01 Luglio 2022

“Trovare le pietre di scarto. Erano tossici, di solito”. Storie dal Tempio

Quando il compagno di liceo attraversava il Tempio, tornavano vecchie faccende. Li chiamavamo impicci, nella periferia: la carta di stagnola per i quartini di roba (nello slang, la polvere, nda); le tre del pomeriggio; l’ero tagliata male; il tale che smerciava; i furgoncini degli ambulanti che vendevano fumo pakistano. Il ricetta. Tornava il castigo delle stagioni, di cui, moralmente l’eletta, consegno ogni tanto un fremito di repulsione. Il compagno di liceo era un uomo adulto. Suonava le berceuse con dita lunghe e esitanti, o frenetiche, quasi a infliggere ogni moto di rabbia nella scala che cresceva o in un solfeggio dello spirito che era turbamento e terrore. I miei amici erano incompleti come faunetti da svezzare, tutti giunchi, sottili, e piegati sulla sponda di un torrente e quel torrente rovesciava suoni di arpe o vapori frizzanti come stelle, corone di intuizioni, il coro invisibile della salvezza.

Sono morti tutti. I miei amici del Tempio erano imperfetti. E di questa imperfezione occorreva tirarci su qualcosa, di solito scrivevo. L’imperfezione ciondolava davanti ai miei occhi simile a un vessillo, il simbolo occhieggiante che reindirizzava ad altro, il sentiero misterico dei senza dote, assurti e immacolati. La vita ha una sua seconda lettura, una rilettura direi, lo sguardo capovolto, gli eroi cechoviani, avete presente?

Sono la mia passione.

Paul-Albert Besnard, Le morfinomani, 1887

O la pozzanghera di Mirgorod, già citata da qualche parte, come un metodo per restare desti. Capovolti e desti. L’eroe gogoliano fissa la città stranito, nella prospettiva ardimentosa, meschina, lì indugia e scopre la commovente estensione minore, si chiama uomo. Soggetto pensante con talune peculiarità: cadere. Inciampare. Perché nella suggestione biblica, si replica la profezia della pietra di scarto che diventa pietra d’angolo e in fondo non facciamo che cercarla, cercarla, il volto immemore. Chi era? Non lo ricordi. Lo cerchi una vita intera. E lo hai visto, una due, tre, mille volte.

Lo hai visto, non lo sapevi.

Lo hai visto.

Era Lui, l’eterna ferita. Sangue e acqua, luce vibrante dal costato, spade che confliggono nel mio, vorrei che mi rapisse la medesima tenerezza. Sangue e acqua.

Le berceuse del compagno di liceo. Volavano via, dal davanzale del palazzo barocco. Chopin. Opera 57. Gli occhi erano neri, grandi, pieni di timore, le ombre dipingevano gli zigomi, l’ovale smagrito. Il tossico malinconico che tanto mi strizzava il cuore da bambina, se dovessi tornare agli albori di un’ossessione. Trovare le pietre di scarto. Erano tossici, di solito. Il tossico malinconico di un film.

Era un lungometraggio giallognolo, autunnale, come certi film francesi, il titolo aveva a che fare con la luna, l’attrice era Greta Scacchi.

Il personaggio maschile era giovane e muliebre, diafano e tumido, l’esatta percezione di quella deità sconfitta. Eroinomane. Come il compagno di liceo e gli altri, il parà che chiamavano il gigante buono, stringe il laccio, infila l’ago. Il liquido scalda sulla fiamma di un cerino. Il gigante non ha mai provato, è un parà, campione di lancio del peso. È un gigante.

Si chiama spada, nel gergo. Il flash sale, l’oceano che esonda, i brividi radunano l’eden di un parossismo, la voce sonnecchiante si trascina in un linguaggio pacificato, e tutto il mondo è salvo. Il parà trascina le parole: sto tornando, sussurra. Socchiude le palpebre, il sonno lo raggiunge, l’eden della dipartita, uno smacco, una falsità armoniosa.

Il parà muore di overdose.

Quando raccontavo a Johannes dei miei amici morti lui si commoveva, aveva le lacrime facili. Era un patriarca.

Scurpiddu priziusu, diceva guardandomi con un amore smisurato, inutile.

L’amore è inutile?

Cosa posso dire. Johannes aveva perduto ogni donna che aveva amato. Mi raccontava della prima moglie e la seconda.

E poi c’ero io.

Io no, non l’amavo. Vorrei essere tua figlia, dissi un giorno. Ma ho già un padre.

Johannes voleva adottarmi e lasciare tutto a questa figlia.

Sarei io. Tu sei ebrea, lo sai? diceva.

E potrei riferirvi alcune cose, ad esempio di un sogno. Un sogno ebreo. Ero sulla lagerstrasse. Auschwitz Birkenau. Il paesaggio è gelido. Grigio. Bambole e trecce di capelli biondi rotolano, trascinate come in una pendenza.

Accanto avanzano pesantemente i vagoni. Non vedo la luce.

Piuttosto un cumulo di bambole, è terribile. Una sull’altra. Bianche, con vestitini bianchi, una cinta alla vita. Rossa.

Ricordo quel sogno e anche quel tempo.

Christiane F., 1980. Photo: Imago/Ilse Ruppert/Photo12

Ero una donna, capite. Risolta. Voglio dire, ero una donna. La mia casa era piccola, una stalla, esatto. Una stalla trasformata in dimora. D’intorno, c’era una pineta, le finestre erano minuscole, le tende ricamate e chiare. L’inverno era timido, buono. Lo guardavo da dietro i vetri. Oppure uscivo in cortile, mi addentravo nel parco dai fusti sovrani e pensavo: quanto sono felice.

Ero molto giovane.

Esser giovani è anche una questione di felicità.

Leggevo Primo Levi, a gennaio; Buzzati, a dicembre. Françoise Sagan, ad aprile. Leggevo molto. I racconti di Kafka, a mio figlio, la sera, prima di dormire. O addirittura Buzzati. Certo non capiva, aveva due anni, ma capiva lo stesso perché la letteratura è un suono a cui affezionarsi.

Prima che la vita impazzisse, diventasse un coacervo di contraddizione. Quando la vita… era una vita.

Non conoscevo il Tempio.

La gente del Tempio non conosceva me.

Oggi mi conoscono tutti. Mi chiamano per nome.

Mi chiamano Vera.

@Veronica Tomassini/emmeeerre letterature

*In copertina: Georgia O’Keeffe, Evening Star No. III, 1917

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