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Non dobbiamo stringerci le mani. Torneremo sugli alberi. Sul significato profondo della mano, un altro sguardo

Le mani hanno una personalità autonoma, indipendente da chi le possiede. Hanno equivalenza con gli occhi: per capire la natura di un uomo – e la sua contraffazione – lo guardi negli occhi, ne studi le mani. Anche le mani hanno uno sguardo.

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La “Cueva de las Manos”, in Argentina: l’uomo dei primordi si riconosce dall’impronta delle mani. In alcune pitture rupestri, è dal contorno della mano che si sviluppa il viso. Le mani simulano il viso e danno avvio a un creato: davanti a una lampada, le mani si legano, partoriscono ombre a forma di cane e aquila, serpente e cigno, lepre e nave. Quel mondo d’ombre, censito da due mani intrecciate, non ha meno verità di questo, carnale.

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Secondo Elias Canetti “La mano deve la sua origine alla vita sugli alberi. Suo primo contrassegno è la separazione del pollice dalle altre dita: il vigore del pollice e la distanza creatasi fra esso e le altre dita permettono di usare quel che era un tempo un artiglio, per afferrare bene i rami”. La mano non preda, afferra: garantisce l’assoluta individualità dell’uomo. Con la mano mi arrampico sull’albero, spezzo i rami per costruire una casa, il luogo del mio destino. Con il ramo che ho spezzato posso costruire un bastone: il bastone mi regge; su un bastone, in forma di scettro, reggo la famiglia, il mio regno.

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Le mani sono lo spunto per armarsi. “Il pugnale… è dito più duro e più appuntito. La freccia fu un incrocio dell’uccello e del dito… Il bastone appuntito divenne anche la spada”. In Massa e potere Elias Canetti ci spiega che “la vera grandezza delle mani consiste nella loro pazienza. Le quiete, rallentatissime attività della mano hanno formato il mondo in cui vorremmo vivere”. La mano non è solo simbolo del volto: è l’indole dell’intelligenza. La mente pensa e le mani praticano: in realtà, le mani pensano e la mente cerca una applicazione per adattare quel pensiero al mondo. Le mani sanno intrecciarsi e intrecciare, ammirando quell’intreccio la mente scopre di essere labirinto, di congiurare relazioni.

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Per questo le stimmate sono segno di dolore che diventa predilezione: perforare la mano significa insistere sul destino, trafiggerlo, mutarlo. Per riconoscere Gesù risorto, Tommaso deve guardare il buco nella mano, quel pozzo.

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Con la stessa mano Abramo riconosce la vastità di Dio (“Alzo la mano davanti al Signore, Dio altissimo”, Gen 14, 22) e si appresta, sprofondando nel credo, a uccidere il figlio (“stese la mano e prese il coltello per immolare il figlio”, Gen 22, 10). Dio e Adamo si sfiorano con il dito, nella creazione ideata da Michelangelo.

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La personalità delle mani, a volte, è pericolosa. In un racconto, Le mani, Marcello Barlocco, scrittore d’accecante visionarietà, racconta questo terrore. Se le mani, improvvisamente, congiurassero contro di noi? “Me ne stavo sdraiato sul letto in quel delizioso stato di torpore che precede il sonno vero e proprio quando, là sul bianco delle coltri, intravidi le mani agitarsi, fremere, accostarsi una all’altra, comunicarsi qualche cosa. Poi, adagio adagio, esse cominciarono a risalire lungo il mio corpo. Me le sentii sui polpacci, sulle cosce, sul ventre, sulla gola! E me la serrarono in una stretta feroce e crudele. Lanciai un urlo bestiale: «Uaaaooo!» Allora le mie mani, frrr… corsero là al loro posto, e vi rimasero immobili, quasi fossero vergognose di essere state colte in flagrante”.

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Le operazioni matematiche e quelle affettive si compiono tramite le mani. Con le mani si conta – si calcola la distanza tra me e il destino che mi sono cucito addosso. Con le mani si conosce il corpo di un altro. Senza le mani, a verificarci, non avremmo un corpo. Le mani sono occhi che vanno più in profondità, affondano nei luoghi remoti del corpo.

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Tra l’applauso e lo schiaffo: una mano esalta, una esilia. Con una mano accarezzo un viso, con una mano spacco un altro viso, lo deformo.

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Elias Canetti era affascinato dalla figura del direttore d’orchestra, a cui dedica un capitolo in Massa e potere. Quel corpo rende possibile l’armonia, la musica, a patto di restare intoccabile e di non toccare alcuno. “Durante il concerto il direttore d’orchestra è una guida e un capo per la folla nella sala. Egli sta alla loro testa e ha volto loro le spalle… Invece che con i piedi, egli avanza con la mano. L’interno flusso della musica, suscitato dalla mano, corrisponde al cammino che egli percorrerebbe con le gambe. La gente ammassata nella sala viene rapita da lui. Per tutta la durata di un pezzo, non riescono a vedere il suo volto. Egli è inesorabile: non è concessa sosta. Se durante l’esecuzione di un pezzo egli si voltasse, anche una sola volta, l’incantesimo sarebbe spezzato”. Una forma straordinaria accade corrispondendo a un ordine impresso, nell’aria, dalle mani.

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Come il futuro è divinato dalle linee tracciate sul palmo, così la vera forza delle mani è compiere un gesto senza compierlo. Il comando. Con una mano si indica il colpevole da uccidere. Si impongono le mani per sanare il malato. Le mani sono espressione di una legge: non c’è bisogno di costringere afferrando, basta accennare. Questo è il potere. Le mani così esprimono la loro intelligenza suprema: agire senza sporcarsi le mani. “Lavarsene le mani”, al contrario, significa non occuparsi di un fatto, nettare le mani da tutte le impurità della vita, levarsi lo sporco di una decisione.

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Stringere una mano è sancire il patto: siamo due individui, ma insieme un solo uomo, con due mani, intrecciate. Allo stesso tempo, la stretta identifica la differenza: lavoro con te, nel perimetro di un compito, ma restiamo personalità ben distinte. Ci è detto, in epoca virale, di non stringere più la mano. Ciò detto, ci arrampicheremo sugli alberi. (d.b.)

*In copertina: Caravaggio, “Buona ventura”, 1593

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