09 Febbraio 2022

Stefano Simoncelli scrive "l'ultimo libro" ma io non gli credo! "Sotto falso nome": una lettura

Mi dice che questo è l’ultimo, “giuro, è l’ultimo libro che scrivo. Una sorta di testamento”. Gli ho sorriso. Come faccio a credere che Stefano Simoncelli smetta di scrivere, lui che per me è un essere umano (o forse una figura fantastica?) che è scrittura stessa? Anche nel suo lungo periodo di silenzio – durato quasi quindici anni – ha finto di stare zitto, ha finto di essersi dimenticato della poesia. La parola invece si è accumulata in lui, goccia dopo goccia, si è sedimentata fino a un giorno magico in cui la misura era colma e ha traboccato. Lo conosco dal 2012 e gli ho visto inseguire parole e fantasmi, nuotare e cavalcare onde immense di suoni e immagini. Ecco perché ho sorriso, come fa a dirmi “è l’ultimo”? Poi ho letto questo suo libro Sotto falso nome, sempre per la fedelissima Pequod, che esce nelle librerie proprio in questi giorni.

Ho dovuto ricredermi e smettere di sorridere. Forse è davvero il suo ultimo libro. Se in tutti i libri precedenti Stefano Simoncelli era una forte presenza in dialogo coi suoi morti, diviso tra un io e un voi, dove la distanza era incolmabile, in questo testo l’io di Stefano scompare. Di Simoncelli rimane solo la voce, il suo corpo e la carne che chiamava disperatamente l’altro si sgretola. Dell’ego, dell’io rimane solo il poeta. Forse ha ragione, forse sarà davvero l’ultimo libro. Quando l’uomo si spoglia della sua individualità, della necessità spasmodica di dirsi “io sono – voi dove siete?”, di ricalcare quella distanza tra vivi e morti allora l’io scompare, non è più Simoncelli che scrive, è la poesia stessa che parla. La parola prende il corpo dell’uomo per farsi traccia, segno e restare ben oltre la carne.

Ho elaborato un piano:
mimetizzarmi un poco
alla volta sul muro

fino a diventare
calce, colore,
macchia

di pioggia,
muffa, polvere
di stucco, crepa

e scomparire.

Questa è la prima poesia che trovate aprendo il libro. L’intento è chiaro: scomparire. Resta solo un lunghissimo sussurro, una chiamata che questa volta attraversa davvero i mondi. Questo infatti è l’ultimo e preciso scopo della poesia: passare attraverso il velo come un segreto, usare la voce dell’uomo per andare a trovare gli spiriti. Simoncelli accetta il patto, si fa portavoce, la sua voce di poeta diventa la voce di tutti quelli che hanno dall’altra parte del muro un proprio caro, una persona amata da raggiungere. Con questo libro Stefano rende giustizia a una voce che lo abita da sempre, sgorga finalmente tutta la potenza del suono e la poesia si fa ancora di più universale. Siamo tutti la voce di Stefano Simoncelli.

C’erano notti in cui parlavi sottovoce
con le ombre sui muri e piangevi,
le spalle che ti sussultavano

come le mie che ti ascoltavo
dietro la porta, ma alle sei e mezzo
spaccate, sole, pioggia o neve, suonava la sveglia,

ti alzavi di scatto dal letto, ti lavavi come i gatti
e uscivi di casa abbandonando nell’aria
una inebriante scia di brillantina.

Impossibile sapere dove andassi
mentre io fingevo di dormire
come faccio anche adesso

succhiando pastiglie al tamarindo
con la speranza che mi infilino
in un sacco di posta veloce

verso la buca del tuo nuovo indirizzo
che ha il colore del niente e della fine di tutto.

Sotto falso nome è un lungo dialogo all’altro, a un altro che vive altrove, dove l’alterità non si esprime più nella differenza del colore dei capelli, delle idee, ma va ad abitare davvero terre nuove dove coesistono “niente, fine e tutto”. Si spera quindi di poterli raggiungere “verso la buca del tuo nuovo indirizzo”, come fosse una terra lontana ma raggiungibile, coperta forse solo dalla nebbia. Il sistema di riferimento crolla, l’aria che si insinua negli spifferi delle finestre è forse un modo dell’altro di toccarci, di creare un contatto. O forse siamo noi che ci immaginiamo tutto e speriamo la luce come pazzi dentro un manicomio di buio.

La voce di questo libro è un sussurro, deve essere letto lentamente e con una voce che assomigli a un risveglio o a una notte che non finisce. E’ un libro che abita letteralmente la notte della creazione, quel periodo della notte che sfonda il buio e assaggia l’alba. Per stare in questo tempo bisogna o non aver dormito o essersi svegliati prima di tutti, raccogliendo il sussurro dei morti. Stefano Simoncelli resiste in questa strana ora, la sua voce poetica è un ponte per tutti, un ponte di suono da attraversare.

Dicono che me la sto cavando
e può darsi sia vero. Leggo, scrivo
e ogni tanto guardo la tua fotografia,

l’unica che ho conservato, carezzandola
con la punta del dito mentre sorridi
e sorridi benissimo

come le volte che ti raccontavo
qualcosa di divertente o una sciocchezza
se ti vedevo triste, malinconica, il muso lungo.

«Cos’è che non va, principessa?» ti chiedevo
sapendo che la colpa era mia,
sempre e soltanto mia,

ipocrita che non sono altro,
tale e quale a mio padre che detestavo
finendo per imitarlo e amarlo più di me stesso.

Non me la sto cavando. Affondo ogni giorno
un poco, invecchio, stravedo e se allungo
una mano dall’altra parte del letto

o se per uno spostamento dell’aria
si spalanca e si chiude una porta di colpo,
se mi sembra di sentire appena un respiro

alle spalle o se sussurrano il mio nome
da qualche parte che non vedo
è a te, principessa, che penso.

Speriamo però che non sia l’ultimo: quando si arriva a questa stazione di confine la poesia diventa non più misurabile, non si può più dire “bella o brutta”, si va oltre, concede un passaggio che solo pochi sanno costruire. Ecco perché spero che questo non sia l’ultimo libro di Simoncelli: da versi come questi mi aspetto la creazione di altri mondi dove luce e buio sono dentro la stessa parola.

Clery Celeste

Gruppo MAGOG