“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
René Char (1907-1988) è tra i grandi poeti del Novecento, tra i grandi poeti francesi di sempre. Il suo dire disorienta per combustione: voce che proviene dalle oscurità di Eraclito, dai chiaroscurali enigmi di Georges de la Tour. L’ordine, l’anatema, il comando si legano al sogno, il terrestre al celeste, il carnale all’invisibile, l’arcangelo al centauro. René Char condivide la parola che sobilla, sibilla, che sibila fino ad alterare i sensi, i manierati lignaggi di una virtù ossea, infima. Da tutto va estratto l’argenteo albume: nulla divide la lacrima dal coltello; nulla si può condividere coi laidi lattai della parola odierna, parolieri di latta. In René Char la suprema grazia si lega all’imprecare: nei veleni si riconosce la perla di miele, ricandidata a Dio.
Tradotto da grandi poeti – Vittorio Sereni, poi Giorgio Caproni – di René Char – poeta dall’opera latitante – si dà qui qualche sparsa traduzione, nuova.
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Sulla poesia
Il poema: amore realizzato dal desiderio che permane desiderio.
Essere poeta è essere famelici di un’inquietudine la cui realizzazione, tra i mulinelli delle cose che esistono e si sentono, provoca, nel momento in cui si dà in pasto, la felicità.
Crollano le prove: il poeta risponde con una salva di profezia.
La poesia osa dire con modestia ciò che nessun’altra voce osa, confinata nel Tempo sanguinario. Aiuta anche l’istinto di perdizione. In questo moto, accade che un nudo vocabolo si volga al vento della parola.
Ci sono giorni in cui non puoi avere timore di nominare le cose impossibili da dire.
Le azioni del poeta non sono che la conseguenza degli enigmi della poesia.
Il poeta si distingue per il numero di pagine insignificanti che non scrive. Ha tutte le vie della vita dimentica per distribuire la sua modesta elemosina e sputare il sangue di chi non muore.
Se le patate non si riprodurranno più su questa terra, balleremo su questa terra. È il nostro diritto, la nostra frivolezza.
L’esperienza negata dalla vita è quella che preferisce il poeta.
Il poeta deve colpire senza tentennamenti la sua aquila e la sua rana se non vuole ammaccare la propria lucidità.
Nella poesia, convertire è riconciliare. Il poeta non dice la verità, la vive; vivendola, si fa bugiardo. Paradosso della Musa, giustizia del poema.