, «in perfetta divisa del GUF: sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri», non dialoga, «erano tanti più immaturi di lui», che si ergeva abissale e ostile. <strong>D’altronde, lui, «a causa di una mostruosa (così allora mi pareva) attitudine allo studio, a furia di saltar classi, si era trovato all’Università precocissimamente». Il fatto di essere “superdotato” «doveva inorgoglire il ragazzo», che non era affatto simpatico, ostentando «un atteggiamento misto di sussiego e di presunzione, ma soprattutto di vanità [&#8230;]. Il tutto amalgamato poi da una fortissima carica di esibizionismo che gli sarà poi utilissima per esprimere e far accettare quelle doti d’intelletto che indubbiamente possedeva in maniera fuor dal comune».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’epifania del diverso. Durante i reiterati pranzi insieme, Pasolini «siede a capotavola, sulla mia destra, due posti dopo il mio», vuole le attenzioni di tutte le cameriere, fa qualche battuta in direzione di «un bel ragazzo molto bruno, dai capelli nerissimi e riccioluti», donandogli l’epiteto, «Montanari, sei bello come un fiore nero», scatenando domande: «Cosa vuol dire PPP con questa frase? [&#8230;] È forse solo un omaggio innocente alla bellezza non senza una punta d’ironia, da parte del poeta che sta per nascere».<strong> Pasolini sconcerta, «io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, questo “enfant prodige” che si permetteva di andare all’Università a diciassette anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del GUF». </strong>Eppure, ci sono due passaggi, in questa clamorosa e tersa memoria, che ci fanno palpare il Pasolini ancora ragazzo, profezia dell’intellettuale che sarà. Pasolini «impeccabilmente vestito da sciatore anteguerra» che seduto «su di un gradino delle scale che portano ai piani superiori», raccoglie a sé i ragazzi, <strong>«narrando avventure del suo Friuli che sembrano fiabe», «con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata, ogni giorno». E poi Pasolini, di notte, quando «la neve scricchiola sotto gli scarponi, fa freddo, il cielo è stellato come sa essere solo in montagna», che sta «solo, fermo, colpito da quella luce notturna», che non vuole nessuno se non la solitudine, «non vuole perdere il contatto magico con la natura assoluta, cosmica».</strong> Così, di spalle, inoltrandosi nella natura e nella Storia, quel «ragazzo che il destino aveva segnato per un futuro drammatico, con cui avrebbe pagato il privilegio di una sensibilità e di un’intelligenza eccezionali», quel ragazzo, soltanto un ragazzo tuttavia già precocemente adulto, che lasciava in chi lo incontrava l’«oscura coscienza di sentirlo “diverso”», era già altrove, era già un eretico, nel nonluogo di una glaciale malinconia. <em>(4 novembre 2015)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Per mio padre Gabriele d’Annunzio ha rimandato il volo su Vienna”: dialogo con Giancarlo De Carolis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrivania è piena di fogli. Lui si muove come il suo “folletto dei boschi”, creatura evanescente, ironica, inafferrabile. Scatena il tavolo. Tira fuori l’opera. <strong>«Ho lavorato a questo per tutta l’estate». Il volto di Lev Tolstoj. «Vedi, il problema era la barba, come fai a inciderla?». Mi mostra la matrice, che compra a Praga, come gli strumenti per graffiarla.</strong> Il volto del vecchio Tolstoj, che andrà ad adornare un libro edito prossimamente da Raffaelli, scavato con genuina rapacità, è rude e mistico. Per ispirarsi «mi sono rivolto a Emil Nolde e a Ernst Kirchner», ma soprattutto, dico io, alla sua sapienza atavica. Si aggira nello studio con elfica leggiadria, Giancarlo De Carolis. Classe 1923. Tra i più ispirati incisori di questa terra. <strong>Recluso al quinto piano della sua casa riminese, in un palazzo alle spalle del mitologico Embassy, pressoché ignorato dagli artisti ignoranti e globalizzati, «l’unica mostra che ho fatto? Nel 1964, a Urbino, insieme a Renato Bruscaglia e a Pietro Sanchini. Adesso è una perdita di tempo». </strong></p>
<figure id="attachment_64637" aria-describedby="caption-attachment-64637" style="width: 191px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64637" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg" alt="Deca" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-768x1209.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-1320x2078.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755.jpg 2023w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /><figcaption id="caption-attachment-64637" class="wp-caption-text">Lev Tolstoj secondo Giancarlo De Carolis, 2015</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Morandi? Un cretino-genio. Bologna, anno di grazia 1947. In mostra, accademici e dilettanti. Giuria composta da Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Giorgio Morandi. «Partecipai anch’io, ma cosa vuoi, nessuno si accorse di me&#8230;», sussurra De Carolis, con il suo spirito corrosivo. Piuttosto, Morandi si accorge della moglie di De Carolis, Giuliana Mazzarocchi, sua allieva e futura, indimenticata professoressa al Liceo classico di Rimini, quello frequentato da Fellini. <strong>«Morandi impiegava dieci giorni per spiegare ai suoi studenti come costruirsi da soli una punta per incisioni, che potevi comprarti con due lire. Per questo dico che è un “cretino-genio”: quando gli parlavi sembrava un po’ sciocco, ma la sua opera è straordinaria, ovvio. Anche Albert Einstein è un “cretino-genio”&#8230;». </strong>La punta per incisioni di Morandi è a casa di De Carolis, con tanto di firma. «Mia moglie non riuscì a farsela da sé. Allora Morandi le regalò la sua».</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli astrattisti alle cure per la virilità. De Carolis non è un artista accademico, al contrario, «la storia dell’arte fatta dalle Accademie ha frenato la curiosità, l’iniziativa davvero ispirata». Cresciuto in una famiglia di artisti, lo hanno obbligato a mettere la testa a posto, a studiare medicina. <strong>Pratica al “Rizzoli” di Bologna, si specializza a Parigi e negli Stati Uniti, diventa un ortopedico di fama. La professione non lo distoglie dall’arte, «che frequento, anzi, gioco, da quando ho sette anni». Nel 1949 è a Firenze, arretra dall’ambiente dei medici, «non mi piaceva affatto il loro snobismo», frequenta Vinicio Berti, Alvaro Monnini, Gualtieri Nativi e Mario Nuti, i fondatori dell’“astrattismo classico”. «Bravi pittori. Anche se con loro litigavo un po’». Perché? «Perché per me l’arte è soprattutto libertà. </strong>Non può esistere una differenza ideologica e pregiudiziale tra astratto e concreto: alcune cose vanno fatte in astratto, altre ricorrendo alla forma». A Firenze però diventa famoso per ben altre magie. «Lavoravo per l’esercito, mi chiamavano il “curatore di uccelli”». E ride, De Carolis, con la sua eleganza un po’ dandy, un po’ dadaista. Che vuol dire? «C’era un napoletano che aveva un problema proprio lì. Necessitava di una circoncisione. Lo operai. Il giorno dopo viene da me, “caro dottore, sono solo un tenente, ma lei mi ha fatto un uccello da ufficiale!”». In quegli anni De Carolis conosce anche Walter Reder, l’ufficiale delle SS responsabile della strage di Marzabotto. «In quel periodo era mio prigioniero, per così dire. Aveva un’altissima percezione del “dovere militare”, non penso sia totalmente colpevole di quei fatti, ma la questione è molto delicata. Ricordo che passava le giornate a leggere la “Divina Commedia”, era molto educato».</p>
<p style="text-align: justify;">Il decoratore del Vate. Artista fuori dai canoni, che si prende in giro (è capace di convincerti che la sua opera migliore è un’incisione stampata su una maglietta che celebrò, nel 1984, i 50 anni del Club Nautico di Rimini, mentre, distrattamente, ti fa svolazzare sotto il naso un vero capolavoro, l’autoritratto del 2010, “L’incisore dalla bocca torta”), che «non faccio classifiche perché l’arte non è mica una gara di biciclette», <strong>però poi si produce in corrosive didascalie (su Giuseppe Capogrossi: «poveretto, condannato a fare scarafaggi per tutta la vita&#8230;»; su Ottone Rosai: «non capisco perché sia così famoso. Non sa dipingere. Certo, qualche paesaggio, nonostante lui, per caso, gli è venuto bene»), De Carolis non ha potuto fuggire dalla mania di famiglia.</strong> Lo zio, Adolfo De Carolis, è tra i massimi incisori del secolo scorso, ha illustrato i libri di Giovanni Pascoli e di Gabriele D’Annunzio. Insieme al papà di Giancarlo, Dante, tra le molte commissioni, affresca il Palazzo del Podestà di Bologna.<strong> «Sa, per mio padre il Vate posticipò il suo famoso volo su Vienna&#8230;», attacca l’aureo erede. Che vuol dire? «Mio padre, Dante De Carolis, era un ottimo decoratore. Fu richiamato dal fronte per espressa volontà di Gabriele D’Annunzio. Gli chiese di dipingere con vessilli dannunziani i dodici velivoli “Ansaldo S.V.A.” che avrebbero sorvolato sull’Austria». </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mette in guardia Papa Francesco. Consapevole che «è finita l’epoca dei grandi quadri ad olio, ormai siamo bombardati di immagini, Internet ti disorienta», DeCarolis combatte la battaglia nell’eremo del suo appartamento-bunker, come un sopravvissuto, ridendo. Nei suoi progetti, oltre alle superbe incisioni “marine”, c’è la scrittura di uno “Zibaldone dell’Arte moderna e contemporanea”. Aforista micidiale (fa stampare tutto, in copie numerate, dall’editore Raffaelli), <strong>ha messo in guardia Papa Francesco («La Chiesa cristiana che converge sempre più verso la “sinistra”, non si rende conto del rischio mortale che corre»), sa che «oggi ci sono “scuderie” di artisti ispirati da critici-manager», e che il segreto dell’arte è che «il buon artista ama fare ciò che gli è naturale fare». </strong>Semplice. Che DeCarolis sia l’ultimo dei saggi, una specie di ipnotico maestro jedi? <em>(12 settembre 2015)</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/De-Carolis.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Gianni Fucci, il “viandante delle parole”, compie 90 anni: elogio del poeta che ha scritto un possente romanzo lirico in dialetto, è stato influenzato da Nietzsche, si è dato all’arte dell’haiku ed è più bravo di Tonino Guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 09:06:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di quelli del fatidico ‘circolo’ che cambiò un pezzo della letteratura italiana fu il più giovane, quello che restò al ‘paese’, senza fronzoli, a custodire il forziere delle memorie; quello, probabilmente, che ha scritto il libro abbacinante. * Fecero di un piccolo borgo di Romagna, Santarcangelo, una angelologia lirica. Si chiamava “E’ circal de’ giudéizi”, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianni-fucci-il-viandante-delle-parole-compie-90-anni-elogio-del-poeta-che-ha-scritto-un-possente-romanzo-lirico-in-dialetto-e-stato-influenzato-da-nietzsche-si-e-dato-all/">Gianni Fucci, il “viandante delle parole”, compie 90 anni: elogio del poeta che ha scritto un possente romanzo lirico in dialetto, è stato influenzato da Nietzsche, si è dato all’arte dell’haiku ed è più bravo di Tonino Guerra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di quelli del fatidico ‘circolo’ che cambiò un pezzo della letteratura italiana fu il più giovane,</strong> quello che restò al ‘paese’, senza fronzoli, a custodire il forziere delle memorie; quello, probabilmente, che ha scritto il libro abbacinante.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fecero di un piccolo borgo di Romagna, Santarcangelo, una angelologia lirica. Si chiamava “E’ circal de’ giudéizi”, che nome imperativo, il circolo del giudizio</strong>, si vedevano al bar, dilettandosi di letteratura, cominciando a manovrare il dialetto. Di loro, Tonino Guerra fu l’Omero, quello che fece fortuna a Cinecittà – con Fellini, Antonioni, Rosi, e poi Tarkovskij e Angelopoulos – Raffaello Baldini fu il sommo poeta, fece carriera a Milano e portò il favellare di Romagna a smusare con Samuel Beckett, Nino Pedretti, invece, fu il genio sregolato, per altro gran traduttore dall’inglese – con certe <em>liaison</em> con Sylvia Plath. Del gruppo, va detto di Flavio Nicolini, che s’inventò le più belle fiction per la Rai dai Sessanta agli Ottanta, mente finissima. Costoro, sono tutti morti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63347 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-174x300.jpg" alt="Gianni Fucci" width="119" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-768x1326.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-593x1024.jpg 593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-600x1036.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte.jpg 1368w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Posto che importino misure, classifiche, pesi. Se <em>I bu </em>– Tonino Guerra – è il libro che fa esplodere la rustica genialità del ‘romagnolo’, <em>Intercity </em>– Raffaello Baldini – è il testo assoluto, tra i grandi della poesia italiana totale del secondo Novecento, mentre <em>Gli uomini sono strade </em>– Nino Pedretti – con silenziosa costanza trama nuovi cunicoli – nitidezza illecita dell’assurdo – nella nostra lirica. <strong>Eppure, è il più giovane di tutti, Gianni Fucci (nella photo di Daniele Ferroni), che ha fatto di tutto – “perito edile, ha esercitato veri mestieri fra i quali il bracciante agricolo, il muratore a Zurigo, l’insegnante a Rimini, l’aiuto regista, prima con Flavio Nicolini poi con Elio Petri, per chiudere la suo carriera lavorativa come bibliotecario nella Biblioteca ‘Antonio Baldini’ di Santarcangelo di Romagna” – a scrivere il poema totale</strong>, che li abbraccia tutti, <em>Rumanz </em>(2011), la sua “epica familiare in dialetto santarcangiolese”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Di quel libro mi pare che si sia detto troppo poco, eppure, che enormità. <strong>38 canti suddivisi in tre cantiche, il tutto in ottave: Fucci ha fatto epica la propria vita, una specie di <em>Orlando furioso </em>in dialetto</strong>, seguendo l’esempio – di micidiale raffinatezza – dell’<em>Onegin. </em>Ha dato al dialetto, insomma, un fiato nuovo, un fato. Fatali, soprattutto, questa manciata di versi finali, che cito in italiano: “Ora che il nulla brilla e mi circonda/ (non è più tempo di credere alle fole)/ io son col mio dialetto – che scompare –/ la vecchia barca che attraversa il mare// per ritrovare la stilla d’emozione/ che oltrepassa il tempo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gianni Fucci, poeta dalle letture dottissime, che sembra frugale ma che con il dialetto cesella avorio, non fa mica il pane, ha compiuto 90 anni il 3 ottobre scorso,</strong> ha visto i suoi amici morire, è un sopravvissuto a un tempo frantumato, proviene dagli anni in cui essere poeta era una via, l’amicizia un ristoro nell’oro e il resto, beh, si aggiustava, ci si avviava all’avventura. La volta che l’ho incontrato, ricordo che Gianni Fucci parlava con ammirazione di Andrea Zanzotto, che aveva ospitato sul divano di casa sua <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/10/02/quadri-costosi-cameriera-alla-faccia-del-comunismo/" target="_blank" rel="noopener">(qui l&#8217;ho intervistato per i suoi 88)</a>.</p>
<p>*</p>
<figure id="attachment_63346" aria-describedby="caption-attachment-63346" style="width: 267px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63346" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-300x225.jpg" alt="Gianni Fucci" width="267" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /><figcaption id="caption-attachment-63346" class="wp-caption-text">Il &#8216;Rumànz&#8217; di Gianni Fucci con una lettera autografa inviata a d.b. dell&#8217;11 dicembre 2016</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Di Gianni Fucci, a 90 anni, mi sorprende sempre la ventosa giovinezza. <strong>In una lettera del 22 settembre 2016 mi ha fatto un regesto delle sue letture filosofiche: “Ho letto solo alcuni <em>Dialoghi</em> di Platone, parte della <em>Metafisica</em> di Aristotele, leggiucchiato qua e là Pascal, parte della <em>Critica della ragion pura </em>di Kant e con molto interesse <em>Così parlò Zarathustra</em>, <em>Ecce Homo</em>, <em>Al di là del bene e del male</em> di Nietzsche, di cui ho subito un certo influsso”.</strong> Uno stupendo dialettale influenzato da Nietzsche, che meraviglia. Nel dicembre del 2016 il poeta mi ha regalato una poesia, “Carissimo amico, la sua genialità di poeta mi vede, ancora una volta, ad importunarla”. Un mio verso, tratto da <em>Annali</em>, diceva avergli “ispirato il ‘Sonetto natalizio’ che ho scritto quest’anno (una consuetudine più che quarantennale)”. Parole di cui sono sempre grato, al cospetto della mia ingratitudine – non sono più andato a trovare Fucci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A 90 anni, cioè a giovinezza raggiunta, il poeta Gianni Fucci <strong>ci dona una raccolta di poesie in italiano, <em>Il mio cuore ascolta</em>,</strong> edite con notevole perizia da <a href="http://www.ilvicolo.com/" target="_blank" rel="noopener">Il Vicolo di Cesena</a>. Tra le tante cose sorprendenti, l’approdo del poeta all’haiku, risolto in modo estremamente musicale, e con furore di onestà: “Il nostro andare/ è solo un tribolare/ in alto mare”; “Ascolti il vento/ come un bel incantamento/ e sei contento”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più bella, però, è il testo con cui il poeta introduce alla lettura delle sue poesie. Eccolo: “Va, l’acqua, e passa silente, sotti i ponti. Così la poesia con discrezione si porge al lettore con l’umiltà propria dell’ancella. Il poeta è colui che ha gestito il suo ‘parto’ con delicatezza, ne ha raccolto il ‘battito’ e l’ha proposto al lettore, cui lascia il compito di colorare il suo cammino con l’intelligenza e la passione; <strong>di scandagliare mediante le sue parole il senso della vita, sempre diversa, misteriosa e inconoscibile; seguire i suoi voli, le sue impennate, le sue lusinghiere avance e sentirsi portare lassù, nei cieli tersi, luccicanti e sonori come un carillon.</strong> Poi stupire della sua forza, della sua levità, del suo essere. Sempre se stessa ma sempre diversa. Indifferente al proprio fascino. Siate quindi attenti e generosi. Io continuo ad essere l’antico viandante delle parole antiche e nuove”. Che risolta definizione del poeta, <em>viandante delle parole antiche e nuove. </em>(d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Una volta Frank Zappa mi disse che ai dirigenti delle case discografiche importa un ca**o di musica. Per l’editoria vale lo stesso: fu la storia di Guido Morselli a convincermi che era meglio scrivere in inglese”</title>
		<link>https://www.pangea.news/una-volta-frank-zappa-mi-disse-che-ai-dirigenti-delle-case-discografiche-importa-un-cao-di-musica-per-leditoria-vale-lo-stesso-fu-la-storia-di-guido-morselli-a-convincermi-che-er/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Aug 2018 07:16:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci siamo incontrati sul corpo di Guido Morselli. Di solito parliamo in orari dispari, quando fa alba o cala la notte. Non so mai in quale lato di mondo stia camminando: a volte mi dice di essere in Messico, altre negli Stati Uniti, oppure in Latinoamerica. Comunque, è sempre in ricerca. Nell’ultima mail mi scrive, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/una-volta-frank-zappa-mi-disse-che-ai-dirigenti-delle-case-discografiche-importa-un-cao-di-musica-per-leditoria-vale-lo-stesso-fu-la-storia-di-guido-morselli-a-convincermi-che-er/">“Una volta Frank Zappa mi disse che ai dirigenti delle case discografiche importa un ca**o di musica. Per l’editoria vale lo stesso: fu la storia di Guido Morselli a convincermi che era meglio scrivere in inglese”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci siamo incontrati sul corpo di Guido Morselli. Di solito <a href="http://www.pangea.news/mina-sospiro-scrivo-dallaltra-parte-del-mondo-aristotele/" target="_blank" rel="noopener">parliamo in orari dispari</a>, quando fa alba o cala la notte. Non so mai in quale lato di mondo stia camminando: a volte mi dice di essere in Messico, altre negli Stati Uniti, oppure in Latinoamerica. Comunque, è sempre in ricerca. Nell’ultima mail mi scrive, “vado dopodomani a Londra, e poi in Islanda”. <strong><a href="http://guido-mina-di-sospiro.com/" target="_blank" rel="noopener">Guido Mina di Sospiro</a> è uno degli scrittori più eccentrici che conosca. Nato a Buenos Aires, cresciuto a Milano, studi in California, ha scritto libri importanti e controcorrente</strong> – l’ultimo, <em>Sottovento e sopravvento</em>, è stato pubblicato lo scorso anno da Ponte alle Grazie, vanno ricordati <em>L’albero</em>, per Rizzoli, e <em>La metafisica del ping-pong</em>, sempre per Ponte alle Grazie. Consapevole dello stato del sistema editoriale italiano – imbrigliato nel solito ring nepotistico e mercantile, che modestia imprenditoriale – Mina di Sospiro scrive prima in inglese, poi vede come va nel resto del pianeta. Esito: dei suoi libri si parla ovunque, dal <em>Times </em>a <em>Vanity Fair</em>, la nota Wikipedia che lo riguarda <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Guido_Mina_di_Sospiro" target="_blank" rel="noopener">è rigorosamente in inglese</a>, ma lui continua, con imperterrita dedizione, ad amare l’Italia. <strong>Ci parliamo, appunto, intorno ai 45 anni dalla morte di Morselli. E lui mi fa. “La sua triste (non) vicenda editoriale, in vita, è sempre stata per me un monito, per questo poco prima di compiere i trent’anni sono passato a scrivere in inglese”. </strong>Davvero? “Lessi Morselli da ragazzo, quando, poco dopo il suo suicidio, esplose il caso letterario. Ti puoi immaginare, basare un libro su una citazione di Giamblico nell’Italia marxista di allora&#8230;”. A quel punto, impongo a Guido di fermarsi un attimo – non so più da quale fuso orario mi scriva. Facciamo una intervista? Ci sta. Eccoci. (d.b.)</p>
<figure id="attachment_62185" aria-describedby="caption-attachment-62185" style="width: 242px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62185" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Guido-300x254.jpg" alt="Guido" width="242" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Guido-300x254.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Guido.jpg 428w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /><figcaption id="caption-attachment-62185" class="wp-caption-text">L&#8217;imprendibile Guido Mina di Sospiro</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caso Morselli, a cui ti ritieni affine. Insomma, in Italia, editorialmente parlando, è sempre stata tutta una questione di amicizie più o meno utili e di scambio di favori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non propriamente affine. È che ho letto da ragazzo il suo <em>Dissapatio H.G</em>., e poi altri romanzi, e percepito che l’assurdità di uno scrittore validissimo eppure non pubblicato in vita poteva avvenire, non era materiale da romanzo. E in più il suicidio – orribile. È stato un monito. Perciò, a un certo punto, e dopo diversi tentativi con editori italiani anche se già vivevo in America, sono passato all’inglese; in un secondo tempo, vari miei libri sono stati tradotti in italiano. Non credo che sarebbero stati pubblicati in Italia se li avessi scritti direttamente in italiano. <strong>Negli anni di Morselli l’editoria italiana era claustrofobica e incestuosa, d’ideologia rigorosamente ed esclusivamente di sinistra, e in più di un provincialismo sconcertante. </strong><strong>Qualcuno si ricorda di Sua Pochezza Alberto Moravia? </strong>Imperava assoluto, allora, sulla scena letteraria italiana. Morselli era apolitico, e troppo colto, originale e fantasioso per quel milieu.</p>
<p><strong>Ma&#8230; la scrittura non dovrebbe essere sempre un gesto controcorrente, contro le mode, un esercizio di ‘cultura’, di idee, secondo la tradizione europea? Cosa è oggi la scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutt’altro; la maggior parte della scrittura è mero <em>formula writing</em>. <strong>L’editore, l’agente letterario, lo scrittore – sono tutti ossessionati dalle vendite. Ogni tanto, per sbaglio, qualcosa di originale viene pubblicato e, secondo miracolo, ottiene successo commerciale.</strong> Da quel momento, gli editori si precipitano a pubblicarne cloni. Tanti anni fa, il leggendario editore Mario Spagnol, riferendosi a non ricordo più quale libro, mi disse: “Sebbene sia un buon libro, sta vendendo bene”. <strong>Negli anni Ottanta, a Los Angeles, Frank Zappa m’invitò a casa sua; parlando di musica mi confidò:</strong> “I’ve never seen anybody in an executive position in a record company who gave a fuck about music. They all hate music, and worse than that they hate the people who make the music!” [<em>Non ho mai visto nessuno in una posizione dirigenziale in una casa discografica a cui importi un cazzo della musica. Odiano tutti la musica, e quel che è peggio è che odiano la gente che fa musica</em>]. Si può dire lo stesso degli editori e dell’editoria? Non è una domanda retorica; me lo sono domandato spesso. <img decoding="async" class=" wp-image-62186 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libro-guido-203x300.jpg" alt="libro guido" width="141" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-guido-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-guido-694x1024.jpg 694w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-guido-600x885.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-guido.jpg 732w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" /><strong>L’editoria va sempre di più verso la consolidazione in enormi conglomerati. </strong><strong>Tali conglomerati fondano la propria <em>business strategy</em> sulla legge dei grandi numeri. </strong>Ammettendo implicitamente di non saper prevedere quale libro avrà successo (è <em>educated guessing</em>, un po’ come le previsioni dei meteorologi), pur applicando tutti i parametri del caso ma basandosi inevitabilmente su ciò che ha avuto successo <em>ieri</em>, i grandi conglomerati pubblicano moltissimi titoli, sapendo che la maggior parte di essi non ripagherà nemmeno le spese. Ma fra i tanti titoli, uno, si spera, diventerà un best-seller (vendendo più di, mettiamo, un milione di copie), o magari due o tre. <strong>L’industria editoriale contemporanea vive di best-sellers. Un modus operandi così aleatorio farebbe supporre una grande libertà di scelta editoriale: provare di tutto un po’, finché qualcosa funziona. Ma non è così: </strong>gli <em>acquisition editors</em> giustificano i loro salari facendo sì che le proprie sembrino scelte oculatissime, quando spesso i best-sellers sono sorprese. <strong>Senza dimenticare il ruolo degli agenti letterari, che sono ancora più retrogradi e rarissimamente s’impegno nel vendere qualcosa di originale. </strong>Tale è lo status quo dell’editoria a grandi livelli. Ci sono poi ancora, qua e là, piccoli editori, ma che senso ha pubblicare se poi non si fruisce di promozione e distribuzione adeguata ma si ‘regalano’ comunque i diritti?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immagino che tu ti tenga alla larga dai libri ‘da ombrellone’. Beh, consigliaci qualche lettura ‘controcorrente’, per così dire&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggere va bene dappertutto, anche sotto l’ombrellone, perché no? <strong>In breve: 1) <em>Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi</em> di Klaus Schmidt, circa Gobekli Tepe: la storia che ci hanno raccontato a scuola è proprio un racconto, o meglio, una favoletta.</strong> La scoperta di Gobekli Tepe ha cambiato tutto. 2) Per ridere, ma anche riflettere, George McDonald Fraser ha regalato al mondo l’anti-eroe Flashman; consiglio qualunque romanzo della serie, ciò che trovate di seconda mano. E mi fermo qui.</p>
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		<title>“Voglio un movimento sapienziale-politico capace di formare governatori illuminati”: dialogo con Angelo Tonelli su poesia e salvezza</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Aug 2018 05:20:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’ultimo dei sapienti ha il volto di Mangiafuoco, il corpo onnipossente di un corsaro che folleggia, scaturito dalle pagine più esotiche di Salgari. Tutto comincia da un sogno, quarant’anni fa. Giorgio Colli, il maestro assoluto conosciuto a Pisa, fa toc toc, dai regni dell’oltremondo, nel cranio di Angelo Tonelli. “Mi indicava un libro nella biblioteca [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/voglio-un-movimento-sapienziale-politico-capace-di-formare-governatori-illuminati-dialogo-con-angelo-tonelli-su-poesia-e-salvezza/">“Voglio un movimento sapienziale-politico capace di formare governatori illuminati”: dialogo con Angelo Tonelli su poesia e salvezza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultimo dei sapienti ha il volto di Mangiafuoco, il corpo onnipossente di un corsaro che folleggia, scaturito dalle pagine più esotiche di Salgari. Tutto comincia da un sogno, quarant’anni fa.</strong> Giorgio Colli, il maestro assoluto conosciuto a Pisa, fa toc toc, dai regni dell’oltremondo, nel cranio di Angelo Tonelli. “Mi indicava un libro nella biblioteca di Filologia greca di Pisa. Il giorno dopo andai. Presi il volume, lo aprii a caso”. Zosimo di Panopoli. Tonelli ha 25 anni. Comincia a lavorare. Dieci anni dopo, nel 1988, esce per Coliseum l’edizione di Zosimo, che è ancora oggi – ristampata da Bur – quella fondamentale. Quello è il principio di un lavoro immane dentro i testi antichi, che passa dagli <em>Oracoli caldaici </em>a Empedocle, fino alla traduzione, sulle tracce di Colli, dentro <em>Le parole dei Sapienti </em>(il volume su Senofane, Parmenide, Zenone e Melisso è uscito per Feltrinelli nel 2010), con una assunzione di metodo estetico ed etico: <strong>“I Sapienti greci non erano uomini di scrivania, come forse amerebbero dipingerli a propria immagine e somiglianza gli esangui ermeneuti contemporanei, bensì individui che intraprendevano un cammino di continua ricerca di sé stessi”.</strong> Tra le traduzioni e gli studi fondamentali di questo anomalo e rigoroso vagabondo del sapere, va citata l’edizione di <em>Eraclito. Dell’Origine </em>(Feltrinelli, 1993), in cui il pensiero del grande ‘Oscuro’ viene messo in relazione con “lo <em>Chuag-Tzu</em>, uno dei testi del Taoismo cinese” e in genere con la sapienza orientale. E poi <strong>il lavoro, fondamentale, sempre per Feltrinelli, su <em>Eleusis e Orfismo </em>(2015) e la traduzione della <em>Terra desolata </em>e dei <em>Quattro quartetti </em>di Thomas S. Eliot (1995), rivelando le fonti mistiche del grande poeta</strong>, che ha “la capacità, propria del rapsodo, di cucire i canti attraverso la stesura di un ordito occulto, che agglutina l’infinita variabilità semantica del testo intorno ad alcuni motivi fondamentali (il Re Pescatore, morte e rinascita, l’acqua e l’aridità ecc.)”. D’altra parte, Tonelli, il sapiente di Tellaro, sperone roccioso sul Golfo dei Poeti, presso Lerici, è anche il poeta totale della parola totalizzante, autore di ‘azioni’ estreme (tra cui, <strong>nel febbraio scorso, davanti a Montecitorio, il “Rituale esorcistico e propiziatorio per la rigenerazione etica e spirituale della classe politica”</strong>), il saggista incendiato dall’indignazione che ha pubblicato (un mese fa, per Armando Editore), <em>La degenerazione della politica e la democrazia smarrita. Una nuova etica per la sopravvivenza della civiltà. </em>Sfrenato, inafferrabile Tonelli, l’ultimo dei sapienti. A lui dobbiamo un’opera impareggiabile, la traduzione e il commento di <em>Tutte le tragedie </em>di Eschilo, Sofocle ed Euripide: dopo aver pubblicato i tre tragici in libri singoli per Marsilio, ora sono radunati, insieme, testo greco a fronte, nella collana de ‘Il pensiero Occidentale’ Bompiani, un monumento. <strong>Nel corpo di Tonelli, rarità, la parola antica ha risonanza profetica e futura, il lavorio filologico non serve a fini accademici, ma esistenziali.</strong> Per questo, dopo una certa ricerca, ritrovato Tonelli, l’ho inchiodato nel gorgo di qualche domanda. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62101 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/eraclito-192x300.jpg" alt="eraclito" width="132" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eraclito-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eraclito.jpg 592w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Intanto. Ricordami i tuoi legami con Giorgio Colli. Per il ‘tuo’ Eraclito parti dalle sue intuizioni, mi pare, ampliandole&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Incontrai Colli quando frequentavo l’Università di Pisa, credo nel 1976. Era il Colli più essoterico, quello che aveva appena pubblicato <em>La nascita della filosofia</em>, e stava pubblicando <em>La Sapienza greca</em>. <strong>La prima impressione fu di avere incontrato il diavolo. Modi aristocratici, voce un po’ nasale con accento torinese: effetto distanza e arcano. In piena marea marxista e strutturalista introduceva il misticismo, Eleusi, Apollo e Dioniso.</strong> Una bestemmia che anticipava i tempi e l’apertura alle esperienze sapienziali e mistiche. Dopo la lezione noi allievi più stretti lo accompagnavamo alla stazione, ci offriva da bere, intrecciava un rapporto diretto e consentiva un confronto serrato. Lui voleva salvare la ragione purché connessa con il misticismo, io ero più interessato alla dimensione mistico-intuitiva. Nel corso della sua ultima lezione invitò a praticare la filologia come azione editoriale e quindi politica. <strong>Dopo che ebbe attraversato lo specchio lo sognai che mi indicava un libro nella biblioteca di Filologia greca di Pisa. Il giorno dopo andai. Presi il volume, lo aprii a caso: <em>Zosimo di Panopoli, sull’acqua divina</em>. Iniziai così il mio primo libro, che terminai 10 anni dopo.</strong> Per Eraclito mi attenni ovviamente alla visione complessiva della <em>Sapienza greca</em> propugnata da Colli, ma me ne differenziai per una assai più marcata e costitutiva contestualizzazione anche a Oriente (in primis il taoismo) della sua sapienza, in totale controtendenza rispetto a quasi tutta la letteratura intorno al Sapiente di Efeso. Gli studiosi di filosofia antica amano rimanere ancora alle Termopili a combattere i fantasmi dell’Oriente, come quei soldati giapponesi che sono rimasti nella giungla armati fino ai denti anche 50 anni dopo la fine della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Hai tradotto tutti i tragici greci, un monumento. Che idea di civiltà, che senso della parola, della poesia, traluce, lì? Perché ti sei gettato in quella impresa e cosa hai scoperto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia è una forma suprema di esperienza sapienziale per chi la guardi, e molti potevano guardarla così, con occhi da iniziato. Il <em>théatron</em> è un frammento di pianeta costruito come luogo di contemplazione (<em>theáomai</em>) di eventi e intrecci di vita, impersonati dagli attori, da una postazione insieme di empatia e distacco. Si pensi alla meravigliosa folgorazione sapienziale, <em>páthei máthos</em>, patendo conoscere, enunciata dal Coro nella Parabasis dell’ <em>Agamennone</em> eschileo. Inoltre la tragedia è luogo di catarsi dei <em>pathémata</em>, come ci dice l’Aristotele della <em>Poetica</em>: come nella più raffinata psicoanalisi, o nelle pratiche di integrazione dei demoni del <em>chöd</em> tibetano, o della taranta mediterranea, o di danze rituali del Marocco e altre simili, si tratta di riconoscere le affezioni perturbanti, accoglierle nella coscienza e non restarne inflazionati. <strong>Come la Sapienza – forgiata a Eleusi o in esperienze iniziatiche più o meno collettive – di Eraclito, Parmenide, Empedocle, Pitagora, Platone, anche la tragedia greca, consacrata a Dioniso, dio dei Misteri, dell’ebbrezza (la <em>trance</em>) e della contemplazione (lo specchio) induce uno stato di coscienza specifico, a chi abbia occhi per guardarla:</strong> trascendimento dell’Io ordinario e senso di appartenenza al cosmo e alla <em>pólis</em>; esplorazione delle ombre (Edipo) e solidificazione di una postazione interiore di risveglio e consapevolezza; acquisizione della capacità di gestire le emozioni perturbanti. In questo consiste la funzione educatrice della tragedia-sapienza. La parola poetica si inarca in direzione della vita, Apollo è Dioniso, e viceversa, la musica e la danza trascinano il linguaggio oltre i propri cerebrali confini, lo sguardo degli astanti sigilla le immagini in un circuito sacro. Alla fine resta nuovamente il silenzio della pietra, sguardo senza soggetto, oggetti vuoti. Dioniso e Ades sono lo stesso dio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62102 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/eliot-185x300.jpg" alt="eliot" width="137" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eliot-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eliot.jpg 567w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Tra l’altro, hai tradotto le lamine orfiche&#8230; e Thomas S. Eliot. Che legame c’è, intenso, sotteso, evidente, tra l’orfismo e la poesia del Novecento. Cos’è la poesia ‘orfica’? Nella domanda è implicita una riflessione da parte tua nel vortice della tua personale ricerca lirica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Thomas S. Eliot prima di rinnegarsi e diventare il poeta ufficiale della “Sassonia” anglicana aderì, come Yeats e Pound e HD alle esperienze iniziatiche ispirate dalla Blavatsky, e dichiarò di avere rasentato in gioventù l’adesione al buddismo. <strong><em>The Waste Land</em> è percorso iniziatico individuale e collettivo costruito intorno al mito del Graal, e lungi da essere il poema della crisi è un tragitto dalla sterilità della psiche collettiva contemporanea alla sua rigenerazione alla luce del buddismo</strong> (<em>Il sermone del fuoco</em>), dell’induismo (il mantra finale <em>datta dayadhvam damyata/shantih shantih shantih</em>) e del cristianesimo mistico di san Giovanni della Croce. I <em>Four Quartets</em> sono poesia orfica già nel loro titolo e nella scansione della loro struttura che uniscono saldamente parola poetica e musica. <strong>Personalmente mi definisco <em>ritomodernista</em> e <em>orfico</em>, perché credo fortemente nella forza sapienziale e catartica della poesia, che lungi dal ridursi a esercizio letterario o ibrida e patetica míxis di cerebralismo e emotività spesso candita in un’orbita metropolitana di ruminazioni egotiche </strong>(vedi Cucchi e Magrelli, per non fare nomi) può essere levatrice di stati di coscienza unitaria e cosmica, nonché di un percorso di <em>katábasis-anábasis</em> sicuramente salvifico per l’<em>ánthropos</em> e la <em>pólis</em> contemporanei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha la parola poetica, oggi? Intendo: cosa leggi? Cosa ti interessa scrivere? Cosa stai studiando? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Adesso mi interessa finire l’ultima parte del mio lavoro sui Greci: dopo i Misteri Eleusini, Eraclito, Parmenide, Senofane, Melisso, Zenone, Empedocle, Eschilo, Sofocle, Euripide, l’alchimista Zosimo e gli Oracoli caldaici <strong>vorrei finire un libro su Pitagora e lo sciamanesimo greco a cui sto lavorando.</strong> Alla poesia di questi tempi preferisco la saggistica, e ho in corso di pubblicazione un volume dal titolo nondualistico <em>Attraverso-oltre: della conoscenza, della solidarietà, dell’azione</em>, che riprende il filo della tradizione sapienziale d’Oriente e occidente dove lo avevo lasciato una decina di anni fa con <em>Sulle tracce della sapienza</em>. <strong>In poesia, sto lavorando da una decina d’anni a una raccolta <em>Canti del fiume più vasto</em>, ma credo che se deciderò di stamparla lascerò una ventina di pagine bianche a testimoniare la dimensione kenotica del mio approdo interiore</strong>, assai vicino al misticismo apofatico e allo zen, non senza l’amore tutto ellenico per il mondo visibile, tripudio di ologrammi meravigliosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62103 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/tragedie-215x300.jpg" alt="tragedie" width="150" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/tragedie-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/tragedie.jpg 358w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Da sempre, la tua poesia è un ‘gesto’: estetico, etico, politico. Che rapporto c’è, a tuo avviso, o deve esserci, tra arte e politica? Ti interessa questa politica, quella di oggi? Da che parte stai (oltre che dalla tua)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’arte vera e profonda, la sapienza vera e profonda sono la più concreta azione politica possibile perché alla maniera di quel che dicevano Platone e Aristotele e ben sapevano i Pitagorici (ma anche Cristo e Buddha), la vera <em>politiké téchne</em> è l’arte di creare interiorità illuminate e dunque cittadini illuminati, gli unici capaci di assumere la direzione della <em>pólis</em> con la giusta responsabilità e capacità di non lasciarsi dominare dai demoni dell’ignoranza, dell’avidità e della prevaricazione, e esercitare il potere in maniera consapevole e solidale. A tutto ciò ho dedicato un libro, appena uscito, dal titolo <em>La degenerazione della politica e la democrazia smarrita: una nuova etica per la sopravvivenza della civiltà</em>, e innumerevoli <em>peformances</em>, tra cui, recentissima, <em>Eutopia</em>, con i colleghi del movimento Poetry and Discovery: <strong>davanti a Montecitorio abbiamo recitato testi nostri e di varie tradizioni e culture per invitare i politici a una formazione spirituale che consenta loro di essere degni di governare con consapevolezza e spirito di servizio.</strong> Io ho officiato un <em>Rituale esorcistico e propiziatorio per la rigenerazione etica e spirituale della classe politica</em>. <strong>In questa prospettiva, mi colloco fuori da qualunque ideologia, di destra, sinistra e centro, e auspico la formazione di un movimento sapienziale-politico che stimoli la formazione di politici illuminati e dotati di una eticità sorretta da pratiche spirituali </strong>tra cui la meditazione di presenza, la capacità di integrare le tendenze negative per non esserne schiavi, una grande apertura del cuore per poter essere a fianco dei più deboli. Per dirla con Eraclito: “Se non speri l’insperabile non lo scoprirai perché è chiuso alla ricerca e a esso non conduce nessuna strada”.</p>
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		<title>Pico della Mirandola affermava che Dio ci conosce immortali, ma che cosa significa la parola Dio?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 09:26:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’uomo che vuole la razionalità come unico filtro interpretativo legittimo dell’esistenza testimonia della vita dei sensi come unica, seppur complessa, realtà; tutto ciò che sconfina e di cui non può esser data prova razionale e oggettiva sarebbe frutto del pensiero e del sentimento umano per arginare l’insensatezza e l’assurdità, un istinto di volontà di potenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’uomo che vuole la razionalità come unico filtro interpretativo legittimo dell’esistenza testimonia della vita dei sensi come unica, seppur complessa, realtà; tutto ciò che sconfina e di cui non può esser data prova razionale e oggettiva sarebbe frutto del pensiero e del sentimento umano per arginare l’insensatezza e l’assurdità, un istinto di volontà di potenza che naufraga nell’impossibilità del mondo, un’eco dei bisogni più reconditi. <strong>La testimonianza di ciò che è assolutamente altro, non comprensibile né comprimibile in una forma definitiva, è la finitezza del mondo: </strong>l’esistenza di ciò che è limitato, e che quindi ha implicitamente una natura distintiva, implica una causa che sia al di là del limite, il ‘più non potendo venire dal meno’, la coscienza non potendo essere il risultato di un’evoluzione biologica che derivi dalla materia incosciente, o dai suoi atomi che si aggregano per tramite di forze d’attrazione e repulsione. Osservando per altro che il mondo possiede un ordine ed è soggetto a delle leggi, e che ogni cosa è in relazione in accordo a proporzioni precise, in non poche civiltà orientate naturalmente al soprannaturale, si è intuito che non può essere frutto del caso e che deve avere una causa ordinatrice non limitata da alcuna condizione. In questo senso Aristotele sosteneva che l’origine del movimento è il Motore Immoto che non partecipa del movimento, e che non essendo materia non è rintracciabile con misurazioni, perfino nel più ampio spettro sensibile immaginabile. <strong>Il Motore Immoto è quel che il Cristianesimo chiama Dio? Ma cosa significa la parola Dio? Possiamo perfino concepire una definizione che sia esauriente, che non sia semplicemente allusiva, o possiamo dare solo contenuti distintivi?</strong> Uno senza secondo, incorruttibile splendore senza parti, immutabile e senza sonno, Sommo Bene, Amore che muove il Sole e le stelle, vera natura della mente, ecc. molte suggestioni sono state enunciate, con riferimento anche alle esperienze mistiche e gnostiche di luce, in quanto la luce illumina e quindi informa ogni cosa, la rende percepibile; evidenza portata anche dall’etimologia della parola Dio derivante dalla radice <em>diau</em> da cui in sanscrito <em>divya</em>, splendente, rintracciabile nel greco <em>theos</em>, il giorno, la luce. Analogamente <strong>la parola Infinito, non-qualificabile che non può essere un contenuto del pensiero, ovvero che ha in sé simultaneamente ogni potenzialità, privo di limitazioni e determinazioni, non un aggettivo applicabile a qualcosa, e che non va confuso con una grandezza indefinita che non siamo in grado di quantificare.</strong> In questa prospettiva è erroneo parlare di uno spazio infinito, per quanto possa essere indefinitivamente esteso, in quanto lo spazio è pur sempre una grandezza continua, lo spazio possiede una natura; nel medesimo senso uno spazio vuoto continua ad essere spazio. L’attributo dell’Infinito è l’eternità e non vi è misura comune tra la vita e l’eternità, l’eternità non ha inizio né fine. Queste possono apparire astrazioni concettuali, eppure questa possibilità di astrazione del pensiero è ciò che più immediatamente manifesta nell’uomo un presentimento non corrispondente ad alcuna esperienza naturale della vita dei sensi e che si può esprimere pienamente nel linguaggio solo con l’uso del paradosso, o con l’utilizzo del simbolismo e dell’allegoria. <strong>Pico della Mirandola affermava che Dio ci conosce immortali, perché ci conosce in se stesso. Il male, o in altri termini il “peccato originario”, è metafisicamente l’ignoranza,</strong> ciò che si frappone tra l’uomo e il sovrasensibile, essendo ormai la vita materiale, con il corrispondente universo emotivo soggettivo, diventata l’unico dato della consapevolezza, cosa che infittisce il velo di Maya oscurando la Trascendenza nelle forme molteplici, e di cui la ragione umana non può dare contezza. (A.P.)</p>
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		<title>“Il mondo dei soldi pensa di potersene fregare della letteratura”: dialogo su guerra, critica e poesia con Andrea Cortellessa</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2018 04:22:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Comincio con un gioco. “Trincee scoppianti di brame strozzate”; “ululati di cannoni sciare di obici pluriformi”; “ilarità bulinante di fucileria”; “promiscuità terrigene di destini”; “sfoiare anelante di granate uggiolío d’echi di voluttà”. Con questa mitragliata retorica, dal titolo Innesti, Armando Mazza descrive – specie di deliranti didascalie – la Prima guerra, che fu evento letterario [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-mondo-dei-soldi-pensa-di-potersene-fregare-della-letteratura-dialogo-su-guerra-critica-e-poesia-con-andrea-cortellessa/">“Il mondo dei soldi pensa di potersene fregare della letteratura”: dialogo su guerra, critica e poesia con Andrea Cortellessa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Comincio con un gioco. “Trincee scoppianti di brame strozzate”; “ululati di cannoni sciare di obici pluriformi”; “ilarità bulinante di fucileria”; “promiscuità terrigene di destini”; “sfoiare anelante di granate uggiolío d’echi di voluttà”. <strong>Con questa mitragliata retorica, dal titolo <em>Innesti</em>, Armando Mazza descrive – specie di deliranti didascalie – la Prima guerra, che fu evento letterario – e preparato, verbo in canna, dalle patrie lettere – oltre che bellico. Armando Mazza… chi è? </strong>Visto che ne so una mazza, vado al fondo del tomo, al <em>Foglio matricolare</em>, che allinea le bibliografie ragionate. Palermitano, “<em>nomen omen</em>, Mazza era la voce ma anche i pugni del futurismo: la sua prestanza fisica lo rendeva un componente obbligato dei ‘servizi d’ordine’ di Marinetti, tanto nelle ‘serate’ che nelle ‘spedizioni punitive’”. <img decoding="async" class=" wp-image-61694 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro-197x300.jpg" alt="cortellessa libro" width="148" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro-768x1170.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro-600x914.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa-libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />Eccoci qui: <strong>uno dei modi per afferrare l’“Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale”, 788 pagine (per 22 euro, stampa Bompiani), curata da Andrea Cortellessa con il titolo magnetico – montaliano</strong> – <em>Le notti chiare erano tutte un’alba</em>, è giocarlo. <em>Giocarlo</em>, già. Il lavoro di Cortellessa – edito la prima volta da Bruno Mondadori, vent’anni fa, tornato oggi, a un secolo dalla fine della Grande Guerra, accresciuto e con gli apparati bibliografici doc – piamente storico (evviva), allinea una stagione di lirici alla guerra, non soltanto i soliti noti (chessò, Marinetti, Jahier, Govoni, Ungaretti, Sbarbaro, Soffici…), ma un’ammucchiata di altri (Giulio Barni, ad esempio, “‘L’ultimo poeta del nostro Risorgimento’, come lo definì Biagio Marin”, o Bino Binazzi, “amicissimo di Palazzeschi”, Fausto Maria Martini, Francesco Meriano, “sindaco di Cesena a 27 anni, deputato a 28, diplomatico a 31; la morte lo trova ambasciatore a Kabul: di anni ne ha 38”). Il che, ripeto, rende il tomo una testimonianza di biografie abbaglianti come granate nella notte. Viva. <strong>Il libro, appunto, va ‘giocato’. Poi c’è il resto. Un lavoro analitico, senza elmetto ideologico, dentro il conflitto che cambia, per sempre, mode, toni, abitudini, Europa, ridotta a <em>waste land.</em></strong> La guerra viene studiata in tutti i suoi aspetti – dalla “Guerra attesa” alla “Guerra-comunione” alla “Guerra-lutto” e la “Guerra postuma” – mostrando che la poesia, di volta in volta, ha il valore del grido (del <em>claim</em> che incita alla lotta), dell’elegia, del turbinio patetico, dell’evoluzione esistenziale (<strong>quanto ai valori estetici in battaglia: primeggia Clemente Rebora, con fragori lirici più alti del declamato Ungaretti; ma è curioso, pure, sostare sui versi di Curzio Malaparte e di Carlo Emilio Gadda</strong>). Varcata la solita solfa – la poesia nasce come canto della guerra, dall’<em>Iliade </em>in qua – la cosa interessante, qui, è studiare come muti la poesia in concomitanza al mutare della guerra (che ora, ad esempio, “impone una condotta dei combattimenti <em>a distanza</em>, cioè senza che l’avversario sia visibile”), <strong>come si affili il verbo lirico dietro il mutare delle armi. La parola, d’altronde, è arma, è bellica:</strong> si parla imprimendo una idea, imponendo. Sarebbe interessante capire cosa cambia dalla poesia nell’effimera eccitazione della Grande guerra a quella, nello shock, della Seconda. A mo’ di logo, da questa raccolta composta dal più riconosciuto dei critici letterari italiani – un panda, Cortellessa, che ha scritto di vivi e di morti, per tutti, da Adelphi a Einaudi, curando collane che cullano l’opera degli andati e dei contemporanei, e non pubblica neanche un libro in versi, un romanzo almeno – estraggo un aforisma di <strong>Sbarbaro, “Natura coi poeti è spietata. Ma per cantare anch’io sono pronto a perdermi”.</strong> Come a dire, il poeta è perduto, per questo chi lo legge ritrova la via.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto dal fondo. “Se una cosa insegna, la letteratura di guerra, è che quella storia, invece, non ci ha insegnato proprio nulla”. Dunque: a cosa serve la letteratura, a che pro la poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, cominciamo subito coi massimi sistemi. Gli anglosassoni chiamano le nostre «humanities»; in italiano siamo stati capaci di ri-mutuare, della radice latina fatta propria dalla lingua egemone, solo un’espressione respingente come «scienze umane». <strong>Ma se si chiamano «humanities» è perché servono, dovrebbero servire, a renderci umani. Dopo di che, per dirla appunto con una citazione squisitamente umanistica, «nihil a me alienum puto». E allora, tanto per capirci, oggi nel Mediterraneo sono esseri umani, biologicamente parlando, tanto quelli che per una vita vera rischiano la vita avuta in sorte che quelli che la loro vita spendono per soccorrerli in mare; ma sono uomini pure quelli che non se la sentono di fare questo, come me per esempio, e addirittura quelli che per impedirlo farneticano di blocchi navali.</strong> In senso propriamente umanistico, invece, come nei versi di Primo Levi che stanno in testa a <em>Se questo è un uomo</em>, «uomo» non è quello ridotto a larva, ma nemmeno quello che a larva lo riduce (o resta indifferente alla prospettiva che tale venga ridotto). Se l’essere umano, da Aristotele in avanti, si definisce per il suo uso del linguaggio, allora quelle discipline che prendono in carico il linguaggio, che esercitano il «governo della lingua» come diceva Seamus Heaney, sono, dovrebbero essere, il nostro <em>core business</em>. <strong>Il mondo dei numeri e dei soldi pensa di potersene fregare – lo pensa oggi, non è sempre stato così – e noi, da tempo ormai, abbiamo abdicato a questo privilegio, a questa responsabilità. Nel libro di cui stiamo parlando si dice un’altra cosa, però.</strong> Rifletto su un’altra massima umanistica, «historia magistra vitæ», e constato che la storia del Novecento non è servita a nulla, invece, agli uomini del Novecento. Come ha scritto Brecht: «La guerra che verrà/ non è la prima. Prima/ ci sono state altre guerre./ Alla fine dell’ultima/ c’erano vincitori e vinti./ Fra i vinti la povera gente/ faceva la fame. Fra i vincitori/ faceva la fame la povera gente/ egualmente».</p>
<figure id="attachment_61695" aria-describedby="caption-attachment-61695" style="width: 259px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-61695" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/cortellessa.jpg" alt="cortellessa" width="259" height="194" /><figcaption id="caption-attachment-61695" class="wp-caption-text">Andrea Cortellessa è tra i critici letterari più riconosciuti in Italia. La prima edizione dell&#8217;antologia sui poeti della Prima guerra è edita nel 1998 da Bruno Mondadori</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nello stesso tempo, studi i diversi aspetti della guerra – dalla “Guerra-festa” alla “Guerra ricordata” – e dai spazio ad autori meno ‘canonici’ (Armando Mazza, Sem Benelli, Giulio Barni, Mario Carli, Primo Conti, Luciano Nicastro, Fausto Maria Martini&#8230;), costruendo, forse, un canone alternativo. Oppure, sei preso dall’esigenza, da storico, di rompere con l’idea stessa di canone. Si legge, ad ogni modo, un impeto etico e non solo analitico. Dunque: come è nata e si è sviluppata l’idea di questa immane antologia della Prima guerra, e per qualche scopo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è un’idea di canone, no. Almeno nel senso specificamente letterario di questa espressione. <strong>Schematizzando al massimo, si danno due tipi di poesia. Lo diceva Paul Celan: c’è una poesia astratta, che vive essenzialmente del suo confronto con le proprie strutture, appunto col proprio linguaggio. E poi c’è una poesia calata nella storia</strong>, che materialmente reca iscritte le proprie date (lui diceva «il suo 20 gennaio»: che è la data del 1942 in cui convenzionalmente ricordiamo la «soluzione finale» decisa dai nazisti alla conferenza di Wannsee). In generale, «sono tutt’altro che convinto che nel mondo ci sia spazio solo per una di queste due forme di poesia». Ma questo è un libro che, in ogni sua parte, vuol essere tanto un libro di letteratura che un libro di storia. (Per questo, nel riproporlo con molte modifiche, la principale è stata l’aggiunta del «Foglio matricolare» che lo conclude, e che ha due funzioni: da un lato consente di rintracciare i componimenti, nel libro, utilizzando la funzione-autore; dall’altro, sui medesimi 67 autori antologizzati, fornisce le informazioni bibliografiche e biografiche indispensabili: a partire dai dati della rispettiva esperienza militare.) Non è un equilibrio facile. <strong>La rappresentatività storica fa spesso a pugni con la qualità letteraria. In un testo può prevalere la prima, in un altro più la seconda.</strong> Ma il tentativo è stato quello di garantire entrambe le funzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Inghilterra ci sono i ‘war poets’, in Francia Charles Péguy, in Germania Trakl, da noi Ungaretti. Insomma, una vaga retorica che glassa l’opera del poeta ‘in trincea’ (trincea fisica o metaforica che sia). In effetti, la guerra è davvero un ‘esplosivo’ per il poeta, appicca l’opera? E che opera, sinceramente, produce, fatta salva l’incommensurabile identità dei singoli poeti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Specialmente durante il fascismo si è prodotta una glassatura retorica della memoria, in particolare, di chi in guerra ci aveva lasciato la pelle. In un caso specifico, per esempio, <strong>il monumento postumo al «martire» anche a me aveva fatto ombra al poeta, che sono stato in grado di recuperare solo in questa nuova edizione. Si tratta di Annunzio Cervi, poeta sardo estetizzante e forse omosessuale formatosi a Napoli, volontario in guerra, due medaglie d’argento al valor militare, freddato da un cecchino sull’Altopiano di Asiago pochi giorni prima del 4 novembre. Aveva ventisei anni.</strong> La sua è una biografia esemplare, ma la sua figura non si riduce alla sola biografia. Ha lasciato scritte anche delle belle poesie. In termini generali, la poesia di guerra è un segno inconfondibile sul «secolo di fuoco», come è stato definito. Come ho detto, è difficile se non impossibile trarre davvero una lezione da quell’insegnamento; non di meno, quel segno è stato lasciato.</p>
<p><strong>Quale poeta ti pare più rappresentativo nella tua vasta cernita, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio Clemente Rebora. È un parallelo ormai topico, quello fra lui «sommerso» e il «salvato» Ungaretti. <strong>Se quest’ultimo in trincea va coll’obiettivo di patentarsi italiano, ed ha in sorte di laurearsi poeta, il primo ci va poeta – con uno dei due più bei libri del primo quindicennio del secolo, i <em>Frammenti lirici</em> – ma il «festino di Moloch» che in guerra vede e subisce (alla vigilia di Natale del 1915 l’esplosione di un obice gli semidistrugge l’udito e, insieme, l’equilibrio mentale) lo annienta, appunto, in quanto poeta.</strong> La violenza e la spregiudicatezza delle poesie e delle prose che scrive Rebora, subito prima e subito dopo quel trauma, sono tanto un documento storico che un monumento letterario di livello europeo – al livello di un Trakl o di un Céline. Ma lui stesso poi decide di censurarle, evitando di farne un libro e trarne così un «salvataggio» umanistico. Solo nel 2009 sono state raccolte, in ben tre edizioni diverse, e ora Adele Dei, la curatrice del Meridiano che finalmente è stato dedicato a Rebora tre anni fa, le giudica la parte più potente dell’opera di quello che, personalmente, ritengo il maggior scrittore italiano della sua generazione (Montale è di undici anni più giovane ma, in tutti i sensi, viene <em>dopo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrei che mi dicessi sui rapporti tra poeta e potere. Allora la liaison era potente: taluni (D’Annunzio, Marinetti&#8230;) tentano la sortita politica. Oggi, che ruolo dovrebbe avere il poeta nella storia, nella gola del tempo presente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il prestigio, e di conseguenza il ruolo, che un poeta può avere nella società è variato nel tempo e tuttora è molto diverso da noi rispetto a quello che può avere, non dico nel Sud del mondo, ma anche nell’Europa dell’Est. Oggi da noi i <em>media</em> generalisti fingono talmente bene di ignorare i veri rapporti di forza fra i diversi scrittori, forza letteraria intendo, che sono giunti al punto di ignorarli davvero. I loro <em>format</em> si sono talmente irrigiditi – il che è un paradosso, in epoca digitale – da privilegiare le contraffazioni di scrittori che sanno contenere i loro pensierini nelle trenta righe, o nei trenta secondi, dati a loro disposizione. Ma non è solo questo. <strong>Uno scrittore vero è tale per l’irriducibilità del suo pensiero alla <em>doxa</em>, e i mediacrati non hanno oggi il minimo interesse a quanto ecceda la <em>doxa</em> da loro stessi prodotta. L’ultimo vero poeta che abbia potuto davvero fare politica in Italia, Pasolini, non a caso faceva sue le parole di Mandel’štam quando diceva che col potere si possono avere solo rapporti puerili. </strong>Ma già al suo tempo le cose erano cambiate, rispetto a quando un Mandel’štam poteva fare talmente paura da essere materialmente combattuto, e infine messo a morte, dal potere al quale si contrapponeva. (C’è da dire che Stalin, che si spacciava per un linguista, la letteratura la capiva. E, dal suo punto di vista, si comportava di conseguenza.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti occupi, con sguardo vigile e militante, del contemporaneo. Dunque. Oggi in che stato è la poesia, la letteratura italiana? Che senso ha, oggi, la pratica del critico ‘sui giornali’? Che senso ha, in fondo, la critica medesima?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parola «militante» non mi è mai piaciuta. <strong>Penso a me stesso come a un pacifista, e se a questa parola si congiunge la qualifica di militante, si produce un ossimoro. Si vede che il nostro destino è quello degli ossimori. </strong>Comunque capisco cosa vuoi dire. Penso che la critica, etimologicamente, debba separare il raro grano dal troppo loglio che viene prodotto. Un esercizio che presume molto di sé, certo, e che oggi sempre in meno ci ostiniamo a praticare. Tocca leggere libri intelligenti che definiscono questo tipo di critica «poliziesca, normativa e paralizzante». Una volta, con separazione brutalmente classista, tutti sapevano in quale girone giocava uno come Francesco Pecoraro, per dire, e in quale era relegato, sempre per dire, Gianrico Carofiglio. Oggi il sistema mediacratico, <em>embedded</em> nell’industria culturale che ha messo i carofigli a lavorare in batteria, ha pressoché annullato questa distinzione. Che resta una distinzione fondamentale. <strong>Lavorare come critico sui giornali è dunque un altro ossimoro, probabilmente. Si ha un bel segnalare Davide Orecchio o Michele Mari, Francesco Permunian o Helena Janeczek, in taglio basso a pagina pari, quando lo strillo in prima pagina è dedicato ogni settimana all’ultimo giallista.</strong> Non parliamo poi della poesia. Scriverne sui giornali è diventato praticamente impossibile. Continuiamo così, facciamoci del male.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;e ora di che ti occupi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è un mio caro amico poeta che, come critico, ha un temperamento opposto al mio. Lui dice che «mi sfavo» troppo in fretta delle cose di cui mi occupo. Riscrivere il mio primo libro forse un po’ mi ha curato, almeno spero, da quest’attitudine tuttologica, patologicamente divagante. Se ci riesco vorrei dedicare il prossimo anno e mezzo a due progetti paralleli, l’uno prova sul campo dell’altro diciamo. Una storia e una tipologia dell’iconotesto fotografico italiano, cui dedicherò il corso che quest’autunno sono stato invitato a tenere alla cattedra De Sanctis del Politecnico di Zurigo, e una riflessione su alcuni esempi non solo italiani di questo genere (se di genere si può parlare) che sarà però l’alibi di una ricerca, un po’ più personale, su alcune mie ossessioni. <strong>Ho appena compiuto cinquant’anni, e sempre umanisticamente è il caso di ricordarsi che «ars longa, vita brevis». Considerando il tempo che ci resta, e dovendo scegliere, forse è il caso di tornare alle proprie ossessioni.</strong> Cioè alle cose che ci hanno reso quello che siamo.</p>
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		<title>Ostile alle ideologie, contro le accademie, nel groviglio dell’enigma: ode a Giorgio Colli, l’ultimo eretico. Dialogo con Federica Montevecchi, la sua biografa</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jul 2018 04:40:56 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-colli-dialogo-federica-montevecchi/">Ostile alle ideologie, contro le accademie, nel groviglio dell’enigma: ode a Giorgio Colli, l’ultimo eretico. Dialogo con Federica Montevecchi, la sua biografa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sempre grato sarò all’anonimo professore di filosofia del liceo. Solo ora ne intuisco il risuono della frustrazione: cognome dal sentore metallico (Ariano), il prof viveva alla periferia di Torino, palazzi incolonnati, all’epoca, venti e passa anni fa, preda dello spaccio e del sopruso. <strong>Insegnava in un liceo scientifico – il mio – conficcato in un paese nella cinta torinese, la periferia del periferico, dove i ragazzi rovesciano il banco in faccia ai prof, media di 8-9 bocciati ad annata nel primo biennio, un alcova di perdenti e di perduti. </strong>Il prof aveva adottato una bimba dall’Africa e aveva lo spirito del missionario. Non faceva lezione: si lanciava in spericolate – e incomprensibili – corsi monografici. <strong>Un giorno accennò a un libro. Indispensabile, disse. <em>La nascita della filosofia </em>di tale <a href="http://www.giorgiocolli.it/it/biografia/biografia" target="_blank" rel="noopener">Giorgio Colli</a>. Copertina gialla, un magnetico Adelphi, 116 pagine, giurava il prof, in cui è riposta la quintessenza di ciò che bisogna sapere. Avevo 16 anni.</strong> Corsi in libreria, che già allora era la mia naturale foresta – nel mio paese non c’era, piglio l’autobus, mezz’ora di frastuono, Torino, la mecca del bulimico di libri. <img decoding="async" class=" wp-image-61615 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/colli-178x300.jpg" alt="colli" width="113" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli.jpg 600w" sizes="(max-width: 113px) 100vw, 113px" /><strong>Ultima frase del primo capitolo – di cui non avevo capito nulla. “La follia è la matrice della sapienza”. La frase mi s’incide in faccia con una potenza definitiva.</strong> Ogni tanto telefonavo al mio amico unico, Jonathan – oggi acclamato medico della mutua e dello sport – e gli leggevo delle frasi dal libro. <strong>“Sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto”; “per il sapiente l’enigma è una sfida mortale”. </strong>Ammetto: non eravamo dei geni né dei giganti. Di quel libro, che mi pareva meraviglioso, con frasi che scagliavano un ragazzino di periferia nel cuore del cosmo e del tempo, non capivo cosa. Ma – questo lo sapevo dalla poesia, che già mi aveva ghermito, con Dylan Thomas, William Blake, William B. Yeats – non conta capire, quanto sentire, amare. Il libello di Colli mi tornò in mano all’università. E fu una indisciplinata avventura del sapere. Il primo passo verso l’avventato Everest di un pensiero selvatico. I “quaderni postumi” di Colli, raccolti nel 1982 da Adelphi come <em>La ragione errabonda</em>, furono il mio nutrimento, il cibo di uno che ausculta il linguaggio, sa di essere niente ma sa i suoni, il frinire di una frase. Amo l’indipendenza austera del pensiero di Colli, che si esprime in cunei di aristocratica e articolata rivolta <strong>(“L’educazione dev’essere sottratta all’Università. La scuola non può essere riformata, ma solo combattuta”; “Non si deve permettere di deridere la cultura: condizione per questo è di mettere fuori legge i rappresentanti della cultura”)</strong> e mi sono fatto il cervello – idiozia congenita permettendo – addestrandomi, a ritroso, sulla sua ‘Enciclopedia di autori classici’, la collana, di madornale bellezza, curata, dal 1958, per Boringhieri, dove allo stesso tavolo stavano Nietzsche e Hölderlin, Leopardi e Isaac Newton, Gorgia e Abhinavagupta, l’arciprete Avvakum e il “canone buddhistico” e Stendhal e Tucidide e Freud e la cabbala ebraica, secondo una visione anticulturale, onnivora, sapiente, che mi ricorda, in altro campo, il ‘Museo immaginario’ di André Malraux. Ma io, appunto, sono solo un lettore vagabondo, uno stregone di immaginari. <strong>Federica Montevecchi</strong>, filosofa, autrice, con Vittorio Foa, di <em>Le parole della politica </em>(Einaudi, 2008), ha scritto, per Bollati Boringhieri, la <em>Biografia intellettuale </em>di Giorgio Colli e quest’anno, per Luca Sossella Editore, è uscita con un libro minimo (66 pagine per 9 euro) ma decisivo, <em>Sull’Empedocle di Giorgio Colli. </em><strong>Le prime venti pagine del pamphlet sono uno straordinario compendio all’opera culturale di Colli, delineando le liti e le perplessità in seno a Einaudi, le difficoltà da parte dei guru dell’editoria ad accettare lo sguardo non allineato, non ideologico </strong>del sapiente che ha lottato, ad esempio, per farci leggere Nietzsche come va letto, senza patine politiche. La porzione dedicata a Empedocle, invece, ci fa capire il Colli esegeta della grecità, un vero rivoluzionario, secondo cui con la ‘filosofia’ comincia il distacco, definitivo, dalla vitalità della sapienza (“Quando appare l’ironia, si annuncia un pericolo di malattia per l’intelletto. Per questo l’iniziatore della decadenza è spesso anche l’uomo dell’ironia, come Socrate”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partirei dall’ostilit</strong><strong>à </strong><strong>di Giorgio Colli – testimoniata anche da quanto scrive sui quaderni colti come “La ragione errabonda” – verso l’accademia ‘ufficiale’. Da cosa nasce questa ostilit</strong><strong>à </strong><strong>e quale alternativa educativa propone Colli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla radice del difficile rapporto di Colli con l’accademia <strong>c’è la convinzione, di matrice burckhardtiana, della contrapposizione fra Stato e cultura, risolta teoreticamente in quella fra potenza e grandezza.</strong> Se la potenza è impulso diretto verso l’esterno e contro altre potenze che la ostacolano, la grandezza, invece, è pur sempre potenza, ma volta alla scoperta dell’interiorità più profonda, che non si consuma quindi nella lotta, ma trova soddisfazione nella conoscenza. Va da sé allora che <strong>la cultura non può seguire i percorsi del sapere accademico, per natura statale, gerarchico, quindi violento, oltreché legato ai mutamenti storici e di conseguenza alle mode.</strong> Coerente con questa idea di grandezza la posizione antiaccademica di Colli non si è mai trasformata in polemica oppure in ritiro dal mondo, ma è diventata azione culturale che si è espressa sia nel lavoro editoriale sia nell’esercizio ininterrotto di una vera e propria <em>paideia, </em>cioè di un’azione educativa capace di agire non su tutti, ma sugli individui che non possono riconoscersi nel sapere statale. Con costoro Colli costruì un cenacolo, governato da <em>philia </em>e da desiderio di conoscenza<em>, </em>che sostenne importanti progetti editoriali tesi a formare una società ideale di lettori, dove studiosi, spesso giovani, potevano trovare sostegno ed educazione. Basti pensare che l’edizione Nietzsche fu realizzata da Colli insieme a Mazzino Montinari, suo antico allievo di liceo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cultura polimorfica di Colli ha fatto sì che ogni idea ‘filosofica’ s’incarnasse in un progetto editoriale per tutti. La collana studiata per Boringhieri è un esempio forse unico nella storia dell’editoria italiana. Nel libro lei fa riferimento a contrasti, però, nati in Einaudi. Non tutti appoggiarono le idee di Colli, anzi&#8230; Come mai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, gli importanti progetti editoriali legati al nome di Colli hanno proprio la caratteristica di dar conto del suo percorso teoretico – che si dipana sopratutto attorno allo studio dei Greci antichi e di Nietzsche – e, al tempo stesso, di essere una risorsa per chiunque e per sempre: non a caso il termine <em>classico</em> definisce sia la collana di Einaudi sia quella di Boringhieri. <strong>Proprio per questo Colli incontrò molti ostacoli sulla sua strada: quanto proponeva, infatti, non era destinato al consumo ideologico immediato, come ebbe a dire Montinari, cioè non rispettava le culture idealiste, marxiste, cattoliche in voga al tempo.</strong> In particolare furono Norberto Bobbio e ancora di più Delio Cantimori, punti di riferimento della casa editrice Einaudi e della cultura italiana del dopoguerra, ad opporsi alle proposte di Colli contribuendo di fatto alla separazione dalla casa editrice prima di Boringhieri, poi di Luciano Foà fondatore, con Bobi Bazlen, dell’Adelphi. Furono questi gli editori che permisero a Colli di estendere e di portare a compimento i suoi progetti editoriali, in particolare quello su Nietzsche, già formulati negli anni einaudiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Agonismo (la “polis considerata quasi un teatro dell’ostilit</strong><strong>à </strong><strong>dove il confronto diventa la forma privilegiata, se non esclusiva, dell’espressione vitale”) ed enigma sembrano essere per Colli la quintessenza della ‘grecit</strong><strong>à</strong><strong>’, che va via via a decomporsi con l’epoca ‘dei filosofi’ propriamente detti. Da dove arriva questa intuizione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Arriva dal coraggio di indagare la natura del <em>logos </em>guardando direttamente ai secoli remotissimi da cui discende il nostro modo di pensare. <strong>Alla tradizionale prospettiva del <em>dopo</em>, cioè ad Aristotele e alla ripresa che ne fa Hegel, Colli oppone la prospettiva del <em>prima, </em>cioè tenta di situare lo sguardo sullo sfondo oscuro da cui deriverebbe la sapienza.</strong> Da questo sfondo scaturirebbe l’enigma, espressione di quella che io definisco polarità fra la ragione e ciò che ragione non è pur essendone condizione, ossia fra <em>logos</em> e<em> alogon</em><strong>: l’enigma infatti pone all’uomo la sfida agonica, conflittuale, di decifrare <em>il punto di vista del dio</em>, il tutto, che per natura però è indicibile e irrecuperabile.</strong> Quando l’enigma diventa dialettica, vale a dire puro e autonomo gioco intellettuale, la ragione si separa dall’opposto da cui scaturisce degenerando in filosofia, perdendo cioè la sua vitalità, per natura tragica: da qui l’illusione e la presunzione di poter conoscere e controllare tutto. Questa di Colli è tanto un’originale lettura dell’antichità greca e della storia della razionalità occidentale quanto il preludio a una dottrina autonoma, cioè a <em>filosofia dell’espressione. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa intende Colli per ‘filosofia dell’espressione’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Intende affermare che tutto ciò che viviamo è rappresentazione nel senso di <em>repraesentatio, </em>cioè rievocazione di un’esperienza vitale, di una dimensione extrarappresentativa destinata a restare nascosta, in cui soggetto e oggetto sono ancora indistinti. <strong>Colli indica questa dimensione con il termine <em>immediatezza</em>, a negare appunto la <em>mediatezza</em>, vale a dire l</strong><strong>’</strong><strong>attributo essenziale della rappresentazione, e con essa la validit</strong><strong>à</strong><strong> di ogni tentativo che si proponga di definire </strong><strong>in positivo ci</strong><strong>ò che si può presentare soltanto come un rimando della memoria e come un riferimento imposto dal pensiero quando si avventura nella riflessione sul principio</strong>: una riflessione che incrementa lo sviluppo logico-espressivo per sconfinare però nel silenzio, non nel raggiungimento della definizione di quanto va cercando di recuperare. Questa impossibilità linguistica può essere intesa come conferma della radicale alterità della dimensione extrarappresentativa cui la rappresentazione necessariamente rinvierebbe risultandone <em>espressione</em>: alterità alogica rievocata, ma non del tutto contenuta dalla rappresentazione e per questo irriducibile a qualsiasi mediazione del <em>logos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61616 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro-170x300.jpg" alt="colli libro" width="127" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro-170x300.jpg 170w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro-768x1352.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro-582x1024.jpg 582w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro-600x1056.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/colli-libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />In Empedocle il detto filosofico si esprime in poesia, come se la ragione filosofica autentica seguisse altre vie grammaticali che la ‘logica’: è </strong><strong>cos</strong><strong>ì</strong><strong>? Come mai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È così. Empedocle può essere considerato uno specchio della <em>filosofia dell’espressione</em> poiché esprime con la sua stessa esistenza, in cui non di fissa in alcun ruolo definitivo, l’eterogeneità della rappresentazione rispetto alla sua radice. Un’eterogeneità che, secondo Colli, riaffiorerebbe anche nei suoi versi, in cui l’assenza di astrazione darebbe conto di una straordinaria ricchezza intuitiva, di una vita concreta che però rinvierebbe a una radicale trascendenza cui è legata da un gioco senza fine di vicinanza e distanza. <strong>Non a caso Empedocle sente la necessità di inventare nuovi termini, non logorati dall’uso, che sappiano dare ospitalità alla sua conoscenza, fra tutti trovo straordinario l’aggettivo <em>amouson </em>del frammento 74DK che indica l’estraneità alla Musa, cioè la dimensione silenziosa.</strong> In più che la poesia di Empedocle sia linguaggio della conoscenza lo dimostra il fatto che essa non si può ricondurre ad alcun canone poetico, volta come è a restituire in maniera diretta, cioè senza alcun raddoppiamento espressivo, la radice nascosta della conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Empedocle ‘di Colli’ è nutrito, d’altronde, di poeti. Di Hölderlin, ad esempio: il suo “Empedocle” è insediato da Colli nel progetto editoriale edito da Boringhieri. Che valore ha la poesia nel pensiero di Colli, nel pensiero in assoluto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sopratutto è nutrito di Hölderlin, che per Colli ha vissuto, sentito e scritto come un greco, come mostrano i suoi versi appunto e per questo ha reso possibile la comprensione di Empedocle, svincolandolo dalle categorie descrittive e svalutative con cui è presentato dalla storiografia ufficiale. <strong>La poesia in generale, e mi sento di dire anche per Colli, dà conto del <em>sentire</em> che precede e sostiene il <em>capire</em> rappresentando la forma di scrittura più vicina alla parola viva e feconda dell’oralità, cioè meno cristallizzata. </strong>Sulla quiete di morte della scrittura filosofica e della scrittura in genere Colli si è interrogato a lungo e quando ha deciso di scrivere lo ha fatto mostrando che la parola scritta può essere vitale, per quanto non più viva: i suoi scritti, infatti, hanno uno stile che non ha nulla a che fare con la scrittura saggistica, in genere standardizzata oppure compiaciuta. In tal senso la poesia e la scrittura sono esse stesse pensiero e non meri strumenti di comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi. Mi pare che di Colli si dica troppo poco. Come mai? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per lo stesso motivo per cui non se ne è parlato in passato. <strong>I pensieri eretici hanno la forza della sfida: accoglierla significa scegliere di misurarsi sul terreno dell’esistenza, cioè di un’intellettualità che sia costume.</strong> Ciò non toglie che da un punto di vista speculativo trovo interessanti tutti i tentativi, come quello di Mario Perniola nel suo volume <em>Estetica italiana contemporanea </em>(Bompiani 2017), di porre il pensiero di Colli in relazione con la contemporaneità, nella speranza che essi contribuiscano a far conoscere un pensiero straordinario e vitale, capace cioè di fecondare altri pensieri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-colli-dialogo-federica-montevecchi/">Ostile alle ideologie, contro le accademie, nel groviglio dell’enigma: ode a Giorgio Colli, l’ultimo eretico. Dialogo con Federica Montevecchi, la sua biografa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“I tabù li ho salutati da un pezzo, non giudico neanche chi fa sesso con il suo motorino…”: dialogo con Barbara Costa sul regno del porno</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 05:01:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto comincia e finisce lì. Il sesso. Spazio enigmatico e mentale, luogo dell’eccitazione o della castrazione, l’altare di ogni gloria, di ogni perdizione. L’uomo, in fondo, è, per lo più, il rapporto che ha con il proprio corpo: l’uso – o l’abuso – che ne fa condizionano la sua attività intellettuale. “Il porno è libertà”, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-tabu-li-ho-salutati-da-un-pezzo-non-giudico-neanche-chi-fa-sesso-con-il-suo-motorino-dialogo-con-barbara-costa-sul-regno-del-porno/">“I tabù li ho salutati da un pezzo, non giudico neanche chi fa sesso con il suo motorino…”: dialogo con Barbara Costa sul regno del porno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tutto comincia e finisce lì. Il sesso. Spazio enigmatico e mentale, luogo dell’eccitazione o della castrazione, l’altare di ogni gloria, di ogni perdizione. <strong>L’uomo, in fondo, è, per lo più, il rapporto che ha con il proprio corpo: l’uso – o l’abuso – che ne fa condizionano la sua attività intellettuale.</strong> <strong>“Il porno è libertà”, inneggia Barbara Costa, una per cui, per dire, Riccardo Schicchi e Rocco Siffredi sono gli Aristotele e il Platone della rivoluzione quella vera, quella sessuale, e per cui Hugh ‘Hef’ Hefner è una specie di Socrate</strong>, grazie a lui, maieuticamente, “abbiamo compreso che una donna non è solo una moglie e una madre ma una persona con istinti sessuali diversi da quelli maschili ma ugualmente legittimi, e quindi degni di essere appagati”. Con la benedizione di Giampiero Mughini – “Ecco perché mi piace la pornografia. Perché è pura fantasia, pura utopia” – e una ricetta etica formidabile <strong>(“la miglior forza civilizzatrice al mondo non è la politica, né la religione, né l’amore: è il sesso, e il porno come sua più vivida ed esultante rappresentazione”)</strong>, in <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/pornage/" target="_blank" rel="noopener"><em>Pornage </em></a>(il Saggiatore 2018, pp.308, euro 19,00) Barbara Costa non ci fa fare semplicemente un “viaggio nei segreti e nelle ossessioni del sesso contemporaneo”, come denuncia il didascalico sottotitolo. <em>Pornage</em>, soprattutto, è un romanzo, il grande – nonostante lei continui a definirlo “il mio piccolo <em>Pornage</em>” – romanzo dell’epopea porno, dal <em>femminiello </em>del XIX secolo alla casa per appuntamenti con bambole in silicone (“a Barcellona… presso il Lumidolls Hotel”), dai <em>born again virgin </em>(che “vogliono arrivare casti al matrimonio con il nuovo partner e vivere il fidanzamento senza fare l’amore”) <strong>a chi decide di sposarsi con se stesso e a chi è “felicemente sposata da dieci anni con Spider e Lugosi, i suoi due gatti”</strong> (trattasi di Barbarella Buchner, una designer inglese), da Valentina Nappi, star mondiale del porno, alla escort che si fa “in media, 40-60mila euro al mese. Esentasse”. Se il culmine del vostro vizio non va oltre <em>milf</em> o <em>trans</em>, e un <em>trav</em> vi fare ooohhh… cari miei, allargate la mente e dilatate l’ano intellettuale: la Costa vi fa fare una gimkana tra <em>hijab porn </em>e <em>revenge porn</em>, tra <em>bukkake, omorashi, jelquing </em>e <em>cuckold, </em>più che un libro questo è l’abbecedario per capire l’enciclopedica vastità del corpo. Da vero diavolo, chiacchierando con Barbara – una che ha il talento di guardare senza giudicare – mi sono imposto di fare la parte del casto, del difensore della moralità pubblica. <strong>Scoprendo che il piacere – purché sia davvero tale – è il regno dell’illimitato,</strong> della fantasia al potere, del genio sovrano: chi ha più testa, se la gode. Come nella letteratura. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu scrivi: “Il porno è libertà”. Giusto. Ma è una libertà che dopo averci resi potenti ci sta portando verso l’impotenza. In diverse interviste, più di una 20enne mi ha testimoniato che il partner, giovane e baldo, non vuol fare l’amore. Tanti giovani ‘maschi’, oggi, preferiscono l’amica all’amata, all’amante. Troppo porno accessibile quotidianamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eh no, caro Davide, troppo facile! E se ti dicessi che io ho trovato 20enni che mi hanno risposto tutto il contrario? Se a 20 anni non hai voglia di far l’amore con la tua ragazza, la “colpa” non può essere del porno, ma del rapporto che sta andando a rotoli. Il sesso tra due persone, 20enni o di qualunque età, la sua intensità, la sua frequenza, non hanno niente a che vedere con la fruibilità immediata del porno online. <strong>Se una donna non è più desiderata dal suo uomo – o il contrario – che agisca, che se lo riconquisti seducendolo, magari non assillandolo con lagne, piagnistei e responsabilità che uccidono la libido. Se non si è giocosi e liberi tra le lenzuola, se non si lasciano i problemi, gli affanni quotidiani fuori dal letto, come si fa a vivere il sesso nella maniera più sana e piacevole possibile?</strong> Se una persona – uomo o donna – preferisce il porno al sesso vero, se antepone il sesso onanistico davanti a un porno alla vita vera, è una persona preda di turbe mentali, ossessioni di cui non tratto nel mio <em>Pornage</em>, perché sono materia medica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Termini il libro raccontando la nuova frontiera della sessualità: locali dove uno si sceglie la bambola gonfiabile più adatta, amore spregiudicato per un robot. Sembra la favola di Pigmalione nei tempi tecnologici. Ergo: il porno libera i corpi, ma infine libera pure dalla carne, dalla carnalità… Il sesso da rapporto a due – o a tre o a molti – si riduce all’efficace masturbazione tramite robot: è così? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi dice che il porno libera i corpi? Che libera dalla carnalità? Non è così. <strong>Il porno libera la mente. Il porno non è la realtà, il porno non è il sesso vero.</strong> Il porno è la rappresentazione più giocosa e immediata del sesso, è la sua rappresentazione in forma di spettacolo, e di arte che può esplicitarsi a livello letterario (Henry Miller, Philip Roth, ti cito gli autori che mi hanno spalancato la mente), e cinematografico (i video in rete sono cinema, anche i più pazzi, anche i più estremi e soprattutto quelli. Anche il sesso più tradizionale rappresentato in un porno non ha niente a che fare con quello reale: un doggy style girato su un set da due pornostar non è riproducibile a casa, non è uguale a quello reale in primis perché manca di autenticità e goffaggine. È sesso sublimato, eccitazione per gli occhi, che fa lavorare sangue e cervello. <strong>O c’è chi pensa davvero che Rocco Siffredi faccia le medesime cose che fa sul set con sua moglie Rózsa?</strong> No, perché il rapporto con sua moglie è un conto, mentre sul set fa sesso con attrici: è lavoro). Il porno è stato ed è declinato in ogni forma artistica esistente (le fotografie di Terry Richardson, le performances di Vito Acconci). <strong>Con il porno noi siamo più liberi, io sono mille volte più libera delle generazioni che mi hanno preceduto, e devo questa mia libertà a Hugh Hefner, Larry Flynt, Riccardo Schicchi, a tutti quei pornografi che in nome del porno hanno sfidato ogni ipocrisia, perbenismo, bigottismo, sono andati in galera per farci vivere in un mondo più libero e consapevole.</strong> Perché ogni gesto che noi facciamo, lo facciamo – almeno qui in Occidente – in assoluta libertà, ma ogni libertà presuppone consapevolezza. Hai mai visto <em>Questa è la mia vita</em> di Jean-Luc Godard, quando dice che “ogni persona è responsabile dei gesti che fa, anche il più insignificante”? Ecco, io clicco su un porno e sono responsabile di quello che scelgo di vedere. Per curiosità, per masturbarmi, anche per scriverne, nel mio privilegiato caso. Quindi, se una persona sceglie di far sesso con una bambola, un robot, di farlo virtualmente con una cam-girl, di farlo a due con il partner di una vita, o tutti i sabato sera con sconosciuti nelle orge… ognuno è libero e responsabile delle sue scelte. O vogliamo ritornare al periodo oscurantista pre-Playboy? Non credo proprio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il Viagra è la vera, seconda rivoluzione del Novecento”, ormai anche “gli anziani scopano”, scrivi. Finché c’è il piacere reciproco, nonostante la natura opponga limiti fisiologici precisi, tutto è lecito? E poi, dove sta il confine dell’illecito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel sesso è illecita ogni azione, situazione, in cui uno tra i due – o più persone in caso di sesso di gruppo – non è d’accordo con quello che si sta facendo. <strong>Se due persone adulte e consapevoli decidono di far entrare una terza persona nel loro letto ogni tanto, non commettono reato. Se due persone decidono di far l’amore travestiti da Batman e Robin, non commettono reato. Se una persona decide di pagarne un’altra perché gli venda le sue mutandine usate, o sporche di mestruazioni, perché lui ha il feticismo di masturbarcisi, liberissimo lui di farlo e lei di venderle.</strong> Così è per gli anziani, hanno tutto il diritto di fare sesso, e il Viagra ha ridato agli uomini quel vigore che l’età fa pian piano scemare. Ma il sesso parte sempre dalla mente, ti ecciti con la mente, puoi prendere il Viagra, ma se non ti piace la persona che hai accanto… E poi, le donne: è illecito che una donna non più giovane decida di sottoporre la sua vagina a lipofilling, per stare più a suo agio con se stessa e con il suo partner con cui vuole vivere un sesso anche e soprattutto orale? No, non lo è. È illecito che una donna non più giovane paghi un escort per fare sesso con un professionista? No, non lo è. <strong>È lecito far sesso ad ogni età, e mica solo oggi: Giorgio Bocca diceva che da anziani il desiderio sessuale di un uomo in intensità è identico a quello di quando si è giovani, certo, cambiava la prestazione. Il Viagra e i suoi “fratelli” risolvono questa&#8230; mancanza. </strong>In <em>Pornage</em> metto l’esempio di Giuseppe Prezzolini: buon sesso a 90 anni con Jackie, la sua seconda moglie, molto più giovane di lui. Io di Prezzolini mi fido.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vera depravazione o ossessione sono gli snuff, chi gode vedendo torturare a morte donne o bambini, una pratica criminale più che pornografica… quando ogni cosa è lecita si giunge per partenogenesi all’illecito? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Davide, permettimi di chiarire: non abbiamo nessuna prova certa dell’esistenza di video snuff. Come si sa, in rete gira di tutto, e come non si riesce a porre sotto una qualche forma di controllo il web che utilizziamo ogni giorno, non abbiamo quasi contezza del “dark-web”, il web nascosto, usato tra gli altri dai jihadisti per la loro propaganda di guerra, dai trafficanti di droga, armi, medicinali illeciti, e da chi immette e vende materiale pornografico illecito quale la zooerastia e la pedopornografia. <strong>Lo snuff presuppone la pratica di sevizie su persone fino a ucciderle. Il porno di serie A, ovvero quello americano, e in Europa quello francese, cioè il porno che io prendo in esame in <em>Pornage</em>, è un mondo vincolato a leggi serissime, dove vigilano e comandano sindacati agguerritissimi.</strong> Lo snuff, e la violenza di qualunque tipo, non c’entra nulla con il porno: chi si “eccita” vedendo tali schifezze ha problemi mentali gravi, e va curato. Qui si entra in un campo, quello medico, che non è di mia competenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso il sesso – che è poi la nudità radicale dell’uomo, l’oblò delle sue debolezze – è ancora un argomento tabù nel nostro Paese? Cosa ti affascina delle perversioni – più o meno grottesche – che hai studiato con tale acribia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Davide, anche qui, permettimi di chiarire. Io non sono né un’esperta né una studiosa, solo semplicemente una persona che scrive di sesso e porno nella maniera più spontanea possibile, perché il sesso e il porno fanno parte della vita, sono con noi sempre, sono nati con l’umanità e moriranno con essa. Io ho impulsi e curiosità come chi mi legge, e l’enorme ricerca che ho fatto per <em>Pornage</em> è stata, ed è, anche la mia, personale, di donna. Io non sono migliore o peggiore di chi ha desideri, pulsioni, vive una sessualità diversa dalla mia. Né viceversa. <strong>Quelle che io prendo in esame in <em>Pornage</em> non sono perversioni, sono vari modi di vivere la sessualità, e chi ha il feticismo della pipì, ad esempio, non è migliore né peggiore di chi ama il classico missionario. </strong>In <em>Pornage</em> ho trattato apposta sessualità diciamo “esagerate” perché se ho un intento con il mio librino, è quello di provare a far cambiare prospettiva, punto di vista, così da non considerare più tali sessualità grottesche, comunque non conformi. Come ho detto prima, <strong>nel sesso tutto è lecito se tra i protagonisti c’è consenso. Quindi io non posso ergermi a giudice di ciò che nella sessualità sia più o meno “perverso” perché rispetto e credo in ogni forma di sessualità.</strong> Non scriverei quello che scrivo su <em>Dagospia</em> e su <em>Pornage</em> se non la pensassi così. <strong>I tabù li ho salutati da un pezzo. Tutto mi affascina e tutto mi serve per crescere e maturare. Anche vedere su YouTube un uomo che fa sesso col suo motorino!:))</strong> Ma nei miei occhi e nella mia mente non c’è nessuna forma di morbosità.</p>
<p><strong>Mi racconti la cosa più curiosa che ti è capitata durante la tua indagine?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Devo confessarti che quello che mi sbalordisce di più sono le interviste che mi fate per <em>Pornage</em>! Le domande che mi fate. E sono felicissima di rispondervi, di confrontarmi con persone che la pensano in modo diverso, opposto al mio, e possono avere una visione del porno, e del mondo del porno, un pochino… “distorta”. Alla domanda precedente mi chiedi se porno e sesso sono ancora argomenti tabù: non so se sono tabù, tutto dipende dall’educazione ricevuta e dai “conti” che con questa educazione ognuno di noi fa da grande, però devo dire che <strong>è molto difficile far passare il porno per quello che è, ovvero una forma di spettacolo, un lavoro per chi lo fa, e un gioco, un passatempo, una forma d’evasione, per chi ne gode la visione.</strong> Come scrivo in <em>Pornage</em>, il porno è un mercato e noi che clicchiamo sui siti porno siamo suoi vezzeggiati clienti. Questo è l’unico punto di partenza esatto per fare un discorso corretto sul porno. Tra le cose più curiose che mi capitano, ci sono appunto le facce, le espressioni delle persone a cui faccio questo discorso, ma credimi, il porno di serie A, quello che tratto io, è un settore dello spettacolo, un’industria enorme, seria, pulita. Basta chiederlo a Rocco Siffredi: lui è il numero uno, e si batte come un leone affinché questo concetto passi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In sintesi, tra travestiti divertiti, tra feticisti e mariti che godono nel vedere la propria moglie trombata da terzi, tra pornostar e robot del sesso, come faremo l’amore tra 10 anni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi credi se ti dico che ciò che elenchi sono pratiche sessuali che esistevano ben prima di internet? Prima dell’arrivo del web, se eri un <em>cuckold</em>, ovvero un uomo col feticismo di vedere la moglie posseduta da un altro uomo da lei scelto (ripeto e sottolineo: con il consenso di tutti e tre gli interessati al coito), ti rivolgevi ai giornali porno, come <em>Le Ore</em> di Saro Balsamo: lì c’erano due rubriche, “Le Ore Utili”, dove <em>cuckold</em> e mogli mettevano e leggevano annunci che facevano al caso loro, e “L’Autoscatto”, rubrica dove venivano pubblicate le foto mandate dai lettori, ma foto di questi lettori nudi, in posizioni sessuali le più elaborate: erano gli esibizionisti pre-internet, i selfie hot dell’epoca (si vedono benissimo in una scena del film <em>Parenti Serpenti</em> di Mario Monicelli). Questo per dirti che tra 10 anni si farà l’amore come sempre, tenendo conto però del fatto che il porno ha sempre anticipato il futuro: il porno è in prima linea nella ricerca della realtà aumentata, e nello sviluppo di sex robot umanoidi. <strong>Si andrà certamente verso un sesso più virtuale e al tempo stesso “reale” per chi ne avrà desiderio e sentirà “questa” come sessualità a lui consona. L’importante è che avremo più conoscenza, quindi, più libertà di decidere. Saremo tutto quello che decideremo di essere.</strong> Sarà faticoso ma saremo sessualmente più consapevoli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-tabu-li-ho-salutati-da-un-pezzo-non-giudico-neanche-chi-fa-sesso-con-il-suo-motorino-dialogo-con-barbara-costa-sul-regno-del-porno/">“I tabù li ho salutati da un pezzo, non giudico neanche chi fa sesso con il suo motorino…”: dialogo con Barbara Costa sul regno del porno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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