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Natale sono i miei piedi ghiacciati. Un racconto di Linda Terziroli

È Natale. Dai finestroni della mia camera d’ospedale, guardo giù. La mia città si sta per addormentare. Le luminarie del Natale sospese a una tristezza sconfinata. La luce dei lampioni non rischiara più nessuno. Il barbone della stazione si è già steso a dormire, con il suo vecchio cane, sotto laceri cartoni. Le auto sfrecciano sempre più velocemente. All’improvviso, vedo deserta la linea bianca della mezzeria. Come una striscia di neve dimenticata in mezzo al campo. Stavolta non ho fatto in tempo a preparare le tartine al salmone.

Era la vigilia. La tavola apparecchiata. I bicchieri di cristallo, le posate d’argento, il vino in fresco. Pensavo alla tavola imbandita mentre, al polso, mi allacciavano delicatamente, tra un braccialetto e l’altro, il braccialetto del ricovero. Quindi, mi hanno inserito un tubicino. Attaccata una rotellina. La notte non riesco mai a prendere sonno. Questa, poi, è la notte di Natale. Non brilla, in cielo, nessuna stella cometa. Nessun regalo da scartare. E non c’è assolutamente nulla da mangiare sul grigio tavolino inchiodato al muro. Che fame! Mi sono fatta portare delle vecchie polpette. Fredde come un cadavere perché fuori sta iniziando a nevicare. Così le ho messe a scaldare sul calorifero. La notte di Natale quest’anno va così. Senza brindisi, senza presepe, senza neppure una fetta di panettone. In silenzio. Mi ritrovo in pigiama e vestaglia. Sopra un letto di marmo. Sarebbe più comodo un materassino da spiaggia. I cuscini, poi, sono di piombo. Le lenzuola, ruvide come carta vetrata, hanno cucite addosso le iniziali dell’ospedale e un’acca maiuscola, in rosso. Come se qualcuno potesse rubare persino le lenzuola all’ospedale. Non si possono annodare per tentare una fuga.

Da lontano, soffocato il grido di un’ambulanza, lo struggente motivetto jingle bells gli fa eco dalla strada. Nel corridoio dell’ospedale, un albero di Natale manda una luce pallida intermittente fino in strada. L’hanno sistemato in fretta e furia, questo piccolo albero finto, tra un turno e l’altro, vicino al finestrone. Qualcuno da laggiù deve sapere che, anche in ospedale, è Natale. Mi rigiro nel letto marmoreo facendo finta di essere una statua. Immobile, sento scorrere, lungo il braccio, qualcosa di caldo. È scivolata sul pavimento la rotella rossa del catetere. Mi esce una fontanella di sangue. Mi fiondo fuori dalla porta.

Natale è finito. Non c’è più nessuno in corridoio. Tutto tace e non ci sono urgenze in questo strano angolo di mondo. I pazienti qui ricoverati come me dormono sonni tranquilli. Magari anche loro sognano le tartine al salmone. Tenendo fermo il mio polso, scovo finalmente una bellissima ragazza, in uno stanzino. È una giovane infermiera, alza gli occhi verdi dal luccichio del telefonino. Lo smalto rosso vivo sulle unghie curatissime, anche i suoi capelli biondi sono ben acconciati. Sta rispondendo agli auguri di Natale. Sola. Posa un momento il cellulare. Mi guarda tra allarme e sorpresa. Forse, vorrebbe augurarmi buon Natale. Ma è troppo tardi. Mi medica e basta. Ed eccomi di nuovo qui alla finestra. Mentre, ai miei piedi, vedo spegnersi questo Natale come il mozzicone di una sigaretta cattiva.

Gioco a indovinare i miei ricordi del Natale. Natale è un elicottero. Il rumore forte del motore, delle eliche che ruotano vorticosamente. Il lago che si cinge nell’abbraccio di uno sguardo. Rapito. Quando mi sono alzata in volo con l’elicottero avevo sì e no tre anni, forse tre anni e mezzo e le cose più strane che vivi a quell’età sono le più naturali. Ero emozionata: staccarmi da terra in quel frastuono è un ricordo che mi si è incollato in testa. Insieme al cappotto marrone scuro di mia madre. Il suo caldo cappotto mi proteggeva. Da che cosa? Chissà se è vero. Era Natale? Vedere le cose dall’alto me le fa sembrare incomprensibili, irriconoscibili. Abbiamo sorvolato anche la nostra, di casa. Ma non la vedevo. Non riuscivo a riconoscerla. Come facciamo a riconoscere le cose che amiamo prima di perderle? Da lassù tutto mi appariva lontano, come un’altra realtà. Che guardavo come se non mi appartenesse. Ed eravamo lì, sospesi tra una vita e un’altra, il rombo dell’elicottero nelle orecchie, la mia manina che affondava in quella grande e ferma di mia madre, che avrei perduto per sempre pochi anni più tardi. Il vento dell’elicottero piegava l’erba di lato e faceva volare i miei riccioli biondi. Bisogna gridare per farsi sentire, con quel frastuono. Ricordo il terriccio su cui era posato dopo l’elicottero. L’impronta del suo peso.

Scesa dall’elicottero, mi ricordo che Natale è una montagna piena di neve. Natale sono i miei piedi ghiacciati che mia madre, dentro un gabbiotto pieno di vecchie attrezzature da sci, cerca di scaldare tra le sue mani: ho un principio di congelamento. La neve ghiacciata si è incollata alle mie calze. C’è una finestra rotta da cui sbuffa il freddo e il vetro accanto a me è una ragnatela di luci. Forse è semplicemente il ricordo del Natale che si fa strada in me. Natale è la famiglia di Betlemme, in gesso, sul davanzale della finestra. Maria, Giuseppe e il bambino sono un corpo solo, statuine bianche senza volto. I lineamenti sono lisci come cera, nemmeno la ruga di un sorriso. Vorrei tornare a quel giorno, quei giorni, sull’elicottero, alla montagna piena di neve. Rivivere la mia infanzia. E ora, forse, non avrei più paura. Guardo ancora una volta giù. Ma stavolta i miei piedi non sono freddi. In questo ospedale, il riscaldamento è acceso al massimo. È una pazzia questo caldo nella terribile notte di Natale. Guardo le mie pantofole blu, le ho prese, pochi giorni fa, alla Upim, la scritta è in corsivo, ricamata.

Gli auguri col filo rosso che ci leggo oggi mi paiono più ridicoli di ieri. Sorrido. Merry Christmas. Buon Natale.

Linda Terziroli

*In copertina: Giovanni Bellini, Madonna con Bambino tra le Sante Caterina e Maria Maddalena, 1490 ca. 

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