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Sanremo: un interregno kitsch (all’acqua di rose). Opinioni spericolate di una nostalgica

È davvero difficile resistere all’onda mediatica e culturale portata dal palco Ariston ogni anno. Si è letteralmente travolti cinque giorni di fila da canzoni e gossip da spiaggia. Non si fa altro che approfondire testi, musica, vestiti, siparietti e lustrini in ogni angolo di quotidiano, rivista e bar, perfino in tempi di lupi portati da una pandemia mondiale. L’Emilia Romagna diventa rossa e le strade di Bologna si svuotano, ma Sanremo se ne frega, anche se in tv non si scorge il solito pubblico incipriato e imparruccato tra le file della platea che si intravede tra una canzone e l’altra. Come l’arrivo della primavera, come il primo soffio di scirocco d’estate, Sanremo crea un interregno spazio temporale in cui veniamo tutti risucchiati e non possiamo farne a meno.

Senza ergermi a critica musicale né a esperta di programmi tv, credo che Sanremo sia sempre più un prodotto di intrattenimento kitsch senza quella sensibilità della cultura camp teorizzata negli anni Sessanta. È un kitsch all’acqua di rose che trasforma l’Ariston in un grande contenitore in cui si strizza l’occhio all’estetica omosessuale e all’accoglienza del tema del diverso grazie ai travestimenti di Achille Lauro e Mahmood. Sempre su quel placo vengono lanciati a caso termini come ‘gender fluid’ dal mattatore Fiorello perché le differenze tra i sessi diventano sempre più esigue, c’è la gloria indimenticata della tradizione italiana Orietta Berti (ogni anno ce n’è una diversa, l’anno scorso Rita Pavone, quello prima Loredana Berté), i ‘figoni’ degli anni Novanta come Manuel Agnelli (o Piero Pelù o Bugo o Morgan, o Renga o Max Gazzè), le cantanti di classe come Malika Ayane e i talenti promettenti della Rappresentante di Lista, i tanti vincitori di contest musicali come Maneskin, The Kolors, Ermal Meta, Noemi. C’è poi spazio per le nuove tendenze indie italiane (Fulminacci, Willie Peyote, Madame, Irama). Insomma Sanremo è sempre sinonimo di Italia nelle sue mille sfaccettature, le canzoni possono piacere o meno ma la cosa che più mi fa sorridere è questa crescente voglia di stupire e osare, come se a guardare Sanremo ci fossero solo ottuagenari fan di Claudio Villa e Nilla Pizzi.

Sicuramente quest’anno Amadeus ha voluto sedurre un pubblico più variegato, magari portando dalla sua qualche amante del calcio – non mi spiego altrimenti l’idea di invitare Ibrahimovic come valletto della kermesse, che mi ha ricordato Dolph Lundgren in Rocky IV. I riferimenti ai tecnicismi calcistici e i siparietti da bar sport tra Amadeus, Fiorello, Mihajlovic e il bomber russo sono da dimenticare, dal momento che dovrebbe essere il festival della canzone italiana e non Quelli che il calcio. Durante la seconda sera però è successo un mezzo miracolo galvanizzato dalle movenze sensuali della scosciatissima Elodie, che ha infiammato il testosterone di mezza Italia portando sul palco i suoi successi ricantati sulla base di Vogue di Madonna e su Crazy in love di Beyonce, con tanto di coreografie e capelli legati in una lunga coda posticcia. Francamente la parentesi più interessante, visto che oggi il Sanremo con gli ospiti internazionali è un malinconico ricordo. A Sanremo 2021 gli ospiti della kermesse sono stati Fausto Leali, Marcella Bella, Gigliola Cinquetti, Ornella Vanoni, Umberto Tozzi. Qualche anno fa è passata Cristina D’Avena. Sì, dimenticatevi per sempre Madonna, le Spice Girls, Diana Krall, Mariah Carey e le grandi dive internazionali. Devo ammettere però che quest’anno la serata delle cover ha raggiunto vertici kitsch insperati, è ormai uno spettacolo comico, tra chi si prende troppo sul serio come Malika Ayane e la sua resa di Insieme a te non ci sto più e chi si getta nella mischia come il diciannovenne Random che non azzecca una nota ma si dimena come una Baccante sul palco insieme ai sorrisoni di The Kolors in Ragazzo fortunato di Jovanotti. Lucio Battisti è ancora lì che si diverte vedendo la sua Non sarà un’avventura stravolta da Bugo.

La risata per la sottoscritta è stata ingestibile, soprattutto al cospetto del trittico di canzoni arrivate sul podio sabato scorso. Tanti anni fa c’era Mia Martini che lamentava il fatto che ‘gli uomini non cambiano’ (in effetti no, non sono cambiati nel 2021, sono tutti come Amadeus, fan del calcio e del testosterone), quest’anno con irriverenza, arroganza e anche un tocco di scurrilità (ormai non è più kitsch, è puro gore) vincono la kermesse i truccatissimi e luccicanti Maneskin, un infuso di rock anni Ottanta, glam anni Settanta, un po’ urlato, un po’ schitarratato, un po’ Kiss e un po’ Ramones. Non so che dire, forse sono diventata a meno di quarant’anni una trombona insopportabile e matusalemme, ma mi commuovo ancora ascoltando Se stiamo insieme di Cocciante, questa finta avanguardia mette solo tristezza, come vedere i siparietti di Amadeus con Fiorello o i travestimenti di Achille Lauro. Non c’è contenuto, non c’è emozione, c’è solo una gran voglia di urlare ovvietà e disagio esistenziale, specchio sincero e onesto di questi tempi, per carità, ma ho sempre pensato che la musica dovesse essere anche astrazione dai tempi, soprattutto di questi tempi. L’anno scorso aveva vinto Diodato con una delicata ballata sull’amore finito. È così fuori moda parlare e cantare d’amore? No, infatti ci pensa la Michielin con Fedez, i quali si portano a casa il secondo posto (pare che la canzone sia stata fortemente sponsorizzata dalla maga del web nonché consorte di Fedez Chiara Ferragni, capirai che novità). Al terzo posto Ermal Meta, con il lento Un milione di cose da dirti. I miei preferiti, che purtroppo si sono dovuti accontentare del premio della stampa, sono arrivati al quarto posto e rispondono al nome di Colapesce Dimartino, due cantautori siciliani che hanno scritto tanti bei pezzi per Levante, al secolo Claudia Lagona, una delle voci più capaci del cantautorato femminile. La loro musica leggerissima ‘nel silenzio assordante’ meritava di vincere a mani basse perché contiene tutta la nostalgia e il bisogno di leggerezza per dimenticare per qualche minuto il Coronavirus e le sue spaventose varianti. Il brano ha quel ritmo trascinante che ti rimane in testa, un po’ come le canzoncine da spiaggia degli anni Sessanta, esattamente come dovrebbe essere la canzone vincitrice di Sanremo. “Se bastasse un solo concerto per far nascere un fiore”, toccante frase del duo siculo, raggiunge vertici lirici che le altre canzoni in gara si sognano. Però, appunto, questo è il mio personalissimo parere, il premio della critica Mia Martini l’ha vinto Willie Peyote, un brano tanto radiofonico per carità, ma che non ha nulla dell’eleganza e della dolcezza della Musica Leggerissima di Colapesce Dimartino. Niente da fare, anche quest’anno ho passato una settimana tra risate acide e rancore.

Virginia Longo

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