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Rebeniza, l’ombra del maestro: il nuovo film di Bonetti, un regista che si conserva poeta

Rebeniza è un nome smussato d’intensità, che porta in sé in forma nucleare, attenuata ma non sopita, la radice di Srebrenica: strappo cruento dell’umano sull’umano, luogo di massacro bosniaco che perseguì l’efferatezza e l’irrevocabilità del genocidio. Questo il nome-epiteto del protagonista dell’ultimo film di Leonardo Bonetti, Rebeniza – L’ombra del maestro, lavoro cinematografico in cui la tensione espressiva dell’artista si incarna su più fronti, dando origine a una composizione avvolgente, una messe sensoriale di musica, parole e immagini, che sembra trasfigurare, in certi momenti del racconto, da visione a rivelazione. D’altronde Bonetti è autore multiforme, che fa dono eclettico di sé, e frequenta dalle origini diversi tipi di fraseggio creativo: poeta, compositore e regista, insignito di premi letterari prestigiosi, sembra lasciarsi alle spalle ogni esito, ogni riconoscimento con l’atteggiamento visionario e lo sguardo distolto di chi è già premuto altrove.

Rebeniza è un giovane regista serbo-croato, naturalizzato italiano da molti anni, che persegue l’intento di terminare un documentario iniziato dal suo maestro: un precettore ombroso e proteiforme, dissoltosi misteriosamente senza lasciare di sé alcuna traccia. Il cortometraggio vuole affrontare il tema dell’amore, nelle varie declinazioni che assume nei tempi odierni, mediante interviste e contributi di scrittori, poeti e intellettuali. Il viaggio necessario a portare a termine l’opera diverrà un vero processo di iniziazione, nel contatto con un teatro di anime variegate, inquiete, mistiche, talora veggenti, o inaspettatamente prosaiche e asservite al secolo. Ma questo rituale e percorso diverrà anche ricerca e inchiesta, e disvelamento delle intenzioni più profonde del regista vicario, che assume le fattezze di un cavaliere arturiano dalle molte incognite, e che si trasforma profondamente nel corso della narrazione.

Nel dispiegarsi di questa novella allegorica, numerosi temi vengono evocati e posti davanti agli occhi dello spettatore come oggetti d’enigma, attraverso gli incontri tra intervistatore e intervistati: il rapporto tra arte e moneta, sua ambigua nutrice, la ricerca edipica del padre-maestro nella contraddittoria pulsione alla devozione e soppressione, l’alterità fatta donna, in bilico tra desiderio e avversione, la frammentazione interiore dovuta alla mancanza di radici, l’opacità che impedisce di entrare in risonanza con l’altro, la presenza delle anime morte come guida e assillo, il cammino di risalita verso una piena comprensione di sé stessi. Bonetti sembra chiedersi se l’orfanità, da cui tutti siamo affetti, e la sensazione di reiterato abbandono e tradimento, il non-senso della mancanza e della pena, possano essere davvero sconfitte da un atto di eradicazione sanguinaria; oppure se il cammino possa e debba essere diverso, trovando il cardine su cui può ruotare tutta un’esistenza, in equilibrio e a perpendicolo sulla propria ombra. L’essere umano, per propria natura ripudiato e inesaudito, per pura ipotesi potrebbe ritrovare in sé l’etimo divelto della discendenza e dell’appartenenza, riversando la propria ferita nel grande lavacro del dolore corale, e risalendone lo spessore con rango e integrità.

Squisita la speculazione del regista sul femminile: elemento che perde e riconduce, rabbuia e illumina, cui avvicinarsi con portamento perturbato e devoto, con adempienza inesausta, nei sottili passaggi dal celeste al profano, dal soprannaturale al tangibile, dallo smarrito al riemerso.

L’espressione artistica di Bonetti, anche in ambito letterario, si è concretizzata spesso in una forte tendenza alla meditazione filosofica, all’espressione simbolica, alla frequentazione dell’onirico, alla percezione di gradi profondi di realtà, nella pacata rivelazione del chiaroscuro, del sommerso, del sotteso: parrebbe di identificare, in lui, l’intuizione continua che il non visibile regala a certe sensibilità vibratili, rendendole irregolari, anomale, chiamandole al sacro – come il regista apertamente dichiara, intervistato, a proposito di questo film – senza che vi si possano a lungo sottrarre.

È un debito dichiarato quello del regista a Ortese, a Tarkovskij, a certi compositori metabolizzati e fertilmente contaminati di nuove sonorità; alcuni tratti di queste radici d’ispirazione sono identificabili come soffi e richiami, paesaggi sfumati, suggestioni, dialoghi dilatati e silenzi, aperture paesaggistiche e frammentazioni del narrato in direzione spirituale e metafisica, nelle sue opere letterarie e cinematografiche.

E di nuovo l’incantesimo accade in quest’opera arcana, in cui ombra e grazia, spettri e albori danno vita gli uni agli altri continuamente, in un’atmosfera in cui la concretezza scivola impercettibilmente nel sognato, e il territorio umano, apparentemente muto e pacificato per molti, è terra di relitti e rovine, visitata da molte voci e presenze, da spiriti cantilenanti e affilati profili che emergono dall’ombra, per chi sappia avvertire questa tumultuosa quiete. «E se vai per le strade, sai che la terra è tutta piena di divino e di terribile» dice Endimione allo straniero, nei pavesiani Dialoghi con Leucò.

Pregevole la colonna sonora, nel connubio felicissimo tra trenodia del canto italiano, durezza delle chitarre metal e solennità quasi ecclesiastica della musica classica: archi, colonne, volte e cattedrali si erigono nelle sinfonie, come sempre accade; tutto questo unito alla magia delle ambientazioni, i luoghi isolati, le case coloniche, i paesaggi campestri; e la torre di Antonello ombroso, sinistro profeta, triviale rivelatore, psicotico lucidissimo giudice; e il giardino filosofico della poetessa, personaggio radioso e malinconico, intriso di verità distese, di afflati mistici, di sensi definitivi ed eterni; e i grandi ambienti spettrali da tempo abbandonati, le ampie invetriate ospedaliere, gli oscuri dipinti murari: ognuno di questi elementi dona alla pellicola il carattere di soglia, di margine al sacro, incantesimo soave e feroce, che evoca senza pudore il mistero svelato dell’amore.

Dunque Rebeniza porta infine a termine il mandato, il suo documentario sull’amore si è svolto così, vivendo i sentimenti contrastanti che scivolano l’uno nell’altro rendendoci inermi e sospinti, creature alla perenne ricerca di uno spirito affine, tra affezione e ostilità, tra amplesso e omicidio, tra dolcezza e violenza, spesso nel rimpianto e nel rimorso: dono e distruzione, sorriso nel pianto, desiderio che scava, navigando l’errore, sempre sull’orlo del tradimento. Si leva come un effluvio, nei giorni a seguire, da quest’opera, l’idea che ogni nostra vita sia un lungo, incompiuto documentario sull’amore, inintelligibile a chi vi è protagonista; nella ricerca eterna di quell’istante in cui esser certi di qualcuno, sapere che non ci tradirà, per farne il perno di ogni cosa.

Apprezzabilissima la qualità delle riprese, l’alternarsi di chiarori e visioni umbratili nella nitidezza della fotografia, e il potente senso metafisico di alcune scene e passaggi, facilitati in questo da un accorto uso degli effetti speciali: un lavoro cinematografico desto, risoluto, seducente, un’affermazione forte di creatività indipendente.

Bonetti è qui regista, ma si conserva poeta: elargisce sé stesso e il proprio annuncio, ribadendone la non finalizzazione. In un mondo in cui tutto è utile, messo a frutto, escogitato, reso cenere nel calcolo, ecco la poesia, gridata in un soffio, eretta in una gora: asserzione necessaria di presenza, grido d’ossimoro tra splendore e dolore: l’angelo tremendo, direbbe Rilke, la piaga gelida di luce dell’intera umanità. Un messaggio il suo che, come quello oracolare che la poetessa ha pronunciato nel suo giardino degli incanti, «si condivida o meno, non può davvero lasciare indifferenti».

Isabella Bignozzi

* Rebeniza – L’ombra del maestro è il nuovo film di Leonardo Bonetti presentato il 10 agosto 2021, da Massimo Gazzè e Raffaele Rivieccio in prima nazionale, all’Arena Elsa Morante, nel contesto della rassegna cinematografica dell’Estate Romana.

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