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“Amo ancora l’alba…”. Per vincere la morte, leggo Varlam Salamov

La stanchezza è forte stasera, ma non la lascio prevalere. È da un po’ che non scrivevo più nella stanza-studio. Spostandomi da un luogo all’altro, in queste ultime settimane, mi trovavo sempre comunque a mio agio (seppur, ovviamente, in maniera diversa) a battere sui tasti che avrebbero creato parole nuove e differenti; a ricordarmi il senso dell’esistenza, ed anche e soprattutto il significato dell’amicizia in letteratura, e non solo.

I miei libri, adesso, sono ancora tutti qui; guardinghi e immobili nell’aspettarmi ogni qualvolta mi soffermo a contemplarli nell’agguato di uno sguardo. I miei libri stasera mi ricordano carovane partite da chissà dove, e ferme per qualche ora, a far riposare i cavalli, e, di rimando, i loro passeggeri. Di queste innumerevoli carrozze, pronte a ripartire prima o poi per chissà quale destinazione, nel crepuscolo avanzato che inonda la stanza di un tepore quasi silvestre, ne prediligo due. Due sono infatti i libri che prendo in mano, e sono libri di poesia.

Il primo mi ricorda un recente aneddoto degno delle più incredibili coincidenze del mondo letterario. Il libro s’intitola Portami ancora per mano. Poesie per il padre, e l’ho scovato una settimana fa in una libreria di Torino. Prontamente, incuriosito, l’ho aperto come di consueto a caso, e così, dunque, tra i vari grandi nomi della letteratura universale che spiccano, si fa largo quello di Gian. Ovviamente non potevo non acquistarlo!

Trovare una poesia sconosciuta di un amico a chilometri e chilometri di distanza da casa, immediatamente mi ha riempito il cuore. Era allora il 2003, pubblicava Crocetti. La poesia di Gian Ruggero Manzoni, per altro, è nobile, parla della morte, del rispetto e del ricordo della morte di un padre: ne cito, anch’io per rispetto, solo un passo:

… respiriamo babbo ‒ respira assieme.

Fallo. Guidami… respiro dopo respiro, a capire la morte.

A morire

con te, la parte migliore della vita. La parte migliore,

che i morti

ricordano.

Il secondo libro, invece, che ho ripreso ora in mano, raccoglie le poesie di Varlam Šalamov. Apro ancora una volta a caso, e leggo nuovamente ‒ manco a farlo apposta ‒ della morte. Eppure il significato dei versi è sempre un altro: rimanda a ben altro che a una fine o a un epilogo: “Per affrettarsi a morire / vi sono motivi a sufficienza, / ma non voglio diventare oggetto / di medicina legale. // Amo ancora l’alba / del più limpido acquarello, / amo la luce d’ottone della luna / e i trilli delle allodole…”.

Quindi, chiunque tu sia ‒ amico caro, o peggior nemico che mi leggi tra le righe ‒ sappi che questa sera ho voluto vincere la stanchezza proprio per te. Per l’irrompere della vita. Per la poesia che è vita stessa. Per qualsiasi ignoto ti assalga, del quale non ne trovi senso né ragione.

Chiunque tu sia, nome a me sconosciuto oppure familiare, volevo banalmente dirti che la vita val sempre la pena d’esser vissuta, perché dietro l’angolo non esistono soltanto fregature. Dietro l’angolo del vicolo c’è una fatica grossa o piccola che attende soltanto te per essere affrontata. E se l’affronti, ne capirai poi il senso. Dobbiamo dunque capire la fatica, nome a me caro e sconosciuto al tempo stesso. Dobbiamo capirla per risorgere. È questo il senso (banale?) dell’esistenza. Poiché, ricorda, anch’io amo la luce d’ottone della luna, e non voglio fare a meno della sua sfrontata bellezza.

Giorgio Anelli

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