“Nei poeti che galleggiano come ninfee
sopra i seni dell’ora vitrea,
nei cieli che nessuno vede muoversi,
tifoni senza tumulto si annidano
per una felicità primordiale”
Tradurre Richard Crashaw, installato nella bella ‘corona’ dei poeti ‘metafisici’ inglesi, sarebbe un gesto di grazia – un risarcimento. Crashaw, infatti, è morto nel tardo agosto del 1649 nella Santa Casa di Loreto, e lì sepolto, a trentasei anni, dopo una vita di spettacolari – e tenebrose – cadute. Dell’opera di Crashaw, assemblata in un unico libro, Steps to the Temple (1646) – idolatrato, tra gli altri, da Coleridge, da Emerson e da Elizabeth Barrett Browning – si è occupato, negli anni Trenta, soltanto Mario Praz, dandone una descrizione, per così dire, pittorica:
“Col suo miracoloso e vertiginoso ascendere d’immagini travolte e infocate, la lirica del Crashaw, in ciò che ha di più peculiare, rappresenta in letteratura, in minori proporzioni, quello che le apoteosi di un Rubens, i languori di un Murillo, e le estasi di un Greco rappresentano in pittura”.
Elémire Zolla installò Crashaw nei Mistici dell’Occidente, tra John Donne, George Herbert – di cui Crashaw si sentiva il discepolo – e Thomas Vaughan. Insieme a Cristina Campo, tradusse l’ode che il poeta inglese ha dedicato a Teresa d’Avila, A Hymn to the Name and Honour of the Admirable Saint Teresa. Alcuni passi hanno il tenore dell’estasiato:
“…O come spesso ti lamenterai Di una soave e finissima Pena, Di gioie intollerabili, E di una Morte, ove chi muore Adora la sua morte e nuovamente muore E per sempre vorrebbe esser trafitto E vive e muore e non sa perché vive Se non per cessare di morire. Con che dolcezza il tuo cuore gentile Bacerà il dardo che dolce t’uccide!”.
Questa poesia – o meglio, la figura di madre Teresa – rappresentò una svolta nella flebile vita di Crashaw. Figlio di un teologo anglicano ostile al cattolicesimo, Crashaw studiaò al Pembroke College, Cambridge. Ordinato prete della Chiesa d’Inghilterra nel 1638, servì presso la chiesa di St Mary the Less: dicono fosse un oratore eccezionale. Amava le opere di Caterina da Siena e di Richard Rolle; fu affascinato dall’esperimento di vita comunitaria inaugurato da Nicholas Ferrar nel maniero di Little Gidding, a cui afferiva il poeta George Herbert. L’esperienza di Little Gidding, durata un trentennio, prima di morire travolta dalla guerra civile inglese, è uno dei più sublimi germogli della Church of England: Thomas S. Eliot la esalta nell’ultimo, omonimo, poema dei Quattro quartetti:
“Chi dunque escogitò il tormento? Amore. Amore è il Nome non familiare dietro le mani che tesserono l’intollerabile camicia di fuoco che potere umano non può togliere. Noi soltanto viviamo, soltanto sospiriamo se consumati fra fuoco e fuoco”.
(Traduzione di Angelo Tonelli)
All’epoca in cui la religione era l’alter ego della politica e si fomentavano guerre civili per una ispirazione peregrina, per una opzione teologica, Richard Crashaw percorse la via del disastro. La lettura della vita di Teresa d’Avila accese in lui – che non aveva affatto afflato mistico – il desiderio di passare tra le fila dei cattolici. Il momento era il più cupo: le rivolte puritane guidate da Oliver Cromwell lo costrinsero all’esilio.
Espulso dalla sua chiesa – che fu razziata dalle truppe parlamentari, fiere di aver “abbattuto sessanta pitture dei superstizioni e diverse statue di papi e crocefissi, procacciatori di idolatri” – Crashaw fu prima a Leida, nei Paesi Bassi, poi a Parigi. Visse di stenti, nel fondo di una fede malmenata: secondo la testimonianza di alcuni rifugiati, “non possedeva lenzuola né coperte, dormiva sempre vestito, su una sedia o su uno sgabello”. I favori di Enrichetta Maria di Borbone, regina consorte in esilio, moglie di Carlo I Stuart, gli fecero ottenere un ruolo a Roma, presso la corte di Innocenzo X. In particolare, il poeta esercitò alle dipendenze del cardinal Giovanni Battista Maria Pallotta, che sovrintendeva il seminario inglese a Roma.
Crashaw amava le poesie di Giovan Battista Marino, traduceva Catullo, aveva un carattere lirico ‘barocco’ prima che ‘metafisico’, eppure, era, per devozione, incline alla rinuncia, all’esuberanza dell’ascesi. L’ambiente romano non gli confaceva, il suo carattere non conosceva remissione. Quando denunciò al cardine alcune licenze dei suoi sottoposti e un clima, genericamente, immorale, il Pallotta pensò bene di allontanare da sé il pio, emaciato poeta inglese. Lo inviò, non senza elargizioni, presso la Santa Casa di Loreto, appunto, dove Crashaw morì nell’arco di pochissimi mesi – certamente sfiancato da una vita di esili e privazioni; secondo alcuni, avvelenato dagli accoliti del Pallotta.
L’amico Abraham Cowley, poeta tra i più noti del tempo, d’estroso piglio – superò indenne gli anni dell’esilio, rientrando in Inghilterra, dopo la morte di Cromwell, come un idolo, per essere sepolto, in gloria, nella Westminster Abbey, al fianco di Chaucer – pianse Crashaw in un’ode tonante:
“Poeta e Santo! A te solo sono concessi i più sacri nomi della terra e del cielo, dura e rara unione, la più alta, che salda il gergo divino a quello umano. Hai dimorato a lungo tra i servi, i lacchè delle Muse che vane piramidi costruiscono, a misura di un orgoglio mortale; ma tu, pari a Mosè (benché chiacchiere e incantesimi siano duri a svanire) li hai ricondotti, con nobiltà, nella Terra Santa della poesia”.
Dal talento robusto, l’opera poetica di Crashaw riesce nell’ispirazione improvvisa, nell’immagine concreta, nello spazio breve. Per paradosso, oggi, resistono meglio i versi in latino, raccolti nel 1634 come Epigrammatum Sacrorum Liber. Il poeta, poco più che ventenne, trae spunto lirico da alcuni brani del Nuovo Testamento, chiosandoli con distici spesso appuntiti, di spinata gioia. La sintesi lirica, il lampo d’ingegno, il gioco linguistico che si lega all’arguzia teologica, fanno di questi epigrammi qualcosa di simile – con le dovute distanze – all’opera epigrafica di Angelo Silesio. Di là, però, in terra di Slesia, è l’abisso a ogni versetto; qui è un cauto calore, la tensione in vitro, il senso dell’ospitalità e del bel gesto, una camera spoglia con una candela in mezzo: il demone del dialogo. Di solito, la formula breve – risolta, in Crashaw, entro un paio di distici – dovrebbe operare come uno stiletto: aprire punti di luce – e ponti di sangue – nella mente insonne. Molte sono le intuizioni di Crashaw – Gesù che parla con gli occhi; Erode che accusa il popolo di credere in un dio-verme; la necessità di sostare nell’insipienza – ma le sue fibbie verbali non tentano l’ebbrezza; semmai, ci obbligano alla resa in Cristo, all’estrema resistenza.
Andate, anime ridenti, le neonate gabbie si rompono in paradiso imparerete a lodare prima che parlare; le fonti del latte non bagneranno la vostra tardiva sete: poco importa, il luogo che vi attende è l’unico latte.
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Ma gli uomini preferirono le tenebre alla luce
La luce rischiara il mondo, continua a splendere ma il mondo preferisce ciò che stilla dal buio. Sono certo che quando il mondo finirà agli inferi della luce saprà amare perfino le zone oscure.
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Sansone a Dalila
Non ti bastava accecarmi una sola volta, strega? Quando ti ho fissato, il primo giorno, ho perso gli occhi.
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A Nostro Signore che mutò l’acqua in vino
Amico della vita, l’acqua hai volto in vino, il tuo nemico, per ostacolare le dolci arti del regno, distilla le lacrime dell’ira e quelle della guerra: così il vino si volta ancora in acqua.
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Il cuore in fiamme
O cuore, che equilibri le parti dell’amore, enorme e pieno di dardi, vivi tra i conquistatori, vivi e cammina tra le lingue del fuoco trionfante; vivi, grande cuore, e ama e muori e uccidi e sanguina e mordi, arrenditi e conquista. Lascia che la vita immortale ti trovi ovunque cammina tra la folla degli amanti e dei martiri; lascia che attendano le mistiche morti, che le anime sapienti sappiano morire per quanto ami questa vita. O dolce piromane! Mostra la tua arte, ora, sulla carcassa di un cuore duro e freddo lascia che i tuoi raggi di luce giochino tra le pagine del libro del giorno percuotimi, irrompi dentro di me e leva il mio peccato: grazia chiamerò allora la tua dolce rapina. Intrepido figlio del desiderio! Per il tuo premio in roghi per l’aquila che è in te e per la colomba per tutte le vite e le morti per amore per il disarmo della vita intellettuale per le coppie che ardono di voluttà nel mattino che sembra un gorgo di lava per il regno riassunto in un bacio che afferra l’anima e la sigilla; per i cieli che sono tuoi bel figlio dei serafini non lasciare di me nulla a me stesso lasciami comprendere la tua vita di modo che tutta la vita che c’è in me possa morire.
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Preghiera
Signore, quando lo desidera la tua grazia tenta la mia anima, fatti cercare. I tuoi occhi generano il desiderio di morire nel superbo Fuoco d’amore. O amore, sia io il sacrificio. Trionfa su di me, benedetto sguardo splendi su di me i tuoi occhi, quei soli! Che io possa vederti, benché ne muoia.
Se morissi, vivrò davvero; desidero così tanto che tu mi uccida che trovo inutile il respiro. Muoio anche desiderando la morte. Lotta d’amore mi sfianca: vivo la Morte morendo la Vita. Mentre dolcemente mi uccidi morto a me stesso, in te solo io vivo.
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Da Epigrammatum sacrorum liber
Alla parola di Dio il cieco viene sanato
Cristo ha parlato – sacra licenza del verbo. Ora il cieco rinnovato fluisce nell’ora originaria.
Ora so che nessuno come te parla, Cristo: all’orecchio? No, Cristo parla con gli occhi.
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Nelle superstiti cicatrici di Cristo
Spina procace, aguzzo chiodo di picca, ciò che la lancia purpurea ha scritto
vive ancora con te: ma le ferite sono scomparse, medicina al mio male.
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Dentro Erode
Dio, Dio: questo invoca il popolo: generazione vile che crede nel verme.
Ma presto, si rivelano infelici, falliti: masticano la propria carne e la credono ambrosia.
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Signore dei poveri
Eccoli, i consanguinei, esuli dalla tua bocca Cristo! Ma ovunque ti sentivi straniero.
Infine, pendesti dal legno con un ladro, fratello di sangue: tanto strana è la tua parentela!
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L’obolo della vedova
Getta la moneta di infimo conio (patetico supporto al vivere):
spumeggiano dal censo i vagabondi: tutti rifiutano di dare, lei dà tutto.
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Sono pronto a soccombere, a morire per te
Non solo avvinto, in ceppi, per te, Cristo, perfino la morte sono pronto a subire
dice Paolo ai dotti nell’arte degli inganni. Loro preferirebbero il riscatto al legaccio.
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Gesù tra i dottori
Precipita tra i volti, sprofonda: le guance, lisce, non hanno sapore.
Tuttavia, Apollo non reca barba: è bene, quando la testa è innevata
e l’inverno ottenebra la mente, imparare da un bimbo: il grigio non rende maestri.
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Sapienza dei secoli
Non diventare saggio (lo vogliono i maestri) non sottrarre al caduto la sua rovina:
non assaporare alcuna profondità per non conoscere l’inferno.