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“Fra l’impassibile e l’impostura”. Revel legge Cioran

Revel, in verità, si chiamava Ricard: amava il cibo – di cui scrisse, con tracotante bravura – e decise di omaggiare “Chez Revel”, un ristorante parigino, “Revel: nome fasullo, insegna di un ristorante in rue Montpensier famoso per lo stufato”, precisò. Fu precoce in tutto, Jean-François Revel: nato nel 1924, si sposa ventenne con la pittrice Yahne Le Toumelin, da cui divorzia per unirsi, nel ’67, con Claude Serraute. È una macchina da figli, tutti celebri: Matthieu è monaco buddista, interprete del Dalai Lama in Francia; Ève è ortofonista e nota scrittrice; Nicolas è alto funzionario francese, attualmente dirige il gabinetto del Primo ministro Jean Castex. Ingaggiato nella Resistenza durante la Seconda guerra, giornalista, direttore de “L’Express”, socialista, Revel è stato il consigliere occulto di Mitterrand, salvo mollarlo perché era stato, a suo dire, “divorato” dai comunisti. Ostile al gollismo, si ribellò alla sinistra incapace di condannare le dittature rosse. “Le economie capitaliste liberali hanno dimostrato di essere efficaci nel migliorare il tenore di vita delle società umane, per questo il liberalismo non dovrebbe essere rifiutato dalla sinistra francese”, scrisse in La Tentation totalitaire (1976). In Italia Revel è ormai quasi latitante, colpevolmente: qualche anno fa PGreco ha ripubblicato A che servono i filosofi?, uscito per Lerici nel 1958, Lindau ha in catalogo L’ossessione antiamericana; quando Rizzoli aveva stampato La tentazione totalitaria scelse l’urlo in copertina: “Libertà o dittatura? Socialismo o comunismo? I temi scottanti di un libro provocatorio al centro del dibattito politico contemporaneo”. Fu sempre Rizzoli a pubblicare un saggio di eminente ‘attualità’, come si dice, La nuova censura (uscito in Francia nel 1977) che “denuncia un esempio di censura sulle idee in una società democratica”. Censura, democrazia totalitaria… Conoscenza inutile “contro le menzogne dei giornali e delle televisioni e le falsificazioni degli intellettuali” (Longanesi, 1989)… non è forse il nostro mondo, il nostro tempo? Eppure, Revel muore nel 2006, è stato eletto accademico di Francia nel 1997, ricevuto da Marc Fumaroli. Si riteneva discepolo di Montaigne, ma aveva sintonia con la scrittura di Emil Cioran. La recensione che qui si pubblica, illuminante, edita in origine su “Le Figaro littéraire” nel 1964, si riferisce a La Chute dans le temps (in Italia: La caduta nel tempo, Adelphi, 1995). Di Cioran, Revel sottolinea la rapacità della forma, l’impeccabile del linguaggio, boschivo, più che del pensare, il dimenarsi tra i concetti con la pretesa della ragione, pratica grottesca e pretesca per il primo (Cioran) come per il secondo (Revel).

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CIORAN

Nel leggere La caduta nel tempo di E.-M. Cioran, ho provato una certa sensazione di originalità, di singolarità, un curioso piacere, fatto di sollievo ed eccitazione, come quello che proviamo davanti a un’immagine fotografica perfettamente nitida, dopo averne osservate altre sfuocate e grossolane. Compresi da subito le ragioni della mia strana euforia… era la prima volta, dopo un anno, che avrei recensito un’opera scritta direttamente in francese. Voglio dire, un saggio, nel senso classico del termine, che univa la riflessione alla letteratura, il pensiero allo stile, conferendo così all’esposizione delle idee un carattere non più didattico, ma poetico. Il fatto sorprendente, in questa cronaca intitolata “Les Idées”, è che mi sono dedicato alle sole traduzioni! Delle opere importanti scritte nella nostra lingua, rilevo solo Il crudo e il cotto di Claude Lévi-Strauss, mentre le altre sono delle riedizioni o libri puramente informativi. Ma di un libro che sia innanzitutto il libro di uno scrittore, di uno scrittore che pensa e non di un pensatore che scrive, vedo solo il saggio di Cioran. Forse esistono ancora dei francesi che abbiano la convinzione di vivere nel paese della letteratura analitica, dell’intellettualismo, di essere i detentori della migliore lingua per meditare sull’uomo, per interpretare il reale e coordinare l’espressione del pensiero. Pare inoltre che la nostra tara nazionale, la nostra inclinazione, allo stesso tempo temibile e geniale, sia quella di formulare incessantemente delle teorie. Ora, ho riscontrato che le teorie utilizzate da noi più o meno in modo cosciente – al fine di interpretare il mondo attuale, e l’uomo nel mondo attuale, che si tratti di economia, di sociologia, di psicanalisi, o di tutte e tre insieme – sono da attribuire ad autori quali Schumpeter, Riesman, Packard o ancora Betty Friedan, l’autrice di tre brillanti pamphlet sulla condizione attuale della donna nella società americana, che sono appena stati tradotti in francese.

Il risultato è che, nel leggere la maggior parte del tempo delle brutte traduzioni (giacché, salvo rare eccezioni, come appunto The Feminine Mystique, queste sono tutte pressoché condannabili), noi ci siamo adattati a una lingua mediatrice che ha smesso di essere l’inglese senza tuttavia diventare del francese, e nella quale noi stessi infine ci riduciamo a scrivere. Non si tratta di rimettere sotto accusa il “franglais” (per quanto questi detenga ancora, nel linguaggio delle scienze umane, uno spazio notevole), ma di segnalare la decadenza del pensiero scritto che va ben oltre il semplice “franglais”, che conduce a una disarticolazione della sintassi, all’annullamento degli strumenti verbali atti a coordinare e subordinare, ossia a pensare. Inoltre, che si tratti di sociologia, di estetica, di psicologia o di storia, nella maggior parte dei casi i francesi o accumulano i fatti senza farli parlare, oppure, qualora si diano alla teoria, li abbandonano del tutto. Tra la statistica e il delirio, il nulla.

Se mi interesso a La caduta nel tempo solo dopo tale premessa, lo devo in parte al fatto di essere ritornato sui miei passi, davanti alla difficolta di commentare ciò che è creato essenzialmente per essere letto. Quello che distingue il saggio di uno scrittore, è di non poter essere “riassunto”. È solo lo stile dell’autore a poter parlare per lui. Per un pensatore un’idea vale la pena di essere letta se questa è buona; per lo scrittore, questa è buona se vale la pena di essere letta. Il risultato è che l’esposizione delle idee di uno scrittore non rappresentano il suo pensiero, così come la fotografia della chiesa d’Auvers-sur-Oise non è un Van Gogh. Pressoché tutti i commenti su Montaigne lo dipingono come un vecchio cauto che, per quanto abbia dedicato il suo tempo a “riassumere” Platone, non ha saputo fare altro che ridurlo a un invasato religioso irritato dai matematici.

È con il suo stile […] che Cioran evoca l’uomo che “cade” nel tempo, ossia nella storia, per sfuggire alla vita stagnante dell’istante e inventare l’avvenire, l’inquietudine, la lotta, il timore, l’ambizione e il disinganno. Quello che Heidegger proclama sull’illusione dell’efficacia, la fuga nel mezzo [strumento], la finitezza dell’uomo, Cioran lo dice, come il poeta dice il “citrons amers” o i “verts tamariniers”, di cui l’agenzia di viaggi riesce solo a vantare le incantevoli bellezze. In uno dei novi saggi di questo libro, il Ritratto del civilizzato, che condanna la disumanizzazione causata dalla Società industriale, egli attinge gli accenti del Rousseau nei Discorsi sulle scienze e le arti e consiglia l’impassibilità attraverso l’attenuazione dei desideri, in conformità alla più pura tradizione epicurea. Non credere a nulla, nulla fare, nulla intraprendere, astenersi restando immobili. Diventare tutti, “tuttalpiù, una pianta cosciente”, scrive Cioran in Desiderio e orrore della gloria, un’analisi dell’ambizione, dei suoi misfatti, della sua pervasività, che ricorda allo stesso tempo Pascal e La Rochefoucauld. “Una civiltà evolve dall’agricoltura al paradosso”, ha affermato, un giorno, Cioran. È lui stesso a non privarsi di tale paradosso, poiché gli ultimi due saggi del libro contraddicono platealmente gli altri. In particolare, ne I pericoli della saggezza, egli espone la vanità di ricercare la serenità e l’indifferenza che aveva consigliato in precedenza. L’uomo sa “di non avere scelta se non fra l’impassibilità e l’impostura”, scrive. E ora aggiunge che anche l’impassibilità è una impostura: “Poiché un vizio innato è migliore di una virtù acquisita, si prova necessariamente imbarazzo davanti a coloro che non si accettano, davanti al monaco, al profeta, al filantropo, all’avaro che impone a se stesso lo spreco, all’ambizioso che si rassegna, all’arrogante che vuole essere gentile, davanti a tutti coloro che si dominano, incluso il saggio…”.

Come tutti i maestri di stile, al pari di coloro che praticano la perfezione nell’arte di scrivere, ritengo che Cioran […] dia il meglio di sé quando analizza un caso particolare, per esempio Tolstoj (ne La paura più antica), o altrove, con Joseph De Maistre; o, ancora, in alcuni brevi scritti del suo primo libro, Il sommario di decomposizione (1949), o nello stile aforistico dei Sillogismi dell’amarezza (1952). Nell’affrontare un autore, una dottrina, una attitudine o un momento storico, Cioran unisce la lucidità nella capacità di cogliere ciò che è singolare all’impetuosità nella generalizzazione, tipici dei “grandi psicologi della cultura”, e allora egli ci offre il piacere più raro… la possibilità di apprezzare le idee senza la necessità di sottoscriverle; e una lettura delle più gradevoli… quella di una prosa scattante che si legge lentamente.

Jean-François Revel

Le Figaro littéraire, 1964

*Traduzione dal francese di L.O.

 

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