12 Settembre 2023

Nessuno sa cosa sia il seno. Se la filosofia volesse fare sul serio, annetterebbe a sé la senologia

Ritorno ancora, ossessivamente, sull’argomento del seno femminile. Il concetto che vi sottende non si lascia afferrare. Stranamente, il seno può essere toccato, palpato, succhiato, titillato ma la sua essenza rimane estranea e opaca. C’è ancora qualcosa, del seno femminile, che manca, che non si può dire e che pertanto sfugge alla concettualizzazione della filosofia. Il compito di questa dannata disciplina sarebbe quello di allontanare definitivamente il seno dai costrutti retorici che lo relegano a una funzione accessoria o di sostegno alla riproduzione, per riportarlo infine alla sfera della semplice produzione di senso. Soltanto così, il seno può essere compreso senza zone d’ombra e fraintendimenti. Ma la filosofia, che dovrebbe avere nervi saldi e stomaco forte, vi ha rinunciato senza pentimenti per conservare intatto l’austero tono accademico e il maquillage.

Pur nella sua paradossale evidenza esocrina, nel seno c’è sempre un di più che viene meno, che si sottrae o si nasconde già nel nome. Nel generico petto si ode la rigidità ossea della gabbia toracica, si intravede la dura rastrelliera del costato che non rende nulla della morbida specificità del seno. Così è nell’uomo, infatti. Egli non ha seno ma soltanto un petto e la simmetrica punteggiatura di due piccoli silloidi. Il latino sinus, da cui il seno prende le sue origini, sta per la ‘parte concava’, quella nascosta tra le sue pieghe carnose. La sua soffice salienza, quell’attraente rivelazione che fa del seno quello che è, pure quando è coperto dal panneggio degli abiti, rimane misteriosamente senza nome. Anche l’etimologia del lemma conferma la sua natura clandestina e indecifrabile. Gli antichi Romani chiamavano seno il lembo di toga che si lasciava cadere sul braccio sinistro o sulla spalla dello stesso lato e nelle cui pieghe (sinu ex toga) si poteva nascondere qualsiasi cosa. Persino il pugnale da utilizzare in una congiura. Il greco μαστός (petto, mammella, ma anche altura, colle, poggio) ci dice forse di più, ma lo abbiamo ignorato lasciandolo parlare soltanto nel linguaggio della medicina.

Il seno subisce l’oblio e l’oltraggio della mammella. Questo è il suo tragico destino. La mammella lo copre con l’abbondanza dei suoi vetusti significati e lo rende muto. Al cospetto della mammella il seno si nasconde e sprofonda in un gelido silenzio. Le virtù dell’ingombrante ghiandola mammaria sovrastano la sua apparente inutilità che, però, il seno rivendica tutta per sé. Il seno non è un organo emuntore le cui escrezioni finiscono in una fetida latrina ma neppure è la tettarella da porgere alla bocca vorace dei neonati. Identificarlo con la mammella o con un ciucciotto qualsiasi significa rendergli un’offesa che francamente non merita. È vero, il seno non allatta e non nutre, ma è proprio in questa capricciosa abulia che consolida il suo impenetrabile enigma. Neppure la presuntuosa scienza sa il perché del seno. Per contro, il perché della mammella è chiaro anche ai bambini. Anzi, soprattutto a loro. Il regno animale, pur essendo affollato di capezzoli, manca completamente di seni. Quand’è il momento di sfamare la cucciolata, queste delicate estremità carnose si gonfiano di latte e fungono da mammella. Mammellizzare un seno fa sì che esso si comporti da macchina molare agganciata a un processo di produzione che cala su di lui, pesantemente, una responsabilità di cui fa volentieri a meno.

La singolarità del seno reca in sé una pluralità. L’uno contiene il due. È il particolare che produce il molteplice. Il seno è i seni, un nome plurale, collettivo, una comunità. Anche questo è stato già detto. La filosofia è giunta fino a questo punto poi misteriosamente ha tirato i remi in barca. Anche le felici intuizioni di Jean-Luc Nancy in La nascita dei seni dopotutto si esauriscono in queste proposizioni e in poche altre petites choses. Che in origine il seno sia stato trino come l’incarnazione del Verbo, o uno, singolare come l’occhio dei ciclopi omerici, non è dato sapere o è ipotesi assai fantasiosa. Del resto, anche le statuette delle veneri paleolitiche mostrano – ictu oculi – la fiera doppiezza del seno, oltre che un addome pingue e glutei steatosici.

Se la filosofia volesse fare sul serio, annetterebbe a sé la senologia. Questa diverrebbe la vera ontologia del seno anziché la cosa scipita che è oggi nelle mani della medicina. Come branca della filosofia, tra principi primi e causali, tra etiche e morali, la senologia troverebbe finalmente qualcosa di serio da dire. Ma purtroppo, sebbene citato, anche in questa posticcia branca della scienza il seno è il grande assente. Quando il radiologo Charles-Marie Gros coniò il termine di questa messinscena che è la senologia medica, aveva in mente la mammella non il seno di cui, come tutti, anch’egli non sapeva nulla. Una cinquantina di anni fa il cancro che divorava la mammella non lasciava scampo. Gros, invece, intuì qualcosa, perfezionò la tecnica radiologica della cosiddetta mammografia e diede alla medicina la possibilità di individuare precocemente l’insorgere del cancro della mammella. C’est tout! Ma il seno, come si è detto, gli rimase sempre completamente sconosciuto. Eppure, anche nel buio pesto ogni tanto si intravede una lucina. “Le cancer du sein est une abstraction, les cancers du sein une classification; seule la malade atteinte d’un cancer du sein est une réalité”. Queste parole che si tramandano da un mastologo all’altro – così, per serietà, dovrebbe essere chiamato un senologo – sono sue. Quello che ci dicono è che il seno non si ammala di cancro, soltanto la mammella purtroppo ne è colpita. Il cancro, dopotutto, si nutre di vita non di abstractions.

Giovanni Lanfranco, Sant’Agata visitata in carcere da san Pietro e l’angelo, 1613

Alla senologia la donna interessa dalla vita in su. Quello che ha tra le gambe sono fatti suoi. È probabilmente questo l’unico merito che la senologia può accaparrarsi e per il quale dobbiamo tributarle onore. Aver scippato il seno agli umidi interessi pelvici della ginecologia e l’aver instaurato un confine tra ciò che è genitale e ciò che non lo è, tra ciò che appartiene alla riproduzione della specie e ciò che la supera a grandi spanne, soltanto questo rende la senologia appena accettabile, e soltanto di questo il senologo – un poseur – può essere orgoglioso. Nel 2013 l’attrice americana Angelina Jolie annunciò alla stampa di essersi volontariamente sottoposta a un intervento di doppia mastectomia per scongiurare il cancro alla mammella che un gene difettoso, in pochi anni, le avrebbe procurato con una probabilità maggiore dell’80%. Come sant’Agata alla quale i pagani asportarono i seni ma non la verginità, Angelina Jolie sapeva di rinunciare alle mammelle ma di poter pur sempre conservare il seno. Qualche anno dopo ha fatto lo stesso con le ovaie, sebbene in quel caso il risultato anatomico sia stato meno apprezzabile ed evidente.

Eppure, l’obiettivo è ancora lontano. Il seno anela ancora di trovare una sua ‘lingua’, una propria ontologia come via d’uscita, sebbene tutte le porte siano sbarrate e, dietro gli usci, molossi alle catene abbaino sbavando ferocia e cattiveria.

Vincenzo Liguori

Gruppo MAGOG