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Il poeta veglia sul varco scoperto della realtà. Finalmente in Italia un poeta importante, Santos Domínguez Ramos

Un canto straniero (Link Edizioni, 2019), la lezione che ci dà, è sufficiente alzare lo sguardo verso il volo degli uccelli, per osservare di simbolo in simbolo – il cielo, il vento, il mare, la strada là sotto ⎼ la vastità dei sogni, la sete di infinito nell’estenuante ricerca della “materia che non conosce l’ossido”.

Sono le pause rare in cui il poeta, Santos Domínguez Ramos, veglia sul varco scoperto della realtà che evocano sensazioni di vita in questo suo perpetuo cammino, verso l’ignoto in cui si inabissa, per il naufragio in cui spera, perché è pur sempre tragitto e rinascita e mai fine.

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Il canto di Santos Domínguez Ramos mai è disperato, bensì capace di suggerire percorsi ai margini delle stagioni, del foglio, di questa pagina lieve ben oltre il consenso e il trionfo, una pellicola ignota a cui fanno appello l’usignolo nostalgico, l’abbozzo di uno stelo, la breve fioritura.

È lo scambio inquieto davanti ai giorni, per cui si va poetando, disfando e ricomponendo, andare tornare e perdersi, ritrovarsi, in un altalenante oscillare tra l’esistenza che accade – un giorno si è nati e chi lo ha deciso mai – e un manifestarsi pertinente di bellezza, con tutta una sincerità di sentimenti, quel pathos che dona volto al marmo, parola ai versi, non più fragili, ma di altra pietra. Come scalfiti in superficie da una sorta di catarsi, si attenua appena la sete di sogni; eppure non impossibili, il poeta resta umano: “Dammi/ la luna sul mare”. Al cospetto di una poetica capace di riconoscere nell’esistenza comune elementi di straordinaria suggestione, suggerita dalle cose, dagli ombrelli abbandonati ai quadri malfermi su briciole di calcinacci, le ante spaiate delle finestre a sbirciare i ritorni, la luce e l’eclisse immediata, la polvere inattesa sulla soglia di casa.

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Entro i confini della nostra condizione umana, degli spiragli che filtrano da questi vocaboli cantati che sanno di nenie irreali e sparpagliate di senso, si dirige lo sguardo di Santos verso qualcosa che somiglia a qualcuno là in alto di eterno splendore, somiglia a una preghiera il canto, e la poesia si porta dietro il valore profondo e distante quel niente da terra che lasciano le ginocchia di chi rimane a pregare. Gli spazi per cantare li trova sempre un poeta, davanti alle stelle appese o a una foglia sgualcita di ottobre, davanti al male e alla storia, così al ritmo silente di un canto soffuso disvela la maschera e trattiene un suono. E il cerchio ricomincia, sogno poesia realtà disincanto e sogno poesia realtà e via tornando, mai smettendo di sognare, perché le parole sono voci, piene di suoni piene di mormorii che sono distanti dal parlare, ma mai vicini al nulla.

Pasquale Allegro

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