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Nel genetliaco della tua ombra. Roberto Floreani in memoria di Paul Celan

L’avvicinamento compiuto alla scrittura di Paul Celan avviene allo scoccare dei miei quarant’anni,  ovvero nell’anno dell’Età della conoscenza (1996): i miei quaranta di allora per i cinquanta di oggi. Tre volte venti.

Sono entrato allora in una Camera Astratta, manipolandone il chiavistello, come percorrendone scientemente il crinale tagliente: con un filo, ma senza nome. Eppure, o forse proprio per questo, Celan è frequentato dagli artisti, anzi dall’Artista, quell’Anselm Kiefer che gli dedica opere monumentali da interrare nella sua tenuta-studio di Barjac, in attesa che la Storia conferisca loro un significato. Storia crudele che nega a Celan la possibilità stessa di una vita-con-i-viventi, di un’espressione compiuta, salvifica, per lenire il dolore della perdita. Spazi angusti, dove ogni testo occupa un piccolo spazio della Camera, dove siedono – accovacciati – l’angelo, la madre, la donna, la nutrice e dove il verbo è cristallizzato, geometrico, imploso nell’impossibilità di manifestarsi sul versante della luce, dominante la tenebra di lumi accesi nella Notte dei Cristalli e la chiusura della parola senza suono. Il respiro è pneuma di Osip – primo testo dei quattordici – dove l’incedere del verso sottrae anziché aggiungere, dove il racconto tace assorto nella strage e la condivisione si sottrae, in controcanto:

autonegandosi nello stesso momento in cui si crea.

Rievocazione dolente, sviluppo inverso, lettura ultima, ma senza nome. Di soglia in soglia – Von Schwelle zu Schwelle, il telaio è composto, la tela tirata, la materia distesa: Sette Sigilli per Sette trombe Celesti, bianco su nero. Avrei voluto attingere alla storia, sapere, scriverti, capire le parole, apprendere i versi, accogliere Inge, prima del volo, con oro nelle tasche per accelerare la caduta.

Storia strana, la storia del nostro mondo:
non tutta del mondo, non tutta nostra, non tutta storia; non tutta così strana.

E seguo ancora i canali invisibili di oggi, carichi di mondo, nel vuoto visibile di questa data sul calendario, la data della perdita, della distanza, del destino compiuto, memoria che conduce altrove: malaticcio del genetliaco della tua ombra.

NERA.

Era primavera, e gli alberi volarono ai loro uccelli.

Roberto Floreani

18 aprile 2020, ore 3.01

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