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“Più che di morire dobbiamo temere di essere morti”. Un sermone sulla morte. Richard Millet

Richard Millet è tra i grandi scrittori francesi contemporanei: il suo lignaggio lo apparenta agli autori inquieti, inquietanti, dalla prosa che violenta, André Malraux, Curzio Malaparte, Ernst Jünger. Ha fondato la rivista “Recueil”, è stato, per anni, lettore in Gallimard; a lui si deve, tra l’altro, la scoperta de Le benevole di Jonathan Littell. Ha pubblicato alcuni libri tra i più potenti del panorama letterario francese: citiamo, alla rinfusa, Ma vie parmi les ombres (2005), La confession négative (2009), Une artiste du sexe (2013). In Italia Millet è pressoché sconosciuto come romanziere; preferiamo pubblicare il polemista, antimoderno, antipatico, un antidoto allo spurio progressismo odierno (alcuni titoli: Il disincanto della letteratura, L’inferno del romanzo, L’antirazzismo come terrore letterario). Nel 2014 Liberilibri ha pubblicato il fatidico Elogio letterario di Anders Breivik (in appendice a Lingua fantasma) che ha letteralmente espropriato Millet di una identità letteraria nel regime, claustrofobico, dell’intellettualismo francese. Il saggio, pubblicato nel 2012 dal glorioso Pierre-Guillaume de Roux, segue, in verità, lo schema comune ai pamphlet virulenti, d’ironia nera, polemica di fuochi glaciali, noti a chi conosca la letteratura francese (in Italia, per dire, bisogna andare a Malaparte e a Giuseppe Berto). Attraverso Breivik, Millet critica il culto del multiculturalismo, la sconfitta delle radici cristiane, il criterio di una società china ai fasti del progresso, biecamente moralista. Figurarsi. Fu messo alla gogna, Millet, scassato, scardinato, scuoiato da un vasto manipolo di infoiati intellettuali guidati, dalla tribuna di “Le Monde”, da Annie Ernaux, che ha tuonato, “Il pamphlet fascista di Richard Millet disonora la letteratura”. La percezione è che non si attendesse altro: defenestrare uno scrittore dall’alto talento corrosivo, pubblicato dal massimo editore francese, poligrafo, insopportabile.  Infine, nel 2016, l’ostracismo caino ha raggiunto il suo scopo: Millet è stato allontanato da Gallimard, divenendo, di fatto, un letterato paria.

Richard Millet ha pubblicato nel 2015 “Un sermon sur la mort”

Pubblicato nel 2015 per le prestigiose Éditions Fata Morgana, con le illustrazioni di Jean-Gilles Badaire, Un sermon sur la mort è l’estrema confessione di un isolato, di un ‘pericoloso’, vertiginoso anatema contro questo tempo, che celebra “la morte del mondo vivente: la morte della cultura cristiana, della cultura occidentale, della lingua. Un mondo dove ciascuno, svuotato di sé, è solo”. È il manuale del marchiato, la testimonianza virtuosa di uno scandalo, scritto con “morbosa lucidità”, leggiamo nella quarta, “una scontrosa disperazione che troviamo in grandi pensatori come Emil Cioran e Léon Bloy”. Il testo è stato scelto, tradotto e curato da Edoardo Pisani; lo pubblichiamo a mo’ di monito e invito a stampare come si deve Richard Millet, grande scrittore stritolato dal livore moralista di un tempo basso, vile.

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A Nicolas de Brézé

Così la mia durata è un fallimento perpetuo. Fénelon

Abbandono gli atei alla loro passione dell’immediato e dell’aleatorio. Li lascio ignorare che senza Dio il paradiso è un inferno, come dice Simone Weil. In fin dei conti, ogni vita lontana da Dio è meno un sogno che un abisso in cui il tempo non è percepibile che nella vertigine o nell’indifferenza. Perché più che di morire dobbiamo temere di essere morti. E forse siamo già morti, pensavo entrando a Bruxelles, nel primo pomeriggio di un giorno di primavera. “Siamo tutti morti” suggeriva Léon Bloy, cominciando un sermone sulla morte che purtroppo non ha mai scritto e che sarebbe difficile ascoltare in un mondo in cui per così dire non si muore più, un mondo in cui si entra in questa morte attenuata che gli orrori contemporanei fanno chiamare “fin di vita” e che quasi prenderemmo per immortalità, miei cari fratelli, voi che, se non morti, vi abbandonate a uno strano sonno, non come i santi addormentati di Efeso bensì stanchi, ripiegati su voi stessi, ebeti, sordi alla vita spirituale come all’intelligenza del mondo.

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La mia stanza, al quinto piano dell’hotel Méridien, dà su una parte della città aperta in forma di palma. Bruxelles è una città in cui mi sento stranamente felice, cosa che accade nei luoghi in cui il sentimento di gioia non dipende da un essere né da condizioni materiali bensì da una quiete che coloro che non posano mai le armi conoscono di rado; perché in questa città travagliata ho anche dei nemici rosi dall’odio ideologico, come in tutte le grandi città d’Europa, da una malattia che non ha niente a che vedere con il sonno letterario in cui affondano Parigi, Bruges e Venezia.

Forse la pace che trovo a Bruxelles è legata alla lingua, più semplicemente, al fatto di poter esistere in francese fuori dalla Francia, accerchiata dalle fiamme di questa lingua fiamminga che intuisco a partire dall’inglese e dal tedesco. Questa città è dunque un’architettura del linguaggio, mi dicevo rimembrando i vari soggiorni che ho fatto a Bruxelles da una trentina d’anni a questa parte, grazie ai miei libri, all’epoca di quella che può definirsi la mia vita letteraria, la quale è finita con la mia revoca sociale e l’inizio della solitudine che succede a ogni scandalo. La solitudine mi era stata predetta tempo fa da una donna con la quale ero potuto affondare in una notte felice, una donna che, scorgendo nel mio sguardo la rovina della sua bellezza, ha portato entrambi a una solitudine maggiore, come facendosi portavoce di tutte le donne ferite, e ha aggiunto, con una stanchezza piena di rancore: “Sarai presto solo… Dopotutto, non è la morte…”.

Non è la morte, no, poiché siamo già morti, vero, miei cari fratelli, pur avendo l’aria viva, voi nel mezzo sonno della rinuncia a essere voi stessi e io nel deserto dell’inesistenza sociale. Le parole di quella donna privata della sua bellezza avevano qualcosa di una maledizione, pensavo, in quella stanza in cui ero felice di essere solo, quel pomeriggio, e in cui mi apprestavo a contemplare dei ritratti di uomini e donne scomparsi da molto tempo e i quadri di quei primitivi la cui visione è quella dei polifonisti franco fiamminghi e dei grandi mistici del Medio Evo di cui, in questi tempi di miseria letteraria e spirituale, mi nutro sempre di più, Hadewijch d’Anversa, Beatrice di Nazareth, l’Ammirevole Ruysbroeck, il quale ci esorta ad andare nella luce, a elevare i nostri occhi “illuminati dalla ragione illuminata”, a contemplare la “sublime natura di Dio” che è “semplicità e ingenuità, inaccessibile altezza e profondità abissale, incomprensibile larghezza e eterna lunghezza; silenzio tenebroso e deserto selvaggio; riposo di tutti i santi dell’eternità”, come si legge ne Lo splendore delle nozze spirituali, nella traduzione che ne fa un poeta belga la cui gloria è passata, come quella degli imperatori, dei cattivi ricchi e delle donne dalla bellezza superiore.

Dalle finestre scorgo in lontananza l’imponente basilica del Sacré-Coeur; sulla mia sinistra il campanile della Grand-Place; a destra un edificio simile alla sede della Commissione europea, uno di quei luoghi in cui lo Spirito è negato con l’assentimento degli eretici, degli atei, degli ignoranti e perfino dei cristiani, purtroppo, poiché ormai i protestanti e i cattolici camminano mano nella mano dentro la stessa tenebra umanista… Ho sentito suonare delle campane che ho dapprima ascoltato in ginocchio, pregando per un amico che stava morendo in un ospedale parigino: era da molto che non mi inginocchiavo per pregare, nell’umiltà più profonda. Quel carillon vespertino mi invitava a uscire dalla mia gabbia personale; volevo sentirlo meglio; d’un tratto niente mi sembrava più desiderabile, più necessario. Ho chiesto alla donna delle pulizie di aprire le mie finestre: per ciò bisognava che scendessi alla reception e firmassi un documento, scaricando l’hotel da ogni responsabilità in caso di defenestrazione. Viviamo in un mondo il cui il Diritto ha sostituito il Pentateuco e la mia libertà dipendeva ormai da un modulo da firmare, cosa che ho fatto sentendomi colpevole; non che mi dica innocente, però non avendo alcun desiderio di buttarmi dalla finestra ho creduto bene mormorare non che volessi sentire meglio il suono delle campane (mi avrebbero preso per un pazzo, quindi per un uomo capace di suicidarsi) ma che sono un essere sano e che non sopportavo l’aria che respiravo nella mia stanza; un’aria infinitamente riciclata, come negli aerei e nei treni, dove mi sembra di respirare dalla bocca della moltitudine, il che non è la migliore maniera di amare il prossimo. La giovane impiegata nera mi ha guardato, quasi indignata che non mi accontentassi di ciò che il sistema aveva preparato per il mio massimo godimento, domandandosi senza dubbio se meritassi in fondo di restare vivo. Ero sul punto di aggiungere che si va in un hotel solo per amare o per morire, ma non sarei stato compreso; l’ironia sembra sempre fuori luogo oggi che il sentimento della lingua si è pervertito e che la verità si è velata di eufemismi e di piccole menzogne.

Le campane tacevano, ma ho potuto respirare un’aria diversa, teso alla finestra da cui vedevo, ritta sulla sua base, al centro del cortile, l’imponente rappresentazione statuaria di un personaggio dei fumetti, uno il cui nome è troppo ridicolo per essere pronunciato, giacché il grottesco di ogni nome ha a che fare con l’inferno, come mi rifiuto di pronunciare il nome di coloro che mi vogliono male. Non nominarli è rimandare i loro volti a colui che si trucca di tutte le facce e ne fa degli sputi. Quella grottesca statua davanti alla quale dei turisti si mettevano in pose non meno ridicole impedivano che ci si buttasse dalla finestra, avrei potuto dire alla donna della reception: un suicidio avrebbe avuto l’aria di un’offerta a quell’idolo tanto rappresentativo dell’infantilizzazione del mondo, la quale è tutto il contrario dell’innocenza che il Nostro Signore vede nei bambini, nei semplici e nei poveri. C’è sempre qualcosa di demoniaco nello scimmiottare i bambini, come, per questi, una volta divenuti adulti, c’è qualcosa di demoniaco nel voler restare ciò che non sono più: come la menzogna, il mimetismo è una ferita della verità.

La liberatoria che avevo appena firmato mi rimandava a un’altra specie di solitudine: aprendo le mie finestre sulla città lasciavo un luogo in cui tutto è condizionato, dall’aria agli spiriti, e in cui la statua dello gnomo nel cortile ha lo stesso valore culturale delle riproduzioni appese nella mia stanza di Picasso, Matisse e Braque, opere divenute invisibili, nell’inferno della riproduzione meccanica, da una cultura che vive solo di prodotti derivati e di simbolizzazioni restrittive e che è dunque nemica dell’arte, se non morta, o almeno partecipe di un’agonia spirituale. Non esagero, fratelli miei, e non combatto il nichilismo con un eccesso di vuoto. “Lasciate che i morti seppelliscano i morti” dice Gesù Cristo. Lasciamo che il Culturale rileghi le sue imposture in una memoria essenzialmente numerica dentro la quale ciascuno si dimentica di sé facendo dell’amnesia una virtù di felice immediatezza, gli zeloti di un nuovo ordine morale che accompagna la monotona schiera di falsi devoti che contribuiscono a far passare per lettera morta quei testi antichi come la lingua. Sì, fratelli miei, lasciamo che quei morti seppelliscano i morti, ossia se stessi, nell’infinita miseria della lingua dentro cui affondano senza saperlo.

Avevo bisogno di pregare di più. Non ero lontano dalla cattedrale di Sainte-Gudule, di cui avevo senza dubbio sentito le campane. Dovevo attraversare un giardinetto in cui la gente si crogiolava mezza nuda nell’erba come sulle rive dei fiumi di Babilonia. I turisti entravano nella cattedrale e ne riuscivano come cani erranti trattenendo a stento i latrati. Ero più solo che mai, e tuttavia non abbastanza solitario né abbastanza morto di fronte all’immediatezza del mondo. Pregare lì era impossibile. Impossibile trovare dei fedeli con i quali intonare un magnificat che avrebbe cacciato dal tempio i miscredenti che non volevano altro che l’immagine, non il silenzio né la solitudine, importuni, barbari, atei, empi, indelicati che mi hanno fatto chiedere a me stesso se non erano delle anime erranti e io il solo essere vivente, sebbene sia un grande peccatore e dubiti spesso se sto bene al mondo e se Dio mi tiene sotto la sua santa custodia. Bisognava che vedessi più chiaro in me, dovevo scacciare via la collera, distinguere le tre ragioni principali per le quali un uomo abitato dalla Parola e che si è dedicato alla scrittura letteraria si trovi in una solitudine da defunto.

Ho recitato l’Ave Maria nel tumultuoso silenzio del mio cuore.

Richard Millet

*La traduzione è di Edoardo Pisani

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