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Sfacciatamente intellettuale. Sull’ultimo libro di Sabino Cassese

Un empito improvviso, odioso?, intellettualoide, pruriginoso addirittura: voler leggere e subito dopo star leggendo e aver letto Intellettuali di Sabino Cassese, per il Mulino, collana Parole controtempo. Parlare delle parole ha qualcosa di conturbante come un film di Christopher Nolan, Sabino Cassese lo fa con una capacità di sintesi rilassante e ammirevole, da intellettuale che lo è a meritato titolo, ma per l’appunto: chi è l’intellettuale?

Di certo, sentendo il polso del tempo, è uno che se dice di esserlo risulta immediatamente antipatico: l’intellettuale è tutt’al più uno che crede di esserlo, cioè che crede di esserlo più di qualcun altro, condizione impossibile a dirsi in quest’Epoca della Suscettibilità secondo la quale se uno studia non lo fa per amore di scienza e di un vantaggio collettivo a venire ma per vantarsene in giro, ai danni di chi avrebbe voluto studiare e non ha potuto o più direttamente di chi non ha voluto studiare mai perché l’ha capito all’instante che l’intellettuale è un parassita fannullone, a differenza sua, che tante volte è un parassita fannullone a sua volta ma più onesto in quanto lui intellettuale non ci si dichiarerebbe, mai sia.

Gli intellettuali hanno fatto di necessità virtù e sono i primi a dichiararsi anti-intellettualistici, sperando di farla franca, di poter piacere di più, con la dissimulazione disonesta alla moda. Come si viene fuori dalle grinfie dei apedeuti cioè di coloro che nella Francia-illuminata-che-fu congiuravano per screditare il sapere, per dare credito a sé stessi che di sapere non ne avevano ma di doti istrioniche a iosa? Dovrebbe venirci in soccorso l’intellettuale che, come al solito, è una figura sociale determinatasi a causa di uno scrittore, lo Zola dell’Affare Dreyfus, e in questo Cassese è chiaro: l’intellettuale è uno che non se ne sta per i fatti suoi, che supera il suo ambito specialistico, che si mette in dialogo e mette in dialogo tra di loro la società e il potere: “L’attività degli intellettuali è rivolta alla cerchia delle persone di cultura e alla classe dirigente, di cui gli intellettuali fanno parte, alla società più in generale, e allo Stato, nel senso delle istituzioni.

Cassese osa un’affermazione che gli costerebbe levata di scudi e fanfara di fischi se espressa in pubblica piazza mediamente inferocita a prescindere: “Le élite, i competenti, sono un ingrediente critico essenziale della democrazia.” Che sia la spregiudicatezza dell’età? Non lo sa che dell’élite non si può che parlarne male in pubblico per poter continuare a frequentarla indisturbata in privato? L’élite non può che essere anti-democratica per definizione, privilegiata, schifiltosa, nemica del popolo quando il popolo ormai è stato consegnato legato mani e piedi all’effetto Dunning-Kruger secondo cui “più si è ignoranti più si ha fiducia di non esserlo.

C’è stato un tempo, o così pare, in cui a un ignorante si poteva far notare che lo fosse e invitarlo a rimediare istruendosi, e nel migliore dei progetti sociali possibili compito della politica era rimuovere gli ostacoli alla sua istruzione, ma adesso che l’ignoranza è diventata un diritto rivendicato, anzi un privilegio, guai a criticarla: è anti-democratico!, o così dicono quelli che non hanno chiare le idee su cosa sia la democrazia come non ce l’hanno su tutto il resto.

Appellarsi agli altri perché riscoprano gli scomodi pregi e i faticosi piaceri dell’educazione del sé, azione senza la quale qualunque altruismo è impossibile di fatto, è da gran maleducati, da cafoni da biblioteca, da buzzurri universitari, da trogloditi intellettuali cosmopoliti per giunta, avanzi di rivista e neanche quella di teatro, quelle che non sono neppure più cartacee ma digitali e quindi ciascuna uguale a nessuna, a sé stessa e a centomila.

Cassese cita Edmund Burke che nel 1770 nei suoi Thoughts on the Cause of the Present Discontents scriveva: “è invero assai raro che gli uomini si sbaglino nei loro sentimenti circa la mala condotta della cosa pubblica; altrettanto raro che vedano giusto nel riflettere sulle sue cause […]; la maggior parte degli uomini, in fatto di politica, è in ritardo di almeno cinquant’anni” e Cassese chiosa: “Gli intellettuali dovrebbero contribuire a ridurre questo gap.

Gli intellettuali come corpo di mezzo tra il popolo e lo Stato appartenendo in parte all’uno in parte all’altro, protagonisti della dialettica tra governatori e governati, contando sulla propria onestà intellettuale e soprattutto sulla sussistenza materiale: fintanto che un intellettuale riesce a farsi pagare per il lavoro intellettuale che fa c’è di certo che intelligente lo è, altrimenti scomparirebbe anche lui all’interno dell’estinzione naturale in atto della fattispecie.

Antonio Coda 

 

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