skip to Main Content

“Il grande enigma della vita umana non è la sofferenza, bensì la sventura”. Simone Weil

Ci si dovrebbe tenere alla larga dalla pretesa di giungere alla totale comprensione di parole dense e in evoluzione quali sono quelle di Simone Weil. Pena la sterilità di un pensiero che, seppur a distanza di anni, rimane sempre fecondo e sempre passibile di riletture. È una cosa della quale ci si accorge non appena si ritorna più volte sulle sue parole, anche a breve distanza. A dir il vero è un discorso che si dovrebbe fare di qualsiasi scritto ma è forte la sensazione che per gli scritti della Weil questo valga in particolar modo. E credo sia così perché questi giungono a toccare particolari regioni dell’animo che solo in casi estremi (e disperatissimi) si sono talmente tanto fossilizzate da divenire sorde e insensibili a simili parole.

Leggere Simone Weil è un lavoro che richiede attenzione e tatto. Si dev’essere come chirurghi, come esploratori: incerti, cauti. Anche nelle lettere (che in quanto non sono scritti “ufficiali” si potrebbero pensare come più semplici) sembra di inoltrarsi nel sottobosco di un pensiero vasto e intricato, in cui il pensatore stesso ha cercato fino all’ultimo di fare chiarezza.

La Weil fa del suo stesso pessimismo un oggetto di continua e instancabile riflessione. Riflessione che verte in particolare sull’assurdità e apparente inconciliabilità della sventura umana e della perfezione divina e quindi anche sull’assurdità della crocifissione e di un Dio che si sente abbandonato, di un Dio sventurato (le parole “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato” sono un pozzo di interrogativi).

La risposta che Simone Weil dà all’enigma di questa lacerazione (tra una perfezione divina e un’umana sofferenza senza confini) porta con sé, a mio parere, una lucidità che non potrà mai essere confusa con una cieca devozione o con una testarda giustificazione di Dio. I suoi scritti sono di una sincerità inequivocabile, e chi è così sincero non può che essere al contempo libero.

Possono inizialmente suonare ostiche le parole di Augusto Del Noce secondo cui “Simone Weil trova la propria collocazione nella storia della filosofia occidentale al punto estremo del pessimismo, dov’esso è infine ‘costretto’ a rovesciarsi nella mistica” ma forse può essere lei stessa a delucidare su questo punto. Lo scritto “l’amore di Dio e la sventura”, contenuto nella raccolta Attesa di Dio è forse un apice della lucidità propria di questa scrittrice, che può aiutare a spiegare l’affermazione di Del Noce.

È poi vero che sono lettere e scritti quelli riportati nel testo in questione, ma hanno tutta la densità di un pensiero che filosofa quotidianamente, per sua propria natura e in modo del tutto spontaneo, quasi senza sforzi. Se fosse acqua seguirebbe il “lento ritmo incantatorio” del mare – per riusare le parole che Cristina Campo ha usato per riferirsi alla produzione di questa filosofa. (Bianca Cesari)

*

Il grande enigma della vita umana non è la sofferenza, bensì la sventura. Non stupisce che vi siano innocenti uccisi, torturati, cacciati dal proprio paese, ridotti in miseria e in schiavitù, segregati in campi o in prigioni, dal momento che esistono criminali capaci di compiere azioni simili. […] Ma stupisce che Dio abbia dato alla sventura il potere di afferrare l’anima di un innocente e di impadronirsene da sovrana assoluta. Nel migliore dei casi chi è segnato dal suo marchio non serba che metà della propria anima.[…] La sventura ha costretto il Cristo a supplicare di essere risparmiato, a cercare consolazione presso gli uomini, a credersi abbandonato dal Padre suo. […] La sventura indurisce e dispera, perché come un ferro rovente imprime fino in fondo all’anima quel disprezzo, il disgusto che giunge alla ripugnanza di sé stessi, quel senso di colpa e di squallore che il crimine dovrebbe logicamente produrre, e che non produce.[…]

Si può accettare l’esistenza della sventura solo considerandola come una distanza. Dio ha creato per amore e a fin d’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Egli ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato esseri capaci d’amore a tutte le distanze possibili. Alla distanza massima, la distanza infinita, è andato Dio stesso. Questa distanza infinita tra Dio e Dio, lacerazione suprema, dolore senza pari, meraviglia dell’amore, è la Crocifissione. Nulla è più lontano da Dio di quel che è stato fatto maledizione. Questa lacerazione, alla quale l’amore supremo sovrappone il legame della suprema unione, risuona in perpetuo attraverso l’universo, in fondo al silenzio, al pari di due note separate e insieme fuse, al pari di un’armonia pura e straziante. È questa la Parola di Dio. La creazione intera non ne è che la vibrazione. È quel che avvertiamo attraverso la musica quando questa, nella sua massima purezza, trafigge la nostra anima. E se abbiamo imparato ad ascoltare il silenzio, è quel che attraverso il silenzio afferriamo più distintamente. Coloro che perseverano nell’amore percepiscono questa nota anche in fondo alla decadenza in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento essi non possono più avere alcun dubbio. Gli uomini colpiti dalla sventura giacciono ai piedi della Croce, quasi alla massima distanza possibile da Dio. […]

Gioia e dolore sono doni egualmente preziosi che bisogna assaporare a fondo, ciascuno nella sua purezza, senza cercare di volerli mescolare. Mediante la gioia la bellezza del mondo penetra nella nostra anima. Mediante il dolore entra nel nostro corpo. Con la sola gioia ci sarebbe impossibile diventare amici di Dio, così come non si diventa capitani con il solo studio dei manuali di navigazione. Il corpo partecipa a ogni apprendistato. […] Affinché un giorno il nostro essere, in ogni sua parte, diventi completamente sensibile all’ obbedienza che è la sostanza stessa della materia, affinché si formi in noi quel nuovo senso che permetta di percepire l’universo come vibrazione della parola di Dio, sono parimenti indispensabili la virtù trasformatrice del dolore e quella della gioia. Allorché l’uno o l’altra si presenta, bisogna aprire a entrambi il centro stesso dell’anima, come si apre la porta ai messaggeri dell’amato. Che importa a un amante che il messaggero sia cortese o villano se le consegna il messaggio? […]

La sventura è allora, in realtà, una meraviglia della tecnica divina. È un dispositivo semplice e ingegnoso che riesce a infliggere nell’anima di una creatura finita quell’immensa forza cieca, bruta e fredda. La distanza infinita che separa Dio dalla creatura converge tutt’intera in un unico punto per trafiggere un’anima al suo centro. L’uomo al quale accada una cosa simile non ha parte alcuna nell’ operazione. Si dibatte come una farfalla che venga appuntata viva in un album. Ma attraverso l’orrore può persistere nella volontà di amare. Non è impossibile: non glielo impedisce alcun ostacolo, si potrebbe quasi dire nessuna difficoltà. Perché il dolore più grande, finché non si è ancora arrivati al deliquio, non coinvolge quel punto dell’anima che acconsente a un buon orientamento. Bisogna soltanto sapere che l’amore è un orientamento, non uno stato d’animo. Se lo si ignora, al primo impatto con la sventura si cade nella disperazione. Chi perseveri nel mantenere orientata la propria anima verso Dio mentre un chiodo la trafigge si trova inchiodato sul centro stesso dell’universo. È il vero centro, che non sta nel punto mediano, che è fuori dello spazio e del tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio e che non è il tempo, una dimensione completamente altra, quel chiodo ha aperto un varco nella creazione bucando lo spessore dello schermo che separa l’anima da Dio”.

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca