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“Ad essere sincero, ho scoperto che ti amo…”. Le lettere di J.M. Barrie a Robert Louis Stevenson

Ha ragione il mio amico Andrew White: quando gli inglesi scoprono testi inediti e inauditi dei loro grandi vanno in brodo, si strappano i capelli, si eccitano come adolescenti. A me questo entusiasmo – screditando chi crede che l’opera di uno scrittore sia lì, nei recessi del suo cesso privato – ha sempre entusiasmato. Se scopriamo le lettere tra Don Lisander e Carlo Dossi o quelle tra Montale e Andreotti – faccio per dire – al limite se ne interessano i colti, gli incliti cultore del verbo patrio, e il vigore del bello è corroso dal livore accademico, da falangi di filologi con il bisturi al posto del cuore. In UK credono, ancora, mi pare, che con una storia, una fantasia e una facezia si possa cambiare il mondo. Isolani.

Dietro alla scoperta di un inedito, poi, c’è sempre una storia da film, sfacciata – o di facciata, chissà. Michael Shaw, infatti, onesto studioso di letteratura scozzese alla University of Stirling – fateci un giro, a Stirling, nella rocca del ruvido borgo scozzese fu incoronata Mary Stuart, cattolica, cresciuta da Caterina de’ Medici, a cui fu spiccato il capo – giura di aver scoperto il tesoro per caso. Il nostro era alla Beinecke Library presso la Yale University, il gran tempio dei manoscritti, scava, scova quel fascio di lettere, “mi pareva fossero state pubblicate… mi ripromettevo di leggerle”. Lo studioso – così dice – smanetta in rete, tenta l’acquisto, non trova il libro: si accorge che le lettere che ha scoperto sono inedite. Così, abracadabra, “da una scatola di cartone dimenticata negli archivi di una sontuosa biblioteca”, esplodono le lettere di J.M. Barrie a Robert Louis Stevenson. Il creatore di Peter Pan che scrive, arso dal delirio d’amore, al creatore di Jackyll&Hyde. Erano entrambi scozzesi – RLS di Edimburgo; Barrie di Kirriemuir, nell’Angus –; Barrie era più giovane di dieci anni, Stevenson era Stevenson, il grande autore de L’isola del tesoro, che stava svernando all’altro lato del mondo, alle Samoa. “Ad essere sincero, ho scoperto (lo sospettavo da tempo) che ti amo, e che se tu fossi una donna…”, scrive Barrie. Sui puntini di sospensione gli inglesi vanno in estro, “la frase è incompiuta”, ci avvisa il savio giornalista dell’“Observer” che ha dato la notizia. Tranquilli: la corrispondenza, che comincia nel 1892, pubblica come A Friendship in Letters. Robert Louis Stevenson & J. M. Barrie (esce in novembre nei mondi anglofoni), è un lungo omaggio di Barrie al suo scrittore di riferimento. I due non si incontreranno mai – Stevenson muore nel dicembre del 1894 – ma JM prenderà RLS come una specie di amico miliare, di confessore (ipotizzando, perfino, una discendenza comune, dallo stesso avo).

Il fausto ritrovamento – delle lettere di Stevenson a Barrie sapevamo, quelle di JM parevano moribonde, in una fantasia aliena, svanite – cela un rilievo letterario, ed è questo che c’importa davvero. Quando JM, dopo diversi tentativi poco fortunati, forgia Peter Pan – che nasce nel 1902, con The Little White Bird, cresce a teatro con Peter Pan, or the Boy Who Wouldn’t Grow Up, nel 1904, e poi torna in Peter Pan in Kensington Gardens e in Peter and Wendy – lo fa in memoria del maestro, RLS, il gran narratore di storie. Peter Pan, infatti, è l’evoluzione volante di Jim Hawkins come Capitan Uncino è una variante di Long John Silver. D’altronde, l’Isola-che-non-c’è è quella del tesoro ma è anche quella di Stevenson, alle Samoa. Le indicazioni gliele aveva scritto lui, RLF, al giovane Barrie, “Se vuoi raggiungermi: affitta una barca a San Francisco, poi prendi la seconda a sinistra; io sono lì”. Che è poi, ricalcata, la formula astronomica: “Seconda stella a destra: / questo è il cammino / e poi dritto / fino al mattino”. Così, tra reale e immaginario, tra terra e fantasia i confini sono sfumati, sfiniti. Gli scrittori, anche per lettera, volano. (d.b.)

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Valima, Samoa, 13 luglio 1894

Mio caro Barrie,

questo è l’ultimo sforzo di un’anima ulcerata. Ti devo da tanto tempo una lettera, ho saputo così tanto di te, dalla stampa, da mia madre, da Graham Balfour, che devo scriverti o morire assiderato nella mia vergogna. Ma il colmo è che tu mi scrivi una lettera tanto alta che mi vergogno lo stesso a esibirmi davanti al mio giovane amico, mostrandogli il triste idiota che sono.

Intanto, ho visto la fotografia di tua madre. Porta tracce evidenti di un dilettante. Com’è che i dilettanti nel fare fotografie sono invariabilmente più capaci dei professionisti? Devo qualificarmi tra i pessimi, comunque, audace eccezione. I miei negativi sono una specie di provincia nel caos, una arcaica notte da cui percepisci appena vagamente la lanugine del crepuscolo. Non raffigurano nulla. Dunque, ho ragione di supporre che la fotografia l’abbia scattata tu a tua madre, e che mi sei superiore anche in questo…

Mi chiedo come mia madre possa resistere alla tentazione del tuo generoso invito di visitare Kirriemuir. Io ci sono stato due volte, nel 1871, credo, mentre andavo in visita a Glenogil. Ho il netto ricordo di una locanda, di uno spazio aperto, una piazza irregolare, in cui vedo sempre i tuoi personaggi mutare e crescere. In ogni caso, la mia visita era stata organizzata: mi accompagnarono a pescare trote nel torrente lì vicino. Ricordo il corso, limpido come il cristallo, senza traccia di torba – cosa rara in Scozia – e ricco di trote. Non ne rammento il nome, qualcosa come Queen’s River, un nome legato in qualche nebuloso modo alla storia di Maria Stuarda. Ha sancito un’epoca della mia vita: non sono mai più andato a pescare trote. Di solito, sono abituato a uccidere il pesce che ho appena preso. Ma al Queen’s River ho preso un tale mucchio di trote, che le ho lasciate nel cesto. Quando mi ha sorpreso un acquazzone, sotto una tettoia, ho tirato fuori panino e sherry… e mi sono accorto delle trote, che si muovevano nel cesto, agonizzando. Ho avuto una spiacevole conversazione con la mia coscienza. Ad ogni modo, ho perseverato nella pesca, portando a casa, trionfante, la cesta. Infine, ho rinunciato al mestiere della pesca.

Ti prego di ascoltarmi finché ho a tiro questa storia. Ero giovane, selvatico e – so che apprezzerete – molto timido. Quel giorno vennero a pranzo due signore anziane, una davvero formidabile, con un nome onorato e altisonante, Miss C… figlia di A… di Balnamoon. A tavola ero spumeggiante: intrattenevo gli ospiti con racconti di oche e atleti. Era grande il mio terrore per questi bipedi muscolari, dicevo, quando la severa ed eminente signora indossò un paio di occhiali cerchiati d’oro, mi fissò a lungo e dopo un attimo di silenzio esplose, “Lei, signor Stevenson, mi pare proprio un gran codardo!”. A Glenogil, insomma, ho perduto due vizi: pescare e scherzare a tavola. Puoi essere certo che durante il pranzo le mie labbra non si sono più schiuse. Tuo,

Robert Louis Stevenson

*In copertina: Peter Pan secondo Arthur Rackham

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