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“Dormo come un bambino, ho visto il primo uomo che ha scalato l’Everest, amo la parola fine…”. Intervista a Salman Rushdie

Ricordo che quando facevo il cameriere a Finale Ligure, in estate, certo di trasmutare la mia anonima vita universitaria in una esistenza alla Jack London, scoprii Salman Rushdie. Mi ero divorato “I figli della mezzanotte”: mi parve magnifico, una specie di ‘realismo magico’ in quinta indiana. Mi aveva consigliato il libro un ristoratore dalle ottime letture: dopo le due di notte, quando ci incontravamo, era perennemente ubriaco. Chiamava il figlio ‘Peter Pan’, amava le donne, tutte, cucinava il pesce come un dio, mi indicò diversi libri – un altro, ricordo, era “Il generale nel suo labirinto”, meno bello, ma lui si credeva un redivivo Bolívar. Le coincidenze vogliono che quell’estate, preda di letture difformi, mi pappai pure il Corano nella versione di Bausani: come si sa, il libro ‘scandaloso’ di Rushdie s’intitola “I versi satanici” e al posto del Nobel gli ha garantito la fatwa da parte di Khomeyni, un’onorificenza, a dire il vero, ben più importante di ogni altro alloro. Il resto è noto: Rushdie ha collezionato premi, libri, mogli (quattro, dall’ultima, la bellissima Padma Lakshmi, ha divorziato nel 2007). A me pare che, ostinatamente, Rushdie scriva per trovare la grazia del primo libro. L’ultimo romanzo, comunque, si intitola “Quichotte”, lo stampa, come sempre, Mondadori. Non amo le interviste frivole, che costringono lo scrittore a parlare di tutto tranne che di libri. Eppure, sono divertenti, dicono. Questa l’ha realizzata Rosanna Greenstreet per il “Guardian” (la leggete qui). Uno spunto (che offre inavvertitamente Rushdie): leggete George Eliot. (d.b.)

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L’ultima volta che sei stato felice.

Sono piuttosto felice, ora, anche se il contagio è un problema. Ho preso il virus quasi subito, sono stato male per due settimane e mezzo. Mi sono stati risparmiati i sintomi peggiori. Sono stato fortunato.

Il tuo primo ricordo.

Sulle spalle di mio padre, a Malabar, Bombay, guardavamo lo sherpa Tenzing Norgay che da una macchina salutava la folla: era il 1953, aveva scalato l’Everest per la prima volta.

Ciò che ti piace meno degli uomini.

La disonestà.

Fanno un film sulla tua vita: chi vorresti come tuo interprete?

L’ultima volta che mi è stata posta questa domanda ho detto: “Johnny Depp, a causa della forte somiglianza fisica”. Il giornalista mi ha preso sul serio.

La tua parola preferita.

The End. Sono due parole. Mi scusi.

Cosa devi ai tuoi genitori?

A mio padre, la visione secolarista del mondo. A mia madre tutto il resto.

Il libro che ti ha cambiato la vita.

Alice nel Paese delle Meraviglie. O, forse, un albo di Superman. Mi hanno dato lo spunto per scrivere, e ho scritto.

Da piccolo, cosa pensavi di fare diventato adulto?

Lo scrittore. Mi spiace dirlo. È noioso. Ma è così.

La cosa peggiore che ti hanno detto.

Avevo 22 anni, ero a una festa, a Chelsea. Sono stato presentato a un noto design. Costui mi guarda, si gira, se ne va. Dieci minuti dopo è tornato, scusandosi. “Mi spiace di essere stato scortese: mi hanno detto che eri ebreo”. Ricordo il suo nome, ma fammi credere di averlo dimenticato.

Hai mai detto “Ti amo” senza crederci?

Certo.

Se potessi tornare indietro nel tempo, dove saresti?

Sarei qui, ovviamente. Il passato ha un cattivo odontoiatra.

Quando hai pianto l’ultima volta?

Guardavo Yeh Ballet, il film di Sooni Taraporevala. Mi ha riportato a Bombay e una raffica prepotente di nostalgia mi ha squarciato.

Qual è il tuo successo più grande?

Diciannove libro. Venti il prossimo anno…

Quando sei stato vicino alla legge?

Durante gli anni Novanta, quando avevo bisogno di protezione. Sono diventato amico di parecchi ufficiali della legge.

Cosa ti impedisce di dormire?

Nulla. Dormo come un bambino.

La lezione più importante che ti ha impartito la vita.

Essere se stessi.

Dimmi un segreto.

Non ho mai finito Middlemarch.

*In copertina: Salman Rushdie (la fotografia è tratta da qui)

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