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Quella volta che sono andato a portare fiori sulla tomba di Brodskij e, come voleva il poeta, mi sono messo a miagolare

“Qual è la sua professione?”.

“Poeta, poeta e traduttore”.

“E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?”

“Nessuno. E chi mi annovera nel genere umano?”.

“Avete studiato per questo?”.

“Per cosa?”.

“Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…”.

“Non pensavo… Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione”.

“E come?”.

“Io penso che… venga da Dio…”.

“Аvete richieste?”.

“Vorrei sapere perché mi hanno arrestato”.

“Questa è una domanda, non una richiesta”.

“Allora non ho richieste”.

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È grazie alla stenografa Frida Vigdorova che ci sono giunti alcuni frammenti del processo a cui fu sottoposto Iosif Aleksandrovič Brodskij e che furono successivamente diffuse in samizdat, in maniera quindi illegale. La clandestinità per far fronte alla censura governativa, per “raccontare” e non disperdere frammenti essenziali di vita. Una vita nobilissima, la sua, e riconosciuta anche in Svezia dove, nel 1987, gli consegnarono il Nobel per la Letteratura.

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Esattamente 25 anni fa, nel freddo gennaio del 1996, Brodskij è andato a impreziosire il “Père-Lachaise” di Venezia, il cimitero di San Michele, piantato in mezzo all’acqua nordica della laguna, tra le Fondamenta Nuove e Murano. A spiegare il motivo della scelta ci ha pensato la vedova. Uno degli amici più cari del poeta suggerì la Serenissima perché era, dopo San Pietroburgo, una delle città che più gli stavano a cuore. Venezia inoltre – come ha detto Maria Sozzani-Brodskaja alla rivista polacca “Wyborcza” nel 2000 – era “più vicina alla Russia”. La scelta ricadde sul cimitero di San Michele, indicato dallo stesso poeta in una missiva scritta all’amico Andrej Sergeev.

Meno gotico del cimitero di Belleville – dove Daniel Pennac ha ambientato il ciclo di Malaussène – ma egualmente evocativo: se a Parigi incontri Abelardo ed Eloisa, Édith Piaf, Oscar Wilde, Jim Morrison e Molière, a Venezia si è riunita la crema della scrittura per la scena. Da Brodskij (che compose due pièce teatrali, Mramor (1982) e Demokratija (1990-1992) a Carlo Gozzi (protagonista di una polemica sul teatro con Carlo Goldoni e autore della meravigliosa  fiaba teatrale L’amore delle tre melarance), passando per Giacinto Gallina, l’erede della grande stagione goldoniana, e poi ancora Riccardo Selvatico (sindaco della città lagunare e autore di due commedie dialettali, La bozeta de l’ogio e I recini da festa) e l’immenso attore Francesco “Cesco” Baseggio. Ogni teatro che si rispetti però pone le giuste attenzioni anche alla musica: ecco quindi il Maestro, Igor’ Fëdorovič Stravinskij. Gli allestimenti portano la firma di Emilio Vedova, la preparazione “fisica” degli attori è curata da Helenio Herrera mentre per la parte “motivazionale” troviamo Franco Basaglia. Anche Ezra Pound, il motore dei movimenti modernisti (l’imaginismo e il vorticismo) assieme a T. S. Eliot, riposa a Venezia. Il ‘fascistissimo’ Pound, quello elevato da Ernest Hemigway dell’Olimpo (“Il meglio della scrittura di Pound – e si trova nei Cantos – durerà finché esisterà la letteratura”), è stato sepolto tra Venezia e Murano. E non poteva mancare Christian Andreas Doppler e il suo celebre “effetto”, quindi l’apparente cambio di frequenza e lunghezza d’onda di un’onda percepita da un osservatore in moto relativo rispetto alla sorgente dell’onda stessa. Del resto, Venezia è sul mare…

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“La poesia è una terribile scuola di insicurezza e incertezza. Non si sa mai se quanto si è fatto ha qualche valore, meno ancora se si sarà in grado di fare qualcosa di buono l’indomani. Se questo non ci distrugge, l’insicurezza e l’incertezza alla fine diventano nostre amiche intime, e quasi attribuiamo loro un’intelligenza autonoma. Si può indovinare parecchio di un uomo dalla scelta che fa di un aggettivo”. (Iosif Brodskij, In memoria di Stephen Spender).

Che poi San Michele è diventato cimitero meno di 200 anni fa. Ci ha pensato Napoleone, ovviamente: occorreva individuare una soluzione, da fissare in una delle isole della laguna o in terraferma, così da allontanare dalla città possibili cause di contagio dalle epidemie. Nel 1826 iniziano le prime inumazioni a San Michele mentre dal 1835 iniziano i lavori di interramento dello stretto canale che divide i due isolotti, lavori che si concludono nel 1839. Una volta unificato, il cimitero prende il nome di San Michele. Nel 1843 viene bandito un concorso per l’unificazione stilistica del complesso. Vince Lorenzo Urbani ma il progetto non ha seguito a causa delle ristrettezze economiche in cui versa la città lagunare. Nel 1858 viene quindi bandito un nuovo concorso, vinto da Annibale Forcellini, che verrà realizzato parzialmente e con alcune modifiche, solo a partire dal 1870-71. Nel 1998 il cimitero veneziano è stato oggetto di un concorso per l’ampliamento, vinto dall’architetto David Chipperfield.

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Nel Ritratto di Giustina Renier Michiel l’autrice, l’amica e rivale Isabella Teotochi Marin Albrizzi, scrisse: “Orgoglio di nessuna fatta allignò in lei giammai: non per aver sortito i natali in mezzo ad ogni repubblicana grandezza, non per vedersi da una famiglia, splendida al pari per onori e dovizie, accolta sposa desiderata; non per essersi indi a poco fatta ammirare dall’inclita Roma, il cui cielo ispiratore di belle e grandiose immagini, valse forse, durante l’anno che ivi stette presso il padre ambasciatore, a sviluppare in lei quell’altezza d’animo, e quell’amore per le arti belle che non le venner mai meno; non finalmente per aver ottenuto una gloria d’ogni altra più bella, giacché tutta Sua propria, quella d’esser salita in fama come cultrice delle lettere”. Giustina è stata una scrittrice, amante delle arti e delle scienze ma anche traduttrice: fu inoltre la prima a “portare in lingua italiana” alcune opere di Shakespeare, Otello, Macbeth e Coriolano, edite dapprima a Venezia nel 1798, quindi a Firenze nel 1801.

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Ne Il miagolio di un gatto, Brodskij scrive: “Vista dall’esterno, la creatività è oggetto di fascino o di invidia; vista dall’interno, è un esercizio continuo di incertezza e una scuola terribile di insicurezza. In entrambi i casi, un miagolio o qualche altro suono incoerente è la risposta più adeguata ogniqualvolta si invochi la nozione di creatività”.

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Per arrivare a San Michele devi prendere il vaporetto e attraversare il mare. Quindi non è vero che i felini hanno paura dell’acqua.

Alessandro Carli

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