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	<title>anni Novanta Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 11 Nov 2025 05:24:37 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“L’istante della rivelazione”. Dell’artista in lotta con la Storia</title>
		<link>https://www.pangea.news/arte-rivelazione-awakening/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 05:24:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[anni Novanta]]></category>
		<category><![CDATA[arte italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione 107]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Rasma]]></category>
		<category><![CDATA[Marcovinicio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Incidere paradossi, artigliare l’altrove. I curatori di&#160;Awakening&#160;insistono sulla Storia, sulla percussione dei ‘fatti’ e sulle loro ripercussioni – la parola che hanno scelto, tuttavia, ha l’arcano addosso, trascenda la mera cronaca.&#160; In scena alla Fondazione 107 di Torino – da anni, ormai, spazio di riflessione indipendente sul ‘contemporaneo’ e sulle evanescenti sfaccettature che ha questo termine – Awakening intende [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/arte-rivelazione-awakening/">“L’istante della rivelazione”. Dell’artista in lotta con la Storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Incidere paradossi, artigliare l’altrove. I curatori di&nbsp;<em>Awakening</em>&nbsp;insistono sulla Storia, sulla percussione dei ‘fatti’ e sulle loro ripercussioni – la parola che hanno scelto, tuttavia, ha l’arcano addosso, trascenda la mera cronaca.&nbsp;</p>



<p>In scena <strong>alla Fondazione 107 di Torino</strong> – da anni, ormai, spazio di riflessione indipendente sul ‘contemporaneo’ e sulle evanescenti sfaccettature che ha questo termine – <strong><em><a href="https://www.fondazione107.it/mostra-in-corso/awakening-1988-1993/">Awakening</a></em></strong> intende testimoniare, attraverso trentadue artisti, l’arte italiana tra il 1988 e il 1993. Un momento, scrive Federico Piccari, in cui “il mondo ha vissuto un’accelerazione storica senza precedenti”. In trio – insieme a Piccari, Tiziana Conti e Angelo Candiano – i curatori hanno buon gioco a disseminare dati: la caduta del muro di Berlino, piazza Tienanmen, Solidarność; “l’inizio del mandato presidenziale di George H. W. Bush sfocia nella prima Guerra del Golfo, avvisaglia di una situazione che si trasformerà in conflitto permanente” (Conti); e poi Tangentopoli, la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, <em>I segreti di Twin Peaks</em> in tivù, <em>Il silenzio degli innocenti</em> agli Oscar, <em>Pulp Fiction</em>, i Radiohead. Michail Gorbačëv è onorato con il Nobel per la pace nel ’90, l’anno in cui Salvatore ‘Totò’ Schillaci infiamma – fatuo fuoco – le ‘notti magiche’. </p>



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<p>Non so se l’artista sia il frutto delle mere forze della Storia o non ne sia, piuttosto, il propagatore, l’agitatore, il folle. Il disturbatore. L’arte ha a che fare con l’alchimia e l’astrologia più che con la geopolitica: forse – direbbero i saggi – la Storia è un sogno (un incubo, ha detto Joyce); l’artista lavora tra gli impossibili, in una sorta di incunabolo – è l’incubatrice dell’aldilà.</p>



<p>Di certo, la fine degli anni Ottanta e il principio dei Novanta hanno chiuso un secolo – sclerotizzato nelle forme, egualmente grate e feroci – mettendo a coltura ciò che ci esplode tra le mani oggi. Un oggi annientato da eccesso di analisi – tutto si può&nbsp;<em>leggere</em>&nbsp;in tutti i modi, tutti esatti, ma&nbsp;<em>vivere</em>&nbsp;è altro affare, vivere è annullare l’analisi. Per certi versi gli Stati esasperano un’identità muscolare, ottocentesca, coloniale; dall’altra, gli uomini sono espulsi dall’azione, dal ‘trovare soddisfazione’ in questa vita. Le macchine fanno la guerra, gli uomini si rimpinguano: cannibalismo. Bismarck sullo shuttle.&nbsp;</p>



<p><em>Awakening</em>, però, è parola piena di risonanze – “tra Rivoluzioni e Rivelazioni”, secondo la bella formula di Piccari. Per chi ha pratica con il buddismo,&nbsp;<em>Awakening</em>&nbsp;è il&nbsp;<em>risveglio</em>, il processo – previa disciplina o improvvisa illuminazione – che porta dall’illusione alla verità, alla liberazione dalla sofferenza. Il termine è fecondo anche nella tradizione cristiana: nel quinto capitolo della lettera agli Efesini – che attacca con monito memorabile: “Fatevi dunque imitatori di Dio” – Paolo distilla un detto: “Destati dai dormienti e sorgi dai morti: Cristo ti illuminerà”. Se volete – pur con valore diverso, quando non opposto – sono presenti in questo versetto tutte le parole dell’iniziazione buddista. Il risveglio; la realizzazione; l’illuminazione. Per risveglio, Paolo usa il greco&nbsp;<em>egeiró</em>&nbsp;che è proprio il destarsi dal sonno. È vero, il risveglio è legato alla resurrezione, ma prima ancora a un ‘aprire gli occhi’ di fronte al mistero di Cristo – senza questa apertura, questo dissigillarsi del corpo, è improprio il risorgere. Si tratta di farsi destri, casti alla corsa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="697" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-1024x697.jpg" alt="" class="wp-image-105485" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-1024x697.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-300x204.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-768x523.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-1536x1045.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening-600x408.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/elenco-artisti-Awakening.jpg 1587w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><em>Awakening</em>, allora – così intuisco io – è parola che dice la natura profonda dell’artista, il ‘risvegliato’, l’uomo che si adopera per vanificare le illusioni. Sommo illusionista – quando non: mago. La rassegna torinese non è rassegnata all’amarcord, ai vieti eventi di una memoria messa a maggese. L’obsolescenza della ‘tecnica’, così, trasfigura alcuni lavori: il&nbsp;<em>Circuito n. 1</em>&nbsp;realizzato da Paolo Brenzini nel 1989 sembra, oggi, l’esoscheletro di una creatura degli abissi, il prototipo di un capodoglio elettrificato; il&nbsp;<em>Progetto segreto</em>&nbsp;di Maurizio Camerini – era il 1988, si osservano, messi in tensione tra aste e compassi, due televisori; l’atmosfera ricorda un po’&nbsp;<em>Brazil</em>, il catatonico film di Terry Gilliam – pare un totem, un oracolo catodico, la Pizia in periferia; i&nbsp;<em>Computer sigillati</em>&nbsp;di Maurizio Bolognini (era il 1992) sono dissigillati angeli, crollati al verbo algoritmico, con bocche-floppy disk.&nbsp;</p>



<p>È, in fondo, questa, una grande mostra sul linguaggio. Come dire il mondo di cui non sentiamo che eco, riverbero, pigolio d’acque, poltiglia verbosa? Soprattutto: cos’è il mondo, cos’è la storia? L’andare da viandanti tra i pensieri religiosi insegna che la storia non è quella che si fa nei palazzi, è quella realizzata dai pazzi – la schifiltosa veemenza della volpe, il ronzio dell’ape, la rovina delle dune è più pertinente di annali, cronologie, radiografie. La storia è la storia di chi va verso l’assoluto – il rito, allora, diversamente dai ‘riti’ della politica e della giustizia, adempie un altro tempo, che non si installa in&nbsp;<em>eventi</em>, in canoni della notorietà. Quale storia abita l’artista?&nbsp;</p>



<p>Provo a trovare analogie con un linguaggio che mi tenaglia, la poesia. Tra il 1987 e il 1996 – grosso modo, le maglie cronologiche in cui si sviluppa la mostra torinese – il Nobel premia una serie di poeti diversamente centrali nella storia dei loro paesi: Iosif Brodskij (1987; transfuga dalla Russia comunista); Octavio Paz (1990; l’intellettuale ostinato, il messicano ambasciatore in India e in Giappone); Derek Walcott (1992; il genio di Saint Lucia, cantore della migrazione, dei tanti Ulisse caraibici); Seamus Heaney (1995; il bardo d’Irlanda); Wislawa Szymborska (1996; l’ironica sibilla polacca). Terminata questa generazione, è come se si fosse lacerato il rapporto tra il poeta e la Storia – la possibilità, cioè, che la Storia sappia disporsi in una poetica, in cui il poeta abbia voce in capitolo, abbia il primato del perdono. Per l’incoronazione di Carlo III – per dire delle gerarchie tra poesia e Storia – il poeta ‘laureato’ Simon Armitage ha scritto un testo in cui dice lo stupore di una signora della classe media e, soprattutto, la regale libertà di un “piccolo passero… sui tetti dell’abbazia”. Del re, appena un accenno di luci.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="801" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/H22841-L363414260.jpg" alt="" class="wp-image-105486" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/H22841-L363414260.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/H22841-L363414260-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/H22841-L363414260-768x615.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/H22841-L363414260-600x481.jpg 600w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un&#8217;opera di Franco Rasma da <em>Mehr Licht</em>, 1990-92</figcaption></figure>



<p>Alcune opere – la&nbsp;<em>Mano</em>&nbsp;di Monica Carocci, i volti di Markus Döhne, ad esempio – posseggono una cupa potenza che si realizza proprio oggi, a decenni di distanza. D’altronde, l’unica&nbsp;<em>contemporaneità</em>&nbsp;possibile per un artista è il senza tempo: ingannare l’inganno della Storia.&nbsp;</p>



<p>Basti guardare alla bulimia di buio di Franco Rasma:&nbsp;<em>Mehr Licht</em>, invoca, come Goethe, l’artista,&nbsp;<em>più luce</em>. Ma tutto è ambra d’ombra, è albume di luce, scurezza che potresti dire anima. “È l’universo del possibile”, ha detto l’artista, era il ’93 – o meglio, era un tempo veniente, a venire – “l’istante della rivelazione, quello che i Sufi chiamano&nbsp;<em>Zikr</em>, la rimembranza di Dio”. Potremo dire: la&nbsp;<em>rimanenza</em>&nbsp;di Dio, l’impuro resto, la purissima impunità – “è come se tutto ciò avvenga indipendentemente da te…”, sussurra, preda di magnetiche ossessioni, Rasma. Essere guidati, cioè: preferire l’insonnia al risveglio. L’artista illumina, non è illuminato – sua è la tratta senza trattative, l’andare tra mansioni di oscurità, cucire questo mondo all’altro, introdursi nel tempo – ladrocinio nobile, il suo.&nbsp;</p>



<p>Per non dire di Marcovinicio, che nell’epoca del capovolgimento storico, della computerizzazione di massa, della messe del ‘progresso’, guarda ai monti, ai sentieri, alle vacche. Rivolge la sua attenzione – con violenza ‘d’avanguardia’ – ai pittori del Duecento, agli scultori dell’anno Mille, ai maniscalchi della Cappadocia, agli artisti-contadini delle sue valli, che salpavano con la falce e il pennello. Che brutale dolcezza! Che selvatica eternità! La baita è l’arca dell’alleanza, la mucca al pascolo l’agnus sacrificale, l’albero – arcaico nel torcersi, spoglio – adombra la Croce, quella abbacinante nudità, i monti, a distanza, sono il Tabor e la Gerusalemme celeste. Qui c’è una fede che fende come il fiume; un pane da tenere in bocca nei giorni di magra.&nbsp;<em>Silenziosa disciplina</em>&nbsp;è il titolo dell’opera: come si entra nel tempio – che è poi stalla e alcova – e si snocciola, con labbra di corda, in cordata, una preghiera. Prima del risveglio, il sonno dei giusti.&nbsp;</p>



<p>Quando incrocio Marcovinicio a Domodossola, è il consueto ardore, la parola più ampia di un continente, l’incontinenza del dire e del fare. Un fraseggio all’arma bianca. “Gli uomini sono tutti demoni. Siamo demoni. Non tutti operano il male, per carità, ma c’è qualcosa in ciascuno, qualcosa, in me, in te, che va sarchiato”. Che va&nbsp;<em>sancito</em>&nbsp;con l’oltraggio – con l’amore a oltranza.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Marcovinicio, Silenziosa disciplina, 1990</em></p>
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		<title>Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto diventati vecchi…</title>
		<link>https://www.pangea.news/milano-identita-nostalgia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 04:07:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[anni Novanta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&#160;(anche su Pangea, qui)&#160;si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/milano-non-ti-riconosco-piu-dejanira-bada/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(anche su Pangea, qui)&nbsp;</a></strong>si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto giusto.&nbsp;</p>



<p><strong>Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta (perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono più</strong>, a locali come il&nbsp;<em>Rolling Stones</em>&nbsp;(da anni una palazzina) il&nbsp;<em>Plastic</em>&nbsp;(che però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il&nbsp;<em>Leoncavallo</em>&nbsp;(anche questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?)&nbsp;<em>Le Scimmie</em>&nbsp;(ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club, quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.&nbsp;</p>



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<p>E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori.&nbsp;<strong>Non solo agli studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del&nbsp;<em>Rolling Stones</em>, del&nbsp;<em>Leoncavallo</em>, del&nbsp;<em>Govinda</em>, della&nbsp;<em>Stecca</em>&nbsp;perché sono nati con altro (meglio o peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”)</strong>&nbsp;e in quell’altro ci sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera differente da come venivamo gestiti i nostri.&nbsp;</p>



<p>Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1024" height="667" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg" alt="" class="wp-image-105263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-768x500.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-600x391.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì&nbsp;<strong>a testimoniare una città bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.</strong></p>



<p>Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano i&nbsp;<em>Sonic Youth</em>&nbsp;in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica.&nbsp;<em>Arci Bellezza, Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele</em>, e molto altro ancora.&nbsp;<strong>Una città che dal punto di vista musicale, teatrale, cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora.</strong>&nbsp;Certo, il contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il&nbsp;<em>Jungle Sound</em>&nbsp;(dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per fortuna finiscono e Agnelli è finito a&nbsp;<em>X-Factor</em>) e ne sono riapparse altre.&nbsp;</p>



<p>Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine, togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi?&nbsp;<strong>La differenza con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un infinito tempo presente dove&nbsp;<em>tutto accade&nbsp;</em>senza considerare che;<em>&nbsp;quando tutto accade alla fine non accade proprio niente</em>.</strong></p>



<p>Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però, se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le cose cambiano, non restano le stesse.&nbsp;<strong>Così Milano ha perso un’identità che non era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della città</strong>(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al&nbsp;<em>Rainbow Club</em>, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano e non una Milano che aveva identità.&nbsp;<strong>Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha mai avuta.</strong>&nbsp;Eccetto forse nel dopoguerra (<em>guardate come è fotografata nel film “Cronaca di un amore” di Rossellini</em>).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-105264" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1536x864.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (<em>la New York di oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta)</em>&nbsp;fatta di centri commerciali, catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui&nbsp;<em>week&nbsp;</em>anche piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non sono i locali, i centri sociali o la&nbsp;<em>fiera di Sinigallia</em>&nbsp;che bisogna andare a stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc&#8230; Milano sono strade, case, portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i suoi dirompenti palazzi inaccessibili.&nbsp;</p>



<p><strong>Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York, Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello che c’era in favore di altro.</strong>&nbsp;Bello o brutto ha poca importanza. Quello è importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Giosuè Gorinzi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica Raccolta Achille Bertarelli</em></p>
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		<title>“Scrivono di annegare nel sesso, nella droga, di andare in paranoia… di panico e straniamento. Perenni”: l’epopea disperata dei Guns N’ Roses</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 06:25:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Steven…no, aspetta, che dice? Noi l’abbiamo spinto a drogarsi? ’Sto caz*o! È patetico. La verità è che non puoi essere un tossico e suonare in una band”. Era il 1989 e parlava così Mister sesso droga e rock ’n’ roll, Slash dei Guns N’ Roses, e ce l’aveva con Steven Adler, suo batterista e migliore [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Steven…no, aspetta, che dice? Noi l’abbiamo spinto a drogarsi? ’Sto caz*o! È patetico. La verità è che non puoi essere un tossico e suonare in una band”. Era il 1989 e parlava così Mister sesso droga e rock ’n’ roll, Slash dei Guns N’ Roses</strong>, e ce l’aveva con Steven Adler, suo batterista e migliore amico e con lui in rehab, e Slash un po’ si era ripulito, Steven per niente, così veniva da Slash e soci cacciato dal gruppo e essere dimenticato, fino a pochi giorni fa, quando Steven è tornato protagonista del gossip, quello peggiore, quello nero: Steven si è accoltellato, voleva ammazzarsi o forse no, forse è stato un brutto incidente, comunque è salvo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68441 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-300x300.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-150x150.png 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-768x768.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-1024x1024.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-333x333.png 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM-1320x1320.png 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/GUNS-N-ROSES-ALBUM.png 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />E Slash, e il resto dei Guns? Chissà che pensano di chi insieme a loro ha fatto un gran pezzo della storia del rock, oggi che a loro il presente sorride, son ultracinquantenni fuori da ogni eccesso, e a Slash è andata meglio di tutti,</strong> si diceva anche quando i Guns si separarono, che tra loro Slash era il migliore, e infatti con le sue chitarre ovunque è andato ha lasciato il segno, la sua impronta di sangue, perché Slash suona fino a farsi sanguinare le mani, di cosa credi siano frutto quegli assoli che ti accendono l’anima e ti bagnano il sesso? Di sangue, sudore, di un cuore che proprio su un palco, durante un assolo, non batte più, si è fermato, e Slash ha iniziato a vedere i pallini blu, e a collassare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché un conto è fare la morale e dare insegnamenti di vita, anche giusti e sacrosanti non dico di no, <strong>però, se per anni sei tu che non hai il controllo di te stesso, e ci dai sotto a eroina, coca, crack, alcool a strafot*ere, e racconti che prendi sonniferi illegali, quelli che i veterinari usano per addormentare gli ippopotami, e dopo notti e giorni di sesso con groupie e pornostar famose vai in overdose,</strong> e una volta ti hanno ripreso per miracolo, ti hanno rimesso al mondo grazie a una siringa dritta nel cuore, come a Uma Thurman in <em>Pulp Fiction</em>, uguale uguale, allora sai che c’è, arrivi a 35 anni che ti prende un infarto sul palco. Ti credi indistruttibile, immortale, invece sei un dio con la chitarra ma un essere umano per il resto, e i medici ti salvano anche stavolta, ti mettono un defibrillatore nel cuore, ma ti danno 6 settimane di vita. E uno come Slash, che fa? Fa tournée e campa, chitarra in mano, (ri)pulito, e supino a quel demone, il rock, “che è la mia vita, pulsazione interiore che mi eccita”. Fuma nemmeno più.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ha sempre detto, Slash, “la verità è che noi Guns veniamo dal nulla se non peggio”, e lui, Slash, era ‘figlio di’, <strong>eppure prima di piazzare tre hit ai primi posti in classifica, dormiva per strada in sacco a pelo, come tutti gli altri futuri Guns.</strong> Non erano niente e non avevano niente se non sogni e strumenti malandati, erano la feccia, erano il nulla tra il nulla, e il dio del rock, o il caso, la fortuna, chiamala come ti pare, ma proprio dei rifiuti di strada era ciò che il boss della Geffen in quel momento cercava: stufo marcio del glam-rock, di quei rocchettari truccati e impomatati, voleva tornare all’hard, ai Led Zeppelin, voleva il rock ma quello duro, suonato, sudato. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-68442 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-CATTIVE-OSSESSIONI-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-CATTIVE-OSSESSIONI-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-CATTIVE-OSSESSIONI.jpg 332w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />E questi rifiuti diventano i Guns N’ Roses, che dal niente salgono al numero uno, col primo disco. E fin da subito non hanno voglia di rimanerci, dei numeri uno, <strong>vogliono solo suonare e godersela, e godere per loro significa esagerare, oltre la strada dell’eccesso di William Blake:</strong> non c’è saggezza nel distruggere suite, gettare televisori dal 40esimo piano, farsi di droghe e scolarsi litri d’alcool, scop*te e ammucchiate, e risse, tra colleghi, coi fans, ai concerti, con la security. Se ai Guns qualcosa importa è suonare, quello sì, e scrivere di ciò che sanno, la strada dove hanno vissuto, <em>in the jungle</em>, la tensione sociale, sentirsi inadeguati. E scrivono di chi li osanna, che prima li chiamava straccioni, e negli stessi posti dove li acclama, li lasciava fuori come cani rognosi. <strong>Scrivono di annegare nel sesso, nella droga, di andare in paranoia quando, sotto la doccia, esci in strada nudo, fradicio, non è più acqua è sudore è terrore, qualcuno ti insegue, è un mostro, e lo vedi solo tu. Panico e straniamento. Perenni. </strong>La cultura, il sapere, per i Guns non ha mai contato, contava saper suonare, e nei dischi e sul palco dare tutto: come un’urgenza, come se non avessero tempo, non ci fosse tempo, un domani, la fine, come canta Axl Rose in <em>Mr. Brownstone</em>, “non mi preoccupo di nulla/preoccuparsi è una perdita di tempo”. Uno spettacolo i Guns N’ Roses anni ’90 nelle conferenze stampa pre-concerto, domande sull’attualità, “noi facciamo rock, non politica!”, questa la risposta diplomatica, ma se poi tu giornalista insisti, allora “vaffanc*lo, che ca*zo dovrei sapere su Mandela, o sulla guerra del Golfo?! <strong>Noi non siamo la guerra del Golfo, noi non siamo la guerra civile in Jugoslavia, noi non siamo la caduta del muro di Berlino. </strong>Siamo soltanto una fot*uta band di rock ’n’ roll!!!”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio così, una fot*uta band di rock ’n’ roll, e ci avete regalato una scossa eterna, quella che parte ogni volta che inizia <em>Sweet Child O’ Mine</em>, e la dolce ragazzina del titolo e del video è Erin, una sventola compagna di scuola di Axl Rose poi diventata top model e che lui ha sposato ma non prima di essersi comprato un fucile automatico come regalo di nozze, <strong>e poco dopo aver litigato di brutto con Erin ed esserci venuto alle mani, ed è lei a stordirlo di ceffoni. Fanno pace, ma poi a un party qualcuno mette droga nel cocktail di Erin che sviene, e Axl dà di matto</strong>, e quando lei si riprende i genitori se la riportano a casa prima che Erin lo picchi a sangue di nuovo. Sicché Axl si consola con Stephanie Seymour, altra top model, musa di Herb Ritts, e la mette nei video di <em>Don’t Cry</em> e <em>November Rain</em>, video per cui su Axl Rose e Slash piovono eterne accuse di violenza e misoginia, quindi non cercateli, non li guardate, in <em>Don’t Cry</em> il ghigno di Slash è dallo schermo ancora mentalmente infettivo. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-68443 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-OLTRE-IL-LIMITE-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-OLTRE-IL-LIMITE-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/MARK-PUTTERFORD-GUNS-N-ROSES-OLTRE-IL-LIMITE.jpg 260w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><strong>Quando Axl nella vita reale è cornuto e mazziato dalla Seymour, si rinchiude per anni in una casa sulle colline di Beverly Hills, con una santona e le pareti tutte dipinte di nero</strong>, e gli diagnosticano un disturbo bipolare causa infanzia traumatica indubbiamente patita, disturbo che però non spiega il suo folle impulso omicida nei confronti dei barboncini. Ma non sono stati questi casini, né le droghe, nemmeno la vita dissoluta a minare i Guns N’ Roses: sono stati i soldi, gli avvocati, le tasse, le regole. L’inevitabile ingresso nel mondo degli adulti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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		<title>Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</title>
		<link>https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 08:12:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. Le analisi oggettive sul sentimento della gente non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/">Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. <strong>Le analisi oggettive sul sentimento della gente non si basano sul desiderio dell’io, ma sui dati espressi dai più. Non a caso sui temi della sicurezza e dell’immigrazione è esploso il consenso dilagante della Lega: precisamente a partire dai fatti di Macerata. </strong>La demonizzazione dell’avversario politico è legittima, ma il comprendere a fondo i fenomeni d’attualità (anche fossero decisamente sgradevoli) implica un distacco emotivo che Saviano dimostra di non avere. <strong>La domanda chiave è: perché la Lega di Salvini conserva un grado di attrazione tale da tenere in mano lo scacchiere partitico e il governo del Paese?</strong> Cioè, la ricaduta dell’azione del ministro varrebbe uno studio e un approfondimento disdegnati, quasi che il posizionarsi della Lega venga ritenuto un segno del tutto marginale nell’Italia di oggi. Eppure il correlato oggettivo dell’uomo Matteo Salvini è nella fetta cospicua di italiani che lo segue (32,5%, con punte, nei sondaggi, che toccano il 34%). Ma al di là dell’acredine di Roberto Saviano, chi si occupa di fornire un quadro stringato della realtà italiana, non è l’intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65141" aria-describedby="caption-attachment-65141" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65141" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg" alt="" width="300" height="147" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-768x375.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano.jpg 894w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65141" class="wp-caption-text">&#8220;Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Almeno a partire dagli ultimi due decenni è accaduto un fenomeno passato inosservato ai più: la trasfusione del mondo dello spettacolo nella vita culturale, al punto che il <em>maître à penser</em> è divenuto di soppiatto il cantante, il cabarettista, il comico, in una confusione di discipline e di percezioni collettive che ha reso tutto più dozzinale.</strong> Non ha più peso lo scrittore, il filosofo, il sociologo, mentre sale di grado il soggetto televisivo che fa audience. I giovani di oggi non sanno chi sono stati Croce, Einaudi, Bobbio, Sturzo, Gobetti, Dossetti, Moro. Nessuna conoscenza di Vittorio Foa, Augusto Del Noce, Guido Calogero, Giovanni Amendola. Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop. <strong>Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità. La fenomenologia del repertorio dello show-man lo rende maestro della retorica, un creativo della lingua dissimulata, che rispecchia la verità attraverso l’effetto della persuasione.</strong> L’approccio rivoluzionario dei nostri tempi sta nell’affidamento della parola a chi si fa interprete dell’ovvietà. Di fatto il pensiero critico non ha consistenza, in questo eterno presente in cui ogni forma di testualità è soppiantata da una logica pluralista per cui “uno vale uno”, qualunque cosa si dica. Viene “elevato” il programma fatuo, la comunicazione leggera a progetto di ricerca nella sperimentazione del mezzo televisivo o del web con il pubblico che interagisce da casa. La cultura non è più un bene per il nostro paese, né un’eccellenza, in una società sempre più mediocre e condizionata dalla massa vociante, impreparata e litigiosa, esemplare modello di decadimento morale prima che culturale. Maurizio Ferraris, filosofo, parla di “nuovo realismo”, cioè della presa d’atto di una svolta. I mass media ci dicono che la realtà risulta socialmente costruita e manipolabile, per cui l’oggettività sarebbe una nozione inutile e ogni ruolo può essere messo in discussione. L’interrelazione è ridotta a semplicismo e il pensiero si fa automatico: tanto più è stringato tanto più attecchisce. Ecco perché il telefonino “non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri”, afferma Ferraris. La voce del cantante è amplificata perché ha accesso ovunque e in tempo reale: televisione, portatile, iphone con tripla camera (ultima produzione in vendita). L’ultimo caso è quello di Claudio Baglioni e <strong>arriva a coinvolgere addirittura il cda della Rai</strong>. <strong>Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, in una conferenza stampa, ha commentato le misure governative definendo il paese disarmonico, confuso e cieco.</strong> Il Ministro dell’Interno gli ha risposto superficialmente con un tweet dicendo che di sicurezza si occupa chi ha il dovere e il diritto di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi dettagliata, un quadro che definisca scientificamente la società politica italiana, chi lo sta promuovendo attraverso i mezzi di comunicazione alla portata della massa che può informata in tempo reale di ciò che succede nel mondo? Manca, in definitiva, la comprensione interpretativa dell’azione sociale (Max Weber). Karl Popper, in <em>Congetture e confutazioni</em> (1963) scriveva: “Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65142" aria-describedby="caption-attachment-65142" style="width: 272px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65142" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg 272w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini.jpg 500w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /><figcaption id="caption-attachment-65142" class="wp-caption-text">&#8220;Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità. Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione:</strong> pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalista. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico, ma i libri in versi non sono neppure considerati un prodotto di mercato. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. <strong>I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà e della psicosi).</strong> Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? A Piacenza, tempo fa, si sono dati appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da <em>fight</em> <em>club</em> (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, ha dichiarato apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, mentre l’intellettuale tace? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia si è rivelata, nel secondo Novecento, un paese piccolo-borghese al quale si è contrapposta una duplice società, proletaria e radical chic, di sinistra, detentrice del patrimonio della cultura.</strong> Se il potere democristiano (occidentale) ha tenuto le redini della società economico-imprenditoriale, produttiva, il Partito Comunista, minoritario, perché non fosse tentato dal promuovere una pericolosa rivolta popolare guidata dall’influsso sovietico, ha avuto in mano il cinema, la musica, la letteratura, il teatro, l’editoria. <strong>L’uomo, nell’immaginario collettivo, è stato soppesato in base al guadagno mensile, al possesso di beni per un puerile accreditamento. Nell’epoca del capitalismo, a partire dal boom economico degli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, siamo stati abituati a svalorizzare la conoscenza, il sapere, in ragione della proprietà privata e della ricchezza.</strong> L’intellettuale non ha mai inciso sui grandi cambiamenti epocali, spesso organico ai partiti o del tutto alienato nella sua creatività senza alcun prezzo. La borghesia italiana, come diceva Alberto Moravia, ha germinato un movimento conservatore, il fascismo, dove ha regnato l’immoralità. L’impressione è che la stessa cosa sia avvenuta negli anni successivi: l’universo borghese ha alimentato specie estraneità e corruzione. Lo stesso Moravia nei romanzi <em>Gli indifferenti, Agostino</em> e <em>La noia</em> ci dimostra come il denaro e il sesso siano gli strumenti ideali per “possedere” le persone e non solo gli oggetti. Oggi che la distinzione in classi sociali è venuta meno, come l’appartenenza residuale alla destra e alla sinistra del secolo breve, seppure si dividano ancora gli schieramenti in base a vecchi schemi, le nuove povertà hanno catalizzato sia i figli della ex borghesia che i figli dell’ex proletariato. <strong>Se la società dei consumi li aveva stereotipati e uniformati (Pier Paolo Pasolini), quella della disoccupazione li riunisce nella nevrosi del nuovo millennio, nel malessere dell’inerzia. Dalla noia all’ansia, il desiderio della ricchezza rimane però inossidabile.</strong> Nessuno vorrebbe rinunciarci, fino al punto che uno scopo primario resta ancora occupare i ruoli pubblici di prestigio, uno scranno in Parlamento, la presidenza di un ente privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Alberoni, qualche tempo fa, scriveva sul “Giornale” che continuiamo a immaginare “gli sceicchi arabi che hanno aerei privati, che vivono in palazzi con rubinetti d’oro, con mogli e concubine. E in modo analogo sono visti i famosi divi di Hollywood e i super miliardari americani che passano il loro tempo in yacht favolosi e in ville lussuose, dove, insieme a donne bellissime, bevono bibite ai bordi della piscina e si spostano da una festa notturna all’altra”. Ma questa percezione è sbagliata, perché nell’età post-capitalista nessuno sopravvive al passato. All’eredità fiorente di una famiglia si sostituisce una continua conquista individuale, solitaria. Oggi la distribuzione ineguale della ricchezza rappresenta l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, dicono gli esperti. Si tratta di un bene utilizzato come riferimento per valutare il benessere della popolazione e definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, nonché il divario che separa il 20% della popolazione con il reddito più alto, dal 20% con quello più basso (sostanzialmente la differenza che intercorre tra i pensionati e i giovani). <strong>Cosa resterà dell’Italia della crisi tra venti anni, quando saranno venuti a mancare i nonni e i padri più anziani? Azzardiamo una previsione. Non più l’ideologia, il partitismo, l’agiatezza. Meno che mai la prosperità. Presumibilmente aumenterà lo scontro di civiltà, mentre diminuirà la sicurezza sociale (esattamente come sta avvenendo nell’Africa delle guerriglie). </strong>Come a dire che il futuro sarà traslocato in un nuovo ordine mondiale. Perché quando si perde il capitale, sono i flussi migratori l’alternativa alla povertà. Dal nord al sud registreremo un primitivismo a tinte fosche e dagli impulsi anarchici che contagerà la maggioranza residente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65145" aria-describedby="caption-attachment-65145" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65145" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65145" class="wp-caption-text">&#8220;L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, è intervenuto durante una visita agli scavi della Regio V° del Parco Archeologico di Pompei, dichiarando: “La cultura è un tema da sviluppare di più per creare lavoro buono”.</strong> Ha annunciato la volontà del Mibact di fare assunzioni. “Abbiamo bisogno di professionalità, giovani e meno giovani, con contratti stabili. I posti di lavoro vanno distribuiti sul territorio, visto che la ricchezza culturale italiana è diffusa ovunque, da Pompei alle grandi città, passando per i piccoli borghi. Trasferire la cultura ai giovani non vuol dire farlo solo verso chi da grande vorrà fare l’archeologo, ma anche verso chi diventerà medico o economista. Dobbiamo partire dalle scuole, far toccare ai bambini, con mano, le ricchezze del nostro paese”. Affermazioni ordinarie, scadenti, alle quali non risulta sia stato dato seguito sugli investimenti promessi. Dunque solite omissioni, mancanza di fermezza, situazioni al limite del degrado. <strong>Sui beni architettonici e sui musei spendiamo meno di un quarto rispetto al 1955. La cultura viene inderogabilmente associata al turismo culturale,</strong> non come un bene a sé stante, un arricchimento personale, un veicolo cognitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle <em>élites</em>. Un primo segno di risvolto, finalmente, da parte di uno scrittore. Il responso delle urne dice che il cambiamento non solo generazionale è richiesto dalla maggioranza degli italiani. “Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri”. <strong>Baricco definisce le <em>élites </em>una “minoranza ricca e molto potente”, caratterizzata da una “cecità morale” che impedisce di vedere ingiustizie e violenze, che vive in una “zona protetta” all’interno della quale ci sono dei privilegiati. Questo patto tra le <em>élites</em> e la gente non c’è più, è stato rotto per sempre. L’analisi non è sbagliata quando lo scrittore dice che il popolo è passato alla riscossione crediti.</strong> Pretende cioè un risarcimento morale: nient’altro che la sottrazione del potere alle <em>élites, </em>esattamente come ha già acquisito la distribuzione del potere mediatico. Ora la gente accede a qualunque informazione ed esprime opinioni di fronte ad ogni platea, che costituisce una massa informe e disomogenea.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Baricco ha ragione anche quando afferma che si rende necessaria una distribuzione più equa della ricchezza (lo sosteneva Paolo Volponi, un utopista della società industriale e del capitale). Annota che “la dissimmetria è evidente e che ha scatenato una rabbia sociale che è dilagata come un’immensa pozzanghera di benzina”. La crisi economica e l’Unione Europea, che è solo un apparato burocratico mal concepito, hanno trasformato lo scenario politico dell’Italia. In una visione geograficamente più ampia, sovranazionale, non siamo un unico popolo con un’unica moneta e un’unica bandiera. Siamo un’accozzaglia di popoli in competizione. Ma le sacche di resistenza e la non assunzione di responsabilità sulla grave risi da parte delle<em> élites</em>, hanno generato i termini ambigui di populismo e sovranismo, nonché rispolverato l’accusa fasulla di fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso alle Marche, dove vivo. Un terzo della popolazione in età lavorativa è disoccupata, inoccupata o cassaintegrata. Il potere d’acquisto della moneta è stato pressoché dimezzato e temi che hanno costituito il fiore all’occhiello della democrazia per decenni, sono diventati un tormento come da altre parti: la sicurezza e la sanità. Di fronte ad uno scenario drammatico, l’accusa delle <em>élites </em>è fuori dalla realtà. <strong>Ma su un punto Baricco sbaglia. Il <em>game </em>ha sicuramente rivoluzionato la società ed è entrato in modo feroce nella vita di tutti. L’insurrezione nata con un videogioco e approdata a Facebook, alla piattaforma dove “uno vale uno” è una colonizzazione, una sfera orizzontale, appiattita, ma non un potere, un comando, un dominio.</strong> È una frontiera manipolabile come il telefono, l’iPhone. Rimane uno strumento che non controlla e non gestisce nulla. La rivoluzione digitale ha comportato solo la metastasi delle verità, dell’individuo spazientito, isolato e protagonista in proprio, più autoreferenziale in un sistema monopolistico, scaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri, diceva Pier Paolo Pasolini. L’appello in favore della cultura, dell’opinione che sia frutto di conoscenza e non di comunicazione, di sapere e non di trasmissione di un <em>pour parler</em>, è pressoché caduto nel vuoto. <strong>La cultura non entra nel dibattito, si lascia soffiare un primato, dicevamo. Se ne resta in sella ad un cavallo che non corre. Non basta scrivere romanzi, poesie, saggi. Bisogna afferrare la realtà, maneggiarla, proporre idee, occuparsi di giustizia della cultura che in fondo equivale alla giustizia sociale.</strong> L’attenzione ad un settore molto trascurato è il nucleo del pensiero che si rinnova. Più soldi alla cultura e meno alle clientele. Meno denaro a pioggia e più autonomia. Più meritocrazia e meno burocrazia. Meno eserciti di controllo, più progetti lungimiranti. Il potere delle <em>élites</em> si scalza con l’applicazione del principio di riconoscimento del merito, che è tipico di una società liberista che in Italia, dalla prima Repubblica ad oggi, non ha avuto mai spazio né consenso. L’acquisizione di un potere non elitario avverrà solo quando un concorso pubblico non sarà deciso a tavolino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia spende per l’istruzione il 4% del Pil. Peggio di noi, nella Ue, fanno solo l’Irlanda (3,7%) e la Romania (3,1%). Tutti gli altri stati membri spendono di più e la media Ue è del 4,9%. Per l’università</strong><strong> in particolare, viene speso lo 0,4%: siamo in penultima posizione in tutta la Ue</strong>, davanti al Regno Unito (0,3%), ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%). Per ricerca e sviluppo l’Italia spende l’1,33% del Pil, posizionandosi sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni. Peggio di noi fanno Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia e Slovacchia. Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% lo fornisce l’impresa no profit o l’investimenti estero. Di questo passo la cultura non solo non conterà più nulla, ma sarà un mero fastidio, un intralcio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendo ad esempio un libro. <em>Lo scrittore invisibile</em> (Gaffi 2014) di Alfonso Berardinelli (che stimo) è una raccolta miscellanea di interventi, nonché di interviste, sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Emerge immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto <em>maquillage</em> culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Polemizza con il costume, la politica, la società, sul termine rivoluzione usato un po’ ad effetto (l’idea della rivoluzione è stata un mito che nell’Occidente moderno è diventata una teoria). E sul pensiero unico del Novecento annota che “il marxismo ha fatto deserto di tutto ciò che lo ha preparato e accompagnato, e quando è crollato sembra aver lasciato il deserto dietro di sé”. <strong>L’Italia risulta un paese vario, ibrido, con un carattere non propriamente nazionale, “innamorato” delle parole. Berardinelli sostiene che l’<em>élite</em> culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo una realtà indomabile, mentre il male avrebbe a che fare sempre con l’irrealtà”. Anche Berardinelli sbaglia: le <em>élites</em> esistono ancora.</strong> In un’intervista rilasciata nel 1993, il critico afferma: “Penso che una delle cose più nuove che ci troviamo di fronte è proprio la scoperta che la politica è un brutto affare”. C’è la tendenza a respingere la delega ai partiti di tutto ciò che non appare un problema di natura economica: sogni, utopie, ideali, come fosse necessario delimitare i fatti sociali. È la scoperta dell’acqua calda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intellettuali, fate finalmente proposte concrete. Il poeta Roberto Roversi, anni fa sosteneva che mentre il livello medio della cultura si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendeva il pensiero che subisce un’elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo.</strong> Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di compromessi e di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere ogni tensione. La prossima volta, personalmente, lanceremo un suggerimento, una vera e propria mozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Elogio spudorato di Massimo Giletti, il giornalista (invidiato dai giornalisti) che passa, con agio funambolico, da Celentano al caso di cosa nostra</title>
		<link>https://www.pangea.news/elogio-spudorato-di-massimo-giletti-il-giornalista-invidiato-dai-giornalisti-che-passa-con-agio-funambolico-da-celentano-al-caso-di-cosa-nostra/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 08:06:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti.</strong> Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della professione. <strong>Nei confronti di Giletti ha avviato diversi procedimenti disciplinari per commistione tra attività giornalistica e pubblicità. E lui, nel 2008, per tagliare la testa al toro, si è dimesso dall’Ordine. Anche in questo caso trovo l’Ordine dei giornalisti inutile e ipocrita</strong> perché la deontologia la valutano i lettori/spettatori e non “colleghi” che non hanno mai scritto un articolo come si deve in vita loro; e perché più un giornalista è ricco – anche grazie al ruolo di testimonial aziendale – e più è probabile che sia libero e indipendente di scrivere-dire quello che reputa veritiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta di fatto che la sera della Befana sono lì a guardare “Non è l’arena”, dove prima si festeggia l’81esimo compleanno di Celentano</strong>, poi l’estro di Fiorello e, nel intermezzo, assistiamo a un momento di assoluta emozione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti davanti alle telecamere si trova piuttosto a suo agio, tant’è che canta – bene ma non benissimo – un paio di canzoni di Celentano, in un duetto con il sorprendente Claudio Santamaria</strong> – sì, l&#8217;attore, bravo anche con la voce e la chitarra. Poi arriva l’intermezzo per informare il pubblico sulle novità del caso di cronaca che la redazione giornalistica sta portando avanti da tempo sulle tre sorelle Napoli, imprenditrici agricole vittime da anni di intimidazioni mafiose a Mezzojuso, nel palermitano, senza protezioni dallo Stato e senza la solidarietà degli altri concittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La novità è che a Salvatore Battaglia, l’unico in paese a difendere le tre sorelle, degli ignoti hanno bruciato la macchina. Il resto, oltre a una vicenda simile a molte altre che le pagine di cronaca, letteratura, cinema e musica hanno raccontato con dovizia di particolari, fa già parte della storia della tv italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti in un istante passa dai sorrisi e dal karaoke a primi piani di rara intensità, infervorandosi, difendendo le sorelle minacciate e il suo lavoro giornalistico</strong>, attaccando questo e quello, elogiando il coraggio civico di Salvatore – eroe borghese di una Italia che ha un disperato bisogno di una nuova generazione di cittadini gramscianamente non indifferenti – con una navigata capacità di gestire il ritmo della trasmissione e il pathos narrativo, tanto che il pubblico parte con una spontanea standing ovation, fino al colpo di scena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il diabolico Giletti – diabolico per la funambolica bravura – fa alzare in piedi Salvatore e lo invita ad avvicinarsi e poi gli consegna le chiavi di un’auto nuova, regalata dal programma, abbracciandolo e piangendo.</strong> Adesso si commuovono tutti, compreso il sottoscritto sul divano. E anche se per tutto il tempo della trasmissione hai un po’ la sensazione che Giletti sia sempre un filo eccessivo, ma soltanto un filo, sopra le righe quanto basta e che alla fine non guasta e anzi, con tutto quel pathos e coinvolgimento personale e fervore che dal singolo diventa collettivo… ti fa sperare in una Italia migliore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</title>
		<link>https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 05:34:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No, non è perfetto – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. Eppure è superlativo, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No, <strong>non è perfetto</strong> – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. <strong>Eppure è superlativo</strong>, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il corso del nuovo anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo Houellebecq, in <em>Serotonina</em>, ha un <strong>problema </strong>troppo grande per non essere notato, che mi porterebbe a bocciarlo senza appello, se non fosse per il tripudio di saggezza esistenzialista – e politicamente scorrettissima – che tracima abbondante dalle sue righe. Il francese ha creato un <strong>personaggio </strong>– un consulente esterno del Ministero dell’Agricoltura – decisamente <strong>inadatto per far uscire dalla sua bocca riferimenti letterari che spaziano con leggerezza all’interno di tutta la letteratura europea</strong>. Se la cosa era tranquillamente accettabile per Bruno, il professore di letteratura in <em>Le particelle elementari</em>, oppure nel caso del docente universitario di <em>Sottomissione</em>, con <em>Serotonina</em> sembra proprio che Houellebecq abbia voluto strafare. In verità, qui, <strong>il solo protagonista è lui, con le sue idee</strong>, e le mentite spoglie che ha scelto come abito di scena non gli si attagliano neanche un po’. Ma forse il mio è un vezzo da critico pieno di rigide convinzioni come quella che <strong>il linguaggio debba essere commisurato</strong>, in particolare quando si usa la prima persona, <strong>al soggetto parlante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg" alt="" width="139" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15.jpg 444w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Diciamo allora che adotteremo quella che in gergo tecnico si chiama <strong>“sospensione di credibilità”</strong>. In sostanza: <strong>nella vita reale uno non parlerebbe mai così ma, quando si tratta di fiction, non si possono adottare gli stessi parametri</strong>. Difficile dirlo per un romanzo che avrebbe la pretesa di essere realista, se non neonaturalista – almeno questo sembra essere il genere adottato dallo scrittore, da <em>Sottomissione</em> in poi. Noi lo prenderemo per buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, <strong>Houellebecq vince a mani basse. “Ed ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé…”</strong>. Vero, verissimo! Direi che non c’è altro da aggiungere. Houellebecq è il medico perfetto per l’Occidente, quello a cui ognuno si vorrebbe rivolgere, quando abbiamo la certezza della malattia e tutti intorno ci prendono oscenamente per il culo. E lui ha ragione, <strong>siamo malati terminali e un’ideologia idiota ci impedisce di metterlo nero su bianco</strong> – per fortuna, lui di lusingare il pensiero dominante se ne sbatte altamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto delle considerazioni, solo apparentemente buttate lì a caso, è ogni volta fulminante: “il porno è sempre stato all’avanguardia dell’innovazione tecnologica”; “di sicuro non c’è alcun settore dell’attività umana che sprigioni una noia così assoluta come il diritto”. Personalmente non avrei alcunché da obiettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto, comunque, di tutta la sordità diffusa tra quelli che faranno finta anche questa volta di non sentire, <strong>vorrei proprio sapere chi non si ritrova nella vita del protagonista</strong> di <em>Serotonina</em>. Certamente, lui è ricco o almeno decisamente benestante – condizione oramai rara, dopo lo sterminio programmato della borghesia. Per il resto, è tutto <strong>impietosamente vero: “In Occidente nessuno sarà più felice […], mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche”</strong>. O vorreste forse negare che “Parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine” e che “il mondo sociale era una macchina per distruggere l’amore”, ovvero l’unica cosa che potrebbe dare un senso alle nostre già miserabili – ontologicamente miserabili – esistenze?</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, Houellebecq sa bene che <strong>c’è stato un tempo in cui le cose erano più semplici, naturali, normali e francamente meno problematiche</strong>. Quell’epoca è tragicamente <strong>venuta meno a seguito di tutte le cosiddette “grandi conquiste di civiltà”</strong>: “per me come per tutti i miei contemporanei la carriera professionale delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra cosa, era il criterio assoluto”. Sulla base di questo presunto grande principio, infatti, il protagonista perde la possibilità di avere al suo fianco la ragazza che ama. Non è concepibile chiederle di abbandonare il lavoro per diventare “la mia donna”. Sarebbe troppo in controtendenza rispetto al progressismo diffuso. <strong>E così l’uomo occidentale si ritrova a dover inghiottire ogni giorno il dosaggio massimo di un farmaco antidepressivo, a ubriacarsi per reggere l’insulso susseguirsi dei giorni, sperando solo che tutto ciò lo porti quanto prima all’estrema conseguenza, la morte.</strong> Alla donna, oggetto d’amore del protagonista, non va meglio: dopo un concerto, si è fatta scopare da uno ed è rimasta incinta, ritrovandosi infine a dover crescere un figlio senza padre. Potrebbe unirsi nuovamente a lei, in una di quelle assurde forme altrimenti note oggigiorno con la neutra e quasi dolce dicitura di “famiglie allargate”, che i francesi chiamano letteralmente “ricomposte”? Stando a Houellebecq, pare proprio di no: <strong>“io di famiglie ricomposte non ne avevo mai viste, mentre di famiglie decomposte sì, in pratica non avevo visto altro”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza voler essere eccessivi, si può tranquillamente ammettere che <strong>nessuno di questi tempi</strong> – e malgrado questi siano effettivamente i tempi che stiamo vivendo – <strong>parli di ciò, del vero e proprio tramonto dell’Occidente</strong>, e meno che mai in letteratura. Perlomeno, nessuno riesce a contemplarlo in tutta la sua portata.</p>
<p style="text-align: justify;">In <strong><em>Serotonina</em></strong>, invece, <strong>la visione è totale</strong>, non esclude niente: la <strong>distruzione della famiglia</strong> e di conseguenza della società; i gloriosi e tragici <strong>movimenti di rivolta di una borghesia allo stremo</strong> – e non una semplice anticipazione dei gilet gialli; <strong>l’annichilimento </strong>di qualsiasi <strong>pulsione vitale</strong> in noi; il <strong>bisogno di trovare un senso trascendente</strong> – le ultime righe sono per Lui: Dio esiste ed è amore, non diversamente da quanto sosteneva Ratzinger nella sua enciclica <em>Deus caritas est</em>. E questo Dio potrà anche “essere un mediocre sceneggiatore”, come sta scritto, ma di certo non lo è lo scrittore francese. <strong>Houellebecq è il profeta</strong>, la coscienza europea, l’unica possibilità di salvezza della sua letteratura e del continente stesso. Se un giorno avremo dimenticato questo spaventoso incubo europeista, sarà grazie a lui che ci ha brutalmente svegliati, mentre eravamo in caduta libera verso il precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Caro Michel,</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">lo sapevo – lo sapevamo tutti – lo sapevi tu, soprattutto. Non avrei dovuto leggere <em>Serotonina</em>, sappiamo tutti che è un romanzo mediocre, d’altronde, lo sai, hai scelto di ergere la mediocrità a genio, dimostrando che <strong>si può vendere molto con un libro modesto, che <em>Houellebecq</em> è diventato una griffe dello scemo prêt-à-porter editoriale, ormai sei l’Armani dei depressi, la panacea per gli scrittori ombelicali, il cesso del narcisismo.</strong> Intendo, Michel, che sei uno scrittore tipicamente, clamorosamente degli anni Novanta, un reazionario dell’ovvio, lo sai anche tu – la massa lettrice riconosce sempre ciò che gli è noto, che annota da anni, a cui è riconoscente; l’ignoto, che è il carato della profezia, sconvolge il giudizio, viene ammesso con sospetto. <strong>Le tue riflessioni sono barbaricamente idiote, meno interessanti delle speculazioni del lavandino. Ne cito una, sull’amore:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella donna l’amore è una potenza, una potenza generatrice, tettonica, quando l’amore si manifesta nella donna è uno dei fenomeni naturali più imponenti di cui la natura possa offrirci lo spettacolo, è da considerare con timore, è una potenza creatrice dello stesso tipo dei terremoti o degli sconvolgimenti climatici, è all’origine di un altro ecosistema, di un altro ambiente, di un altro universo, con il suo amore la donna crea un mondo nuovo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, una frase come questa va bene come sfondo a una puntata di <em>Grey’s Anatomy</em>, dove turbe di umani esagitati, nella latrina dell’ego, spacciano sentenze esistenziali, esiziali, inesistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vado avanti, Michel, sperando che questa mia abbia per te un valore catartico, catatonico. Qui definisci la prostituta, senza alcuno sforzo intellettivo: <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La puttana non seleziona i propri clienti, è proprio quello il principio, l’assioma, la puttana dà piacere a tutti, senza distinzione, ed è grazie a questo che accede alla grandezza.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui ti fai delle domande che dovrebbero creare qualche sommovimento nel sistema arterioso, invece sono stupide, indotte dal dio del banale, servono per indottrinare i sudditi del giusto mezzo</strong>, i vagabondi del niente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da dirti, Michel, mai letto Leopardi?, mai sperimentato il suo adamantino rafting nel nulla? Provaci, sfoglia lo <em>Zibaldone</em>, scoprirai il piacere di essere ammutolito, Leopardi zittisce tutti i tuoi incubi da illibata concubina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vuoi fare il battutista, Michel, mi intristisci con la tua insipienza:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una Lolita sarebbe stata in grado di far perdere la testa a Thomas Mann; Rhianna avrebbe fatto sbarellare Marcel Proust; quei due autori, vette delle rispettive letterature, non erano, per dirla con altre parole, uomini dignitosi, e si sarebbe dovuto risalire più indietro, all’inizio del XIX secolo, ai tempi del romanticismo nascente, per respirare un’aria più salubre e pura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magari possedessi la sontuosità narrativa di Thomas Mann, magari fossi benedetto dalla vastità intellettuale di Marcel Proust, magari riuscissi a scrivere <em>Lolita</em>, magari fossi eroticamente penetrante come Rhianna. </strong>I temi definitivi del romanzo, il sesso e Dio, cioè la vita e la morte, cioè il tutto e il nulla, cioè i cardini della letteratura, sono trattati scioccamente, senza il brillio di una intuizione, di una avventatezza narrativa. Sul sesso ti cito questo passaggio:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pieno di buona volontà, mi tolsi i pantaloni e gli slip per renderle più agevole prenderlo in bocca, ma in realtà ero già preda di una premonizione inquietante, e quando Claire ebbe vanamente masticato per due o tre minuti il mio organo inerte capii che la situazione rischiava di degenerare e le confessai che in quel periodo prendevo degli antidepressivi (“dosi massicce” di antidepressivi, aggiunsi per sicurezza) che avevano l’inconveniente di sopprimere in me ogni traccia di libidine.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio annacquato, la libido che sbrodola via, la sessualità incancrenita, la vecchiaia che disintegra ogni bramito di carne, sono elementi che vanno esasperati, esagitati, abusati. Ecco. Non c’è alcun abuso, in te, Michel, che non sia l’abusivismo dei cliché, dottrine retrodatate – te l’ho detto, sei uno scrittore degli anni Novanta che giunge a noi, ora, in ritardo, vent’anni dopo – stinte, antiquate.</strong> Leggiti Massimiliano Parente, Michel, che sull’eros, sul porno, sull’eccesso e sull’oltreterra della foia e sul sopruso ha scritto, con la ‘Trilogia dell’inumano’, qualcosa di notevole, di drastico, dovrebbe diventare il tuo abbecedario. Leggiti Andrea Temporelli, che in <em>Tutte le voci di questo aldilà </em>porta la questione letteraria sul tremito del suicidio, Michel, mioddio, bela, ulula, sbraita, abbandonati al gorgoglio dei ghigni, strappati la pelle, spolpaci, portaci in un viaggio mefistofelico dal sottosuolo alla Gerusalemme celeste, dal fango al cosmo, ma questo pantano retorico, ti prego, evitacelo.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Su Dio, poi, sei quasi pietoso, il beghino del buon credo:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se hai scoperto il sacro nel dissacrato, sono felice per te, piglia la via del monastero e non farci la predica. Se invece pigli Dio sul serio, sfidalo a duello, prendilo a testate</strong>, detronizzalo, dissezionalo, annaffialo nella colpa, coltivalo nel danno, dagli valore di dramma. Si scrive azzannando, mica facendo un valzer sul primo pulpito che capita.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, Michel, la tua scrittura, speculare alla mediocrità sponsorizzata nel romanzo. <strong>Sciupata, nitidamente anonima, da scrittore sottodotato, frollato nel piagnisteo. Ti cito un esempio, tra i tantissimi:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alle sette in punto mi alzai e attraversai il soggiorno senza fare il minimo rumore. La porta dell’appartamento, blindata e massiccia, era silenziosa quanto quella di una cassaforte. A Parigi il traffico era fluido in quel primo giorno di agosto, trovai perfino parcheggio in Avenue de la Sœur-Rosalie, a pochi metri dall’albergo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sai, un lettore vuole annegare nella gioia o nell’angoscia. “L’infinito è l’eccesso, l’opposto del giusto mezzo, della misura, del finito”, scrive Benjamin Fondane</strong> in un miracoloso saggio che sonda <em>Baudelaire e l’esperienza dell’abisso. </em>In particolare, parlando della filosofia greca, Fondane forgia una memorabile metafora: “si presenta a noi come la Vittoria di Samotracia – una scultura senza testa da cui la testa fu deliberatamente omessa, poiché doveva rimanere esclusiva proprietà degli ierofanti; consegnato il corpo al pubblico, la testa, gelosamente conservata chissà dove, non smetteva di guidarne l’espressione e il significato, come verità occulta e ineffabile su cui riposava il discorso visi bile ed espresso”. Vedi, in te, Michel, non c’è infinito e non c’è eccesso, non c’è occulto né mistero: ma è quello, solo quello, incedere in ciò che inciampa, che squassa, che cerchiamo.<strong> Il resto – il giusto mezzo, il visibile – è davvero geometricamente troppo poco. Ora che anche chi ti ha osannato per anni – non sono tra costoro – comincia a nutrire dubbi su di te, caro Michel, ora che soltanto per questo, per spirito di sfida, ti difenderei a spada tratta, non posso che ricordarti, per onore di verità, </strong>che sei uno scrittore senza testa, che sei uno scrittore senza palle.</p>
<p style="text-align: justify;">Affettuosamente,</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
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		<title>Scrivere significa rompere gli schemi: le 5 regole di J.K. Rowling per diventare scrittori. Incredibile: c’è più sale nella creatrice di Harry Potter che nella Scuola Holden &#038; Co.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2019 11:25:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dare una regola alla scrittura, che è frutto dello sregolamento e figlia la sregolatezza, è una ingenuità, è come dire che Dio, l’inafferrabile, è effettivamente nella cabbala dei dieci comandamenti, il codice civile per tenere a bada quegli incivili che andavano dietro il primo vitello dorato che passa, o nella ramanzina domenicale del prete, atta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dare una regola alla scrittura, che è frutto dello sregolamento e figlia la sregolatezza, è una ingenuità, è come dire che Dio, l’inafferrabile, è effettivamente nella cabbala dei dieci comandamenti</strong>, il codice civile per tenere a bada quegli incivili che andavano dietro il primo vitello dorato che passa, o nella ramanzina domenicale del prete, atta a imbambolare i buoni di cuore. <strong>Non esistono ‘regole’ che regolino la scrittura, che è tale perché infrange ogni regola. Per questo, le regole – decaloghi, cataloghi, monologhi – compilate dai grandi scrittori sono interessanti come spunto e come fonte</strong>, sono utili per entrare nella mente – laboriosamente menzognera – di quel particolare scrittore. Insomma, le regole redatte dagli scrittori non sono il cuore della loro scrittura: sono la bile, l’esito rabbioso della loro lotta contro il ‘mostro’, la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di ‘regole’ ce ne sono tante. Ci sono le regole monastiche e quelle che narrano la clausura della scrittura. Ce ne sono di inutili e anche di interessanti.</strong> I ragionamenti di Robert Louis Stevenson e di Julio Cortázar sono raffinatissimi, le opinioni letterarie di Anton Cechov sono tenere, le mitologiche prefazioni di Joseph Conrad e di Henry James sono pezzi d’arte, il decalogo di Horacio Quiroga è formidabilmente folle. Tra le ‘regole’ dettate da un contemporaneo, mi paiono degne di letture quelle di Liliana Heker, <a href="http://www.pangea.news/scrivere-e-una-questione-di-vita-o-di-morte-liliana-heker-e-i-dieci-comandamenti-della-scrittura/" target="_blank" rel="noopener">che ho pubblicato qui</a>. Non è questione di ispirazione, in questo caso, ma di spirito, la spiritualità della scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora. Il giorno dell’Epifania – volgarmente, ‘befana’ – <strong>anche J.K. Rowling, per titillare il pubblico, ha dettato le sue regole <em><a href="https://www.jkrowling.com/opinions/on-writing/" target="_blank" rel="noopener">On Writing</a>. </em>Ammetto di non essere un fan di Harry Potter – arrivo a preferire i film rispetto alla sciatteria estetica dei libri </strong>– ma la storia della Rowling (dal niente al tutto, dalla disperazione alla fama) è affascinante; come ha un certo fascino l’ansia di J.K. di accreditarsi come scrittrice in grado di dettare le regole del gioco. Eccole, ad ogni modo, le sue regole, costruite intorno a cinque concetti capitali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Lettura. </em></strong><em>Specialmente per gli scrittori giovani. Non puoi diventare uno scrittore capace senza essere un devoto lettore. Leggere è il modo migliore per analizzare cosa rende interessante un libro. All’inizio probabilmente imiterai i tuoi scrittori preferiti, ma è un buon modo per imparare. Troverai la tua voce, dopo un po’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Disciplina. </em></strong><em>I momenti di pura ispirazione sono gloria, ma la maggior parte della vita di uno scrittore, è cosa consueta, risiede nel sudore più che nell’ispirazione. Devi scrivere anche se la musa non collabora. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Resilienza e umiltà. </em></strong><em>Rifiuto e critica sono parte della vita di uno scrittore. Riprendersi e andare avanti ha un valore inestimabile se vuoi sopravvivere alla valutazione del tuo lavoro. Il critico più acuto e duro spesso risiede nel tuo cervello. Parte della ragione per cui ho passato sette anni dall’idea della “Pietra Filosofale” alla pubblicazione è dovuta al fatto che ho rigettato per mesi il manoscritto, certa che fosse spazzatura. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Coraggio. </em></strong><em>La paura di fallire è la ragione più triste che ti impedisce di fare ciò che devi. Infine, ho trovato il coraggio di presentare il mio primo libro ad agenti ed editori nonostante mi sentissi una fallita. Non è meglio essere una persona che ha concluso il proprio progetto, piuttosto che uno che parla continuamente di ciò che avrebbe desiderato fare?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Indipendenza. </em></strong><em>Intendo: resistere alle pressioni che ti intimano di seguire religiosamente i Dieci Consigli perfetti per scrivere un bestseller, che ti insegnano cosa devi assolutamente fare per guadagnare un milione di dollari con la scrittura. In definitiva, nella scrittura è come nella vita, il tuo compito è fare il meglio di ciò che puoi, migliorando i tuoi limiti se è possibile, accettando il fatto che le opere d’arte perfette sono solo un po’ meno rare degli esseri umani perfetti. Trovo conforto nelle parole del grande giornalista e attore Robert Benchley: “Mi ci sono voluti quindici anni per scoprire che non avevo alcun talento per la scrittura, ma non potevo rinunciarvi, a quel tempo ero troppo famoso”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, cose di buon gusto e di buon senso, i buoni consigli di una casalinga, di una prozia in vena di eccitazioni. <strong>Ci sono però un paio di cose che la Rowling dice, di un certo interesse. La prima è astrale. “Non riesco davvero a separare la ‘vita’ dalla ‘vita da scrittore’, è più un bisogno che un amore”. Chi scrive è impastoiato nel groviglio della scrittura – fino a rischiare afasia e soffocamento.</strong> E poi. “Non sopporto le liste, non sopporto chi mi dice cosa ‘devi fare’, nella vita e nella scrittura. <strong>Qualcosa si ribella in me quando qualcuno mi dice cosa devo fare e come devo comportarmi per avere successo. La verità è che ho avuto successo andando in una direzione che per la maggior parte delle persone era un vicolo cieco</strong>, rompendo tutti gli schemi della narrativa per ragazzi che funzionava negli anni Novanta, quando i protagonisti maschili erano fuori moda e la scuola era un anatema e nessun libro ‘per bambini’ doveva essere più lungo di 45mila parole”. Scrittura è rompere gli schemi. Banale ma vero. C’è più sale in J.K. che nella Scuola Holden, che nella scolarizzazione degli scrittori italici. (d.b.)</p>
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		<title>“Ascolto i benzinai e le amiche di mia madre – e insegno a leggere”: dialogo con Guido Conti, l’ultimo dei cantastorie, tra Arrigo Sacchi, Guareschi e Stendhal</title>
		<link>https://www.pangea.news/ascolto-i-benzinai-e-le-amiche-di-mia-madre-e-insegno-a-leggere-dialogo-con-guido-conti-lultimo-dei-cantastorie-tra-arrigo-sacchi-guareschi-e-stendhal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Nov 2018 05:23:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è uno scrittore che se ne sta per i fatti suoi, che ha fatto dello stare appartato una forma di appartenenza. Scoperto da Pier Vittorio Tondelli, fan di Guareschi, su cui, dieci anni fa, ha scritto una biografia di successo, per Rizzoli (“la sua lezione di umanità ha bucato il suo tempo e i confini [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è uno scrittore che se ne sta per i fatti suoi, che ha fatto dello stare appartato una forma di appartenenza. <strong>Scoperto da Pier Vittorio Tondelli, fan di Guareschi, su cui, dieci anni fa, ha scritto una biografia di successo, per Rizzoli</strong> (“la sua lezione di umanità ha bucato il suo tempo e i confini nazionali, al di là di ogni ideologia”), Guido Conti è un po’ il Ligabue della letteratura italiana contemporanea, lima i suoi romanzi nella melma della provincia emiliana, dove si snoda il Po, quel pitone bruno, paziente, letale (l&#8217;esordio è con l&#8217;editore Guaraldi, &#8220;a cui devo veramente tutto&#8221;, nel 1995, con <em>Della pianura e del sangue</em>; il successo accade con il Premio Chiara per <em>Il coccodrillo sull&#8217;altare</em>, 1998, e il Campiello, l&#8217;anno dopo, a <em>I  cieli di vetro</em>, entrambi editi da Guanda). Così, mentre gli scrittori italiani si dividono tra quelli che vogliono educare e quelli che preferiscono provocare, Conti, che ha appena pubblicato per Giunti <a href="https://www.giunti.it/libri/narrativa/quando-il-cielo-era-il-mare-e-le-nuvole-balene/" target="_blank" rel="noopener"><em>Quando il cielo era il mare e le nuvole balene </em></a>(pagg. 336, euro 17,00), <strong>sta per i fatti suoi, tra i rari affabulatori, i cantastorie, quelli che roteando il cappello invocano meraviglie.</strong> Nel suo romanzo, per dire, che narra la crescita rustica di Bruno, una specie di Tom Sawyer, c’è “un orso gigante” guidato da “un uomo magro con i baffi e un imbuto di metallo rovesciato in testa come cappello”, che viene stipato nella stanza “dove tenevano i secchi di grano”; poi c’è il nonno che “aveva scritto direttamente a Stalin, in Russia, una lunga lettera dove lui parlava della fatica dei contadini nella Bassa emiliana”; e poi c’è la Seconda guerra che passa, ingurgitata dal “grande fiume” che “correva tranquillo… rispecchiando il cielo, indifferente alla follia della guerra, all’odio degli uomini, alla violenza di Caino e Abele”. <strong>Guido Conti ha raccontato la storia memorabile di Arrigo Sacchi (“partendo da una squadretta di prima categoria, è sulla panchina della nazionale nella finale del mondiale: conosci qualcun altro che ha fatto questo?”) e ha stilato l’epica del Po</strong> (<em>Il grande fiume Po</em>, Mondadori, 2012), crede che sia più importante imparare a leggere che insegnare a scrivere. Cesare Pavese, molti decenni fa, ci fece capire che il Middle West, cioè la letteratura autenticamente ‘regionale’, fosse in Piemonte; oggi verrebbe da dire che James Agee e Cesare Zavattini, Sherwood Anderson e Giovannino Gureschi, Truman Capote e Guido Conti brindano insieme in una osteria della più profonda, fervida Emilia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64134 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Conti1-196x300.jpg" alt="Guido Conti" width="108" height="165" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Conti1-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Conti1-768x1174.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Conti1-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Conti1-600x917.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Conti1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 108px) 100vw, 108px" />Intanto, un romanzo dove c’è ancora il Po, il luogo delle tue ispirazioni, dove, dallo spettro di una storia fai accadere la Storia. Traggo le conseguenze: pensi che la narrativa sia parlare del proprio particolare – la provincia, i luoghi laterali, ancora incredibili – rendendolo universale: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono nato a Parma, sono emiliano. Il Po e la via Emilia segnano il territorio dove sono nato.<strong> Sia Tondelli che Bevilacqua (quest’ultimo andrebbe riletto senza pregiudizi), verso la fine degli anni Ottanta quando studiavo a Bologna, mi dissero che prima di tutto, per essere uno scrittore, avrei dovuto leggere tutti gli autori della mia terra. Tutti. E conoscerli bene.</strong> “Senza conoscere quelle voci, come fai a riconoscere la tua?” mi dicevano. Ci sono sempre somiglianze e differenze, e proprio in questa dialettica che la tua scrittura prende forza. Io voglio scrivere libri che vanno oltre le mode del momento. È un altro modo di fare letteratura rispetto ad oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è pieno di aneddoti, di eventi strambi, di leggende locali: dove li hai raccolti, lungo le rive del sinuoso Po? Chi sono le tue fonti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io non invento quasi niente, ascolto la gente che parla, che racconta storie. <strong>Ascolto benzinai, camionisti, donne, amiche di mia madre, gente comune, recupero memorie di famiglia, insomma, mi accorgo che la gente racconta storie che non trovi nella letteratura contemporanea.</strong> Sono i commercianti la prima fonte dei racconti e delle novelle del Boccaccio. Per cui basta ascoltare la gente per capire la scollatura che c’è tra chi scrive e chi vive.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Consegue la domanda: t’importa nulla della letteratura ‘impegnata’, degli scrittori che s’impegnano a ostentare le proprie opinioni politiche? In sintesi: lo scrittore deve stare fuori dal mondo o dentro il proprio tempo? Che rapporti legano scrittura e politica, a tuo avviso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende cosa vuol dire stare “dentro e fuori il mondo”. Certi scrittori che dicono sempre la loro su tutto sono spesso involontariamente comici o semplicemente ridicoli. Ho scritto <em>Il grande fiume Po</em> (2012) dove ho cercato di far capire come solo attraverso la cultura è possibile l’integrazione vera. <strong>Si sono accapigliati per cinque neri da accogliere in qualche comune quando non hanno visto l’invasione silenziosa e in massa di oltre 15.000 indiani del Punjab proprio lungo le rive del Po. E tutto perché il Punjab indiano è identico geograficamente alla Bassa emiliana. </strong>Loro sono a casa, noi, che abbiamo tagliato le radici e non vogliamo più fare lavori che sono alla base della nostra cultura e della nostra tradizione, siamo i veri extracomunitari. <em>Il grande fiume Po</em> è un grande libro politico, che riposiziona il ruolo dell’Italia nell’Europa di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64135 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/guido2-215x300.jpg" alt="Guido Conti" width="118" height="165" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido2-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido2-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido2-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido2-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />Nella tua scrittura c’è sempre qualcosa di ingenuo, di fatale e di fantastico. Ti chiedo qualcosa sui tuoi maestri e preciso: che connessione c’è tra Arrigo Sacchi e Giovannino Guareschi, visto che hai scritto di entrambi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è nulla di ingenuo, io parlerei di “innocenza”, che mi ha portato alla scrittura della favola. Nel libro <em>Nilou e le avventure del coraggioso Hadì</em> (Libreria Ticinum Editore), racconto la difficoltà di convivere insieme tra diverse specie di uccelli nelle nostre città dove sono arrivati i pappagalli. <strong>Hansel e Gretel è più che mai attuale visti i bambini abbandonati sui barconi nel Mediterraneo.</strong> Per Sacchi e Guareschi ho scritto due biografie cercando il cuore dell’uomo. <strong>Il giovane Sacchi vede la finale di Italia Brasile nel 1970 in America. Venticinque anni dopo, partendo da una squadretta di prima categoria, è sulla panchina della nazionale nella finale del mondiale.</strong> Conosci qualcun altro che ha fatto questo? <strong>Che differenza c’è tra una vita come questa, quella di un re, di un artista, o di un personaggio politico?</strong> Anche questa è letteratura, dipende come l’affronti. Guareschi è parte della storia del nostro paese, che andava inquadrato nella storia del Novecento. La sua lezione di umanità ha bucato il suo tempo e i confini nazionali, al di là di ogni ideologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che significa essere ‘scoperto’ da Pier Vittorio Tondelli? Allargo la domanda: dagli anni Novanta in qua la letteratura italiana è proseguita peggiorando? Insomma, chi ti piace leggere dei viventi: solo te, qualcuno, nessuno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da Tondelli ho imparato molto, per molti aspetti ho continuato la sua strada e la sua ricerca. Ci manca moltissimo.  <strong>Dei contemporanei leggo cose molto diverse. Da anni seguo Aurelio Picca, Eraldo Affinati, Alberto Arbasino, un autentico genio narrativo con delle derive stilistiche straordinarie in cui s’insabbia, ma il suo <em>Ritratti italiani</em> è un autentico capolavoro di narrativa dei primi anni venti, dove mescola tutti i registri e tutti gli stili: un vero e proprio Chopin della tastiera del computer.</strong> Leggo Aldo Busi anche se con qualche riserva, e poi Luca Doninelli, Andrea Vitali, che ha una <em>verve</em> da commedia leggera, assai rara oggi, molto novecentesca, e Valerio Varesi, uno dei pochi che ha tentato la grande storia narrativa dell’Italia in tre romanzi, un autore che i critici dovrebbero leggere invece di lamentarsi che non ci sono scrittori, e Piersandro Pallavicini, un romanziere di cui amo l’ironia e il sorrisino al veleno che riesce a fondere nella sua prosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64136 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/guido3-195x300.jpg" alt="Guido Conti" width="112" height="172" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido3-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/guido3.jpg 500w" sizes="(max-width: 112px) 100vw, 112px" />Ricordo la tua ‘scuola del racconto’, che poi è più che altro una scuola di lettura, di buone letture. D’altra parte, la scrittura si può insegnare? Preciso: la tua ‘scuola’ mi pare un progetto anti-Scuola Holden, è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi chiedono se la scrittura si può insegnare, rispondo sempre se sono capaci di costruire un comodino o un armadio. <strong>Io insegno a leggere bene e a capire quello che si sta leggendo. Se non sai leggere oltre le righe come fai a imparare a scrivere?</strong> Non conosco a fondo la metodologia della Holden e i loro corsi per poterli giudicare. Non mi piacciono le scuole di scrittura tradizionali perché non s’insegna a leggere per capire come lavorano e scrivono gli autori. Si danno delle regole che spesso gli scrittori veri infrangono continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il romanzo che vorresti aver scritto, quale quello che scriverai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ce ne sono tanti ma uno in particolare è <em>La certosa di Parma</em>. <strong>Stendhal è veramente feroce, intelligente, sottile, cinico, divertente e va letto lentamente e con attenzione per capire le sottigliezze e le sfumature della sua scrittura. Non è un autore facile. Sto lavorando a un libro su Cesare Zavattini </strong>nella Milano rivoluzionaria degli anni Trenta, un genio della letteratura che non è nemmeno citato nelle storie della letteratura, non so se mi spiego.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>“Nella vita c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo: se scrivessi di Parigi, New York, o Londra allora sì che sarei provinciale…”: Giulio Neri si racconta a Matteo Fais</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2018 07:44:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La maggior parte degli scrittori che conosco, non li ho mai veramente conosciuti. Sì, li ho sentiti, al telefono. Abbiamo dialogato lungamente del sottobosco letterario, delle nostre pubblicazioni. Abbiamo avuto i discorsi che si tengono tra addetti ai lavori. Con Giulio Neri, mio conterraneo, la questione è ben diversa. Ci conosciamo di persona, siamo amici. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La maggior parte degli scrittori che conosco, non li ho mai veramente <em>conosciuti</em>.</strong> Sì, li ho sentiti, al telefono. Abbiamo dialogato lungamente del sottobosco letterario, delle nostre pubblicazioni. Abbiamo avuto i discorsi che si tengono tra addetti ai lavori. Con <strong>Giulio Neri</strong>, mio conterraneo, la questione è ben diversa. Ci conosciamo di persona, siamo amici. Abitiamo a pochi isolati di distanza, a <strong>Cagliari</strong>, in <strong>Sardegna</strong>. Sicché ogni tanto ci si incontra per un pranzo, o una cena. <strong>Tra di noi, si parla un po’ di tutto. E un litro di vino non ci basta quasi mai</strong>, nei nostri lenti botta e risposta. Quando ci salutiamo, siamo sempre belli – si fa per dire – rubicondi e ridanciani.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle ultime volte, sul tavolo del ristorante dove eravamo a mangiare, mi ha buttato lì il suo ultimo libro, <a href="http://www.edizionimaestrale.com//IT/Products/276/A-tie-solu-bramo" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>A tie solu bramo</em></strong></a>, romanzo uscito per <strong><em>Il Maestrale</em></strong>. Forse, chi legge da quello che i sardi chiamano “il Continente”, ovvero il resto dell’Italia, non ha la minima cognizione di cosa sia questa <strong>storica casa editrice nuorese</strong> che, qui da noi, è ormai <strong>un pilastro</strong>. Nel suo <strong>catalogo </strong>ci sono <strong>nomi di spicco della narrativa sarda</strong>, divenuti successivamente molto noti a livello italiano ed europeo. Penso al compianto <strong>Sergio Atzeni</strong>, l’autore di <em>Bellas Mariposas</em>, per non parlare di <strong>Salvatore Niffoi</strong>, vincitore nel 2006 del Premio Campiello, e di <strong>Savina Dolores Massa</strong> che, con <em>Mia figlia follia</em>, è stata anche tradotta in francese. E non sono i soli. <em>Il Maestrale</em> ha dato alle stampe tutti i più grandi. Cosicché, quando Giulio mi ha annunciato la sua prossima pubblicazione con loro, l’ho acclamato con un <strong>“oh bruttu fizu e bagassa”</strong> che, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, è un <strong>solenne complimento</strong> se detto con un certo tono. Se non che, presi dall’entusiasmo, abbiamo aperto un’altra bottiglia di rosso, dando inizio a quest’intervista “a facc’e pari” (<em>faccia a faccia</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63859 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-5-179x300.jpg" alt="Giulio Neri" width="128" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-5-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-5.jpg 364w" sizes="(max-width: 128px) 100vw, 128px" />Scrivere di Sardegna, ambientare anche solo parte della propria narrazione nella terra della Deledda, comporta un rischio – e immagino tu ne sia ben conscio –, ovvero essere identificati come “scrittori regionali”, nel bene o nel male. Tu ti senti tale? Ma, più di tutto, perché hai deciso di far confluire le vicende dei tuoi personaggi nella nostra terra? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il regionalismo per tanti scrittori non ha rappresentato un rischio. Al contrario, è stato alla base di strepitose fortune commerciali. Il punto essenziale, per un autore, è domandarsi se intende aderire a un genere o preservare al massimo la propria libertà espressiva. Ma, ancora più importante: gli serve questa libertà espressiva? O ha bisogno di un sentiero già tracciato, di una bandiera da far sventolare sulla propria opera? <strong>Io credo che il relativo isolamento in cui ho scritto, per anni e anni, sia stato proficuo: son venuto su, nel bene e nel male per l’appunto, senza complessi ideologici e culturali. </strong>Se mi viene da ambientare una storia in Sardegna, non è per assecondare una vocazione regionalistica&#8230; E nemmeno mi sento provinciale se accenno a un nuraghe. Mi spiego? Sarebbe più provinciale, credo, spostare tutto a Parigi, o a Londra, o a New York, solo per non apparire troppo sardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi personaggi, oltre che a livello spaziale, vengono sballottati, per così dire, nel tempo, tra attualità e anni di piombo. Ho notato che questa tendenza è molto diffusa anche tra altri autori under quaranta che, comunque, non hanno vissuto quel periodo di cui raccontano. La domanda è molto semplice: perché vi piace riscoprire momenti storici che, si potrebbe dire, non vi appartengono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh, non è che mi sia occupato dell’età dei Comuni! Nella seconda metà degli Anni Novanta, quando ancora frequentavo l’Università, si avvertiva una sorta di inerzia marxista, il sentimento della Rivoluzione era vivissimo. La teoria, perlomeno. C’era una sorta di rappresentazione teatrale dell’Impegno, più o meno sentita&#8230; In aula, negli androni&#8230; Bastava osservare l’abbigliamento dei ragazzi per farsi un’idea degli stereotipi che abbracciavano. Gli Anni Settanta non si potevano liquidare dalla sera alla mattina e, infatti, sono occorsi venticinque anni. <strong>È proprio la lunga decadenza di un’epoca così partecipata (e mitica) che mi ha indotto a farne lo sfondo di <em>A tie solu bramo</em>: si comincia dallo sfascio dell’Unione Sovietica</strong> e si arriva al cosiddetto conflitto di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La protagonista del tuo romanzo si chiama Clelia Boero. Tu, come autore, senti di poter parlare per una donna, dando una realistica rappresentazione del modus pensandi femminile così radicalmente diverso dal nostro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’errore più diffuso è quello di proiettare nei personaggi femminili il desiderio maschile, renderli cioè funzionali, organici, snaturandone gli aspetti di fisiologica inconciliabilità – perché di questo si tratta, tra uomo e donna. Leggendo di certe eroine, per esempio, si capisce benissimo che l’autore-maschio ha una moglie o una fidanzata che lo tormenta, o che la sua esperienza, <em>tout-court</em>, è limitatissima. Si capisce che la costruzione del personaggio ha qualcosa di compensativo, se non proprio risarcitorio. Altro errore, poi, è la vendetta, con derive mortificanti, di aperto dileggio <em>ecc. </em><strong>Per dare voce a una donna, credo sia fondamentale averne frainteso prima – che so – una buona dozzina&#8230;</strong> Aver imparato, anche, ad amare quei fraintendimenti.</p>
<p><figure id="attachment_63860" aria-describedby="caption-attachment-63860" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63860" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/foto-2-3-300x200.jpg" alt="Giulio Neri" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-2-3-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-2-3-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-2-3-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-2-3-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-63860" class="wp-caption-text">Giulio Neri in una fotografia di Matteo Fais</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché quello che noi chiamiamo un “continentale”, cioè uno che sta “sulla terraferma”, sullo “Stivale”, dovrebbe leggerti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per lo stesso motivo per cui a Cagliari si leggono autori siciliani, veneti, lombardi o liguri. <strong>È una questione di curiosità letteraria, di stimoli intellettuali,</strong> di passione per l’architettura verbale, anche di voyeurismo stilistico, se vuoi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come spiegheresti questo titolo, <em>A tie solu bramo</em>, a tutti quei lettori che sono digiuni di Sardegna? Noi lo sappiamo, questo è il verso di una nota canzone tradizionale… Continua tu.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È la promessa degli amanti, la promessa tra gli sposi. E credo sia, anche, la bugia più struggente, perché è la più&#8230; autentica. <strong>La vita ci porta di continuo a disattendere la promessa, a desiderare, a bramare di scoprire altro e altri, no?</strong> Nessuno, nell’intimo, può dirsi così rettilineo, così immunizzato, così coerente da estromettere tutto ciò che esorbita da quel “voglio te, soltanto te”. Io volevo raccontarne la sacralità, il canto, la promessa che ritorna ogni volta che ci si affaccia sull’assoluto, sulla nuda condizione umana, sull’assenza dell’altro, e sulla morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi definire il genere del tuo libro (storia d’amore, di vita, d’avventura, sociale) cosa diresti e come sintetizzeresti la trama?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo definirei un romanzo d’amore. Con un versante sull’irrisolto, sull’asimmetria dei sentimenti, sull’autolesionismo, anche. <strong>Nella vita c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo, qualcosa che finiamo per fare quasi contro la nostra volontà. Questo mi interessa: l’essere agiti, l’essere mossi da una forza che non comprendiamo sino in fondo, e che ci inguaia.</strong> Se mancasse questo deragliamento l’umanità non sarebbe poi così appassionante, e l’arte non sarebbe così centrale, così decisiva, per radiografare o addirittura spiegare in anticipo certi problemi (relazionali, sessuali, culturali, politici). È vitale che ci sia qualcosa che ecceda, qualcosa che, in ultima analisi, ci sputtani. E c’è una nostalgia che viene proprio da questo, un senso di fallimento, o di spreco, che accompagna l’esistenza e persino gli ideali in cui abbiamo creduto. In <em>A tie solu bramo</em> si parla di questo, di chi molla e di chi si ostina, si aggrappa, continua a provarci, a credere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per concludere, la domanda delle cento pistole: perché scrivere, quando si ha già un lavoro come te? C’è un senso ulteriore che vorresti dare alla tua vita e senti che solo l’arte potrebbe aiutarti a conferirglielo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere non dovrebbe mai essere una scelta. Io ho sempre dovuto farlo. E mi sono posto l’obiettivo di pubblicare solo negli ultimi cinque o sei anni. Prima no, <em>producevo</em> senza un orizzonte. <strong>Più che un lavoro, scrivere è una liberazione e, insieme, una condanna. Ma non ci sono alternative. Si punta la sveglia alle quattro, ma una levataccia simile, così sistematica, e solo per mandare avanti il tuo romanzo, non è una cosa che ti nobilita o che smani di raccontare ai nipotini.</strong> Devi farlo e basta, perché altrimenti affondi. Talvolta, è chiaro, si vorrebbe escogitare un altro sistema per stare a galla, ma poi si torna sempre lì: alla parola, ai personaggi, al progetto letterario. È una nevrosi. Tutto qua&#8230; Ma la speranza, quando si pubblica, è che il tuo libro possa rivelarsi utile, almeno un po’, anche per chi legge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>In risposta a Luigi Mascheroni: io non ho 20mila libri, ma ne ho 10 bellissimi. Dal Pirandello del 1923 alla collezione fanatica di “Alice nel Paese delle Meraviglie” al Dizionario di lingua cimbra</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Aug 2018 10:26:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima cosa che osservo quando entro in una casa nuova o sconosciuta è la libreria: misura, posizione e volumi presenti. Con la scusa della miopia spiccata, chiedo sempre – quando c’è l’oggetto totemistico – se posso avvicinarmi. Inclino la testa, scorro con gli occhi i titoli e mi faccio un’idea della persona. * La [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-risposta-a-luigi-mascheroni-io-non-ho-20mila-libri-ma-ne-ho-10-bellissimi-dal-pirandello-del-1923-alla-collezione-fanatica-di-alice-nel-paese-delle-meraviglie-al-dizionario-di/">In risposta a Luigi Mascheroni: io non ho 20mila libri, ma ne ho 10 bellissimi. Dal Pirandello del 1923 alla collezione fanatica di “Alice nel Paese delle Meraviglie” al Dizionario di lingua cimbra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La prima cosa che osservo quando entro in una casa nuova o sconosciuta è la libreria:</strong> misura, posizione e volumi presenti. Con la scusa della miopia spiccata, chiedo sempre – quando c’è l’oggetto totemistico – se posso avvicinarmi. Inclino la testa, scorro con gli occhi i titoli e mi faccio un’idea della persona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mania mi è nata nella fase dell’imprinting, a casa dei miei zii veneti di Crespano del Grappa: file e file di “Asterix”,</strong> il gallo creato da due geni francesi, Goscinny e Uderzo, che se devi portarti un fumetto in un’isola deserta, ti porti Asterix. Li ho letti tutti, sdraiato per terra sulla moquette. E non ho preso allergie: gli acari li ho ammazzati a forza di mangiate formaggio Asiago stagionato.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’odore di una casa e la libreria sono gli occhi di una persona, la stretta di mano “non convenzionale” quando entri nella sua dimora.</strong> Ricordo case prive di libri, tristi come una pozzanghera d’acqua in autunno, specchio fedele del proprietario. Non chiedo mai “i libri”, li cerco semplicemente con gli occhi e poi mi faccio un “profilo” ideale, che ovviamente non sono disposto a ritrattare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Mascheroni, micidiale firma de <em>il Giornale</em> – scrive il nostro Davide Brullo – ne possiede oltre 20 mila. Io molti meno, ma tutti selezionati. <strong>Una libreria in legno, recuperata ad Asiago da una casa che è stata buttata giù. La proprietaria ha chiamato i miei genitori: “Prima di abbatterla, se volete prendere gli arredi, sono lì per voi”.</strong> I miei genitori hanno portato a Rimini le finestre in stile inglese, quelle bianche, per intenderci, un tavolo in legno e una libreria. Una già ce l’avevo, anni Settanta, in ferro e vetro. La terza idem, quella dei miei sette anni, fatta di compensato, su cui spicca ancora il primo libro letto, escluso i fumetti: “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne. Ero in seconda elementare.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><figure id="attachment_62626" aria-describedby="caption-attachment-62626" style="width: 263px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62626" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libri-300x225.jpg" alt="libri" width="263" height="196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libri.jpg 1600w" sizes="(max-width: 263px) 100vw, 263px" /><figcaption id="caption-attachment-62626" class="wp-caption-text">Un brandello della libreria (pirandelliana) di Alessandro Carli</figcaption></figure></p>
<p>Non possiedo libri economicamente preziosi. Ne ho alcuni però che per me, poeticamente, valgono tanto. I dieci libri must della libreria di Alessandro Carli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rosso di San Secondo, “Marionette, che passione!&#8230;”,</strong> tre atti con un preludio. Milano, fratelli Treves edizioni, 1926. Me lo ha trovato Mirco della Libreria Riminese, 20 euro, oltre 15 anni fa quando, tra il ventaglio dei “soggetti” da studiare per la tesi di laurea c’era anche l’autore di Caltanissetta. Profuma di maglia di lana dei nonni, polvere e tempo, e ha qualche ruga. Da leggere senza umettarsi le dita, sennò si sfalda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gilles Clément, “Manifesto del Terzo paesaggio”,</strong> a cura di Filippo De Pieri, pubblicato da Quodlibet. Piccolo ma prezioso libello, trovato in una libreria sul Lago di Garda, a Riva, se non ricordo male. Ai tempi, quindi oltre dieci anni fa, avevo in mente di realizzare un progetto fotografico sul “Terzo paesaggio” riminese. Il progetto è rimasto nel cassetto, il libro sul comodino del mio letto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luigi Pirandello, “Il giuoco delle parti &#8211; Ma non è una cosa seria”. Ed. Treves, 1923.</strong> <strong>Trovato a un euro in una bancarella a Santarcangelo di Romagna dal mio pusher di libri preferito,</strong> un signore marchignolo con la barba che attinge a piene mani nelle topaie di Urbino. Da leggere con i guanti di seta, altrimenti le pagine si staccano. Odora di soffitta, dove ha riposato – a naso – per oltre 50 anni o più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lewis Carroll, “Alice nel Paese delle meraviglie”. Il capolavoro di Dodgson è la mia passione, ne ho oltre trenta edizioni:</strong> colleziono Alice in diverse lingue del mondo. Tra le chicche, una del 1920 acquistata per 20 pound a Portobello Road di Londra e una in lingua “braille”, regalo di compleanno di un caro amico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Princesa” un libro di Fernanda Farías de Albuquerque &#8211; Maurizio Jannelli pubblicato da Est nel 1997.</strong> Trovato in una bancherella di Genova a meno di cinque euro. Nel Nordest del Brasile Fernandinho subisce la violenza di mille José di campagna. Trasformatasi in donna grazie al silicone e alla chirurgia plastica prende il nome di Princesa e fugge verso le grandi città del Brasile e dell&#8217;Europa dove varcherà la soglia della prigione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dizionario della lingua cimbra dei sette Comuni Vicentini” di Umberto Martello Martalar a cura dell’Istituto di ricerca “A. Dal Pozzo” di Roana.</strong> La lingua Cimbra nel sottotitolo viene definita <em>“un idioma antico, non trascurabile componente del quadro linguistico italiano”</em>. Il dizionario è composto di due parti strettamente integrate. Il lessico ampio e significativo, è arricchito di esempi importanti non solo in campo linguistico, ma anche in campo storico e culturale. Scrive l’autore: <em>“Riandare al proprio passato e riflettere su quanto ci ha differenziati non è involuzione, ma riscoperta della nostra identità e riaffermazione della nostra capacità autonoma di comunità anche piccole e di modeste risorse di avere una cultura creativa”</em>. Me lo ha regato la nonna materna, era di mio nonno Gionson, su cui ho scritto un libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il parco incantato” di Mary Luke, edizioni “Club della donna”, 1979.</strong> Trovato in casa, è la storia di un ragazzo che si innamora di una donna dipinta. Poi si scopre che anche un suo antenato si era innamorato della stessa fanciulla. Ottimo regalo da fare per conquistare il cuore di una ragazza, ovviamente se è dotata di un minimo di sensibilità e di interesse. Se non ti caga, puoi regalarle anche una poesia originale di Neruda che non te la dà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per l’editore Corraini, nel 2001, Bruno Munari ha dato alle stampe anche “Cappuccetto bianco”. In queste pagine assolutamente bianche non si vede nulla, ma si sa che c’è una bambina tutta vestita di bianco, sperduta nella neve.</strong> Si sa che c’è una nonna, una mamma, un lupo. Si sa che c’è una panchina di pietra nel piccolo giardino coperto dalla neve, ma non si vede niente, non si vede la cuccia del cane, non si vedono le aiuole non si vede niente, proprio niente, tutto è coperto dalla neve. “Mai vista tanta neve”. Preso al “Giardino dei ciliegi” di Rimini dopo aver rotto le palle a Serena Zocca, una delle proprietarie, che me lo ha ordinato e mi ha fatto anche un piccolo sconto. Pagato meno di 10 euro, ma il suo valore è infinito. Anzi, quello di un assegno in bianco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, traduzione di Nini Bompiani Bregoli (Tascabili Bompiani), una delle tante ristampe di fine anni Novanta. Me lo ha regalato Alessandra, una mia compagna dell’Università.</strong> Viveva a Pesaro, fidanzata ai tempi. Lo abbiamo letto assieme alla Fortezza di Urbino, a due voci. Poi siamo andati a vedere Ludovico Einaudi alla Scala, il “03.03.03”, nelle condizioni migliori per entrambi: esami finiti e in attesa della tesi. Poi ci siamo allontanati, e anni più tardi mi disse che stavo mettendo in pericolo il legame con il suo moroso. Forse oggi sono sposati e hanno un bimbo, e forse lo ha chiamato Alessandro…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, “</strong><strong>Rizzoli Super Pocket 7” grandi best-seller da grandi editori, febbraio 1997, prezzo 6 mila e 500 lire. Preso all’Iper di Savignano sul Rubicone perché era piccolo di dimensioni e poi perché mi aveva colpito il riassunto.</strong> L’ho fatto firmare dall’autore quando è passato a Cattolica a teatro, libro controverso e dibattuto, che ha spaccato la critica. L’ho regalato più volte, soprattutto alle ragazze. Ha funzionato…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Avverto ancora l’odore dei libri della casa di un mio compagni di liceo a Venezia, Sebastiano si chiama. Viveva a San Marco, padre notaio, oggi fa l’avvocato a Bologna. <strong>Libri ovunque mentre nelle stanze si spargevano le canzoni di Fabrizio De André.</strong> Aveva volumi antichi sulla storia di Venezia, edizioni dell’Ottocento e forse anche prima. Ammiravo le “coste”, ingiallite dal tempo. File di libri lungo il corridoio, in sala e in cucina. Come un’Avemaria, però letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella casa di Paola non ci sono libri. Mi ha invitato a cena a luglio, nelle colline di Cesena. Quadri, stampe, poster e dischi, ma nemmeno un libro.</strong> “Non leggo” mi ha detto. Le ho regalato due libri, “alla peggio li usi come fermaporta” le ho sussurrato. Così ha fatto, e me lo ha scritto con toni trionfalistici. A casa mia non la invito, potrebbe svuotarmi la libreria e utilizzare i volumi per “dare aria” alle stanze. Col rischio che poi prendo freddo…</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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