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	<title>amori Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La sirenetta” di Disney compie 30 anni. Ovvero: indagine dentro la natura della voce, “la carne dell’anima”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2019 07:50:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Trent’anni fa nasceva La sirenetta di Walt Disney: il 14 novembre 1989 la famosa pellicola d’animazione fece il suo ingresso trionfale nelle sale. Ma era già nata, concepita nel freddo regale di Copenaghen, Den lille Havfrue, l’amata fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837. Quando ho visto la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Trent’anni fa nasceva <em>La sirenetta</em> di Walt Disney: il 14 novembre 1989 la famosa pellicola d’animazione fece il suo ingresso trionfale nelle sale.</strong> Ma era già nata, concepita nel freddo regale di Copenaghen, <em>Den lille Havfrue</em>, l’amata fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837. Quando ho visto la sua celebre statua al porto della capitale baltica, sono rimasta un po’ delusa, l’assalto dei turisti la faceva sembrare così piccola, impacciata, timida, muta. Muta, proprio come un pesce. Nemmeno una parola, in tutto quel gran baccano di lingue straniere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66330 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/librovoce-200x300.jpg" alt="" width="139" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/librovoce-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/librovoce.jpg 500w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Viviana Faschi, un’amica filosofica, mi introduce al volume <a href="http://mimesisedizioni.it/libri/voce.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Voce</em></a></strong><strong><em>. Un incontro tra filosofia e psicoanalisi</em></strong><strong> a cura di Matteo Bonazzi, Carlo Serra, Silvia Vizzardelli (da poco edito da Mimesis), ricordandomi la trama della <em>Sirenetta</em>, ma soprattutto catturando l’elemento fondamentale della voce, la voce della sirena Ariel.</strong> La sirenetta si era innamorata del principe Eric e lo salva, con il suo bel canto, che non è altro che una nenia. Poi Ariel stringe un patto con Ursula, la malefica strega del mare, che la trasforma in essere umano, in cambio della sua voce. Si può forse rubare la voce? La voce di Ariel viene così racchiusa dentro una conchiglia. Irretire il principe Eric per Ursula diventa quindi un gioco da ragazzi, visto che il principe non è innamorato della bellissima sirenetta, ma soltanto della sua voce. A questo punto del racconto, l’amica mi porge il volume blu fresco di stampa, e, quando le domando il significato di quello strano simbolo quasi evangelico OT, mi dice che si tratta di Borges e dell’acronimo di <em>Orbis Tertius</em>, il nome scelto dal gruppo <em>Ricerche sull’immaginario contemporaneo</em> nato da un’idea di Fulvio Carmagnola – che insegna Estetica in Bicocca –, che prende le mosse da un racconto di <em>Finzioni</em>. Un gruppo di studiosi d’Italia, insomma, provenienti da diversi studi e località, si interroga qui sulla voce, come fosse un oggetto, attraverso differenti prospettive teoriche. La<em> voce</em> nella psicoanalisi, nella filosofia, nell’estetica, nel teatro, nella musica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La voce si presenta con una sua “vividezza pulsionale senza pari”, ci spiegano subito i curatori: la voce “è lì, ci parla da molto vicino, dice del nostro modo di godere, mette in moto il nostro corpo portandoci al limite del pudore, di una vergogna ontologica, della vertigine dell’esposizione”. Vociare, vociferare, sentire le voci, riconoscere la voce, imitare le voci, e poi voci bianche, le voci di chi è castrato. Chi non si è mai vergognato della propria voce?</strong> La voce della madre e la voce del bambino sono già state studiate da Freud in <em>Psicologia delle masse e analisi dell’io</em>, nel 1929: “la voce flebile dell’afonia isterica; o la voce della madre, che sta là dove doveva esserci il taglio del cordone ombelicale, e che funziona nello stesso tempo come nido e come gabbia per il bambino; o la voce nella forma di silenzio, la voce assente, la voce sorda. Da un lato c’è la voce affascinante e seduttiva, spesso eretta a feticcio vocale o a oggetto di culto, mentre dall’altro c’è quella intrattabile e imperscrutabile come un corpo estraneo”. La voce del bambino appena nato è solo un pianto, un singulto che nessuno riesce a interpretare, tranne la mamma. “Il suo grido è un appello. Si tratta di una voce? No, non ancora. È un suono, un singulto, un pianto, un appello, un grido: qualcosa ancora di inarticolato. Non è ancora entrato nel processo di umanizzazione. Cioè non sta ancora formulando una domanda, è un pianto enigmatico. Perché ci sia voce, sottolinea lo stesso Lacan nel rileggere Freud, ci deve essere interpretazione, ci deve essere traduzione. E come avviene questa traduzione? Attraverso il primo Altro, la “madre traduttrice”, la prima grande interprete del soggetto. Lei non risponde a quell’appello se non prima decodificandolo. Dice o pensa: “il bambino ha sete”, “il bambino ha fame”, “il bambino non vuole più dormire, vuole le coccole, oppure è agitato”, cioè dà significati a quel grido, lo traduce, lo interpreta, lo inscrive nel discorso della civiltà”. <strong>Il pianto è la sua unica arma per entrare e difendersi dal mondo, ci siamo passati (quasi) tutti. Dunque la madre traduce, ma chi traduce, tradisce. E il tradimento è l’unica strada che ci salva,</strong> mentre l’interpretazione sacrifica qualcosa che si perderà per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Resto turbata dal capitolo delle <em>Vociferazioni o del godimento della voce</em>, di Matteo Bonazzi, e continuo ad interrogarmi sull’incipit: gli occhi mentono forse più della voce? “La voce è un oggetto esemplare, ancor più dello sguardo. Lo sguardo si confonde facilmente con l’occhio, dandoci l’impressione che ci sia qualcosa che gli offre un contenuto: la visione. La voce no.</strong> Per questo ben si presta a incarnare l’oggetto <em>a </em>di Lacan, che è sempre un “incavo”, un vuoto, un contorno e non un pieno. È con la voce, infatti, che possiamo arrivare a “modellare il nostro vuoto”, a farcene qualcosa, a definire uno stile, il nostro”. Chi non ha mai esclamato: “che voce impostata!”. Chi tenta di sedurre, penso, sceglie una voce carezzevole, la mamma che canta la ninnananna, non ha la stessa voce aspra del rimprovero, la voce degli amanti non è quella dei nemici. Ma la voce è un oggetto fuori da noi, chiarisce Bonazzi: “La mia voce è là fuori, per questo la sento. Certo, la sento e la riconosco come la <em>mia </em>voce, che dice di ciò che suppongo provenire al contrario da <em>qui dentro</em>. <strong>Però, se ci fermiamo a una prima constatazione semplicemente descrittiva, dobbiamo dire e convenire che la voce accade prima di tutto là fuori, quasi come un oggetto <em>del </em>mondo. Esattamente come la mia immagine allo specchio: io sono là fuori; la mia voce è là fuori.</strong> Siamo talmente ben educati a riconoscere la voce come la <em>nostra </em>voce che difficilmente abbiamo la sensibilità per notare che la voce è sempre incontrata là fuori, nel mondo. La voce risuona là fuori, anche la mia. Immediatamente siamo portati a pensare: sì, certo, risuona là fuori perché proviene da qui dentro. Ma, se riflettiamo un momento, noi l’abbiamo sentita risuonare prima di tutto là fuori, poi l’abbiamo riportata qui dentro”. Forse è vero che ci innamoriamo della voce, altroché sguardo d’amore. Mentre sospiro, mi scopro innamorata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La voce, sottolinea ancora Bonazzi, è tra il mitologico e il tecnologico – penso al microfono e al registratore, al nostro frequente <em>ti mando un vocale con whatsapp</em>, che poi si traduce in una voce dal passato, già sepolta – “non c’è voce all’origine, semmai è la voce, come taglio, che fa accadere nel proprio rimbalzo, retroattivamente, l’origine perduta”. Così la voce ci spoglia, ci fa nudi agli occhi degli altri, e di noi stessi. </strong>Poi la voce che non mente, inganna. “Il corpo dietro la voce non è mai quello giusto”: ci chiarisce Silvia Vizzardelli: “ascoltiamo una voce registrata su disco o su CD e poi andiamo a vedere i volti-corpi dei cantanti riprodotti in copertina: bene, quei corpi non sono mai quelli giusti, non sono mai i corpi che associamo volentieri alle voci ascoltate. Ciò accade perché la voce non è l’emanazione di un corpo, ma la produzione di un “oggetto” capace di <em>mettersi al posto del </em>corpo bucato. In questo senso la voce in quanto maschera non è mai qualcosa di dato, ma di prodotto. Uno strano prodotto però”. La voce “congiunge corpo e linguaggio, ma nello stesso tempo li separa: proviene dal corpo ma da esso si stacca e sostiene il linguaggio senza appartenergli”. La voce senza corpo, un corpo ce l’ha, è il corpo della nostra anima. Secondo il filosofo anticonformista Mladen Dolar, un filosofo della scuola di Lubiana (quella di <em>Slavoj </em><em>Žižek</em>, per intenderci), infatti, la voce è “il surplus del corpo, l’eccesso corporale, e, al tempo stesso, il non più corpo, la fine del corporale, la spiritualità del corpo, così da incarnare la coincidenza stessa della corporeità essenziale e dell’anima. <strong>La voce è la carne dell’anima, la sua materialità irriducibile, grazie alla quale l’anima non può mai sbarazzarsi del corpo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per imparare a parlare, scrive poi bene Federico Leoni, bisogna perdere la voce. “Sembra difficile sostenerlo, dato che chi impara a parlare impara a servirsi della propria voce, si abitua a modularla in una serie di modalità specifiche, dunque a disporne con sempre maggiore precisione ed efficacia. Ma per l’appunto bisogna che la voce diventi “la propria voce”, per fare tutto questo. E solo una cosa perduta diventa un oggetto che abbiamo, un oggetto di cui abbiamo qualcosa come la proprietà”. Il canto non ha bisogno di altro che della voce, senza “le dita di una mano e la corda di un violino, le labbra, l’imboccatura del flauto, la fuga lucente delle chiavi”. <strong>Il volume blu dedicato alla voce si conclude con un assaggio (vi si annuncia, in una noticina che non mi è sfuggita, la prossima pubblicazione dell’intero epistolario di Sigmund Freud e Yvette Guilbert, a cura di Silvia Vizzardelli e Massimo Privitera), del ritratto e della calda voce di Yvette Guilbert (1865-1944), una delle più care amiche di Sigmund Freud.</strong> La grande <em>diseuse fin de siècle</em>, stella del <em>Moulin Rouge</em> e musa di Toulouse-Lautrec. Seppure riluttante, <em>“</em>Freud va a sentire Yvette, e ne rimane conquistato. In seguito assisterà a tutti i suoi concerti viennesi, e nel 1926 comincia fra i due un’amicizia basata su reciproca stima, per il tramite della psicoanalista Eva Rosenfeld; la quale era nipote del marito di Yvette, Max Schiller, un ebreo rumeno cresciuto a Berlino e trasferitosi in età adulta negli Stati Uniti”. Che fine hanno fatto le loro voci? Si può ora soltanto sognare l’amabile intreccio di voci e pensieri tra Yvette e Freud, quando lei lo invitava a prendere il tè, all’Hotel Bristol di Vienna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“La letteratura non è evasione, non deve distrarre. La sfida è raccontare il nulla”: Davide Rosso, autore di “La perseveranza”, dialoga con Matteo Fais</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Feb 2019 07:53:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una storia quotidiana e dolorosa. Un uomo con un lavoro, una moglie e un’amante, ma che niente può soddisfare. Il suo sguardo sull’esistente è una tragedia di disincanto e freddo nichilismo. Ogni posto in cui va, ogni persona che incontra, non riescono a trasmettergli alcunchè. Lui, di suo, non spera nemmeno più. Piuttosto si abbandona [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una <strong>storia quotidiana e dolorosa</strong>. Un uomo con un lavoro, una moglie e un’amante, ma che niente può soddisfare. Il suo sguardo sull’esistente è una <strong>tragedia di disincanto e freddo nichilismo</strong>. Ogni posto in cui va, ogni persona che incontra, non riescono a trasmettergli alcunchè. Lui, di suo, non spera nemmeno più. Piuttosto si abbandona appena possibile all’alcol, scivolando di pagina in pagina verso l&#8217;abbrutimento e la sconfitta. <strong>Il mondo è privo di senso</strong> e lui lo avverte, lo percepisce, lo coglie in ogni suo minimo particolare. <strong>L’esistenza si trascina</strong>, e non potrebbe essere altrimenti, ma dovrà andare inesorabilmente incontro al tracollo finale – il dolore, quando esplode, ha sempre un limite massimo entro il quale può essere sopportato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davide Rosso</strong> firma, per l’editore Italic, <a href="http://www.italicpequod.it/italicandpequod/prodotto/la-perseveranza/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>La perseveranza</em></strong>,</a> un <strong>testo cupo e senza sconti</strong>, descrivendo un universo che sembra straordinariamente prossimo a quello scampato da una catastrofe, pur continuando a essere il solito di sempre, e in cui ogni giorno perpetua l’atrocità di una mancanza ormai irrimediabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo andati a sentire l’autore per farci un’idea del suo percorso di formazione e delle sue idee letterarie, con l’intento principale di presentare una penna di valore, ma poco nota, al pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65846 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-23-191x300.jpg" alt="" width="137" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-23-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-23.jpg 317w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Io direi che i modelli letterari sono un po’ come i genitori: bisogna averli anche solo per criticarli. Dunque, nell’ottica di farti conoscere al pubblico per associazione, quali sono i tuoi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante siano molti gli scrittori che stimo – penso a Bassani con <em>L’airone</em>, a Moravia con <em>1934</em>, a Svevo con <em>La coscienza di Zeno</em> – <strong>posso dire di essere legato visceralmente a uno solo, Beppe Fenoglio. La mia ammirazione nei suoi confronti travalica l’opera letteraria, sino ad arrivare all’uomo stesso. Uno scrittore di razza pura che ha sempre lavorato lontano dai circoli letterari con tenacia e una passione senza pari</strong>, come sintetizzava lui stesso in inglese: “with a deep distrust and a deeper faith”. Eppure in vita non aveva ricevuto alcuna gratificazione, salvo un paio di tribolate pubblicazioni accolte con freddezza dalla critica del tempo. Un mio conterraneo, capace di elevare all’universalità storie ambientate in miseri paesi delle Langhe come Mango, San Benedetto Belbo, Gorzegno, solo per citarne alcuni. Nonostante la sua scrittura sia diametralmente opposta alla mia, di lui apprezzo la limpidità con cui scrive, l’oggettività e la precisione con cui usa ogni parola. E poi ci sono gli autori stranieri: Kristof, Carver, Krasznahorkai, Djian, Houellebecq, Camus.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo è chiaramente un romanzo sul disagio di vivere ai nostri giorni. Ci sono feste rumorose e inutili, alcol in quantità da ospedale, vomito, apatia, devastazione esistenziale. Tutte faccende molto reali e realistiche di cui – non mi capacito mai del perché – ma nessuno parla, malgrado la loro cogenza. Ma il punto è: abbiamo davvero bisogno di una narrativa che ci sbatta in faccia ancora ciò che vediamo intorno a noi ogni giorno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ne abbiamo bisogno, eccome. La letteratura non è evasione, non deve distrarre, ma al contrario deve svelare, rendere visibile ciò che troppo spesso scordiamo o fingiamo di dimenticare. Mi viene in mente il film <em>Arancia meccanica</em> di Kubrick, quando al protagonista viene impiantato un marchingegno che non gli permette più di chiudere gli occhi obbligandolo a guardare filmati osceni che dovrebbero, in qualche modo, redimerlo. <strong>Ecco, la letteratura, quella vera, deve trasformarsi in una serie di spilli incollati sotto gli occhi che ti obbligano a tenere gli occhi spalancati e a guardare quello che non vorresti, per pigrizia o per comodità. </strong>Dal canto mio, fatico a trovare libri che parlino della vita vera, quella piatta e monotona di tutti i giorni, quella priva di colpi di scena, priva di amori passionali e travolgenti, priva di intrecci fantasiosi, di omicidi o di inseguimenti in auto. Basta guardarsi attorno. La sfida è raccontare il nulla. O pressappoco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mondo del lavoro appare in tutto il suo inquietante aspetto di alienazione, insensatezza, attività assolutamente slegata dalle reali necessità umane. Anche tu, come me del resto, non proponi soluzioni a questa situazione. Ritieni a tua volta che il primo punto sia demolire questo stato di cose, rivelarne l’inconsistenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se vada demolito, riformato o ripensato da capo questo stato di cose. Non è compito mio, né saprei farlo. Questa situazione potrebbe persino essere l’opzione migliore. <strong>A me interessa esclusivamente raccontarlo o, come dici tu, rivelarne l’inconsistenza, senza per questo darne un giudizio</strong>, senza criticarlo, né tanto meno proporre un’eventuale soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’amore, a sua volta, appare quale un tormento senza soluzione nel tuo testo: rapporti privi di dialogo, dove il sesso è l’unica possibilità – miseramente fallita – per avvicinare l’altro, ma senza comunque mai incontrarlo. Mi sbaglio o volevi rendere la misura dell’inferno che ci circonda?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso, <strong>ho usato i rapporti sociali nella stessa misura con la quale ho usato gli alberi “potati così grossolanamente da sembrare monconi, del tutto simili a grandi tibie piantate in terra”.</strong> Tutto è emanazione dello stesso sentimento, tutto segue la stessa metafora. La coerenza nel racconto è importante, deve sottolineare lo stato d’animo del protagonista, accompagnarlo. Il mio romanzo racconta una storia da un punto di visto ben preciso, che deve essere sempre lo stesso, sia per quanto riguarda i rapporti di coppia sia per le nuvole in cielo, sia per le villette con le inferriate o per quello che il protagonista mangia, spesso panini, tranci di pizza o kebab.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con <em>La perseveranza</em> sentivi di avere qualcosa da dire che nessuno fino a oggi aveva trattato? Insomma, perché l’hai scritto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’ho scritto per svariati motivi. Scrivere mi serve a tenere insieme le cose che vivo quotidianamente, a catturare una minima porzione di tutto quello che vedo scorrere davanti ai miei occhi. <strong>Ma anche per la semplice bellezza di una pagina scritta bene, per il piacere che mi danno le parole, per tentare di ordinare quello che all’apparenza è così disordinato.</strong> E, poi, anche come gesto politico, come denuncia, come partecipazione. In fondo, <strong>anche il più nichilista dei libri è pur sempre un gesto affermativo,</strong> un segno, seppur piccolo, della bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“Testimoniare di andare controcorrente, verso la meravigliosa notte stellata”: dialogo con Giorgio Anelli, che ha scritto – in omaggio a Cattaneo – un libro apocalittico e puro</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 05:47:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[William Blake]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sconcerto, in questo libro di abbagli, arriva a pagina 65. Una stagione in Paradiso. Così s’intitola l’ultima porzione di un libro anomalo, arcano, antartico, atipico, scritto scortato da tre titaniche ombre – Baudelaire, Rimbaud, Rilke, che puntellano le pagine all’ingresso del libro – a valicare, spudoratamente, ogni educazione lirica. Giorgio Anelli, consapevolmente, colpevolmente poeta, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/testimoniare-di-andare-controcorrente-verso-la-meravigliosa-notte-stellata-dialogo-con-giorgio-anelli-che-ha-scritto-in-omaggio-a-cattaneo-un-libro-apocalittic/">“Testimoniare di andare controcorrente, verso la meravigliosa notte stellata”: dialogo con Giorgio Anelli, che ha scritto – in omaggio a Cattaneo – un libro apocalittico e puro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo sconcerto, in questo libro di abbagli, arriva a pagina 65. <em>Una stagione in Paradiso. </em><strong>Così s’intitola l’ultima porzione di un libro anomalo, arcano, antartico, atipico, scritto scortato da tre titaniche ombre – Baudelaire, Rimbaud, Rilke</strong>, che puntellano le pagine all’ingresso del libro – a valicare, spudoratamente, ogni educazione lirica. <strong>Giorgio Anelli, consapevolmente, colpevolmente poeta, autore di allucinata ispirazione</strong>, rimedita il poeta di Arthur e lo ribalta: la vera “stagione”, oggi, va giocata in Paradiso, troppo a lungo abbiamo baloccato all’Inferno. Che conversione magnifica, appropriata al poeta che aggioga le nuvole, ne indirizza la transumanza e vede giaguari nell’impeto dell’abete. “Svanire – piuttosto che essere di questa terra, offrire lacrime all’oracolo – senti le campane suonare nello specchio”, è uno dei versi in prosa, sempre tesi ad auscultare gli aldilà, di questo beato rimbaudiano.</p>
<figure id="attachment_65743" aria-describedby="caption-attachment-65743" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-65743" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli-300x256.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli.jpg 554w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65743" class="wp-caption-text">Lui è Giorgio Anelli, indomitamente poeta</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ammetto che ho un debole per Giorgio Anelli, perché è un poeta che non si adatta alla vita, che non si addomestica al vivere, che abita l’urlo e ha dottrina nell’ispirazione. Giorgio è sempre estraneo e sempre estremo, “in speranza immortale”,</strong> sigilla le sue lettere di cui mi rende privilegiato. Basta toccare il magma lirico della sua paradisiaca stagione (“<em>tutto è compiuto</em> quando un fratello a te vicino muore – finalmente qualcuno ha il coraggio di affermarlo! – solo allora l’angelo prende vita tutt’altro che tremendo – ritornano scosse che esigono schietta chiaroveggenza”) per sentirsi pretesi, afferrati, affratellati dal tormento della totalità lirica. Il libro ultimo – che è poi poema che altera i generi – di Anelli, in cui è conficcata la <em>Stagione in Paradiso</em>, s’intitola <a href="http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/perle/perle-narrativa/lettera-da-noversch.html" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Lettera da Noversch</em></strong></a> (Giuliano Ladolfi Editore, 2018). La ‘lettera’, una effervescente, delirante, demonica, prometeica riflessione sulla necessità dello scrivere – come se le parole fossero corde sulla parete dentata del vivere – <strong>è anche un omaggio alla figura di Simone Cattaneo, in una spirale livida (“Farò la stessa fine di Cattaneo? Mi conviene? Non è che ci pensi. Uscire di scena&#8230; per la gloria? O per una sconfitta dietro l’altra? Scomparire, perché?”). </strong>La ‘quarta’ è in questo senso esplicita e accattivante. “John Barleycorn, poeta misconosciuto, non insegna, non dirige case editrici né tanto meno riviste poetiche. In una parola, è povero. Ma ha un dono: incanta quando scrive<strong>. Il contesto storico in cui vive è quello di una notizia apparsa su <em>La lettura</em> del «Corriere della Sera», che annuncia la morte dell’ultimo poeta maledetto italiano, Simone Cattaneo”.</strong> Nel libro, dai radiosi squarci (“Stasera la valle è grigia. Il Monte Rosa si nasconde sotto una sottana spessa di nebbia. Lys, prosegue imperterrito, con la sua lingua di mercurio. Le luci del castello, lo guardano come fiamme ispide di candela. Si terrà certamente un concerto, stasera. Sono due giorni che non esco di casa. Piove ininterrottamente. La natura, se vuole, ti inghiotte in un passo”), va da sé, il poeta incontra una donna angelicata – Sofia – e fa i conti con tutto, fino all’osso primo. <strong>Scritto con un vigore narrativo che ricorda la prosa dei primi del Novecento, i fiumi lirici di Giovanni Boine e le visioni di Scipio Slataper,</strong> <em>Lettera da Noversch </em>è una primizia, una rosa che ti esplode tra le mani, la riscossa di un maledettismo purissimo, una voce allenata all’argento di un William Blake della provincia italiana, che trae auspici e bestemmie dalla gola idiota dell’era presente. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva la tua “Lettera da Noversch”, per chi l’hai scritta, seguendo quale scia dell’ispirazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo arriva un bel giorno, quando meno te lo aspetti; e decidi di incominciare a scrivere. Certo, con un desiderio nato già da prima. Ma i tempi non sono tuoi. C’è qualcosa in me che assolutamente travalica lo scrivere a tavolino. Anche perché, quando ho iniziato a scriverla ‒ la trama ‒ c’erano intenzioni iniziali ben diverse, da come poi l’ho portata avanti. <strong>La mia lettera l’ho scritta per due persone alle quali tengo particolarmente. Una di queste è una musa. Perché, lo sai, le muse esistono ancora oggi, e creano un’attrattiva ipnotica e creativa</strong>, come fece Salomè per Nietzsche e Rilke, ad esempio. E sono altrettanto fascinose e pericolose. L’altra persona è un poeta misterioso, che ha avuto e continua ad avere ‒ pur nel nascondimento ‒ un ruolo rilevante nel mondo della letteratura italiana odierna. Per questo motivo, ne narro in parte la vicenda, romanzandola ovviamente. Inizialmente avevo scelto un altro titolo da dare al libro ‒ questo fa supporre un’ipotetica trilogia, anche se il romanzo ha storia sua autonoma.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ispirazione ha mille volti, inaspettati. <strong>Noversch è il nome di una frazione di un paesino di montagna. È un luogo fantastico. Che non conoscevo. Dovresti vederlo. Una volta che ne scopri l’esistenza, te ne innamori.</strong> L’ispirazione è un sentimento panico, una catarsi, una tragedia che straborda bellezza e inquietudine. Sento come delle scosse, che fanno vibrare tutto il mio corpo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65744 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404-199x300.jpg" alt="" width="156" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404.jpg 209w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />Ci sono, in controluce, tante letture nella tua scrittura. Io vi leggo la prosa d’arte del primo Novecento, e il totem di Dino Campana. Vorrei chiederti, oltre a denunciare i tuoi ‘padri’, di dirmi cosa pensi della letteratura contemporanea italiana. Esponi il gergo della tua lotta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Amo smisuratamente tutti i romanzi, i racconti e i testi teatrali che sono stati scritti tra l’Ottocento e il primo Novecento. In una parola: i classici. Senza la loro esistenza, non so come farei a fare letteratura. In più, è un onore per me essere <em>avvicinato</em> a Dino Campana. Mi chiedi se ho padri ‒ o maestri. Ho desiderato molto averne uno in carne ed ossa. Però il desiderio, all’epoca, non fu contraccambiato. Perciò, ho dovuto arrangiarmi da solo, rimboccandomi le maniche. Se devo denunciare qualcuno? Do la colpa a Goethe, Baudelaire, Kafka, Dostoevskij, Čechov, Majakowskij, Shakespeare, Céline, Gogol&#8217;, Pirandello, Testori, Hemingway, Carver, eccetera, eccetera&#8230; <strong>La letteratura contemporanea italiana è costellata, nel guazzabuglio generale, da alcuni piccoli falò, che ti abbagliano nella notte quando meno te lo aspetti. E ‒ accecandoti (cioè, sorprendendoti!) ‒ ti danno quel filo di speranza al quale aggrapparti. Si chiamano eccezioni, o outsider.</strong> Altrimenti, non leggerei proprio nulla di contemporaneo. Io, sono figlio di quest’epoca così bugiarda, ma non appartengo ad essa. Quindi, una volta assodato che in questo aldilà, nessuno ti aiuta, non puoi far altro che partire in difesa, saltellando sul ring del mondo letterario, che poi è molto simile a quello della vita quotidiana. Occorre disciplina, per saper lottare. Occorre amare tutto quello che leggi e scrivi, nonostante possa farti sanguinare, nonostante tu possa trovare davanti uno più bravo di te, che ti lavora ai fianchi, senza darti tregua. Occorre amare il tuo sacrificio, è il tuo altare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha scrivere – soprattutto, che senso ha, ora, pubblicare, per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere è vocazione. Lo è sempre stato, nel mio caso. Ci nasci, dentro le parole. Poi te ne rendi conto e devi cercare di accendere una fiamma nella notte. Fosse anche solo quella di una candela, che ti permette di scrivere parole sul taccuino. <strong>Oggi, pubblicare, per me, ha un senso profondo. Prima, sognavo che un giorno forse ce l’avrei fatta, e che sarei stato pubblicato da qualche grossa casa editrice. Lo spero ancora, s’intende! È il mio peccato originale. </strong>Ma qualcosa è scattato in me, parlandone con due amici. Volevo fare il salto di qualità, provare a proporre il manoscritto a una grossa casa editrice, appunto. E invece, come spesso accade nella vita, è andato tutto al contrario. Mi sono fidato delle parole di questi due amici. Le ho trovate affini. Ovvero: quello che a me oggi interessa, è l’opera. Io do fino al midollo la mia vita per la letteratura, senza risparmiarmi. Tutto quello che arriverà in più lo accetterò ben volentieri, ma l’importante è prendere sul serio quello che faccio. Fare letteratura è prendere sul serio le mie responsabilità e menzogne, trafitto dall&#8217;inquietudine del verbo; provocando l&#8217;impossibile, affinché diventi possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lavori da vent’anni alla “Stagione in paradiso”, controcanto a Rimbaud, di cui si può leggere un vasto assaggio in “Lettera da Noversch”. Perché il ‘paradiso’, che cosa intendi per paradiso? E perché questo lavoro così lungo, nel massacro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero. Sono vent’anni che lavoro a questo poemetto. Se ci penso, mi vengono i brividi. Ma non poteva essere altrimenti. E il lavoro continuerà, probabilmente. Per la mia <em>Stagione</em>, ho scelto la parola <em>paradiso</em>, innanzitutto per fare eco all’inferno di Rimbaud. <strong>Poi, paradiso perché intendo mettere in luce ‒ oltre ai crepacci visionari e profetici che mi contraddistinguono sempre più quando scrivo poesia ‒, il tormento etico e metafisico di questa era o civiltà apocalittica, nella quale ci siamo trovati.</strong> Senza tralasciare il fatto che un paradiso (in qualsiasi accezione il lettore possa intenderlo e o viverlo), ci è dato, se non come promessa, quanto meno come qualcosa di sofferto, al tempo stesso buono, e definitivo; se non addirittura, presente e cosciente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lavoro così lungo, può essere solo motivato nella macerazione. È qualcosa che, nell’intenzione, doveva vedere la luce in pochi anni. Invece, quando prendi coscienza di quello che davvero vuoi rendere con le parole incise sulla carta, tutto cambia. <strong>Ti rendi conto che la poesia non ammette scorciatoie. Pretende che tu viva immancabilmente tutta la realtà, che poi forse la dimentichi, per infine forse riesumarla e renderla, in versi, quasi perfetta. Nel mio caso, occorreva indistintamente tutta la sofferenza e la bellezza che ho dovuto affrontare in questi quattro lustri.</strong> Qualcuno, saggiamente, me lo fece notare proprio all’inizio dell’avventura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto, nel libro, scrivi: “Farò la stessa fine di Cattaneo?”. Ti tenta il suicidio? Ti tenta come bel gesto artistico (morire nell’opera) o come dramma esistenziale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, devo dire che non l’ho scritto né per fare bella figura (perché altrimenti sarei un tapino) né per specularci sopra. Bisogna porsi delle domande. Tante. Nella vita. <strong>Se la letteratura non ti scatena domande e non apre crepacci sotto i tuoi piedi, puoi anche fare a meno di incominciare. Non mi tenta affatto il suicidio. Questa parola non l’ho usata come vezzo.</strong> Sarò sincero, il pensiero ‒ ma, attenzione, solo il pensiero ‒ mi ha sfiorato in un paio di occasioni. Forse, per troppa immedesimazione nel personaggio. Forse, in un momento difficile della mia vita. Ma la cosa è finita lì. Piuttosto, occorre fare due considerazioni. La prima: mai come oggi il suicidio viene visto dalle persone in crisi, come probabile soluzione e sbocco al dramma esistenziale che vivono. Il singolo individuo, sempre più spesso, esplode in una società sempre più corrotta, egoista, senza umanità verso alcuno. È una scelta che purtroppo, statisticamente, viene sempre più presa in considerazione. Quindi, la mia, da una parte, è una denuncia di un dato di fatto e di un disagio che troppo spesso non si vuole nemmeno prendere in considerazione. Si accusa chi lo mette in pratica. Quando, invece, occorrerebbe per lo meno capirne i segnali e le ragioni. D’altro canto, un amico, un giorno mi confidò che per evitare di arrivare al gesto estremo, era riuscito a far morire se stesso nel personaggio del suo romanzo. Morire nell’opera richiede quasi lo stesso coraggio che morire nel mondo. A tal proposito, occorre fare una rivelazione. Come Swift, ad esempio, che nel suo romanzo <em>I viaggi di Gulliver</em>, ha scritto un’opera per dire <em>altro</em>, andando oltre alla meraviglia di ciò che inventò, ovvero scrivendo una satira contro l’uomo e la civiltà del suo tempo<strong>, così il lettore attento intenderà che lo specchio di cui parlo nel mio romanzo, non è nient’altro che la collana <em>Specchio</em> della Mondadori, dalla quale il genio di John fu realmente estromesso per l’invidia</strong> ‒ e quant’altro ‒ di molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che futuro alla scrittura, per chi, come noi, raccatta pietre pensandole stelle?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura è fondamenta portante dell’uomo. Senza scrittura non può esistere civiltà. Se si crede di raccogliere ciottoli e di vedervi pulsare stelle, allora il futuro della scrittura avrà senz&#8217;altro speranza di continuità. <strong>La parola profeta ‒ per dire ‒ ha un doppio significato. Profeta non è solo chi prevede il futuro, bensì ‒ in senso biblico ‒ chi ti presta la sua bocca, la sua parola. Testimoniare di andare controcorrente, saltellando come un pugile magari, davanti al silenzio sia della sconfinata pagina bianca, che del pregiudizio invidioso di molti, ha permesso a Simone Cattaneo e ‒ mi auguro, permetterà ad altri, in vita ‒ di bucare come pesci la rete che soggioga lo scrittore in un eremo o in una stigmatizzazione ingiusti. </strong>Anche Vincent van Gogh, agli inizi si era messo a raccattare pietre, per stare vicino ai suoi fratelli, in miniera, e guarda poi cosa ne è scaturito: una meravigliosa notte stellata.</p>
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		<title>Mia Martini, voce di Medusa: ode all’interprete che ha sofferto ogni canzone. Esegesi dei suoi pezzi migliori, “Padre davvero” e “La costruzione di un amore”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 05:43:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Padre davvero di Mia Martini: l’artista non può che essere l’assassino dei genitori Padre davvero (Antonello De Sanctis, Piero Pintucci) Ora che sono mezza inguaiata e che ho deluso le tue speranze, vieni di corsa, mi hanno avvisata per dirmi in faccia le tue sentenze. Padre, davvero lo vuoi sapere se tu non vieni mi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mia-martini-voce-di-medusa-ode-allinterprete-che-ha-sofferto-ogni-canzone-esegesi-dei-suoi-pezzi-migliori-padre-davvero-e-la-costruzione-di-un-amore/">Mia Martini, voce di Medusa: ode all’interprete che ha sofferto ogni canzone. Esegesi dei suoi pezzi migliori, “Padre davvero” e “La costruzione di un amore”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Padre davvero</em> di Mia Martini: l’artista non può che essere l’assassino dei genitori</strong></p>
<p><strong><em>Padre davvero</em></strong></p>
<p>(Antonello De Sanctis, Piero Pintucci)</p>
<p>Ora che sono mezza inguaiata<br />
e che ho deluso le tue speranze,<br />
vieni di corsa, mi hanno avvisata<br />
per dirmi in faccia le tue sentenze.<br />
Padre, davvero lo vuoi sapere<br />
se tu non vieni mi fai un piacere!<br />
Mi avevi dato per cominciare<br />
tanti consigli per il mio bene;<br />
quella è la porta, è ora di andare<br />
con la tua santa benedizione.<br />
Padre, davvero sarebbe bello<br />
vedere il tuo pianto di coccodrillo!<br />
E certo tuo padre ti diede di meno,<br />
solo due calci dietro la schiena<br />
e con mia madre dormivi nel fieno<br />
anche in aprile e di me era piena!<br />
Padre, davvero sarebbe grande<br />
sentire il parere della tua amante!<br />
Poi sono venuta e non mi volevi<br />
ero una bocca in più da sfamare;<br />
non sono cresciuta come speravi<br />
e come avevo il dovere di fare!<br />
Padre, davvero che cosa mi hai dato?<br />
Ma continuare è fiato sprecato<br />
che sono tua figlia, lo sanno tutti<br />
domani i giornali con la mia foto<br />
ti prenderanno in giro da matti;<br />
ah, non mi avessi mai generato!<br />
Padre, davvero ma chi ti somiglia<br />
ma sei sicuro che sia tua figlia!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I genitori sono comunque un riferimento, in negativo o in positivo. Non possono non esserlo. Se per la maggior parte delle persone rappresentano solo un motivo di oppressione e frustrazione, per l’artista non vi è niente di meglio. </strong>Un poeta, o artista che sia, cresce nella contrapposizione. Il padre e la madre costituiscono sempre la perpetuazione della società così come la si intende, come direbbe anche Aristotele. <strong>Il padre e la madre sono la conservazione, il buonsenso (“Mi avevi dato per cominciare/ tanti consigli per il mio bene”). Senza il padre che lo accusava di essere un abulico, di perdere solo tempo, Proust non avrebbe mai scritto <em>Alla ricerca del tempo perduto</em>.</strong> Baudelaire sa bene cosa pensi la madre di quelli come lui: “Quando, per decreto di potenze superiori,/ il Poeta appare in questo mondo di noia,/ sua madre spaventata e bestemmiando/ stringe i pugni a Dio che ne ha pietà:/ Avessi partorito un groviglio di vipere,/ piuttosto che nutrire questa derisione!/ Maledetta notte degli effimeri piaceri/ quando il mio ventre concepì questa espiazione!”. L’artista è uno sbaglio di natura, la deviazione più perversa che l’opera del concepimento possa prendere. <strong>Mia Martini lo sa, per questo dice: “Ah, non mi avessi mai generato!”. Sa anche che “non sono cresciuta come speravi/ e come avevo il dovere di fare!”. Ma questo dovere non esiste per l’artista.</strong> La sua sensibilità lo porta altrove: “s’inebria di sole quel Figlio ripudiato,/ e in tutto ciò che beve e mangia/ ritrova l’ambrosia e il nettare vermiglio./ Gioca col vento, parla con le nuvole,/ e cantando s’inebria del calvario;/ e lo Spirito, che lo segue in quel pellegrinaggio,/ piange nel vederlo gaio come uccel di bosco.”. Questa consapevolezza si riverbera nelle parole di Mia Martini animata da un misto del complesso di Elettra ed Edipo. Ma all’artista non resta che questo, deludere le speranze del padre, ucciderlo senza pietà in un successo che neppure lui sarebbe in grado di concepire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*<em>La canzone <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OWGBJRK-om8" target="_blank" rel="noopener">potete ascoltarla qui.</a> </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La costruzione di un amore</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">(Ivano Fossati)</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di un amore<br />
spezza le vene delle mani<br />
Mescola il sangue col sudore<br />
Se te ne rimane<br />
La costruzione di un amore<br />
Non ripaga dal dolore<br />
È come un altare di sabbia<br />
in riva al mare</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione del mio amore<br />
Mi piace guardarla salire<br />
Come un grattacielo di cento piani<br />
O come un girasole<br />
Ed io ci metto l’esperienza<br />
Come su un albero di Natale<br />
Come un regalo ad una sposa<br />
Un qualcosa che sta lì e che non fa male</p>
<p style="text-align: justify;">E ad ogni piano c’è un sorriso<br />
Per ogni inverno da passare<br />
Ad ogni piano un paradiso da consumare<br />
Dietro una porta un po’ d’amore<br />
Per quando non ci sarà tempo di fare l&#8217;amore<br />
Per quando farai portare via<br />
la mia sola fotografia</p>
<p style="text-align: justify;">Ma intanto guardo questo amore<br />
Che si fa più vicino al cielo<br />
Come se dietro l&#8217;orizzonte<br />
Ci fosse ancora cielo<br />
Son io, son qui e mi meraviglia<br />
Tanto da mordermi le braccia<br />
Ma no, son proprio io<br />
lo specchio ha la mia faccia</p>
<p style="text-align: justify;">Son io che guardo questo amore<br />
Che si fa più grande fino al cielo<br />
Come se dopo tanto amore<br />
Bastasse ancora il cielo</p>
<p style="text-align: justify;">E tutto ciò mi meraviglia<br />
Tanto che se finisse adesso<br />
Lo so io chiederei<br />
Che mi crollasse addosso</p>
<p style="text-align: justify;">E la fortuna di un amore<br />
Come lo so che può cambiare<br />
Dopo si dice l’ho fatto per fare<br />
Ma era per non morire</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice che bello tornare alla vita<br />
Che mi era sembrata finita<br />
Che bello tornare a vedere<br />
E quel che è peggio è che è tutto vero<br />
Perché</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di un amore<br />
Spezza le vene delle mani<br />
Mescola il sangue col sudore<br />
Se te ne rimane</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di un amore<br />
Non ripaga del dolore<br />
È come un altare di sabbia<br />
In riva al mare</p>
<p style="text-align: justify;">E intanto guardo questo amore<br />
Che si fa grande fino al cielo<br />
Come se dopo tanto amore<br />
Bastasse ancora il cielo</p>
<p style="text-align: justify;">E tutto ciò mi meraviglia<br />
Tanto che se finisse adesso<br />
Lo so io chiederei<br />
Che mi crollasse addosso, sì</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La costruzione di un amore: </em>quando soffri ogni singola parola ed è dolce ridestarsi con gli occhi graffiati</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con voce di Medusa – che pietrifica le viscere. Chi ha avuto il dono ne deve soffrire, questa è la norma bastarda. <strong>Mia Martini non era una donna – era una voce di Medusa. Avere la voce di Medusa martirizza chi ne ha il dono, terrorizza chi la ascolta.</strong> Ascoltatela pure negli episodi canonici, chessò, <em>Gli uomini non cambiano. </em>Non è una donna che canta, no. Senti la voce. Quel puro nastro d’argento, senza astuzia. <strong>Parole che come serpi t’intrigano le viscere, ti portano nell’intruglio dell’esistere. E resti così. Imbambolato. Ipnotizzato. Col veleno nel corpo.</strong> I rintocchi della voce intorno a Mia Martini, divinità obliqua della canzone italiana, dal chiarore inafferrabile, come cobra – nastri di voce che come cobra perforano il tempo, colpiscono, ora, con la stessa algebrica precisione.<strong> Non si sfugge al morbo di Mia Martini, l’interprete che ha vissuto così intensamente il canto da morirne. La sola. L’inesplicato enigma. Voce di Medusa in un corpo aguzzo. </strong>Era il 1992. Festival di Sanremo ancora sotto la reggenza Baudo e fiorire di femminilità varia – Milly Carlucci, Alba Parietti, Brigitte Nielsen. Il Festival che le è stato rubato perché lei, Mia Martini, era la voce divina e marziana. Invece, vinse Luca Barbarossa, con una canzona intinta nel miele, <em>Portami a ballare. </em>D’altronde, la voce di Medusa che dice la verità dolente dell’amare non può pietrificare il palco più politicamente corretto che c’è – che per lavarsene le mani ricoprì Mia nell’oro corrusco di tre premi ‘della critica’. <strong>La voce di Medusa di Mia Martini, però, è perfetta nella ballata amara <em>La costruzione di un amore. </em>Esattamente quarant’anni fa. L’album s’intitola <em>Danza </em>ed è il culmine della collaborazione artistica con Ivano Fossati, che firma il pezzo.</strong> Il pezzo, di per sé è una icona: l’amore non accade, si costruisce; l’amore non si tocca, è il fremito di una illusione, è grandine di vetri. L’amore, soprattutto, non basta: il cielo è insufficiente a sostenerlo, la basilica di questo amore, costruita con deliziosa cura, è tale che siamo soltanto noi a capirne l’ampiezza e la dotazione di vento. <strong>Costruire un amore è edificare castelli sulle nuvole – solo il dolore è reale, solo il sangue misura la tenerezza di questo amare. “La costruzione di un amore/ Non ripaga dal dolore/ È come un altare di sabbia”.</strong> L’amore non ha ricavo, non riscuote debiti ma ci scava, e si ama perché l’uomo non ha altro da fare per compiersi; l’amore sfianca, l’amore sfiata – la carne è una ipotesi di sabbia. E quando la costruzione dell’amore crolla nessuno viene a ricomporre i tuoi pezzi. “E mi meraviglia/ Tanto da mordermi le braccia”: che verso riuscito! La meraviglia attanaglia e intaglia, ma l’identità dell’amare è il morso, è il quadrupede dolore. <strong>Un amore simile, di radiosa radicalità, mi ricorda sempre gli amori biforcuti di Anna Achmatova: “C’è nel contatto umano un limite fatale,/ non lo varca né amore né passione,/ pur se in muto spavento si fondono le labbra/ e il cuore si lacera nell’amare”.</strong> L’insolito e l’insoluto, l’irrisolvibile di noi resta, scaglia di pietra sulla soglia del setaccio: si ama sempre soli. Se ascoltate gli svariati interpreti di questa canzone è chiaro che il rischio di sbandare nel patetico è altissimo – <strong>ma se a cantare è la voce di Medusa di Mia Martini voi soffrite, finalmente, ogni parola, ed è dolce, dopo, ridestarsi con le palpebre segnate</strong>, con gli occhi a graffio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p><em>*La canzone <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8sjhBDSZuLg" target="_blank" rel="noopener">potete ascoltarla qui.</a> </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mia-martini-voce-di-medusa-ode-allinterprete-che-ha-sofferto-ogni-canzone-esegesi-dei-suoi-pezzi-migliori-padre-davvero-e-la-costruzione-di-un-amore/">Mia Martini, voce di Medusa: ode all’interprete che ha sofferto ogni canzone. Esegesi dei suoi pezzi migliori, “Padre davvero” e “La costruzione di un amore”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Al novantesimo parallelo della scrittura”: dialogo con Filippo Tuena</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 05:32:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A un certo punto – in ogni punto, in fondo, ad ogni istante, nella rabbiosa estasi del fiato – l’estremo si scrive, l’inequivocabile bianco di Antartide è una lettera, è alfabetico, la vita pura letteratura. “Scott è l’ultimo ad abbandonare la scrittura come attività quotidiana… vi si legge un profondo senso di riposo, come se [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/al-novantesimo-parallelo-della-scrittura-dialogo-con-filippo-tuena/">“Al novantesimo parallelo della scrittura”: dialogo con Filippo Tuena</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A un certo punto – in ogni punto, in fondo, ad ogni istante, nella rabbiosa estasi del fiato – l’estremo si scrive, l’inequivocabile bianco di Antartide è una lettera, è alfabetico, la vita pura letteratura. <strong>“Scott è l’ultimo ad abbandonare la scrittura come attività quotidiana… vi si legge un profondo senso di riposo, come se scrivesse già dall’oltretomba, già separato dal consesso e privo di qualunque senso di angoscia”. </strong>Chi ha amato <em>Ultimo parallelo</em> deve andare lì, pagina 384 – questo romanzo, in effetti, va ‘giocato’, è una specie di <em>Rayuela</em> delle vite altrui, carnali o museali, del fittizio e dell’artistico, del dettaglio, dell’estetico e dell’esotico – per rientrare nella vicenda di Robert Falcon Scott, ennesima – anomala, tragica – variante dell’epica del ritorno. Lì mi fisso, certo che il demone della scrittura è il terribile bianco – ti fa scrivere per sottrarti ogni parola, per ipnotizzarle tutte e tu boccheggi a Nord – e che lo scrittore vada dissipandosi, attratto dall’incontenibile più che dall’inconsueto. <strong>Torno a me. Anzi, a Filippo Tuena. Nel suo polimorfico romanzo, di marmo e di azzurro, c’è Micene e Marsilio Ficino, l’estremo Sud e la Grecia arcaica, l’Odissea e Ovidio, la più bella schiena della storia dell’arte</strong> – Velázquez, adoratissimo, una malia che t’imprigiona fino a sbriciolare il desiderio in ipnosi – il patriota Luciano Manara e lo scrittore W.G. Sebald, Stendhal e Sofonisba Anguissola e Ludovico Ariosto e una avventurosa bibliografia, e tantissimo altro, il tutto sigillato, che impertinenza, dalla parola “il segreto”, quella che chiude il libro. <strong>Finalmente un libro!, esulto – e stop – leggendo <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/le-galanti/" target="_blank" rel="noopener"><em>Le galanti </em>(sottotitolo: “Quasi un’autobiografia”)</a> di Tuena (il Saggiatore, 2019),</strong> un libro – non più romanzo, ma universo – incontenibile, bulimico di sapienza, che non ha paura della cultura, che non narra ma svela, che denuda il gioco romanzesco facendone esperienza mutisensibile, dove lo scrittore – Tuena – è ragno e ruggito, è drappo di luce e canone di tenebra. Un godimento dell’intelletto. E il rischio – supremo – di morire, attraverso gli impossibili. Perizia nell’imprevisto, natura bianca della scrittura, morsi nel bagliore. Non facciamo più l’ode alla bravura degli scrittori oltreoceanici – il genio lo abbiamo qui. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65518 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/galanti-e1549711511468-199x300.jpg" alt="" width="139" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/galanti-e1549711511468-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/galanti-e1549711511468-768x1160.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/galanti-e1549711511468-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/galanti-e1549711511468-1320x1994.jpg 1320w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Denunciamo fonti, padri, padrini. Ipotizzo che la ‘Bibliografia sommaria’ che hai compilato a fine volume sia anche la tua – ricalco Milo De Angelis – ‘Biografia sommaria’. È così? Qual è il libro e l’opera d&#8217;arte (dacché di quello parli) che ti hanno dato la scossa, che ti hanno imposto una conversione dello sguardo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per chi scrive, le bibliografie assomigliano davvero alle biografie; quelle sommarie assomigliano piuttosto ai frammenti di una biografia tutt’altro che sommaria, aggettivo che assume sempre un connotato riduttivo, corsivo, compendiario. <strong>Si tratta al contrario di testi fondamentali che delineano e circoscrivono momenti fondamentali nella vita di chi scrive e nel suo lavoro. Non è un caso che gli ultimi tre pezzi – o le ultime tre galanterie – che ciascuno li chiami o le chiami come preferisce – raccontano di libri, anzi di speciali e insostituibili singole copie di quei titoli</strong>, testi che hanno avuto la ventura d’incrociare la mia esistenza, non solo per quel che dicono ma per la semplice circostanza d’essere stati tra le mie mani in alcuni momenti importanti e che sono preziosi per quello e non per la veste tipografica o rarità d’edizione. Sono preziosi perché racchiudono brani di esistenza e li irradiano ogni volta che li prendo in mano. <strong>Per come si è andato strutturando il libro, l’autore e l’opera che più lo connotano sono Ovidio e le sue ‘Metamorfosi’. Si narra di amori a volte risolti, a volte impossibili, ma che producono mutazioni irresistibili e che non consentono un ritorno.</strong> Una volta che la ninfa si tramuta, per sfuggire all’impeto degli dèi, il cambiamento è definitivo. Rimane qualcosa nella memoria, impalpabile, qualche gesto che può tradire un’origine ormai lontana. La stessa cosa accade a noi quando ci innamoriamo. La passione può essere transitoria ma il cambiamento è definitivo. Anche se l’amore svanisce non si torna più come prima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fonti letterarie. Nel libro ne appaiono due, d’evidenza elettrica: Sebald e Stendhal. Unisco le fonti a un concetto formale che percepisco leggendoti: tu rompi le forme narrative. Non ti va di scrivere un romanzo ‘dalla A alla Z’: divaghi, rompi, erompi, scassi, fracassi. C’è la leggerezza del flâneur e l’arguzia dell’astronomo. Insomma: cosa è per te la letteratura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di Stendhal m’interessa l’ingarbugliamento, la ‘sconclusionaggine’, il trasformare una biografia in qualcosa di totalmente immaginario dove però al lettore sono concesse alcune boe di orientamento. Se è attento, riesce a separare il grano dalla crusca. Il gioco delle date dei suoi soggiorni fiorentini è emblematico. Ci ho perso tempo per ricostruirlo ma n’è valsa la pena, credo. Più che nei romanzi è in questi testi ‘pseudo-autobiografici’ che il gioco letterario dello scrittore francese si fa sottile e affascinante. <strong>Sebald è il mio autore di riferimento, ma non tanto per l’uso che fa delle immagini – io vengo dalla storia dell’arte e per me è naturale ragionare per immagini e sulle immagini – ma per l’imprevedibilità del tessuto della narrazione. </strong>Questo libro, le prime volte che ne ho parlato in casa editrice, doveva svilupparsi in due passeggiate, una romana e una milanese – le città dove ho vissuto. Poi è prevalsa l’idea di una sorta di museo immaginario dove le opere d’arte producessero innamoramento. O che documentassero passioni trascorse e non recuperabili. Ma in entrambi i casi – passeggiate o museo immaginario – era l’imprevedibilità a governare la narrazione.  L’aspetto più sebaldiano del libro è quello del girovagare. Inizialmente mi ero fatto uno schema delle opere d’arte che avrei voluto analizzare ma non sapevo che cosa avrei trovato scavando in profondità. Dunque anche i circa trenta pezzi in cui è diviso le ‘Galanti’ sono stati determinati da quel che ho trovato e non da quel che avrei voluto trovare. <strong>A volte ho sacrificato dipinti o sculture che ho amato ma di cui non sono riuscito a trovare l’appiglio per farle mie. Altre volte è accaduto il contrario, oggetti poco amati si son fatti strada e hanno conquistato il loro posto. Accade così anche con gli amori di una vita. </strong>Alcuni non sappiamo risolverli, altri ci invadono completamente. Certo che non mi va di scrivere un romanzo ‘dalla A alla Z’. Ne ho fatti – i primi tre che ho pubblicato lo sono in gran parte – ma non mi diverte più. <strong>Il cambiamento è avvenuto nel 1999 quando ho pubblicato ‘Tutti i sognatori’, su Roma in tempo di guerra. Mi sono accorto che il semplice elenco di fatti di sangue avvenuti allora aveva una valenza assai superiore alla ‘drammatizzazione’ di quel periodo, ovvero al mettere in commedia quei fatti.</strong> Quello è stato il libro di svolta. Non mi dispiace che le <em>Galanti</em> festeggi il ventennale di <em>Tutti i sognatori</em>, che tra l’altro cito esplicitamente in queste pagine, paragonandolo – vado a memoria – a una lettera d’amore.</p>
<figure id="attachment_65519" aria-describedby="caption-attachment-65519" style="width: 139px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65519" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/le-galanti-intro-e1549711597445-192x300.jpg" alt="" width="139" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/le-galanti-intro-e1549711597445-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/le-galanti-intro-e1549711597445-768x1198.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/le-galanti-intro-e1549711597445-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/le-galanti-intro-e1549711597445-1320x2058.jpg 1320w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" /><figcaption id="caption-attachment-65519" class="wp-caption-text">Dalla scrittura autografa di Tuena possiamo risalire al suo talento di scrittore?</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto alla letteratura, la questione può riassumersi così: è il conflitto tra la storia e l’individuo, tra gli eventi e il loro essere narrati.</strong> Sia che si tratti di vicende storiche che questioni personali. È l’impatto di queste immagini innescate attraverso la memoria, storica o individuale, a produrre l’esplosione. Le cose vanno in frantumi ed è solo andando in frantumi che riesco a scoprire che cosa nascondevano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;piuttosto, cos’è per te la scrittura? Azzardo. Nel libro torna l&#8217;ossessione antartica. Ti concentri sugli scritti di Scott, di Wilson, di Bowers, quasi che in quell’enigmatico bianco dove gli uomini stessi si muovono come ideogrammi la scrittura avesse un valore perentorio, simbolico. In quel bianco dove galleggia la scrittura, però, non c’è Dio. “Scott l’agnostico ha percorso il deserto, è stato l’anacoreta dei ghiacci, ma non ha incontrato la divinità che domina quei territori”, scrivi. Estremo Sud, scrittura, bianco, Dio assente. La tua idea di scrittura ha a che vedere con l’assurdo antartico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrittura e Antartide: tutto si riduce alle poche parole pronunciate da Scott quando raggiunse il novantesimo parallelo. <em>It’s an awful place</em>. È un luogo orribile. <strong>Privo di coordinate, tutto si riduce a un punto geografico. È un luogo inospitale, privo di ripari. In effetti quando arrivi al novantesimo parallelo della scrittura la sensazione non è piacevole.</strong> Lo percorri ma cerchi subito di tornare a luoghi più confortevoli, a situazioni dominabili e non alla devastante sensazione di essere senza protezione. Non si può barare. Non si possono abbellire le situazioni con una scrittura garbata. <strong>Una scrittura educata tradirebbe la natura del luogo che si percorre. Come forse si evince, il libro si struttura in due grandi parti, una legata alla seduzione femminile, erotica, l’altra al desiderio di annientarsi, di scomparire; alla dannazione di essere gettati in questo mondo e di non poterlo evitare o dimenticare.</strong> La vicenda di Scott è quella di una lenta, meditata e inflessibile autodistruzione. Ne siamo tutti attratti e vittime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rewind. Come nasce questo libro ‘per figura’, perché è una ‘quasi’ autobiografia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante io abbia studiato da storico dell’arte non ho mai esercitato né la professione accademica né quella museale. Per molto tempo sono stato antiquario e dunque attratto dall’aspetto estetico e dalla vicenda che le opere d’arte raccontavano. Quando ne acquistavo una e la portavo in galleria valutavo la pertinenza di quell’oggetto in quel luogo, se apparteneva alla componente commerciale del mestiere o se rimandava a qualcosa di più intimo, che poteva raccontare a me qualcosa di me che ignoravo. <strong>Sempre recuperando la devastante malinconia ovidiana, quel che emerge da quelle opere è nascosto in pieghe profondissime. A volte ricompare in maniera imprevedibile e viene a giustificare la passione che mi preme.</strong> Salvo una, nessuna delle opere d’arte che commento in questo libro m’è appartenuta e dunque emerge abbastanza evidente l’impossibilità di possedere alcunché. Tutto è lontano e quel che è vicino, come il dipinto nel mio salotto, è inconoscibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro comincia con l’arcaico greco e si chiude con l’Odissea della Calzecchi Onesti. Ancora è lì, nel ritorno all’alveo, nell’alveare soleggiato della grecità, il viaggio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno a casa è paradigmatico. <strong>È il viaggio quintessenziale, che sia quello storico dell’Anabasi o mitico di Ulisse o che sia quello abortito di Scott.</strong> Ma anche quest’ultimo giunge a compimento. Ci tengo a ricordare che i corpi di Scott e dei suoi sono oggi, molto probabilmente, all’interno di iceberg che si allontana dall’Antartide e che a va a sciogliersi e li libererà da qualche parte nell’Oceano Pacifico. Ma anche il viaggio dello scrittore è un <em>nostos</em>, un ritorno. <strong>Compiuto il libro – ma il libro non si compie mai, la sua forma è flessibile e inafferrabile legato com’è non ai fatti, ma alla memoria dei fatti –</strong> il ritorno a casa è l’ambientazione di ogni capitolo finale, infausto come quello di Agamennone, fausto come quello di Ulisse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più che altro, sorprende l’uso che fai dei materiali storici, che siano lettere, frammenti statuari, ritratti, ipotesi fotografiche. Sembra non esserci distanza tra la Storia e la tua storia, tra i dettagli di vite lontanissime nel tempo e i lacerti della tua vita. Perché questa necessità di penetrare in certi istanti della Storia? Mi sembra, tra l’altro, un gesto del tutto ‘anti’ in un’era dove la cronaca è sostituita da instagram e la memoria da un tweet, dove non c’è profondità ma la cecità del presente totale, continuo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche le moltissime citazioni, anche lunghe, che compaiono nel libro, hanno il medesimo scopo delle immagini. Si tratta di dati storici ‘verbali’ coi quali si deve entrare in rapporto; manifestano una verità altrettanto efficace di quella visiva. La componente autobiografica è il punto di vista da cui osservo l’arte antica. <strong>Che cosa le opere che descrivo hanno in comune con la mia vita. Come mi hanno cambiato. Che cosa in maniera inaspettata fa ritornare alla memoria, siano battaglie risorgimentali o dipinti galanti, scene di seduzione o di passione che ho vissuto. </strong>Scrivendolo, il libro ha svelato cose che non sapevo, che non rammentavo, che non mi aspettavo ritornassero prepotentemente in primo piano. Ne do conto. È anche un suggerimento al lettore: fai come me, scoprirai qualcosa d’importante. Quanto al senso della storia, mi guardo indietro perché ogni scrittore lavora sulla base della memoria e dell’esperienza e perché, invecchiando, è quella la direzione dove si più spazio e libertà di agire.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 12:21:59 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-piu-il-festival-di-una-volta-ora-e-una-puntata-di-uomini-e-donne-che-dura-cinque-lunghi-giorni-altro-che-la-trap-rimpiangiamo-i-matia-bazar-massimo-ranieri-il-renato/">Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dall’ultimo decennio a oggi il Festival di Sanremo ricalca sempre più fedelmente certe tendenze musicali e di costume che costituiscono la spina dorsale dell’intrattenimento del piccolo schermo. <strong>Sanremo è uno specchio della società, un teatro di frivolezze, la quintessenza dell’effimero e delle debolezze umane, un po’ come il teatro di Brecht.</strong> Da prendere con le pinze o sul serio, non importa. C’è la musica ma ci sono anche le mode, le gaffe dei conduttori, i comici, l’orchestra. Per le generazioni che hanno oltrepassato la boa dei trenta Sanremo è stato il paese dei balocchi e dei primi amori a occhi aperti, l’evento che si seguiva per vedere sfilare i vestiti indossati dalle modelle e attrici più belle su quell’alta scalinata, il luogo in cui sarebbero nate le liriche di quella canzone d’amore che avremmo dedicato al fidanzatino delle scuole medie il giorno di San Valentino, magari scritte sopra un foglio bianco strappato dal quaderno dei compiti. Perché Sanremo fa anche un po’ rima con amore, d’altronde arriva sempre poco prima del 14 febbraio. <strong>Che bilancio possiamo fare allora dagli anni Ottanta a oggi, ‘noi che siamo alla fine ormai di questa eternità’, come ci diceva Raf trent’anni fa? </strong>Appuntiamoci l’indimenticabile, perché senza uno sguardo al passato non si può approfondire la nuova edizione appena conclusa. <strong>Sicuramente da riscoprire ancora oggi è l’elettronica di<em> Vacanze Romane </em>dei Matia Bazar, avanguardia dei primi anni Ottanta</strong>; guardiamo con emozione su youtube certe interpretazioni assurde di ospiti nostrani, come la coreografia di Re di Loredana con tanto di pancione finto dell’86, né dimenticheremo mai Madonna, i Duran Duran o Whitney Houston tra gli ospiti stranieri. Sanremo per molti è sinonimo di debutto per future glorie soul come Giorgia, che ha cominciato proprio sull’Ariston a farsi le ossa in un’epoca precedente a quella dei talent show<strong>. Sanremo ha segnato anche la nascita della stella Laura Pausini, la ragazza della porta accanto che da Faenza ha poi conquistato il Sudamerica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è molto di più, perché Sanremo <strong>è il luogo degli artisti destinati all’oblio come i Jalisse e della caduta di alcuni dei, come Mia Martini</strong>, perseguitata da maldicenze stupide. A Sanremo si è diventati testimoni di grandi storie d’amore, come quella tra Albano e Romina, possibili flirt come quello tra Jovanotti e Irene Grandi o Mietta e Amedeo Minghi</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, c’era una volta Sanremo, con i suoi frizzi e lazzi, gli artisti che venivano da Hollywood e da Los Angeles, le canzoni d’amore. E ovviamente qualche scandaluccio, qualche pettegolezzo, giusto per condire il piatto ricco che ogni anno seduce milioni di telespettatori.  Ma mai come a questa edizione si è assistito a una continua, costante critica nei confronti del Festival e degli eventi collaterali al festival, che ha destato dal torpore il popolo di facebook e di tutte le piattaforme telematiche, dal primo giorno fino all’ultimo, da martedì sera fino al sabato notte. Meglio Ultimo o Mahmood? C’è una sorta di protesta all’attuale governo nella vittoria del ragazzo per metà egiziano che canta usando il fraseggio rap? Ma quanto conta il televoto rispetto alla giuria di qualità? La regina del rock Loredana Bertè meritava di vincere più di Mahmood? Francesco Renga è un maschilista? Perché non è più venuta Ariana Grande come ospite internazionale? E come mai Arisa ha stonato sabato sera?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’edizione 2019 di questa kermesse è sembrata una versione più sofisticata del filmaccio di Pingitore <em>Gole Ruggenti</em>.</strong> I nati degli anni Ottanta hanno visto sfiorire per sempre la gara canora il cui ingrediente principale erano le canzoni pop e melodiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1996 la ballata d’amore riuscì a spazzare canzoni dal sound più particolare e con testo sarcastico come <em>La terra dei cachi</em> degli Elio e le Storie tese.</strong> Oggi, <em>annus Domini</em> 2019, ballate come<em> Vorrei incontrarti fra cent’anni </em>di Ron non potrebbero mai sperare di vincere contro il rap, l’hip hop, l’urban e la trap in salsa italica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pubblico esulta davanti al tatuatissimo Achille Lauro e alla sua Rolls Royce, costruita sulle basi molto simili a <em>1979</em> degli Smashing Pampkins.</strong> Poi sono stati applauditi Ghemon, i reucci del reggae ton Boomdabash, la nuova voce del rhythm and blues in salsa italica Irama. Insomma, <strong>tracce del Sanremo di una volta si sono riviste quasi con ‘celeste nostalgia’ nell’<em>Ultimo ostacolo</em> di Paola Turci, nelle <em>Anime della notte</em> della Tatangelo e forse nella melodica <em>I tuoi particolari</em> del quasi vincitore Ultimo</strong>, secondo in classifica che è tornato a casa con la coda tra le gambe e con il premio di consolazione della TIM. Silvestri e Cristicchi sono stati ricoperti di premi della Critica, della stampa e chi più ne ha più ne metta, probabilmente per i loro testi pieni di pathos, che francamente mi hanno sedotta fino a un certo punto, visto che non ho rintracciato nessuna particolare acrobazia vocale in stile <em>Perdere l’amore</em> di Massimo Ranieri. Purtroppo appartengo ancora a una scuola vecchia e polverosa, che apprezza intonazione e timbro vocale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Niente abiti da sera con strascichi o esagerati luccichii, la sobrietà Armani è stata scelta per vestire Virginia Raffaele, comica e dall’accento molto romano, che faceva la spalla a Claudio Bisio e a un sempre più stanco Claudio Baglioni. Niente ospiti internazionali, solo cantanti italiani che si sono lanciati in duetti con Baglioni, da Giorgia a Eros Ramazzotti, da Cocciante a Venditti, vecchi miti che ricordano i fasti della canzone tradizionale popolare italiana e che non sono altro che ricordi sbiaditi e anacronistici. <strong>Le uniche davvero inarrestabili, più forti dei mulini a vento del tempo, sono Patty Pravo e Loredana Bertè, quest’ultima poi con una canzone incisiva scritta da Gaetano Curreri, che sicuramente sarà molto amata in radio e che doveva essere il testamento di tante battaglie e dolori personali.</strong> Questa volta però il mancato podio della Bertè ha causato una sorta di rivolta popolare tra il pubblico di Sanremo che stringe il cuore, che fa tornare in mente lo stesso disappunto del pubblico per la mancata vittoria nel ’93 di Renato Zero per <em>Ave Maria</em>. Loredana è il volto del rock italiano, quello che non si arrende e che ruggisce forte ancora. Sarebbe stata l’occasione per rendere omaggio a tanti successi e tante sperimentazioni che l’artista ha collezionato in più di quarant’anni di carriera. Per tutta risposta, Loredana è rimasta a casa e non è andata da Mara Venier il giorno dopo la kermesse, mi piacerebbe immaginarla mentre si riposa e si fa un bagno caldo, guardando la tivù e facendosi beffe di tutti, pettinandosi i suoi bei capelli lunghi blu. Insomma, questa edizione di Sanremo è stata un continuo colpo di scena. Reale? Fasullo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A me è sembrata una puntata di<em> Uomini e Donne</em>, con litigi e critiche costruite a tavolino, fatte per avere qualcosa di cui parlare e sparlare per cinque interminabili giorni su ogni piattaforma. Insomma, anche quest’anno Sanremo ha vinto, tutti lo seguono e tutti lo vogliono.</strong> Ed è molto più vicino alla realtà quotidiana di quanto possiamo immaginarci. Quando c’è addirittura un Ministro degli Interni che esprime un parere sul vincitore significa che Sanremo è in assoluto la soap opera più amata dagli italiani, che appassiona e commuove come i Mondiali di Calcio o i matrimoni dei reali inglesi. Gli ingredienti sono cambiati ma la sua popolarità cresce di anno in anno ineluttabilmente.</p>
<p><strong><em>Virginia Longo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-piu-il-festival-di-una-volta-ora-e-una-puntata-di-uomini-e-donne-che-dura-cinque-lunghi-giorni-altro-che-la-trap-rimpiangiamo-i-matia-bazar-massimo-ranieri-il-renato/">Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tutto il mondo è in un metro quadro”. 50 anni senza Giovanni Comisso: tour nel suo “Veneto felice” (prendete appunti!)</title>
		<link>https://www.pangea.news/tutto-il-mondo-e-in-un-metro-quadro-50-anni-senza-giovanni-comisso-tour-nel-suo-veneto-felice-prendete-appunti/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 11:25:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un volume intitolato Veneto felice, di Giovanni Comisso. Esiste una prefazione intitolata Vita felice di Giovanni Comisso. Esiste di certo un Veneto felice. E l’Italia invece, esiste, e felice? Chissà&#8230; Troppo sfuggente forse l’idea di felicità, così come quella d’Italia, che di certo, almeno in Veneto, come se Metternich ci avesse preso eccome, esiste [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tutto-il-mondo-e-in-un-metro-quadro-50-anni-senza-giovanni-comisso-tour-nel-suo-veneto-felice-prendete-appunti/">“Tutto il mondo è in un metro quadro”. 50 anni senza Giovanni Comisso: tour nel suo “Veneto felice” (prendete appunti!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Esiste un volume intitolato <em>Veneto felice</em>, di Giovanni Comisso. Esiste una prefazione intitolata <em>Vita felice di Giovanni Comisso</em>. Esiste di certo un Veneto felice. E l’Italia invece, esiste, e felice? Chissà&#8230; Troppo sfuggente forse l’idea di felicità, così come quella d’Italia, che di certo, almeno in Veneto, come se Metternich ci avesse preso eccome, esiste solo come entità geografica. O meglio, come entità burocratica ed espressione vampiresca. <strong>Ebbene, se sicure non sono, se non in negativo, la felicità e l’esistenza della nazione italiana, fede che non ha sostituto quella vera, tale è invece il piacere di sfogliare Comisso… Specie le parole che, scrittore sanguigno e seminale, come l’ha definito Andrea Zanzotto, “di un sangue-semen splendido e insieme polluente”, </strong>ha dedicato alla loro regione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65160 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice-200x300.jpg" alt="" width="145" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/veneto-felice.jpg 332w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Comisso l’anarcoide, il disimpegnato, almeno dopo l’impresa di Fiume, come pochi altri scrittori italofoni lo sono stati (tra gli altri, e non è forse un caso, proprio Zanzotto e un altro conterraneo, il vicentino Goffredo Parise), poco incline alle teorizzazioni, alle formule ideologiche, alle mitologie politiche e alle frequentazioni borghesi, da sempre profondamente e schiettamente radicato nella sua terra, in parte reale, in parte frutto del sogno, “pagana, mediterranea, vulcanica” (vulcanica di sicuro; mediterranea forse; pagana per lo meno nel senso di <em>pagus</em>, di radicata in villaggi), e per questo, secondo Pasolini, autore “né veneto né cattolico”, questione riguardo la quale Parise resta incerto mentre l’altro vicentino Piovene risponde più nettamente affermando che le parole del poeta di <em>Saluto e augurio</em> sono vere solo “se per scrittore veneto s’intende uno scrittore d’affanni psichici, un misto di narcisismo e di masochismo, che si arrovella a sciogliere razionalmente i suoi grovigli”, come scrive l’autore della detta prefazione, Nico Naldini, curatore che ha tra gli altri il merito di aver conservato le originali coniugazioni comissiane del verbo “avere” (<em>à</em> per <em>ha</em>, <em>ànno</em> per <em>hanno</em>, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comisso il radicato nel <em>pagus</em> (e in questo senso sì “pagano”), ma anche eternamente inquieto, pronto al viaggio, che non di rado, specie in gioventù, assumeva le tinte della fuga alla Rimbaud</strong> e che dalla guerra alle corrispondenze lo portò ovunque, da Fiume (dove fu con D’Annunzio nel “sublime” anno, ma dal poeta non fu mai sedotto, e accolse la guerra come occasione per liberare non tanto Trento e Trieste quanto se stesso, sentendosi soffocare della famiglia borghese, nella città d’origine, Treviso, e contemplando allora le cime del Grappa come l’approdo inatteso di una “giovinezza tumultuante di attesa, ansiosa d&#8217;avventure, generosa”), ai tanti porti del mare Adriatico e della Grecia e poi l&#8217;Africa, la Russia (per arrivare perfino in Siberia), l’India, la Cina, il Vietnam, mentre nel Circeo, dove pensò di trasferirsi, si fece costruire una casa, salvo abitarvi solo pochi giorni (troppi romani, evidentemente), e l’Italia, in cui a più riprese girovagò (<em>L’Italiano errante per l’Italia</em>), e che gli ispirò più di un libro (le sue <em>Satire</em>, i suoi <em>Capricci</em>), ma che più che conquistarlo “fu conquistata dal [suo] sguardo attraverso il paesaggio da regione a regione, componendo in [lui] un solo paesaggio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi”,</strong> afferma in quelle stesse pagine per descrivere la sete che mosse la razza di emigranti verso nuove terre, verso altri paesaggi, diversi ma in molti casi altrettanto meravigliosi quanto quello natale, certo più che verso delle conquiste (vale qui il <em>No vao a combatar</em>), perché lo spirito veneto che egli stesso incarna è innanzitutto contemplativo, aduso alla bellezza, della natura e delle opere, cosciente del fatto che nel paesaggio si trova il “segno delle mani di Dio”, e a un tempo la traccia di quelle umane che si formano sempre “in rapporto al paesaggio”, sicché l’uomo stesso ne è “uno specchio”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo mondo d’infanzia, che si prolungherà negli intrecci tra vita rurale e viaggio, scrittura e amori che costituiranno quello chiamerà il suo “gioco d’infanzia”, è sul Piave, in un lembo di terra che sempre sarà il luogo delle sue radici, anche nelle sue numerose assenze dal Veneto, in giro per l’Italia e per il globo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tutto il mondo è in un metro quadrato”, è infatti il ritornello comissiano che esplicita in poche, semplici parole il richiamo della sua terra, </strong>e <em>il </em>luogo sarà una piccola proprietà agricola in quel di Zeno Branco, nei pressi di Treviso, acquistata con i soldi guadagnati con gli articoli scritti nel suo viaggio in Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà <em>il </em>luogo (perché ognuno ha il proprio) dove tenterà una definitiva metamorfosi vitale, una volta finita la giovinezza, scoprendosi agronomo, esperto di semine, innesti, raccolti e concimazioni, con le mani nella materia originaria (e la Genesi non può mentire) in cui trova sostanza il suo spirito d’indipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io sono profondo nella terra, mi sembra di essere un verme che s’addentra. Presto risalirò farfalla”.</strong> Si tratta di parole che, al di là del poeticismo che l’immagine può suggerire, Comisso recava nella sua carne e nella sua anima. Dalla <em>metafora</em> letteraria alla <em>metamorfosi</em> reale, il movimento è nella <em>morfologia</em> del suo essere ben più che non nel suo scrivere. È la realtà in cui vede e trova la garanzia della sua libertà vitale e, in seconda battuta, pure in veste di scrittore davvero anarchico. Una liberà da sempre anelata, come scrive Naldini, “personale, sociale, letteraria e soprattutto politica, vivendo sotto il fascismo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo conflitto mondiale non vede Comisso in azione come a Fiume e quindi nel primo. Chiuso nella casa di campagna assieme alla madre cerca semplicemente di salvarsi la pelle.</strong> E allo stesso modo per tutta la vita cercherà di salvare l’essenziale, e vale a dire la sua terra. Che sempre per Comisso verrà prima dell&#8217;arte, dei libri, della letteratura e della sua scrittura. “L’arte mi importa e non mi importa. Mi premono i miei campi, per quel poco che rendono, ma che giova, tutto il mondo è in un metro quadrato, basta saperlo godere. E io godo profondamente tutto quanto è attorno a me. Mi basta e ringrazio il Signore”. Ecco il suo ritornello&#8230; Ma allo stesso tempo&#8230; “Se la vita […] fosse abbandonata a se stessa senza essere sorretta dall&#8217;arte, risulterebbe soltanto un movimento senza nome. I fatti […] non diventerebbero storia, e per storia si deve intendere: tutte le forme d&#8217;arte in quanto rendono memorabili quei fatti”. Da qui l’amore di Comisso nei confronti dei memorialisti e ambasciatori veneti, testimoniato anche dal suo fiorfiore di brani del <em>Galateo </em>del Castiglione, dalla sua versione de <em>La mia vita</em> del Casanova, da cui <em>Tre amori di Casanova</em>, edito da Longanesi nel 1966.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua scrittura, impressionisticamente memoriale, paradossalmente radicata e itinerante (una vita che nonostante le due guerre fu certo più felice di quella del grande veneziano), l’autore trevigiano si farà a sua volta ambasciatore del <em>venetismo</em>,</strong> con la terra d’origine che, come sempre volle la tradizione, territoriale sì ma anche cosmopolita, della sua regione, non sarà mai chiusura bensì, come ha scritto Piovene ed è vero pure per Parise, una realtà di partenza e di esistenza, ovunque ci si venga trovare, “un fatto di natura”, che è dentro di sé, “visceralmente”, osmoticamente assorbita e mai intellettualizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-195x300.jpg" alt="" width="151" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/9788830423213_0_200_0_0-1.jpg 200w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Chioggia fu per Comisso il luogo della prima “liberazione artistica narrativa” e in certo qual modo anche, almeno per un attimo, dalle game con la terra, trovandosi proiettato d’incanto in uno stato di sospensione a lui ancora del tutto sconosciuto e che significò, allora, la felicità <strong>(“Il cielo sembra vastissimo. Qui ci si sente come sospesi”, si legge tra le pagine di <em>Veneto felice</em>, e fu uno dei motivi per cui lo scrittore vi percepì “una felice libertà umana fuori del tempo. Sembra di avere vissuto e di non essere morti, di essere fermi in un’eternità certa</strong> <strong>che imprime al passo la cadenza degli dei”)</strong>, sperimentando in modo immediato, come nella pittura di Tiepolo, il nesso col più puro desiderio della sua regione e della sua gente, quello di vivere <em>libera</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Venezia, arrivando da Padova, navigando sul Brenta, gli apparirà “simile a una perla nel guscio rilucente di un’ostrica”&#8230; Venezia città-palazzo, Venezia palazzo-corpo, Venezia città-corpo, femminile, d&#8217;estate, “stupenda donna dal corpo opulento, distesa in ozio olimpico”, mentre “il volto […] rimane immoto mezzo in ombra e mezzo in luce”, un vero sogno d&#8217;Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Greche non solo le origini delle città lagunari ma anche quelle di Padova i cui coloni, approdati pochi chilometri dalla città, risalirono il Brenta “vincendo la corrente impigrita” e scoprendo “una pianura feconda tutelata da un ceppo di monticelli acuminati come picche”</strong> sulla quale sorgerà una città cui i romani aggiunsero ben poco ma molto sant’Antonio, che la fece infine cristiana, poi insanguinata da Ezzelino, prosperante sotto i Carraresi, universitaria, goliardica, intellettuale e sensuale, clericale e commedica, contadina e industriale, radicata e cosmopolita, arcaica e moderna, sempre vitale e fiorita con la Serenissima, con Giotto e Mantegna, con Tiepolo e Tiziano, con l’Oriente della chiesa del suo santo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guido Ceronetti vi vedrà “un fantastico, quasi gangetico Oriente”, ma l’Oriente è in realtà un Oriente elleno-cristiano, elleno-cattolico, orientamento della città che, come ha scritto un altro Guido, Piovene, è il luogo della più grande concentrazione dei vertici pittorici del Trecento:</strong> “Più di Roma. Più di Assisi. Più di Firenze. Contrariamente a ciò che si può pensare, per la quantità e la varietà delle esperienze del Trecento, la vera Firenze è Padova”. Passi che non lo sappiano gli inglesi, gli americani, i giapponesi, ma che non lo sappiano i cosiddetti italiani, grandi provinciali (naturalmente e nel senso più deteriore e non più nobile del termine) la dice tutta, mentre lo sanno molto bene i veneti (tacciati a torto di provincialismo da chi non sa nulla del venetismo) e dunque Piovene, il quale lapidariamente chiosa: <strong>“Giotto a Firenze è tradizione regionale. A Padova è arte nazionale e internazionale”.</strong> Come nella stessa Venezia, a Treviso, a Vicenza, a Udine, a Trieste&#8230; Padova, scrive Piovene, “grazie al santo, è un luogo […] di tregua tra i credenti ed i miscredenti”: clericale e commerciale, colta e conservatrice, campestre e creativa, Padova è pietra e alberi – come il corniolo miracoloso, come il giardino bembiano, come il platano papafaviano, e come nel Prato della Valle – alberi e pietra&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’altra Venezia è Vicenza… Vicenza mai Dominante ma ugualmente ricca, circondata di terre fertilissime, e dedita, nei confronti della sua capitale, alla sola competizione estetica e mai bellica, e infatti eccola ancora trasognata, elegante, capricciosa, sfuggente</strong>, e “incoronata” dalle ville del Palladio e dai marmi delle cave di Chiampo che come sulle Apuane imbiancano in ogni stagione i rilievi verdeggianti con una pietra nella quale le conchiglie fossili si sono impastate con altri detriti marini, facile da scolpire ma che invece d&#8217;indebolirsi diventa sempre più dura nell&#8217;aria e nelle intemperie, e pare una metafora della città che, priva del mare, volle eguagliare la bellezza della laguna. Scrive Comisso che “trovarsi in una Venezia a cui siano stati interrati i canali per farne strade” di notte “scatena la fantasia, coprendola di veli come la bella addormentata nel bosco” in tutta “una giocondità creativa che la città stessa suscita dal suo grembo inesauribile”. Scrive Comisso che “i palazzi diventano vascelli naviganti nella notte” e nella nebbia, come il ponte di Bassano che pare “un tempio, un grande salone, un galeone navigante” mentre nel plenilunio Vicenza è puro sogno, tra pieni e vuoti, tra ombre decise e bianche statue. A Vicenza, “il Palladio à costruito per gli occhi dei suoi abitanti. La sua architettura è tutta di una razionalità oculare”: un parossismo di fantasia e piacere, ma a misura umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è per la meravigliosa torre comunale (“rosea e altissima, come fosse un obelisco eretto fantasticamente in una terrazza sopra qualche casa”). Così per gli edifici gotici e rinascimentali (“eterni come per raffigurare la visuale di quella che per l&#8217;uomo saggio dovrebbe essere la città ideale”). Così anche per i colonnati, le gradinate, le logge, gli archi, le nicchie, le altane, le sculture, i giardini, i ponti, i mulini, le cascate, gli isolotti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi Treviso – la sua Treviso. Meno chimerica ma a sua volta semiorientale. Meno trasognata ma ugualmente compiaciuta.</strong> Città che sorge anch’essa in una “terra variata di acqua e colli” e a sua volta dotata di grazia greca in forma tutta veneta, e capace di rinascere dalle sue ceneri (“è stata massacrata da due guerre eppure à sempre mantenuto salvo il suo ceppo vitale di ingenua freschezza” – la sua vita – “intrecciata alla mobile e cangiante filigrana d&#8217;acqua, con smeraldi interposti ovunque d’alberi e di giardini” – la sua vita – “che emergeva come bianche ninfee da un&#8217;acqua paludosa durante gli spettacoli teatrali di autunno e di carnevale”) per tornare a esser ciò che è sempre stata, vale a dire un “parco d’incantesimi” fatto di labirinti, vicoli, sorprese d&#8217;acqua, mulini, archi costituiti da case, salici piangenti, ninfee, scorci fiabeschi, case quasi galleggianti, facendo propria la lezione della Dominante. Treviso liberale. Treviso cattolica. Treviso sensuale. Treviso crollata. Ma mai crollata.</p>
<p style="text-align: justify;">E non crolla l’Endimione, il colle dal nome che più bello non si potrebbe, e bucolico, “veramente l&#8217;immagine del pastore mansueto, disteso nel sonno eterno concessogli dalla Luna innamorata, per conservargli per sempre la bellezza”…</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-65162 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso-217x300.jpg" alt="" width="137" height="189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vita-di-giovanni-comisso.jpg 250w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Veneto felice</em>,<em> I miei paesaggi</em>, <em>Il grande ozio</em>, <em>Attraverso il tempo</em>, <em>La mia casa di campagna&#8230;</em> I titoli delle opere sono come sempre significativi e forte emerge la nostalgia, il rimpianto per il mondo contadino che sta scomparendo o forse è anzi già scomparso (“Immutabile era la loro vita nel giro dei lavori, delle stagioni e delle feste, nello scorrere del tempo sempre rinnovato uguale”) e che l’autore si esprime per esempio nel disturbo che prova di fronte agli apporti di una certa modernità tecnica, dalla motorizzazione di massa ai neon nelle trattorie in cui era solito vivere la sua vita conviviale, e simbolico<strong> è il suo morire proprio nel fatale Sessantotto che altrettanto fatalmente era l’antitesi dello spirito che sta dietro e dentro i santuari e i castelli, i vigneti e i frutteti, i cipressi e i castagni, i fiumi e le grave, le pianure e le colline, i monti e le città, i teatri e le ville, ogni pietra e ogni pianta di questa terra, in cui trova materia lo spirito del <em>pagus</em> cattolico,</strong> del Cristianesimo che mitiga e non annulla il dionisiaco terragno concentrato nelle trattorie ancora quasi greche tanto amate da un pur moderno Ulisse, Comisso, viaggiatore<em> nostalgico</em> in eterno <em>quotidiano</em> ritorno a quella terra, nel suo profondo, in quel mondo nel quale le donne sapevano “unire all&#8217;amore l&#8217;arte di fare bene da mangiare”…</p>
<p style="text-align: justify;">“Infine in una trattoria senza nome, quasi clandestina, la padrona sembrava attendere con la stessa gioia usata per l&#8217;amante e tutto era a disposizione, incominciando dal fuoco subito acceso vampante sul focolare, in modo da avere presto una bella brace per arrostire le bistecche. E quando queste vennero deposte sulla graticola la cucina fu come attraversata dall&#8217;incenso, ma in vero quella legna era pregna di resina così che la carne ebbe lo stesso sapore di quella mangiata da Ulisse e dai suoi compagni lungo il sonante mare, scottata alla brace di ginepro e di cipresso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comisso muore il 21 gennaio del 1969 e dunque forse alla fine di quel mondo che pure il Veneto tenta sempre e non invano di conservare, nella sua Treviso di cui ha raccontato lo splendore e anche una certa decadenza dopo la cacciata degli amati gli Asburgo e dopo il “vento tempestoso” della Prima Guerra mondiale, della Seconda Guerra mondiale</strong>, insomma dopo che scomparvero sui volti degli uomini i baffi arricciati e: “Strade piazze, prospettive crollarono e disparvero. Locali e negozi abituali cambiarono nome e aspetto. I vecchi amici non si ritrovarono più. La città parve snaturata, ma rimasero le sue acque a ridarle quella linfa di ingenua e viva freschezza che è come la cadenza temperata del suo dialetto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel marzo del 2000 una scultura in metallo opera di Mario Martinelli in ricordo del naufragio della Bronsa viene apposta in omaggio allo scrittore lungo l’incantevole canale dei Buranelli. Il pomeriggio del 1° aprile 2005 un uomo originario del Burkina Faso, vent’ottanni, maomettano, si spoglia e attraversa il canale, stacca l’opera dal muro e fa a pezzi la figura del marinaio. Due mesi dopo l’opera torna su quel muro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
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		<title>“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 05:45:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il titolo del libro ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Come faccio sempre, chiedo una lista di “autori di riferimento”, cioè di denunciare l’identità letteraria. Mi fa la lista. Da Bohumil Hrabal a Beppe Fenoglio, da Oriana Fallaci a Josè Saramago e Ennio Flaiano. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/">“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il titolo del libro ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Come faccio sempre, chiedo una lista di “autori di riferimento”, cioè di denunciare l’identità letteraria. <strong>Mi fa la lista. Da Bohumil Hrabal a Beppe Fenoglio, da Oriana Fallaci a Josè Saramago e Ennio Flaiano. Seguono svariati libri di storia, in inglese. Alcuni sono in arabo. “Poi ci sono centinaia di altri libri, soprattutto fra i classici, che non ho più con me</strong> perché ogni volta che faccio un trasloco, accade più o meno ogni due anni da quando me ne sono andato di casa ai diciotto, regalo tutto a una biblioteca della città che abbandono per una strana pulsione a disfarmi di pesi ed ingombri”. Lo capisco qui. La necessità di traslocare, di lasciare, di azzerare tutto. Un falò di sé per rendere i fatti inderogabili. La letteratura intesa come vita – sorriso, occhi e sangue – e non come alambicco accademico, sfogo durante fumose discussioni. <strong>Gabriele Del Grande ha cominciato contando i morti nel Mediterraneo, nel 2006, con il progetto <a href="http://fortresseurope.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener">“Fortress Europe”</a></strong> – il progetto è fermo al 2016, con didascalia ferina, la promessa di censire “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città”. Poi ha fatto un film, <em>Io sto con la sposa. </em><strong>Poi ha scritto un libro dal titolo che ha il sapore di un fiore esotico, <em>Dawla</em> (Mondadori, 2018), ma è un veleno, è un saggio a ritmo romanzesco, che con ferocia narrativa racconta “La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori”. Quando, aprile 2017, Del Grande viene arrestato in Turchia, “per quattordici giorni<em>, </em>undici dei quali in totale isolamento”,</strong> sta lavorando a <em>Dawla</em>, il primo organico tentativo di raccontare lo Stato islamico (“Dawla” è “Stato” per gli affiliati alla guerra santa, l’estrema) attraverso la testimonianza di tre disertori. “Col senno di poi posso dire che quelle due settimane dietro le sbarre hanno aiutato la mia ricerca”, scrive Del Grande nell’introduzione, e conclude, <strong>“Per incontrare i carnefici, ci si sporca le mani. Ma l’unico modo che ha uno scrittore per raccontare una storia, a meno di non volersela inventare, è quello di ascoltarla a sua volta dalla viva voce dei suoi protagonisti”. <img decoding="async" class=" wp-image-64948 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/dawla-195x300.jpg" alt="dawla" width="133" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla.jpg 1000w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" /></strong>Il libro è impressionante, vi porta nell’harem delle “vedove dei martiri”, donne bramate, protette da Dawla, date in moglie, dopo la vedovanza, ad altri guerrieri, in una filiera del fanatismo, servi al loro erotismo ideologico, pur di guadagnare un posto di primo piano in questo ma soprattutto nei mondi a venire. <strong>E poi vi porta a fare una gita al Punto 71, “il nome in codice di una delle prigioni segrete del Dawla in Siria, a Shuhayal”, dove imperversava – prima di essere ucciso durante un bombardamento nel settembre del 2017 – Christian, “un tedesco convertito</strong>… l’unico agente del Punto 71 a girare senza la maschera sulla faccia… uomo alto e magro, sulla trentina… volto spigoloso e labbra sottili… ogni volta che c’era da sgozzare qualcuno, soprattutto se era europeo, Christian insisteva per essere lui a tagliargli la gola in piazza”. Ho inseguito a lungo Del Grande. Per raccontare lo Stato islamico ha prediletto la narrazione potente, l’audacia dell’affresco, più che la genia del saggio. <strong>Ha scritto l’immane – il libro supera le 600 pagine – <em>Guerra e pace </em>dello Stato islamico, l’epopea infernale di quel cuore martoriato e folle della Storia,</strong> tra Siria, Iraq, Turchia, che ha morso – e morde – la placida, ipocrita Europa. Non si sradica l’idea con le bombe. Quando ho letto il libro mi si è chiarificata una cosa, lampeggiante. Non serve fare una intervista canonica a Del Grande. <strong>Il libro mette in discussione tutto il nostro vocabolario. Parole come bene e male, tradimento e pietà, guerra e prigionia – che per i militanti è una prova religiosa utile a santificare la loro missione, cauterizzando ogni tentennamento – paura e potere, hanno un significato diverso in quel contesto, spesso opposto.</strong> Per questo, ho chiesto a Del Grande di riscrivere il vocabolario, di dettare l’abbecedario di quel luogo di inferno e di gloria. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto dalla parola ‘viaggio’ a cui lego ‘avventura’ e ‘avventatezza’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Viaggio è affermazione di sé. Lo è per chi attraversa il Mediterraneo rischiando la vita sulle rotte del contrabbando, che sia per inseguire la chimera del proprio riscatto sociale o per mettersi in salvo da una guerra. <strong>Viaggio è affermazione di sé per chi attraversa la frontiera di un paese in guerra, come la Siria, per unirsi alle brigate internazionali sull’una e sull’altra parte del fronte e finalmente impugnare le armi in nome della propria utopia, sia essa il jihad o il suo opposto, la rivoluzione confederale dei curdi siriani del Rojava. Viaggio è affermazione di sé per chi, come me, da un decennio attraversa il mondo inseguendo le storie che fanno la storia</strong> e col senno di poi si rende conto di aver scritto la propria, di storia. Viaggio non ha nulla a che fare con il turismo. Viaggio è un’iniziazione, un’avventura di formazione, <strong>necessariamente avventata perché abbandona gli ormeggi delle certezze e insegue il cambiamento del proprio destino.</strong> In questo senso viaggio è modernità nella misura in cui contempla l’idea che il destino dell’individuo non sia scritto. Che l’individuo possa ambire a divenire altro da sé e addirittura che in quell’altro e in quell’altrove possa risiedere la propria felicità, a prescindere dal fatto che essa esista davvero e che non si tratti invece di una chimera.</p>
<figure id="attachment_64949" aria-describedby="caption-attachment-64949" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64949" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2-300x200.jpg" alt="dawla" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64949" class="wp-caption-text">Aleppo, 2012. Il corpo senza vita di un combattente della brigata islamista Ahrar al-Sham nella moschea di Sukkari (photo Alessio Genovese)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi cosa significa ‘migranti’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso di avere un problema con i participi presenti del burocratese politicamente corretto. E poi da autore mi piace chiamare le persone con le parole con cui esse stesse si definiscono. <strong>Nell’Africa francofona li chiamano <em>adventuriers</em>, gli avventurieri. In arabo si usa una parola ancora più carica di significato: <em>harraga</em>. È un termine in uso in tutto il Maghreb e vuol dire “quelli che bruciano”. Noi diremmo bruciare un semaforo per uno che è passato col rosso.</strong> A Tunisi, Algeri o Tangeri dicono bruciare la frontiera per chi prende la scorciatoia del mare spesso dopo aver ricevuto un diniego alla richiesta di visto in qualche ambasciata europea. L’idea dunque è quella di violare consapevolmente una norma, di buttare il proprio corpo oltre il confine per riprendersi un diritto elementare, quello alla mobilità. <strong>I bruciatori, <em>harraga</em>, sono gli inarrestabili, i corsari di questo Mediterraneo trasformato in cimitero dalle norme sui visti scritte a Bruxelles in questi decenni. Norme che mentre aprivano alla libera circolazione con l’est Europa e i Balcani, chiudevano tutte le vie legali per viaggiare tra l’Africa e l’Europa</strong>, consegnando indirettamente alle mafie del contrabbando libiche il monopolio della mobilità sud nord in questo piccolo mare. <em>Harraga</em> non ha di per sé un’accezione positiva, può riferirsi a un giovane disoccupato come a un delinquente evaso di prigione, ma contiene l’idea di una ribellione al sistema dei confini e la sfida quasi romantica di un nuovo inizio in un luogo mitico dell’altrove, l’Europa, la terra delle occasioni, dove giocare la partita per il proprio riscatto sociale. Perché non è dalla guerra che si fugge, ma dalla miseria. Dai quartieri popolari di Gabes, Wahran o Khouribga partono i figli dei ceti più poveri, siano essi contadini o operai, con in testa un unico obiettivo: cercare un salario e cambiare il proprio destino. Una volta attraversato il mare, vincere sarà un imperativo sociale. Bruciare è anche questo: per chi arriva in Europa non è ammessa la sconfitta. <strong>Torna alla mente la storia leggendaria di un altro bruciare estremamente popolare nell’immaginario collettivo del Maghreb: la traversata dello stretto di Gibilterra, fra il Marocco e la Spagna, compiuta nell’ottavo secolo dall’armata islamica del neonato califfato omayyade agli ordini del comandante berbero Tareq ibn Ziyyad.</strong> Una popolarissima leggenda narra che una volta sbarcato in Andalusia, il comandante ordinò ai suoi cinquemila soldati di dare alle fiamme le navi che li avevano appena traghettati. “Nantasiru aw namutu”. Ovvero: “Vinceremo o moriremo”. Vale lo stesso anche oggi per gli <em>harraga</em> e le loro personalissime lotte contro la miseria. Chi non riesce non tornerà a casa da sconfitto. Meglio perdere se stessi nella terra straniera, l’Europa, che ritornare a mani vuote.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa è ‘Dawla’ per te? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dawla è una sfida. Finora avevo sempre raccontato il punto di vista delle vittime. Avevo sempre seguito l’empatia. La guerra però, in Libia come in Siria, mi ha mostrato il limite di questo approccio, mostrandomi quanto spesso le vittime si trasformino esse stesse in carnefici. Specialmente quando di mezzo c’è il sangue e la lotta per il potere. Così ho scelto di raccontare quella trasformazione. <strong>Ho deciso di andare a parlare con i jihadisti per scrivere una storia orale dello Stato islamico in Siria. Non per giustificarli né tantomeno per sminuire, tutt’altro.</strong> Mi sentivo chiamato dalle loro storie per un duplice motivo. Dal punto di vista giornalistico mi interessava ricostruire l’improvvisa e misteriosa ascesa dell’Isis nonché la sua caduta in realtà solo apparente. Dal punto di vista letterario invece mi interessava indagare una storia universale, che è la storia della condizione umana di chi subisce il richiamo della lotta armata, di chi cede al fascino della sottomissione totale all’Idea, di chi si lascia divorare dalla brama per il potere e dall’assuefazione per la violenza.</p>
<figure id="attachment_64950" aria-describedby="caption-attachment-64950" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64950" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri-300x169.jpg" alt="dawla" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri.jpg 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64950" class="wp-caption-text">Aleppo, 2013. Lapidi nel parco giochi di Bustan al-Qasr (photo Gabriele Del Grande)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>E a quali concetti avvicini ‘Turchia’ ed ‘Europa’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dovendo scegliere, risponderei una cella e un cimitero. <strong>La cella è quella dove sono stato detenuto per quattordici giorni<em>, </em>undici dei quali in totale isolamento, per aver cercato di indagare sui rapporti fra servizi segreti turchi e gruppi jihadisti in Siria.</strong> Quella cella è stata per me l’occasione per riflettere sul carcere politico e su vicende ben più gravi della mia. Per quanto spiacevole infatti, il mio breve trattenimento è stata una vicenda irrisoria rispetto alla deriva autoritaria che conosce il paese dopo il fallito golpe dell’estate 2016 e che ha portato in carcere oltre duecento firme del giornalismo turco, processati per terrorismo e condannati anche all’ergastolo, insieme a migliaia di oppositori. Le loro celle rappresentano la sconfitta delle ambizioni democratiche del paese, ma allo stesso tempo sono la rappresentazione plastica della forza di quelle stesse ambizioni. Sono cioè storie di forza e non di debolezza. Storie di resistenza e non di sconfitta. La Turchia che mi piace guardare è questa Turchia in cella, non la Turchia della deriva autoritaria, non la Turchia della censura, delle avventure militari in Siria e della repressione militare dei movimenti curdi, non la Turchia delle nuove élite arricchitesi negli anni del boom economico e vicine al potere islamista e nazionalista. <strong>L’Europa invece ha la forma del suo cimitero Mediterraneo. Io il mio lavoro l’ho iniziato così dodici anni fa: contando i morti alle porte del vecchio continente, lungo le rotte del contrabbando in frontiera. Ad oggi le stime più caute parlano di trentamila morti fra Libia e Sicilia, Turchia e Grecia, Marocco e Spagna. E il dato reale è probabilmente molto più grande,</strong> perché buona parte dei naufragi sono avvenuti in alto mare senza che stampa e autorità ne abbiano mai ricevuto notizia. Quella grande fossa comune ci interroga sulla nostra indifferenza, non tanto e non solo dei nostri governi, ma in primis delle nostre società che hanno ormai imparato a convivere con questi numeri da guerra in frontiera. Allo stesso tempo quei morti stanno scrivendo una storia che legherà per i secoli a venire l’Europa all’Africa. È una storia potente di mescolamenti di popoli e di culture. Una storia più forte delle paure e delle narrazioni contro la mobilità umana. <strong>Se le relazioni umane fossero fili saremmo davanti ad una rete di milioni di nodi intessuta fra l’Europa e l’Africa. Il destino di milioni di noi si è intrecciato con quello di altrettanti abitanti della riva sud. Sono storie di amici, di parenti acquisiti, di amori, di affari, di viaggi, di scoperte. Sono un anticipo del futuro. </strong>Perché a metà dell’Ottocento nessuno avrebbe osato immaginare un’Italia unita, un’Italia senza dogane, divisa in regni e regnucoli, stati pontifici, ducati e granducati; così come all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale nessuno avrebbe osato immaginare un’Europa unita e uno spazio di libera circolazione fra Stati che si erano fatti la guerra fino al giorno prima. Allo stesso modo oggi può sembrare inverosimile uno spazio globale di libera circolazione, ma è uno degli scenari possibili verso cui ci stiamo avvicinando seppure fra mille difficoltà e non pochi rigurgiti nazionalisti. Lo dico con un’immagine forte. Chissà che un giorno, nonostante il nostro ritardo sulla storia, quel cimitero in fondo al mare non finisca per diventare un ponte. Un ponte fatto di corpi e relitti così numerosi da ricongiungere per la prima volta le due rive di questo Mediterraneo dopo tanti secoli di guerre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola ‘prigione’ e ‘clausura’, a cosa rimandano, per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che la clausura è un buon modo per superare la prigione. Soprattutto durante l’isolamento. <strong>Restare 24 ore al giorno in totale solitudine non è facile. L’unico modo per uscire da quella cella è chiudere gli occhi e viaggiare in un’avventura della mente.</strong> Soltanto così il tempo iperdilatato della cella riprende a scandire il ritmo del proprio respiro e il pensiero ritrova una forte lucidità. A me hanno aiutato molto i quattro giorni di sciopero della fame perché mi restituivano la possibilità di sfidare l’abuso di potere di cui ero vittima e l’illusione di poter incidere sulla realtà anche dall’interno della mia cella. Il resto l’ha fatto la lettura. <strong>Durante i miei undici giorni di isolamento a Mugla, in Turchia, mi erano stati messi a disposizione un Corano in arabo e un manuale di conversazione in turco. In una settimana memorizzai buona parte del frasario turco che poi praticavo improvvisando pretestuosi dialoghi con le guardie durante i frequenti controlli della cella, ed ebbi il tempo per rileggermi per intero il Corano.</strong> Per me era un modo per occupare il tempo con lo studio. Per i detenuti jihadisti nella cella a fianco alla mia era invece un modo per resistere. Ricordo un libico di Tripoli con cui riuscii a parlare una sera per qualche minuto attraverso gli spioncini delle porte delle nostre celle prima che le guardie se ne accorgessero e si affrettassero a chiuderli urlandoci addosso. Il libico era stato fermato cinque mesi prima in frontiera mentre andava a unirsi al fronte. Dallo spioncino vedevo solo i suoi occhi, ma riconobbi la sua voce. Era la voce che risuonava cinque volte al giorno nel corridoio della nostra sezione quando intonava la chiamata alla preghiera. <strong>Nella sua cella non facevano altro dalla mattina alla sera. Preghiera e memorizzazione del Corano. La loro detenzione era una prova, un’esperienza religiosa, quasi mistica. </strong>Rivedevo con i miei occhi le storie che mi erano state raccontate da decine di testimoni siriani che avevo intervistato per il libro e che avevano condiviso il carcere duro e le torture con gli islamisti di al-Qa‘ida. In Siria come in Turchia i detenuti jihadisti cercavano nelle parole dei testi religiosi il conforto per superare il dolore e insieme la promessa di un’utopia di giustizia a cui stringersi saldamente non soltanto per non impazzire ma per invertire i rapporti di forza. <strong>Per trasformare la debolezza in forza e la sofferenza in un’affermazione di sé. Perché torniamo sempre alle grandi narrazioni che abitiamo o che ci abitano: un conto è subire impotenti e un conto è lottare, un conto è soffrire e un conto è desiderare il martirio, un conto è essere soli e un conto essere l’avanguardia di un movimento globale di lotta armata. </strong>In questo senso il carcere spesso non fa che fortificare le convinzioni degli esponenti dei gruppi di lotta armata dei movimenti islamisti, senza parlare della possibilità di incontrare dietro le sbarre leader e guide spirituali di quegli stessi movimenti che in cella hanno la possibilità di fare proseliti anche fra molti detenuti comuni trasformando il carcere in un grande campo di indottrinamento e addestramento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualifica il termine ‘tradimento’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile. A volte il tradimento è storia di opportunismi e profittatori; a volte è il prevalere del potere sull’idea; altre volte è semplicemente il trionfo della vendetta in uomini accecati dalla violenza subita, altre volte ancora il tradimento è profetico. <strong>Esistono cioè situazioni in cui tradire è la cosa più saggia, quando non addirittura l’unica via d’uscita dal circuito perverso del sangue, perché alla fine la pace si fa coi propri nemici e a qualcosa bisogna pur tradire per salvare altre vite. </strong>Altrimenti non sarà mai la pace, ma saranno soltanto le macerie della vittoria finale. Dopodiché alcuni lo chiameranno compromesso e altri tradimento. Ed è proprio per questo che diffido molto del termine. Perché tradimento è un’accusa buona per tutte le stagioni del potere per scomunicare i propri avversari. Il che in guerra equivale a una condanna a morte e in pace alla macchina del fango. <strong>Ora, essendo io un inquieto cultore del dubbio e della ricerca, non posso che provare simpatia per alcune delle suddette categorie di tradimenti, a discapito delle certezze monolitiche e monoteiste di chi pretende di possedere una morale e una verità assoluta.</strong> E questo sia perché la natura umana è debole e costellata di tradimenti, errori ed erranze. Sia perché, come dicevo pocanzi, grandi statisti e pensatori del passato sono spesso stati additati come traditori, eretici o folli, per aver indicato una strada troppo in anticipo sul loro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">‘</p>
<figure id="attachment_64951" aria-describedby="caption-attachment-64951" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64951" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra-300x169.jpg" alt="dawla" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra.jpg 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64951" class="wp-caption-text">Aleppo, 2013. Bambino alla finestra osserva un gruppo di miliziani in strada (photo Gabriele Del Grande)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Obbedienza’, ‘disciplina’: cosa significano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rinuncia alla propria individualità, alla propria libertà, al proprio raziocinio. C’è una scena nel libro che restituisce bene l’immagine. Quando uno dei personaggi sceglie di arruolarsi nel Dawla e viene convocato per un corso di addestramento nei servizi segreti dell’organizzazione. Insieme a una trentina di giovani uomini candidati come lui alla stessa posizione, viene bendato e fatto salire su un autobus che li porterà alla sede del corso. <strong>Una volta arrivati a destinazione, nei sotterranei di una vecchia scuola di campagna, il loro addestratore distribuirà loro come prima cosa dei passamontagna neri da indossare. L’ordine sarà di non toglierseli mai per nessuna ragione. Né durante i pasti, né durante le preghiere e nemmeno durante il sonno. Affinché nessuno conosca mai la loro vera identità.</strong> Così coperti, il nostro personaggio si stupirà di non riconoscere più i vecchi compagni. E si ecciterà alla sensazione di <strong>essere finalmente la parte indistinta di un tutto, non più un individuo singolo, ma un ingranaggio di una macchina molto più grande,</strong> dove uomini di tutte le nazioni e di tutte le classi sociali, resi uguali in tutto e per tutto persino da quella maschera, si diranno pronti a morire lottando per un’idea a cui hanno giurato fedeltà assoluta. Chiaro che in Dawla tutto è amplificato, è la guerra ed è il totalitarismo. Ma il meccanismo di fondo è quello dell’obbedienza totale e della sottomissione incondizionata all’Idea. In tempi di pace la sottomissione è all’immaginario collettivo, al controllo sociale, alla morale, al pensiero debole come alle ideologie forti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi, nel contesto che hai vissuto, che cosa sono ‘bene’ e ‘male’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bene e male sono le prime vittime di ogni guerra, assieme alla verità. Nel senso che sul fronte lo scontro non è fra buoni e cattivi. Lo scontro è fra gruppi di potere, a livello nazionale e internazionale, ed è mosso esclusivamente da interessi molto materiali ovvero il controllo di territori e risorse. Le risorse però da sole non bastano per armare un esercito. <strong>Per convincere migliaia di uomini a combattere non basta un buon salario. Serve un’idea, una fede, una grande narrazione che dia senso a quel conflitto e che trasformi i suoi morti in martiri caduti per la giusta causa. In questo senso il bene e il male sono importanti e come in guerra.</strong> Perché definiscono da che parte della trincea posizionarsi. Nel caso di Dawla, da un lato c’è la grande narrazione della guerra globale al terrorismo islamista per la causa della democrazia e della libertà; dall’altro c’è la grande narrazione della guerra globale ai tiranni della miscredenza e agli imperi dell’empietà per la causa di Dio. Queste narrazioni arrivano sul campo di battaglia e orientano le scelte di chi decide di impugnare le armi in una sorta di scontro finale fra le forze del bene e del male. Nel libro provo a raccontare proprio questo: il fascino del jihad e la conseguente ridefinizione della scala dei valori in una narrazione che da un lato demonizza il nemico e esalta il martirio, ma dall’altro propone un’etica di fratellanza ed egualitarismo fra mujahidin e promette agli oppressi un’utopia di giustizia e di ritrovata grandezza. <strong>Nel libro cerco di raccontare chi sono gli uomini e le donne su cui questa narrazione del Dawla ha fatto presa e come giustificano i crimini efferati commessi da quell’organizzazione. Perché il male poi esiste eccome. Soltanto in Siria parliamo di mezzo milioni di morti in sette anni.</strong> E tuttavia il male, per quanto efferato, non è mai disumano. Mi spiego: sarebbe troppo sbrigativo liquidare le azioni anche più cruente come il frutto di menti malate. Dietro ai crimini del Dawla, ma potremmo dire lo stesso dei crimini dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, non c’è altri che l’uomo. E <strong>se c’è un modo per dire “mai più” forse è indagare i meccanismi della violenza, dell’odio, dei totalitarismi, della propaganda, della guerra e del potere. Farlo ci costringe ad abbandonare il comodo e illusorio punto di vista della lotta fra il bene e il male, ci costringe a osservare gli aspetti più oscuri della nostra imperfetta umanità.</strong> Ed è scomodo perché non ci assolve. Non ci dà cioè la certezza che al posto di altri saremmo stati vittime e non invece carnefici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiegami la parola ‘segreto’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se mi dici segreto, ti dico servizi segreti. I grandi manovratori oscuri dietro ogni guerra. <strong>Perché mentre sul campo di battaglia ci sono idealisti e avventurieri, guerrieri e fanatici, banditi e signori della guerra, dietro le quinte si muovono giochi di potere molto più grandi delle ragioni di chi rischia la vita per un’idea, per il denaro o per un’avventura.</strong> Sono i servizi segreti siriani che giocarono la carta della strategia della tensione rilasciando mille prigionieri jihadisti all’inizio delle proteste nel 2011 per infiltrare e delegittimare l’opposizione siriana. Sono i servizi segreti turchi, francesi, britannici, statunitensi, israeliani, qatarini, emiratini e sauditi, che fra il 2012 e il 2014 portarono avanti una strategia del caos favorendo l’arrivo in Siria di migliaia di jihadisti internazionali con l’obiettivo di destabilizzare il regime siriano di al-Asad. E sono infine i servizi segreti del Dawla stesso, che da Istanbul al Golfo, dagli Emirati alle città europee, pianificarono la terribile stagione degli attentati in Europa prima che la Coalizione internazionale avesse la meglio sul terreno e che in questo momento stanno riorganizzando la guerriglia degli anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiegami la parola ‘potere’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potere è uno dei temi sullo sfondo del libro. Per chi combatte, potere è uccidere. <strong>Potere è decidere della vita e della morte di un altro uomo. Ma prima ancora è cessare di temere la morte.</strong> Lo racconta uno dei mujahidin nel libro, quando deciderà di abbandonare un’avviata carriera da emiro della polizia morale a Raqqa per tornare sul campo di battaglia, rispondendo al richiamo di quella sensazione di invincibilità che gli veniva dall’uscire vivo dalle trincee, dal puntare le armi al cielo durante un bombardamento aereo senza timore di essere colpito. Più forte di tutto, anche della stessa morte, di cui aveva sconfitto la paura e anzi aveva imparato a desiderare grazie al culto del martirio. <strong>Potere è anche il miraggio che spinse migliaia di civili, per lo più uomini delle classi sociali più povere e dei clan più emarginati della Siria interna, ad arruolarsi con il Dawla nella stagione in cui l’organizzazione rappresentava il carro del vincitore ed era in grado di offrire un avvenire e un riscatto sociale.</strong> Perché la guerra è anche questo: la distruzione di un vecchio ordine costituito e delle sue elite prontamente rimpiazzate con orde di parvenue arricchiti e fedeli al nuovo Stato. Uno Stato totalitario che esercitava il suo potere con il bastone e la carota. Seminando il terrore fra i cittadini con i suoi quotidiani atti di terrore contro i nemici interni, dalle esecuzioni in piazza alle fosse comuni. Ma anche offrendo una serie di servizi e opportunità, dall’assistenza ai poveri al welfare per le famiglie dei martiri di guerra, dalla liberalizzazione del contrabbando di petrolio alla riapertura del commercio fra Siria e Iraq, per comprare con il denaro il consenso dei ceti popolari e dei commercianti. In tutto questo, in <em>Dawla</em> racconto come mentre il grande apparato di propaganda e censura diffondeva l’ideologia islamista del Califfato e prometteva la realizzazione dell’utopia islamista, dietro le quinte si consumavano violentissime faide di potere tra leader di opposte correnti religiose ultraortodosse, fra vertici di servizi segreti interni ed esterni, fra il comando siro-iracheno e quello internazionale. Faide che raccontano molto di come le dinamiche del potere si assomiglino molto ad ogni latitudine, a prescindere dalle ideologie e dalle narrazioni del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultima. Ti chiedo di spiegarmi le parole ‘vita’ e ‘Dio’.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In guerra la vita è un prodotto di scarto, la più economica delle merci. <strong>Non valgono niente le vite dei prigionieri politici torturati a morte nelle prigioni dei servizi segreti siriani. Non valgono niente le vite dei civili cristiani e sciiti trucidati dalle squadre del terrore del Dawla. Così come non valgono nulla le vite dei civili massacrati sotto i bombardamenti dell’aviazione siriana prima e di quella statunitense e russa poi. </strong>Ed è così che, per una strana legge degli opposti, non valendo più niente la vita diventa al tempo stesso la merce più preziosa. Il dramma accorcia lo scorrere del tempo. Avviene tutto nell’imminenza del tempo presente. Il passato è distrutto. Il futuro scompare dalla vista, non è garantito. Non resta che il qui e ora ed è un tempo di scelte esistenziali. Fuggire o combattere? Uccidere o essere uccisi?<strong> Dio è il protagonista di un discorso. È un discorso religioso che offre conforto a chi in mezzo alla guerra ha perso tutto e vede avvicinarsi inesorabile l’ora della propria morte. È un discorso di lotta armata che incoraggia coloro che si sentono oppressi a unirsi nell’esercito dei giusti che riporterà sulla terra le leggi di Dio nella loro interpretazione ultra-ortodossa</strong> e allontanerà i tiranni dell’empietà e la corruzione dei tempi, riportando in auge la grandezza perduta del primo califfato. Ed è infine un discorso politico, che legittima il potere dell’organizzazione del Dawla come autentica custode del jihad globale. Proprio per questo ogni discorso su Dio che si scosti dalla visione ultra-ortodossa del Dawla e dunque ne mini la legittimità, è la più grande minaccia per il futuro dell’organizzazione. Le idee infatti non si sconfiggono con le bombe ma con altre idee</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/">“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jan 2019 08:08:13 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-baricco-fa-il-parroco-e-usa-le-paretesi-quadre-come-wittgenstein-per-capire-il-delirio-del-sesso-contemporaneo-passate-a-vargas-llosa-e-meglio/">Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è stato un momento, vent’anni fa, in cui la produzione di informazioni su internet si è agganciata alla produzione di ormoni. Un’ora fatale era scoccata, e anche il sesso ormai pronto per venire inscatolato. A ognuno il suo e viva il parroco!<strong> Ma se lo chiami il parroco non tarda a venire e Alessandro Baricco ha riprodotto sulle mappe che guarniscono la sua ultima fatica da spirito del tempo che soffia un po’ dove vuole.</strong> Il capolavoro pronto mesi prima di Natale sugli scaffali s&#8217;intitola <em>The Game</em> (Einaudi, 2018). Una summa di teurgia bianca, sinistra, insomma la solita minestra di angeli della storia e contropelo alla Benjamin.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggete (prima comprate) <em>The Game</em> dell’incantatore dei sonagli smanettoni del web e studiate le sue mappe a fondo libro per capire il resto: in quest’anno avevamo youporn, ma ora abbiamo quest’altro e poi lì, in quell’angolo della mappa troviamo whattsapp. E lì in fondo l’idromele di Steve Jobs.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64976 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg" alt="baricco" width="119" height="187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco.jpg 638w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Esempio numero uno. Tinder. “Riesce a sdoganare per sempre un penoso desiderio che avevano quasi tutti: tornati a casa completamente scoglionati, poter scegliere in un catalogo un partner mai visto prima con cui uscire a cena [o eventualmente entrare in un letto]”. </strong>Notare la parentesi quadra degna di Wittgenstein e Frankenstein. E ancora “la genialità di Tinder fu quella di capire che stare lì a scegliere nel catalogo con le chiappe sul sofà e la TV accesa rappresentava per la stragrande maggioranza degli esseri umani una cosa più divertente che uscire cena  [piuttosto caro e comunque prima dovevi lavarti e è vestirti] o accoppiarsi veramente [non sto a sottolineare le innumerevoli scocciature”. Insomma l’ha provato? Ecchisenefrega. Definizione finale data dal sommo “Tinder, un solitario con le carte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio numero due. “2006. Nasce Youporn. Va be’, questo sapete cos’è&#8221;. Evviva. Laconico come uno spartano a Torino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esempio numero tre per quadrare il cerchio del teologo hegeliano che inventa il suo lessico e se lo gira tra le mani come un pupo. “Alla fine la principale differenza tra l’idea di esperienza che aveva il ’900 e l’idea di post-esperienza che esce dall’insurrezione digitale non sta tanto in quella faccenda della profondità e della superficialità”. Perché “la post-esperienza è l’inizio di un gesto, è l’apertura di un’esplorazione, è un rito d’allontanamento, è la traiettoria di un andare”.</p>
<p style="text-align: justify;">E per concludere, una bella mappa del malandrino per chi voglia afferrare lo stile prolisso del nostro campione e scoliasta, manco fosse il dio Montaigne che si chiude nella torre con venti libri e scrive mille pagine. O Bolaño che nell’ascensore guarda l’infermiera e muore d’eros perché sente la malattia ai reni, ma rimane in piedi e lo scrive e tiene la conferenza come è lui – un gaucho insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma pazienza non ce n’è. Dopo Montaigne e Bolaño una storia da sempliciotti come quella di <em>The game</em> è insoffribile. Corriamo ai ripari e compriamo coi soliti noti (Adelphi o Bompiani) i <em>Saggi</em> di Montaigne per toccare il nostro corpo come se fosse fatto d’anima.</strong> Meglio ancora, diamo l’obolo ad Adelphi o Sellerio, spacchiamoci gli occhi con le ultime parole di Bolaño (<em>Il gaucho insostenibile</em>) a proposito di sesso e malattia e leggiamo di questo cileno intrappolato in ascensore con un&#8217;infermiera mentre pensa che muore per insufficienza ai reni e si appende al sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oppure. Primo passo, riavvolgere il nastro. Prendere il primo libro erotico uscito negli anni in cui internet sbalordiva gli utenti e li trasformava in surfisti</strong> (ma va bene, direte non c’era youporn vent’anni fa – aspettate un momento).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64977 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg" alt="vargas llosa" width="120" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa.jpg 250w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Londra 1996. Mario Vargas Llosa finisce i suoi <em>Quaderni di don Rigoberto</em>, storia di infiniti intrecci e fantasie tra il saggio sognatore erotico che presta il nome al romanzo, e la instancabile doña Lucrezia.</strong> Tra ex-motociclisti evirati, vecchi amanti romanticissimi e clienti che la prendono per una prostituta, vedete un po&#8217; le traversie di Lucrezia prima di tornare tra le braccia di Rigoberto. Per poi capire come tutto sia un sogno, un sogno divino&#8230; ma fermi qui. La trama non va violata. Leggete e vedrete se non vi sentirete più eccitati dopo Vargas Llosa anziché dopo le menate di Baricco che spiega il perché e il percome che viaggia sul web.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un assaggio di Vargas Llosa? Ecco servito: “La civiltà nasconde e assottiglia il sesso per meglio approfittarne, circondandolo di rituali e di codici che lo arricchiscono fino a limiti insospettabili per l’uomo e per la donna pre-erotici, copulatori, generatori di rampolli.</strong> Dopo aver percorso un lunghissimo cammino, di cui in qualche modo il lambiccamento del gioco erotico è stato spina dorsale, per inconsueta via – la società permissiva, la cultura della tolleranza – siamo tornati al punto di partenza ancestrale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fategli lanciare la freccia: “fare l’amore è ridiventato una ginnastica corporale e semipubblica, esercitata a sproposito,</strong> al ritmo di stimoli prodotti non dall’inconscio e dall’anima ma dagli analisti di mercato, stimoli tanto stupidi come quella falsa vagina di vacca che fanno passare nelle stalle sotto il naso dei tori affinché eiaculino e si possa in questo modo immagazzinare il seme che verrà utilizzato nell&#8217;inseminazione artificiale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Complimenti all’ancora non nobelizzato Vargas Llosa del 1996. <strong>E auguri a chi pensava che il grande mandrillo peruviano, una volta messo sul podio svedese dopo un libraccio alla Conrad, si sarebbe fatto una doccia fredda e avesse parlato di angeli. Invece! Due anni fa se ne è venuto fuori con <em>Crocevia</em>, avventura di due donne peruviane nel passaggio al neoliberismo condotto dai loro mariti capitani d’industria.</strong> La storia è semplice ma scivolosa: espulso il dittatore giapponese, vent’anni fa il Perù viene portato al passo del capitalismo dagli uomini, e nel frattempo le donne si divertono a modo loro (tra di loro). Una bella rivoluzione, che mostra chi comanda (sempre, ovunque, per fortuna) e cioè le donne. E che è il sesso a tirare il capitalismo, e non viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Baricco bisognerebbe dare in lettura una versione espurgata di Balzac. Mi spiego. Pensa che tutto sia libidinoso, che <em>the game</em> sia facile e ammirevole perché ognuno ha le sue castronerie sullo schermo dello smartphone</strong> (o telefono, chiamatelo come vi pare su <em>Pangea</em>). E si comporta come quei Vittoriani che non stampavano <em>La ragazza dagli occhi d’oro</em> di Balzac e lasciavano senza la terza e ultima parte l’avventura che cominciava con <em>Ferragus</em>. Si sa. O no? Dobbiamo rivederci <em>Eyes wide shut</em> del dio Kubrick se abbiamo dimenticato tutto da quando vent’anni fa il telefono ci ha fatto credere di essere più liberi (ma leggete <em>Crocevia</em> per capire quante spie ci siano a piede libero, mentre non smettiamo di smanettare).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riguardiamo Kubrick e la sua preghiera finale “fare sesso” come soluzione, perché Baricco ha le traveggole e non dice nulla della trasformazione indotta nelle menti</strong>, fuori dalle mappe del suo libro Apple-whattsapp-youporn. E soprattutto senza scordare che nemmeno il sesso è poi la grande salvezza perché Kubrick ci mostra nel suo film</p>
<p style="text-align: justify;">a) personaggi compulsivi che nemmeno con lo shopping natalizio riescono ad ammansire i loro demoni nevrotici, manco fossero la signora Woolf da Harrods</p>
<p style="text-align: justify;">b) attraverso la sua storia permeata di sesso e scrupoli, Kubrick mostra il romanzo che l’ha ispirato – un libretto breve scritto in modo vaporoso da Schnitzler, amico di Freud nella Vienna che contava le sue paturnie (sessuali, mentali) sul lettino stregonesco, mentre Klimt dipingeva in oro le madame e Zweig faceva poesie sulle storie delle donne sedotte e abbandonate</p>
<p style="text-align: justify;">c) ci fa vedere infine cosa avrebbe fatto di una storia altrettanto tesa sessualmente come <em>Paura</em> di Zweig. Ne scrisse il copione negli anni ’50 ma quei pisciasotto puritani lo pagavano per non molestare i loro sogni hollywoodiani. Il copione è stato reso noto la scorsa primavera e ha vellicato, da queste parti, anche i cronachisti di <em>Repubblica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In definitiva, meglio andare alle origini del fenomeno internet e vedere cosa era la letteratura e il sesso quando la rete militare fu resa disponibile al grande pubblico</strong> (poi ci sarà sempre chi vuole giocare al biliardino e si legge <em>The game</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">E se venisse la fregola di seguire Vargas Llosa nella sua produzione mostruosa, non resta che leggere altre cose come <em>La guerra della fine del mondo</em> (Conrad + civiltà e barbarie + amori e tempeste brasiliane) oppure <em>Pantaleon e le visitatrici</em> (fare poesia sui bordelli visti con gli occhi dell&#8217;infanzia, quando tutto è ancora potenzialmente uguale) e <em>La zia Julia e lo scribacchino</em> (dove Vargas Llosa scrive sprofondandosi racconto dentro racconto come da migliore tradizione di telenovele).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo per il sesso. E la teoria? Teoria Vargas Llosa non ne dà, è un modesto pensatore benché vigoroso scrittore.</strong> E poi rimane americano e non europeo: la teoria gli interessa meno della realtà inventata e ripridotta nella pagina che va scalata perché ha certi passaggi che sembrano della stessa struttura del vecchio marchese. E questo adesso che ha superato i settant&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come al solito, l’età conta poco. Come l’esperienza. <strong>Se manca il graffio e lo sputo indecoroso, rimaniamo alle devote mappe di cronistoria per bambini che vorrebbero indottrinarci.</strong> Non ci riescono. <em>In my opinion</em>,</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
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		<title>Il mago della critica, l’illusionista delle lettere, il sognatore in esilio: dialogo con Paolo Lagazzi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2019 05:35:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusionista non elude la realtà – ne compie il mistero. D’altronde, lo scrittore, estremo illusionista, gioca con i verbi fino al punto da farci credere che ciò che scrive sia la ‘verità’ – e in effetti, non c’è altra verità plausibile, palpabile, possibile. Maestro del vuoto e dell’elusione, esperto nel magistero di ciò che è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-mago-della-critica-lillusionista-delle-lettere-il-sognatore-in-esilio-dialogo-con-paolo-lagazzi/">Il mago della critica, l’illusionista delle lettere, il sognatore in esilio: dialogo con Paolo Lagazzi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’illusionista non elude la realtà – ne compie il mistero. D’altronde, lo scrittore, estremo illusionista, gioca con i verbi fino al punto da farci credere che ciò che scrive sia la ‘verità’ – e in effetti, non c’è altra verità plausibile, palpabile, possibile. <strong>Maestro del vuoto e dell’elusione, esperto nel magistero di ciò che è estinto, in un gracidio di magie, è Paolo Lagazzi</strong>, autore, nel 1994, per Diabasis – poi Moretti &amp; Vitali, 2006 – di un libro straordinario, <em>Per un ritratto dello scrittore da mago</em>, che in realtà è un inno alchemico all’esercizio della critica. Senza il critico, infatti, che combina le frasi dando vocalità al vuoto, che mostra nascondendo, la letteratura non c’è, o meglio, resta guscio arcano. <strong>In quel lontano libro Lagazzi, eroe di una critica creativa, istintiva, fieramente rabdomantica, dagli interessi speciali e molteplici</strong> – ha curato, tra l’altro, le opera del poeta giapponese contemporaneo Kikuo Takano e una illuminante “Antologia di poesia giapponese” – raccoglieva un testo, <em>Il mago della critica</em>, che principiava così: “Nessun critico dei nostri anni… mi sembra più prossimo al vero, solitario e ardente spirito della magia antica e rinascimentale, di Pietro Citati”. Ora quel capitolo è evoluto in libro, <em>Il mago della critica. La letteratura secondo Pietro Citati </em>(Alpes, 2018), in cui Lagazzi – che di Citati, nel 2005, ha curato il ‘Meridiano’ Mondadori <em>La civiltà letteraria europea. Da Omero a Nabokov </em>– sistema i suoi pezzi critici intorno all’esimio, coronati da una introduzione – <em>Incontrare Citati </em>– narrativamente strepitosa – leggera e sinuosamente verticale: d’altronde, Lagazzi è anche sapiente scrittore, leggetevi il romanzo <em>Light stone</em>, edito da Passigli nel 2014 – il cui centro, appunto, sono i giochi di prestigio, i “trucchetti da poco”, come dice Lagazzi – dubitare sempre delle affermazioni di un illusionista – in cui il critico è versato. <strong>Penso che la leggerezza sia un carattere di Lagazzi – d’altronde un ‘trucco’ è un trucco, lo stupore di un istante, la suspance con eredità di vento e di risa.</strong> E la dedizione, quasi teologia. Oltre a Citati, ancor prima, soprattutto, Lagazzi è stato ammaliato dalla magia poetica di Attilio Bertolucci, di cui ha curato il ‘Meridiano’ delle <em>Opere</em> (1997) e uno stuolo di materiali: per Moretti &amp; Vitali ha appena compiuto un ragionamento ulteriore in <em>Come ascoltassi il battito d’un cuore. Incontri nel cammino di Attilio </em>(2018). <strong>Questo essere fuori luogo, a lato, con parole dai rilievi arcani, affascina di Lagazzi. D’altronde, il critico illusionista fa così:</strong> ti fa entrare nell’opera letteraria senza scassinare le porte, ti mostra la stanza segreta, l’alcova degli amori e degli orrori, ti giri, e lui, magicamente, non c’è, è svanito, sembra non esserci mai stato. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64927 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/citati-lagazzi-215x300.jpg" alt="citati lagazzi" width="122" height="170" />Anche parlando di Citati torna la tua mania per il ‘magico’. In cosa è ‘mago’ Citati; in cosa lo è stato Bertolucci?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molte volte Bertolucci ha detto che ciò che gli interessava   più di tutto era cogliere con i suoi versi delle “epifanie”, cioè dei momenti magici, <strong>quei momenti in cui la realtà manifesta qualcosa d’ineffabile, di miracoloso, qualcosa che, in termini proustiani, si potrebbe forse definire un        punto d’intersezione fra il tempo e l’eternità.</strong> La “luce vera” di cui la poesia di Bertolucci vibra non è mai nudo realismo: nei suoi versi l’esperienza quotidiana si nutre di magia, cioè lievita, si decanta, si trasfigura, si apre sottilmente al fantastico, al sogno, alla<em> rêverie</em>. <strong>Citati è stato ed è un mago in un altro senso: la sua pratica       saggistica è lontana dalle tendenze critiche dominanti nel Novecento ispirate ai principi della psicanalisi o alle idee        ‘scientifiche’ dello strutturalismo. Il lavoro critico di Citati   ha le sue fonti anzitutto nel pensiero e nell&#8217;opera di Goethe, </strong>e attraverso Goethe risale alle fonti della grande tradizione ermetica antica e rinascimentale: l’alchimia, l’astrologia, la gnosi, la Qabbalah. Per Citati, come per Goethe, tutto è legato a tutto attraverso un’infinita rete di relazioni, fili, analogie, “corrispondenze”: interpretare un testo significa esplorare questa rete, coglierne le   risonanze e gli armonici, percepirne gli echi fluttuanti fra la terra e il cielo. I saggi di Citati hanno un vasto respiro, e ci comunicano ampie visioni dei testi di cui si occupano, perché non sono mai compressi negli spazi angusti dello scientismo critico contemporaneo, perché ci conducono a riscoprire la letteratura come una grande magia. È l’insieme del suo originalissimo lavoro saggistico che esploro nel mio recente libro <em>Il mago della critica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di magia come atto di critica letteraria: mi pare che il gioco di prestigio culturale, oggi, sia che il critico, magicamente, è scomparso&#8230; Dimmi tu. Soprattutto, ribadendo il compito (necessario, inutile?) della critica letteraria medesima.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza una critica incisiva e sapiente la società letteraria corre di continuo il rischio di precipitare in un caos in cui è impossibile distinguere i testi mediocri da quelli originali, i prodotti di puro mestiere (spesso svenduti come ‘casi’ eclatanti) dai capolavori. <strong>Eppure nessun genere letterario è più in crisi, oggi, della critica. Questa crisi ha anzitutto due cause. La prima: le strategie dell’editoria e dei media.</strong> Sempre più mossi da obiettivi commerciali e da ragioni di mero interesse, gli editori sentono la critica come un pericolo e tendono a scavalcarla  in quanto pensiero potenzialmente in grado di valutare il valore dei testi (i libri ormai si trovano dovunque, anche nei supermarket e nei motel; il semplice gioco dell’offerta diretta, o della réclame sulle pagine dei quotidiani, su Internet e perfino attraverso le tv, è più che sufficiente a creare un rapporto tra produttori e consumatori, con tanti saluti e sberleffi ai critici). <strong>La seconda causa è l’eterna debolezza della scuola in genere e soprattutto dell’università, incapace di offrire ai giovani dei modelli vivi, forti, appassionanti di critica (quasi nessun critico di un certo valore appartiene al mondo universitario).</strong> I pochi critici che compiono ancora il loro lavoro con rigore, fantasia e passione appaiono sempre più degli eredi di don Chisciotte, delle mosche bianche o dei fantasmi vaganti tra le rovine. Per questi sognatori in esilio (tra i quali, permettimi di dirlo, metterei sia te che me stesso) un saggista come Pietro Citati resta una figura imprescindibile di riferimento. Citati è davvero uno degli ultimi, irripetibili maestri della critica letteraria europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il poeta ‘magico’ della lirica contemporanea, a tuo avviso? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se ti rispondo Attilio Bertolucci mi dirai che sono ripetitivo, ma credo davvero che lui sia un poeta magico in quanto capace come quasi nessun altro di rivelarci la semplice realtà quotidiana come luogo di segreta bellezza, come intreccio di soffi e vibrazioni sottili, come corpo pulsante dei battiti cardiaci del mondo. <strong>L’altro straordinario poeta-mago del Novecento italiano è Sandro Penna: anche lui come Bertolucci, sebbene con un taglio stilistico tendente al frammento e non alla durata, sa mostrarci quanto di leggendario, di numinoso e arcano si annida nella vita d’ogni giorno.</strong> Mi limito a ricordarti di Bertolucci “fresca erba / su cui volano farfalle / come i pensieri d’amore / nei tuoi occhi”, e di Penna “Il caldo, il freddo delle sale d’aspetto. / il mondo mi pareva un chiaro sogno, / la vita d’ogni giorno una leggenda”. Cosa di più magico è stato scritto in Italia nel Novecento?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64928 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/bertolucci-lagazzi-202x300.jpg" alt="bertolucci lagazzi" width="126" height="188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/bertolucci-lagazzi-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/bertolucci-lagazzi.jpg 356w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />La letteratura, a tuo avviso, deve ferire o suturare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bella domanda! Come dire: gli scrittori devono essere dei guerrieri o dei medici? Ti rispondo al volo: <strong>cosa sarebbe la letteratura moderna senza la forza dirompente, puntuta, urticante della voce di un Céline? Eppure Céline era, nella vita, proprio un medico</strong>, e non a caso ha dedicato la sua tesi di laurea al dottor Semmelweis, l’uomo che, inaugurando la pratica della disinfezione nell’ambito ostetrico, ha salvato la vita d’infinite donne. Forse nella durezza astiosa, nell’energia corrosiva delle parole di Céline cova, se sappiamo riconoscerlo, un fondo pietoso, un bisogno estremo di spingere gli uomini a curarsi, a ‘capire’… Certo egli non ha sempre ragione, e non pretende nemmeno di averla:  spesso davvero straparla, sembra ubriaco (lui che era astemio!), cade nel delirio… <strong>Ma nella sua voce aspra, stralunata c’è anche, credo, un amore paradossale per l’umanità, una sorta di tenerezza esacerbata, un inconfessabile risvolto pedagogico.</strong> Pensa, a questo proposito, anche allo ‘stile’ dei maestri zen, a quella loro propensione a usare di tanto in tanto forme di violenza (sberle calci pugni) nei confronti dei loro allievi che nasce dal desiderio di risvegliarli alla Via del Buddha, cioè da una forma di compassione. Perfino un classico del disagio moderno come <em>Les fleurs du mal</em> è un libro che ci ferisce per compassione, che ci ricorda di continuo la nostra pesantezza, i nostri limiti, le nostre follie per aiutarci a risalire verso il cielo della bellezza, verso l&#8217;altrove, verso l&#8217;infinito. In sintesi: la letteratura sfugge alle categorie: sa altrettanto ferire quanto curare. <strong>L’unica cosa che deve evitare, per essere buona letteratura, è di cadere nel partito preso, nelle soluzioni a senso unico, nell’ideologia.</strong> Sia gli autori che vogliono solo graffiare – apparire acidi, urticanti, trasgressivi, blasfemi – sia quelli che desiderano solo curare – offrire immagini dolci, avvolgenti come bende, suasive come carezze – mi hanno sempre infastidito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si coniuga il critico prestigiatore con il fascino per il Tao? Che sguardo ‘critico’ porta in sé il Tao? A naso, dico, da vagabondo senza tenda, mi pare che il pensiero orientale propenda verso il ‘vuoto’, mentre il cristianesimo – che ha forgiato la nostra visione artistica – sia centrato sulla ‘carne’, sul ‘pieno’ (si risorge con il corpo, non con l&#8217;anima bella). Dimmi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La via del Tao ha molto a che fare con la magia in tutti i suoi aspetti, anche con quella dei prestigiatori; non è un caso se Emanuele Trevi ha intitolato <em>Il Tao della Critica</em> la sua acuta prefazione alla seconda edizione del mio libro <em>Per un ritratto dello scrittore da mago</em>. <strong>Il Taoismo ci invita a riconoscere che nel movimento cosmico tutto muta di continuo: le illusioni e la verità non sono dunque che due volti della stessa Metamorfosi senza nome di cui il cerchio del Tao, con l’abbraccio in forma serpentina tra lo <em>yin</em> e lo <em>yang</em>, è il simbolo.</strong> Gli illusionisti, i maghi teatrali, i prestigiatori giocano con la metamorfosi entrando e uscendo dai confini dell’apparenza, rovesciando i foulard e le tasche, mostrando le cose da punti di vista diversi, attraversando specchi, formando e sciogliendo nodi, facendo apparire e sparire tortore, fiori, candele… e così via, all’infinito, <em>ad libitum. </em>La loro mobilità e fluidità è, secondo me, una bellissima metafora, una preziosa lezione di libertà e leggerezza per tutti, ma in particolare per gli scrittori dei nostri anni, troppo spesso invischiati nella pesantezza del nuovo <em>engagement</em> o viceversa dediti a una scrittura di puro intrattenimento che però, del respiro mozartiano dei grandi illusionisti, ha davvero ben poco. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda vorrei risponderti: nessuna religione, forse, come quella cristiana è stata sottoposta nei secoli a tante interpretazioni diverse. Certo, il senso della “carne” ha contato moltissimo in Occidente, ha influenzato enormemente le arti plastiche, la scrittura e il pensiero, <strong>ma già nel Medioevo un geniale mistico cristiano come Meister Eckhart era molto prossimo all’intuizione zen del vuoto o del nulla, e anche fra i teologi contemporanei non pochi si sono avvicinati a quella prospettiva: basti pensare a Thomas Merton, a padre Lassalle o a Paul Knitter, </strong>autore di un saggio (<em>Senza Buddha non potrei essere cristiano</em>, pubblicato in Italia da Fazi) che rilegge il cristianesimo in un’ottica esplicitamente buddhista. Mai come oggi simili aperture interpretative possono stimolarci a riscoprire la ricchezza plurale, la complessità, la bellezza variegata (per dirla col grande gesuita Gerald Manley Hopkins) dei fondamenti sacri dell’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La politica, di ogni colore e di ogni Paese, tende a vilipendere gli studi umanistici, a dire (viva!) che sono ‘inutili’. Che utilità ha oggi per un ragazzo passare la vita tra i libri, a leggere, a studiare? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre certi politici si arrogano il diritto di proclamare che gli studi umanistici sono inutili (è rimasta celebre la frase idiota di un nostro ministro secondo cui “con Dante non ti compri neanche un panino”), è proprio ciò che resta della coscienza umanistica europea che dovrebbe risvegliare nei giovani la speranza in una politica, in una storia, in una civiltà diversa. <strong>Molti giovani, in realtà, leggono parecchio, ma avrebbero bisogno di chi li guidasse nelle loro scorribande tra i libri. Come seguendo un serpente che si morde la coda</strong>, qui torniamo al punto di partenza: la necessità di una critica illuminante, di buoni maestri…</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-mago-della-critica-lillusionista-delle-lettere-il-sognatore-in-esilio-dialogo-con-paolo-lagazzi/">Il mago della critica, l’illusionista delle lettere, il sognatore in esilio: dialogo con Paolo Lagazzi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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