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	<title>Anderson Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Aug 2018 08:18:55 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Quando Lou Reed, l’uomo che voleva distruggere se stesso, decise di abbandonare il palco e di fare il poeta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 07:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul finire del 1969, Lou Reed viveva in un appartamento costoso dell’Upper East Side, a New York. Reed era il chitarrista e cantante dei Velvet Underground, autori di tre album che avevano fatto gridare al capolavoro gli appassionati ma avevano lasciato indifferente il pubblico. Il 1970 doveva essere l’anno dei Velvet. La consacrazione sembrava a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sul finire del 1969, Lou Reed viveva in un appartamento costoso dell’Upper East Side, a New York. <strong>Reed era il chitarrista e cantante dei Velvet Underground, autori di tre album che avevano fatto gridare al capolavoro gli appassionati ma avevano lasciato indifferente il pubblico. </strong>Il 1970 doveva essere l’anno dei Velvet. La consacrazione sembrava a un passo. Usciti dalla sfera d’influenza di Andy Warhol, primo mentore, ed entrati nella scuderia della Atlantic Records, si accingevano a incidere <em>Loaded</em>, un disco che guardava negli occhi i fan della musica pop senza rimangiarsi il marchio della fabbrica: rock distorto (Rock’n’roll) e ballate eteree (New Age). In <em>Loaded</em> ci sono almeno due classici studiati per scalare le classifiche: <em>Sweet Jane</em> e <em>Rock’n’Roll</em>. Nonostante le premesse, la lavorazione fu drammatica. Lou perse rapidamente interesse al disco e lasciò il gruppo prima della fine delle incisioni. Cosa stava succedendo? <strong>L’appartamento costoso di Lou Reed è completamente vuoto, come scopre Sterling Morrison, l’altro chitarrista dei Velvet. Ci sono una cassa di legno in un angolo, un registratore, una chitarra acustica. Il frigorifero contiene un cartone di succo di papaya. Nient’altro. Reed è in piena crisi d’identità.</strong> Ha cacciato dal gruppo il geniale polistrumentista John Cale e lo ha sostituito con il più servizievole Doug Yule. Sterling Morrison è infuriato per i modi dispotici di Lou. La batterista Moe Tucker è incinta e viene sostituita dal fratello di Youle. Ora Lou sente che il manager punta proprio su Youle, il volto pulito dei Velvet. Altro che la faccia da teppista del minaccioso Lou Reed. Non è tutto. <strong>Reed avverte che sta perdendo il controllo della situazione. Non vuole il successo a tutti i costi. Vuole innanzi tutto essere riconosciuto come un artista vero.</strong> I suoi testi cercano di portare l’arte nella musica rock in disaccordo col suo maestro all’università di Syracuse, il poeta Delmore Schwartz, che detestava i parolieri da canzonetta. Invece Lou si trova a dire nelle interviste che gli piacerebbe se i Velvet diventassero un gruppo da discoteca. Per quanto sia offuscato dalle droghe, Lou capisce di non essere se stesso. Al termine di un concerto al Max’s di New York, lascia di stucco il resto della band e se ne va. La batterista Moe Tucker lo trova seduto in disparte, in attesa dell’arrivo dei genitori. Cerca di farlo tornare sui suoi passi, senza riuscirci. Quindi Lou saluta Sterling Morrison e gli presenta Toby e Sidney Reed. Morrison ne è sorpreso. <strong>Reed aveva sempre parlato dei suoi genitori come aguzzini che lo avevano sottoposto all’elettroshock per scuoterlo dall’apatia e dalla depressione ma soprattutto per correggere una latente omosessualità. </strong>Lou non perdonò mai Toby e Sidney. Ma nel momento del bisogno si rifugia da loro, a Freeport, benestante sobborgo di New York.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62261 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed-213x300.jpg" alt="libro reed" width="144" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/libro-reed.jpg 355w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />Nell’autunno del 1970, Lou lotta contro l’astinenza dalle droghe e dalla musica.</strong> Torna dallo psicanalista. Abita dai suoi genitori. Accetta un posto nella ditta di famiglia non come erede dell’attività ma come dattilografo a quaranta dollari alla settimana. Prova anche a fare lo spazzino ma resiste un solo giorno. Nel frattempo <em>Loaded</em> viene pubblicato con discreto successo. Doug Yule è il nuovo volto dei Velvet, la stampa a stento si ricorda dell’autore di tutti i brani, il dattilografo Lou Reed. Il 1971 coglie Lou Reed nello spaesamento e nella indecisione. Ha fatto causa al vecchio manager, riprendendosi i diritti delle canzoni dei Velvet ma perdendo la proprietà del nome della band. Poco male. I Velvet senza Reed produrranno un solo disco, il debole <em>Squeeze</em>. <strong>Lou non si decide a ritornare nel circo del rock pur sapendo che è il suo destino. Per un attimo, decide di dedicarsi completamente alla poesia, come avrebbe voluto Schwarz.</strong> <strong>Il 10 marzo 1971 è invitato a leggere le sue poesie alla chiesa di San Marco, a New York. Tra il pubblico ci sono Allen Ginsberg e Jim Carroll.</strong> Sono poesie su politica, sesso e whiskey. Il sapore è vagamente beat ma molti testi sono chiaramente pronti per essere cantati su base rock. E in qualche caso era già stato così, <em>The Murder Mistery</em> era finita nel terzo e omonimo album dei Velvet. Oggi quelle poesie, recuperate da un nastro trovato nell’immenso archivio lasciato da Reed alla Public Library for the Performing Arts al Lincoln Center di New York, sono oggetto di un piccolo ma prezioso libro edito da Anthology, <em>Do Angels Need Haircuts?</em> Ogni testo è introdotto da Reed e il libro offre anche la postfazione della musicista d’avanguardia Laurie Anderson, moglie di Lou. <strong>Siamo solo al primo frutto di una pianta rigogliosa. Nell’archivio ci sono infatti tonnellate di carte, contratti, fotografie e cassette dove Lou appuntava verbalmente testi e melodie.</strong> C’è un 45 dei Byrds, <em>Eight Miles High</em>, con una scritta: «Forse preferirai John Coltrane». Firmato Jimmy Page, all’epoca chitarrista degli Yardbirds. Ci sono i contratti con i musicisti e con David Bowie, produttore di Transformer. Ci sono immagini provenienti dalla Factory di Andy Warhol. Comunque quella famosa serata finì con Lou così gasato dall’entusiasmo del pubblico da fingere di boxare, declamare qualche poesia per la fidanzata Bettye e qualche altra sull’amore omosessuale. <strong>Al termine, Lou afferma di aver mollato per sempre il rock, anche per non far infuriare lo spettro di Delmore Schwartz. Pochi mesi dopo, lo troviamo in partenza per Londra dove lo attende lo studio affittato per incidere il primo omonimo album solista, </strong>composto quasi per intero da brani scartati dai Velvet Underground, suonati da turnisti esperti ma estranei all’estetica selvaggia di Reed. Il risultato è un flop.</p>
<p style="text-align: justify;">La contraddizione non deve stupire. È nel carattere di Lou. Anche il controllo è nel carattere di Lou. <strong>Se non può controllare qualcosa, la distrugge e riparte da zero. La sua carriera musicale è proprio così, un saliscendi vertiginoso tra grandi successi e altrettanto grandi cadute.</strong> David Bowie, che da tempo suonava <em>I’m Waiting for the Man</em>, uno dei classici del repertorio Velvet, decide di prendersi in carico, assieme al chitarrista Mick Ronson, la produzione dell’amatissimo Reed. Il risultato è noto a quasi tutti: <em>Transformer</em>, l’album di <em>Walk on the Wild Side</em>, <em>Vicious</em>, <em>Perfect Day</em> e <em>Satellite of Love</em>. È un successo. Lou Reed prende subito a detestare il disco perché suonava come se fosse di Bowie. Cosa vera solo in parte, visto che <em>Transformer</em> non naviga troppo lontano dalle acque glam di <em>Loaded</em>. A questo punto, mentre la casa discografica si aspetta un “Transformer 2”, Lou recluta il produttore Bob Ezrin per mettere in musica un drammone, ambientato a Berlino, su una coppia che abusa di tutto: sesso, violenza, droga. L’atmosfera è quanto mai decadente, il suono è in continuità con i Velvet, anche se si sente la mano di Ezrin nelle aperture orchestrali e nella teatralità di alcuni brani. <strong>Restano nelle orecchie dell’ascoltatore le urla e i pianti dei figli della coppia. Dal punto di vista commerciale è un bagno di sangue. Inoltre la stampa fa a gara per la stroncatura più feroce.</strong> Oggi <em>Berlin</em> è considerato uno dei miglior dischi della storia del rock.</p>
<figure id="attachment_62262" aria-describedby="caption-attachment-62262" style="width: 141px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62262" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824-218x300.jpg" alt="'O Magazine" width="141" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/copertina5-luglio2018-600x824.jpg 600w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" /><figcaption id="caption-attachment-62262" class="wp-caption-text">La copertina di &#8216;O Magazine di luglio, da cui è tratto l&#8217;articolo di Alessandro Gnocchi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Per la carriera di Reed è una grave battuta d’arresto. A <em>Berlin</em> seguiranno i tour nei quali Reed, eseguendo soprattutto brani dei Velvet, si presenta come il <em>rock’n’roll animal</em>, una belva da palco. Il suono hard rock della band è segnato dai duelli chitarristici tra Dick Wagner e Steve Hunter. Il pubblico gradisce. Il problema è che Lou Reed non gradisce proprio ma fa buon viso a cattivo gioco. Quando è tempo di tornare in studio, Reed non ne può più. È strafatto al punto da dichiarare di non ricordarsi neppure di essere stato presente alle incisioni del nuovo disco. Ironia della sorte, <em>Sally Can’t Dance</em>, album di moderno rhythm and blues, rimarrà il più grande successo di Lou Reed, <strong>che ne trasse questa morale: «È fantastico: più faccio schifo, più il disco vende. Se la prossima volta non compaio nemmeno nel disco, probabilmente arrivo al primo posto in classifica».</strong> Non comparire nel disco&#8230; La battuta si trasforma in profezia. <strong>Lou infatti sembra deciso a far deragliare la sua carriera ogni volta che rischia di diventare una star. Insomma, gli piace auto-boicottarsi. </strong>Quando <em>Loaded</em> potrebbe aprire le porte al successo dei Velvet, Reed se ne va per tornare a Freeport a fare il dattilografo. Quando <em>Transformer</em> lo impone come esponente di spicco del glam rock, Reed manda tutti a casa quelli che si aspettavano una festa. Ora <em>Sally Can’t Dance</em> è addirittura salito ai vertici della classifica del 1974. Ci vuole una risposta adeguata, un fallimento glorioso, un tonfo spaventoso. Nel 1975, i negozi si vedono recapitare <em>Metal Machine Music</em>. Quattro facciate di feedback chitarristico senza alcuna melodia. Roba da far sanguinare le orecchie. Specialmente alla casa discografica. <strong>Il disco è invendibile. E chi lo compra, spesso lo riporta al negozio, protestando. In effetti in copertina c’è Lou Reed versione rock’n’roll animal, immagine quanto mai ingannevole, visto il contenuto del disco.</strong> Sul retro, c’è una autogiustificazione firmata dall’autore: «A molti di voi, questo disco non piacerà». Lou Reed descrive con entusiasmo la sua nuova scoperta: il noise delle chitarre cela armonie e sinfonie segrete. Per la stampa, invece, trattasi di un disco pubblicato per “onorare” nel peggiore dei modi il contratto discografico. Eppure <em>Metal Machine Music</em> ha seguito la strada di <em>Berlin</em>. Rivalutato da una generazione di musicisti abituata al gelo dell’elettronica, finirà trascritto dal gruppo d’avanguardia Zeitkratzer ed eseguito con lo stesso Lou Reed nel 2002. Il risultato è stupefacente e lascia intravedere una delle strade che Lou forse avrebbe percorso se fosse ancora tra noi. <strong>Il noise come musica d’ambiente capace di risvegliare forze assopite. La musica da ascoltare mentre si praticano le discipline orientali come il Tai Chi, che Lou Reed adorava.</strong> A riprova c’è il “Metal Machine Trio” (Lou Reed, Ulrich Krieger e Sarth Calhoun) che, oltre a esibirsi dal vivo, incide <em>The Creation of the Universe</em>, uno splendido disco di ambient “rumorosa” con improvvise esplosioni strumentali. Nel modo in cui il vecchio Lou suona la chitarra si riconosce il giovane Lou che prova a far suonare il suo strumento come il sassofono di Ornette Coleman, pioniere del free jazz.</p>
<p><strong><em>Alessandro Gnocchi</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Le poesie di Lou Reed</em></strong></p>
<p><strong> </strong><br />
<strong>Pensò all’amore nell’indolente oscurità</strong></p>
<p>Pensavo alle nostre notti insieme<br />
A noi due e a come tu non mi abbia ferito<br />
E capisco che sei stata davvero brava,<br />
Ti ho accusata di avere un sapore scadente (mentre mi amavi)<br />
E pensai, in quell’istante<br />
Che si erge oltre ogni riflessione,<br />
Di annullarti come una zecca o<br />
Schiacciarti&#8230;<br />
Come una coccinella.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo il popolo senza terra. Noi siamo il popolo privo di tradizione. Noi siamo il popolo che non sa come morire pacificamente e a proprio agio. Noi siamo i pensieri dei dolenti. Il termine dei domani. Siamo le ciocche dei governanti e i burloni dei re.<br />
Noi siamo il popolo senza diritti. Noi siamo il popolo che ha conosciuto soltanto menzogne e disperazione. Noi siamo il popolo senza un paese, una voce o uno specchio. Noi siamo lo sguardo di cristallo che ritorna attraverso la densità e l’immensità di una nazione bizzarra. Noi siamo le vittime del manifesto indicibile della mancanza di profondità del pieno, pesante vuoto.<br />
Noi siamo il popolo senza dolore che si è spostato oltre l’orgoglio nazionale e l’indifferenza verso una parodia dell’istinto. Noi siamo il popolo disperato al di là delle emozioni che sfidano il pensiero. Noi siamo il popolo che concepisce la propria distruzione e la porta a termine legittimamente. Noi siamo gli insetti del pensiero di qualcun altro. L’incidente del giorno, della notte, dello spazio e di dio senza razza, nazionalità o religione. Noi siamo il popolo. Il popolo. Il popolo.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tutto questo è perché ho sempre desiderato qualcuno che creasse un rossetto nero, così un giorno incontrai un mio amico che lo metteva e gli ho detto, “Dove l’hai preso?” e lui mi ha risposto, “Ehi, amico, tutti lo mettono”. Io gli dissi, “Pensavo di aver fatto qualcosa di nuovo”. Mi dissero, “No, amico”.</em></p>
<p><strong>Rossetto</strong></p>
<p>(Se il rossetto fosse nero<br />
tu lo metteresti<br />
Se l’amore fosse dritto<br />
tu lo torceresti<br />
Se la vita fosse bagnata<br />
tu la incendieresti.<br />
Se la morte fosse assolta<br />
tu l’adempiresti<br />
Se tu fossi la morte<br />
ti sussurrerei<br />
Se tu fossi la vita<br />
ti afferrerei<br />
Se tu fossi qui<br />
ti bacerei<br />
Ma visto che non ci sei<br />
mi mancherai)</p>
<p><em>trad. it. di Matilde Casagrande</em></p>
<p>*</p>
<p><em>L’articolo di Alessandro Gnocchi, “Il canto malinconico di Lou Reed”, è pubblicato per gentile concessione del mensile <a href="https://www.omagazine.it/" target="_blank" rel="noopener">’O Magazine</a>.</em></p>
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		<title>Daniel Day-Lewis addio. L&#8217;ultimo film dell&#8217;ultimo anti-divo</title>
		<link>https://www.pangea.news/58095-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 13:35:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[L'ultimo dei Mohicani]]></category>
		<category><![CDATA[Lincoln]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La maschera pallida ed emaciata di Lincoln, l’orgogliosa fisicità de L’ultimo dei Mohicani, il capitano Achab dell’oro e dei deserti raffigurato ne Il petroliere, i baffi demoniaci del macellaio di Gangs of New York. Sono solo quattro incarnazioni, tra le sparute presenze sul grande schermo (solo 11 film negli ultimi 28 anni dopo l’Oscar virginale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La maschera pallida ed emaciata di Lincoln, l’orgogliosa fisicità de <em>L’ultimo dei Mohicani</em>, il capitano Achab dell’oro e dei deserti raffigurato ne <em>Il petroliere</em>, i baffi demoniaci del macellaio di <em>Gangs of New</em> <em>York</em>. Sono solo quattro incarnazioni, tra le sparute presenze sul grande schermo (solo 11 film negli ultimi 28 anni dopo l’Oscar virginale ottenuto nel 1989 per<em> Il mio piede sinistro</em>) che Daniel Day Lewis ha distillato per coloro che hanno avuto la fortuna di ammirarlo sul pianeta Terra. Ora l’addio, come solo i giganti sanno annunciare e portare a compimento: come ufficializzato prima dell’estate, l’attore anglo-irlandese balla l’ultimo valzer sul grande schermo in <em>Phantom Thread</em>, opera del cineasta americano Paul Thomas Anderson (ricorderete la pioggia di rane di <em>Magnolia</em> o, ancora meglio, il felice sodalizio proprio con Day-Lewis nel già citato <em>Il petroliere</em>, correva l’anno 2007). <strong>Ambientato nella Londra post-bellica, il film delinea la vicenda del famoso stilista Reynolds Woodcock e della sorella Cyril, al centro della moda britannica, impegnati a vestire reali, stelle del cinema, ereditieri, dame e debuttanti.</strong> Paul Thomas Anderson dirige e allinea le luci (uscirà dalla china involutiva che gli arabeschi della sua produzione artistica stanno prendendo?), Jonny Greenwood dei Radiohead conferisce il suono alle ossessioni dell’artista, Daniel Day-Lewis presta corpo (e anima) a Woodcook, il North Yorkshire inglese funge da sfondo. Il resto sono amori che fanno a pezzi vite e inquietudini diffuse, come si può intuire dal primo trailer ufficiale diffuso proprio nella serata di ieri (il film esce negli Stati Uniti a Natale in “limited release” in perfetto timing pre-Oscar, per l’Italia al momento una data non c’è). La tessera definitiva di una rassegna di volti destinati all’immortalità sotto forma di nitrato d’argento, materia di cui sono composti i nostri sogni e la celluloide che li veicola</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Brezza.</p>
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