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Rimbaud il Veggente, Rimbaud il santo Teppista!

15 maggio 1871: eccola la data che squarcia la letteratura, specie di invasione, i barbari in Arcadia, lo specchio frantumato, un alveare di giaguari. Naturalmente, è a posteriori, sempre dopo, quando il fuoco è cristallizzato in marmo, che riconosciamo la grandezza di un momento, muti all’imprevisto, l’istante stana la nostra perversione. Torna a Charleville dopo un mese di vagabondaggi, Arthur Rimbaud: sedicenne, l’anno prima ha cominciato a scappare dalla provincia, ha legato con Georges Izambard, nominato prof al suo Collège, che gli passa da leggere Victor Hugo. Nel 1869, Rimbaud, allievo di talento, col grembiule di un ottimo futuro, fronte larga, himalayana, vince il primo premio di poesia latina a Douai.

Brucia, Rimbaud, poeta-fiammifero, poeta-in-fiamme, feu è la parola chiave della lettera che il 15 maggio del 1871, rientrato dal delirio dell’addiaccio, scrive a Paul Demeny, Donc le poète est vraiment voleur de feu. “Voleur”: ladro, bandito, canaglia. “Dunque il poeta è veramente un ladro del fuoco”. Il poeta è Prometeo, titano dei bassifondi, a cui l’aquila dell’inquietudine rode il fegato. Già, ma nell’era della luce elettrica, delle città dai lampioni stellari, del giorno anche di notte, a cosa serve il fuoco? A sfondare la tenebra, a fecondarla di sé, seminagione di scintille, a darsi in pasto all’oscuro – ad andare dove nessuno vuole. A bruciare la faccia ai perbenisti, sfacciati. “Egli giunge allo sconosciuto… e se, smarrito, finisce col perdere l’intelligenza delle sue visioni, pure, le ha vedute! Che crepi nel suo balzo tra le cose inaudite e innominabili”. Il poeta non è tale perché scrive poesie, ma perché muore, crepa, visionario, trapezista di baratri, sperimentando se stesso. Si forza fino a deflagrare: è un incendio. Chi incede tra i vocabolari, “più morto di un fossile”, è un mentitore; compito del poeta: in fuga dall’accademia, museo di lacchè, egli “cerca la sua anima, l’indaga, la tenta, l’impara”. L’anima: palestra di mostri, voliera di terrori.

Che paradosso: il testo fondamentale della letteratura moderna è un atto privato, una lettera. Paradossale è pure il destinatario. Di dieci anni più grande di lui, Demeny è poeta da salotto e piccolo editore a Douai: nelle fotografie è ben vestito, un poco stempiato, con i baffi e lo sguardo perso, grave di severa malinconia. A lui, il 26 settembre del 1870, il poeta consegna un manoscritto con quindici poesie, a cui ne aggiunge, il mese dopo, altre sette: sul cosiddetto “Cahier de Douai” grava l’anatema di Arthur, che intima all’editore, “Brucia tutti i versi che sono stato così cretino da affidarti durante il mio soggiorno”. Ancora una volta, l’ardore della fiamma ad autenticare l’opera, la vita. Aveva scritto quei versi in fuga, ospite a Douai dalle zie di Izambard; Demeny, ovviamente, non bruciò nulla. Passò il manoscritto, dietro compenso, a Rodolphe Darzens, il primo biografo di Rimbaud; dopodiché il fascicolo va a Léon Genonceux, poi a Pierre Dauze, infine a Stefan Zweig, lo scrittore, che lo acquista all’asta, nel 1914. Quei fogli furono l’amuleto e il cimelio di Zweig, che li tiene con sé – in sé – fino al giorno fatale, 23 febbraio del 1942, in cui si uccide, a Petrópolis, in Brasile, coi barbiturici. Il velenoso cimelio fu ceduto dagli eredi alla British Library nel 1985. Fu poeta, Paul Demeny, per lo più modesto, promuoveva, scrisse un critico, “delicatezza e sentimenti elevati… una ispirazione romantica allietata da note patriottiche”. Nulla a che vedere con Rimbaud, è ovvio, è ora arso dall’oblio – eppure, questa circostanza, questa distanza acuisce l’eccezionalità del lascito di Rimbaud, che proprio in Demeny vede l’interlocutore eccelso.

La lettera di Rimbaud è nota, citata, oggetto di esagitata esegesi. Distinta da due formule divenute canone, categoria dell’eccesso rimbaudiano: Je est un autre, “Io è un altro” – già: io che sono altro da me, l’ignoto che insorge; e l’altro che è me, l’invasione del tremendo – e immense et raisonné dérèglement de tous le sens, codice che regola l’irregolare, che fa della poesia un’oltranza, cioè: verbo che abbaia, morde, ferisce – fa tutto fuorché dire, pallore dell’invisibile, esodo del logos nella suprema mania. Poesia come mantica, dacché il poeta è sciamano, balbetta azioni, parole/gesto, taumaturgia in sonetti: Le Poète se fait voyant, “Il Poeta si fa veggente” – si fa, non è: la poesia è una pratica, non più scrittura, è impertinente alla letteratura, imparziale. Già… ma la sola rivelazione… la fuga…

Comunque baudelairiano – “il primo veggente, il re dei poeti” – Rimbaud rimesta nel torpore romantico: il poeta è il grand malade… criminel… maudit… Savant! Enorme malato, dunque criminale, dunque maledetto, allora Sapiente. Siamo già nell’aura del cliché – Poe tradotto da Baudelaire! No, la vera ribellione di Rimbaud è dirsi veggente, voyant. Che significa, sbalordendo le etimologie, voleur – ladro, piccolo brigante, ragazzaccio che s’intasca il fuoco – e soprattutto voyou, delinquente, teppista, criminale. Voyant/Voyou: veggente/teppista; teppista dunque criminale. Soltanto Benjamin Fondane, autore di Rimbaud le voyou, capisce che la “Lettera del Veggente” è il primo stadio dell’opera del poeta, alchemicamente teso a distruggere se stesso: “Il tentativo di Rimbaud si riconduce dunque in fin dei conti a una catastrofe morale; la teoria del Veggente fu la sua torre di Babele”; catastrofico è chi crede, castrando Rimbaud, “di aver trovato il mezzo magico con il quale, la presa di possesso dell’Ignoto essendo assicurata, una tecnica diviene possibile, quella della ‘dittatura dello spirito’”. Come fai ad addomesticare il fuoco, a pietrificarlo? Civiltà con l’accendino in tasca, Rimbaud appicca e scappa. Devoto a Rimbaud, discepolo di Fondane, il poeta apocalittico David Gascoyne traduce il libro come Rimbaud the Hooligan.

Fa sorridere che nel 1911 Ardengo Soffici scriva un ardito saggio su Rimbaud, con incipit tonante: “Chi conosce in Italia gli scritti di Jean-Arthur Rimbaud? Chi ne conosce pure il nome? Pochi o nessuno, a quel che pare: nessuno per lo meno ne parla o ne scrive”. Così attento ai ‘maledetti’ che venivano dall’estero, alle meteore urlanti, agli eccessi francofoni, Soffici è incapace, due anni dopo, nel ’13, di riconoscere Dino Campana, a intuire in quel manoscritto, Il più lungo giorno, un tormento poetico non dissimile, poi, dal gorgo della Stagione all’inferno. Ma no, Soffici ha fanali e affetto solo per quel ragazzo che volle “fare di se stesso… il proprio capolavoro”, gli piace la storia paradigmatica di “Arturo Rimbaud” tra “pastori beduini e mussulmani fanatici, gente da temersi”, del poeta che si estingue, “che non ebbe paura di scendere giù per tutti i gironi dell’inferno psicologico moderno per pescarvi il segreto di una bellezza inusitata e folgorante” (!). Troppa enfasi verso la leggenda esotica, a celebrare una vita dissennata, con chiasso vigliacco. Ha avuto estro, però, Soffici nel dedicare il suo saggio, in fondo pompier/pionieristico, “alla ignota signora milanese che soccorse e forse amò Rimbaud affamato, vagabondo per l’Italia”. Il fatto è certo: nel maggio del 1875, già proteso verso un Harar del cuore, annientata la poesia – nel ’73 ha fatto stampare a Bruxelles Une saison en enfer, regala qualche copia a sparsi amici, lascia le copie, non pagate, nell’ufficio del tipografo – Rimbaud arriva a Milano da Stoccarda, via Svizzera. È malconcio. Una signora lo accoglie al 39 di piazza del Duomo: il poeta riparte un mese dopo, a piedi, verso Brindisi, dove è morto Virgilio; un’insolazione lo sfianca in Toscana costringendolo al rimpatrio. Alla gita milanese del poeta, Edgardo Franzosini ha dedicato un libro, Rimbaud e la vedova (Skira, 2018).

Piuttosto, nella lettera, compilata di getto, come sempre sull’onda del rischio e dell’ultima ora, c’è una frase che affascina: “Il poeta ha l’incarico dell’umanità, degli animali, perfino”. Animaux è sottolineato, ed è come se il poeta scrivesse a quattro zampe, con la penna in bocca, piume s’irradiano dalla schiena, l’assalto è una sinfonia.

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