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“Fui testimone di agonia e di polvere”. Il cammino cataro di Serge Pey

“La poesia è sempre al prezzo di una Euridice. Siamo alla ricerca dei baratri per trovare quello che vogliamo amare”
Serge Pey, Nihil et Consolamentum. bâtons et poèmes cathares

“Il poeta, solleva con sé il mondo. L’oppressione che abbiamo patito, i disastri le guerre i rifiuti i massacri, ma anche l’intima tenerezza dei deserti, il principio segreto delle foreste minacciate, i colpi dei vulcani impazziti, e in lontananza l’incespicare della Città in non si sa che cosa, tutto ciò si è trovato, in potenza e in tremore, tutto è lì che germoglia, in questa enorme Annunciazione”
Édouard Glissant, Il pensiero del tremore

Accademico e artista poliedrico: poeta, scultore, performer, disegnatore, Serge Pey nasce nel 1950 in una famiglia operaia dell’immigrazione spagnola antifranchista nella Cité de l’Hers, a Tolosa. Giovane militante, scopre la poesia, tra cui Lorca, Machado, Villon, Baudelaire, Jarry, i troubadours, Artaud e Tzara, oltre alla poesia sciamanica e dada. Nei primi anni ’70 del Novecento avvia una poesia-azione sperimentale, che considera manifesto situazionista della parola etica, sondando il linguaggio performativo di avanguardia nello spazio urbano. Qui il poeta inizia un percorso che abbraccerà la filosofia gnostica e la teologia mistica di Silesius, le pratiche dell’estasi huichol, l’alchimia, il taoismo e la letteratura Beat, facendo dialogare archeologia ed etnologia, psicanalisi e filosofia.

Pey è figlio del grembo identitario occitano che dalla Guascogna all’Auvergne francesi, per non citare che due regioni, si estende alla Val d’Aran spagnola lambendo la Valle Varaita, in Piemonte. La resistenza occitana è stata innanzitutto una resistenza linguistica, la declinazione di quella Lingua d’oc che ha dato le lettere ai versi trobadorici, alle preghiere catare, animando i Girondini e la Terza Repubblica. il Catarismo, suo perno emblematico, sarà rianimato dal Romanticismo francese e tedesco. Nicolas Lenau consacra all’aristocratica catara Guiraude de Laurac, due poemi, La jeune fille de Lavaur e Le puits. Il repubblicano Auguste Faurès definirà Simon de Montfort, che mise l’assedio a Lavaur (1211), “ce loup avide de notre sang” e chiama alla “notre Renaissance” come patto di liberazione nel retaggio del sacrificio cataro. Félix Gras ne la Roumanso de Damo Guiraudo (1887) scriverà: “È da seicento anni che è interrata/Ma se andate ad ascoltare/sotto i selciati/udirete una voce cantare/La libertà) (Hervé Terral 2012, “Le souvenir de Na Geralda à Lavaur: du catharisme à l’animisme?”, 307-308). Sulla scorta dell’indipendenza delle colonie francesi, l’istanza di rivendicazione occitana confluirà nel confronto identitario del regionalismo francese degli anni ’70 del Novecento, di cui Jean Larzac (nom de plume del sacerdote ed esegeta biblico Jean Rouquette, fratello del poeta Yves Rouquette), l’insegnante Robert Lafont e lo storico André Armengaud furono figure di primo piano. Un primo approccio alla militanza occitana privilegiò il messaggio universalista del paratge, menzionato nella Canso de la Crozada, cronaca in occitano composta nella prima fase di repressione degli Albigesi (1208-1229), un insieme di valori umanisti, e pertanto considerati occitani, che si rifà all’espressione Paratge, et merci pronunciata dai cavalieri catari di Linguadoca prima di entrare in battaglia come promessa di onore e fraternità (espressione menzionata anche da Simone Weil in L’agonie d’une civilisation, Fata Morgana, 2017). Nella seconda metà del Novecento si attesterà la visione più politica e attiva dell’insegnante e poeta Yves Rouquette: il rifiuto dell’ordine stabilito del Re, della Chiesa e dei Giacobini, incarnato dai Communards e dai maquisards; più che la reazione a fatti precisi, un’attitudine intrinseca al “gran rifiuto” (Philippe Martel 2007, “Histoires d’Occitanie”, Revue d’Alsace). enfant du pays, Pey è sintesi di queste due posizioni: annuncia il rifiuto trans-temporale di ogni oppressione come postura esistenziale e allo stesso tempo rivendica l’attualità antica del paratge: “‘Paratge’, parola d’ordine di una manifestazione su una barricata dell’etica, ripresa oggi, come un marchio, dai fondatori di una casa delle Radici del mondo” (Nihil et Consolamentum. bâtons et poèmes cathares, 29) di cui la poesia è strumento di battaglia. Pertanto la parola è testimonianza in corpore, deve incarnare un impegno in prima persona, una scelta di ardore che semina e germina dal basso, da chi non ha avuto diritto di parola ma i cui lamenti sotterranei incombono in un’unica faglia tellurica. Tale impegno permea tutta la ricerca del poeta. Pey è pellegrino dalla giacca di polvere. “Pescatore di sete”, delle sofferenze inascoltate, porta nelle tasche il pane della sacralità della carne per chiunque sul cammino voglia accompagnarsi al suo desco itinerante. Va incontro agli ultimi, agli invisibili, ai frammentati, li cerca là dove sono, per strada. “La poesia è il pane dei poveri e quando si cammina, si cammina come i poveri”.

E sulla strada, Serge Pey piantuma i suoi bâtons à parole (bastoni da parola), bastoni di cammino poetico istoriati di versi, tramiti tra infero e superno che ricordano incessantemente le parole del Corpo Ermetico: “Bisogna dunque osare affermare che l’uomo che vive sulla terra è un dio mortale, il dio celeste un dio immortale”. Piantare la parola storta in tutto corpo, in tutta voce, e sparire senza aspettative. Per questo il poeta è situazionista, piantato esattamente intero, un avvento di parola alla volta. Il poeta accompagna il passaggio cielo-terra battendo i piedi da fermo, nella cadenza che è sua verità, nella ripetizione di fedeltà al momento. E il piede cuce all’alto la terra, e la voce sale dal basso verso il cielo. Così avviene in giustizia lo scambio tra uomini e dèi. Piantumare trasforma l’anelito in azione. Mettere in circolo, ricucire. Lasciare all’eredità della terra un intento gravido. Il gesto in presenza della poésie d’action è contemporaneo non perché dipenda dall’attualità ma perché batte il giusto tempo di un soffio cosmico, accoglie per i venturi dal riparo di Neanderthal. Così Pey celebra la messa poetica, spesso insieme alla sua sposa terrena e celeste, la performer Chiara Mulas, Parca che si estrae dalla bocca il gomitolo rosso della vita e della morte, ombra natale del poeta. La parola pronunciata nell’etica imprime il cerchio del segno poetico, la sua buca di nascenza. Attraverso la ripetizione, la marcia, sgrana una chiamata alle armi della parola, verso d’amore preistorico che porta la sconcezza della luce, rianima gli eroi dimenticati. Poeta è il camminante, come Antonio Machado, i cui ultimi passi hanno incrociato la costellazione dell’elettricista José Juan Amelino Pey-Saguer, padre di Serge Pey, anarchico catalano internato nel campo di concentramento di Argelès sur-Mer in quello stesso anno 1939, pochi mesi prima che Machado morisse insieme a sua madre negli stenti dell’esodo repubblicano, la cosiddetta retirada dei 500.000, tra cui gli intellettuali catalani, per fuggire dalle truppe franchiste verso la Francia. A Collioure passò Machado esausto, venendo da Cerbère, dove si trovò anche José Juan Amelino Pey-Saguer.

Nel maggio del 2014, Serge Pey e Chiara Mulas hanno ripercorso la memoria di quella colonna dolente attraverso una marcia da Tolosa a Collioure, ripresa nel film di François Fourcou Serge Pey et la boîte aux lettre du cimetière (2018), in cui il poeta parla al poeta :  “Caro Don Antonio, vi do del Voi come un plurale, poiché nel suo cuore vegliano 500.000 fantasmi”. Camminando con bandiere trasparenti, perché la bandiera della poesia non ha colore di alcun Stato né frontiera, hanno portato sulla tomba del poeta Machado 700 lettere scritte da bambini, studenti, figli di Repubblicani, anonimi cittadini, rimesse a una buca delle lettere rossa. al bastone poetico piantato nella sabbia di fronte al mare è stata affidata la promessa. “La poesia non si è mai ritirata/ Non ha mai portato il nome infame di “retirada”, come i tecnocrati della Storia designano questo momento negativo della nostra speranza, ricordando soltanto i passi dei nostri sandali al contrario nel vento dell’infamia” (“Lettre à Antonio Machado”, Occupation des Cimitières, 6). Nella tasca del poeta Machado così suonavano i suoi ultimi versi, gli unici scritti sulla strada d’esilio : “Questi giorni d’azzurro e questo sole d’infanzia”. Così ha camminato, il poeta, portando con sé i versi di Soledades: “Verso un tramonto radioso/andava il sole d’estate/era, tra nubi di fuoco, come tromba gigante”. Questo foglietto ripiegato è uno dei nomi propri della cultura materiale della guerra civile spagnola, voce tra le voci, accanto ai resti di quelli di sotto, quelli la cui voce fu coperta di terra. Come i frammenti delle bottiglie di profumo nelle trincee del deserto di Mediana, come le pallottole esplose dei plotoni di esecuzione franchisti, come il sonaglio per bambini trovato accanto allo scheletro di Catalina Muñoz Arranz, uccisa dagli squadristi il 22 settembre 1936. Apparteneva all’ultimo dei suoi quattro figli; forse, l’ultimo suo pensiero. Quello che 75 anni dopo rifiutò di riconoscere i suoi resti (Alfredo González-Ruibal, An archaeology of the contemporary era, 84). Si cammina di sopra per quelli di sotto, poeta. “Camminiamo/ con un sacco di femori/che piantiamo/nella terra/per far crescere/i nostri figli/tra i morti” (Canti elettroneolitici per Chiara Mulas, 123). UNA LISTA IMMORTALE DI NOMI. Il Milite Ignoto ha accolto le sue corone di fiori a nome di una Babele di caduti.


Nihil et Consolamentum. Bâtons et poèmes cathares

La fila in marcia per Coulliure cammina nelle impronte degli ultimi passi dei condannati catari. “Questo libro, soprattutto perché ogni Poesia è un’eresia”, scrive Serge Pey nella prefazione a Nihil et Consolamentum. bâtons et poèmes cathares. Eresia. da αἱρέω : eleggo, scelgo, creo. chi sceglie è eretico perché sta nell’aderenza alla postura. L’eretico si staglia, cioè si taglia irregolare ma possente nel traverso, ingombrante per integrità. E’ a contrasto per compattezza di parola, per anelito all’altura. Resta fedele alla posizione, in forma sua, e per questo ammutinamento dalla prensione è informe, indocile. Storto. Per il poeta Pey, il libro poetico è eretico perché, a differenza del libro religioso, non è fissato dal dogma; è libero di evolvere, di mutare, di scrivere una canzone mai finita. Rosario anarchico, Nihil et Consolamentum. Dedicato al poeta occitano Yves Rouquette, è un grido di giustizia per gli eretici, la chiamata agli storti di ogni tempo. Il Nihil cataro è la distanza da Dio, che è Verità, è la mancanza di Carità. E l’Apostolo ne porta testimonianza : “Se non avessi la carità, non sarei niente (I Cor. 13, 2)” (“texte inédit cathare” in Paroles d’hérétiques, a cura di René Nelli, 1968). Diversamente dal nihil di Eckhart, che indica il “puro niente” (ein luter niht), il vuoto che avvicina gli esseri umani a Dio, il Nihil cataro è sostantivato. Non indica un nulla assoluto ma uno stato sospeso e incompiuto tra essere e non essere, corroso ab origine. Si riferisce alle creature mondane, agli omnia mala creati da Satana, contrapposti agli omnia bona creati da Dio, che è carità e amore. Nella romanza occitana Flamenca, scritta alla metà del XIII secolo, l’autore, probabilmente un dotto chierico originario di Rouergue, tesse il filo tra Pietà, Misericordia e Carità, la cui ragion d’essere e senso sono dati da Amore: “Attraverso l’Amore cresce la Misericordia/che la rende così umana;/E senza l’Amore la Misericordia non produrrebbe seme” (Lavaud e Nelli, Les Troubadours, I, Flamenca, 883-884). L’individuo non ha quindi alcuna specificità ontologica; è un amalgama di contrari in perpetuo attrito, e tale stato perdurerà finché egli rimarrà nel suo corpo di carne (La cena segreta. Trattati e rituali catari, 59-60). La coscienza del Nihil chiede il Consolamentum. La promessa fatta dal neofita per diventare “Bon Chretien” e abbracciare il cammino verso la liberazione dallo stato di dualismo imbricato nella sua corporeità.

Aperto dalla “Dédicace des brûlés”, la dedica agli arsi catari, Nihil et Consolamentum conta una parte centrale “Nihil et Consolamentum”, in francese con testo in occitano a fronte, seguita dalla raccolta, in occitano e francese, “Les pieds de Belibaste” e dal testo “Messe de minuit pour les plafonds de Toulouse”. come molte opere di Pey, il volume è introdotto da una lettera ai compagni di costellazione, indirizzata in questo caso al suo traduttore, Alem Surre Garcia, in cui si traccia l’intelaiatura poetica e militante dell’opera. Non si vuole difendere la bellezza stilistica della lingua, scrive Pey, ma la sua etica, che ha la bellezza irradiante della testimonianza. E per questa etica della testimonianza il poeta chiama i trapassati accomunati dalla causa di libertà, tra cui salgono le voci dei poeti occitani: Yves Rouquette, “fratello degli intervalli”, che iniziò il poeta al Catarismo tra le vestigia di Montségur, simbolo della resistenza e della caduta catara, Jean Malrieux, Bernard Manciet.

“Attraverso me, il vento. Attraverso me, la notte, i cani randagi, le larve, gli spettri. Attraverso me, un cielo di rovi lacerato. L’amore che porto non ha bocca (…). Il desiderio del nome di Dio non è che uno dei nomi del Dio del desiderio” (Jean Malrieux, Le château cathare, 1972, 18).

“rosa lampo universale/dove precipita il candore di rosa/per allontanare la notte alba vasta dello sguardo/antico e ridere dei mari per i mari/rosa del riso marino dove noi comprendiamo/” (Bernard Manciet, L’Enterrement à Sabres, 2010, 231).

E la creatura sacrificale Jöe Bousquet, mancata nell’anno di nascita di Serge Pey, come a passare il testimone:

“Si dovrebbe amare così lontano e con un cuore così profondo che nulla si potesse concedere a questa affezione che attraverso il soccorso dello spazio e in virtù dell’allontanamento” (Jöe Bosquet, L’oeuvre de la nuit, 1996, 19).

La forza di un’idea può esplodere molto lontano nella Storia. Il compagno Spartacus è su tutte le barricate. Come Rosa Luxemburg, Esclarmonda di Fois e Dame Giraude o Ipparchia che faceva l’amore in pubblico. Noi siamo anacronistici.” (Nihil et Consolamentum, 14). In nome di questa eco di liberazione, nella Dedica, necrologio d’azione, canto aperto, si uniscono senza distinzioni i nomi dei condannati presi dai registri dell’Inquisizione e quelli di sconosciuti trovati nell’elenco del telefono di Tolosa, ai quali Serge Pey è andato incontro con la voce, gettando il ponte della parola tra chi si cammina vicino senza sapersi e creando così un’opera corale, condivisa, con-temporanea perché abbiglia i passanti dell’annuaire delle voci trapassate. contrasto coerente, l’aleatorietà della scelta dei nomi e l’implacabilità della cadenza del verso, la ripetizione ossessiva, cioè che dimora intorno e ritorna, e ritorna, che assedia, che circonda con l’appello agli arsi, della verità poetica nello stare precisamente nella propria parola ripetuta, ambasciatrice dei dolori sepolti, erede del planctus della litania e della melopea. E dal suo preciso posto salire in potenza attraverso il movimento curvo che amplifica e trascende. Fare la magia della parola provvida, proferita nel καιρός, nel giusto tempo, nel tempo dei giusti. gli esseri umani muoiono, ma le liste dei nomi sono custodite nei ripari delle falesie.

“Béatrice Lamothe era vestita/ di nero/è nelle fiamme/ha/delle mani nere/alberi/farfalle/di voce nera/disegna fiumi/nei fuochi neri”.

“Esclarmonde de Foix/era vestita/di nero/è tra le fiamme/ha/mani nere/alfabeti di musiche/di voce nera/allontana aquile/nei fuochi neri”.“quelli/vestiti/di nero/sono/nelle fiamme/hanno/mani nere/croci/preghiere/di voce nera/hanno/parole nere/per la luce”.

“Raymond de/Saint Martin/era vestito di nero/è nelle fiamme/ha mani nere/castelli/soli/di voce nera/dice che i pani/si dividono/nei fuochi neri”

Esclarmonde de Foix è una figura emblematica della resistenza catara. Figlia del conte di Foix Roger Bernard I e di Cécile Trencavel, nel 1207 partecipò all’incontro di Paumiers, l’ultimo confronto tra gli Albigesi e la Chiesa cattolica prima che il Papa Innocenzo III non desse inizio alla prima crociata di repressione degli Albigesi a seguito dell’uccisione, nel gennaio 1208, del legato pontificio Pierre de Castelnau. Esclarmonde ricevette il consolamentum dalle mani stesse di Guilhabert de Castres, carismatico vescovo di Tolosa dal 1226 al 1240. E insieme a lei, Dame Guiraude, castellana di Lavaur. La Canso de la Crozada narra, tra gli eventi, del feroce assedio di Lauvaur. 400 catari saranno mandati al rogo, gli 80 cavalieri di Guiraude uccisi e la stessa Guiraude suppliziata e lapidata in fondo a un pozzo presso l’antico castrum.

La Dedica si chiude con il lamento al padre cataro e alla madre catara universali, perché ognuno di loro è stato figlio o genitore, e così sono arrivati nella memoria dei nostri lutti.

“mio padre/era vestito/di nero/è nelle fiamme/ha mani nere/bocche/parole/di voce nera/i suoi occhi sono/uccelli/nelle acque/nere”.

“mia madre/era vestita/di nero/è/nelle fiamme/ha/mani nere/seni/piedi/di voce nera/ha parole per attraversare la luce”.

E insieme alla parola, il disegno, marca di scelta costante dell’opera di Serge Pey. Nihil et Consolamentum è percorso da 35 disegni, che rimandano le tracce del Manifeste Magdalénien. Qui la mano di Pey stringe quella degli artefici delle Commedie ruprestri di Lascaux e di Chauvet; fa eco al costato del bue-Cristo di Francis Bacon, alle creature teriomorfe di Bosch, in una Guernica di linee intere, tratteggiate, puntinate, su cui si sovrappongono linee più spesse, che sbalzano in un gioco di specchi sagome rizomatiche, dove grida e muggiti appartengono alla stessa pioggia. muti ma incisi. Per eco, per reincarnazione, per osmosi, per contrappasso. “Che ogni mago della terra riunisce ciò che è stato separato” (Manifeste Magdalenien. Critique du Temps, 95).

***

Da Nihil et Consolamentum

 

XII

Da sotto le
domande
vengo senza di te

Fuori
dico
e il suolo arido
apparve
e prese la
corona di
Colui
che comandava
le acque

Che cammina
verso l’assente
Che vede un
pozzo
di fruscìo
e di colombe

Mia madre
incede con
delle vene
Si schioda
in un pozzo
di forme

Un uomo
brucia in fondo
a una città
d’inchiostro

Richiudiamo
con una vanga
la testa di un bambino
Fuori, dico

*

XXXV

Non pratico alcuna
menzogna verso di te
Sono svestito
di una vecchia
bruciata viva

Con Lei
mi depongono
sul suo letto
di benzina
e di automobili
e fui la fuga
e ho intagliato l’arco

e la foresta mi mangia
perché
ho ucciso
il lupo

e fui testimone
di agonia
e di polvere

 

*
XLIV

Battelliere delle mosche
che aggiogano l’inverno

Deserto
dei quaranta giorni
e delle quaranta
notti

Questa sabbia d’occhio
con la vèra delle erbe

I capelli
e gli occhi
tendono la rete
dell’incendio

Odio e ti seguo
durante una
immensa geometria

 

*
LXXII

Sono io che ascolto
un’acqua che fa crollare
i fiumi

Casa costruita
per definizione
della sua finestra
o dei suoi morti
L’amore dell’uomo
è il verbo che
fallisce
per essere amato

 

*
XCIII

In basso si supplizia
un cavallo attaccato a
una ruota e a una corda

In basso
in una vena cola
il sangue di Tenebra

La luce del dolore
è nella
guerra

Rivestitemi
della perdita che mi
trova
e di tutto quello che
esiste
e che fa sparire
quello che è

Ho preso del pane
per asciugare il sudore
di donna
nel tuo amore di
donna
poiché tu sei la mia donna
e il mio Dio tra la
coscia e la tempia

***
Tra più di 50 opere di Serge Pey, si menzionano, tra le più recenti, Nihil et Consolamentum. Bâtons et poèmes cathares (Délit éditions, 2009, testo bilingue francese/occitano, trad. di Alem Surre Garcia), Le trésor de la guerre d’Espagne. Récits d’enfance et de guerre (Zulma, 2011), Ahuc, poèmes stratégiques (Flammarion, 2012), opera vincitrice del Prix international de poésie contemporaine Robert Ganzo, La Boîte aux lettres du cimetière (Zulma, 2014), Le manifeste magdalénien. Critique du temps (Dernier Télégramme, 2016), Jérôme Bosch, avertissement d’Alchimie (Voix éditions, 2016), Histoires sardes d’espérance, d’assassinat et d’animaux particuliers (Castor Astral, 2017), Flamenco : les souliers de la Joselito (Dernier Télégramme/Les Fondeurs de Briques, 2017), per cui è stato attribuito a Serge Pey il Grand Prix de poésie Guillaume Apollinaire, Venger les mots (Bruno Doucey, 2017), Grand prix national de poésie de la société des gens de lettres, Occupation des cimetières (Jacques Brémond, 2018), Poésie-action, manifeste pour un temps intranquille, (Castor Astral, 2018), Mathématique générale de l’infini (NRF Gallimard, 2018), Le carnaval des poètes (Flammarion, 2019), Victor Hugo, Notre Âme des paris (La rumeur libre, 2019), Ouessant, Enez Eusa. Apocalypse et droit de bris (La rumeur libre, 2020), opera vincitrice del Prix Xavier Grall 2020. In italiano sono stati pubblicati Paroles. Specchi e versi dell’erotismo, con Bernard Noël (trad. di Idolina Landolfi, Avagliano, 1999), Nierika o le memorie del quinto sole : poemi allucinogeni del peyotl (1a edizione francese 1993, Il Maestrale, 2001, trad. di Alberto Masala). Del 2012 è l’opera bilingue Chants éléttronéolithiques pour Chiara Mulas/Canti elettrolitici per Chiara Mulas (trad. di Margherita Orsino, prefazione di Giovanni Fontana (Dernier Télégramme). Nel 2021 è apparsa la traduzione di Histoires sardes d’espérance, d’assassinats et d’animaux particuliers (Storie sarde. Di animali particolari, di delitti e di speranza, a cura di Giovanni Fontana, Fermenti). Serge Pey è Presidente della Cave Poésie di Tolosa, professore emerito, membro dell’Unité mixte de recherche CNRS, Framespa, satrapo del Collegio di Patafisica. Fino al giugno 2018 ha diretto gli Chantiers d’art provisoire del CIAM, all’Università Toulouse2-Jean Jaurès.

Tutte le citazioni e gli estratti riportati nel testo sono stati tradotti dall’originale in francese dall’autrice.

Cristiana Panella

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